RICERCHE
mediche....FASULLE
Richard Smith - ex Direttore del
British Medical
Journal - in una intervista pubblicata dal
Manifesto il 2 dicembre, intitolata "La
ricerca medica e' inattendibile per colpa delle
case farmaceutiche", spiega la
grave situazione della ricerca medica ormai
(quasi) completamente condizionata dagli
interessi economici delle
case
farmaceutiche.
Smith dichiara che la qualita' della ricerca e'
bassa, gli errori frequenti.
Da uno studio dell'ACP Journal Club, risulta che
su cento giornali medici meno del 5% fornisce
informazioni effettivamente utili al personale
clinico e sanitario.
Inoltre - continua Smith - il 70% delle ricerche
pubblicate dalle cinque maggiori riviste mediche
sono finanziate dalle
case farmaceutiche
e gia' nel 2003 uno studio pubblicato su JAMA,
Journal of the American Medical Association,
mostrava che un terzo degli autori aveva
interessi economici nella propria ricerca.
E aggiunge che per di piu'
i ricercatori non dichiarano di essere
condizionati da un conflitto di interesse,
come dimostra un altro studio condotto nel 2001.
La 'cura' che propone Richard Smith e' "tornare
alle radici del lavoro scientifico, creare un
dibattito scientifico piu' aperto e alla luce
del sole come avviene in altri settori della
ricerca".
Il problema e' come farlo. Bisognerebbe che la comunita' scientifica avesse un moto di orgoglio
e si muovesse unita in questo comune intento. E
che i governi capissero l'importanza di
finanziare pubblicamente questo settore chiave
per l'informazione del medico e - di conseguenza
- per la salute delle persone. Troppo facile
dare tutta la colpa a
Big Pharma.
In altre occasioni egli continua:
“Le riviste mediche
dovrebbero criticare i trial clinici, non
pubblicarli”. A sostenere la tesi provocatoria
non è l’ennesima associazione di consumatori
agguerriti contro le case farmaceutiche, ma
Richard Smith, ex direttore del British Medical
Journal, l’importante rivista medica
d’oltremanica. Dopo 25 anni trascorsi a
pubblicare ricerche sponsorizzate dall’industria
– di cui gli ultimi 13 passati al vertice di
tutto il gruppo editoriale legato al BMJ– Smith
definisce i giornali medici “un’estensione delle
strategie di marketing delle compagnie
farmaceutiche” e accusa le aziende di pilotare
gli studi clinici in modo da ottenere solo
risultati favorevoli.
“I direttori delle riviste si stanno rendendo
sempre più conto di quanto siano stati
manipolati, e si stanno ribellando, ma devo
ammettere che ho impiegato un quarto di secolo
per svegliarmi e capire quello che stava
accadendo”, ha scritto Smith su
PLOS Medicine, il giornale online ad accesso
gratuito della Public Library of Science, del
cui comitato direttivo l’ex direttore del BMJ è
entrato a far parte dopo aver dato le dimissioni
dalla rivista, nel 2004.
Fonti: PLOS Medicine May 2005, vol 2, issue 5;
PLOS Medicine Mar 2005, vol 2, issue 3
Farmaci, ricerca, industria: quale tutela per
il cittadino ?
Gran parte della ricerca mondiale in campo
medico oggi non sopravvivrebbe senza i
finanziamenti dell’Industria farmaceutica. La
scienza sotto padrone, però, soffre di una
precisa patologia: spesso risponde più alle
esigenze commerciali della compagnia che la
finanzia che a quelle dei malati in attesa di
nuove cure. Situazione, questa, diffusa
soprattutto in America e in Europa, dove gli
enormi interessi della farmaceutica - primo
settore industriale USA - rendono inevitabile il
corto circuito tra scienza e profitto. L’Italia
non sembra fare eccezione. Conflitti d’interesse
e corruzione prosperano anche da noi, come
dimostrano casi giudiziari tuttora aperti, che
vedono indagate le più alte sfere della medicina
italiana: l’ex Ministro Sirchia – per aver
presumibilmente incassato da una ditta
produttrice di elettromedicali, la Immucor,
assegni intesi a favorire l’azienda in occasione
di appalti. Il Prof. Umberto Tirelli, del Centro
di Riferimento Oncologico di Aviano – per avere
accettato soldi da uno dei colossi della
farmaceutica, la GlaxoSmithKline, in cambio di
una certa disinvoltura nel prescrivere il
farmaco antitumorale Topotecan.
By Laura Margottini - Tratto da:
http://www.dipmat.unipg.it/~mamone/sci-dem/nuocontri/margottini.htm
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
Farmaci,
ricerca, industria: quale tutela per il
cittadino?
