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STORIA della DIFTERITE
La
difterite, come affezione della gola soffocante e dalla
natura contagiosa, era conosciuta sicuramente fin dalla
remota antichità.
Lo si può dedurre dalle descrizioni delle diverse
“angine” che affliggevano gli uomini, tra le quali una
si distingueva per la sua gravità e elevata mortalità.
Anche se le diverse forme di angina non furono nosologicamente inquadrate che nel XIX secolo (Bretonneau),
tuttavia la difterite è identificabile nelle descrizioni
fatte dai diversi autori del passato più o meno remoto.
Nel Talmud viene citata un’affezione della gola chiamata
“Askerà” che era obbligatorio denunciare alla comunità
col suono della tuba (safar) in segno di allarme; ciò fa
pensare ad una forma morbosa particolarmente pericolosa
e contagiosa, come la difterite.
Ippocrate descrive varie specie di angine, una delle
quali mostra di avere i caratteri della difterite
(sibilo della faringe, retrobocca ricoperto di saliva
densa e vischiosa che il malato riesce a sputare con
molta difficoltà, impossibilità del malato di stare
sdraiato per il pericolo di soffocare).
La prima vera
descrizione della difterite la si fa risalire ad Archigene di Apamea, nato ad Apamea, in Siria, venuto a
Roma sotto l’impero di Traiano (53-117 d. C.), citato
anche da Giovenale come medico di valore, ma valido
soprattutto come chirurgo. Ma fu Areteo di Cappadocia
(fine II secolo d. C.) a farne la descrizione più
esaustiva e drammatica. Areteo scrive: ”In quelli che
sono presi dalla cinanche(2), l’infiammazione attacca le
tonsille, le fauci e tutta la bocca.
La lingua sporge
fuori dai denti, le labbra si fanno prominenti e da’
loro orli fluiscono la saliva e una pituita crassa fuor
di modo e frigida: la faccia rosseggia e si gonfia; gli
occhi in fuori, lucenti e rosseggianti: la bevanda è
respinta alle narici. I dolori sono acuti, ma quanto più
minaccia la soffocazione, tanto meno sentiti: il petto e
il cuore sembrano ardere tra le fiamme, e altrettanto
ardente è il desiderio d’aria fresca; e così in
progresso va assottigliandosi la respirazione, che
finalmente impedito il passaggio dell’aria nel petto,
restano i miseri soffocati."(3)
Ad Areteo si richiameranno gli autori bizantini Ezio d’Amida
(V-VI sec.) e Paolo d’Egina (VII sec.).
Galeno (129-201 d. C.), a sua volta, nomina un’angina
“strangolante”.
Già nel periodo romano ci si pose il problema di come
risolvere il grave quadro asfittico delle forme
ostruttive delle alte vie respiratorie e Asclepiade di
Bitinia (I secolo d. C.) seguito da Antillo (III secolo
d. C.) raccomandarono la tracheotomia.
Del periodo medievale non sono stati trovati scritti che
descrivessero sintomi ascrivibili alla difterite ed
alcuni (Ackerknecht) pensano che in quel periodo la
malattia fosse in una fase di quiescenza. (Nel Medio
Evo, dopo la caduta dell’Impero Romano, la popolazione
si era rarefatta notevolmente disperdendosi in piccoli
villaggi e le città si erano spopolate, perciò le
epidemie avevano minore facilità di manifestarsi).
Ma
nel XVI secolo furono descritte numerose epidemie di
difterite in Inghilterra, Paesi Bassi, Francia,
Svizzera, Spagna.
Nel 1640 Baillon descrisse un’epidemia verificatasi in
Parigi nel 1576, particolarmente violenta.
La tracheotomia torna ad essere raccomandata dai più
valenti chirurghi tra il XVI e il XVII secolo come il
Guidi, Fabrizio d’Acquapendente, Paré, Severino e altri.
Fabrizio d’Acquapendente (1533-1619), uno dei più grandi
anatomisti e chirurghi dello studio di Padova, si
premurava però di sottolineare che :”(…) si deve
tagliare in ogni difficoltà di respirazione, dove è
pericolo sovrastante di soffocamento e gli altri rimedi
non giovano; se però tutta l’aspra arteria (la trachea,
N.d.R.), e’ l polmone non sieno ripieni di lordura e
sporciztia, per cagion della quale necessariamente si
affoghi il paziente (…), richiamandosi a quanto
affermato dagli autori antichi come Rhazes, Avicenna,
Avenzoar. Secondo Fabrizio quindi la tracheotomia si
sarebbe resa necessaria in presenza di una grave
difficoltà respiratoria di tipo ostruttivo dalla laringe
in su, mentre: ”(…) dove è in giù (sotto la laringe,
N.d.R.), se n’ha d’astenere (…).
Nel
XVII secolo le descrizioni della malattia si fanno
sempre più numerose, soprattutto nella Spagna che è
flagellata da devastanti epidemie del “mal del
garrotillo”, come veniva chiamata la difterite in quel
paese, dal mezzo usato (la garrota) per strangolare i
condannati a morte(4).
