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L’origine della
scrittura si perde nella notte dei tempi e,
probabilmente, nasce con l’uomo.
Secondo gli antichi essa era, addirittura, un
dono degli dei, ma, consideriamone prima
l’aspetto psicologico.
La scrittura sa tutto dello scrivente.
L’uomo, oltre che mettere su carta i propri
pensieri, consegna al destinatario della missiva
la propria radiografia. Quando scriviamo una
qualsiasi cosa su di un foglio, proiettiamo
all’esterno i nostri elementi psichici non
coscienti; veri e propri simbolismi che
descrivono il nostro mondo interiore.
Scrivere è un atto
del tutto inconscio. Se riflettiamo un poco,
quando scriviamo, non abbiamo affatto controllo
dei segni grafici, che compongono un qualsiasi
nostro elaborato. Essi sono tracciati in maniera
automatica.
Si innescano, nell’atto dello scrivere, degli
automatismi inconsci relativi alla complessa
attività neuro-muscolare che muove la nostra
mano. Il professor Marchesan, insigne figura di
studioso e autore di studi basilari sulla
psicologia della scrittura, ha scritto che il
gesto grafico non è cosciente in quanto
automatizzato.
E’ facile comprendere ciò se consideriamo che,
in un minuto di scrittura, la nostra mano è
soggetta a circa 600 impulsi grafomotori. Per
intenderci in un solo secondo di scrittura gli
impulsi, che formano i segni grafici, sono
addirittura 10-11.
Nulla del simbolismo
grafico sembra dovuto al caso. Carl Gustav Jung
scrisse che il simbolo "è sempre un prodotto di
natura assai complessa, poiché si compone dei
dati di tutte le funzioni psichice".
La libido, che è il dinamismo della vita
psichica, si origina nell’inconscio collettivo,
in cui giacciono elementi che non hanno mai
fatto parte del nostro conscio. In questo
secondo strato dell’inconscio (il primo è
denominato inconscio personale e contiene le
cose dimenticate, i complessi, ecc.) giacciono
gli archetipi, simboli dell’anima umana e del
suo evolversi, immagini sempre esistite che si
esprimono nei miti, nelle fiabe e nei nostri
sogni.
Il concetto dinamico dell’anima dovrebbe,
oltremodo, interessare il grafologo (e non
solo), poiché perviene nella scrittura, il cui
movimento obbedisce fedelmente alle fluttuazioni
della libido. Non vi è, infatti, solamente una
rappresentazione scultorea e pittorica della
libido, ma, anche, una rappresentazione grafica.
Il complesso dei
caratteri individualizzati dal gesto grafico è,
senza dubbio, alla base di quello specifico
contributo, che la grafologia dà alle scienze
psicologiche. Lo studio della grafologia si
prefigge di tradurre queste forme simboliche
fino a giungere alla decifrazione della
personalità dello scrivente.
Qualche esempio spiegherà meglio quanto detto.
Noi scriviamo, per lo più, con la mano destra
per comunicare con gli altri e la stessa
scrittura si muove da sinistra a destra, andando
simbolicamente incontro ai destinatari dei
nostri scritti. Non dimentichiamo neppure che la
scrittura è la manifestazione visibile della
parola, che rappresenta il simbolo più puro
della manifestazione dell’essere. Saussure,
fondatore della linguistica moderna, a tal
proposito, scrisse che: "linguaggio e scrittura
sono due sistemi di segni distinti: l’unica
ragion d’essere del secondo è di rappresentare
il primo".
Verso destra è
rappresentato l’altro, l’interlocutore, ciò che
è attivo, maschile, ecc.
A sinistra è simbolizzato il femminile, la
notte, il ritorno al passato, ecc. Bachofen,
famoso storico svizzero, nel libro "Simbolismo
delle sepolture", scrisse: <<La potenza magica
risiede nella mano sinistra, la potenza
terrestre nella mano destra; la sinistra
appartiene al potenziale femminile e passivo, la
destra al potenziale maschile e attivo della
natura>>. È più facile ora comprendere perché
alla scrittura lanciata in avanti, cioè verso
destra, si da’ il significato di estroversione e
al grafismo buttato all’indietro quello di
introversione.