Gran parte della
ricerca mondiale in campo medico oggi non
sopravvivrebbe senza i finanziamenti
dell’industria farmaceutica.
La scienza sotto
padrone, pero', soffre di una precisa patologia:
spesso risponde piu' alle esigenze commerciali
della compagnia che la finanzia che a quelle dei
malati in attesa di nuove cure. Situazione,
questa, diffusa soprattutto in America e in
Europa, dove gli enormi interessi della
farmaceutica - primo settore industriale USA -
rendono inevitabile il corto circuito tra
scienza e profitto.
L’Italia non sembra fare eccezione. Conflitti
d’interesse e corruzione prosperano anche da
noi, come dimostrano casi giudiziari tuttora
aperti, che vedono indagate le piu' alte sfere
della medicina italiana: l’ex Ministro Sirchia –
per aver presumibilmente incassato da una ditta
produttrice di elettromedicali, la Immucor,
assegni intesi a favorire l’azienda in occasione
di appalti.
Il Prof. Umberto Tirelli, del Centro
di Riferimento Oncologico di Aviano – per avere
accettato soldi da uno dei colossi della
farmaceutica, la GlaxoSmithKline, in cambio di
una certa disinvoltura nel prescrivere il
farmaco antitumorale Topotecan. Ma in quali
pieghe del processo scientifico si insinuano e
attecchiscono certe mistificazioni della scienza
medica ?
Peer review:
Garanzia o censura ?
Per rispondere, e' necessario descrivere
brevemente come funziona uno degli aspetti
cruciali della scienza, in particolare di quella
medica: la pubblicazione di articoli, attraverso
i quali vengono rese note scoperte ed esiti
delle sperimentazioni. e' grazie a riviste
specialistiche come The Lancet, The British
Medical Journal, New England Journal of
Medicine, JAMA, per citare alcune tra le piu'
autorevoli, che i medici di tutto il mondo
vengono informati sui risultati piu' innovativi
della medicina e della farmacologia.
Ma la pubblicazione
ha anche un altro ruolo vitale per la
scienza:"rappresenta il test piu' critico per
un’ipotesi o per un dato scientifico, che
vengono sottoposti al giudizio dell’ultimo
tribunale: la comunita' scientifica e il
pubblico" spiega il prof.
Peter Duesberg, professore di biologia
molecolare della University of California,
esperto di AIDS
di fama mondiale.
Ma chi ha
il compito di decidere se un lavoro e' da
pubblicare oppure no ?
La valutazione si fa all’interno del cosiddetto
peer-review process. Questo processo prevede che
gli articoli proposti ad una rivista vengano
esaminati da alcuni referee, cioe' esperti di un
determinato settore della medicina, a cui il
direttore del giornale si rivolge perche'
valutino la qualita', la correttezza scientifica
e l’originalita' dei lavori. Forniscono, in
pratica, i pareri tecnici in base ai quali il
direttore decide se pubblicare o meno
l’articolo.
Al fine di garantire la trasparenza e
l’obiettivita' dei giudizi, gli autori degli
articoli non dovrebbero conoscere i nomi dei refeere e viceversa.
Questo, almeno, e'
cio' che dovrebbe essere, ma molte sono le
eccezioni e le anomalie di questo processo.
Secondo Duesberg: il Peer-Review e' una forma di
censura con aspetti sia positivi che negativi.
Positivi, perche' scienziati senza conflitto di
interesse possono eliminare le pubblicazioni
basate su prove non scientifiche o ipotesi
confutate. Negativi, perche' l’ideologia
scientifica prevalente usa il peer_review per
eliminare quelle innovazioni che minacciano le
ipotesi e gli investimenti dell’ortodossia.
Duesberg lo dice per
esperienza. Considerato un luminare in tema di
AIDS e cancro, avendo isolato il primo gene
ritenuto responsabile di indurre tumori e
mappato la struttura genetica dei retrovirus
(un’opera che gli e' valsa nel 1986 l’elezione
alla piu' importante associazione scientifica
americana, la National Academy of Science),
Duesberg ha compromesso una lanciatissima
carriera, opponendosi a quello che definisce "il
dogma dell’Hiv", cioe' la teoria attualmente piu'
accreditata sulle cause dell’AIDS, quella
secondo la quale e' il retrovirus
Hiv ad indurre
l’immunodeficienza. Secondo Duesberg, non c’e'
assolutamente alcun legame scientificamente
accertato tra il virus e la malattia, e i
farmaci antiretrovirali non solo sono inutili,
ma in alcuni casi accelerano la morte dei
pazienti, come e' avvenuto per l’AZT della
multinazionale Glaxo.
