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Nella Chiesa delle origini dal 30 al 120 d.C.
convivevano persone e gruppi diversi sia per provenienza che per alcune
concezioni e usanze. In base ai dati del Nuovo Testamento e della
letteratura cristiana antica si possono distinguere:
1)
Giudei di Gerusalemme di lingua aramaica (gli «ebrei» di At 6,1), con i
quali entrano in conflitto quelli di lingua greca per una disparità
nell'assistenza, ma forse anche per diversità di concezioni sul culto al
tempio;
2)
Giudei di Gerusalemme di lingua greca (gli «ellenisti» di At 6,1.5), che
praticavano un culto in lingua greca che doveva essere diverso da quello in
lingua aramaica praticato dagli «ebrei», che a un certo punto ebbero una
sorta di organismo direttivo formato da sette persone, tra cui Stefano (At
6,2-6), erano critici verso la legge e il tempio (At 6,11.13-14; 7,48; 8,1),
furono i primi missionari tra i pagani e accettarono la comunione coi
cristiani di origine pagana non circoncisi (At 8,4-6.12-13.26-40; 11,20-21);
3)
Giudei che praticavano tutti i precetti della legge mosaica e non
accettavano la comunione di mensa coi cristiani di origine pagana, ai quali
volevano anche imporre la circoncisione (At 11,2-3; 15,1-2.5; Gal 1,6-9;
2,4-5.12-13; 3,1-3; 5,2-12; 6,12-15);
4)
Giudei che praticavano tutti i precetti della legge mosaica, sostenevano che
i pagani divenuti credenti in Cristo non dovevano circoncidersi e
accettavano la comunione di mensa con loro, purché rispettassero alcune
prescrizioni alimentari giudaiche (At 10,28; 15,2.19-20.28-29; Gal 2,3; 1 Cor 7,18; Rom 2,26; 3,1; 4,11);
5)
Giudei che avevano abbandonato le prescrizioni della legge mosaica e il rito
della circoncisione per i loro figli (At 21,21);
6)
Giudei che erano stati scribi, probabilmente farisei (Mt 13,52; 23,34);
7)
Giudei provenienti dalle fila dei farisei (At 15,5);
8)
Giudei provenienti dall'essenismo (per i quali rimando ai miei interventi
dell'1 febbraio 2003, del 19 settembre 2003 e del 28 aprile 2004);
9)
comunità di Damasco, sorta prima della conversione e dell'arrivo di Paolo
(33-35 d.C.), di cui faceva parte Anania (At 9,1-2.10-21; 22,5.12-16;
26,11-12);
10) comunità di Alessandria
sorta prima dell'arrivo di Paolo a Efeso durante il suo terzo viaggio (53-54
d.C.), comunità dalla quale proveniva Apollo (At 18,24-25) e che praticava
«il battesimo di Giovanni» (At 18,25), cioè un battesimo per la
purificazione del corpo e la remissione dei peccati dopo la conversione
personale;
11) comunità prepaolina di
Efeso (At 19,1-7), i cui membri praticavano «il battesimo di Giovanni» (At
19,3) e che dopo il battesimo da parte di Paolo ricevono lo Spirito Santo
(At 19,5-6), ciò che si collega al fatto che il battesimo cristiano
è un battesimo nello Spirito (Mt 3,11; 28,19;
Mc 1,8; Lc 3,16; Gv 1,33; At 1,5; 2,38; 11,16; 1 Cor 12,13; Tt 3,5);
12) comunità di Roma, sorta
prima della redazione della Lettera ai Romani (57-58 d.C.) e molto
probabilmente già esistente al tempo dell'editto di Claudio (49-50 d.C.),
che cacciò dalla città quei Giudei che fomentavano disordini «impulsore
Chresto» (Svetonio, Vita di Claudio, 25); tra di essi vi erano Aquila e
Priscilla, che Paolo trova a Corinto durante il suo secondo viaggio (49-52
d.C.) e che verosimilmente erano già cristiani, poiché Luca non dice che
furono convertiti da Paolo (At 18,1-3);
