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GUIDA  alla  SALUTE con la Natura

"Medicina Alternativa"   per  CORPO  e   SPIRITO
"
Alternative Medicine"
  for  BODY  and SPIRIT
 

 
 


CONFESSIONE
 

(auricolare cattolica)

L'acidosi e' la base fisiologica del Cancro sulla quale scende lo stress del Conflitto Spirituale Irrisolto,
che ne e' la Causa primaria attivando il Tumore nell'organo bersaglio dell'archetipo conflittuale.
Cancro = Combattere l'acidita' per sconfiggerlo - Le ultime ricerche
Universo Intelligente + Universo Elettrico + SOVRANITA' INDIVIDUALE (Dichiarazione)
PsicoNeuroEndocrinoImmunologia
Paolo-Lissoni: i-segreti-della-pineale-anticancro-io-oncologo-vi-spiego-perche-la-medicina-esclude-di-bella/
 

Anticamente si chiamava: Tecnica della Confessione (della chiesa Cattolica) e riteniamo sia la Tecnica (gratuita) per eccellenza per poter rimuove le emotività e le parti dell’Ego/IO - Mente rimaste nel proprio passato.
Questa tecnica psicoanalitica di liberazione emozionale (eliminazione degli "engrams") era praticata, a ritroso nel tempo, dai Giudeo Cristiani, dagli Esseni e da certe sette della religione degli antichi Egizi (vedi sotto nella Storia della Confessione).

ANNULLAMENTO degli EFFETTI delle ABERRAZIONI MENTALI  
Anticamente si chiamava: Tecnica della Confessione e riteniamo sia la Tecnica per eccellenza per poter rimuove le emotività e le parti della mente dell’Ego/IO SONO rimaste nel proprio passato.

vedi anche: 
Come Nasce la Malattia ? +  Dove e perché Nasce la Malattia ? + CONFLITTI SPIRITUALI IRRISOLTI
+ CANCRO e MEDICINA NATURALE (Principi, Cause, con-Cause, Diagnosi, Terapia)

In un luogo tranquillo ove non vi siano possibili cause di disturbo, il “confessore” ed il paziente si devono trovare assieme.
Il confessore deve far rilassare e tranquillizzare il paziente e poi fargli delle domande inerenti la sua persona, la famiglia, gli amici, annotando anche se ha avuto dei cari estinti.
duta, dopo aver ridotto le cariche emotive incontrate, fate ritornare al tempo presente il paziente, chiedendogli che giorno è, come è vestito, su che sedia è seduto, con chi sta parlando e dove si trova.
Continua QUI

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Mini Storia della CONFESSIONE nei Secoli Passati: La Confessione  (secondo gli antichi Egizi)

Quando il defunto compariva davanti al tribunale di Osiride, si discolpava presso i giudici mediante una confessione che è detta "negativa" perché svolta sulla negazione d'aver commesso ingiustizie o atti malvagi (generalmente di carattere religioso o rituale). Questa confessione era rilasciata in due tempi: dapprima il defunto si indirizzava al tribunale nella sua interezza, poi alle 42 divinità che assistevano Osiride. Dopo aver salutato quest'ultimo "Dio grande, Signore di verità e di giustizia, Signore onnipotente", di cui egli dichiarava di conoscere il nome magico, così come quello dei suoi collaboratori, il defunto iniziava la propria confessione:
"Io non sono stato violento nei confronti dei miei genitori. Io non ho commesso crimini. Io non ho sfruttato gli altri. Io non sono stato ingiusto. Io non ho ordito congiure. Io non sono stato blasfemo". Il morto si rivolgeva poi a ciascuno dei quarantadue giudici, generalmente spiriti di città o di altri luoghi terrestri:
"O tu, Spirito che appari ad Eliopoli e che procedi a grandi passi. io non sono stato perverso. .....
O tu, Spirito di Letopolis, dagli sguardi che sembrano coltelli, io non ho ingannato ...
O, tu Spirito dell'Amenti, dio della duplice sorgente del Nilo, io non ho diffamato ....
La confessione presentava in sè, visti i peccati che l'anima negava d'aver commesso, un alto carattere morale ma, in realtà, bastava saperla recitare a memoria o leggerla dopo essersela scritta nella tomba, per essere sicuri di ricevere l'assoluzione anche nel caso che si fossero commessi tutti i peccati nominati nel corso dell'atto di discolpa:

Non ho detto il falso
Non ho commesso razzie
Non ho rubato
Non ho ucciso uomini
Non ho commesso slealtà
Non ho sottratto le offerte al dio
Non ho detto bugie
Non ho sottratto cibo
Non ho disonorato la mia reputazione
Non ho commesso trasgressioni
Non ho ucciso tori sacri
Non ho commesso spergiuro
Non ho rubato il pane
Non ho origliato
Non ho parlato male di altri
Non ho litigato se non per cose giuste
Non ho commesso atti omosessuali
Non ho avuto comportamenti riprovevoli
Non ho spaventato nessuno
Non ho ceduto all' ira
Non sono stato sordo alle parole di verità
Non ho arrecato disturbo
Non ho compiuto inganni
Non ho avuto una condotta cattiva
Non mi sono accoppiato (con un ragazzo)
Non sono stato negligente
Non sono stato litigioso
Non sono stato esageratamente attivo
Non sono stato impaziente
Non ho commesso affronti contro l'immagine di un dio
Non ho mancato alla mia parola
Non ho commesso cose malvagie
Non ho avuto visioni di demoni
Non ho congiurato contro il re
Non ho proceduto a stento nell'acqua
Non ho alzato la voce
Non ho ingiuriato dio
Non ho avuto dei privilegi a mio vantaggio
Non sono ricco se non grazie a ciò che mi appartiene
Non ho bestemmiato il nome del dio della città.