Quando Duesberg ha tentato di divulgare le sue
ragioni scientifiche sulla questione, si e' visto
rigettare lavori dalle stesse riviste mediche
dove prima pubblicava, negare inviti ad
importanti congressi a cui era solito
partecipare e fondi per la ricerca che era
solito ottenere.
Insomma, il suo
punto di vista sulle cause dell’Aids – condiviso
anche da scienziati del calibro di David Rasnick
e del Premio Nobel 1993 per la chimica Kary
Mullis – lo ha quasi ridotto al silenzio.
Paradossalmente, quindi, puo' accadere che il
peer review faccia da freno al progresso
scientifico, invece che da motore, oscurando
ipotesi nuove prima che abbiano avuto la
possibilita' di essere confutate.
Secondo Duesberg: "Le riviste piu' quotate
sono quelle che pubblicano gli articoli che
maggiormente riflettono gli standard
dell’ortodossia scientifica. Questo pero' non
garantisce che le ricerche pubblicate siano
corrette.
Il lavoro di Galileo sul sistema eliocentrico ne
e' un classico esempio: pur essendo corretto,
esso fu censurato dall’ortodossia del tempo. Ma
abbiamo anche molti esempi moderni, come
l’ipotesi della mutazione somatica per cio' che
riguarda la ricerca sul cancro. Essa prevede che
il cancro sia causato dalle mutazioni che
subiscono alcuni geni. Sebbene non esistano
prove a sostegno del fatto che mutazioni
genetiche possano indurre il cancro, questa
teoria ha effettivamente oscurato tutte le
ipotesi alternative degli ultimi 30 anni".
La frode
degli autori fantasma.
La censura preventiva non e' l’unico uso
scorretto che si fa della pubblicazione. "Il
sistema e' stato molto abusato fino a questo
momento – sostiene il Prof. David Healy, celebre
psichiatra dell’Universita' del Wales,
Inghilterra – in vari modi. Prima di tutto,
tantissimi articoli medici non sono stati
scritti realmente da chi dichiara di esserne
l’autore, ma da ghostwriter, autori fantasma,
cioe' da impiegati delle compagnie farmaceutiche
i quali prima provvedono alla stesura del
lavoro, e poi propongono a qualche grosso nome
della medicina di firmarlo", ottenendo così
pubblicita' a basso costo per i nuovi farmaci.
Infatti se l’articolo che ne descrive le
proprieta' e' firmato da un nome importante, i
medici tendono a fidarsi di piu' di quanto non
farebbero con l’informatore farmaceutico mandato
dall’industria, e quindi prescrivono quel
farmaco piu' volentieri.
Chi accetta di firmare lo fa sia per il compenso
che la compagnia gli offre in cambio, sia perche'
pubblicare il piu' possibile e' vitale per fare
carriera e per ottenere l’assegnazione di fondi
per la ricerca.
Lo stesso Healy si
e'
visto presentare un articolo gia' pronto da
firmare. Avendo declinato l’offerta, la
compagnia che lo aveva scritto non ha fatto
altro che riproporlo, nella stessa identica
forma, ad un altro famoso psichiatra, il Dott.
Siegfried Kasper dell’Universita' di Vienna,
ottenendo finalmente cio' che voleva. "La cosa
piu' grave – puntualizza Healy – non e' che il
vero autore sia un altro, ma che cio' che e'
scritto nell’articolo non sia la verita'". Questi
articoli, infatti, non tengono veramente conto
dei dati bruti ottenuti nella fase della
sperimentazione clinica del farmaco. Ne esaltano
le qualita' e minimizzano gli effetti
collaterali, come in un qualsiasi spot
pubblicitario. "Sono veri e propri spot. –
afferma Healy "In generale, quando si
tratta di farmaci, pochissimi articoli sono
scritti senza subire l’influenza delle case
farmaceutiche".
E il 50% di quelli
pubblicati sul British Medical Journal e su The
Lancet, secondo Healy sono scritti da
ghostwriters. Poiche' i dati bruti delle
sperimentazioni troppo spesso non vengono
pubblicati – pratica che lo psichiatra condanna
duramente – e' molto difficile verificare
l’autenticita' dei lavori.
Tale omissione di
informazioni e' considerata da moltissimi
ricercatori e scienziati una grave mancanza, del
tutto contraria all’etica della ricerca.