La decifrazione dei simboli ci fa comprendere
dell’altro. Il foglio, sul quale si scrive,
rappresenta l’ambiente nel quale si agisce e si
hanno rapporti con le altre persone. Ania
Teillard, al proposito, scrive: "Nel momento
stesso in cui scriviamo, ci situiamo nello
spazio; il foglio di carta rappresenta
l’universo nel quale ci muoviamo e ogni
movimento scrittorio è simbolo del nostro
comportamento in questo mondo".
La direzione del rigo (scrittura che mantiene il
rigo, scrittura discendente, ecc.) rappresenta
il modo di porsi e di passare all’azione
nell’ambiente. La scrittura, secondo l’altezza
delle lettere denota il valore che si dà agli
altri, e via di seguito.
Nei bambini queste
indagini si fanno esaminandone gli scarabocchi.
Nel 1932 Hans Strauss, al proposito, scriveva:
"La situazione di un adulto che si pone di
fronte ai primi disegni del bambino è quella di
chi apre un libro nel quale una creatività
primordiale, ringiovanita nel piccolo autore,
traccia delle orme enigmatiche".
Orme che si possono interpretare. "I primi
disegni del bambino seguono un ondeggiare
cosmico che non conosce un fuori e un dentro.
Essi rispecchiano la situazione in cui egli
stesso si trova".
Così spiega Michaela Strauss.
Con lo scarabocchio il bambino non pensa di
comunicare con gli altri ma parla a sé stesso.
"Gli scarabocchi sono lettere che i bambini
scrivono a sé stessi, sono autocomprensione…" (W.
Grozinger).
L’analisi dello scarabocchio è la via di
approccio elettiva alla psiche del bambino.
Andiamo ora ad esaminare le origini sacre della
scrittura.
La "scienza delle
lettere, - scrisse l’Iniziato René Guenon - era
la conoscenza di tutte le cose e la calligrafia
che riproduceva il processo cosmogonico era un
rito preliminare all’iniziazione degli scribi.
Ugualmente i geroglifici erano ritenuti
possedere una vita propria e un potere
d’evocazione talmente forte che, per limitarlo
ed evitarne gli effetti dannosi, venivano
tagliati con intersezioni o spezzettati. Così,
ridotti a qualche indicazione frammentaria non
potevano più procurare deliri, trance
collettive, furori, contorsioni, scatenamenti di
entusiasmo, movimenti frenetici di piacere o
spavento". In Egitto rappresentava l’immagine
del divino.
Gli antichi sacerdoti egizi, oltre a celebrare i
riti, provvedevano anche all’insegnamento della
scrittura, la cui conoscenza era ritenuta
necessaria alla celebrazioni delle cerimonie. In
un papiro egizio il dio Thot è raffigurato
mentre toglie dall’immagine degli dei i sacri
geroglifici.
L’esoterismo musulmano identifica i segni
dell’alfabeto col corpo di Dio. In India le
lettere dell’alfabeto simbolizzano le parti del
corpo di Sarasvati, shakti di Brahma, divinità
che presiede anche alla parola (lipidevi).
Lo scrivere era considerato una vera e propria
operazione magica, che ripeteva il gesto
iniziale del Demiurgo.
Il nome più potente
di Dio gli ebrei lo rappresentano con quattro
lettere (JHVH). L’alfabeto ebraico costituisce
la base dell’Albero sefirotico. Ogni lettera
dell’alfabeto rappresenta un numero che traccia
rapporti sottili con l’intero creato. Le
lettere-numeri, sacri presso i popoli
dell’antichità, costituirono, come scrive
Alexandrian nella sua "Storia della filosofia
occulta": "una vasta corrente teorica nella
quale, inizialmente, si fusero quattro fonti
distinte: la filosofia greca…la Gnosi…la mistica
ebraica, e in particolare la cabala con la sua
concezione delle Sefirot, i dieci numeri
considerati emanazioni dell’En-Sof e, infine, il
cristianesimo…".