Tra, i vivi, si ha notizia di una confessione dello stesso genere che veniva pronunciata dal sacerdote dopo l'apertura del Naos, al mattino, durante il culto divino quotidiano, nell'ora destinata all'adorazione del dio.
Tratto da: http://www.anticoegitto.net/laconfessione.htm

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La confessione nel Cattolicesimo  - By Carlo Moggia
Libro di Roberto Rusconi, L’Ordine dei peccati. La confessione tra Medioevo ed età moderna,
Il Mulino, 2002.

Partendo dal concilio Laterano IV (1215), indetto da Innocenzo III nel 1215, il volume di R. Rusconi ripercorre l’evoluzione e lo sviluppo del sacramento della confessione, che proprio a partire dal 1215, fu oggetto di normative canoniche sempre più attente. Tale sacramento infatti rappresentò per la Chiesa il più efficiente mezzo di controllo dei fedeli, tramite la figura del confessore, regolare o secolare che fosse.
Il decreto conciliare del 1215, "Omnis utriusque sexus", che prevedeva l’obbligo della confessione annuale per i fedeli a proprio sacerdoti, portava al centro della pratica sacramentale il momento della confessione orale, tralasciando il costume della penitenza altomedievale, impostata essenzialmente sulla penitenza a pagamento o tariffata. Nel contempo la nascita e la diffusione degli ordini mendicanti, a partire dal Duecento poneva nuovi problemi nella gestione del sacramento della confessione, e anche degli altri, da parte del clero secolare, che vedeva negli Ordini, specie i Minori, dei potenziali e reali concorrenti, poiché sempre più persone si rivolgevano, nella cura d’anime, presso questi ultimi. Non è un caso che in tale secolo si moltiplicarono, specie in Italia, dove i Minori erano maggiormente radicati, le liti e le cause che opponevano i rappresentanti secolari e quelli regolari, per il controllo e la gestione dei sacramenti.

Ma la disposizione della costituzione Omnis utriusque sexus fu veramente recepita e messa in pratica ?
È questa una delle questioni fondamentali del volume – e della storiografia più recente.
Rusconi evidenzia come in sostanza la preparazione del clero regolare, a fronte della maggior preparazione degli ordini mendicanti, fosse inadeguata: da qui la necessità di predisporre, da parte della Chiesa, strumenti per l’apprendimento delle nuove norme canonistiche per i curati. 
Gli statuti sinodali provinciali, convocati periodicamente dal vescovo, dovevano conferire un insegnamento elementare al clero in cura d’anime: essi rappresentarono, nel ‘200, “il più organico tentativo degli ecclesiastici […] per far conoscere ad un clero parrocchiale e plebeo e ignorante sia i rudimenti della fede […] sia l’insieme degli obblighi inerenti al proprio ministero”. In particolare tali statuti sinodali furono attivi in Inghilterra ed in Francia, mentre stentarono ad affermarsi nel resto del continente a causa della difficoltà a convocare con una certa periodicità un numero cospicuo di ecclesiastici. 
Altro strumento introdotto dalla Chiesa, al fine di facilitare le pratiche conciliari in materia di confessione furono le summae de casibus, veri e propri compendi che contenevano un insieme di conoscenze teoriche e pratiche necessarie ai sacerdoti per ascoltare ed impartire confessione e penitenza. 
L’opera che tra le tante, ebbe maggior fortuna e diffusione –spiega l’autore- per tutto il XIII secolo fu la Summa de casibus conscientiae del frate Ramon de Penyafort. Redatta tra 1222 e 1229 essa fu aggiornata delle Decretales, che il pontefice Gregorio IX aveva incaricato di aggiungere allo stesso Raimondo.