Infatti, se i dati ottenuti durante una
sperimentazione vengono tenuti nascosti alla
comunita' scientifica, oltre a non poter
verificare l’autenticita' dei risultati
pubblicati, cio' provoca inevitabilmente un
duplice effetto: il rallentamento di quelle
sperimentazioni che potrebbero beneficiare di
tali dati da una parte; la ripetizione di
esperimenti gia' effettuati dall’altra.
La questione dei
ghostwriter rappresenta un problema anche per le
riviste, come evidenziato anche da Richard Smith,
ex direttore del British Medical Journal e
attuale direttore generale di United Health
Europe: "e' molto difficile, per noi,
distinguere, e quindi rifiutare, gli articoli di
questo tipo da quelli onesti - ha dichiarato.
Pubblicita'
esplicita
La dipendenza che i giornali hanno nei confronti
dell’industria e' dimostrato in prima battuta
dalle inserzioni pubblicitarie presenti
massicciamente nelle riviste. Quasi tutti i
giornali che si occupano di medicina – dalle
riviste specialistiche fino agli inserti
"salute" dei quotidiani- ospitano moltissima
pubblicita' a pagamento sui farmaci e questo non
puo' che gettare un ombra sull’onesta'
dell’informazione che viene proposta.
Quale obbiettivita' ci si puo' infatti aspettare
da una rivista che fa pubblicita' ai prodotti di
una certa compagnia farmaceutica? Gli editor
saranno imparziali nel giudicare gli studi
sponsorizzati dalle stesse compagnie che,
attraverso l’acquisto di spazi pubblicitari,
finanziano la rivista ?
Il Prof. Del Favero (dipartimento di Medicina
Clinica e Sperimentale dell’Universita' di
Perugia), a cui abbiamo rivolto tali domande, ci
assicura che "La sopravvivenza di riviste
prestigiose come The Lancet, il BMJ o il New
England Journal of Medicine, non dipende certo
dal ricavato della pubblicita', poiche' esse
possono vantare un altissimo numero di
abbonati".
Ma allora perche'
anche le loro pagine sono piene di spot
pubblicitari sui farmaci ?
Del resto anche Richard Smith che e' stato
direttore per ben 13 anni del BMJ, ha
recentemente affermato che la dipendenza delle
riviste mediche dalla pubblicita' delle case
farmaceutiche e' una realta'.
Senza contare un
altro aspetto legato alla pubblicita' dei
farmaci: la stragrande maggioranza e' giudicata
pubblicita' ingannevole, come rivela un articolo
pubblicato nel 2003 su The Lancet, il quale
sostiene che il materiale pubblicitario inviato
ai medici dalle case farmaceutiche e' pieno di
affermazioni false, e un altro studio pubblicato
nel 2004 dal BMJ che recita:"Solo il 6% del
materiale pubblicitario sui farmaci e' supportato
da prove scientifiche"
Il secondo articolo succitato riporta i
risultati di uno studio condotto dall’ Institute
for Evidence-Based Medicine, un istituto di
ricerca privato e indipendente con sede a
Colonia. Dall’esame di un campione di materiale
pubblicitario sui farmaci, i ricercatori hanno
verificato che solo il 6% di esso conteneva
affermazioni scientificamente supportate da una
letteratura medica identificabile. Nel restante
94% le affermazioni fatte non riflettevano i
risultati di alcuno studio, o non era chiaro a
quali studi si facesse riferimento.
Lo studio evidenzia come "tali spot presentino
un’immagine distorta dei medicinali che
sponsorizzano: ne minimizzano gli effetti
collaterali, ne esagerano i benefici, non danno
una chiara definizione dei gruppi di pazienti a
cui si fa riferimento, sopprimono i risultati
degli studi, manipolano i rischi, in alcuni casi
fanno riferimento solo agli effetti riscontrati
sugli animali" Stando all’articolo del BMJ, tale
situazione espone i pazienti a molti rischi,
poiche' "e' dimostrato che i medici tendono a
basare le proprie decisioni sul materiale
informativo e pubblicitario inviato loro dalle
compagnie farmaceutiche", cioe' si fidano di
quello che c’e' scritto, perche' lo considerano
scientificamente valido.
Pubblicita'
occulta
Secondo Smith la questione della pubblicita' a
pagamento sulle riviste, per quanto grave e
cospicua, rappresenta solo la minore forma di
corruzione. Nelle riviste mediche e' diffusissima
anche un altro tipo di pubblicita', ben piu'
difficile da decodificare: quella rappresentata
dalla pubblicazione dei risultati di
sperimentazioni cliniche finanziate dalle
industrie.
Studi di questo tipo molto raramente producono
risultati sfavorevoli.
