Avere od Essere ?
La felicità è nel dono - Avarizia e materialismo
La pulsione del possedere è
dilagata in grandissima parte della nostra società. La
nostra stessa cultura è fondata sulla competizione per
accumulare mentre la storia occidentale è la storia
della violenza per depredare.
Ciò non va delegato esclusivamente a lontane civiltà
guerriere, ma va osservato anche nella cultura di casa
nostra, dove la smania di possedere è ben descritta ad
esempio nei romanzi di Verga, per la proprietà, per la
roba.
L’avarizia non fa parte di nessun manuale
psicodiagnostico, eppure da sempre è considerata un
male, un vizio capitale. Più che un male della psiche è
un male dello spirito, un’incapacità di ampio respiro da
parte dell’anima.
Il cuore dell’avaro è freddo e difficilmente viene
scaldato dagli eventi della vita, i quali vengono
affrontati esclusivamente attraverso una loro
contabilizzazione in termini economici.
Così ogni elemento viene monetizzato e trasformato nel
suo equivalente in denaro: quanto costa avere un figlio
? Quanto costa sposarsi ? Quanto costa ammalarsi ?
Quanto costa – in definitiva – vivere ?
L’avaro è una figura ormai consolidata della cultura,
pensiamo all’Avaro di Moliere o al Sig. Scrooge di
Dickens. Ma sarebbe ingenuo cercare di individuare
questi personaggi nella società di oggi, così come la
fantasia dei loro autori ce li ha consegnati. Essi non
sono altro che rappresentazioni metaforiche,
estremizzate e rese caricaturali, di aspetti ed elementi
presenti in ogni persona.
Per cercare l’avarizia quindi non dobbiamo
imprudentemente ricercare un Paperon de Paperoni, ma
osservare dentro di noi quei pensieri in cui associamo
felicità e benessere materiale.
L’avarizia ci aiuta ad osservare un errore frequente,
ormai diventato un luogo comune: quello di ritenere che
la felicità possa essere acquistata o posseduta per
sempre. L’illusione del denaro è quella che esso possa
fornire o acquistare ciò di cui più profondamente
abbiamo bisogno. La maggior parte delle persone sanno
bene che l’equazione denaro=felicità è sbagliata, ma
nondimeno difficilmente sfuggono dal metterla in
pratica. Nel film “Gandhi”, mentre egli realizza
autonomamente i propri abiti ruotando lentamente un
telaio, il Mahatma afferma: “i miei collaboratori non
fanno altro che ripetermi quanto costa loro la mia vita
di povertà”.
Se l’universo è composto insieme da materia e spirito,
l’avarizia dilata ed espande il mondo della materia
rendendolo assoluto, illimitato, dominante. La
spiritualità finisce così per non avere più alcun posto,
alcuna forza e l’unico assioma che sembra possibile è:
“io sono ciò che ho, ciò che posseggo”. L’avarizia è
quindi il peccato della potenza assoluta,
dell’onnipotente supremazia della materia sullo spirito.
Il denaro è tanto onnipotente da prendere letteralmente
il posto dell’Onnipotente
dei cieli.
vedi Olomero=Infinito.
In questa sorta di neopaganesimo, il denaro è quindi
fatto Dio: come tale è adorato e su di esso viene
spostato e trasferito il culto verso la divinità.
Ma poiché in questo caso non si tratta di un dio lontano
e sfuggente, ma di un dio prigioniero e posseduto un po’
come il genio della lampada di Aladino, l’illusione è
che esso possa offrire il piacere più alto e sublime:
l’immortalità. La paura del vuoto, del freddo,
dell’isolamento affettivo, la paura della morte e
l’illusione di esorcizzarla si trasformano in
atteggiamenti di cinismo, mancanza di respiro,
trasformano il nostro cuore in un cuore angusto e
materialistico.
Il possesso del denaro diventa l’illusione del possesso
del potere assoluto: per questo esso va accuratamente
protetto, non sprecato, e amministrato con la massima
cura. Esso è quindi trasformato da mezzo per realizzare
qualcosa, in una finalità in sé. Non è più lo strumento
che aiuta nei progetti importanti, ma diventa un valore
in se stesso, il fine ultimo.
