L’islàm
è una religione (anche) ascetica ma dura, per uomini abituati al sole.
L’islàm è le mille conseguenze di questo immenso vuoto umano chiamato
deserto che un uomo toccato dalla Grazia colma col Verbo.
È una presenza ossessiva e nostalgica, il deserto, poiché la Rivelazione nasce
proprio fra le dune ma è la città l’ambiente più consono all’islàm.
La vita del musulmano, infatti, è assolutamente comunitaria e pretende, per
tanto, il senso del gruppo (del clan), della comunità e «una seria
organizzazione».
Grande
Padre, e insieme dolcissima Madre immensa dell’islàm, è Abul Qasim ibn
Abdallah el Mohammed, vale a dire Maometto, il Profeta, l’Inviato di Dio.
Maometto nasce alla Mecca verso la fine del
VI secolo (presumibilmente nel 570). Nasce e cresce in una società, quella
preislamica, agnatica, fondata sui legami maschili del sangue, che praticava
l’endogamia così com’ era praticata in tutta l’area mediterranea, nel
Vicino e Medio Oriente.
La società
dove Maometto impara a fare il cammelliere, e via via il capo carovana, il
mercante, è una mistura di fierezza, di culto dell’onore – individuale e
della famiglia -, di rispetto della
parola data ma al tempo stesso è una società sferruzzata di violenza,
intossicata da una sensualità spesso brutale. Era, quello, il «tempo
dell’ignoranza», e in quel tempo l’arabo credeva in un Dio supremo,
al-Ilâh,
e adorava una teoria di divinità assortite, numi tutelari delle varie tribù o
dei clan familiari.
A dispetto di codesto culto e anche delle ricorrenti pratiche magiche, l’arabo
doveva quotidianamente fare i conti con una natura senza misericordia che
rispettava solo i forti: i «padroni del deserto», gli «uomini di spada».
Il giovine
Maometto, «padrone del deserto» e «uomo di spada», si vide un giorno
affidare dalla ricca vedova Qhadîja la gestione delle sue carovane, dei suoi
commerci.
Al ritorno da ogni viaggio, Maometto che ha intanto sposato Qhadîja, si
ritirava a meditare e a digiunare («per disintossicar la mente e il corpo
travagliati dalla lunga fatica») in una grotta del Monte Hira.
E allo scoccar del tramonto, vale a dire allorché il colore neutro delle dune
diventa rame fuso, in quel momento soave che spacca il cuore (dantescamente
struggente com’è), il quarantenne Maometto un giorno vide l’arcangelo
Gabriele. E questi gli rivelò il suo destino profetico.
Terribilmente turbato, percosso da una vera febbre, Maometto corse dalla cara
sposa (alla quale rimase sempre fedele) ed ella lo consolò.
Col capo
poggiato sul suo grembo, mentre Qhadîja gli accarezzava la fronte sudata, egli
le parlò della Rivelazione e chiese consiglio alla sua compagna.
E il consiglio fu il seguente: «Parlane agli altri (della tribù) quando ti
sentirai in pace col tuo cuore, con la mente pulita». Maometto sapeva che
sarebbe stato difficile, per gli «altri», credergli e infatti la sua
predicazione trovò pochi (e perplessi) seguaci.
Fu così che la piccola comunità che s’era formata intorno a lui emigrò
dalla Mecca a Yathib (Medina) compiendo l’Egira (hijrah).
Qui il Profeta fece disporre un muro a secco tutt’in giro a una palma, al fine
di separare «da ciò ch’è impuro» la gente venuta ad ascoltarlo e, quindi,
a meditare, e infine a pregare. Con lui. In quel recinto che se vogliamo fu la
prima moschea dell’islàm, Maometto, poggiato al tronco d’una palma,
trasmetteva ai suoi seguaci la parola di Dio dettatagli da Gabriele.
La Parola, ovvero il Corano (in arabo Qur’an: lettura ad alta voce), fu
enunciata da Maometto oralmente, in versetti che «avevano il ritmo maestoso e
il suono della poesia».
