RICERCHE
mediche....sono
quasi tutte FASULLE
La maggior parte
delle
case farmaceutiche è stata fondata a
meta-fine ottocento o primi del novecento.
Inizialmente le nazioni trainanti in questo
settore furono Svizzera, Germania ed Italia.
Nel novecento il concetto di scoperta
scientifica si è fuso con quello di bene di
consumo di massa, per cui la aziende
farmaceutiche hanno imposto un nuovo modo di
fare medicina pratica.
RICERCA DEVIATA ai MEDICINALI che MANTENGONO la
MALATTIA CRONICA.
INTERVISTA al PREMIO NOBEL per la MEDICINA:
RICHARD J. ROBERTS. - MEDITATE e CONDIVIDETE !
Il vincitore del Premio Nobel per la Medicina,
Richard J.Roberts, denuncia il modo in cui
operano le grandi
industrie farmaceutiche
nel sistema capitalistico, anteponendo i
benefici economici alla salute e rallentando lo
sviluppo scientifico nella cura delle malattie
perché guarire non è fruttuoso come la
cronicità.
Visionate questo video, parla un'informatore
farmaceutico,
sul Business dei Farmaci e Vaccini
http://ildocumento.it/farmaci/il-business-farmaceutico-current.html
Sindrome
infiammatoria chiamata "Asia" scatenata dai
vaccini !
ASIA_Sindrome
infiammatoria-dai-vaccini-Riassunto.pdf
Tratto da: http://www.assis.it/wp-content/uploads/2014/12/ASIARiassunto.pdf
... ed e' noto che... le
infiammazioni sono foriere di qualsiasi tipo
di sintomi, che i
medici impreparati
allopati chiamano erroneamente "malattie"....
Come titola
Le Scienze in un articolo molto interessante,
del mese di
febbraio 2013:
La ricerca farmaceutica e' affidabile ?
Le
aziende farmaceutiche
pagano scienziati per le importanti ricerche che
riguardano i loro prodotti, e nessuno sembra in
grado di fermarle. e continua dicendo...: Gli
Stati Uniti finanziano ricerche in ambito medico
per decine di miliardi di dollari...tuttavia
NON attuano una politica aggressiva per scoprire
i
Conflitti di Interesse...
Il più grande ostacolo al progresso della
scienza è il monopolio che ne fanno gli
"esperti", tra i quali si crea una rete (il
cosiddetto establishment) che controlla i fondi
per la ricerca, le pubblicazioni, gli incarichi
accademici, le royalities per i test ed i
farmaci, e mira a mantenere la sua posizione
dominante di successo evitando per quanto
possibile che altre idee, altre soluzioni, altre
teorie possano filtrare scalzando le loro.
La censura c’è, e mentre una volta i
"dissidenti" venivano fisicamente eliminati,
oggigiorno lo stesso effetto viene ottenuto
escludendoli dal circuito scientifico e
mediatico che conta. Viene incoraggiata la
raccolta di dati, una massa di dati sempre
crescente, mentre scoraggiata è la loro
elaborazione critica.
By dott. Franco Franchi -
Tratto da:
http://www.dissensomedico.it
La sanita' mondiale
e' sotto il
controllo dei Padroni del
mondo per mezzo di
Big Pharma
+ vedi anche
Inquisizione sanitaria mondiale
Qui trovate tutte le resistenze del
produttore (Glaxo),
ad esempio del Tamiflu, alla pubblicazione al
pubblico dei trials del farmaco:
http://www.bmj.com/tamiflu
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RICERCA DEVIATA ai
MEDICINALI che MANTENGONO la MALATTIA CRONICA.
INTERVISTA al PREMIO NOBEL per la MEDICINA:
RICHARD J. ROBERTS. - MEDITATE e CONDIVIDETE !
Il vincitore del Premio Nobel per la Medicina,
Richard J.Roberts, denuncia il modo in cui
operano le grandi
industrie farmaceutiche
nel sistema capitalistico, anteponendo i
benefici economici alla salute e rallentando lo
sviluppo scientifico nella cura delle malattie
perché guarire non è fruttuoso come la
cronicità.
Qualche giorno fa è stata pubblicata una nota
sui dati rivelati che mostrano che le grandi
compagnie farmaceutiche
degli Stati Uniti spendono centinaia di milioni
di dollari all’anno pagando medici affinchè essi
promuovano i loro
farmaci.
Per completezza riproduciamo questa intervista
con il Premio Nobel per la Medicina Richard J.
Roberts che segnala che i farmaci che curano non
sono redditizi e per questo non sono sviluppati
dalle
industrie farmaceutiche che al contrario
sviluppano farmaci cronicizzanti che siano
consumati in modo massivo e continuativo.
Questo, segnala Roberts, determina anche che
alcuni farmaci che potrebbero curare
completamente una malattia non siano
sperimentati. E si chiede fino a che punto è
valido ed etico che la industria della salute
sia retto dagli stessi principi del mercato
capitalista, i quali arrivano ad assomigliare
molto a quelli mafiosi.
L’intervista fu originariamente pubblicata dal
quotidiano spagnolo “La Vanguardia”:
La ricerca si può pianificare ?
- Se io fosso ministro della Salute o
responsabile della Scienza e Tecnologia,
cercherei persone entusiaste con progetti
interessanti; darei loro i fondi sufficienti
affinché non possano fare altro che fare ricerca
e li lascerei lavorare dieci anni per
sorprenderci.
- Sembra una buona politica.
- Si è abituati a credere che, per arrivare
molto lontani devi appoggiare la ricerca di
base; però se vuoi risultati più immediati e
redditizi, devi puntare sulla ricerca applicata.
- E non è cosi ?
- Spesso le scoperte più redditizie si sono
fatte a partire da domante molto fondamentali.
Così nacque la gigantesca e multimilionaria
industria biotech statunitense per la quale
lavoro.
- Come è nata ?
- La biotecnologia nacque quando persone
appassionate cominciarono a chiedersi se si
potessero clonare geni e cominciarono a
studiarli e a tentare di purificarli.
- Tutta un’avventura.
- Sí, però nessuno si aspettava di diventare
ricco con queste domande. Era difficile ottenere
fondi per questa ricerca, fino a che Nixon
lanciò la guerra contro il cancro nel 1971.
- Fu scientificamente produttiva ?
- Permise, con una enorme quantità di fondi
pubblici, molta ricerca, come la mia, che non
serviva direttamente contro il cancro, però fu
utile per capire i meccanismi che permettono la
vita.
- Cosa scoprì Lei ?
- Phillip Allen Sharp ed io fummo premiati per
la scoperta degli introni nel DNA eucaristico ed
il meccanismo di “gen splicing” (giuntura dei
geni)
- A cosa servì ?
- Questa scoperta permise di capire come
funziona il
DNA e tuttavia ha solo una relazione
indiretta con il cancro.
- Che modello di ricerca Le sembra più efficace,
lo statunitense o l’europeo?
- E’ ovvio che lo statunitense, nel quale prende
parte attiva il capitale privato, è molto più
efficace. Prenda per esempio le spettacolari
innovazioni dell’industria informatica, dove il
denaro privato è quello che finanzia la ricerca
basica e quella applicata, però per quanto
riguarda l’industria della salute…. Ho le mie
riserve…
- La ascolto.
- La ricerca nella salute umana no può dipendere
solo dalla sua redditività economica. Ciò che è
buono per i soci della impresa non sempre è
buono per le persone.
– Si spieghi.
- L’industria farmaceutica vuole servire i
mercati del capitale…..
- Come qualsiasi altra industria.
- Il fatto è che non si tratta di qualsiasi
altra industria: stiamo parlando della nostra
salute e delle nostre vite e di quelle dei
nostri figli e di milioni di esseri umani..
- Però se sono redditizie, ricercheranno meglio.
- Se pensi solo agli introiti, smetti di
preoccuparti di servire gli esseri umani.
- Per esempio…
- Ho verificato come in alcuni casi le ricerche
che dipendono da fondi privati avrebbero
scoperto medicine molto efficaci che avrebbero
curato definitivamente una malattia….
- E perché rinunciano alla ricerca ?
- Perché le
industrie farmaceutiche
spesso non sono tanto interessate a curare Lei
ma piuttosto a toglierle denaro, così la
ricerca, immediatamente è deviata verso la
scoperta di medicine che non curano
completamente, ma che mantengono la malattia
cronica e Le fanno sperimentare un miglioramento
che scompare quando smette di assumere il
farmaco.
- E’ un’accusa grave.
