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Gli
eruditi appaiono in genere inoffensivi. Li si immagina preoccupati di
questioni molto oscure, inaccessibili ai comuni mortali. Ne deduciamo
quindi che i loro lavori hanno un impatto nullo sulle realtà del mondo, cio’ puo’ essere un grande Errore.
In effetti puo' essere che dal fondo delle biblioteche, scoperte
divengono suscettibili di trascinare dei grandi sconvolgimenti sociali.
Uno degli ultimi esempi: il lavoro del tedesco Chritoph Luxemberg, sulla
lingua del Corano............
Le vergini
e l’uva: le origini cristiane del Corano - vedi: Islam
ed i Cristiani
Uno studioso tedesco di lingue antiche rilegge il
libro sacro dell’islam. Sostiene che è nato ad opera di cristiani di
lingua siro-aramaica, per evangelizzare gli arabi.
E lo traduce in modo
nuovo.
ROMA – Che l’aramaico
sia stata la lingua franca di una vasta area del Medio Oriente antico è
nozione ormai arcinota a un vastissimo pubblico, grazie all’ultimo
film di Mel Gibson, “The Passion of the Christ”, ascoltato da tutti
proprio in quella lingua.
Ma che il siro-aramaico sia stato anche radice del Corano, e del Corano
di primitivo impianto cristiano, è nozione più specialistica, quasi
clandestina. E parecchio pericolosa. L’autore del libro più
importante in materia – un professore tedesco di lingue antiche
semitiche ed arabe – ha preferito, per prudenza, firmare con lo
pseudonimo di Christoph Luxenberg. Qualche anno fa un suo collega
dell’università di Nablus in Palestina, Suliman Bashear, è stato
gettato dalla finestra da suoi allievi musulmani scandalizzati.
Anche nell’Europa del Cinquecento e del Seicento, dilaniata dalle
guerre di religione, i biblisti usavano tenersi al riparo con
pseudonimi. Ma se oggi a farlo sono studiosi del Corano, musulmani e
non, è segno che anche per il libro sacro dei musulmani è cominciata
l’era delle riletture storiche, linguistiche, filologiche.
È un inizio promettente per molti motivi. Gerd-Rüdiger Puin,
professore all’università della Saar in Germania e anch’egli
studioso di filologia del Corano, sostiene che questo tipo di
accostamento al libro sacro dell’islam può aiutare a sconfiggere le
sue letture fondamentaliste e manichee, e a mettere in miglior luce i
suoi legami con l’ebraismo e il cristianesimo.
Il libro di “Christoph Luxenberg” è uscito nel 2000 in Germania col
titolo “Die Syro-Aramäische Lesart des Koran” (“La lettura
siro-aramaica del Corano”), edito a Berlino da Das Arabische Buch. È
esaurito e non ne esistono traduzioni in altre lingue. Ma sta per
arrivare in libreria una sua nuova edizione aggiornata, sempre in
tedesco.
Ecco qui di seguito un’intervista con l’autore, pubblicata in
Germania sul quotidiano “Süddeutsche Zeitung” e in Italia su
“L’espresso” n. 11 del 12-18 marzo 2004:
Dal
Vangelo all’islam
- Intervista con “Christoph Luxenberg”, di Alfred Hackensberger
D. – Professore, per quale motivo ha ritenuto utile fare questa
rilettura del Corano ?
R. – “Perché nel Corano si trovano numerosi punti oscuri dei
quali fin dall’inizio gli stessi commentatori arabi non riuscirono a
dare una spiegazione. Di questi passaggi si è detto che Dio solo può
comprenderli. La ricerca coranica occidentale, iniziata in maniera
sistematica solo intorno alla metà del XIX secolo, ha sempre adottato
come base i commenti degli studiosi arabi.
I quali però non sono mai andati al di là della spiegazione
etimologica di qualche termine di origine straniera».
