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I
TRAPIANTI sono il
dichiarato FALLIMENTO
della
medicina ufficiale, impotente di fronte alle
malattie, essendo
incapace a sanare, essa porta
lentamente ma inesorabilmente il malato verso il
trapianto o la morte prematura.
vedi:
Espianti
1
Dr. David W. Evans, Fellow Commoner of Queens' College Cambridge,
cardiologo dimessosi dal Papworth Hospital per opposizione alla morte
cerebrale, afferma:
"Non c'è modo di accertare una vera morte cerebrale prima della
cessazione della circolazione sanguigna. C'è una grande differenza tra
essere veramente morto ed essere dichiarato clinicamente in morte
cerebrale". (Audizione Parlamento Italiano '92)
Ricercatori
della Harvard University affermano già dal 1992, che non è possibile
accertare la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello
con i mezzi clinico-strumentali attuali.
Critical Care Medicine - vol.20, n° 12, 1992, Harvard Medical School,
boston, Rethinking Brain Death (Ripensamento sulla morte cerebrale).
Il
Presidente dell'Associazione Internazionale di Bioetica, Peter Singer, al
congresso di Cuba (1996), in merito alla riluttanza a donare organi, ha
affermato:
"La gente ha abbastanza buon senso da capire che i “morti
cerebrali” non sono veramente morti... la morte cerebrale non è altro
che una comoda finzione.
Fu proposta ed accettata perché rendeva possibile il procacciamento di
organi".
Tratto
dal sito :
http://www.antipredazione.org/
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
W la Lega
Antipredazione ! - Espianti e Risvegli
Decisamente più agevole
risulta procurarsi le cifre sull'andamento degli
interventi di espianto-trapianto, vero fiore
all'occhiello - come abbiamo visto - dei
nosocomi italiani autorizzati.
Secondo l'Aido nel nostro Paese il numero dei
trapianti di rene é passato, nell'arco temporale
compreso tra
il 1992 e il 2001, da 611 a 1447.
Da 202 a 392 i trapianti di fegato, da 243 a 316
quelli di cuore e da 17 a 62 quelli di polmone.
E i numeri della Campania ? Ecco quelli del
2000: 36 i reni prelevati e trapiantati (di cui
31 all'ospedale Monaldi di Napoli), 11 i cuori
16 i fegati e 2 i polmoni. A dettagliare,
regione per regione, l'andamento delle "quote di
produttività" non poteva che essere una sigla di
forte impronta manageriale. Si tratta infatti
della TMP di Bologna, che sta per Transplant
Procurement Management.
L'industria degli organi in carne ed ossa. Tra
gli scopi dichiarati, quello di "formare una
nuova figura sanitaria, il 'Coordinatore di
donazioni e prelievo di organi', o 'Transplant
Procurement Manager'", perché "attraverso queste
figure professionali il TPM tende all'incremento
di prelievi di organi e tessuti". Tra i
contenuti del corso di formazione, anche il
"Mantenimento del donatore di organi", i
"Criteri di allocazione degli organi" ed i
"Rapporti con i familiari del Donatore". "Il
'merito' di tutto questo - carica Negrello - é
di Nanni Costa, coordinatore dell'Istituto
Nazionale Trapianti, che si vanta d'aver
realizzato la rete dei
coordinatori. Si tratta in realtà di soggetti
che agiscono come 'spie' all'interno dei reparti
di rianimazione, con il compito di controllare
quei medici che vorrebbero curare oltre i limiti
e i tempi imposti dalla legge. I
coordinatori - aggiunge - sono inoltre esperti
nelle tecniche psicologiche per convincere la
famiglia a firmare la donazione di un parente".
I PROTAGONISTI Vediamoli allora più da vicino,
alcuni fra i protagonisti dell'oscura frontiera
trapianti. A partire proprio da Alessandro Nanni
Costa, bolognese doc, nominato direttore
generale del Centro nazionale
trapianti (previsto dalla legge Bindi del '99 ed
annesso all'Istituto superiore di sanità) con un
contratto privato "da 240 milioni di vecchie
lire l'anno", dicono alla Lega di Bergamo. A lui
il compito di gestire una situazione resa ancor
più confusa dalla mancata attuazione della legge
Bindi, con il pasticcio dei tesserini blu, una
pratica del silenzio-assenso rimasta finora
sconosciuta agli italiani e l'aggravante di un
precedente analogo durante la gestione De
Lorenzo, quando la Donor Card vagheggiata
dall'ex ministro partenopeo costò alle tasche
dei contribuenti oltre un miliardo di lire per
un bel nulla di fatto. Ben più concrete le
azioni produttive ed economiche messe in campo
dall'altro monarca assoluto dei trapianti in
Italia.