- E’ normale che le farmaceutiche siano
interessate in linee di ricerca non per curare
ma per convertire solamente in affezioni
croniche con medicinali cronicizzanti molto più
redditizi rispetto a quelli che curano del tutto
e definitivamente. E non avrebbe altro che
seguire le analisi finanziarie dell’industria
farmaceutica e verificherà ciò che Le
dico.
- Ci sono dividenti che uccidono.
- Per questo Le dicevo che la salute non può
essere un ulteriore mercato e non si può
intendere come un mezzo per guadagnare denaro.
Per questo credo che il modello europeo misto di
capitale pubblico e privato è meno facile che
propizi questo tipo di abuso.
- Un esempio di questi abusi ?
- Si è smesso di ricercare antibiotici perché
sono troppo efficaci e guarivano completamente.
Siccome non si sono sviluppati nuovi
antibiotici, i microorganismi infettivi son
diventati resistenti e oggi la tubercolosi, che
nella mia infanzia era stata sconfitta, stà
risorgendo e ha già ucciso l’anno scorso un
milione di persone.
- Non mi parla del Terzo Mondo ?
- Questo è un altro triste capitolo: c’è
pochissima ricerca sulle malattie del Terzo
Mondo, perché i farmaci che le combatterebbero
non sarebbero redditizi. Però io Le sto parlando
del nostro Primo Mondo: la medicina che guarisce
del tutto non è redditizia e per questo non
investono in questa.
- I politici non intervengono ?
- Non si faccia illusioni: nel nostro sistema i
politici sono dei semplici impiegati dei grandi
capitali, che investono il necessario affinché
siano eletti i suoi figli, e se non lo sono,
comprano quelli che sono stati eletti.
- Ci sarà di tutto.
- Al capitale gli interessa solo moltiplicarsi.
Quasi tutti i politici – e so di cosa parlo –
dipendono sfacciatamente da queste
multinazionali
farmaceutiche che finanziano le loro
campagne. Il resto sono parole…..
Tratto da:
https://www.facebook.com/francescopaolo.ruggieri/posts/635808736471389#!/
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Iniziativa dello:
AllTrials
Finora abbiamo creato una onda di riflessione sul tema
della "Trasparenza" in materia di ricerca, studi sulla
sanita' in genere,
ed abbiamo ottenuto alcuni importanti impegni. Noi
abbiamo il potere di parlare con le persone in grandi
organizzazioni, ed abbiamo cambiato la tradizionale
opposizione su questo tema.
In questo modo, abbiamo anche sfidato coloro che cercano
di far finta che il problema non esiste, o che
falsamente affermano che è già stato risolto.
Ma questo impulso al cambiamento potrebbe ora andare in
entrambi i modi. Sir Iain Chalmers - co-fondatore della
Cochrane Collaboration - questa settimana descritto sul
sito web MRC come la trasparenza (sugli studi in materia
di sanita’) è stata impantanata in 25 anni di false
promesse e fallite iniziative.
Ma ci sono molti che sperano che anche AllTrials faccia
fiasco, e sia allontanata, come hanno fatto gli sforzi
precedenti. Ma purtroppo quello che succede e’ cosa che
dopo tutto riguarda proprio tutti noi.
Parlamentari pagati dalle Lobbies ? -
Roma Ott. 2013
L'intervista a un assistente di un Senatore che
svelerebbe i traffici illeciti tra parlamentari
e
Lobbies.
Video dell'intervista:
http://www.video.mediaset.it/video/iene/puntata/390060/roma-parlamentari-pagati-dalle-lobbies.html
vedi anche: Ricerca
nelle mani - 1 di
Big
Pharma +
Conflitto
di interesse
+
Conflitti di
interesse PDF - 1
+
Conflitti
di interesse PDF
- 2 +
Conflitti di Interesse, denuncia del Governo Ii
- PDF
+
CNR e Corruzione
+
Limiti
della Ricerca +
Universita',
scuole di medicina e Big Pharma
+
Effetto aspettativa +
Truffa delle
riviste dette "scientifiche"
+
Miti
della Scienza
+
Miti dei
Vaccini +
Riviste scientifico-mediche pilotate da
Big
Pharma
+ Comparaggio
farmaceutico +
Le case farmaceutiche
ingannano i medici e questi danneggiano i malati
+
I medici sono una
minaccia +
Codice etico della ricerca
Europea
Video da visionare per
comprendere il meccanismo del FURTO dei nostri beni da
parte di questi
CRIMINALI
a livello mondiale !
Video, parla una biologa:
Richard Smith - ex Direttore del
British Medical
Journal - in una intervista pubblicata dal
Manifesto il 2 dicembre, intitolata "La
ricerca medica e' inattendibile
per colpa
delle
case farmaceutiche", spiega la
grave situazione
della
ricerca medica ormai
(quasi) completamente condizionata dagli
interessi economici delle
case
farmaceutiche.
Smith dichiara che la qualita' della ricerca e'
bassa, gli errori frequenti.
Da uno studio dell'ACP Journal Club, risulta che
su cento giornali medici meno del 5% fornisce
informazioni effettivamente utili al personale
clinico e sanitario.
Inoltre - continua Smith - il 70% delle ricerche
pubblicate dalle cinque maggiori riviste mediche
sono finanziate dalle
case farmaceutiche
e gia' nel 2003 uno studio pubblicato su JAMA,
Journal of the American Medical Association,
mostrava che un terzo degli autori aveva
interessi economici nella propria ricerca.
E aggiunge che per di piu'
i ricercatori non dichiarano di
essere
condizionati da un
conflitto di interesse,
come dimostra un altro studio condotto nel 2001.
La 'cura' che propone Richard Smith e' "tornare
alle radici del lavoro scientifico, creare un
dibattito scientifico piu' aperto e alla luce
del sole come avviene in altri settori della
ricerca".
Il problema e' come farlo. Bisognerebbe che la comunita' scientifica avesse un moto di orgoglio
e si muovesse unita in questo comune intento. E
che i governi capissero l'importanza di
finanziare pubblicamente questo settore chiave
per l'informazione del medico e - di conseguenza
- per la salute delle persone. Troppo facile
dare tutta la colpa a
Big Pharma.
In altre occasioni egli continua:
“Le riviste mediche
dovrebbero criticare i trial clinici, non
pubblicarli”. A sostenere la tesi provocatoria
non è l’ennesima associazione di consumatori
agguerriti contro le case farmaceutiche, ma
Richard Smith, ex direttore del
British Medical
Journal, l’importante rivista medica
d’oltremanica. Dopo 25 anni trascorsi a
pubblicare ricerche sponsorizzate dall’industria
– di cui gli ultimi 13 passati al vertice di
tutto il gruppo editoriale legato al BMJ – Smith
definisce i giornali medici “un’estensione delle
strategie di marketing delle
compagnie
farmaceutiche” e accusa le aziende di
pilotare
gli studi clinici in modo da ottenere solo
risultati favorevoli.
“I direttori delle
riviste si stanno rendendo
sempre più conto di quanto siano stati
manipolati, e si stanno ribellando, ma devo
ammettere che ho impiegato un quarto di secolo
per svegliarmi e capire quello che stava
accadendo”, ha scritto Smith su
PLOS Medicine, il giornale online ad accesso
gratuito della Public Library of Science, del
cui comitato direttivo l’ex direttore del BMJ è
entrato a far parte dopo aver dato le dimissioni
dalla rivista, nel 2004.
Fonti: PLOS Medicine May 2005, vol 2, issue 5;
PLOS Medicine Mar 2005, vol 2, issue 3
Farmaci, ricerca, industria: quale tutela per
il cittadino ?
Gran parte della ricerca mondiale in campo
medico oggi non sopravvivrebbe senza i
finanziamenti dell’Industria farmaceutica. La
scienza sotto padrone, però, soffre di una
precisa patologia: spesso risponde più alle
esigenze commerciali della compagnia che la
finanzia che a quelle dei malati in attesa di
nuove cure. Situazione, questa, diffusa
soprattutto in America e in Europa, dove gli
enormi interessi della farmaceutica - primo
settore industriale USA - rendono inevitabile il
corto circuito tra scienza e profitto. L’Italia
non sembra fare eccezione. Conflitti d’interesse
e corruzione prosperano anche da noi, come
dimostrano casi giudiziari tuttora aperti, che
vedono indagate le più alte sfere della medicina
italiana: l’ex Ministro Sirchia – per aver
presumibilmente incassato da una ditta
produttrice di elettromedicali, la Immucor,
assegni intesi a favorire l’azienda in occasione
di appalti. Il Prof. Umberto Tirelli, del Centro
di Riferimento Oncologico di Aviano – per avere
accettato soldi da uno dei colossi della
farmaceutica, la GlaxoSmithKline, in cambio di
una certa disinvoltura nel prescrivere il
farmaco antitumorale Topotecan.