In Cina il modo più
datato per raffigurare il pensiero era
denominato "Chieh Shéng" (corde annodate).
Di questo antichissima tecnica di scrittura ne
parla Lao-Tze in un suo scritto: "Tao Teh King",
risalente al 600 a. C. Anche Confucio la
menziona nella terza appendice allo "Yih King".
La nascita della scrittura, nell’antica Cina, è
datata nel XXVIII secolo a. C.. Si narra che un
giorno Ts’ang Hieh, santo protettore dei
documenti storici e perciò chiamato Shih’Huang,
che significa "sovrano della documentazione",
salì su una alta montagna, dove non distante
scorreva il fiume Loh e, all’improvviso, ebbe la
folgorante visione di una tartaruga che si
levava dalle acque e aveva impresse sul dorso
delle misteriose e splendenti lettere che,
scrive Mayers nel suo "Manuale di letture
cinesi", rivelavano "le permutazioni della
natura allo scopo di instaurare un sistema di
documentazione scritta".
È così che nacque la scrittura in Cina secondo
questa suggestiva leggenda.
Sulla concezione della sacralità della
scrittura, presso gli antichi cinesi, Paul Carus
scrive: "La scrittura cinese richiede otto tipi
differenti di lineette e la parola Yung,
<<eterno>>, le contiene tutte. Questo carattere
significativo è diventato perciò la tipica
parola con la quale gli studiosi cominciano le
loro lezioni di calligrafia".
La gnosi musulmana
diede anche impronta divina alla scrittura,
ponendo le lettere in relazione con i quattro
angeli della glorificazione. L’Islam sacralizzò
le sette lettere supreme analoghe alle sette
intelligenze, oppure Verbi divini; le altre 28
lettere rappresentano l’uomo nella sua globalità
di spirito e corpo.
Abù Ya’qub Sajastani disse: "Non vi è niente al
mondo che non possa essere considerato una
scrittura".
Sul carattere
metafisico della scrittura il Guenon in "Simboli
della scienza sacra" scrive: "Per esporre il
principio metafisico della "scienza delle
lettere" (in arabo ilmul-huruf), Seyidi
Mohyiddin, il El-Futuhatul-Mekkiyah, considera
l’universo come simbolizzato da un libro: è il
simbolo assai noto del Liber Mundi dei Rosacroce,
e anche del liber Vitae apocalittico. I
caratteri di questo libro sono, in linea di
principio, scritti tutti simultaneamente e
indivisibilmente dalla <<penna divina>> (El-Qalamul-ilahi);
queste ‘lettere trascendenti’ sono le essenze
eterne o le idee divine…".
Presso gli antichi
Celti ciò che veniva scritto era fissato per
sempre. Il dio preposto alla scrittura era
appunto Ogmios, il dio dei legami. Essi
consideravano la maledizione scritta di gran
lunga più efficace di quella lanciata da un
incantesimo. Le lettere dell’alfabeto furono
prese in gran considerazione dagli antichi
filosofi che assegnarono ad ognuna di esse un
valore numerale. Tutto ciò non deve stupire,
"infatti, secondo quanto dice Ibn Khaldun, –
spiega René Guenon – le formule scritte, essendo
composte dei medesimi elementi che costituiscono
la totalità degli esseri, hanno per questo la
facoltà di agire su di loro; ed è anche il
motivo per cui la conoscenza del nome di un
essere, espressione della sua propria natura,
può dare un potere su di lui".
Nell’Africa
occidentale, per Malinke, bambara, dogos, bozo e
minyanka, i segni fondamentali sono 266 e sono
"doni dyu" che (in lingua bambara) è il
"fondamento della conoscenza" ma anche "doni
siya wo siya", il "seme di ogni conoscenza", ma
ancora e principalmente i segni sono il
"fondamento della creazione".