D. – In che cosa il suo metodo si differenzia ?
R. – “Sono partito dall’idea che il linguaggio del Corano si
debba studiare in un’ottica storico-linguistica. Ai tempi della
nascita del Corano l’arabo non esisteva come lingua scritta; perciò
mi è sembrata evidente la necessità di prendere in considerazione
soprattutto l’aramaico, che all’epoca, tra il IV e i VII secolo, era
non solo la lingua della comunicazione scritta, ma anche la lingua
franca di quell’area dell’Asia occidentale”.
D. – Ci descriva come ha fatto.
R. – “In un primo tempo ho fatto una lettura ‘sincronica’.
In altri termini: ho tenuto presente al tempo stesso sia l’arabo che
l’aramaico. Grazie a questo procedimento ho potuto scoprire il grado
di incidenza finora insospettato dell’aramaico nel linguaggio del
Corano: di fatto, buona parte di ciò che oggi passa sotto il nome di
‘arabo classico’ è di derivazione aramaica”.
D. – Che dire allora dell’idea, finora accettata, che il Corano sia
il primo libro scritto in lingua araba ?
R. – “Secondo la tradizione islamica, il Corano risale al VII
secolo, mentre i primi esempi di letteratura araba nel senso pieno del
termine si trovano solo due secoli dopo, al tempo della ‘Biografia del
Profeta’, cioè della vita di Maometto scritta da Ibn Hisham, morto
nell’828. Possiamo quindi ritenere che la letteratura araba
post-coranica si sia sviluppata per gradi, e in epoca successiva
all’opera di al-Khalil bin Ahmad, morto nel 786, fondatore della
lessicografia araba (kitab al-ayn), e di Sibawwayh, morto nel 796, cui
si deve la grammatica araba classica. Ora, se assumiamo che la stesura
del Corano sia stata portata a termine nell’anno della morte del
Profeta Maometto, il 632, ci troviamo davanti a un intervallo di
centocinquant’anni, durante i quali non si trova traccia di una
letteratura araba degna di nota”.
D. – Quindi, ai tempi di Maometto l’arabo non aveva regole precise e
non era utilizzato nella comunicazione scritta. Ma allora, come si è
arrivati a scrivere il Corano ?
R. – “A quei tempi non esistevano scuole arabe, a eccezione,
forse, dei centri cristiani di al-Anbar e al-Hira, nella Mesopotamia del
sud che corrisponde all’Iraq dei giorni nostri. Gli arabi di quella
zona erano stati cristianizzati e istruiti dai cristiani siriani.
La loro lingua liturgica era il siro-aramaico. Ed era questo il veicolo
della loro cultura, e più in generale la lingua della comunicazione
scritta».
D. – E qual è il rapporto tra questa lingua della cultura e della
comunicazione scritta e la genesi del Corano ?
R. – “A partire dal III secolo, i cristiani siriani non si erano
limitati a portare la loro missione evangelica nei paesi vicini:
l’Armenia o la Persia. Si erano spinti verso territori distanti, fino
ai confini della Cina e alla costa occidentale dell’India, nonché su
tutta l’area della penisola arabica, fino allo Yemen e all’Etiopia.
È assai probabile quindi che per annunciare ai popoli arabi il
messaggio cristiano usassero tra le altre, anche la lingua dei beduini,
cioè l’arabo.
Per diffondere il Vangelo dovevano necessariamente
servirsi di un miscuglio di lingue. Ma in un’epoca in cui l’arabo
era solo una congerie di dialetti e non aveva una forma scritta, i
missionari non potevano che attingere alla propria lingua letteraria e
alla propria cultura, cioè a quella siro-aramaica.
Ne consegue che il
linguaggio del Corano nasce come lingua scritta araba, ma di derivazione
arabo-aramaica”.
D. – Intende dire che chi non tiene conto della lingua siro-aramaica
non può tradurre e interpretare correttamente il Corano ?