13) samaritani e Giudei
convertiti dal giudeo ellenista Filippo (At 8,4-6.12-13.26-40);
14) Giudei della diaspora
convertiti dagli ellenisti in Fenicia e a Cipro (At 11,19);
15) pagani convertiti dagli
ellenisti ad Antiochia (At 11,20-21);
16) pagani convertiti da
Pietro a Cesarea (At 10,44-48; 11,17-18; 15,7-11);
17) pagani convertiti da
Paolo e dai suoi collaboratori in diverse città;
18) gruppi diversi formatisi
ad Antiochia (Gal 2,13-14);
19) gruppi diversi formatisi
in Galazia (Gal 1,6-7; 3,1; 4,9-10; 5,7);
20) gruppi diversi formatisi
a Corinto (1 Cor 1,10-12; 3,3-4; 11,16.18-19; 2 Cor 12,20);
21) gruppo di cui parla
Paolo in 2 Cor 10,2 - 12,21, costituito da Giudei divenuti credenti in
Cristo (2 Cor 11,22-23), che si sono introdotti nella comunità di Corinto
dall'esterno (2 Cor 11,3-4) e predicano «un altro Gesù» e «un altro
vangelo» (2 Cor 12,4); Paolo li definisce «superapostoli» (2 Cor 11,5;
12,11), «pseudoapostoli, operai fraudolenti, mascherati da apostoli di
Cristo» (2 Cor 11,13);
22) gruppo interno alla
Chiesa di Corinto, che praticava un battesimo «per i morti» (1 Cor 15,29),
probabilmente "al posto" dei morti, cioè, con un'iniziale pratica
di suffragio, per assicurare la salvezza a quelli che erano morti senza aver
ricevuto il battesimo;
23) gruppo di cui parla
Paolo nella Lettera ai Filippesi (Fil 1,28; 3,2-5), probabilmente costituito
da Giudei convertiti che pretendevano la circoncisione dei pagani
convertiti, visti i termini «mutilazione» in Fil 3,2 e «circoncisione»
in Fil 3,3.5;
24) nazorei, di cui parlano
Epifanio (Panarion XVIII e XXIX), Girolamo (De viris ill. III,2-4;
PL XXIII; In Is. 8,11-22; 9,1; 11,1-3; 29,17-21; PL XXIV; In Matth. 23,35;
PL XXVI; Ep. 112,13; CSEL LV) e Giuseppe di Tiberiade (Hypomnesticon), che
secondo Epifanio sono nati intorno al 66 d.C. dopo la fuga a Pella dei
giudeo-cristiani di Gerusalemme (Pan. XXIX,7,8), ma che verosimilmente sono
nati prima (cfr. At 24,5 e 28,22), che osservavano i precetti della legge
mosaica, continuavano a usare l'originale Vangelo di Matteo in ebraico «nella
sua interezza» secondo Epifanio (Pan. XXIX,9,4), cioè senza le
falsificazioni e mutilazioni apportate degli ebioniti, riconoscevano e
accettavano la missione di Paolo e avevano una cristologia assolutamente
ortodossa sia secondo Epifanio (Pan. XXIX,7,6), sia secondo Girolamo, il
quale in una sua lettera ad Agostino dice che i nazorei «credono in Cristo,
Figlio di Dio, nato dalla Vergine Maria, e dicono pure che è lui che ha
patito sotto Ponzio Pilato e che è risuscitato, proprio come lo crediamo
anche noi» (Ep. 112,13; CSEL LV);
25) gruppo o comunità che
ha prodotto la Lettera di Giacomo (cfr. Gc 5,14), che distingueva se stesso
da quelli che si fanno ingannare (Gc 1,16) e che si smarriscono (Gc 5,19) e
condannava una sapienza (sophia) «terrestre, psichica, demoniaca» (Gc
3,15). Tale gruppo riteneva che i peccati degli uomini, originati dalla loro
concupiscenza (Gc 1,15), fossero rimessi per le loro opere buone (Gc 2,24;
5,20), o per la preghiera dei presbiteri (Gc 5,15) o di Giacomo (nella
notizia di Egesippo su Giacomo (in Eusebio, Hist. eccl. II,3,6) questi
chiedeva ogni giorno perdono per il popolo). Non sappiamo se questo gruppo
ritenesse o meno che i peccati degli uomini fossero rimessi per i meriti e
le sofferenze di Cristo, idea questa assai diffusa e centrale nella