Il
Corano è composto di 114 capitoli o Sure. Per i musulmani
non va discusso o analizzato come si fa con la Bibbia, con i Vangeli, con
la Torà giacché «è opera di Dio».
Dio lo ha infatti dettato a Maometto affinché questi lo diffondesse sulla
Terra. È immutabile e riassume tutte le regole della corretta condotta
musulmana (persino il galateo).
Oggi
l’islam è, in termini numerici, la prima religione del pianeta: la praticano
infatti un miliardo e 200 milioni di fedeli.
Cinque
sono i punti fondamentali dell’islàm, i cosiddetti Cinque Pilastri.
1.
La professione di fede: testimoniare che non
vi è altro Dio all’infuori di Allah e che Maometto è il suo inviato.
2.
La preghiera: salat, la preghiera rituale, va
recitata cinque volte in un giorno: alba, mezzodì, metà del pomeriggio,
tramonto, sera. Si prega con il capo rivolto verso la Mecca, dov’è la Kaaba,
il santuario che custodisce la «pietra nera», probabilmente un meteorite. La
tradizione vuole che sia stato Abramo a collocarla là e si vuole ancora che in
origine la pietra fosse bianca: mutò colore per l’assommarsi dei peccati
umani.
3.
L’elemosina, o zakat, una tassa spontanea.
Controllata non dal fisco bensì da Dio. Serve per educare l’uomo a esser
guidato dalla propria coscienza: è lui stesso che dà l’offerta ai poveri.
4.
Il digiuno: durante il mese di Ramadan (il
nono del calendario lunare) è d’obbligo digiunare, e non fare sesso,
dall’alba al tramonto.
5.
Il pellegrinaggio, o hajj va eseguito almeno
una volta nella vita, beninteso per chi ne abbia la possibilità.
Islàm
e cristianesimo affermano entrambi l’unicità di dio. Tema, questo, che in
fatto non figura nel Nuovo Testamento, nei Vangeli, e ciò per una ragione molto
semplice: Gesù e i suoi apostoli erano ebrei e rispettavano il dogma.
Al contrario, nel Corano il monoteismo occupa uno spazio ampio assai.
E qui va detto come la parola Salàm, pace, abbia la stessa radice di islàm,
che significa donazione e sottomissione totale a Dio. La parola muslim, da cui
musulmano, significa a sua volta «colui che si consegna totalmente a Dio».
Non si può tuttavia, da parte dei musulmani, imporre l’adesione all’islàm.
In analogia a quanto postula il Nuovo Testamento, credere nel Vero Dio è il
risultato di una scelta e di una decisione personale, equivalente alla
conversione. Nel Corano v’è tolleranza verso le altre religioni. «Non si può
pretendere di costringere gli uomini ad essere credenti a loro dispetto»
(X,99).
Durante l’Egira, cioè il cammino dalla Mecca alla Medina e viceversa, più
volte Maometto dirà agli idolatri: «Venite, discutiamo…»
In tutto il Corano, a leggerlo senza prevenzione, non c’è una parola
che consenta la condanna a morte per un «delitto d’opinione» (è il caso di
Rushdie, il famoso «caso Rushdie»). Il Corano non c’entra con le regole
inquisitorie introdotte nel mondo islamico nel corso dei secoli da questo o quel
Califfo.
Allo stesso modo Gesù non è certamente responsabile delle Crociate,
dell’Inquisizione. Davanti alla fatwa emessa da Khomeini, assurda, aberrante
per ogni spirito libero, volterriano (ma dal suo punto di vista non proprio
campata in aria) vorrei dire che l’integralismo religioso nuoce all’islàm
quanto l’Inquisizione (che per inciso stabilì il «delitto d’opinione»)
nuoce al cristianesimo.
Chi ciò lo ha sempre scritto ha avuto, finalmente, la consolazione di vederlo
ribadito – a proposito dell’Inquisizione
– da Giovanni Paolo II.