Le compagnie
farmaceutiche cercano infatti di pubblicare
solo gli esiti positivi delle ricerche che
finanziano, perche' uno studio favorevole che
appare su una rivista prestigiosa assicura loro
un’enorme fonte di pubblicita'. In questo caso
l’articolo viene distribuito dalla casa
farmaceutica ai medici di tutto il mondo nel
tentativo di convincerli della qualita' del
"prodotto" di cui si parla nello studio,
sfruttando l’autorevolezza di cui la rivista
gode presso la comunita' scientifica. Pubblicare
solo i dati positivi delle sperimentazioni,
Secondo Smith: "Le
riviste di medicina costituiscono un’estensione
del braccio del marketing delle compagnie
farmaceutiche, per le quali uno studio
favorevole vale piu' di migliaia di inserzioni
pubblicitarie.
E’ per questo che una compagnia puo' arrivare a
spendere piu' di un milione di dollari in reprint
dello studio per la sua distribuzione mondiale."
Smith avverte che
"pubblicare tali articoli significa
compromettere la credibilita' e l’onesta' della
rivista", cio' nonostante moltissimi giornali lo
fanno, anche i piu' autorevoli. Il perche' ce lo
ha spiegato lo psichiatra David Healy: "Troppo
spesso gli articoli che le grandi riviste
pubblicano riguardano farmaci, perche' gli editor
sanno che cio' assicura grossi introiti alla
rivista.
Infatti, sanno gia' che la casa produttrice del
medicinale di cui si parla nell’articolo
acquistera' dalle 20mila alle 50mila copie [che
portera' circa 100,000$ di profitto alla
rivista]. Cio' influenza moltissimo le scelte dei
direttori"
Cio' significa che la
piu' grossa fetta di guadagno per le riviste,
soprattutto per quelle piu' prestigiose, e'
costituito proprio da questo tipo di
pubblicazioni. L’effetto che pratica ha, oltre
ad indurre i medici a pensare che un farmaco sia
piu' efficace di quanto non lo sia realmente, e'
quello di distorcere completamente la
letteratura medica. Per questo David Healy
ritiene che: "La fiducia che attualmente si puo'
avere nei confronti di articoli che hanno a che
fare con i farmaci e' bassissima. In questo
momento la pubblicazione scientifica e' molto piu'
importante per il marketing delle compagnie
farmaceutiche che per lo sviluppo della
scienza".
La politica
della "full disclosure"
Refeere, autori degli articoli ed editor (cioe'
direttori o redattori capo) delle riviste troppo
spesso hanno conflitti d’interesse con
l’industria e questo rende molto difficile
capire quanto gli esiti pubblicati sugli
articoli, specie in farmacologia, siano
influenzati dalle compagnie farmaceutiche. Per
questo motivo, dal 2001 una dozzina di giornali,
tra i quali il Journal of the American Medical
Association (JAMA), il New England Journal of
Medicine (NEJM) e il The Lancet, richiedono una
serie di garanzie prima di pubblicare i
risultati degli studi.
La nuova politica, che va sotto il nome di full
disclosure, obbliga chi pubblica a dichiarare i
propri legami con l’industria, in modo tale che
il lettore spossa giudicare quanto
l’informazione riportata possa essere stata
influenzata dalle compagnie per le quali lavora
l’autore dell’articolo.
Strategia che rappresenta un primissimo ma
efficace passo nella direzione della
trasparenza. La proposta e' stata accolta con
entusiasmo, almeno in apparenza, dai ricercatori
e da molte riviste internazionali. Quelle
europee invece, non hanno ancora aderito.
Non tutti gli autori
hanno la stessa percezione dell’importanza di
questo nuova politica. Si va infatti da un
eccesso all’altro. Come ha ricorda Marcia Angell,
ex editor della piu' autorevole rivista di
medicina, il NEMJ, i conflitti di interesse
dichiarati sono in alcuni casi talmente tanti
che non e' possibile pubblicarli, come di norma,
sulla pagine della rivista, perche' prenderebbero
piu' spazio dell’articolo stesso.
Per questo vengono pubblicati separatamente sul
sito web della rivista. In altri casi, come
denuncia in un rapporto del 2004
l’organizzazione americana Center for Science in
the Public Interest (CSPI) -che vigila sui
molteplici conflitti di interesse che possono
riguardare la scienza- ancora troppi autori
dichiarano di non avere alcun legame con le
industrie, quando invece ce l’hanno.