cristologia, che si ritrova nel Vangelo di Matteo (Mt 26,28), nel corpus
giovanneo (Gv 1,29; 1 Gv 1,7; 2,2; 4,10; Ap 1,5), nel corpus paolino (Rm
3,25; 4, 25; 1 Cor 15,3; Gal 1,3-4; Ef 1,7; Tt 2,14), nella Lettera agli
Ebrei (Eb 1,3; 2,17; 7,27; 9,28; 10,12) e nella prima Lettera di Pietro (1
Pt 3,18); e non è facile capire se per questo gruppo il peccato origina
dalla trasgressione di una norma (concezione che avrebbe radici farisaiche),
oppure è inteso come una sorta di status originario indipendente dalla
volontà del singolo, concezione che avrebbe radici nell'essenismo (cfr. 1QH
XII,29; 4Q181 fr. 1,1; 1 Enoc LXXXI,5) e in Paolo (cfr. Rm 3,23; 5,12.17-21;
7,8.11.14-24);
26) gruppo dei seguaci di
Simone Mago, samaritano che «esercitava la magia» (At 8,9) e che fu
convertito e battezzato dall'ellenista Filippo (At 8,13). Di lui parlano,
oltre agli Atti degli Apostoli, anche Giustino, Ireneo, Clemente
Alessandrino, Ippolito Romano, Girolamo, Eusebio, gli Atti di Pietro e la
letteratura pseudoclementina. Si faceva chiamare «Potenza di Dio Grande»
(At 8,10), «Paraclito» e «Onnipotente» (Girolamo, In Matth., XXIV,5; PL
XXVI) ed era venerato come un dio (Giustino, Apol. I,26,3; 56,2). Si recò a
Roma ai tempi di Claudio ed ebbe lì molti seguaci. Ma la statua ritrovata
nell'isola tiberina nel 1574, che porta l'iscrizione "Semoni Sanco deo
fidio sacrum", era dedicata non a lui, come pensano alcuni, ma al dio
sabino Semo Sancus. Aveva come compagna Elena, un'ex prostituta di Tiro, che
secondo lui era "l'idea primordiale" e aveva creato gli angeli, i
quali a loro volta avevano creato il mondo materiale. Egli diceva di essere
venuto a liberarla dal corpo materiale. Secondo Ireneo, Simone affermava di
essere apparso ai samaritani come «Padre», ai Giudei come «Figlio» e ai
pagani come «Spirito Santo» (Adv. haer. I,23,2; 27,4);
27) gruppo di cui si parla
in Ef 5,6-7, costituito da «figli della disobbedienza» (Ef 5,6), che
ingannano «con vuote parole» (Ef 5,6), e ai quali non ci si deve associare
(Ef 5,7). Anche se la «disobbedienza» in molti passi del Nuovo Testamento
è sinonimo o di generica trasgressione di norme etico-religiose (Lc 1,17;
Rm 10,21 (che cita Is 65,2); 11,30; Ef 2,2; Tt 1,16; 3,3; Eb 4,6), o di
mancanza di fede (Gv 3,36; At 14,2; 26,19; Rm 2,8; 10,16; 11,31; 15,31; 1 Pt
2,8; 3,1; 4,17; Eb 3,18; 11,31), in questo caso il riferimento a «vuote
parole» (Ef 5,6) e il divieto di diventare compagni di quelli che le
proferiscono (Ef 5,7) fanno pensare a un gruppo che aveva aderito alla fede;
28) comunità giovannee (cfr.
Gv 3,5-8; 4,23; 8,31; 9,35-39; 11,25-27; 17,20-26; 20,26-29; 21,24; 3 Gv
6.9; Ap 1,4.11.20; 2,7.11.17.23; 3,6.13.22; 22,16), che sono in diverse città
(3 Gv 3.6.7.10; Ap 1,4.11.20; 2,7.11.17.23; 3,6.13.22; 22,16), che
celebravano la Pasqua il 14 Nisan, in qualunque giorno della settimana
cadesse (cfr. Eusebio, Hist. eccl. V,23-24) e che da un lato insistevano sul
fatto che Gesù era un uomo (Gv 4,29; 5,12; 7,46; 8,40; 9,11.24; 10,33;
11,47.50; 18,14.17.29; 19,5), dall'altro affermavano direttamente che Gesù
era Dio (Gv 1,1.18; 5,18; 10,30.33; 20,28), che preesisteva alla sua
incarnazione (Gv 1,1-2.14.18; 3,13; 6,38.41-42.51; 1 Gv 1,1-2; 2,13-14; Ap
22,13) e che il Padre era in lui e lui nel Padre (Gv 1,18; 10,30.38;
14,10-11.20; 17,21); a un certo punto furono espulse dalle sinagoghe (cfr.