R. – “Sì. Chiunque voglia approfondire lo studio del Corano
dovrebbe avere una preparazione nel campo della grammatica e della
letteratura siro-aramaiche di quel periodo, il VII secolo. Solo così
potrà individuare il senso originario di espressioni arabe la cui
interpretazione semantica si può evincere soltanto ritraducendole,
appunto, in siro-aramaico”.
D. – Veniamo ai fraintendimenti. Uno degli errori più clamorosi da
lei citati è quello delle vergini promesse nel paradiso islamico agli
attentatori suicidi.
R. – “Partiamo dal termine ‘huri’, per il quale i commentatori
arabi non hanno saputo trovare altro significato se non quella delle
vergini paradisiache. Ma se si tiene conto delle derivazioni dal
siro-aramaico, quell’espressione indica ’uva bianca’, che è un
elemento simbolico del paradiso cristiano, richiamato nell’ultima cena
di Gesù.
C’è anche un’altra espressione coranica, erroneamente
interpretata come ‘i fanciulli’ o ‘i giovani’ del paradiso: essa
in aramaico designa i frutti della vite, che nel Corano vengono
paragonati alle perle. Per quanto riguarda i simboli del paradiso,
questi errori di interpretazione hanno probabilmente qualcosa a che fare
con il monopolio maschile nel campo del commento e
dell’interpretazione coranica”.
D. – A proposito, che pensare del velo islamico ?
R. – “C’è un passaggio della sura 24, verso 31, che in arabo
significa: ‘Che esse battano il loro khumur sulle loro borse’.
Una frase incomprensibile, della quale si è cercato di dare la seguente
interpretazione: ‘Che esse stendano i loro fazzoletti da testa sui
loro seni’. Se invece questo passaggio si legge in chiave
siro-aramaica, significa semplicemente:
‘Che esse allaccino le loro cinture intorno ai loro fianchi’».
D. – Il velo come cintura di castità ?
R. – “Non propriamente. È vero che nella tradizione cristiana
la cintura è associata alla castità: Maria porta una cintura legata
intorno ai fianchi. Ma nel racconto evangelico dell’ultima cena anche
il Cristo si legò un grembiule intorno ai fianchi prima di lavare i
piedi agli apostoli. Evidentemente esistono numerosi paralleli con la
fede cristiana”.
D. – Lei ha trovato che la sura 97 del Corano menziona il natale. E
nella sua traduzione della famosa sura di Maria, il “parto” di Maria
è “reso legittimo dal Signore”.
E inoltre il testo conterrebbe
l’invito a recarsi alle sacre liturgie, cioè alla messa. Ma allora il
Corano potrebbe non essere altro che una versione araba della Bibbia
cristiana ?
R. – “All’origine, il Corano è un libro liturgico
siro-aramaico, con inni e con estratti della Sacra Scrittura che
potrebbero essere stati usati nelle sacre ufficiature cristiane. In
secondo luogo, si può vedere nel Corano l’inizio di una predicazione
volta a trasmettere la fede nelle Sacre Scritture ai pagani della Mecca,
in lingua araba.
Quanto alle sue parti socio-politiche, le quale non
hanno molto a che fare con il Corano originario, sono state aggiunte
successivamente a Medina. In origine, il Corano non fu concepito come il
fondamento di una nuova religione. Esso presuppone la fede nella
Scrittura, e aveva quindi solo una funzione di tramite verso la società
araba”.
D. – A molti musulmani credenti, per i quali il Corano è il libro
sacro e l’unica verità, le sue conclusioni potrebbero sembrare
blasfeme. Quali reazioni ha notato finora ?
R. – “In Pakistan è stata vietata la vendita del numero di
‘Newsweek’ che conteneva un articolo sul mio libro.
Ma per il resto, devo dire che nei miei incontri con persone di fede
musulmana non ho notato alcun atteggiamento ostile.
