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GUIDA  alla  SALUTE con la Natura

"Medicina Alternativa"   per  CORPO  e   SPIRITO
"
Alternative Medicine"
  for  BODY  and SPIRIT
 

 
 


ESPIANTI 
- TRAPIANTI - RISVEGLI
 

I TRAPIANTI sono il dichiarato FALLIMENTO della medicina ufficiale, impotente di fronte alle malattie, essendo incapace a sanare, essa porta lentamente ma inesorabilmente il malato verso il trapianto o la morte prematura.
vedi: Espianti 1


Dr. David W. Evans, Fellow Commoner of Queens' College Cambridge
, cardiologo dimessosi dal Papworth Hospital per opposizione alla morte cerebrale, afferma:
"Non c'è modo di accertare una vera morte cerebrale prima della cessazione della circolazione sanguigna. C'è una grande differenza tra essere veramente morto ed essere dichiarato clinicamente in morte cerebrale". (Audizione Parlamento Italiano '92)
Ricercatori della Harvard University affermano già dal 1992, che non è possibile accertare la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello con i mezzi clinico-strumentali attuali.
Critical Care Medicine - vol.20, n° 12, 1992, Harvard Medical School, boston, Rethinking Brain Death (Ripensamento sulla morte cerebrale).

Il Presidente dell'Associazione Internazionale di Bioetica, Peter Singer, al congresso di Cuba (1996), in merito alla riluttanza a donare organi, ha affermato:
"La gente ha abbastanza buon senso da capire che i “morti cerebrali” non sono veramente morti... la morte cerebrale non è altro che una comoda finzione.  Fu proposta ed accettata perché rendeva possibile il procacciamento di organi".
Tratto dal sito : http://www.antipredazione.org/  

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W la Lega Antipredazione ! - Espianti e Risvegli
Decisamente più agevole risulta procurarsi le cifre sull'andamento degli interventi di espianto-trapianto, vero fiore all'occhiello - come abbiamo visto - dei nosocomi italiani autorizzati.
Secondo l'Aido nel nostro Paese il numero dei trapianti di rene é passato, nell'arco temporale compreso tra
il 1992 e il 2001, da 611 a 1447.
Da 202 a 392 i trapianti di fegato, da 243 a 316 quelli di cuore e da 17 a 62 quelli di polmone.
E i numeri della Campania ? Ecco quelli del 2000: 36 i reni prelevati e trapiantati (di cui 31 all'ospedale Monaldi di Napoli), 11 i cuori 16 i fegati e 2 i polmoni. A dettagliare, regione per regione, l'andamento delle "quote di produttività" non poteva che essere una sigla di forte impronta manageriale. Si tratta infatti della TMP di Bologna, che sta per Transplant Procurement Management.
L'industria degli organi in carne ed ossa. Tra gli scopi dichiarati, quello di "formare una nuova figura sanitaria, il 'Coordinatore di donazioni e prelievo di organi', o 'Transplant Procurement Manager'", perché "attraverso queste figure professionali il TPM tende all'incremento di prelievi di organi e tessuti". Tra i contenuti del corso di formazione, anche il "Mantenimento del donatore di organi", i "Criteri di allocazione degli organi" ed i "Rapporti con i familiari del Donatore". "Il 'merito' di tutto questo - carica Negrello - é di Nanni Costa, coordinatore dell'Istituto Nazionale Trapianti, che si vanta d'aver realizzato la rete dei
coordinatori. Si tratta in realtà di soggetti che agiscono come 'spie' all'interno dei reparti di rianimazione, con il compito di controllare quei medici che vorrebbero curare oltre i limiti e i tempi imposti dalla legge. I
coordinatori - aggiunge - sono inoltre esperti nelle tecniche psicologiche per convincere la famiglia a firmare la donazione di un parente".

