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STORIA della DIFTERITE

Il Thimerosal dei vaccini distrugge e/o altera la flora intestinale essendo una sostanza altamente tossica
Ecco il recente studio che ha coinvolto più di 17.000 bambini fino a 19 anni
Questo studio-indagine attualmente in corso è stato avviato dall’omeopata Andreas Bachmair.

 

STORIA della DIFTERITE

La difterite, come affezione della gola soffocante e dalla natura contagiosa, era conosciuta sicuramente fin dalla remota antichità.
Lo si può dedurre dalle descrizioni delle diverse “angine” che affliggevano gli uomini, tra le quali una si distingueva per la sua gravità e elevata mortalità.
Anche se le diverse forme di angina non furono nosologicamente inquadrate che nel XIX secolo (Bretonneau), tuttavia la difterite è identificabile nelle descrizioni fatte dai diversi autori del passato più o meno remoto.
Nel Talmud viene citata un’affezione della gola chiamata “Askerà” che era obbligatorio denunciare alla comunità col suono della tuba (safar) in segno di allarme; ciò fa pensare ad una forma morbosa particolarmente pericolosa e contagiosa, come la difterite.
Ippocrate descrive varie specie di angine, una delle quali mostra di avere i caratteri della difterite (sibilo della faringe, retrobocca ricoperto di saliva densa e vischiosa che il malato riesce a sputare con molta difficoltà, impossibilità del malato di stare sdraiato per il pericolo di soffocare).
La prima vera descrizione della difterite la si fa risalire ad Archigene di Apamea, nato ad Apamea, in Siria, venuto a Roma sotto l’impero di Traiano (53-117 d. C.), citato anche da Giovenale come medico di valore, ma valido soprattutto come chirurgo. Ma fu Areteo di Cappadocia (fine II secolo d. C.) a farne la descrizione più esaustiva e drammatica. Areteo scrive: ”In quelli che sono presi dalla cinanche(2), l’infiammazione attacca le tonsille, le fauci e tutta la bocca.
La lingua sporge fuori dai denti, le labbra si fanno prominenti e da’ loro orli fluiscono la saliva e una pituita crassa fuor di modo e frigida: la faccia rosseggia e si gonfia; gli occhi in fuori, lucenti e rosseggianti: la bevanda è respinta alle narici. I dolori sono acuti, ma quanto più minaccia la soffocazione, tanto meno sentiti: il petto e il cuore sembrano ardere tra le fiamme, e altrettanto ardente è il desiderio d’aria fresca; e così in progresso va assottigliandosi la respirazione, che finalmente impedito il passaggio dell’aria nel petto, restano i miseri soffocati."(3)
Ad Areteo si richiameranno gli autori bizantini Ezio d’Amida (V-VI sec.) e Paolo d’Egina (VII sec.).
Galeno (129-201 d. C.), a sua volta, nomina un’angina “strangolante”.
Già nel periodo romano ci si pose il problema di come risolvere il grave quadro asfittico delle forme ostruttive delle alte vie respiratorie e Asclepiade di Bitinia (I secolo d. C.) seguito da Antillo (III secolo d. C.) raccomandarono la tracheotomia.
Del periodo medievale non sono stati trovati scritti che descrivessero sintomi ascrivibili alla difterite ed alcuni (Ackerknecht) pensano che in quel periodo la malattia fosse in una fase di quiescenza. (Nel Medio Evo, dopo la caduta dell’Impero Romano, la popolazione si era rarefatta notevolmente disperdendosi in piccoli villaggi e le città si erano spopolate, perciò le epidemie avevano minore facilità di manifestarsi).

Ma nel XVI secolo furono descritte numerose epidemie di difterite in Inghilterra, Paesi Bassi, Francia, Svizzera, Spagna.
Nel 1640 Baillon descrisse un’epidemia verificatasi in Parigi nel 1576, particolarmente violenta.
La tracheotomia torna ad essere raccomandata dai più valenti chirurghi tra il XVI e il XVII secolo come il Guidi, Fabrizio d’Acquapendente, Paré, Severino e altri. Fabrizio d’Acquapendente (1533-1619), uno dei più grandi anatomisti e chirurghi dello studio di Padova, si premurava però di sottolineare che :”(…) si deve tagliare in ogni difficoltà di respirazione, dove è pericolo sovrastante di soffocamento e gli altri rimedi non giovano; se però tutta l’aspra arteria (la trachea, N.d.R.), e’ l polmone non sieno ripieni di lordura e sporciztia, per cagion della quale necessariamente si affoghi il paziente (…), richiamandosi a quanto affermato dagli autori antichi come Rhazes, Avicenna, Avenzoar. Secondo Fabrizio quindi la tracheotomia si sarebbe resa necessaria in presenza di una grave difficoltà respiratoria di tipo ostruttivo dalla laringe in su, mentre: ”(…) dove è in giù (sotto la laringe, N.d.R.), se n’ha d’astenere (…).

