Il Mondo visto "dall'alto".
Megalopoli con decine di milioni di
persone che vivono ed operano in un ambiente "costruito",
artificiale. Questo, a conti fatti, lo scenario del XXI secolo per la
grande maggioranza della popolazione mondiale. Anche nei Paesi in via di
sviluppo, a ben guardare, il maggior numero di persone vive in realtà del
genere. Poi, le emergenze ambientali.
Il "Pianeta malato" di cui
si parla da decenni. E allora, ecco il controaltare della realtà umana:
la "protezione e conservazione della natura", la tardiva corsa
alla delimitazione delle Aree Protette in tutto il mondo. Parchi Nazionali
fioriti negli ultimi decenni un po' ovunque sul Pianeta, in quegli angoli
ancora miracolosamente scampati all'abdicazione verso quell'"ambiente
costruito" in cui ormai vive la stragrande maggioranza della
popolazione mondiale.
Strano atteggiamento schizoide dell'Uomo, nei
riguardi di se stesso e dell'ambiente in cui vive: da un lato elimina l'
ambiente naturale per le proprie esigenze di sviluppo, costringendo se
stesso a vivere in un ambiente costruito, dall'altro si accorge che la
Natura sta sparendo e allora si precipita a chiuderla in un museo,
restandone comunque lontano e mettendo a tacere la propria coscienza nei
confronti delle proprie responsabilità. Si direbbe un Uomo-bambino, che
ruba la marmellata e poi nasconde il barattolo.
Restando
nel vecchio Continente, gli scenari, concettualmente simili, differiscono
però per l'entità del fenomeno. Le città, gli aggregati umani, sono
sorti comunque nel corso di secoli di storia.
In Italia poi, la realtà è
ancora migliore: non esistono le megalopoli. Esistono le grandi città, ma
esistono anche centri a dimensione più "umana". Esiste, o
meglio, esisterebbe, se non stessimo facendo di tutto per dimenticarcene,
ancora un territorio in cui la presenza umana può essere interpretata
secondo un certo equilibrio con l'ambiente non costruito, con
l'ambiente agricolo, con l'ambiente "semi-naturale", con
l'ambiente naturale.
E
questo perché a dispetto di quanto di peggio è stato fatto negli ultimi
decenni, la nostra storia, la nostra cultura, la nostra tradizione ci
hanno comunque lasciato un'eredità ed un patrimonio
storico-architettonico-paesaggistico, che non ha eguali in nessun altro
posto della Terra. Nostro malgrado. Nonostante il nostro fingere di non
ricordare tutto ciò. Ed è qui il punto fondamentale.
Al di fuori del
Vecchio continente i nuovi scenari sono difficilmente recuperabili, perché
lì gli ambienti costruiti sono sorti pressoché dal nulla.
L'Europa
gode di una situazione più favorevole. L'Italia si pone decisamente in
posizione centrale rispetto a questa posizione favorevole, proprio per la
sua storia e tradizione senza eguali. I contesti artificiali italiani
discendono comunque da insediamenti con secoli di storia alla spalle.
I
contesti agro-silvo-pastorali, i paesaggi agricoli, quelli semi-naturali,
e infine, quelli naturali, che ad essi fanno da contorno, possono svolgere
un ruolo fondamentale per l'integrazione dell'ambiente costruito con
quello non costruito. Non si tratta solo di tutelare e proteggere la
Natura e i suoi delicati equilibri.
Questo
atteggiamento è, per così dire, necessario ma non sufficiente. Che
senso hanno le Aree Protette se poi l'Uomo vive male nell'ambiente che
quotidianamente lo circonda ?
Occorre preoccuparsi non solo degli ambienti
naturali da difendere, ma anche degli ambienti umani da rendere più
vivibili, della qualità della vita dell'Uomo, del suo rapporto con
l'ambiente in cui vive ed opera. Ecco dunque come la nostra Nazione,
"geneticamente" predisposta a dare risposte pratiche a queste
istanze, avrebbe realmente la possibilità di interpretare un ruolo guida
rispetto al problema dell'inserimento dell'Uomo nell'Ambiente, rispetto
alla fruizione dell'ambiente senza la distruzione di quest'ultimo e senza
che quest'ultimo venga vissuto solo come un intoccabile museo. Ma un
elemento è fondamentale perché quest'opportunità possa realizzarsi: la
consapevolezza di tutto ciò, che passa immancabilmente per la
cultura, per l'educazione, per la presa di coscienza di questi delicati
rapporti tra Uomo, ambiente costruito, ambiente agricolo, ambiente
naturale. Riconosciamo allora la mossa giusta: l'eredità di un patrimonio
fatto prima di tradizione agricola ed artigianale e poi industriale e
post-industriale, va riscoperta e rivalutata non solo materialmente, ma
anche e, diremmo, soprattutto, culturalmente.
Reinserire questo patrimonio
nell'"inconscio collettivo", con la consapevolezza storica e
l'orgoglio del proprio passato, delle proprie radici.