I PROTAGONISTI Vediamoli allora più da vicino, alcuni fra i protagonisti dell'oscura frontiera trapianti. A partire proprio da Alessandro Nanni Costa, bolognese doc, nominato direttore generale del Centro nazionale
trapianti (previsto dalla legge Bindi del '99 ed annesso all'Istituto superiore di sanità) con un contratto privato "da 240 milioni di vecchie lire l'anno", dicono alla Lega di Bergamo. A lui il compito di gestire una situazione resa ancor più confusa dalla mancata attuazione della legge Bindi, con il pasticcio dei tesserini blu, una pratica del silenzio-assenso rimasta finora sconosciuta agli italiani e l'aggravante di un precedente analogo durante la gestione De Lorenzo, quando la Donor Card vagheggiata dall'ex ministro partenopeo costò alle tasche dei contribuenti oltre un miliardo di lire per un bel nulla di fatto. Ben più concrete le azioni produttive ed economiche messe in campo dall'altro monarca assoluto dei trapianti in Italia.
E' il professor Raffaello Cortesini, direttore del centro trapianti al Policlinico Umberto Idella capitale, da sempre tra i leader e fondatori dell'Opus Dei nel nostro Paese. E con un manipolo di confratelli religiosi Cortesini ha amministrato, dal '91 al '98, un'autentica corazzata del trapianto-espianto. Si tratta di CBM, una spa con sede a Milano e ben 30 milioni di euro in dote, vale a dire circa 60 miliardi di vecchie lire, nella quale il professore figurava in veste di socio.
Con lui l'altro leader opusdeista Paolo Arullani, direttore del Campus Biomedico di Roma (l'università scientifica dell'Opus), detentore anche di una consistente fetta del capitale azionario insieme a soci come, fra gli altri, l'ex finanziere democristiano Gianmario Roveraro, tra gli artefici dello scandalo Federconsorzi, ed il manager meneghino Piero Lucchini.
Quanto allo stesso Cortesini, anche lui milanese purosangue (ma presente spesso a Napoli in occasione di convegni opusdeisti), classe 1931, mantiene tuttora saldamente l'intero pacchetto azionario (8 miliardi di lire e spiccioli) della spa Cense, dedita alla promozione sociali di centri educativi, ed una consistente quota di Ares, l'editrice di casa Opus Dei.

La 'personalità' negli organi Giornalista, Esperto di medicina psicosomatica ed alternativa, il milanese Giampaolo Vanoli propone una nuova serie di interrogativi connessi al fenomeno di trapianti-espianti.
A cominciare dalla 'personalità degli organi'.
Sull'argomento esiste anche un sito allestito dallo stesso gruppo di ricercatori, all'indirizzo www.mednat.org
“Ogni essere "personalizza" anche i propri organi e le proprie cellule. Sappiamo già da interviste effettuate a soggetti trapiantati che ognuno di essi convive consapevolmente con la personalità del donatore, anche se non sa chi è. In un gruppo di auto aiuto fra soggetti trapiantati, tutti hanno confermato la loro certezza che in loro convive anche la personalità del donatore, al punto tale che in essi cambiano persino i desideri sessuali: nel caso di un trapianto da maschio a femmina o viceversa, possono variare i gusti verso cibi, bevande, vestiti, tipo di attività lavorativa, modo di vivere ecc.. Nel caso di trapianto di organi giovani su un cinquantenne si riscontra come l'energia "imposta" al corpo dell'uomo di mezza età è tale da sfiancarlo, creandogli anche dei nuovi ed ulteriori conflitti spirituali interiori. In altri casi si è osservato che alcuni, pur non sapendo chi era il donatore, lo hanno visto in sogno, fornendo anche il nome preciso. Alcuni soggetti arrivano a parlare, discutere con questa 'personalità' che è insediata in loro. Questo significa che tutte le cellule degli organi che essi hanno ricevuto con il trapianto, portano impressa la personalità del
soggetto che li ha "creati" e quindi, quando una parte del corpo sopravvive alla morte dell'insieme, l'informazione del campo CEI (Campo Psico Energetico Informato), quindi anche il corpo eterico o parte di esso, rimane nelle cellule dell'organo espiantato e trapiantato, fornendo al ricevente le
informazioni entro contenute. Su queste basi sarebbe importante ridiscutere tutta la tecnica dei trapianti anche nell'interesse del "morto". La sua parte che non 'muore' (l'organo donato) è destinata a trascinare il campo psico-energetico dell'organo sopravvissuto nell' esperienza di colui che riceve l'organo. Esiste quindi la possibilità che il Campo CEI del "morto", "possegga o tenti di possedere" il nuovo corpo, per poter sopravvivere in questo nuovo essere/corpo, a discapito della propria e dell'altrui evoluzione. Va inoltre sottolineato che non esiste l'organo "standard" come dall' auto ricambista, ecco perché si verifica "crisi di rigetto" in ogni trapianto. Inoltre ogni organo contiene le informazioni del DNA del soggetto al quale apparteneva: ciò significa che anche predisposizione genetica a certe malattie e a quelle somatizzate durante la vita del donatore Come per le vaccinazioni o le trasfusioni di sangue, anche per i trapianti non
vengono spiegati i gravi pericoli che ne conseguono. I trapiantati sono costretti continuamente ad essere sotto cura con farmaci immuno soppressori, per cercare di impedire il rigetto. Non bisogna imporre la propria "fede" agli altri: lasciamo che ognuno decida liberamente sui trapianti. Ma siamo dichiaratamente contro coloro che estraggono un organo da un corpo non sottoposto al controllo bio elettronico per accertarne la vera morte.