E' il professor Raffaello Cortesini, direttore
del centro trapianti al Policlinico Umberto
Idella capitale, da sempre tra i leader e
fondatori dell'Opus Dei nel nostro Paese. E con
un manipolo di confratelli religiosi Cortesini
ha amministrato, dal '91 al '98, un'autentica
corazzata del trapianto-espianto. Si tratta di
CBM, una spa con sede a Milano e ben 30 milioni
di euro in dote, vale a dire circa 60 miliardi
di vecchie lire, nella quale il professore
figurava in veste di socio.
Con lui l'altro leader opusdeista Paolo Arullani,
direttore del Campus Biomedico di Roma
(l'università scientifica dell'Opus), detentore
anche di una consistente fetta del capitale
azionario insieme a soci come, fra gli altri,
l'ex finanziere democristiano Gianmario Roveraro,
tra gli artefici dello scandalo Federconsorzi,
ed il manager meneghino Piero Lucchini.
Quanto allo stesso Cortesini, anche lui milanese
purosangue (ma presente spesso a Napoli in
occasione di convegni opusdeisti), classe 1931,
mantiene tuttora saldamente l'intero pacchetto
azionario (8 miliardi di lire e spiccioli) della
spa Cense, dedita alla promozione sociali di
centri educativi, ed una consistente quota di
Ares, l'editrice di casa Opus Dei.
La 'personalità' negli organi Giornalista,
Esperto di medicina psicosomatica ed
alternativa, il milanese Giampaolo Vanoli
propone una nuova serie di interrogativi
connessi al fenomeno di trapianti-espianti.
A cominciare dalla 'personalità degli organi'.
Sull'argomento esiste anche un sito allestito
dallo stesso gruppo di ricercatori,
all'indirizzo
www.mednat.org
“Ogni essere "personalizza" anche i propri
organi e le proprie cellule. Sappiamo già da
interviste effettuate a soggetti trapiantati che
ognuno di essi convive consapevolmente con la
personalità del donatore, anche se non sa chi è.
In un gruppo di auto aiuto fra soggetti
trapiantati, tutti hanno confermato la loro
certezza che in loro convive anche la
personalità del donatore, al punto tale che in
essi cambiano persino i desideri sessuali: nel
caso di un trapianto da maschio a femmina o
viceversa, possono variare i gusti verso cibi,
bevande, vestiti, tipo di attività lavorativa,
modo di vivere ecc.. Nel caso di trapianto di
organi giovani su un cinquantenne si riscontra
come l'energia "imposta" al corpo dell'uomo di
mezza età è tale da sfiancarlo, creandogli anche
dei nuovi ed ulteriori conflitti spirituali
interiori. In altri casi si è osservato che
alcuni, pur non sapendo chi era il donatore, lo
hanno visto in sogno, fornendo anche il nome
preciso. Alcuni soggetti arrivano a parlare,
discutere con questa 'personalità' che è
insediata in loro. Questo significa che tutte le
cellule degli organi che essi hanno ricevuto con
il trapianto, portano impressa la personalità
del
soggetto che li ha "creati" e quindi, quando una
parte del corpo sopravvive alla morte
dell'insieme, l'informazione del campo CEI
(Campo Psico Energetico Informato), quindi anche
il corpo eterico o parte di esso, rimane nelle
cellule dell'organo espiantato e trapiantato,
fornendo al ricevente le
informazioni entro contenute. Su queste basi
sarebbe importante ridiscutere tutta la tecnica
dei trapianti anche nell'interesse del "morto".