L’associazione ha infatti analizzato i conflitti
del primo e dell’ultimo autore che si dichiarava
"pulito" di 163 articoli del 2003 apparsi in
quattro tra le piu' note riviste mediche: NEMJ,
JAMA, Environmental Health Perspective,
Toxicology and Applied Pharmacology. Utilizzando
database pubblici, la CSPI ha scoperto che in
ben 13 articoli, l’8 %, gli autori avevano
conflitti di interesse non dichiarati.
Industria,
etica e liberta' di ricerca
Oltre alle pubblicazioni, gli sponsor possono
influenzare anche la liberta' degli scienziati
che lavorano per loro, come ci racconta un
farmacologo di fama internazionale, il Prof.
Gessa dell’Universita' di Cagliari, il quale
riceve soldi per fare ricerca da 3
multinazionali straniere e da una casa italiana,
di cui pero' non ci rivela i nomi.
"Se studi un farmaco
per conto di una compagnia – spiega Gessa – devi
firmare un Secrecy Agreement, un accordo di
segretezza in cui ti impegni a fare solo cio' che
concordi con lo sponsor e nient’altro.
Ad esempio, a non divulgare informazioni e a non
pubblicare niente senza autorizzazione. Per fare
dell’altro ti serve l’OK del finanziatore, che
non sempre e' propenso a concederlo".
Questo vuol dire che
se da una sperimentazione emergono risultati
inaspettati, ad esempio si scopre che il farmaco
ha effetti benefici anche per patologie diverse
da quelle che interessano lo sponsor, il
ricercatore non puo' informare ne' la comunita'
scientifica ne' i pazienti, se non e' autorizzato.
Ma cio' che e' piu' grave e' che nel caso in cui il
ricercatore scopra delle reazioni avverse nei
farmaci che studia, non e' detto che sia libero
di renderli pubblici. Lo dimostra il caso della
dottoressa Nancy Olivieri dell’Universita' di
Toronto.
Avendo scoperto alcuni effetti tossici di un
farmaco che stava testando per conto di una
compagnia, la ricercatrice chiese di informare i
pazienti che lo assumevano.
Vedendosi negare l’autorizzazione, la Olivieri
decise di non rispettare l’accordo di segretezza
e informo' lo stesso i suoi pazienti. Il
risultato fu la sospensione dell’esperimento e
del suo contratto di ricerca.
Lo sponsor puo' anche
decidere di ritardare la pubblicazione di
scoperte o farmaci nuovi, per ragioni
strettamente commerciali, come ad esempio
attendere che il farmaco venga brevettato.
Puo' anche decidere di non pubblicare affatto i
dati dell’esperimento nel caso in cui gli esiti
siano negativi. Comportamento, questo, giudicato
assolutamente contrario all’etica della ricerca.
Se invece
l’esperimento va bene, e "se dalla vendita di un
farmaco dovessero nascere dei miliardi, cosa che
accade – continua Gessa – il ricercatore prende
una certa percentuale. Una parte dei soldi che
riceve puo' utilizzarla per gli studi che a lui
interessano".
Ma e' possibile
pensare di fare ricerca schivando certi paletti
imposti dalle industrie ? Secondo Gessa no.
"Senza i soldi dell’industria non e' possibile.
Anche il ministero della ricerca consiglia di
‘sposarsi’ con gli sponsor, perche' piu' dello
stipendio non e' in grado di assicurare". Ma
qualche modello di finanziamento alternativo
forse esiste. Il Prof. Tansella, psichiatra
dell’Universita' di Verona, ha recentemente
proposto un sistema di finanziamenti per una
ricerca su cui nessuno investe, la ricerca
psicosociale, che studia gli effetti terapeutici
dell’ambiente sociale sulle patologie mentali.
Il finanziamento prevede anche il contributo
dell’industria, ma pare aver trovato la chiave
per evitarne la tirannia. Secondo il Prof.
Tansella del Centro OMS per la Ricerca sulla
Salute Mentale di Verona, la ricerca
psicosociale ha un ruolo chiave nel fornire
indicazioni per la cura delle patologie mentali,
perche' tiene conto di tutti gli aspetti che
possono influire positivamente sul decorso della
malattia, in particolare studia l’influenza che
l’ambiente sociale puo' avere sul paziente.
Gli esiti di questo tipo di ricerche, trasferiti
nella pratica dei Servizi pubblici, come le ASL,
permettono di valutare fin dall’inizio quale
siano le strategie vincenti da utilizzare,
specie nei casi gravi e soggetti a frequenti
ricadute. Il Centro OMS di salute mentale si
occupa proprio di questo tipo di studi, ed e'
riuscito a farsi finanziare anche dalle
industrie, come Ely Lilly, Pfizer, Janssen-Cilag.