Al contrario, hanno apprezzato l’impegno di un non musulmano nello
studio finalizzato a una comprensione oggettiva del loro testo sacro. Il
mio lavoro potrebbe essere giudicato blasfemo solo da chi decidesse di
aggrapparsi agli errori d’interpretazione della parola di Dio. Ma nel
Corano sta scritto: ‘Nessuno può riportare sulla retta via chi è
indotto in errore da Dio’”.
D. – Non teme una fatwa, una condanna a morte come quella pronunciata
contro Salman Rushdie ?
R. – “Non sono musulmano, e quindi non corro questo rischio. E
poi non ho offeso il Corano”.
D. – Eppure ha preferito usare uno pseudonimo.
R. – “L’ho fatto su consiglio di amici musulmani i quali
temono che qualche fondamentalista esaltato entri in azione di propria
iniziativa, senza aspettare una fatwa”.
Vedi anche:
http://wikiislam.net/wiki/Le_72_vergini +
Omosessualita' ed Islam:
http://www.giovannidallorto.com/testi/islam/corano/corano.html
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Paradiso e Corano
L’interpretazione vera del Corano non è infatti
così scontata come sostiene la vulgata islamica
corrente a proposito delle 72 fanciulle che
sarebbero pronte ad accogliere nel paradiso
celeste il martire del Jihad.
E' la Sura 56, quella “dell’Ora Ultima” o del
“Giorno del Giudizio” a promettere (citiamo
dalla traduzione in italiano di Angelo Terenzoni
per Libritalia) tra le varie gioie di cui i
beati godranno: «Nel loro consesso si muoveranno
fanciulle eternamente giovani/ recando coppe
colme di acqua freschissima/ dalla quale quei
beati potranno bere a piacimento».
E ancora: «Loro spose saranno fanciulle
bellissime, dai grandi occhi neri,/ simili a
perle preziose nascoste nel guscio».
«Essi siederanno su comodi giacigli/ allietati
da fanciulle che noi creeremo/ vergini per
loro,/ dolcissime ed eternamente giovani».
C’è poi la Sura 55, “del Misericordioso”: «Ivi
avranno quali spose fanciulle dagli occhi casti
e bellissimi». «Ivi stanno fanciulle bellissime,
caste e dai grandi occhi neri… Esse vivono
ognuna nella propria tenda… E nessuno, né uomo,
né Ginn, si è mai accostato a loro». La Sura 76,
“dell’Uomo o dello Scorrere del tempo”: «Li
serviranno fanciulle eternamente giovani, dalla
bellezza simile a perla preziosa,/ in
un’atmosfera di delizia e beatitudine».
La Sura 44, “del Fumo”: «essi avranno in spose
fanciulle dagli occhi bellissimi/ e gusteranno
ogni sorta di deliziosi frutti».
La Sura 52, “della Montagna”: «Essi siederanno
su troni ed avranno in spose fanciulle
bellissime e dai grandi occhi neri».
La promessa è però fatta a tutti i musulmani, e
non ai soli “martiri”. E anzi, qualche teologo
islamico contesta l’interpretazione più corrente
del termine huri come “vergine”, sostenendo che
in quel contesto andrebbe reso più propriamente
come “angeli”. Niente sesso celeste, dunque, ma
la semplice compagnia di puri spiriti. Come
nella tradizione del Paradiso cristiano…
Le 72 mogli secondo
gli “hadith”
Oltre al Corano, la maggior parte dell’islam si
ispira però anche agli hadith, “detti” che in
senso stretto sono attribuibili solo al Profeta
Maometto, il quale era però ispirato da Dio. E
gli hadith sono ben altrimenti espliciti, anche
se non esiste un vero e proprio accordo
generalmente condiviso su quali vadano
considerati attendibili e quali no. è un hadith,
comunque, a specificare che una delle «più
piccole ricompense» per il «popolo del Paradiso»
saranno «80.000 servitori e 72 mogli».