Gv 9,22; 12,42; 16,2-3), forse perché affermavano direttamente che Gesù
era Dio; e a un certo punto furono critiche verso il tempio (cfr. Gv
4,21-24), verso il riposo sabbatico (cfr. Gv 5,16-17) e verso i riti
giudaici di purificazione (cfr. Gv 15,3);
29) gruppo separatosi dalle
comunità giovannee (1 Gv 2,18-19.26; 3,7; 4,1-6; 2 Gv 7.10-11; Ap 2,2), i
cui membri, definiti «anticristi» (1 Gv 2,18; cfr. 1 Gv 2,22; 4,3, 2 Gv
7), dicono di essere in comunione con Dio (1 Gv 1,6; 2,6), di
conoscere Dio (1 Gv 2,4; 4,8), di essere nella luce (1 Gv 2,9) e professano
che Gesù non è venuto nella carne (1 Gv 4,1-3; 2 Gv 7), probabilmente un
gruppo di doceti o un iniziale gruppo gnostico;
30) gruppo di cui parla
Paolo in Fil 3,18-21, i cui membri definisce «nemici della croce di Cristo»,
forse perché negavano la risurrezione della carne o la risurrezione di
Cristo (cfr. Fil 3,20-21), probabilmente di doceti;
31) gruppi nati all'interno
delle chiese paoline, a cui a un certo punto aderirono Imeneo, Fileto e
Alessandro (1 Tm 1,19-20; 2 Tm 2,16-18; 4,14-15), che negavano la
risurrezione della carne (1 Cor 15,12-13.15-16.29-32; 2 Tm 2,18),
probabilmente doceti;
32) gruppi che predicano «di
astenersi dai cibi» e proibiscono di sposarsi (1 Tm 4,3), i cui membri
fanno traviare (1 Tm 4,1) e sono «bugiardi» (1 Tm 4,2);
33) gruppi gnostici
iniziali, che professando una «falsamente nominata conoscenza» (1 Tm 6,20)
e dichiarando «di conoscere Dio» (Tt 1,16), insegnano un'altra dottrina (1
Tm 1,3; 6,3) opposta alla «sana dottrina» (1 Tm 1,10; 2 Tm 4,3; Tt 1,9;
2,1) e «sviarono riguardo alla fede» (1 Tm 6,21); il fatto che in 1 Tm
6,20 Timoteo viene invitato ad evitare «i vuoti discorsi profani e le
opposizioni di una falsamente nominata conoscenza» (pseudonymou gnoseos)
presuppone che venisse già usato il termine tecnico gnosis nelle dottrine
che Timoteo viene invitato ad evitare;
34) gruppo nato nella
comunità paolina di Colossi, che abbindolava gli altri con la «filosofia»
(Col 2,8), «per cibi, bevande o in materia di una festa o di novilunio o di
sabati» (Col 2,16), per la sottomissione a precetti giudaici (Col 2,20-23)
e «nel culto degli angeli» (Col 2,18), forse un gruppo che osservava la
legge mosaica e che aveva una cristologia angelica, condannata sia nella
stessa Lettera ai Colossesi, dove si afferma che gli angeli sono stati
creati per mezzo di Cristo (Col 1,16) e quindi Cristo non può essere un
angelo, sia nella Lettera agli Ebrei, che afferma ripetutamente,
evidentemente polemizzando con qualcuno, che Cristo è superiore agli angeli
(Eb 1,4-13; 2,5);
35) gruppo dei «nicolaiti»
(Ap 2,6.15), i cui membri sono accusati di mangiare carne immolata agli
idoli (Ap 2,14.20) e di fornicazione (Ap 2,14.20-22);
36) gruppo di cui parla
Clemente Romano nella sua Lettera ai Corinzi (1 Clem. I,1; III,3; XIV,1-2;
XLVI,5.8; XLVII,6; LI,1; LIV,1; LVII,1-2; LXIII,1), che negli ultimi anni
del primo secolo, istigato da qualcuno (1 Clem. XLVII,5), si è ribellato ai
presbiteri della Chiesa di Corinto, perché voleva che alcuni fossero
esonerati dall'episcopato (1 Clem. XLIV,3-6), forse per «gelosia» (1 Clem.