By Laura Margottini - Tratto da:
http://www.dipmat.unipg.it/~mamone/sci-dem/nuocontri/margottini.htm
Commento NdR:
Oggi sono ben noti i
misfatti dell’industria
farmaceutica, e sono solo la punta
dell’iceberg, ma nell’articolo non
vengono tenuti in nessuna considerazione i
GRAVISSIMI MISFATTI degli
enti
governativi Italiani ed esteri, a “Tutela della
Salute”; dove sono stati, e dove sono
ancora oggi
questi enti che dovrebbero controllare con i
loro laboratori, i farmaci ed anche i
vaccini…..forse
al bar a prendersi un caffe’….? ..e chiudendo tutti i due
occhi su queste azioni Criminali,
cio’ significa che sono collusi con i
produttori di farmaci
e
vaccini, ma
significa anche che le
case
farmaceutiche hanno corrotto e/o immesso nei
posti di potere di questi enti, i “loro”
uomini affinche’
nascondessero e chiudessero i due occhi su
questi CRIMINI
contro l’Umanita’ …..
....altro che
HITLER….quello ERA un BRAVO RAGAZZO in
CONFRONTO a QUESTI
CRIMINALI di OGGI !
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Se
finanzia l'industria i risultati sono più favorevoli al
farmaco !!!
Lo scorso 2 agosto 2010, MedlinePlus, il sito web
rivolto ai cittadini (http://www.nlm.nih.gov/medlineplus/),
gestito dalla prestigiosa biblioteca biomedica del
National Institute of Health (NIH), pubblicava questa
notizia: "Un'analisi suggerisce che le ricerche
finanziate dall'industria
farmaceutica hanno una maggiore
probabilità delle altre di avere un risultato positivo".
L'analisi in questione, pubblicata sugli Annals of
Internal Medicine (http://www.annals.org/content/153/3/158.abstract),
è stata svolta da tre ricercatori del Children's
Hospital di Boston e finanziata con fondi pubblici. Gli
autori della ricerca hanno voluto descrivere le
caratteristiche dei trial registrati su ClicalTrials.gov
inerenti efficacia e sicurezza di 5 classi di farmaci e
vedere se la fonte del finanziamento fosse associata
alla pubblicazione di risultati favorevoli al farmaco.
Gli autori chiudono il loro articolo affermando che i
trial finanziati dall'industria hanno minori probabilità
di essere pubblicati entro 2 anni dal loro completamento
e maggiori probabilità di riportare risultati positivi.
Questa conclusione per altro non è una novità. Sono
diversi gli studi che suggeriscono le stesse
conclusioni.
Dei 546 trial, 346 (63%) sono stati finanziati
dall'industria, 74 (14%) da agenzie governative e 126
(23%) da organismi non profit o non federali.
I trial finanziati dall'industria
hanno una maggior probabilità di essere di fase 3 o 4
(88.7%; P < 0.001), di usare un farmaco di confronto
attivo (36.8%; P =0.010), di essere multicentrici
(89.0%; P < 0.001), di arruolare un maggior numero di
partecipanti (dimensione mediana del campione, 306
partecipanticontro i 78 e i 50 dei trial finanziati
dalle altre fonti; P < 0.001), di arruolare almeno il
75% dei partecipanti previsti (84,9%; P < 0.001).
Al contrario, solo i trial finanziati da agenzie
governative hanno incluso tra i partecipanti un numero
significativo di bambini (37,8%; P < 0.001).
Di tutti i trial, solo 362 (66,3%) hanno pubblicato i
risultati: 230 (66,5%) tra quelli finanziati
dall'industria, 41 (55,4%) da agenzie governative e 91
(72,2%) da enti non profit o non federali.
I trial finanziati dall'industria hanno riportato un
risultato positivo nel 85.4% delle pubblicazioni, in
confronto al 50.0% dei trial governativi e al 71.9% di
quelli finanziati da organismi non profit o non federali
(P < 0.001).
Tra questi ultimi, quelli in cui era presente un
contributo dell'industria, hanno riportato risultati
positivi più frequentemente di quelli senza contributi
(85.0% vs. 61.2%; P = 0.013). Il tasso di pubblicazione
dei trial entro 24 mesi dal termine dello studio, va dal
32.4% per quelli finanziati dall'industria al 56.2% per
quelli finanziati da organismi non profit o non federali
senza contributi dell'industria (P = 0.005).
Gli autori chiudono il loro articolo affermando che i
trial finanziati dall'industria hanno minori probabilità
di essere pubblicati entro 2 anni dal loro completamento
e maggiori probabilità di riportare risultati positivi.
Questa conclusione per altro non è una novità.
Nel 2003 sul BMJ fu pubblicata una revisione sistematica
di Lexchin et al. (http://www.bmj.com/cgi/content/full/326/7400/1167)
che mostrò come il finanziamento di uno studio da parte
dell'industria
farmaceutica fosse associato a risultati
favorevoli alla molecola della ditta finanziatrice.
Gli autori selezionarono 30 ricerche tra quelle svolte
sulla relazione tra sponsor e risultati della ricerca
tra il 1966 e il 2002 (6 revisioni di farmacoeconomia,
metanalisi e 22 analisi di gruppi di trial) e conclusero
che le ricerche finanziate dall'industria avevano minori
probabilità di essere pubblicate rispetto a quelle
sostenute da fondi pubblici e maggiori probabilità di
dare un risultato favorevole allo sponsor (odds ratio
4.05; 95%CI 2.98 - 5.51).
Nessun studio ha evidenziato che i trial condotti dall'industria
fossero di bassa qualità. La spiegazione va
piuttosto ricercata nella scelta "opportunista" del
farmaco di confronto (notoriamente poco efficace o
somministrato a dosi troppo basse); infine esiste un
bias di pubblicazione, nel senso che l'industria tende a
non pubblicare gli studi che sono sfavorevoli al suo
prodotto.
Nel 2006 su Jama, una ricerca di Ridker e Torres (http://jama.amaassn.org/cgi/content/full/295/19/2270)
ha voluto verificare se questasituazione fosse cambiata
negli anni 2000, in particolare negli studi inerenti
l'ambito cardiovascolare.
Dopo avere fatto una revisione di 303 trial di
superiorità, pubblicati tra il 2000 e il 2005 su Jama,
NEJM e Lancet e per i quali era indicata la fonte di
finanziamento, gli autori trovarono che su 137 trial
finanziati dall'industria 92 (67%) ebbero un risultato
favorevole al nuovo trattamento (P<.001), mentre ciò
accadde solo in 51 (49%) dei 104 trial finanziati da
organismi non profit (P=.80). Tra i 62 trial con
finanziamento misto, 35 (57%) furono favorevoli.
Tra i 205 RCT di farmaci, le proporzioni favorevoli al
nuovo trattamento furono 39.5% per quelli finanziati da
organismi non profit, 54.4% per quelli con finanziamento
misto e 65.5% per quelli finanziati dall'industria (P
per il trend intragruppi =.002).
Tra i 39 RCT condotti su devices cardiovascolari, le
proporzioni degli studi con risultato favorevole furono
rispettivamente 50.0%, 69.2%, 82.4%, (P per il trend
intragruppi =.07). Inoltre i trial che avevano end point
surrogati avevano maggiori probabilità di un risultato
positivo (67%), rispetto a quelli che avevano degli end
point clinici (54.1%; P=.02).
Ulteriore conferma della associazione tra finanziamento
dell'industria e risultato favorevole si è avuta anche
nel campo dei
vaccini: Jefferson
et al.(http://www.bmj.com/cgi/content/full/338/feb12_2/b354)
nel 2009, esaminando 259 studi sui
vaccini
influenzali, hanno dimostrato come gli studi
finanziati da organismi governativi abbiano minore
probabilità di dare risultati favorevoli ai vaccini,
rispetto a quelli finanziati in
tutto o in parte dall'industria.