La paura ci suggerisce che il denaro non va speso perché
il suo potere risiede nella sua potenzialità inespressa,
in ciò che potrebbe fare ma che invece non va fatto
perché in questo caso il suo potere svanirebbe. Il
denaro speso ha infatti perduto il suo potere di
acquisto.
È come se il bisogno di accumulare denaro fosse una
preziosa carta da gioco che però non va mai giocata, che
immobilizza il gioco in una sospesa promessa di vittoria
che però non va mai completata.
E in questo gioco paralizzato e soffocato, ciò che vanno
sacrificati sono i desideri e i progetti che si sarebbe
potuto realizzare, immolati sull’altare della
conservazione del potere. E tanto più grande è il potere
del denaro, tanto più grande è l’illusione di
incorporare quel potere.
Dice Marx, a proposito del potere del denaro di
modificare il pensiero: “Io sono brutto, ma posso
comprarmi la più bella tra le donne.
E quindi io non sono brutto, perché l'effetto della
bruttezza, la sua repulsivita', è annullata dal denaro.
Io, considerato come individuo, sono storpio, ma il
denaro mi procura ventiquattro gambe; quindi non sono
storpio. Io sono uno stupido, ma il denaro è la vera
intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe
essere stupido chi lo possiede ?
Inoltre costui potrà sempre comperarsi le persone
intelligenti, e chi ha potere sulle persone intelligenti
non è forse più intelligente delle persone intelligenti
?”.
Il materialismo (e l’avarizia) è quindi quella parte di
noi che ha bisogno di conservare e accumulare, perché ha
l’illusione di poter immagazzinare tutta la potenza che
potrebbe essergli necessaria per vincere tutte le paure:
la paura dei ladri, dei mutamenti economici, delle
rivoluzioni, delle malattie.
In realtà l’avarizia – e tutto il sistema di pensiero
utilitarista che l’ha generata – ci difende da un’altra
paura ancora più grande: quella della morte.
In verità, l’accumulo e l’immobilizzazione delle
potenzialità inespresse non fanno altro che avvicinare
paradossalmente la morte-in-vita, condurre
all’isolamento affettivo, facendo semmai da stimolo a
competizione, continua ricerca del vantaggio, interesse,
generando a catena nei macrosistemi le condizioni per le
ingiustizie, se non addirittura per la criminalità.
La conservazione e l’immobilità rappresentano infatti
nel nostro Universo, l’entropia e la morte termica del
Cosmo.
La vita è invece determinata dal fluire continuo
dell’energia, dalla diversità e dalla ricerca di nuove
forme di equilibrio armonico. In questo senso,
l’avarizia è tutt’altro che confinata alle figure
caratteriali del teatro, ma rappresenta invece una
malattia diffusissima e molto poco trattata. Ogni volta
che le ragioni della vita e le spinte al cambiamento ci
costringono allo scoperto, essa si difende con pensieri
del tipo: “l’accumulo e la conservazione ancorche'
coatta, l’immobilizzazione dell’energia sono una forma
di protezione verso le minacce del mondo”. La nostra
parte ‘avara’ vorrebbe quindi svolgere – almeno nei suoi
proponimenti – una funzione apparentemente del tutto
positiva.
Ovvero quella di essere una sorta di istinto di
sopravvivenza, un baluardo difensivo nei confronti dei
pericoli esterni. E difatti non è raro trovare nelle
persone affette da avarizia, anche altre forme di
immobilizzazione che si manifestano con stipsi,
costipazione, eccessive forme di paura nei confronti
della sporcizia, del disordine, talvolta anche della
sessualità (vissuta come sconvolgente, caotica,
esageratamente liberatoria e poco controllabile).
La guarigione dal materialismo dell’avarizia è tutt’altro
che semplice, anche se alla portata di tutti. Il primo
passo fondamentale è quello di rendersi conto che le
modalità di pensiero materialista non sono circoscritte
a pochi e buffi personaggi, ma sono piuttosto un
patrimonio culturale diffuso, intimamente radicato nei
nostri pensieri più reconditi e sconosciuti.
Soltanto dopo esserci resi consapevoli di quanto
profondamente queste modalità di pensiero sono parte di
noi, allora è possibile intraprendere un percorso di
rivoluzione personale dei propri modelli di pensiero.