LXIII,2). Clemente invita questo gruppo alla pace e alla riconciliazione,
affermando che i presbiteri di Corinto hanno «servito rettamente il gregge
di Cristo» (1 Clem. XLIV,3), hanno una «ottima condotta» (1 Clem. XLIV,6),
sono «giusti e innocenti» (1 Clem. XLVI,4);
37) gruppi descritti nella
seconda Lettera di Pietro (2 Pt 1,16; 2,1-22; 3,3) e nella Lettera di Giuda
(Gd 4-19), accusati di libertinaggio, lussuria e corruzione (2 Pt
2,2-3.10.14.18-19; 3,3; Gd 4.7-8.16.18), di rinnegare Cristo (2 Pt 2,1; Gd
4), di essere «falsi maestri» (2 Pt 2,1), di non seguire «la via della
verità» (2 Pt 2,2) e di essere in «errore» (2 Pt 2,18; 3,17; Gd 11); si
afferma che promettono agli altri «la libertà, mentre sono, essi stessi,
schiavi della corruzione» (2 Pt 2,19); probabilmente si tratta di iniziali
gruppi gnostici, vista la frequenza con cui nella seconda Lettera di Pietro
sono usati il termine «conoscenza» (2 Pt 1,2.3.5.6.8; 2,20; 3,18) e il
verbo conoscere (2 Pt 1,20; 2,21);
38) ebioniti, di cui parlano
Ireneo (Adv. haer. I,26,1-2; III,11,7), Origene (Contra Celsum 5,61-65; PG
XI; In Matth. 16,12; PG XIII), Ippolito Romano (Refutatio VII,35),
Epifanio (Pan. XXX), Girolamo (De viris ill. IX,1; PL XXIII) ed Eusebio (Hist.
eccl. III,27,1-4), nati probabilmente dopo la morte di Giacomo (62 d.C.) e
prima dello scoppio della guerra giudaica (66 d.C.), che accettavano solo un
Vangelo di Matteo modificato redatto in greco, di cui si trovano frammenti
in Epifanio (Pan. XXX,13,3-8), rifiutavano Paolo, negavano la divinità di
Cristo, negavano la preesistenza di Cristo, affermavano che lo Spirito Santo
era sceso in lui solo al momento del battesimo nel Giordano, facevano
quotidiani battesimi per immersione, usavano acqua e non vino per
l'eucaristia;
39) elchasaiti, di cui
parlano Origene (Hom. in Ps. 32, cit. in Eusebio, Hist. eccl. VI,38),
Ippolito Romano (Ref. IX,13-17 e X,29) ed Epifanio (Pan. XIX e LIII), che
praticavano un battesimo per immersione che poteva essere somministrato più
volte, ritenevano che Cristo fosse androgino, che lo Spirito Santo fosse di
natura femminile e che vi è stato un "travaso" del Cristo in
diversi soggetti storici;
40) doceti, di cui parlano
Ignazio di Antiochia (Smirn. IV
- VII; Trall. IX - XI; Magn. X - XI; Ef. VII e XVIII), che scrive le
sue lettere, essendo morto martire sotto Traiano, prima del 117 d.C.,
Ippolito Romano (Ref. VIII,8-11; X,16) e Teodoreto di Cirro (Ep. LXXXII),
che affermavano che il Cristo aveva l'apparenza di uomo, ma non aveva natura
umana e carnale, e negavano la passione e risurrezione di Cristo, sostenendo
che sia la sua nascita che la sua passione che la sua risurrezione sono
state apparenze.