Ne fanno testo le opere di Francisco Perez(5) e di
Casales P(6). Perez oltre che descrivere i sintomi del
morbo fa un chiaro riferimento all’immunità acquisita,
quando scrive:”(…) molti vengono colpiti da questo
morbo, ma non vi ricadono (…)” e spiega l’etiologia
della malattia con argomentazioni di tipo umoralistico,
scrivendo: ”(…) è una profonda putrefazione dei muscoli
della gola, che trae la sua origine da un umore mordace
e corrodente, che deve essere allontanato dall’organismo
(…)”.
Anche Napoli nel 1617 fu colpita da una tremenda
epidemia, descritta da Foglia e da Sgambati(7). Mentre
il primo credeva ancora che le cause del morbo
risiedessero nella corruzione dell’aria dovuta
all’influsso maligno degli astri, il secondo dichiarava
invece la sua contrarietà a queste credenze.
Sgambati descrisse molto bene la malattia con le
caratteristiche membrane bianche, la difficoltà di
respiro e la morte per soffocamento, corredando la
descrizione con riscontri anatomo-patologici e facendo
la diagnosi differenziale con altre forme di angina.
Straordinaria intuizione riguardo alla neurotossicità
della malattia ebbe l’anatomico Tommaso Bartolini, che
nel suo “De angina puerorum”8 sostenne che "l’angina
soffocativa", come lui la chiamava, fosse causata da un
virus tossico (l’esotossina difterica) contagioso che,
passando attraverso le narici, andasse a contaminare il
cervello e il midollo spinale. Egli infatti aveva notato
nel paziente affetto una debolezza generale accompagnata
a volte da strabismo.
Nel
XVIII secolo la malattia tardò ancora ad essere
nosologicamente inquadrata; infatti anche il più noto
dei pediatri di questo secolo, Rosen de Rosenstein,
scrisse nel suo “Trattato delle malattie dei
bambini”(9): ”I fogli periodici di Stoccolma fanno
sovente menzione di bambini morti per malattie
sconosciute. Fra queste si può annoverare un mal di gola
talmente ignoto al nostro popolo che finora non ha
ricevuto un nome proprio. Io non veggo nemmeno che abbia
nome presso gli altri popoli d’Europa, eccettuata la
Scozia, dove si chiama “morbus strangulatorius”. I
medici stranieri non ne parlano più dei nostri etc.”.
Ma nello stesso periodo gli studi sulla difterite, che
non aveva ancora assunto questo nome, si fecero più
intensi.
Le due tremende epidemie che avevano colpito
Cremona nel 1747 e nel 1748 indussero Martino Ghisi
(1715-1794) a compiere osservazioni approfondite anche
di tipo anatomo-patologico.
Queste gli consentirono di
descrivere per primo le pseudomembrane difteriche,
trovate nello sputo dei malati e nella sezione dei
cadaveri e ad evidenziare all’esame obiettivo, fatto sul
vivente malato, la paralisi del velopendulo. Questi suoi
lavori gli meritarono dal Bretonneau l’appellativo di
“le père du croup”.
Il Ghisi distinse le angine in
leggere, a localizzazione faringea, e gravi o
“strepitose” a voler indicare, con questo aggettivo, il
caratteristico rumore respiratorio dovuto all’ostruzione
laringea.
Nel 1765 il medico scozzese Francis Home (1719-1813)
coniò il termine “croup” per designare l’angina
soffocante in un suo libro sulle angine maligne, ma
incorse ancora nell’errore di considerare la forma
faringea, più benigna, e quella laringea o croup, come
due entità nosologicamente distinte, dovute a cause
diverse.
Nello stesso errore cadde anche Samuel Bard
(1742-1821), della scuola di Edimburgo, mentre ancora
nel 1834 il francese F. Fourquet, medico delle epidemie
del Dipartimento dell’Alta Garonna, nel suo Essais sur
le croup, sosteneva la non contagiosità della malattia.
Nella scuola tedesca, autori di grande rilievo, come Virchow e Schonlhein, sostenevano che l’angina difterica
era un’infiammazione locale; niente di infettivo,
dunque.
La gravità della malattia, che non risparmiò neppure la
famiglia di Napoleone Bonaparte, quando morì di
difterite il nipotino di 5 anni figlio di Ortensia
Beauharnais e Luigi Bonaparte, indusse lo stesso
imperatore a bandire un concorso che assegnava 12.000
franchi “all’autore della migliore memoria sulla natura
di questa malattia e sui mezzi di prevenirla e di
assicurare il successo del suo trattamento", ma i
risultati di 79 memorie, di cui due premiate, non
portarono a nulla, perché ancora improntate ad un
grossolano empirismo.
Bisognerà inoltrarsi nel XIX secolo prima di fare un
passo in avanti nell’inquadramento nosologico di questa
malattia, quando Bretonneau (1778-1862), nel
1826, ammise l’identità della forma faringea con quella
laringea o croup, assegnando alla malattia il nome di
difterite(10).
Gli studi di Bretonneau furono proseguiti
dal suo grande allievo Trousseau (1801-1867), che
affermo'
la infettività della malattia dicendo anche che
questa, pur essendo localizzata alla gola, immetteva i
suoi veleni in tutto l’organismo portandolo a morte,
intuendo la presenza delle “tossine”.