E
ripartiamo da un punto fermo: islàm e cristianesimo hanno in comune
l’affermazione del Dio unico. A
Dio creatore è affidata la sorte del fedele, la sorte dell’empio. Il dono
della Fede è proposto all’intelligenza, al cuore.
La vita morale fa riferimento a Dio e il peccato è il rifiuto della Legge
divina.
Fin qui i due monoteismi prescrivono atteggiamenti comuni. Ma esistono tuttavia
«linee di separazione» tanto decise che sarebbe ingenuo pretendere di trattare
islàm e cristianesimo «insieme».
Il
cristianesimo è la religione di Dio al tempo stesso trascendente e immanente.
Essere sussistente di per sé e «più intimo a noi di noi stessi».
Per il cristiano, Dio si è rivelato prima parlando per mezzo dei Profeti e,
allorché il tempo fu compiuto, manifestandosi nella persona di Gesù, Redentore
dell’Umanità.
Egli si è rivelato Uno e Trino nei suoi misteri per puro dono sovrannaturale,
chiamando gli uomini all’unità del suo amore, fondando la Chiesa che è «prolungamento
di Cristo» e da cui proviene ogni Grazia.
Del resto
l’invito a una esperienza di unione con Dio «in Cristo e per Cristo» è nel
Vangelo e in San Paolo. «Sappiamo che quando Egli si sarà manifestato saremo
simili a Lui, poiché lo vedremo com’Egli è», così si legge nel Vangelo di
Giovanni (3,2).
La fede cristiana è fondata su questa «comunicazione di grazia».
Sicché soltanto l’esperienza spirituale può colmare il cristiano «e,
al tempo stesso, crocifiggerlo: e questo dal momento che la Croce è la via
maestra che conduce alla “Unione d’Amore”».
Per l’islàm
Dio rivela la sua Parola, non sé stesso. Egli resta mistero inaccessibile. Non
esiste iconografia: né di Dio, né di Maometto.
La fede musulmana è testimonianza che viene resa, non è esperienza
direttamente vissuta.
A dispetto
di infinite affinità, analogie e del comune monoteismo, esiste una «differenza
fondamentale» fra islàm e cristianesimo. Eccola nelle parole di Raimondo Lullo,
evangelizzatore cristocentrico del XXIII secolo: «I Saracini (cioè i
musulmani) credono che il Signore nostro Gesù Cristo è il figlio di Dio ma non
credono ch’egli sia Dio» Insomma, il musulmano deve fare i conti soltanto con
il suo Dio che non ha figli generati grazie alla verginità feconda di Maria
inondata dallo Spirito Santo. Diversamente da Gesù che è figlio di Dio e Dio
egli stesso, Maometto è un Profeta. Santo ma solamente uomo.
La storia
dei rapporti fra islàm e cristianesimo è una storia di malintesi. Ma come
scrive bene Louis Gardet, «noi siamo disinvolti nello scordare i nostri errori
passati. I nostri giudizi a priori sull’islàm, le nostre interpretazioni così
poco esatte delle credenze, delle attitudini spirituali dei musulmani.
Ma in quale misura abbiamo il diritto di aspettarci il medesimo sereno oblio da
parte dei nostri interlocutori? Cerchiamo, piuttosto, di ricordare quanti esseri
umani vi sono tuttora nel Medio Oriente, in Asia, in Africa che soffrono per le
ferite che la Storia degli ultimi secoli ha inferto alla loro coscienza di
credenti, alla loro dignità di popoli».
Ma – si
obietterà – i musulmani uccidono, massacrano: vedi l’Algeria, vedi lo
stesso mite Egitto, vedi la Bosnia, il Kosovo, la Nigeria, l’Afghanistan
eccetera.
Nel Corano
è scritto che uccidere una persona è come uccidere tutta l’umanità, sicché
colpevole dell’attentato, del massacro è chi lo compie - non l’islàm.
Quando a Hebron l’israeliano signor Baruch (benedetto) Goldstein macellò
ventinove palestinesi (musulmani) nella moschea, nessuno si è sognato di
scrivere che gli ebrei, gli israeliani sono degli assassini.