La sua parte che non 'muore' (l'organo donato) è
destinata a trascinare il campo psico-energetico
dell'organo sopravvissuto nell' esperienza di
colui che riceve l'organo. Esiste quindi la
possibilità che il Campo CEI del "morto",
"possegga o tenti di possedere" il nuovo corpo,
per poter sopravvivere in questo nuovo
essere/corpo, a discapito della propria e
dell'altrui evoluzione. Va inoltre sottolineato
che non esiste l'organo "standard" come dall'
auto ricambista, ecco perché si verifica "crisi
di rigetto" in ogni trapianto. Inoltre ogni
organo contiene le informazioni del DNA del
soggetto al quale apparteneva: ciò significa che
anche predisposizione genetica a certe malattie
e a quelle somatizzate durante la vita del
donatore Come per le vaccinazioni o le
trasfusioni di sangue, anche per i trapianti non
vengono spiegati i gravi pericoli che ne
conseguono. I trapiantati sono costretti
continuamente ad essere sotto cura con farmaci
immuno soppressori, per cercare di impedire il
rigetto. Non bisogna imporre la propria "fede"
agli altri: lasciamo che ognuno decida
liberamente sui trapianti. Ma siamo
dichiaratamente contro coloro che estraggono un
organo da un corpo non sottoposto al controllo
bio elettronico per accertarne la vera morte.
Primum non nocere Alcune delle dichiarazioni
rese alla Commissione Affari sociali della
Camera da Giuseppe Bartolini, anestesista e
rianimatore con trent'anni di esperienza sul
campo.
Come esplicitamente richiesto, mi baso
esclusivamente su considerazioni mediche. Alcuni
punti mi rendono particolarmente perplesso, in
primo luogo la "morte cerebrale". I mezzi di cui
disponiamo, e che sono previsti dalla legge, non
attestano una morte, ma solo, in negativo, la
nostra incapacità a rilevare segni di talune
attività cerebrali. E le nostre conoscenze in
proposito non ci permettono di affermare con
certezza che si tratta di quelle più importanti.
Il decerebrato è vivo, non vitale, ma vivo; non
è morto finché l' apparato cardiocircolatorio è
in grado di perfondere i vari tessuti. Non si
possono fare analogie con l'arresto
cardiocircolatorio, le cui conseguenze
comportano danni irreversibili a tutte le
strutture dell'organismo, in tempi relativamente
brevi (da minuti ad alcune ore).
Premesso che ogni tipo di trapianto esigerebbe
una discussione a sé, esiste una condizione
necessaria per accettare - per non dire imporre
- un'azione terapeutica ("primum non nocere"):
non mi risulta che l'esistenza di tale
condizione sia documentata a sufficienza nel
caso dei trapianti. Sono stato troppo tempo
spettatore (attore ed autore ed oggetto) di
pubblicazioni scientifiche, da dentro
l'ambiente, per ignorare che i risultati da esse
resi pubblici non si basano su tutto il
"materiale" disponibile, ma, troppo spesso, su
una parte debitamente selezionata di esso. Chi è
del mestiere lo sa, e sa come leggere tra le
righe, ma gli altri ? Quanta parte della
popolazione sa che il trapiantato è nello stato
immunologico del malato di AIDS, con
l'aggravante delle intossicazioni acute e
croniche da parte degli immunosoppressori ?
Quanta parte della popolazione sa che il
trapiantato ha una frequenza di 100 volte (con
punte di 130 per alcuni organi) maggiore
rispetto al non trapiantato nello sviluppare
cancri? Senza contare che uno studio recente (AM
J Cardiol 1997, 80: 746 - 750), su circa 100
trapiantati, ha dimostrato che oltre un terzo di
loro non aveva reale necessità' di dover subire
tale intervento.
SVEGLIATI E CAMMINA. QUELLI CHE SONO TORNATI
Un sistema sanitario sempre più incline al
metodo 'usa e getta', con strutture per la cura
dei pazienti comatosi che chiudono per mancanza
di fondi ed un'industria del 'riciclaggio' di
organi sempre più fiorente. Ecco la mappa in
Campania ed alcune storie di risvegli.
DI ANDREA CINQUEGRANI
"Uno che arriva in coma viene visto in due modi
da quasi tutti i medici, ormai: come un paziente
da curare; ma anche come possibile donatore.
Così, anche psicologicamente, sono meno motivati
a cercare in tutti i modi e a qualunque costo di
salvargli la pelle. Purtroppo, sta succedendo
questo".
Così, alla rianimazione del Cardarelli, parla un
camice bianco che la vede in modo diverso, e
cerca di percorrere quotidianamente ogni sforzo
possibile per salvare vite. "E' una tendenza
sottile, pervasiva, mimetizzata - aggiunge - e
per questo ancora più insidiosa. Comunque, il
vero calvario dei pazienti e dei loro familiari
è dei più atroci. Perché si ritrovano in un
deserto pressoché totale di strutture adeguate
alla cura e al trattamento dei 'dormienti'. Come
se il nostro Paese di loro preferisse lavarsene
le mani". E a cambiare le cose non bastano
storie come quella dell'ex ministro Beniamino
Andreatta, una moglie medico psichiatra, che da
tre anni sopravvive in stato vegetativo. "Ci
vorrebbe un'azione costante, capillare, una
coscienza diversa dei problemi, e poi strutture
adatte".