Dopo aver ripercorso i caratteri fondamentali della confessione nel Medioevo, prestando particolare attenzione al ruolo non solo religioso e spirituale, ma anche sociale, di tale sacramento (per esempio il carattere giudiziario) l’autore sottolinea l’importanza della lingua volgare, nella stesura dei manuali per la confessione, diffusi in modo capillare in tutto l’occidente Cristiano, tra XIII e XV secolo. In effetti tra la metà del XII secolo e la metà del secolo XV si consolidarono, nella Cristianità, i metodi della pastorale tardo medievale. 
Questi ultimi si basano essenzialmente sulla predicazione in volgare.
Successivamente l’autore dedica un capitolo, peraltro centrale, al ruolo dei frati (Dal pulpito alla confessione: il ruolo dei frati, pp. 105-154). Già San Francesco nella sua prima regula non bullata del 1221 aveva posto le linee essenziali della giurisdizione penitenziale, determinando a quale sacerdote, i fratres minores dovevano confessare i propri peccati.
L’influenza degli Ordini mendicanti in materia di cura d’anime aumentò tuttavia in modo esponenziale durante il Duecento. I Predicatori sembravano infatti corrispondere perfettamente a quella immagine di confessori ausiliari del vescovo, previsto proprio nella X costituzione del Laterano del 1215. 
Dal quarto decennio del secolo XIII infatti cominciarono a manifestarsi i primi segni di attrito con l’episcopato e con il clero secolare. Questa querelle ha attirato l’attenzione degli storici: l’ingerenza dei frati Mendicanti nel ministero pastorale fece venire meno quella coesione sociale, a livello parrocchiale, che era stata uno degli obiettivi della riforma ecclesiastica della fine del XII e dell’inizio del secolo successivo.
Da qui le numerose controversie, che gli stessi pontefici cercarono a più riprese di risolvere.
Nel 1281 tuttavia la querelle tra clero secolare e regolare ebbe un nuovo sussulto: Martino IV concesse con la lettera Ad fructus uberes la più assoluta libertà agli Ordini Mendicanti, in materia di ministero pastorale, in particolare riguardo al sacramento della penitenza. A tale provvedimento i vescovi francesi, e successivamente anche quelli tedeschi e italiani, reagirono con grande energia e opposizione.
La disputa fu finalmente risolta da Bonifacio VIII, il quale nel febbraio 1300 emanò la bolla Super Cathedram, con la quale venne fissata una norma penitenziale più equilibrata, che perdurò fino al Concilio di Trento.
In che cosa consisteva tale norma ? 
I frati confessori dovevano, da quel momento in avanti, essere presentati ai vescovi della propria circoscrizione e ottenere un formale riconoscimento e permesso per l’amministrazione dei sacramenti. 
La Super Cathedram stabiliva inoltre che il numero dei confessori appartenenti ai Mendicanti dovesse essere proporzionale alle necessità del popolo.

Dopo aver delineato il ruolo dei frati nello sviluppo del sacramento della confessione, l’autore dimostra l’utilità delle fonti iconografiche nella comprensione della penitenza sacramentale del tardo medioevo (Figure della confessione, pp. 161-181). A partire dal XII secolo e fino al XVI secolo, l’ascolto della confessione fu rappresentato in modo preciso dall’iconografia del periodo. Lo scopo di tali immagini fu quello di trasmettere ai destinatari dell’opera, una immagine del sacramento, riproducendo le modalità della sua amministrazione. 
Secondo l’autore quindi tali rappresentazioni devono essere usate alla stregua di qualsiasi altra fonte storica e documentaria. 
Gli ultimi capitoli sono dedicati allo studio e all’analisi del sacramento confessionale nella prima età Moderna. Nell’evoluzione di quest’ultimo, nonché della prassi di ascolto delle confessioni individuali, i primi decenni del XV secolo –e successivamente la fine del XVI- segnarono un momento di passaggio assai importante. 
Il mutare del contesto storico ed ecclesiastico di quei secoli (pensiamo allo scisma d’Occidente dal 1348 al 1417, alla creazione del tribunale dell’Inquisizione romana nel 1542 e la convocazione del Concilio di Trento nel 1545) influì profondamente sulla concezione della confessione all’interno della Chiesa. 
Le decisioni del Concilio in materia di confessione e penitenza approvate nel 1563 riconfermavano l’obbligo della confessione annuale, ma con un deciso impegno da parte delle autorità ecclesiastiche di assicurarne l’osservanza, dato qualificante della riforma religiosa, specie in relazione ad eventuali devianze ereticali. 
Uno dei dati caratterizzanti dell’epoca post-conciliare fu che la Chiesa si preoccupò in modo più deciso che in passato, di occuparsi della cura animarum dei fedeli.
Da qui la volontà di istituire periodicamente le visite pastorali e quelle apostoliche, nonché l’attenzione, attraverso i sinodi diocesani, alla formazione delle figure dei confessori.
Questo evidenzia come ancora nel XVI secolo la situazione culturale del clero in cura d’anime fosse ancora ferma ai secoli precedenti.

L’avvento del “confessionale”, vale a dire di una separazione per mezzo di una tavola con grata, tra confessore e confitente, segnò l’inizio della confessione “moderna”: la sua adozione fu resa obbligatoria per tutta la Chiesa cattolica nel 1614, con le prescrizioni del Rituale Romanum e da quel momento entrò a fare parte dell’immaginario della Controriforma.
Per concludere, il volume di R. Rusconi, rappresenta una eccellente sintesi, un ottimo strumento propedeutico, per ogni ricerca inerente al tema della cura animarum in Italia, nella prospettiva di “lunga durata”.
Tratto da: www.filosofia.it
vedi anche: http://www.swif.uniba.it/lei/filmod/testi/prova.html
http://www.chiesadicristo-padova.it/confessione0.html

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