Egli riuscì a
guarire della difterite un bambino cauterizzando le
membrane difteriche con nitrato d’argento e con
insufflazioni di polvere di allume e sostenendolo
fisicamente con misture toniche a base di china.
Trousseau ebbe anche il merito di aver riesumato il
metodo della tracheotomia per i casi di urgenza,
sostenuto in questo da tutti i chirurghi e dal suo
maestro Bretonneau. Pur meritevole nelle intenzioni, il
suo metodo fu però di ostacolo all’accettazione di
un'altra tecnica meno cruenta che è quella della
intubazione.
Preceduto dal tedesco G. F. Dieffenbach che tentò una
sua prima esperienza di cateterismo laringeo nel 1839
all’Ospedale della “ Charitè” di Berlino, il vero
ideatore della tecnica della intubazione fu il pediatra
francese Bouchut che presentò il suo metodo il 18
settembre 1858 all’Accademia di Medicina di Parigi, dove
però fu ostacolato dallo stesso Trousseau, relatore
dell’Accademia, che condannò il metodo per i difetti
dello strumento.
Circa trent’anni dopo, nel 1885, l’americano O’ Dwyer
(1841-1908), all’insaputa delle pubblicazioni del
Bouchut, annunziò un suo metodo d’intubazione,
raccomandandolo nei casi gravi al posto della
tracheotomia, trovando l’appoggio del grande pediatra
Abraham Jacobi (1830-1919), che lo lanciò in tutta
l’America e nel resto del mondo. In Italia fu Francesco
Egidi a praticare tale metodo nel 1889. Il metodo
dell’intubazione tracheale ebbe la sua ufficiale
consacrazione nel 1900 al Congresso Internazionale di
Pediatria e Laringologia di Berlino.
O’ Dwyer, nel 1908, conobbe purtroppo la triste sorte di
morire della stessa malattia, contratta durante la sua
generosa e infaticabile assistenza ai piccoli difterici.
L’identificazione dell’agente causale della difterite fu
fatta da E. Klebs nel 1883, quando egli riuscì a
colorare dei campioni ottenuti dalle membrane
difteriche.
L’anno successivo, nel 1884, Loeffler riuscì a coltivare
il microrganismo in terreno artificiale e mostrò che
esso provocava nelle cavie un’infezione mortale molto
simile alla malattia umana. Constatò anche che i bacilli
difterici si trovavano solo nelle pseudomembrane e non
in circolo.
(1)Malattia infettiva acuta dovuta a un batterio Gram
positivo asporigeno (Corynrbacterium diphteriae)
(2)Termine latino sinonimo di “angina”, derivato dal
greco “synanche”.
(3)Da : ARETEO di Cappadocia, Delle cause, dei segni e
della cura delle malattie acute e croniche, libri otto
volgarizzati da Francesco Puccinotti, Livorno,
Tipografia Bertani e Antonelli e C., 1844.
(4)Ma verrà chiamata anche :morbus strangulatorius,
soffocatio stridula, male di gola affogativo, angina
soffocante.
5)Liber de affectionibus puerorum una cum tractatus de
garrotillo appellato. Madrid, 1611
(6) De morbo garrotillo appellato. Madrid, 1611
(7) De pestilenti faucium affectu,Neapoli Saeviente
opusculum. Napoli, 1620.
(8) Edito a Parigi nel 1646
(9) Edito a Stoccolma nel 1764 ( trad. Italiana di G. B.
Palletta, Milano 1780
(10) Dal greco “diftera”, che significa membrana
By Dott.
Antonio Semprini (pediatra) - Tratto da:
pediatria.it
Commento
NdR: pur condividendo la cronistoria qui narrata della
difterite, ricordo che questa cosiddetta "malattia"
e' solo un
sintomo che si manifesta particolarmente nella
gola,
tonsille,
faringe,
laringe, ecc., ed e' semplicemente uno stato di
intossicazione +
infiammazione
conseguente, mal curata, che avanzando, produce
l'ingrossamento delle mucose e della parte, fino al
soffocamento per mancanza di possibilita' respiratoria
del soggetto; ne sono colpiti specialmente, facilmente e
tipicamente i bambini
mal alimentati i bambini
vaccinati in
precedenza da qualsiasi
vaccino, negli
adulti e' piuttosto rara, anche se non viene
diagnosticata, perche' parte da un banale mal di gola ed
in genere non arriva a questa grave forma.
Quindi va curata semplicemente applicando la
medicina naturale
anche in questo caso:
Fior di zolfo
+ crudismo +
enteroclisma +
freddo
sulla gola con cataplasmi +
frizioni
fredde.
Se non viene curata in questo modo facilmente il
soggetto, specie se bambini, ragazzo, muore.
Italy -
Ecco la VERITA' sulle
statistiche comparate
sui vaccini e le malattie dalle quali dovrebbero
proteggere...
vedi anche:
Difterite
+
Difterite a
pag 23
+
pag 24
+
pag 25
+
Polio e Vaccini
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