Tra la fine del primo secolo d.C. e l'inizio del secondo il cristianesimo
era dunque una realtà multiforme e variegata. Nel corso del secondo secolo
la maggioranza dei gruppi e comunità sopra descritti hanno trovato una
forma di integrazione nella Chiesa. Sono stati tenuti fuori alcuni gruppi
per la loro cristologia, che fu ritenuta diversa da quella della tradizione
apostolica: i seguaci di Simone Mago, gli ebioniti, gli elcasaiti, i doceti
e gli gnostici. Sono stati tenuti fuori anche i nicolaiti e i
cristiani di origine giudea che volevano imporre ai pagani convertiti la
circoncisione. Gli altri hanno trovato forme di coesistenza e di incontro.
Data la grande varietà di idee e di posizioni, nella seconda metà del
primo secolo si è cominciato a distinguere tra ciò che era e ciò che non
era conforme alle tradizioni che risalivano agli apostoli e tra ciò che era
e ciò che non era contrario a queste tradizioni. Ad esempio, la
circoncisione dei pagani divenuti cristiani è stata ritenuta non
apostolica, perché non era stata sostenuta né dai dodici, né da Giacomo,
né da Paolo. Lo stesso vale per le idee che Gesù non era un uomo, o che
non possedeva la natura divina, o che non era risorto dai morti. È
importante sottolineare che le tradizioni apostoliche erano numerose e
diverse (come del resto attestano le diversità dei ventisette libri del
Nuovo Testamento) e dunque che nella Chiesa vi è stato in qualche modo un
incontro tra queste diversità.
By Salvatore Capo
vedi:
Esseni
+
Esseni
1
+
Ebioniti +
Origini
Cristiane
+
Cattolicesimo
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
I
Romani, Roma ed
il Cristos
Isola di Patmos, 94 d.C. Siamo nel primo anno
del regno di Nerva e Roma è ancora potente: il
suo impero si estende su quasi tutto il mondo
allora conosciuto. Su quell'isoletta c'è un uomo
in esilio; si tratta dell'apostolo Giovanni,
quello che l'esegesi cattolica ritiene il
"prediletto" di Gesù.
Quest'uomo, nella sua forzata solitudine,
riceve, all'improvviso, una sconvolgente visione
che si affretterà a redigere in greco e che
intitolerà "Apocalisse".
Questa, perlomeno, la versione accettata dalla
Chiesa. Nel 1545, il
Concilio di Trento
(1545-1563), che aveva nei suoi intenti la
ridefinizione ferrea dell'esegesi cattolica e
dell'ordinamento ecclesiastico in
contrapposizione al pericoloso diffondersi del
protestantesimo in Europa, classificò
definitivamente l'"Apocalisse" fra i testi
canonici e decretò la suddetta interpretazione
della sua genesi in modo inappellabile. Non
tutte le Chiese, però, l'hanno accettata e,
tuttora, la respingono come testo sacro.
Se, poi, andiamo a ritroso nel tempo, vediamo
che l'Apocalisse è stata rigettata da numerosi
Padri della Chiesa e uomini di fede
cattolica:
Origene,
forse il più grande (morto nel 254), la ignorò
addirittura.
San Dionigi d'Alessandria
(261)
sollevò non poche obiezioni; il Concilio di Laodicea del 362 non accetta che l'Apocalisse
venga iscritta nel Canone ufficiale della
Chiesa.
Altri Padri della Chiesa si schiereranno contro
questo testo risultante alquanto oscuro per la
loro onestà epistemologica. Ambelain, nella sua
opera "Il segreto dei Templari", cita San
Basilio (morto nel 379), San Cirillo di
Gerusalemme (386), Gregorio Nazianzeno (390),
Gregorio di Nysse (400).
Inoltre, si sottolinea l'indifferenza totale di
San Giovanni Crisostomo (407) e Teodoro, che
nemmeno citano l'Apocalisse fra i testi che
servono loro per l'opera pastorale che svolgono.
Perché tutte queste perplessità, quando non
addirittura ostilità ?
La ragione fondamentale, ancora una volta, va
ricercata nel carattere di evidente "scomodità"
che possiede la verità per i canoni ufficiali
della Chiesa Cattolica. Ma, ciò nonostante, è
ancora possibile, attraverso uno studio attento
e la lettura di autori che possiamo definire
coraggiosi ricercatori della verità, ricostruire
il vero per separarlo dal falso. E, nel caso
dell'"Apocalisse", non è lavoro indifferente.