Invece, appunto, il deserto. Popolato - a quanto
pare - da circa 5 mila anime, "con un turn over
– commenta un tecnico della rianimazione - di un
migliaio l'anno". Dietro al gelo del linguaggio,
questo vuol dire che ogni
anno circa mille non ce la fanno, mentre più o
meno altrettanti entrano nel tunnel. La più
attiva, a livello nazionale, è l'associazione
bolognese Gli amici di Luca, promossa sei anni
fa da Fulvio De Nigris, giornalista, che ha
perso suo figlio dopo anni di calvario. Da
allora ha deciso di dedicarsi
anima e corpo per dar vita a una struttura in
grado di aiutare chi ha bisogno. Fra un anno
dovrebbe veder la luce la Casa dei Risvegli,
presso l'ospedale Bellaria di Bologna. "Si
tratterà della prima struttura del
genere in Italia, una goccia nel mare, ma è
importante cominciare a muovere qualcosa".
Sempre a livello nazionale, poche e spesso
velleitarie le altre iniziative. Una non meglio
identificata Associazione Risveglio ha sede a
Roma, in via Po’, ubicata presso uno studio
legale.
Le statistiche e i dati più aggiornati sul
fenomeno, secondo la coordinatrice, signora
Mancini, risalgono al 1997. "Fra qualche
settimana - aggiunge - l'Istat ci farà avere
quelli a tutto il 2000". Non sa altro. Il
Coordinamento Nazionale Associazioni Traumi
Cranici ha sede presso l'ospedale di Gorizia e
presso un
fantomatico centro Brain di Vicenza, come
indicato nel sito di Cnact.
Peccato che il numero di telefono del primo sia
un fax, mentre quello del secondo corrisponda
allo studio tecnico del geometra vicentino Luca
Martellotto. Né miglior sorte tocca con alcune
sigle che sulla carta dovrebbero occuparsi di
traumatizzati cranici. Irreperibile
l'Associazione Ass.Tra. di Lecco, situata
addirittura presso l'ospedale cittadino: il suo
recapito telefonico risulta inesistente. Ancora
peggio con l'Associazione
Traumi degli ospedali riuniti di Parma: il
telefono indicato nel sito - altrettanto
inesistente - rimanda a un altro numero,
ugualmente fantasma.
Passiamo a Torino per aggirarci ancora tra le
nebbie: Ate, l'Associazione Traumi Encefalici,
teoricamente ubicata presso un'altra sigla,
C.i.e.s. in via S.Agostino, non c'è: il suo
numero, tanto per cambiare, per la Telecom è
'inesistente'. Passiamo a San Pellegrino Terme,
dove opera - o dovrebbe operare - Genesis,
un'Associazione per il recupero dell'Handicap da
Trauma Cranico, come magnificato nel sito:
purtroppo, però, non è possibile contattarla,
visto che il suo telefono è, come di rito,
'inesistente'.
Esiste, invece, ma è intestato alla signora o
signorina Alessandra Mitolo, la sigla Arco 92; e
all'indirizzo indicato (via Poggio Moiano 24)
nessuno sa nulla. Insomma, a questi fantasmi
sembra proprio impossibile rivolgersi per avere
qualche lume. Torniamo dagli Amici di Luca.
"Strutture in Campania? - rispondono - poco o
niente. Forse una clinica a Somma e un'altra a
Telese".
A Somma Vesuviana, in effetti, è attiva la casa
di cura Santa Maria del Pozzo. "Abbiamo avuto un
reparto che ha ospitato comatosi - dice il
direttore sanitario, Maria Pia Minutella - si
trattava di coma vigili, ci
siamo adoperati per farli, come si dice,
risvegliare. Un paio sono ancora da noi, ma non
ne prendiamo più, non ne possiamo più accettare
perché non abbiamo mezzi e strutture
sufficienti". Un infermiere, più concretamente,
commenta: "quel piccolo reparto che c'era va a
smaltimento". Problemi per certi versi opposti a
Telese, nel beneventano, dove opera la
Fondazione Maugeri.