Primum non nocere Alcune delle dichiarazioni rese alla Commissione Affari sociali della Camera da Giuseppe Bartolini, anestesista e rianimatore con trent'anni di esperienza sul campo.

Come esplicitamente richiesto, mi baso esclusivamente su considerazioni mediche. Alcuni punti mi rendono particolarmente perplesso, in primo luogo la "morte cerebrale". I mezzi di cui disponiamo, e che sono previsti dalla legge, non attestano una morte, ma solo, in negativo, la nostra incapacità a rilevare segni di talune attività cerebrali. E le nostre conoscenze in proposito non ci permettono di affermare con certezza che si tratta di quelle più importanti. Il decerebrato è vivo, non vitale, ma vivo; non è morto finché l' apparato cardiocircolatorio è in grado di perfondere i vari tessuti. Non si possono fare analogie con l'arresto cardiocircolatorio, le cui conseguenze comportano danni irreversibili a tutte le strutture dell'organismo, in tempi relativamente brevi (da minuti ad alcune ore).
Premesso che ogni tipo di trapianto esigerebbe una discussione a sé, esiste una condizione necessaria per accettare - per non dire imporre - un'azione terapeutica ("primum non nocere"): non mi risulta che l'esistenza di tale condizione sia documentata a sufficienza nel caso dei trapianti. Sono stato troppo tempo spettatore (attore ed autore ed oggetto) di pubblicazioni scientifiche, da dentro l'ambiente, per ignorare che i risultati da esse resi pubblici non si basano su tutto il "materiale" disponibile, ma, troppo spesso, su una parte debitamente selezionata di esso. Chi è del mestiere lo sa, e sa come leggere tra le righe, ma gli altri ? Quanta parte della popolazione sa che il trapiantato è nello stato immunologico del malato di AIDS, con l'aggravante delle intossicazioni acute e croniche da parte degli immunosoppressori ?
Quanta parte della popolazione sa che il trapiantato ha una frequenza di 100 volte (con punte di 130 per alcuni organi) maggiore rispetto al non trapiantato nello sviluppare cancri? Senza contare che uno studio recente (AM J Cardiol 1997, 80: 746 - 750), su circa 100 trapiantati, ha dimostrato che oltre un terzo di loro non aveva reale necessità' di dover subire tale intervento.

SVEGLIATI E CAMMINA. QUELLI CHE SONO TORNATI
Un sistema sanitario sempre più incline al metodo 'usa e getta', con strutture per la cura dei pazienti comatosi che chiudono per mancanza di fondi ed un'industria del 'riciclaggio' di organi sempre più fiorente. Ecco la mappa in Campania ed alcune storie di risvegli.

DI ANDREA CINQUEGRANI
"Uno che arriva in coma viene visto in due modi da quasi tutti i medici, ormai: come un paziente da curare; ma anche come possibile donatore. Così, anche psicologicamente, sono meno motivati a cercare in tutti i modi e a qualunque costo di salvargli la pelle. Purtroppo, sta succedendo questo".
Così, alla rianimazione del Cardarelli, parla un camice bianco che la vede in modo diverso, e cerca di percorrere quotidianamente ogni sforzo possibile per salvare vite. "E' una tendenza sottile, pervasiva, mimetizzata - aggiunge - e per questo ancora più insidiosa. Comunque, il vero calvario dei pazienti e dei loro familiari è dei più atroci. Perché si ritrovano in un deserto pressoché totale di strutture adeguate alla cura e al trattamento dei 'dormienti'. Come se il nostro Paese di loro preferisse lavarsene le mani". E a cambiare le cose non bastano storie come quella dell'ex ministro Beniamino Andreatta, una moglie medico psichiatra, che da tre anni sopravvive in stato vegetativo. "Ci vorrebbe un'azione costante, capillare, una coscienza diversa dei problemi, e poi strutture adatte".