Nel XVII secolo le descrizioni della malattia si fanno sempre più numerose, soprattutto nella Spagna che è flagellata da devastanti epidemie del “mal del garrotillo”, come veniva chiamata la difterite in quel paese, dal mezzo usato (la garrota) per strangolare i condannati a morte(4).
Ne fanno testo le opere di Francisco Perez(5) e di Casales P(6). Perez oltre che descrivere i sintomi del morbo fa un chiaro riferimento all’immunità acquisita, quando scrive:”(…) molti vengono colpiti da questo morbo, ma non vi ricadono (…)” e spiega l’etiologia della malattia con argomentazioni di tipo umoralistico, scrivendo: ”(…) è una profonda putrefazione dei muscoli della gola, che trae la sua origine da un umore mordace e corrodente, che deve essere allontanato dall’organismo (…)”.
Anche Napoli nel 1617 fu colpita da una tremenda epidemia, descritta da Foglia e da Sgambati(7). Mentre il primo credeva ancora che le cause del morbo risiedessero nella corruzione dell’aria dovuta all’influsso maligno degli astri, il secondo dichiarava invece la sua contrarietà a queste credenze.
Sgambati descrisse molto bene la malattia con le caratteristiche membrane bianche, la difficoltà di respiro e la morte per soffocamento, corredando la descrizione con riscontri anatomo-patologici e facendo la diagnosi differenziale con altre forme di angina.
Straordinaria intuizione riguardo alla neurotossicità della malattia ebbe l’anatomico Tommaso Bartolini, che nel suo “De angina puerorum”8 sostenne che "l’angina soffocativa", come lui la chiamava, fosse causata da un virus tossico (l’esotossina difterica) contagioso che, passando attraverso le narici, andasse a contaminare il cervello e il midollo spinale. Egli infatti aveva notato nel paziente affetto una debolezza generale accompagnata a volte da strabismo.

Nel XVIII secolo la malattia tardò ancora ad essere nosologicamente inquadrata; infatti anche il più noto dei pediatri di questo secolo, Rosen de Rosenstein, scrisse nel suo “Trattato delle malattie dei bambini”(9): ”I fogli periodici di Stoccolma fanno sovente menzione di bambini morti per malattie sconosciute. Fra queste si può annoverare un mal di gola talmente ignoto al nostro popolo che finora non ha ricevuto un nome proprio. Io non veggo nemmeno che abbia nome presso gli altri popoli d’Europa, eccettuata la Scozia, dove si chiama “morbus strangulatorius”. I medici stranieri non ne parlano più dei nostri etc.”.
Ma nello stesso periodo gli studi sulla difterite, che non aveva ancora assunto questo nome, si fecero più intensi.
Le due tremende epidemie che avevano colpito Cremona nel 1747 e nel 1748 indussero Martino Ghisi (1715-1794) a compiere osservazioni approfondite anche di tipo anatomo-patologico.
Queste gli consentirono di descrivere per primo le pseudomembrane difteriche, trovate nello sputo dei malati e nella sezione dei cadaveri e ad evidenziare all’esame obiettivo, fatto sul vivente malato, la paralisi del velopendulo. Questi suoi lavori gli meritarono dal Bretonneau l’appellativo di “le père du croup”.
Il Ghisi distinse le angine in leggere, a localizzazione faringea, e gravi o “strepitose” a voler indicare, con questo aggettivo, il caratteristico rumore respiratorio dovuto all’ostruzione laringea.
Nel 1765 il medico scozzese Francis Home (1719-1813) coniò il termine “croup” per designare l’angina soffocante in un suo libro sulle angine maligne, ma incorse ancora nell’errore di considerare la forma faringea, più benigna, e quella laringea o croup, come due entità nosologicamente distinte, dovute a cause diverse.
Nello stesso errore cadde anche Samuel Bard (1742-1821), della scuola di Edimburgo, mentre ancora nel 1834 il francese F. Fourquet, medico delle epidemie del Dipartimento dell’Alta Garonna, nel suo Essais sur le croup, sosteneva la non contagiosità della malattia.
Nella scuola tedesca, autori di grande rilievo, come Virchow e Schonlhein, sostenevano che l’angina difterica era un’infiammazione locale; niente di infettivo, dunque.
La gravità della malattia, che non risparmiò neppure la famiglia di Napoleone Bonaparte, quando morì di difterite il nipotino di 5 anni figlio di Ortensia Beauharnais e Luigi Bonaparte, indusse lo stesso imperatore a bandire un concorso che assegnava 12.000 franchi “all’autore della migliore memoria sulla natura di questa malattia e sui mezzi di prevenirla e di assicurare il successo del suo trattamento", ma i risultati di 79 memorie, di cui due premiate, non portarono a nulla, perché ancora improntate ad un grossolano empirismo.
Bisognerà inoltrarsi nel XIX secolo prima di fare un passo in avanti nell’inquadramento nosologico di questa malattia, quando Bretonneau (1778-1862), nel 1826, ammise l’identità della forma faringea con quella laringea o croup, assegnando alla malattia il nome di difterite(10).
Gli studi di Bretonneau furono proseguiti dal suo grande allievo Trousseau (1801-1867), che affermo' la infettività della malattia dicendo anche che questa, pur essendo localizzata alla gola, immetteva i suoi veleni in tutto l’organismo portandolo a morte, intuendo la presenza delle “tossine”.
Egli riuscì a guarire della difterite un bambino cauterizzando le membrane difteriche con nitrato d’argento e con insufflazioni di polvere di allume e sostenendolo fisicamente con misture toniche a base di china.
Trousseau ebbe anche il merito di aver riesumato il metodo della tracheotomia per i casi di urgenza, sostenuto in questo da tutti i chirurghi e dal suo maestro Bretonneau. Pur meritevole nelle intenzioni, il suo metodo fu però di ostacolo all’accettazione di un'altra tecnica meno cruenta che è quella della intubazione.
Preceduto dal tedesco G. F. Dieffenbach che tentò una sua prima esperienza di cateterismo laringeo nel 1839 all’Ospedale della “ Charitè” di Berlino, il vero ideatore della tecnica della intubazione fu il pediatra francese Bouchut che presentò il suo metodo il 18 settembre 1858 all’Accademia di Medicina di Parigi, dove però fu ostacolato dallo stesso Trousseau, relatore dell’Accademia, che condannò il metodo per i difetti dello strumento.
Circa trent’anni dopo, nel 1885, l’americano O’ Dwyer (1841-1908), all’insaputa delle pubblicazioni del Bouchut, annunziò un suo metodo d’intubazione, raccomandandolo nei casi gravi al posto della tracheotomia, trovando l’appoggio del grande pediatra Abraham Jacobi (1830-1919), che lo lanciò in tutta l’America e nel resto del mondo. In Italia fu Francesco Egidi a praticare tale metodo nel 1889. Il metodo dell’intubazione tracheale ebbe la sua ufficiale consacrazione nel 1900 al Congresso Internazionale di Pediatria e Laringologia di Berlino.
O’ Dwyer, nel 1908, conobbe purtroppo la triste sorte di morire della stessa malattia, contratta durante la sua generosa e infaticabile assistenza ai piccoli difterici.
L’identificazione dell’agente causale della difterite fu fatta da E. Klebs nel 1883, quando egli riuscì a colorare dei campioni ottenuti dalle membrane difteriche.
L’anno successivo, nel 1884, Loeffler riuscì a coltivare il microrganismo in terreno artificiale e mostrò che esso provocava nelle cavie un’infezione mortale molto simile alla malattia umana. Constatò anche che i bacilli difterici si trovavano solo nelle pseudomembrane e non in circolo.