Tratto da: pianetadonna.it
CONFLITTI D’INTERESSI nella
RICERCA BIOMEDICA e nella
PRATICA CLINICA
Approvato nella Seduta Plenaria dell’8 Giugno 2006 -
Italy
Presidenza del Consiglio dei Ministri COMITATO NAZIONALE
per la BIOETICA:
vedi
PDF
tratto da:
http://www.governo.it/bioetica/testi/Conflitti_interessi.pdf
vedi anche:
Conflitto
di interesse
+
Conflitti di
interesse PDF - 1
+
Conflitti
di interesse PDF
- 2 +
Conflitti di Interesse, denuncia del Governo Ii
- PDF
+
CDC - 1
+
FDA
+
Conflitti di Interesse,
business farmaci e vaccini
+
Conflitti
di interesse dell'AIFA
vedi anche:
ISS
+
Ministero
della salute
+
EMA
+ CNR e Corruzione
+
Consenso Informato
CDC e Conflitti di interesse - 1 +
CDC e Conflitti
di interesse - 2
+
CDC e Conflitti
di interesse - 3
+
Corruzione
CDC conflitti di interesse
anche per i vaccini
http://healthimpactnews.com/2014/cdcs-purchase-of-4-billion-of-vaccines-a-conflict-of-interest-in-overseeing-vaccine-safety/
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Pharmageddon: l’inizio o la fine ?
Il recente
risarcimento di oltre 3 miliardi di dollari pagato
dalla GlaxoSmithKline al governo USA ci ha
ricordato (se mai ne avessimo avuto bisogno) della serie
di scandali che nell’ultimo decennio ci hanno in parte
svelato i retroscena di Big
Pharma.
Dal rofecoxib al rosiglitazone, reboxetina, paroxetina,
olanzepina e quant’altro finisca con “ina”, fino all’oseltamivir
(e probabilmente al pioglitazone), (NdR: anche ai
vaccini, qui
dimenticati) la storia è la stessa.
In
genere i benefici della "meravigliomicina" vengono
esagerati e la sua tossicità sminuita o alle volte
addirittura nascosta.
Questo è reso possibile dal processo oscuro e complesso
di trasformazione della ricerca: siamo passati da
semplici osservazioni su ciascun partecipante a
complessi rapporti sui megatrial multicentrici
scintillanti e rutilanti.
Gli effetti collaterali seri o addirittura mortali sono
stati sepolti in giochi complessi di classificazioni
ballerine, definizioni compiacenti o allocazioni
sbagliate degli eventi da un braccio del trial
all’altro.
I regolatori spesso non se ne rendono conto e i
ricercatori indipendenti si basano su articoli
pubblicati su mega riviste che altro non sono altro che
sinossi pubblicitarie, veritiere alla stregua di Lele
Mora.
Nonostante i cadaveri siano veri (come quelli dei film
di George Romero), i guadagni favolosi (alla Vanna
Marchi) permettono a Big Pharma di pagare risarcimenti
come fossero banali multe da autovelox, il colpevole non
confessa e nessuno va in galera (come il Mago Dos
Santos).
Il danno all’immagine e alla reputazione del farmaco e
del produttore viene presto riparato grazie
all’intervento di società di comunicazione e KOL
compiacenti [vedi gergotomo di AaB] che fanno circolare
messaggi promozionali camuffati da principi di
sanità pubblica.
Come è stato possibile arrivare a tanto ?
E soprattutto, come è possibile che questa situazione
venga tollerata nella più totale indifferenza ?
David Healy è un professore di
psichiatria nelle brume piovose del Galles
settentrionale (dove le pecore sono solite indossare le
pinne). Healy nel suo libro descrive la rapida discesa
agli inferi di Pharmageddon.
Pharmageddon è uno scenario in cui i danni di nuovi
farmaci sono maggiori dei loro benefici e in cui i
pazienti soffrono e muoiono, avendo pagato
profumatamente per essere avvelenati.
I medici fanno da spettatori consenzienti e ignoranti
(“non sembrano rendersi conto che l’accesso al
ricettario li pone nella posizione di un imperatore
romano con i pazienti nel ruolo di assaggiatori”).
Pharmageddon è un libro che dipinge un quadro
convincente delle origini dei nostri mali e dei loro
effetti lungo l’arco degli ultimi 50 anni, periodo in
cui il potere è passato dalle mani dei medici (che
giustamente vengono descritti come bersagli imbelli e
arroganti dell’operazione di marketing più sofisticata
al mondo) a quelle di
Big Pharma.
Healy mette in luce un aspetto sconcertante: la
professione medica che è
abbindolata
da linee guida costruite su articoli di rivistone che
appaiono evidence-based, ma sono in realtà basate su
pubblicità.
La professione alla deriva segue pedissequamente le
indicazioni delle linee guida e degli articoli per paura
di denuncie o per il timore di non apparire all’altezza
agli occhi di colleghi e astanti vari.
Healy identifica le origini di
Pharmageddon riconducendole a 3 eventi apparentemente
indipendenti.
-
Il primo è la riduzione dei fondi
destinati alla ricerca clinica in USA a cominciare dagli
anni 60.
Questa riduzione di fondi era basata sull’idea che visto
che i trial clinici servivano soprattutto a
Big
Pharma, era giusto che fosse
Big Pharma a
pagarseli. Un ragionamento questo che oggi ci farebbe
sorridere (come le patetiche battute del molto
onorevole Li-Bro) se non fosse per i danni in termini di
vite e fondi pubblici.
-
Il secondo evento è stato la
moltiplicazione delle cattedre universitarie,
che ha trasformato il mondo accademico dall’arcadia
degli anni 50 (nel quale un singolo gruppo di accademici
in un solo centro conosceva tutti i partecipanti al
trial) allo scenario contemporaneo da Spaghetti Western,
nel quale un numero sempre maggiore di cacciatori di
taglie va a caccia di denaro per la sperimentazione di
Big Pharma.
-
Il terzo elemento è la nascita del trial
multicentrico.
E qui l’esperienza millenaria di Sun Tzu e il verbo di
Healy si sono uniti in una scintilla che ha illuminato
uno dei punti critici. Nei trial multicentriogni centro
vede i suoi pazienti ma nessun centro ha la visibilità
di ciò che fa il centro accanto. L’unico centro ad avere
un quadro di insieme è il mission control presso
Big Pharma che vede tutto quello che
producono gli altri centri. Una situazione che offre più
di qualche opportunità per divertirsi a spostare e
rimpiattare (o meglio a seppellire), come dimostrano gli
eventi dell’ultima decade.
Recentemente Sun Tzu ha pubblicizzato
Pharmageddon in occasione di due convegni internazionali
di HTA.
Il messaggio di Sun Tzu era lo stesso di quello di cui
si fa portatore Healy. Guardatevi intorno e, come vi
invitiamo ogni giorno a fare da questo sito, prima della
prossima pandemia influenzale, pentitevi. Se non lo
farete la medicina sarà ridotta alle funzioni del
Capitano Bollo Tondo nella Grande Guerra di Mino
Monicelli: un’autorizzazione scritta a cibarsi di
megamicina, scintillolo e altri rimedi miracolosi. A
sorpresa gli astanti annuiscono sempre alle parole di
Sun (ma dove sono finiti tutti quelli che consideravano
la prima edizione di AaB esagerata?), a sottolineare che
il libro di Healy si basa su fatti. Non vi piaceranno le
conclusioni, ma così è.
Leggete Pharmageddon. Fatelo specialmente se siete dei
medici con il ricettario di rapida estrazione dalla
fondina. Fidatevi del maestro Sun: questo è il mondo
vero e non quello delle fantasie dei media.
Dimenticavo: sono solo un cinese saggio, non sono
parente di Healy, non ho parenti in Atac, non ho mai
incontrato Healy e non posseggo azioni della sua casa
editrice.
David Healy. Pharmageddon. - University
of California Press.
www.ucpress.edu.
Tratto da: attentiallebufale.it
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
Farmaci,
ricerca, industria: quale tutela per il
cittadino ?
Gran parte della
ricerca mondiale in campo medico oggi non
sopravvivrebbe senza i finanziamenti
dell’industria farmaceutica.
La scienza sotto
padrone, pero', soffre di una precisa patologia:
spesso risponde piu' alle esigenze commerciali
della compagnia che la finanzia che a quelle dei
malati in attesa di nuove cure. Situazione,
questa, diffusa soprattutto in America e in
Europa, dove gli enormi interessi della
farmaceutica - primo settore industriale USA -
rendono inevitabile il corto circuito tra
scienza e profitto.
L’Italia non sembra fare eccezione. Conflitti
d’interesse e corruzione prosperano anche da
noi, come dimostrano casi giudiziari tuttora
aperti, che vedono indagate le piu' alte sfere
della medicina italiana: l’ex Ministro Sirchia –
per aver presumibilmente incassato da una ditta
produttrice di elettromedicali, la Immucor,
assegni intesi a favorire l’azienda in occasione
di appalti.
Il Prof. Umberto Tirelli, del Centro
di Riferimento Oncologico di Aviano – per avere
accettato soldi da uno dei colossi della
farmaceutica, la GlaxoSmithKline, in cambio di
una certa disinvoltura nel prescrivere il
farmaco antitumorale Topotecan. Ma in quali
pieghe del processo scientifico si insinuano e
attecchiscono certe mistificazioni della scienza
medica ?