Invece, appunto, il deserto. Popolato - a quanto pare - da circa 5 mila anime, "con un turn over – commenta un tecnico della rianimazione - di un migliaio l'anno". Dietro al gelo del linguaggio, questo vuol dire che ogni
anno circa mille non ce la fanno, mentre più o meno altrettanti entrano nel tunnel. La più attiva, a livello nazionale, è l'associazione bolognese Gli amici di Luca, promossa sei anni fa da Fulvio De Nigris, giornalista, che ha perso suo figlio dopo anni di calvario. Da allora ha deciso di dedicarsi
anima e corpo per dar vita a una struttura in grado di aiutare chi ha bisogno. Fra un anno dovrebbe veder la luce la Casa dei Risvegli, presso l'ospedale Bellaria di Bologna. "Si tratterà della prima struttura del
genere in Italia, una goccia nel mare, ma è importante cominciare a muovere qualcosa". Sempre a livello nazionale, poche e spesso velleitarie le altre iniziative. Una non meglio identificata Associazione Risveglio ha sede a Roma, in via Po’, ubicata presso uno studio legale.
Le statistiche e i dati più aggiornati sul fenomeno, secondo la coordinatrice, signora Mancini, risalgono al 1997. "Fra qualche settimana - aggiunge - l'Istat ci farà avere quelli a tutto il 2000". Non sa altro. Il Coordinamento Nazionale Associazioni Traumi Cranici ha sede presso l'ospedale di Gorizia e presso un
fantomatico centro Brain di Vicenza, come indicato nel sito di Cnact.
Peccato che il numero di telefono del primo sia un fax, mentre quello del secondo corrisponda allo studio tecnico del geometra vicentino Luca Martellotto. Né miglior sorte tocca con alcune sigle che sulla carta dovrebbero occuparsi di traumatizzati cranici. Irreperibile l'Associazione Ass.Tra. di Lecco, situata addirittura presso l'ospedale cittadino: il suo recapito telefonico risulta inesistente. Ancora peggio con l'Associazione
Traumi degli ospedali riuniti di Parma: il telefono indicato nel sito - altrettanto inesistente - rimanda a un altro numero, ugualmente fantasma.
Passiamo a Torino per aggirarci ancora tra le nebbie: Ate, l'Associazione Traumi Encefalici, teoricamente ubicata presso un'altra sigla, C.i.e.s. in via S.Agostino, non c'è: il suo numero, tanto per cambiare, per la Telecom è 'inesistente'. Passiamo a San Pellegrino Terme, dove opera - o dovrebbe operare - Genesis, un'Associazione per il recupero dell'Handicap da Trauma Cranico, come magnificato nel sito: purtroppo, però, non è possibile contattarla, visto che il suo telefono è, come di rito, 'inesistente'.
Esiste, invece, ma è intestato alla signora o signorina Alessandra Mitolo, la sigla Arco 92; e all'indirizzo indicato (via Poggio Moiano 24) nessuno sa nulla. Insomma, a questi fantasmi sembra proprio impossibile rivolgersi per avere qualche lume. Torniamo dagli Amici di Luca. "Strutture in Campania? - rispondono - poco o niente. Forse una clinica a Somma e un'altra a Telese".
A Somma Vesuviana, in effetti, è attiva la casa di cura Santa Maria del Pozzo. "Abbiamo avuto un reparto che ha ospitato comatosi - dice il direttore sanitario, Maria Pia Minutella - si trattava di coma vigili, ci
siamo adoperati per farli, come si dice, risvegliare. Un paio sono ancora da noi, ma non ne prendiamo più, non ne possiamo più accettare perché non abbiamo mezzi e strutture sufficienti". Un infermiere, più concretamente, commenta: "quel piccolo reparto che c'era va a smaltimento". Problemi per certi versi opposti a Telese, nel beneventano, dove opera la Fondazione Maugeri.
Sono attualmente in funzione due reparti di neurologia, per una settantina di posti letto complessivi, diretti dai dottori Claudio Crisci e
Bernardo Lanzillo. "Siamo praticamente l'unico presidio a trattare pazienti in stato di coma, provenienti dalle rianimazioni. Possiamo però fare poco, perché abbiamo solo una decina di posti letto attrezzati". Il reparto non ha avuto fino ad oggi un riconoscimento ufficiale: "non si tratta, in sostanza, di una unità di "risveglio", come ad esempio esiste a Cosenza dal professor Dolce o al Santa Lucia di Roma con 40 posti letto - precisa Lanzillo -; la nostra è per il recupero e la rieducazione funzionale.
Ma è da tempo che abbiamo presentato alla Regione un progetto di ampliamento, per fare in modo che uno dei due reparti possa diventare una vera e propria unità di risveglio, andando cioè ben oltre le poche unità che ora possiamo ospitare.
I locali, le strutture, le apparecchiature idonee ci sono già, quindi non ci sarebbe da spendere un euro: si tratterebbe solo di adeguare, ovviamente, il numero del personale". Si calcola, infatti, che per ogni paziente sia necessaria l'assistenza di un infermiere, mentre un cosiddetto Ota (operatore tecnico ausiliario) è sufficiente per due malati. "Purtroppo - commenta con amarezza Lanzillo - le richieste di accettazione sono diverse, e ci vediamo nell'impossibilità materiale di affrontarle".