Con una particolarita': i finanziamenti ottenuti
sono a fondo perduto, cioe' le compagnie non si
aspettano nulla in cambio, cosa che lascia molta
liberta' ai ricercatori del Centro. In piu', per
evitare ogni rischio di condizionamento, tali
finanziamenti non vengono impiegati negli studi
di tipo farmacologico che il Centro conduce.
"Abbiamo scelto questa strada, proprio per avere
le mani libere" – spiega Tansella, il quale ha
recentemente presentato anche una ricerca su un
innovativo sistema di finanziamenti per i
Servizi pubblici di salute mentale.
Lo studio ha verificato l’applicabilita' di una
sistema tutto nuovo, che prevede una sovvenzione
a pacchetto, invece che a singola prestazione
come si e' fatto fino ad oggi in Italia. e'
possibile, cioe', valutare quale sia il percorso
e la strategia da seguire per riabilitare
completamente il paziente, stabilendo fin
dall’inizio il costo che gravera' sulle casse
dello stato.
Una volta che al servizio venga concesso il
finanziamento stimato necessario, gli psichiatri
diventano i case manager del trattamento,
utilizzando le risorse disponibili all’interno
dei servizi sanitari e sociali presenti sul
territorio. Lo studio ha dimostrato che questo
sistema e' in grado di ottimizzare i costi e
finalmente di fornire risposte adeguate al
paziente, che viene seguito non piu' a singoli
spot, ma lungo tutto il percorso necessario per
uscire dal tunnel della malattia.
Se
l’Industria dirige lo Stato:
il caso italiano
Un passaggio importante nel lungo percorso che
porta nuove cure dal laboratorio di ricerca agli
scaffali delle farmacie e' quello della
registrazione dei nuovi medicinali, fase in cui
si valutano i dati sull’efficacia e la
sicurezza, al fine di autorizzarne la
commercializzazione.
Della questione si occupa, in Italia, l’AIFA,
Agenzia Italiana del Farmaco, voluta dal
ministero della salute nel 2004. Oltre a
decidere quali sono i farmaci che devono entrare
in Italia – aspetto di cui si occupava in
precedenza la Commissione Unica del Farmaco (la
CUF) – l’AIFA si occupa di farmacovigilanza,
cioe' del monitoraggio dei farmaci gia' in
commercio, e controlla l’operato delle industrie
nella tutela del cittadino.
Per le valutazioni,
l’agenzia si avvale del giudizio della
Commissione Tecnico Scientifica, la CTS, ex CUF,
costituita da una quindicina di esperti nominati
direttamente dal ministro della sanita' e dai
presidenti delle regioni. Per farne parte sono
fondamentali sia la competenza sia l’assenza
totale di conflitto di interesse con le
industrie, che potrebbero fare pressioni per
velocizzare la procedura di commercializzazione,
a scapito delle valutazioni sulla sicurezza.
Questa situazione si verifica infatti in molte
parti del mondo, primi fra tutti gli Stati
uniti, dove "la sezione della FDA- analogo
americano dell’AIFA – che si occupa di approvare
i nuovi medicinali, riceve la meta' del suo
supporto economico dalle industrie" ha tuonato
in un duro "j’accuse" Marcia Angell, ex
direttore della rivista piu' prestigiosa per la
medicina, il New England Medical Journal: "Le
industrie pagano molti soldi per avere in cambio
una commercializzazione piu' veloce. Questo
significa che la FDA ora dipende dall’industria,
mentre dovrebbe regolarla".
L’effetto, secondo la Angell, e' che
l’approvazione di farmaci di dubbio valore e'
troppo rapida e la rimozione di quelli con gravi
effetti collaterali troppo lenta.
Alla luce di queste
considerazioni, e' spontaneo interrogarsi su
certe politiche dell’AIFA, che in qualche caso
sembrano tutelare piu' l’industria che il
cittadino. Uno dei primi obiettivi dichiarati
dall’Agenzia, infatti, e' proprio quello di
accelerare la procedura di registrazione dei
farmaci, "per favorire l’accesso rapido a nuove
cure" – ha dichiarato l’agenzia in occasione
della sua inaugurazione, senza pero' spiegare se
e come questo incidera' sulla sicurezza. Un altro
aspetto molto singolare e' che alla Presidenza
dell’Aifa sieda proprio un ex Dirigente di
Farmindustria, la dottoressa Antonella Cinque,
fatto che costituisce un vero e proprio
conflitto di interessi. Altre perplessita' si
hanno quando, spulciando tra le nomine delle
vecchie commissioni CUF e della nuova CTS, ci si
accorge che molti degli esperti che ne fanno
parte sono gli stessi da circa 15 anni.