Peer review:
Garanzia o censura ?
Per rispondere, e' necessario descrivere
brevemente come funziona uno degli aspetti
cruciali della scienza, in particolare di quella
medica: la pubblicazione di articoli, attraverso
i quali vengono rese note scoperte ed esiti
delle sperimentazioni. e' grazie a riviste
specialistiche come The Lancet, The British
Medical Journal, New England Journal of
Medicine, JAMA, per citare alcune tra le piu'
autorevoli, che i medici di tutto il mondo
vengono informati sui risultati piu' innovativi
della medicina e della farmacologia.
Ma la pubblicazione
ha anche un altro ruolo vitale per la
scienza:"rappresenta il test piu' critico per
un’ipotesi o per un dato scientifico, che
vengono sottoposti al giudizio dell’ultimo
tribunale: la comunita' scientifica e il
pubblico" spiega il prof.
Peter Duesberg, professore di biologia
molecolare della University of California,
esperto di AIDS
di fama mondiale.
Ma chi ha
il compito di decidere se un lavoro e' da
pubblicare oppure no ?
La valutazione si fa all’interno del cosiddetto
peer-review process. Questo processo prevede che
gli articoli proposti ad una rivista vengano
esaminati da alcuni referee, cioe' esperti di un
determinato settore della medicina, a cui il
direttore del giornale si rivolge perche'
valutino la qualita', la correttezza scientifica
e l’originalita' dei lavori. Forniscono, in
pratica, i pareri tecnici in base ai quali il
direttore decide se pubblicare o meno
l’articolo.
Al fine di garantire la trasparenza e
l’obiettivita' dei giudizi, gli autori degli
articoli non dovrebbero conoscere i nomi dei refeere e viceversa.
Questo, almeno, e'
cio' che dovrebbe essere, ma molte sono le
eccezioni e le anomalie di questo processo.
Secondo Duesberg: il Peer-Review e' una forma di
censura con aspetti sia positivi che negativi.
Positivi, perche' scienziati senza conflitto di
interesse possono eliminare le pubblicazioni
basate su prove non scientifiche o ipotesi
confutate. Negativi, perche' l’ideologia
scientifica prevalente usa il peer_review per
eliminare quelle innovazioni che minacciano le
ipotesi e gli investimenti dell’ortodossia.
Duesberg lo dice per
esperienza. Considerato un luminare in tema di
AIDS e cancro, avendo isolato il primo gene
ritenuto responsabile di indurre tumori e
mappato la struttura genetica dei retrovirus
(un’opera che gli e' valsa nel 1986 l’elezione
alla piu' importante associazione scientifica
americana, la National Academy of Science),
Duesberg ha compromesso una lanciatissima
carriera, opponendosi a quello che definisce "il
dogma dell’Hiv", cioe' la teoria attualmente piu'
accreditata sulle cause dell’AIDS, quella
secondo la quale e' il retrovirus
Hiv ad indurre
l’immunodeficienza. Secondo Duesberg, non c’e'
assolutamente alcun legame scientificamente
accertato tra il virus e la malattia, e i
farmaci antiretrovirali non solo sono inutili,
ma in alcuni casi accelerano la morte dei
pazienti, come e' avvenuto per l’AZT della
multinazionale Glaxo.
Quando Duesberg ha tentato di divulgare le sue
ragioni scientifiche sulla questione, si e' visto
rigettare lavori dalle stesse riviste mediche
dove prima pubblicava, negare inviti ad
importanti congressi a cui era solito
partecipare e fondi per la ricerca che era
solito ottenere.
Insomma, il suo
punto di vista sulle cause dell’Aids – condiviso
anche da scienziati del calibro di David Rasnick
e del Premio Nobel 1993 per la chimica Kary
Mullis – lo ha quasi ridotto al silenzio.
Paradossalmente, quindi, puo' accadere che il
peer review faccia da freno al progresso
scientifico, invece che da motore, oscurando
ipotesi nuove prima che abbiano avuto la
possibilita' di essere confutate.
Secondo Duesberg: "Le riviste piu' quotate
sono quelle che pubblicano gli articoli che
maggiormente riflettono gli standard
dell’ortodossia scientifica. Questo pero' non
garantisce che le ricerche pubblicate siano
corrette.
Il lavoro di Galileo sul sistema eliocentrico ne
e' un classico esempio: pur essendo corretto,
esso fu censurato dall’ortodossia del tempo. Ma
abbiamo anche molti esempi moderni, come
l’ipotesi della mutazione somatica per cio' che
riguarda la ricerca sul cancro. Essa prevede che
il cancro sia causato dalle mutazioni che
subiscono alcuni geni. Sebbene non esistano
prove a sostegno del fatto che mutazioni
genetiche possano indurre il cancro, questa
teoria ha effettivamente oscurato tutte le
ipotesi alternative degli ultimi 30 anni".
La
FRODE
degli autori fantasma.
La censura preventiva non e' l’unico uso
scorretto che si fa della pubblicazione. "Il
sistema e' stato molto abusato fino a questo
momento – sostiene il Prof. David Healy, celebre
psichiatra dell’Universita' del Wales,
Inghilterra – in vari modi. Prima di tutto,
tantissimi articoli medici non sono stati
scritti realmente da chi dichiara di esserne
l’autore, ma da ghostwriter, autori fantasma,
cioe' da impiegati delle compagnie farmaceutiche
i quali prima provvedono alla stesura del
lavoro, e poi propongono a qualche grosso nome
della medicina di firmarlo", ottenendo così
pubblicita' a basso costo per i nuovi farmaci.
Infatti se l’articolo che ne descrive le
proprieta' e' firmato da un nome importante, i
medici tendono a fidarsi di piu' di quanto non
farebbero con l’informatore farmaceutico mandato
dall’industria, e quindi prescrivono quel
farmaco piu' volentieri.
Chi accetta di firmare lo fa sia per il compenso
che la compagnia gli offre in cambio, sia perche'
pubblicare il piu' possibile e' vitale per fare
carriera e per ottenere l’assegnazione di fondi
per la ricerca.
Lo stesso Healy si
e'
visto presentare un articolo gia' pronto da
firmare. Avendo declinato l’offerta, la
compagnia che lo aveva scritto non ha fatto
altro che riproporlo, nella stessa identica
forma, ad un altro famoso psichiatra, il Dott.
Siegfried Kasper dell’Universita' di Vienna,
ottenendo finalmente cio' che voleva. "La cosa
piu' grave – puntualizza Healy – non e' che il
vero autore sia un altro, ma che cio' che e'
scritto nell’articolo non sia la verita'". Questi
articoli, infatti, non tengono veramente conto
dei dati bruti ottenuti nella fase della
sperimentazione clinica del farmaco. Ne esaltano
le qualita' e minimizzano gli effetti
collaterali, come in un qualsiasi spot
pubblicitario. "Sono veri e propri spot. –
afferma Healy "In generale, quando si
tratta di farmaci, pochissimi articoli sono
scritti senza subire l’influenza delle case
farmaceutiche".
E il 50% di quelli
pubblicati sul British Medical Journal e su The
Lancet, secondo Healy sono scritti da
ghostwriters. Poiche' i dati bruti delle
sperimentazioni troppo spesso non vengono
pubblicati – pratica che lo psichiatra condanna
duramente – e' molto difficile verificare
l’autenticita' dei lavori.
Tale omissione di
informazioni e' considerata da moltissimi
ricercatori e scienziati una grave mancanza, del
tutto contraria all’etica della ricerca.
Infatti, se i dati ottenuti durante una
sperimentazione vengono tenuti nascosti alla
comunita' scientifica, oltre a non poter
verificare l’autenticita' dei risultati
pubblicati, cio' provoca inevitabilmente un
duplice effetto: il rallentamento di quelle
sperimentazioni che potrebbero beneficiare di
tali dati da una parte; la ripetizione di
esperimenti gia' effettuati dall’altra.
La questione dei
ghostwriter rappresenta un problema anche per le
riviste, come evidenziato anche da Richard Smith,
ex direttore del British Medical Journal e
attuale direttore generale di United Health
Europe: "e' molto difficile, per noi,
distinguere, e quindi rifiutare, gli articoli di
questo tipo da quelli onesti - ha dichiarato.
Pubblicita'
esplicita
La dipendenza che i giornali hanno nei confronti
dell’industria e' dimostrato in prima battuta
dalle inserzioni pubblicitarie presenti
massicciamente nelle riviste. Quasi tutti i
giornali che si occupano di medicina – dalle
riviste specialistiche fino agli inserti
"salute" dei quotidiani- ospitano moltissima
pubblicita' a pagamento sui farmaci e questo non
puo' che gettare un ombra sull’onesta'
dell’informazione che viene proposta.