Sono attualmente in funzione due reparti di
neurologia, per una settantina di posti letto
complessivi, diretti dai dottori Claudio Crisci
e
Bernardo Lanzillo. "Siamo praticamente l'unico
presidio a trattare pazienti in stato di coma,
provenienti dalle rianimazioni. Possiamo però
fare poco, perché abbiamo solo una decina di
posti letto attrezzati". Il reparto non ha avuto
fino ad oggi un riconoscimento ufficiale: "non
si tratta, in sostanza, di una unità di
"risveglio", come ad esempio esiste a Cosenza
dal professor Dolce o al Santa Lucia di Roma con
40 posti letto - precisa Lanzillo -; la nostra è
per il recupero e la rieducazione funzionale.
Ma è da tempo che abbiamo presentato alla
Regione un progetto di ampliamento, per fare in
modo che uno dei due reparti possa diventare una
vera e propria unità di risveglio, andando cioè
ben oltre le poche unità che ora possiamo
ospitare.
I locali, le strutture, le apparecchiature
idonee ci sono già, quindi non ci sarebbe da
spendere un euro: si tratterebbe solo di
adeguare, ovviamente, il numero del personale".
Si calcola, infatti, che per ogni paziente sia
necessaria l'assistenza di un infermiere, mentre
un cosiddetto Ota (operatore tecnico ausiliario)
è sufficiente per due malati. "Purtroppo -
commenta con amarezza Lanzillo - le richieste di
accettazione sono diverse, e ci vediamo
nell'impossibilità materiale di affrontarle".
ALL'INFERNO E RITORNO "Il nostro è stato un
calvario, che non auguro a nessuno. Ci siamo
trovati soli, disperati, senza sapere cosa fare.
Mentre nostro figlio lo davano ormai per morto.
Nun parla, signò, nun se move, mi diceva
un'infermiera. Suo figlio non si sveglia, mi
diceva la primaria. E io guardavo il mio Roberto
e mi sentivo anche io di morire". Un calvario,
quello di Carolina e Luigi Sabato da Casafredda,
una piccola frazione a una dozzina di chilometri
da Teano, cominciato a maggio 2001, quando
Roberto, 22 anni, cade dalla moto. Ecco il
racconto di Carolina. "Era pure tornato a casa,
si era cambiato, aveva mangiato un boccone e poi
era uscito di nuovo.
Non mi aveva detto niente. Dopo un'ora ritorna,
dice che gli gira la testa, mi racconta
qualcosa, era caduto con la moto sul ciglio
della strada, le gambe nell'erba, la testa
sull'asfalto. Comincia a vomitare, lo portiamo
al pronto soccorso di Teano, dicono che non è
niente. Torniamo a casa, ma sta peggio, quasi
non si muove, non parla, lo chiamo e non
risponde. Telefoniamo all'ambulanza, tarda; mio
marito dice di tornare a Teano dove l'hanno già
visto, faranno pure qualcosa; giusto il tempo di
intubarlo, e portarlo di corsa all'ospedale
civile di Caserta. Roberto é in coma profondo.
Dopo un'ora lo operano. Ha un grosso ematoma nel
cervello, dicono i dottori. Ma le cose
peggiorano ancora. Dopo due ore l'ematoma si è
formato di nuovo e lo
operano un'altra volta". Continua il racconto
della madre. "Passiamo un mese d'inferno. Non
muove un dito, non parla, non sente, nessun
segno, niente.
Poi improvvisamente il giorno di sant'Antonio,
il 13 giugno, muove le labbra, fa come un
sorriso. C'è una speranza. Ma non sappiamo che
fare.
Domandiamo, ci informiamo, chiediamo se ci sono
posti per quelli che stanno come lui, perché non
può rimanere tutta la vita in rianimazione. Non
ci sono posti, non ci sono strutture adatte, il
tempo passa e lui sta male, poi la
broncopolmonite, eravamo sicuri di perderlo.
Qualcuno ci parla della casa di cura Pozzillo a
Venafro, poi ci dicono che non è cosa. Altri
suggeriscono di andare a Crotone o a Cosenza,
non ricordo. Alla fine sappiamo di Campoli di
Montetaburno, troviamo un posto. Sta sempre
cosìS ma dopo un mese un segnale, comincia a
muovere di nuovo le labbra, qualche sillaba. Poi
passiamo a Telese, che è collegato a Campoli, e
Roberto ci rimane fino a febbraio dell'anno
scorso; alcune notti, quando faceva troppo
freddo e in
paese non c'era dove dormire, mi sono messa per
terra, sul pavimento, vicino a lui.