Dice Erich Fromm: “La funzione della nuova società è
di incoraggiare il sorgere di un uomo nuovo, la cui
struttura caratteriale abbia le seguenti qualità:
disponibilità a rinunciare a tutte le forme di Avere,
per Essere senza residui..."
Per realizzare questa seconda nascita è necessario anche
riconoscere tutte le forme di paura che sono nascoste
dietro modelli di pensiero materialisti e apparentemente
logici e razionali. La paura che porta a possedere, ad
accumulare, ad immobilizzare l’energia conduce
all’inattività spirituale. È necessario comprendere che
questa paura è il lontano eco dei millenni di evoluzione
umana dove il possesso del cibo era il discriminante che
segnava il confine tra la vita e la morte.
Nella società moderna invece questa paura, se non viene
contrastata, porta ad una diffusa cultura del possesso
materiale, la quale – piuttosto che avvicinarci alla
felicità – ce ne allontana definitivamente. Dal punto di
vista esistenziale, noi possediamo realmente soltanto il
nostro nome, il nostro corpo e le nostre qualità.
Ma se le nostre paure ci minacciano in questi possessi
fondamentali, ci sentiamo minacciati nella nostra
identità, ci sentiamo minacciati dalle malattie e dalla
morte, ci sentiamo minacciati dal non riuscire a
realizzare i nostri progetti esistenziali. Talvolta,
invece di lavorare e combattere in maniera diretta
queste paure, adottiamo soluzioni illusorie che spesso
vengono proposte dalla società.
Queste pseudo-soluzioni si riducono al possesso delle
cose e degli altri, dei loro sentimenti, del loro corpo
e delle loro azioni. Se invece riusciamo a combattere
efficacemente questi modelli di pensiero ingannevoli,
potremo renderci conto che più che possedere finiamo
invece per essere posseduti: dai mass media, dai
governi, dai bisogni consumistici delle industrie.
L’ideale dell’abbondanza materiale dell’umanità, finisce
per essere in realtà un’abbondanza limitata
esclusivamente ai paesi ricchi, e fondata sullo
sfruttamento di quelli poveri. L’ideale del superpotere
dell’uomo sulla natura è in realtà fonte di conflitti e
di disastri ecologici. E infine l’ideale della felicità
intesa come soddisfacimento di tutti i bisogni
narcisistici è in verità la causa dell’alienazione,
basata non sul valore esistenziale (ovvero la capacità
di dare senso alla vita), ma sul valore d’uso di una
cosa o una persona.
Una buona igiene mentale e un’esistenza ricca di
serenità e appagamento sono invece il risultato del
vivere bene.
E vivere bene non è dato dal possesso degli oggetti o
dal soddisfacimento compulsivo di tutti i piaceri.
Vivere bene è invece facilitato dal conoscere se stessi,
dal sviluppare la propria creatività, dal pensiero
cooperativo, dalla capacità di vivere nella coralità.
Gli stessi eroi della mitologia e delle religioni sono
individui che abbandonano i loro possessi, che si
distaccano dalla vita materiale, per conquistare beni
spirituali da condividere nella collettività.
Se la nostra società ha smesso di domandarsi cosa è bene
per l’uomo, per orientarsi piuttosto a domandarsi cosa è
bene per il profitto e per lo sviluppo del sistema
economico, è importante invece che torniamo a domandarci
cosa ci serve veramente per vivere bene.
Nella maggioranza dei casi, ho potuto osservare che le
persone sono felici quando rinunciano alle illusioni e
agli idoli per fare della crescita di sé e degli altri
lo scopo supremo dell’esistenza, quando rinunciano al
perfezionismo e agiscono come artisti della vita, usando
l’arte di superare le difficoltà della vita.
Questa rivoluzione del pensiero è il risultato della
liberazione dell’energia: essa fluisce dall’alto verso
il basso, e dal basso verso l’alto, dal Maschile verso
il Femminile e dal Femminile verso il Maschile.
In questo modo la vita è profondamente ricca, di una
ricchezza fondata sulla gratitudine di poter crescere,
espandersi, dare, trascendere il proprio egocentrismo,
vincere efficacemente le proprie paure, amare.
La guarigione e la felicità sono quindi nel dono e nella
realizzazione dei bisogni più profondi dell’uomo: esse
hanno come presupposto la libertà e l’autonomia che
finalizza gli sforzi alla crescita e all’arricchimento
della propria interiorità.
vedi:
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