Nella nostra cara Italia la mafia uccide spesso, ma nessuno si permette di
scrivere o dire che gli italiani sono dei mafiosi assassini.
E i cattolici dell’Irlanda ? Tutti terroristi ? No.
Nel 1994
Giovanni Paolo II ha rivolto in Marocco un discorso-appello a una moltitudine di
giovani marocchini, tutti, ovviamente, musulmani.
«Un
giorno», ha detto il Papa, «nell’Altra Vita, nella vita eterna, scopriremo
forse il mistero per cui onoriamo lo stesso Dio praticando strade diverse. Dio
si onora onorando l’uomo e dunque Cristiani e Musulmani onoriamoci
reciprocamente rispettando noi stessi, e l’Altro.
Sempre e comunque nel nome di Dio».
Se
è vero che gli Anni Novanta vedono la rivincita della Geografia
sull’Ideologia, se è vero che il Mediterraneo è lo specchio veritiero del
rapporto Nord-Sud, bisognerà fare in modo, con intelligente rapidità, che
codesto rapporto venga reinventato. Affinché l’integralismo islamico venga
sconfitto proprio in nome del Corano, affinché l’Europa mediterranea ritrovi
l’antica vocazione dello scambio di beni e cultura, superando definitivamente
lo «spirito delle crociate», onorando, come dice Wojtyla, lo stesso Dio pur
praticando strade diverse.
«Da qui all’eternità».
[…]
Sappiamo che non sono poche le consonanze fra cristianesimo e islàm. Di più:
il Corano esalta la verginità feconda di Maria, la Madonna, riconosce in Issa (Gesù)
il santo profeta figlio di Dio. Qui giunti cade la prima mannaia. Eccola nelle
parole di Raimondo Lullo, evangelizzatore cristocentrico del XIII secolo[…]:
«I Saracini credono che il Signore nostro, Gesù Cristo, è figlio di Dio ma
non credono ch’egli sia Dio».
Per i «fratelli islamici» l’unica mediazione fra Dio e l’uomo è il
Corano, dove in qualsiasi momento l’individuo può accostarsi ad Allah.
Maometto è «solo» un profeta. Santo, ma solamente uomo, ancorché Mohammed «implica
la totalità». Non basta: nell’islàm soltanto i puri, gli ortodossi
possiedono la verità cioè la fede: el iman e, di conseguenza, la legge: el
islàm,
la via, letteralmente la virtù.
E qui cade la seconda mannaia: la shari’ah.
[…]Se,
infatti, nelle reciproche scritture cristiani e musulmani possono qualche volta
trovare un punto di incontro che trasforma il dialogo in una sorta di «consanguineità
spirituale», la shari’ah con il suo assolutismo politico blocca ogni
(eventuale) sistema di vasi comunicanti. La shari’ah è quell’insieme di
regole e disposizioni di legge in forza
delle quali i vari califfi venuti dopo Maometto hanno affermato e protetto il
proprio potere, anche manipolando il Corano: è il caso dei Talebani. Noi non
confonderemo mai la shari’ah con il Corano, con l’islàm che predica
tolleranza, condivisione e in primo luogo il rispetto della donna, alla quale
Maometto raccomanda soltanto la modestia.
Attribuire al Profeta che venerò e persino parafrasò Gesù, certe leggi, o
costumi, crudeli, significherebbe, lo ripetiamo una volta ancora, addossare al
Cristo i misfatti dell’Inquisizione – epperò la shari’ah attribuisce
all’islàm valore di (unica) verità oggettiva.
Che
fare, dunque ? Il dialogo, ancorché a strattoni, prosegue. Certamente la guerra
non aiuta chi si adopera, come il Papa, a irrobustirlo.
Laicamente diremo che «in un viale senza uscita, l’unica uscita si trova nel
viale stesso».
Tratto
dal libro di Igor Man:
L'Islàm dalla A alla Z Dizionario di guerra scritto per la pace, -
Garzanti 2001
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