(1)Malattia infettiva acuta dovuta a un batterio Gram positivo asporigeno (Corynrbacterium diphteriae)
(2)Termine latino sinonimo di “angina”, derivato dal greco “synanche”.
(3)Da : ARETEO di Cappadocia, Delle cause, dei segni e della cura delle malattie acute e croniche, libri otto volgarizzati da Francesco Puccinotti, Livorno, Tipografia Bertani e Antonelli e C., 1844.
(4)Ma verrà chiamata anche :morbus strangulatorius, soffocatio stridula, male di gola affogativo, angina soffocante.
5)Liber de affectionibus puerorum una cum tractatus de garrotillo appellato. Madrid, 1611
(6) De morbo garrotillo appellato. Madrid, 1611
(7) De pestilenti faucium affectu,Neapoli Saeviente opusculum. Napoli, 1620.
(8) Edito a Parigi nel 1646
(9) Edito a Stoccolma nel 1764 ( trad. Italiana di G. B. Palletta, Milano 1780
(10) Dal greco “diftera”, che significa membrana
By  Dott. Antonio Semprini (pediatra) - Tratto da: pediatria.it

Commento
NdR: pur condividendo la cronistoria qui narrata della difterite, ricordo che questa cosiddetta "malattia" e'  solo un sintomo che si manifesta particolarmente nella gola, tonsille, faringe, laringe, ecc., ed e' semplicemente uno stato di intossicazione + infiammazione conseguente, mal curata, che avanzando, produce l'ingrossamento delle mucose e della parte, fino al soffocamento per mancanza di possibilita' respiratoria del soggetto; ne sono colpiti specialmente, facilmente e tipicamente i bambini mal alimentati i bambini vaccinati in precedenza da qualsiasi vaccino, negli adulti e' piuttosto rara, anche se non viene diagnosticata, perche' parte da un banale mal di gola ed in genere non arriva a questa grave forma.
Quindi va curata semplicemente applicando la medicina naturale anche in questo caso:  Fior di zolfo + crudismo + enteroclisma + freddo sulla gola con cataplasmi + frizioni fredde. Se non viene curata in questo modo facilmente il soggetto, specie se bambini, ragazzo, muore.

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vedi anche: Difterite + Difterite a pag 23 + pag 24 + pag 25 +
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