Ed è sulla base di queste indicazioni che alcuni
teologi hanno ricamato ulteriormente. Così, ad
esempio Al-Suyuti, un commentatore del Corano
vissuto nel XV secolo: «Ogni volta che dormiremo
con una huri la troveremo vergine.
Inoltre, il pene dell’Eletto non si affloscerà
mai. L’erezione sarà eterna; la sensazione che
proverai ogni volta che farai l’amore sarà
estremamente deliziosa», e via di questo passo…
Ora, per chi non è musulmano di fede, è
abbastanza evidente che l’islam nasce da un
acculturamento di elementi cristiani, ebrei e
zoroastriani al mondo spirituale dell’Arabia
antica.
E qualche studioso, ovviamente non islamico, si
è pure interrogato sulle fonti iconografiche che
il giovane Mohammed potrebbe aver visto in
qualche chiesa, monastero o manoscritto, in uno
dei viaggi da mercante antecedenti alla sua
“Rivelazione”. Mosaici o miniature in cui gli
angeli del Paradiso erano rappresentati come
giovani imberbi dalle lunghe chiome, abbastanza
facilmente scambiabili per belle fanciulle.
Uno degli
equivoci del sincretismo islamico ?
Ma Christoph Luxenberg, studioso tedesco del
Corano, con pignoleria appunto teutonica ha
fatto di più. Die Syro-Aramaische Lesart des
Koran è un suo libro pubblicato in tedesco nel
2000, e finora non tradotto in nessun’altra
lingua, in cui si analizzano non solo le
suggestioni visive, ma anche quelle letterarie
che sul Corano potrebbero avere avuto influenza.
La lingua chiave, in questo senso, è il siriaco
(vedi box), idioma di Gesù e dei primi Vangeli,
e usata anche massicciamente nella più antica
letteratura cristiana del Medio Oriente, in
alternativa e spesso anche in concorrenza col
greco.
Ed i testi chiave sono gli Inni sul Paradiso
composti nel IV secolo da Efrem, e che sarebbero
chiaramente evocati, per non dire plagiati,
nelle descrizioni di Maometto sull’aldilà.
Ma il siriaco, proprio perché lingua semitica al
pari di arabo ed ebraico, si presta con queste
sì a una facile intercomprensione, ma anche a
quel tipo di equivoci che i linguisti chiamano
“false simpatie”.
Per intenderci, quelle che tra lingue latine
possono portare a confondere l’italiano salire
con lo spagnolo salir, che significa invece
“uscire”, se non addirittura col feancese salir,
“sporcare”. è nota la barzelletta dell’italiano
ignorantotto che a Parigi corre appresso a un
bus gridando «Fermez! Fermez! Je dois salir!»,
senza rendersi conto che invece di «fermate,
fermate, devo salire!», sta invocando:
«chiudete, chiudete, debbo sporcare!». O l’altra
barzelletta dell’italiano che Inghilterra chiede
un aperitive prima del pranzo (invece di un
appetizer) e si vede portare un lassativo.
Ebbene, osserva Luxenberg, un arabo che senta
recitare in siriaco i versi di Efrem senza
conoscere davvero questa lingua, corre appunto
il rischio di prendere simili abbagli. Hur,
infatti, in siriaco non significa né angeli né
vergini, come in arabo, ma “bianchi”, in un
contesto poetico dove sarebbe chiaramente
sottinteso “chicchi di uva”, “grappoli”. E anche
l’espressione tradotta come “simili a perle” non
si riferirebbe alla bellezza fisica delle famose
vergini, ma semplicemente alla freschezza
cristallina della frutta, o della bevanda. Non a
caso, gran parte di queste “vergini” appaiono in
contesti, diciamo così, alimentari, offerte
assieme a rinfreschi.
Vogliamo dunque dare la traduzione vera del
testo che avrebbe fatto da fonte al Corano ?