La situazione e' molto strana se si pensa che il
mandato per un membro CUF prevedeva un massimo
di 4 anni. Mandato che per la CTS e' stato
portato a ben 10 anni dall’ex ministro Sirchia,
forse proprio per aggirare l’ostacolo delle
nomine troppo spesso ripetute.
A cosa si devono
queste anomalie ? Lo abbiamo chiesto
direttamente alla dottoressa Cinque.
Dopo varie telefonate all’AIFA e dopo aver
inviato le domande in anticipo, come ci e' stato
richiesto, la dottoressa ci ha comunicato
attraverso la sua segretaria di non poter essere
disponibile prima di una mese a causa di
improcrastinabili impegni di lavoro, anche se,
come abbiamo spiegato all’ufficio stampa della
Presidenza, la conversazione avrebbe richiesto
solo una decina di minuti.
Ci siamo rivolti allora al Prof. Del Favero
dell’Universita' di Perugina – uno dei nomi piu'
ricorrenti nelle commissioni CUF e attuale
membro della CTS – per sapere a cosa sia dovuto
lo scarso ricambio delle nomine: "Credo che
questa scelta sia stata fatta perche' si vuole
una continuita' di lavoro e anche perche' di
esperti indipendenti, incorruttibili e
competenti in questa materia non ce ne sono
molti".
Il prof. Gessa,
anche lui ex membro CUF, crede invece che "a
premere per le riconferme di alcune nomine ci
siano delle pressioni politiche trasversali, di
quelle che sopravvivono ai governi. e' probabile
che l’Industria - sostiene Gessa - abbia dei
propri paladini all’interno della commissione".
Ma e' possibile,
invece, che, come dice Del Favero, non ci siano
altri esperti abbastanza validi da sostituire i
vecchi ?
Il Prof. Healy pensa di no: "Non e' vero
che non ce ne sono. Molti altri potrebbero
essere nominati. La realta' e' che coloro che diventano
esperti hanno spesso legami stretti con le
industrie farmaceutiche per le quali devono
registrare i farmaci".
Riguardo al
conflitto di interesse tra chi in precedenza ha
lavorato per l’industria e successivamente si
occupa di regolarla, Healy sostiene che "essere
stati in passato tanto vicino all’Industria non
e' esattamente la cosa di cui si ha bisogno
quando si siede al vertice di certe agenzie.
Trovo che sia un comportamento molto difficile
da giustificare. Come e perche' certe cose
accadano – conclude – sono due questioni di
estremo interesse".
Giriamo la questione
ai vertici dell’AIFA, sperando che qualcuno
trovi il tempo di rispondere.
By Laura Margottini - Tratto da: Scienza e
Democrazia/Science and Democracy - 2005
www.dipmat.unipg.it/~mamone/sci-dem
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
Importante:
….pur segnalando in questo Portale
Guida alla Salute Naturale le gravi anomalie (anche criminali)
della Sanita’ Mondiale gestita dalle
Lobbies farmaceutiche e dei
loro “agenti-rappresentanti”
inseriti a tutti i livelli, Politici e Sanitari nel
Mondo intero, vogliamo anche ricordare e spendere per
Giustizia delle parole per gratificare e
ringraziare quei centinaia di migliaia di
medici (quelli in buona
fede) che, malgrado le interferenze degli interessi
di quelle Lobbies,
incessantemente si prodigano ogni giorno aiutare i
malati che a loro si rivolgono e che con i progressi
delle apparecchiature tecnologiche per la diagnostica
e delle tecniche interventive, stanno facendo
notevoli progressi e raggiungono per essi risultati ed
effetti benefici, che fino a qualche anno fa erano
impensabili.
Vediamo ogni
giorno progressi in tal senso, ma la terapeutica
indicata dalla direzione della Sanita’ ufficiale
Mondiale = OMS (che e' legata alle
linee guida di dette Lobbies),
non segue, salvo rari casi, quella curva progressiva di
benessere per i malati.
Se questi bravi medici che
operano giornalmente sul campo, conoscessero anche la
Medicina Naturale,
potrebbero migliorare e di molto le loro tecniche
terapeutiche, con grande beneficio per tutti i malati
HOME
|
"Questo sito
WEB vi informa"
Non siamo
responsabili della correttezza e/o della solvibilita'
degli inserzionisti del ns. Network
Webmaster
- Copyright © 1998, Publisher Bamico ltd - All rights reserved
Tutti i diritti riservati - Vietata
la copia anche parziale dei contenuti, se non viene citata la fonte |
|
|