Quale obbiettivita' ci si puo' infatti aspettare
da una rivista che fa pubblicita' ai prodotti di
una certa compagnia farmaceutica? Gli editor
saranno imparziali nel giudicare gli studi
sponsorizzati dalle stesse compagnie che,
attraverso l’acquisto di spazi pubblicitari,
finanziano la rivista ?
Il Prof. Del Favero (dipartimento di Medicina
Clinica e Sperimentale dell’Universita' di
Perugia), a cui abbiamo rivolto tali domande, ci
assicura che "La sopravvivenza di riviste
prestigiose come The Lancet, il BMJ o il New
England Journal of Medicine, non dipende certo
dal ricavato della pubblicita', poiche' esse
possono vantare un altissimo numero di
abbonati".
Ma allora perche'
anche le loro pagine sono piene di spot
pubblicitari sui farmaci ?
Del resto anche Richard Smith che e' stato
direttore per ben 13 anni del BMJ, ha
recentemente affermato che la dipendenza delle
riviste mediche dalla pubblicita' delle case
farmaceutiche e' una realta'.
Senza contare un
altro aspetto legato alla pubblicita' dei
farmaci: la stragrande maggioranza e' giudicata
pubblicita' ingannevole, come rivela un articolo
pubblicato nel 2003 su The Lancet, il quale
sostiene che il materiale pubblicitario inviato
ai medici dalle case farmaceutiche e' pieno di
affermazioni false, e un altro studio pubblicato
nel 2004 dal BMJ che recita:"Solo il 6% del
materiale pubblicitario sui farmaci e' supportato
da prove scientifiche"
Il secondo articolo succitato riporta i
risultati di uno studio condotto dall’ Institute
for Evidence-Based Medicine, un istituto di
ricerca privato e indipendente con sede a
Colonia. Dall’esame di un campione di materiale
pubblicitario sui farmaci, i ricercatori hanno
verificato che solo il 6% di esso conteneva
affermazioni scientificamente supportate da una
letteratura medica identificabile. Nel restante
94% le affermazioni fatte non riflettevano i
risultati di alcuno studio, o non era chiaro a
quali studi si facesse riferimento.
Lo studio evidenzia come "tali spot presentino
un’immagine distorta dei medicinali che
sponsorizzano: ne minimizzano gli effetti
collaterali, ne esagerano i benefici, non danno
una chiara definizione dei gruppi di pazienti a
cui si fa riferimento, sopprimono i risultati
degli studi, manipolano i rischi, in alcuni casi
fanno riferimento solo agli effetti riscontrati
sugli animali" Stando all’articolo del BMJ, tale
situazione espone i pazienti a molti rischi,
poiche' "e' dimostrato che i medici tendono a
basare le proprie decisioni sul materiale
informativo e pubblicitario inviato loro dalle
compagnie farmaceutiche", cioe' si fidano di
quello che c’e' scritto, perche' lo considerano
scientificamente valido.
Pubblicita'
occulta
Secondo Smith la questione della pubblicita' a
pagamento sulle riviste, per quanto grave e
cospicua, rappresenta solo la minore forma di
corruzione. Nelle riviste mediche e' diffusissima
anche un altro tipo di pubblicita', ben piu'
difficile da decodificare: quella rappresentata
dalla pubblicazione dei risultati di
sperimentazioni cliniche finanziate dalle
industrie.
Studi di questo tipo molto raramente producono
risultati sfavorevoli.
Le compagnie
farmaceutiche cercano infatti di pubblicare
solo gli esiti positivi delle ricerche che
finanziano, perche' uno studio favorevole che
appare su una rivista prestigiosa assicura loro
un’enorme fonte di pubblicita'. In questo caso
l’articolo viene distribuito dalla casa
farmaceutica ai medici di tutto il mondo nel
tentativo di convincerli della qualita' del
"prodotto" di cui si parla nello studio,
sfruttando l’autorevolezza di cui la rivista
gode presso la comunita' scientifica. Pubblicare
solo i dati positivi delle sperimentazioni,
Secondo Smith: "Le
riviste di medicina costituiscono un’estensione
del braccio del marketing delle compagnie
farmaceutiche, per le quali uno studio
favorevole vale piu' di migliaia di inserzioni
pubblicitarie.
E’ per questo che una compagnia puo' arrivare a
spendere piu' di un milione di dollari in reprint
dello studio per la sua distribuzione mondiale."
Smith avverte che
"pubblicare tali articoli significa
compromettere la credibilita' e l’onesta' della
rivista", cio' nonostante moltissimi giornali lo
fanno, anche i piu' autorevoli. Il perche' ce lo
ha spiegato lo psichiatra David Healy: "Troppo
spesso gli articoli che le grandi riviste
pubblicano riguardano farmaci, perche' gli editor
sanno che cio' assicura grossi introiti alla
rivista.
Infatti, sanno gia' che la casa produttrice del
medicinale di cui si parla nell’articolo
acquistera' dalle 20mila alle 50mila copie [che
portera' circa 100,000$ di profitto alla
rivista]. Cio' influenza moltissimo le scelte dei
direttori"
Cio' significa che la
piu' grossa fetta di guadagno per le riviste,
soprattutto per quelle piu' prestigiose, e'
costituito proprio da questo tipo di
pubblicazioni. L’effetto che pratica ha, oltre
ad indurre i medici a pensare che un farmaco sia
piu' efficace di quanto non lo sia realmente, e'
quello di distorcere completamente la
letteratura medica. Per questo David Healy
ritiene che: "La fiducia che attualmente si puo'
avere nei confronti di articoli che hanno a che
fare con i farmaci e' bassissima. In questo
momento la pubblicazione scientifica e' molto piu'
importante per il marketing delle compagnie
farmaceutiche che per lo sviluppo della
scienza".
La politica
della "full disclosure"
Refeere, autori degli articoli ed editor (cioe'
direttori o redattori capo) delle riviste troppo
spesso hanno conflitti d’interesse con
l’industria e questo rende molto difficile
capire quanto gli esiti pubblicati sugli
articoli, specie in farmacologia, siano
influenzati dalle compagnie farmaceutiche. Per
questo motivo, dal 2001 una dozzina di giornali,
tra i quali il Journal of the American Medical
Association (JAMA), il New England Journal of
Medicine (NEJM) e il The Lancet, richiedono una
serie di garanzie prima di pubblicare i
risultati degli studi.
La nuova politica, che va sotto il nome di full
disclosure, obbliga chi pubblica a dichiarare i
propri legami con l’industria, in modo tale che
il lettore spossa giudicare quanto
l’informazione riportata possa essere stata
influenzata dalle compagnie per le quali lavora
l’autore dell’articolo.
Strategia che rappresenta un primissimo ma
efficace passo nella direzione della
trasparenza. La proposta e' stata accolta con
entusiasmo, almeno in apparenza, dai ricercatori
e da molte riviste internazionali. Quelle
europee invece, non hanno ancora aderito.
Non tutti gli autori
hanno la stessa percezione dell’importanza di
questo nuova politica. Si va infatti da un
eccesso all’altro. Come ha ricorda Marcia Angell,
ex editor della piu' autorevole rivista di
medicina, il NEMJ, i conflitti di interesse
dichiarati sono in alcuni casi talmente tanti
che non e' possibile pubblicarli, come di norma,
sulla pagine della rivista, perche' prenderebbero
piu' spazio dell’articolo stesso.
Per questo vengono pubblicati separatamente sul
sito web della rivista. In altri casi, come
denuncia in un rapporto del 2004
l’organizzazione americana Center for Science in
the Public Interest (CSPI) -che vigila sui
molteplici conflitti di interesse che possono
riguardare la scienza- ancora troppi autori
dichiarano di non avere alcun legame con le
industrie, quando invece ce l’hanno.
L’associazione ha infatti analizzato i conflitti
del primo e dell’ultimo autore che si dichiarava
"pulito" di 163 articoli del 2003 apparsi in
quattro tra le piu' note riviste mediche: NEMJ,
JAMA, Environmental Health Perspective,
Toxicology and Applied Pharmacology. Utilizzando
database pubblici, la CSPI ha scoperto che in
ben 13 articoli, l’8 %, gli autori avevano
conflitti di interesse non dichiarati.
Industria,
etica e liberta' di ricerca
Oltre alle pubblicazioni, gli sponsor possono
influenzare anche la liberta' degli scienziati
che lavorano per loro, come ci racconta un
farmacologo di fama internazionale, il Prof.