«Berranno spremute di uva sempre fresche, dal
colore di perla, in un’atmosfera di delizia e
beatitudine». Tanto sangue, insomma, solo per un
drink.
Leggi di Più:
Le vergini (e l’uva) del Paradiso | Tempi.it
Versetti
divini
Corano, in arabo Qur’an, significa recitazione, lettura. Un elemento
essenziale del credo islamico è che esso si trova da sempre presso "Dio"
ed è “disceso” integralmente su Maometto nel momento della sua
chiamata profetica, chiamata la “notte del destino”.
È in arabo e
può essere recitato ritualmente solo in questa lingua.
È diviso in 114
sure, capitoli, e ogni sura è divisa in versetti. La prima sura, detta
“l’aprente”, è una breve preghiera che svolge un ruolo importante
nel culto e nella vita quotidiana.
Le sure successive sono allineate in
ordine di lunghezza, dalla più lunga alla più breve. Secondo la
tradizione Maometto avrebbe comunicato man mano ai suoi fedeli parti del
Corano a lui rivelato. Le sure più antiche sono chiamate meccane,
quelle successive medinesi.
Le più antiche sono di carattere
marcatamente teologico, le medinesi sono invece più giuridiche, dettano
l’ordinamento della comunità. Per l’islam sunnita il Corano non può
essere sottoposto a critica, data la sua natura divina: in ogni caso,
dall’undicesimo secolo la “porta dell’interpretazione” del
Corano è chiusa.
Il link al testo integrale del Corano nella traduzione italiana di Hamza
Piccardo:
Il Sacro Corano
Una guida ragionata alle nuove letture storico-linguistiche del Corano,
con i relativi link, in una pagina del blog parapundit.com:
“Newsweek” Article About Christoph Luxenberg On Koran Banned In
Pakistan
E un’inchiesta di Alexander Stille sul “New York Times” del 4
marzo 2002:
Scholars
Scrutinize the Koran's Origin
Il commento del professor Gian Maria Vian all’intervista di
“Christoph Luxenberg”, apparso domenica 14 marzo sul quotidiano
della conferenza episcopale italiana “Avvenire”:
I
filologi e il Corano
Gian Maria Vian, docente di filologia patristica all’università di
Roma “La Sapienza”, è autore di un importante saggio su venti
secoli di testi cristiani, a partire dalle Sacre Scritture:
Quella
scrittura che comincia in Galilea (29.8.2001)
In campo musulmano, la visione del Corano propria degli ismailiti,
aperta alle molteplici interpretazioni e a un rapporto positivo con le
fedi ebraico-cristiane:
L’altro
islam. La rivoluzione pacifica degli sciiti ismailiti
(3/11/2003)
By
s.magister@espressoedit.it
vedi:
LOTTE fra Musulmani,
Cristiani +
Islam ed i
Cristiani
RICORDIAMOCI che:
Islam moderato ?
Esistono i musulmani moderati, ma NON esiste
l'Islam moderato, basta leggere il Corano....il
quale e' pieno di incitazioni ad imporre ai
cosiddetti, "miscredenti", la volontà
dell'islam, per conto del loro
Allah....(nel corano vi e' una mancanza assoluta di liberta' di
pensiero, credo e di professione, pratica del
proprio credo) e di condanna per i "miscredenti"
che fanno professione della loro "fede" o
"credo", e chiedendo ai vinti in guerra, se vogliono
abiurare il loro credo ed accettare
l'islam....oppure pagare il 10% (il pizzo)
all'islam...ma e se non abiurano il loro credo e
la pratica di esso, gli debbono tagliare la
testa (all'altezza del collo)...anche se non
sono religioso, ma filosofo della Vita Eterna e
non credo negli "dei" dei religiosi, ma
nell'infinita' dell'AmOr
dell'INFINITO....il
mio
collo e' a disposizione...
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