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Il piccolo è morto a dieci mesi per una forma acuta di
leucemia, la ragazza, invece, soffre di allergie che le rendono la vita impossibile
MILANO
- La tragedia per Tatiana e Vittorio ha il colore bianco di una busta che
ricevono per posta il 22 dicembre del 2000, la vigilia di Natale. Dentro
una lettera, poche righe:
suo figlio Gioele deve essere vaccinato. Vi aspettiamo il 4 gennaio alle
Otto del mattino.
La lettera è firmata
dalla Asl 38 di Forli. Tatiana e Vittorio passano un bel Natale con
il loro piccolo nato da appena due mesi, il 26 ottobre.
Un bel Capodanno.
Quella mattina del 4 gennaio si svegliano tranquilli. D’altronde, la
vaccinazine è un iter che conoscono bene. L’altro figlio, Elia di sette
anni, era già stato vaccinato contro il tetano, la difterite, la polio,
l’epatite B. La cura medica preventiva obbligatoria per legge. Vittorio
e Tatiana, entrambi 34 anni un'azienda che produce vino, escono felici
dalla Asl, sicuri che tutto è andato liscio. Dal giorno dopo, però, Gioele
non accetta più il seno materno. Non vuole mangiare.
E' normale, dicono i
medici. La maggior parte dei bambini rifiuta il cibo nelle ore successive
alla vaccinazione.
Ma Gioele non accetta latte
per una settimana: perde peso. Il 10 gennaio la temperatura del suo corpicino
sale fino a 40 gradi. A gennaio fa freddo, è il mese dell’influenza.
Tutto può avere una spiegazione non drammatica. E sera quando Vittorio e
Tatiana decidono di portare il piccolo all’ospedale di Forlì.
Verso le
due di notte, il medico di turno spiega loro che probabilmente Gioele
avrebbe bisogno di una trasfusione perché i valori dei globuli rossi e
bianchi sono sballati. La mattina dopo nuovo test del sangue: i valori
sono ancora più sballati. Gioele deve essere trasferito al Sant’Orsola
di Bologna.
Tatiana sale in ambulanza con suo figlio. Vittorio li segue in macchina.
Un’ora per arrivare in ospedale.
Tatiana e Vittorio non capiscono quello
che succede. D’altronde i medici non hanno il coraggio di esporre i
dubbi.
Fino a quando arrivano a Bologna. Dall’ambulanza scende il lettino
spinto da due infermieri. Dietro i genitori.
Ma dove lo portate ? Chiedono
più volte Vittorio e Tatiana.
La destinazione finale è Oncoematologia
Pediatrica.
Per cinque giorni Gioele è studiato centimetro per
centimetro. Fino a quando il sospetto atroce dei sanitari di Forlì si
rivela vero. Un medico prende da parte Vittorio e Tatiana e spiega loro
che Gioele ha la Leicemia Linfobastica acuta: "Mio figlio stava bene
prima della vaccinazione" ripete Tatiana.
Ma la via crucis del
piccolo Gioele continua
prima è curato con la chemioterapia.
Gioele finisce anche in rianimazione. Disperati i genitori scelgono la
cura del prof. Di Bella. Gioele si arrampica alla vita. Ma il 31 agosto
del 2001, quando da poco aveva compito 10 mesi, muore.
Nei giorni della
disperazione all’ospedale di Forlì, Vittorio e Tatiana avevano
conosciuto una bambina di Macerata, un’altra che aveva fatto il viaggio
della speranza da Reggio Calabria e un infermiera di Forlì malata che aveva
contratto la leucemia dopo aver fatto la vaccinazione che la legge impone
al personale medico paramedico.
Ma anche a chi vuole lavorare all’
interno di un negozio di gelati, magari per pagarsi le vacanze.
Come
Miriam di Senigallia, provincia di Ancona. Aveva appena terminato la terza
media.
Suo padre Claudio è un operaio metalmeccanico. La mamma lavora
part time. Lei è la terza di quattro fìgli. Adolescente, ma già grande:
pèr concedersi un breve periodo di vacanze, la prima vera vacanza lontano
dai genitori, decide di lavorare, una gelateria di Senigallia è disposta
ad assumerla. Ma per essere
assunta Miriam deve presentare il libretto sanitario.
E l’estate del
1994. Per presentare il libretto sanitario in ordine deve fare la
vaccinazione antitifica
Miriam reagisce malissimo alla cura. Nelle ore successive la puntura, la
sua pelle inizia a staccarsi dalle braccia, dalle gambe, dal petto, dalla
schiena, esce sangue e pus. Miriam vomita, ha la diarrea. Non riesce più
a stare in piedi.
In ospedale la curano con dei farmaci, ma Miriam è
allergica a quei medicinali. I genitori la portano in Germania dove un
medico prescrive a Miriam una cura che le fa bene. Che però non è
riconosciuta dalla regione Marche.
Papà Claudio e mamma Luciana investono
tutto quello che hanno per curare la loro figlia: due inverni li passano a
pane e acqua. Senza accendere il riscaldamento. Troppo caro. Miriam si
riprende.
Trova un' impiego. Ma nel posto sbagliato: in un negozio di
profumi. Il suo corpo è troppo fragile e non sopporta gli odori del
negozio. Di nuovo vomito, viso gonfio.
La Commissione Medica Ospedaliera della Marina Militare le riconosce il
danno da vaccino. Grazie al quale riceve un assegno mensile di 500 euro.
Che reinveste totalmente in alimenti biologici, gli unici ai quali non è
allergica.
Eppure per lei, come per il piccolo Gioele, sarebbe bastato un
banalissimo test per evitare tutto questo.
Un test che, denunciano medici
e genitori, non viene mai fatto. Con quel semplice test preventivo ripete
disperata Tatiana il mio piccolo Gioele sarebbe ancora vivo. Con quel
semplice test Miriam e la sia famiglia avrebbero vissuto in maniera
diversa.
"Sulle vaccinazioni bisogna cambiare" ci spiega Antonio
Tommasini, ginecologo, Presidente della Commissione Sanitaria del Senato.
Una soluzione giusta potrebbe essere quella già adottata in altri Stati:
far nascere la figura dell'"Informatore" personale paramedico,
con il compito di spiegare bene i benefici ed i possibili rischi della
vaccinazione stessa.
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