Gessa dell’Universita' di Cagliari, il quale
riceve soldi per fare ricerca da 3
multinazionali straniere e da una casa italiana,
di cui pero' non ci rivela i nomi.
"Se studi un farmaco
per conto di una compagnia – spiega Gessa – devi
firmare un Secrecy Agreement, un accordo di
segretezza in cui ti impegni a fare solo cio' che
concordi con lo sponsor e nient’altro.
Ad esempio, a non divulgare informazioni e a non
pubblicare niente senza autorizzazione. Per fare
dell’altro ti serve l’OK del finanziatore, che
non sempre e' propenso a concederlo".
Questo vuol dire che
se da una sperimentazione emergono risultati
inaspettati, ad esempio si scopre che il farmaco
ha effetti benefici anche per patologie diverse
da quelle che interessano lo sponsor, il
ricercatore non puo' informare ne' la comunita'
scientifica ne' i pazienti, se non e' autorizzato.
Ma cio' che e' piu' grave e' che nel caso in cui il
ricercatore scopra delle reazioni avverse nei
farmaci che studia, non e' detto che sia libero
di renderli pubblici. Lo dimostra il caso della
dottoressa Nancy Olivieri dell’Universita' di
Toronto.
Avendo scoperto alcuni effetti tossici di un
farmaco che stava testando per conto di una
compagnia, la ricercatrice chiese di informare i
pazienti che lo assumevano.
Vedendosi negare l’autorizzazione, la Olivieri
decise di non rispettare l’accordo di segretezza
e informo' lo stesso i suoi pazienti. Il
risultato fu la sospensione dell’esperimento e
del suo contratto di ricerca.
Lo sponsor puo' anche
decidere di ritardare la pubblicazione di
scoperte o farmaci nuovi, per ragioni
strettamente commerciali, come ad esempio
attendere che il farmaco venga brevettato.
Puo' anche decidere di non pubblicare affatto i
dati dell’esperimento nel caso in cui gli esiti
siano negativi. Comportamento, questo, giudicato
assolutamente contrario all’etica della ricerca.
Se invece
l’esperimento va bene, e "se dalla vendita di un
farmaco dovessero nascere dei miliardi, cosa che
accade – continua Gessa – il ricercatore prende
una certa percentuale. Una parte dei soldi che
riceve puo' utilizzarla per gli studi che a lui
interessano".
Ma e' possibile
pensare di fare ricerca schivando certi paletti
imposti dalle industrie ? Secondo Gessa no.
"Senza i soldi dell’industria non e' possibile.
Anche il ministero della ricerca consiglia di
‘sposarsi’ con gli sponsor, perche' piu' dello
stipendio non e' in grado di assicurare". Ma
qualche modello di finanziamento alternativo
forse esiste. Il Prof. Tansella, psichiatra
dell’Universita' di Verona, ha recentemente
proposto un sistema di finanziamenti per una
ricerca su cui nessuno investe, la ricerca
psicosociale, che studia gli effetti terapeutici
dell’ambiente sociale sulle patologie mentali.
Il finanziamento prevede anche il contributo
dell’industria, ma pare aver trovato la chiave
per evitarne la tirannia. Secondo il Prof.
Tansella del Centro OMS per la Ricerca sulla
Salute Mentale di Verona, la ricerca
psicosociale ha un ruolo chiave nel fornire
indicazioni per la cura delle patologie mentali,
perche' tiene conto di tutti gli aspetti che
possono influire positivamente sul decorso della
malattia, in particolare studia l’influenza che
l’ambiente sociale puo' avere sul paziente.
Gli esiti di questo tipo di ricerche, trasferiti
nella pratica dei Servizi pubblici, come le ASL,
permettono di valutare fin dall’inizio quale
siano le strategie vincenti da utilizzare,
specie nei casi gravi e soggetti a frequenti
ricadute. Il Centro OMS di salute mentale si
occupa proprio di questo tipo di studi, ed e'
riuscito a farsi finanziare anche dalle
industrie, come Ely Lilly, Pfizer, Janssen-Cilag.
Con una particolarita': i finanziamenti ottenuti
sono a fondo perduto, cioe' le compagnie non si
aspettano nulla in cambio, cosa che lascia molta
liberta' ai ricercatori del Centro. In piu', per
evitare ogni rischio di condizionamento, tali
finanziamenti non vengono impiegati negli studi
di tipo farmacologico che il Centro conduce.
"Abbiamo scelto questa strada, proprio per avere
le mani libere" – spiega Tansella, il quale ha
recentemente presentato anche una ricerca su un
innovativo sistema di finanziamenti per i
Servizi pubblici di salute mentale.
Lo studio ha verificato l’applicabilita' di una
sistema tutto nuovo, che prevede una sovvenzione
a pacchetto, invece che a singola prestazione
come si e' fatto fino ad oggi in Italia. e'
possibile, cioe', valutare quale sia il percorso
e la strategia da seguire per riabilitare
completamente il paziente, stabilendo fin
dall’inizio il costo che gravera' sulle casse
dello stato.
Una volta che al servizio venga concesso il
finanziamento stimato necessario, gli psichiatri
diventano i case manager del trattamento,
utilizzando le risorse disponibili all’interno
dei servizi sanitari e sociali presenti sul
territorio. Lo studio ha dimostrato che questo
sistema e' in grado di ottimizzare i costi e
finalmente di fornire risposte adeguate al
paziente, che viene seguito non piu' a singoli
spot, ma lungo tutto il percorso necessario per
uscire dal tunnel della malattia.
Se
l’Industria dirige lo Stato:
il caso italiano
Un passaggio importante nel lungo percorso che
porta nuove cure dal laboratorio di ricerca agli
scaffali delle farmacie e' quello della
registrazione dei nuovi medicinali, fase in cui
si valutano i dati sull’efficacia e la
sicurezza, al fine di autorizzarne la
commercializzazione.
Della questione si occupa, in Italia, l’AIFA,
Agenzia Italiana del Farmaco, voluta dal
ministero della salute nel 2004. Oltre a
decidere quali sono i farmaci che devono entrare
in Italia – aspetto di cui si occupava in
precedenza la Commissione Unica del Farmaco (la
CUF) – l’AIFA si occupa di farmacovigilanza,
cioe' del monitoraggio dei farmaci gia' in
commercio, e controlla l’operato delle industrie
nella tutela del cittadino.
Per le valutazioni,
l’agenzia si avvale del giudizio della
Commissione Tecnico Scientifica, la CTS, ex CUF,
costituita da una quindicina di esperti nominati
direttamente dal ministro della sanita' e dai
presidenti delle regioni. Per farne parte sono
fondamentali sia la competenza sia l’assenza
totale di conflitto di interesse con le
industrie, che potrebbero fare pressioni per
velocizzare la procedura di commercializzazione,
a scapito delle valutazioni sulla sicurezza.
Questa situazione si verifica infatti in molte
parti del mondo, primi fra tutti gli Stati
uniti, dove "la sezione della FDA- analogo
americano dell’AIFA – che si occupa di approvare
i nuovi medicinali, riceve la meta' del suo
supporto economico dalle industrie" ha tuonato
in un duro "j’accuse" Marcia Angell, ex
direttore della rivista piu' prestigiosa per la
medicina, il New England Medical Journal: "Le
industrie pagano molti soldi per avere in cambio
una commercializzazione piu' veloce. Questo
significa che la FDA ora dipende dall’industria,
mentre dovrebbe regolarla".
L’effetto, secondo la Angell, e' che
l’approvazione di farmaci di dubbio valore e'
troppo rapida e la rimozione di quelli con gravi
effetti collaterali troppo lenta.
Alla luce di queste
considerazioni, e' spontaneo interrogarsi su
certe politiche dell’AIFA, che in qualche caso
sembrano tutelare piu' l’industria che il
cittadino. Uno dei primi obiettivi dichiarati
dall’Agenzia, infatti, e' proprio quello di
accelerare la procedura di registrazione dei
farmaci, "per favorire l’accesso rapido a nuove
cure" – ha dichiarato l’agenzia in occasione
della sua inaugurazione, senza pero' spiegare se
e come questo incidera' sulla sicurezza. Un altro
aspetto molto singolare e' che alla Presidenza
dell’Aifa sieda proprio un ex Dirigente di
Farmindustria, la dottoressa Antonella Cinque,
fatto che costituisce un vero e proprio
conflitto di interessi. Altre perplessita' si
hanno quando, spulciando tra le nomine delle
vecchie commissioni CUF e della nuova CTS, ci si
accorge che molti degli esperti che ne fanno
parte sono gli stessi da circa 15 anni.