I "segni" per i popoli originari del Mande
furono il primo atto della creazione. In
sostanza presso questi popoli la genesi dei
segni fa comprendere all’iniziato l’antico
mistero della creazione. Egli con i segni sacri
decifra i segreti della cosmogonia, ossia
ottiene la conoscenza della produzione o della
formazione del mondo manifesto, per il semplice
motivo che essi sono stati creati prima di ogni
altra cosa. Michael Cartry, nel suo studio da
titolo:
"Notes sur les signes graphiques du géomancien
gourmantché", pubblicato in Journ. Soc.
Africanistes, scrive:
"I segni comandano sulle cose che significano e
l’artefice dei segni, lungi dall’essere un
semplice imitatore, compie un’opera che ricorda
l’opera divina".
Nel "De Occulta
Philosophia" Enrico Cornelio Agrippa osserva
che: "Il filosofo Alchandrino ha insegnato il
modo di stabilire l’oroscopo e la stella
ascendente di una persona mercè i numeri delle
lettere…".
L’Astrologia, del resto, pare nascondere, tra le
apparenze che la vogliono "sorella pazza"
dell’astronomia, una ben diversa realtà che la
riconduce alle lettere sacre della
manifestazione del Verbo.
I segni zodiacali pur se comunemente si crede
traggano origine da stelle, "abbiamo ragione di
credere che… si sia seguita ben altra visione…
Come non vedere che i segni dello zodiaco sono
numeri e lettere ?"
(Gennaro D’Amato).
Il simbolismo cosmologico delle lettere
dell’alfabeto è presente in ogni popolo che,
nell’antichità, identificò le lettere
dell’alfabeto con l’immagine della divinità e le
concepì come espressione visibile dell’attività
divina.
"Della Magia come
intelligenza delle leggi occulte che regolano la
fenomenologia sensibile non è facile formarsi
un’idea approssimativa – scrive Giuliano
Kremmerz, nel I° volume della "Scienza dei Magi"
- senza penetrare la ragione intima delle
manifestazioni grafiche delle forze". Il
Kremmerz prosegue: "La grafia fissa l’idea. (…).
La grafia genera gli effetti per ripercussione
di onde nell’etere: I nomi delle intelligenze
sono segni letterali quando sono scritti
profanamente - sono segni di grafica esoterica
quando sono rappresentati dai soliti segni che
si trovano nei grimoires – sono segni
potentemente magici quando rispondono ai nomi
veri degli angeli o dei demoni, e questi segni
non si danno ai primi venuti". Il Kremmerz
chiarisce meglio i termini della questione
quando spiega scrivere correttamente questi
segni "è generare idee e nell’occulto vi è tutto
un lavorio…" di particolari energie al riguardo.
Speculare
ulteriormente sul potere della scrittura che,
come si è visto, tutte le grandi religioni hanno
sempre considerato sacra è cosa vana, in quanto,
"non vi è.. un lettore profano alle nostre
meditazioni che possa intuire con regolar
processo la parte occulta della esposizione
letterale nel linguaggio sacro". Così chiude
laconicamente la questione Giuliano Kremmerz.
A noi basta sapere che scrivere non è solo
mettere assieme segni grafici imparati alle
elementari.
La scrittura è molto di più di quanto si suole
considerare. Essa nasce da osservazioni e studi
millenari, di antichi sapienti, del libro della
natura.
Ma poi, perché stupirsi del potere attribuito
alla forma grafica del pensiero ? Non vi siete
mai scoperti a scrivere su un foglio tantissime
volte il nome della persona amata o una
situazione desiderata ?
By Giuseppe Cosco -
http://cosco-giuseppe.tripod.com/grafologia/dei.htm
Alfabeto sacro:
http://digilander.libero.it/VNereo/lapentol.htm

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