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Quei
maledetti scienziati
vaccinatori
Un vaccino contraccettivo per i topi. Che però li uccide tutti, come un
superAids. E che può funzionare anche sull'uomo.
Una vicenda
agghiacciante. Che non vi farà dormire la notte
La
sorpresa dei ricercatori australiani è stata amara: tutti i topi erano
morti stecchiti nelle loro gabbiette, meno di dieci giorni dopo aver
ricevuto l'iniezione. Quello che doveva essere un vaccino contraccettivo,
studiato per controllare la proliferazione dei roditori, si era rivelato
come un agente mortale al cento per cento.
Fortunatamente solo per i topi.
Passato lo stupore, nel gruppo di ricercatori del Pest Animal Control
Centre, appoggiato all'Australian National University di Canberra, sono
subentrati due sentimenti: curiosità e allarme.
Ovvero: cosa diavolo era
successo ? E
subito dopo: qualcosa ci sta sfuggendo di mano ?
Fatti
i controlli, ricostruita un'idea plausibile dell'accaduto, Ronald Jackson,
Ian Ramshaw e gli altri si sono guardati in faccia e si sono detti che non
potevano tenere la cosa per sé, né divulgarla troppo a cuor leggero.
E
sono andati a consultarsi con il Dipartimento della Difesa del loro paese.
Perché quella in cui sono inciampati non è altro che una ricetta,
relativamente semplice da applicare, che forse consente di costruire virus
letali a piacimento per qualsiasi specie vivente, uomo compreso.
Non
è stato facile far capire la cosa ai militari, perché si tratta di una
faccenda complessa. Ma in questo caso conviene a tutti aprire bene gli
occhi, perché per la prima volta è accaduto quello che si temeva: la
biotecnologia ha partorito una sgradevole sorpresa (a dir poco); la
prossima volta potrebbe essere una catastrofe.
Alla fine i biologi di Canberra hanno deciso di pubblicare i risultati
delle loro ricerche. Lo hanno fatto, consapevoli della possibilità che
terroristi di qualsiasi genere se ne approprino per scopi criminali,
proprio per «avvisare la popolazione del fatto che questa tecnologia
potenzialmente pericolosa è oggi a portata di mano», dice Jackson.
Pochi
anni fa la rivista britannica "New Scientist" aveva chiesto ad
autorevoli biotecnologi se ritenevano possibile produrre con l'ingegneria
genetica un batterio o un virus più virulento di quelli esistenti in
natura.
La risposta era stata un no deciso: sino a oggi gli addetti ai
lavori consideravano la cosa, se non impossibile, sicuramente molto
difficile, tanto da richiedere un colossale sforzo di ricerca, alimentato
da fondi ingenti, che nessuno avrebbe mai avuto interesse a sviluppare.
Ora invece il gruppetto di Canberra ci è arrivato per caso e senza
nessuna fatica.
Purtroppo
non sembra che la comunità scientifica dia segno di volersi svegliare
dalle proprie illusioni di falsa sicurezza. La ricerca australiana è
stata inviata a un giornale specializzato alla fine dello scorso luglio.
Nel
frattempo i dati sono arrivati nei principali laboratori di virologia e
genetica di mezzo mondo, ma non vi è traccia di dibattito. Secondo
"New Scientist", né i singoli ricercatori né le società
biotecnologiche sono ben disposti verso questo genere di discussione.
Preferiscono chiudere gli occhi davanti alle incertezze, per paura che si
produca una reazione di rigetto contro il loro lavoro.
Per quanto riguarda il pubblico indistinto,
è difficile che l'articolo pubblicato dagli australiani sul
"Journal of Virology" di febbraio, per quanto facilmente
consultabile in rete da chiunque voglia -
http://jvi.asm.org
-
possa attirare l'attenzione di chi non sia
del mestiere, nascosto come è in mezzo a molti resoconti astrusamente
tecnici nell'ultima sezione della rivista.
E non è davvero pensabile
che possa fungere da "avviso al pubblico", al di là delle
buone intenzioni degli autori, un titolo come: "L'espressione di
interleuchina-4 di topo da parte di un ectromelia virus ricombinante
sopprime la risposta citolitica dei linfociti e supera la resistenza
genetica al mousepox".
By Roberto Satolli
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