La situazione e' molto strana se si pensa che il
mandato per un membro CUF prevedeva un massimo
di 4 anni. Mandato che per la CTS e' stato
portato a ben 10 anni dall’ex ministro Sirchia,
forse proprio per aggirare l’ostacolo delle
nomine troppo spesso ripetute.
A cosa si devono
queste anomalie ? Lo abbiamo chiesto
direttamente alla dottoressa Cinque.
Dopo varie telefonate all’AIFA e dopo aver
inviato le domande in anticipo, come ci e' stato
richiesto, la dottoressa ci ha comunicato
attraverso la sua segretaria di non poter essere
disponibile prima di una mese a causa di
improcrastinabili impegni di lavoro, anche se,
come abbiamo spiegato all’ufficio stampa della
Presidenza, la conversazione avrebbe richiesto
solo una decina di minuti.
Ci siamo rivolti allora al Prof. Del Favero
dell’Universita' di Perugina – uno dei nomi piu'
ricorrenti nelle commissioni CUF e attuale
membro della CTS – per sapere a cosa sia dovuto
lo scarso ricambio delle nomine: "Credo che
questa scelta sia stata fatta perche' si vuole
una continuita' di lavoro e anche perche' di
esperti indipendenti, incorruttibili e
competenti in questa materia non ce ne sono
molti".
Il prof. Gessa,
anche lui ex membro CUF, crede invece che "a
premere per le riconferme di alcune nomine ci
siano delle pressioni politiche trasversali, di
quelle che sopravvivono ai governi. e' probabile
che l’Industria - sostiene Gessa - abbia dei
propri paladini all’interno della commissione".
Ma e' possibile,
invece, che, come dice Del Favero, non ci siano
altri esperti abbastanza validi da sostituire i
vecchi ?
Il Prof. Healy pensa di no: "Non e' vero
che non ce ne sono. Molti altri potrebbero
essere nominati. La realta' e' che coloro che diventano
esperti hanno spesso legami stretti con le
industrie farmaceutiche per le quali devono
registrare i farmaci".
Riguardo al
conflitto di interesse tra chi in precedenza ha
lavorato per l’industria e successivamente si
occupa di regolarla, Healy sostiene che "essere
stati in passato tanto vicino all’Industria non
e' esattamente la cosa di cui si ha bisogno
quando si siede al vertice di certe agenzie.
Trovo che sia un comportamento molto difficile
da giustificare. Come e perche' certe cose
accadano – conclude – sono due questioni di
estremo interesse".
Giriamo la questione
ai vertici dell’AIFA, sperando che qualcuno
trovi il tempo di rispondere.
By Laura Margottini - Tratto da: Scienza e
Democrazia/Science and Democracy - 2005
www.dipmat.unipg.it/~mamone/sci-dem
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RICERCA FASULLA o
FRAUDOLENTA
Fiona Godlee, direttore del
BMJ, dedica il primo numero del 2012 alla
ricerca condotta in modo fraudolento, un
problema degno della massima attenzione. Dopo
aver annunciato il Convegno sull'argomento che
si sarebbe tenuto di lì a poco, cita
l'editoriale scritto a quattro mani con Elizabet
Wager, che passa in rassegna la situazione in
varie nazioni a partire dal Regno Unito dove
manca un'azione concertata. L'opinione
prevalente è che il problema o non esiste o è di
estrema rarità, come ha recentemente affermato
il direttore del HEFCE, l'organismo che
distribuisce i fondi per la ricerca alle
Università britanniche.
Già dieci anni fa Richard Smith, ex direttore
del BMJ, M. Farthing direttore di Gut e del
Committee on Publication Ethics e Richard Horton,
direttore del Lancet, avevano congiuntamente
denunciato il fenomeno e con esso il fallimento
dell'azione di contrasto.
Una metanalisi apparsa su Plos One nel 2009
riporta che il 2% dei ricercatori aveva
fabbricato, falsificato o modificato i risultati
delle proprie ricerche, mentre il 14% dei
colleghi ne era a perfetta conoscenza.
Nel Regno Unito barare
su una ricerca non è fenomeno isolato e le cose
non vanno meglio in altri paesi.
Nel 2014 la Commissione Europea darà il via a un
piano (Horizon 2020) che investirà circa 30
miliardi di euro in sei anni, per incrementare
la competitività nella ricerca scientifica dei
paesi dell'Unione. Purtroppo nel piano non è
prevista una commissione che vigili
sull'integrità nella raccolta dei dati. Per
questo è stata proposta la formazione di
un'Agenzia Europea specifica che vigili in tal
senso sul progetto Horizon 2020. I risultati
alterati e modificati possono causare danni
diretti e anche la morte di molti pazienti.
Il Regno Unito merita di più, sentenziano Fiona
Godlee ed Elizabet Wager. Anche l'Italia e
qualsiasi altro paese meritano di più.
La parzialità e la distorsione dei dati mette in
pericolo la salute dei pazienti, altera le
evidenze, spreca i fondi, e non ultimo danneggia
l'immagine della scienza medica nei riguardi del
pubblico.
La ricerca medica condotta con inganno equivale
ad avvelenare il pozzo. Così scriveva qualche
anno fa Richard Smith, già direttore del BMJ,
con una riuscita metafora del sapere scientifico
a cui tutti noi attingiamo. Purtroppo la storia
è ricca di pessimi esempi in tal senso, anche se
forse la madre di tutte le truffe, almeno in
epoca moderna, fu quella perpetrata da William
Summerlin nel 1974.
L'immunologo statunitense pubblicò i risultati
di un eccezionale trapianto.
Peccato che, come si scoprì a breve, i lembi di
cute trapiantata su topini bianchi erano stati
ottenuti con un semplice pennarello nero.
Si disse allora che ciò era avvenuto per un
problema mentale del ricercatore e tutto cadde
nel dimenticatoio, come spesso succede per
avvenimenti del genere. Più di uno su dieci
(13%) tra medici e ricercatori inglesi ha
dichiarato di sapere che i colleghi avevano in
passato alterato intenzionalmente o fabbricato
ex novo i dati di una ricerca allo scopo di
favorirne la pubblicazione, il 6% sapeva di
fatti del genere anche nel proprio istituto,
coperti da indagini insufficienti.
Così risulta dall'analisi di 2700 risposte (31%)
a un questionario distribuito a più di novemila
tra ricercatori universitari e ospedalieri che
avevano pubblicato sul BMJ o erano stati
peer-reviewers. Gli esiti di questa ricerca sono
stati presentati al Convegno sulla frode nella
ricerca medica che si è svolto a Londra il 12
gennaio 2012, in collaborazione con il COPE (Commmittee
on Publications Ethics)L'obiettivo era quello di
dare una definizione a questo tipo di condotta e
di trovare una via efficace per contrastare il
fenomeno.
Non esistono attualmente le premesse per
responsabilizzare le istituzioni e gli autori di
una ricerca, né c'è infatti un gran desiderio
che ciò avvenga, forse non c'è nemmeno una reale
conoscenza della gravità del fenomeno, ovvero
non se ne vuol parlare per non sollevare un
polverone. Alla fine del convegno si è ricordato
che il progresso scientifico non procede per
lenta evoluzione, ma piuttosto per scosse, per
eventi rivoluzionari, separati da interludi di
calma piatta.
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Importante:
….pur segnalando in questo Portale
Guida alla Salute Naturale le gravi anomalie (anche criminali)
della Sanita’ Mondiale gestita dalle
Lobbies farmaceutiche e dei
loro “agenti-rappresentanti”
inseriti a tutti i livelli, Politici e Sanitari nel
Mondo intero, vogliamo anche ricordare e spendere per
Giustizia delle parole per gratificare e
ringraziare quei centinaia di migliaia di
medici (quelli in buona
fede) che, malgrado le interferenze degli interessi
di quelle Lobbies,
incessantemente si prodigano ogni giorno aiutare i
malati che a loro si rivolgono e che con i progressi
delle apparecchiature tecnologiche per la diagnostica
e delle tecniche interventive, stanno facendo
notevoli progressi e raggiungono per essi risultati ed
effetti benefici, che fino a qualche anno fa erano
impensabili.
Vediamo ogni
giorno progressi in tal senso, ma la terapeutica
indicata dalla direzione della Sanita’ ufficiale
Mondiale = OMS (che e' legata alle
linee guida di dette Lobbies),
non segue, salvo rari casi, quella curva progressiva di
benessere per i malati.
Se questi bravi medici che
operano giornalmente sul campo, conoscessero anche la
Medicina Naturale,
potrebbero migliorare e di molto le loro tecniche
terapeutiche, con grande beneficio per tutti i malati
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