ALL'INFERNO E RITORNO "Il nostro è stato un calvario, che non auguro a nessuno. Ci siamo trovati soli, disperati, senza sapere cosa fare. Mentre nostro figlio lo davano ormai per morto. Nun parla, signò, nun se move, mi diceva un'infermiera. Suo figlio non si sveglia, mi diceva la primaria. E io guardavo il mio Roberto e mi sentivo anche io di morire". Un calvario, quello di Carolina e Luigi Sabato da Casafredda, una piccola frazione a una dozzina di chilometri da Teano, cominciato a maggio 2001, quando Roberto, 22 anni, cade dalla moto. Ecco il racconto di Carolina. "Era pure tornato a casa, si era cambiato, aveva mangiato un boccone e poi era uscito di nuovo.
Non mi aveva detto niente. Dopo un'ora ritorna, dice che gli gira la testa, mi racconta qualcosa, era caduto con la moto sul ciglio della strada, le gambe nell'erba, la testa sull'asfalto. Comincia a vomitare, lo portiamo al pronto soccorso di Teano, dicono che non è niente. Torniamo a casa, ma sta peggio, quasi non si muove, non parla, lo chiamo e non risponde. Telefoniamo all'ambulanza, tarda; mio marito dice di tornare a Teano dove l'hanno già visto, faranno pure qualcosa; giusto il tempo di intubarlo, e portarlo di corsa all'ospedale civile di Caserta. Roberto é in coma profondo. Dopo un'ora lo operano. Ha un grosso ematoma nel cervello, dicono i dottori. Ma le cose peggiorano ancora. Dopo due ore l'ematoma si è formato di nuovo e lo
operano un'altra volta". Continua il racconto della madre. "Passiamo un mese d'inferno. Non muove un dito, non parla, non sente, nessun segno, niente.
Poi improvvisamente il giorno di sant'Antonio, il 13 giugno, muove le labbra, fa come un sorriso. C'è una speranza. Ma non sappiamo che fare.
Domandiamo, ci informiamo, chiediamo se ci sono posti per quelli che stanno come lui, perché non può rimanere tutta la vita in rianimazione. Non ci sono posti, non ci sono strutture adatte, il tempo passa e lui sta male, poi la broncopolmonite, eravamo sicuri di perderlo. Qualcuno ci parla della casa di cura Pozzillo a Venafro, poi ci dicono che non è cosa. Altri suggeriscono di andare a Crotone o a Cosenza, non ricordo. Alla fine sappiamo di Campoli di Montetaburno, troviamo un posto. Sta sempre cosìS ma dopo un mese un segnale, comincia a muovere di nuovo le labbra, qualche sillaba. Poi passiamo a Telese, che è collegato a Campoli, e Roberto ci rimane fino a febbraio dell'anno scorso; alcune notti, quando faceva troppo freddo e in
paese non c'era dove dormire, mi sono messa per terra, sul pavimento, vicino a lui.
 Sta un poco meglio, e ci dicono che possiamo portarlo a casa. Ma non andava bene. Stava seduto sulla poltrona, la testa penzoloni, senza muoversi, senza più nemmeno quelle piccole parole". "Torniamo a Telese, ancora cure, fa fisioterapia, i medici lo curano, le parole un po' alla volta cominciano a tornare, muove la mano, alza un po' la gamba. Passano altri mesi di ansia, ma le cose piano piano vanno un po' meglio. Poi ancora meglio, comincia a fare qualche passo col bastone o sotto braccio.
A ottobre lo riportiamo a casa. Svuotiamo il corridoio e ci mettiamo un passamano perché si possa appoggiare.
Ogni settimana fa qualche cosa in più, lo vedo che sta recuperando un poco alla volta. Adesso che parlo al telefono mi sta sentendo, capisce che sto raccontando la sua storia. Ha i tendini ancora bloccati, e anche per questo riesce a camminare poco. I dottori dicono che ci vuole un'operazione, ma qui non sanno farla, non ci sono neuro
ortopedici. Dovremo andare a Milano, tra Legnano e Busto Arsizio. Chissà, forse un giorno il mio Roberto potrà riprendere a lavorare. Faceva il fruttivendolo".