Sta un poco meglio, e ci dicono che possiamo
portarlo a casa. Ma non andava bene. Stava
seduto sulla poltrona, la testa penzoloni, senza
muoversi, senza più nemmeno quelle piccole
parole". "Torniamo a Telese, ancora cure, fa
fisioterapia, i medici lo curano, le parole un
po' alla volta cominciano a tornare, muove la
mano, alza un po' la gamba. Passano altri mesi
di ansia, ma le cose piano piano vanno un po'
meglio. Poi ancora meglio, comincia a fare
qualche passo col bastone o sotto braccio.
A ottobre lo riportiamo a casa. Svuotiamo il
corridoio e ci mettiamo un passamano perché si
possa appoggiare.
Ogni settimana fa qualche cosa in più, lo vedo
che sta recuperando un poco alla volta. Adesso
che parlo al telefono mi sta sentendo, capisce
che sto raccontando la sua storia. Ha i tendini
ancora bloccati, e anche per questo riesce a
camminare poco. I dottori dicono che ci vuole
un'operazione, ma qui non sanno farla, non ci
sono neuro
ortopedici. Dovremo andare a Milano, tra Legnano
e Busto Arsizio. Chissà, forse un giorno il mio
Roberto potrà riprendere a lavorare. Faceva il
fruttivendolo".
UNA LASTRA DI GHIACCIO Faceva invece
l'imbianchino a Dugenta, nel Sannio, Ferruccio,
24 anni, quando quel tragico 15 gennaio dello
scorso anno sbanda con l'auto per via di una
lastra di ghiaccio, schiantandosi contro un palo
del telefono e un albero. Sua madre muore sul
colpo. Lui viene trasportato al pronto soccorso
dell'ospedale di Benevento. E' in coma.
Trascorre cinquanta giorni in rianimazione.
Sentiamo le parole della sorella, Lina.
"Mamma non ha riportato traumi particolari, i
medici ci hanno detto che è stato per un
infarto. Lui ha sbattuto con violenza la parte
sinistra della testa. Sono stati cinquanta
giorni disperati, nessuno sapeva dirci se ce la
faceva. Nessun segno, nessun movimento, niente.
Gli occhi chiusi, sempre fermo, come un morto.
Poi, i primi segnali, un leggerissimo movimento
delle dita". "Decidiamo di portarlo a San
Giovanni Rotondo. Stiamo lì un paio di mesi. Ma
non succede niente, anzi va peggio. Di nuovo
immobile. Gli occhi sempre sbarrati. Era
addormentato tutto il giorno. I dottori non si
sbilanciavano, come quelli di prima, bisogna
aspettare, vedere cosa succede, dicevano.
Comunque nessuno ha mai detto di operarlo. Anche
se pare aveva un ematoma al cervello". "A questo
punto - dice ancora Lina - non sappiamo più cosa
fare, dove andare. Poi veniamo a sapere di
Telese. Lo portiamo lì.
I primi due mesi niente, poi un giorno muove
appena le dita. Siamo felici, ma non sappiamo se
poi succede come a Benevento, quando è durato un
paio di giorni poi è tornato fermo come prima.
Questa volta invece le muove di nuovo, e anche
il giorno dopo. Piccoli, piccolissimi movimenti,
ogni tanto, ma i dottori dicono che è un buon
segnale. Restiamo a Telese per sette mesi, i
progressi sono andati avanti, ha cominciato a
sollevare un po' il braccio, e la gamba. Lo
faceva a comando, gli dicevano alza la mano e
lui dopo un po'
lo faceva. Un giorno, ha aperto gli occhi. Poi i
primi movimenti delle labbra, una sillaba, la
prima parola il 22 luglio". "A ottobre lo
abbiamo portato a casa. Si era risvegliato.
Anche se faceva ancora poco e
lentamente. Adesso gli fanno tutti i giorni la
fisioterapia, viene una persona per insegnarli a
parlare. Chissà quando potrà tornare come prima.
Tutti dicono che ci vorrà del tempo, molto
tempo. E noi speriamo".
Tratto da:
http://www.informationguerrilla.org/laltra_faccia_del_trapianto.htm
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