UNA LASTRA DI GHIACCIO Faceva invece l'imbianchino a Dugenta, nel Sannio, Ferruccio, 24 anni, quando quel tragico 15 gennaio dello scorso anno sbanda con l'auto per via di una lastra di ghiaccio, schiantandosi contro un palo del telefono e un albero. Sua madre muore sul colpo. Lui viene trasportato al pronto soccorso dell'ospedale di Benevento. E' in coma. Trascorre cinquanta giorni in rianimazione. Sentiamo le parole della sorella, Lina.
"Mamma non ha riportato traumi particolari, i medici ci hanno detto che è stato per un infarto. Lui ha sbattuto con violenza la parte sinistra della testa. Sono stati cinquanta giorni disperati, nessuno sapeva dirci se ce la
faceva. Nessun segno, nessun movimento, niente. Gli occhi chiusi, sempre fermo, come un morto. Poi, i primi segnali, un leggerissimo movimento delle dita". "Decidiamo di portarlo a San Giovanni Rotondo. Stiamo lì un paio di mesi. Ma non succede niente, anzi va peggio. Di nuovo immobile. Gli occhi sempre sbarrati. Era addormentato tutto il giorno. I dottori non si sbilanciavano, come quelli di prima, bisogna aspettare, vedere cosa succede, dicevano. Comunque nessuno ha mai detto di operarlo. Anche se pare aveva un ematoma al cervello". "A questo punto - dice ancora Lina - non sappiamo più cosa fare, dove andare. Poi veniamo a sapere di Telese. Lo portiamo lì.
I primi due mesi niente, poi un giorno muove appena le dita. Siamo felici, ma non sappiamo se poi succede come a Benevento, quando è durato un paio di giorni poi è tornato fermo come prima. Questa volta invece le muove di nuovo, e anche il giorno dopo. Piccoli, piccolissimi movimenti, ogni tanto, ma i dottori dicono che è un buon segnale. Restiamo a Telese per sette mesi, i progressi sono andati avanti, ha cominciato a sollevare un po' il braccio, e la gamba. Lo faceva a comando, gli dicevano alza la mano e lui dopo un po'
lo faceva. Un giorno, ha aperto gli occhi. Poi i primi movimenti delle labbra, una sillaba, la prima parola il 22 luglio". "A ottobre lo abbiamo portato a casa. Si era risvegliato. Anche se faceva ancora poco e
lentamente. Adesso gli fanno tutti i giorni la fisioterapia, viene una persona per insegnarli a parlare. Chissà quando potrà tornare come prima.
Tutti dicono che ci vorrà del tempo, molto tempo. E noi speriamo".
Tratto da: http://www.informationguerrilla.org/laltra_faccia_del_trapianto.htm