Innanzitutto, consideriamo che, il testo
attribuito a Giovanni ignora completamente
alcuni aspetti fondamentali degli assunti
cattolici riguardo la vita del "Cristo".
Questi sono:
- l'esistenza dei dodici apostoli e la presunta
consegna loro, da parte di Gesù, della guida
della Chiesa;
- l'esistenza di Pietro, quale capo supremo del
nascente Cristianesimo;
- l'esistenza e la missione e la morte (67 d.C.)
dello stesso Paolo;
- l'esistenza dei quattro Vangeli canonici e
apocrifi;
- l'esistenza delle epistole di Paolo;
- la designazione dei 72 discepoli e la loro
missione.
Del resto, potrà obiettare qualcuno, questi
elementi non possono considerarsi obbligatori
per una "visione", il cui carattere profetico
non è, specificamente, epistemologico.
L'obiezione è lecita, ma non sufficiente a
tacitare le perplessità che le notevoli
differenze impostative dell'Apocalisse sopra
elencate sollevano in noi.
Rifacendomi ad un testo già citato e, per molti
versi, sconvolgente per quanto valido e
strutturato con cognizione accademica e
scrupolosità, ovvero "Il segreto dei Templari"
di Ambelain, colgo solamente, in quest'articolo,
alcuni aspetti che fanno riflettere.
Ad esempio, al capitolo IX, versetto 11, si
legge:
"E aveano quale re, sopra di loro, l'angelo
dell'Abisso, che in ebraico ha nome Abaddon ed
in greco Apollyon..."
Ma cos'era, veramente, nella lingua greca, un "angelos"
? Nient'altro che un "messaggero" che non era
affatto divino, bensì un incaricato, un
"inviato".
Non dobbiamo dimenticare che, nel greco
dell'epoca, le entità spirituali nelle quali,
eventualmente ma non precisamente, potremmo
identificare gli angeli come li intendiamo noi,
si chiamavano "daimon", "diabolos" o "kakodaimon".
Ma, soprattutto, ricordiamo che l'Apocalisse è
stata più volte tradotta nel corso dei secoli, e
che ogni successivo traduttore si è sentito in
dovere di apporre del suo e di dare la propria
interpretazione di "Angelo degli Abissi".
A questo punto, siccome ci sono fondati motivi
per ritenere l'Apocalisse scritta in aramaico
(oltre alla vera data di compilazione che, come
vedremo, va anticipata di molto), consideriamo
che "Abaddon" può voler dire "Perdizione", come
si ritrova nel Sefer Raziel, ovvero "Abdouth" (aleph-beth-daleth-vaw-thau).
E, "Perdizione", è il nome dell'Angelo che viene
da Est, alla terza tèquofah.
Insomma, il vero carattere dell'Apocalisse, pare
delinearsi come tutt'altra cosa che una profezia
mistica, bensì come un testo destinato ad
incitare il popolo ebraico alla ribellione verso
l'oppressore romano, dunque in un'epoca di
stridenti conflitti fra fazioni giudaiche ed il
potere dell'Impero.
Dobbiamo, perciò, retrodatare di molti decenni
la stesura dell'Apocalisse e dobbiamo collegare
strettamente questo testo all'operato di
Giovanni Battista.
Ambelain individua precisamente la data in cui
il Battista ricevette l'Apocalisse: 28 d.C,
quindicesimo anno del regno di Tiberio.
Nel prologo dell'Apocalisse stessa, infatti, ne
troviamo conferma:
"Rivelazione di Gesù, l'Unto del Signore, che
Dio gli ha data perché egli mostri ai suoi servi
le cose che debbono avvenire in breve. Egli
invia il suo messaggero per farla conoscere al
suo servo, Giovanni, il quale ha attestato la
parola di Dio e la testimonianza di Gesù,
l'Unto..."
e, più sotto:
"Io, Gesù, ho inviato il mio angelo per
attestarvi queste rivelazioni in seno alle
Chiese. Io sono la radice e la progenie di
Davide, la fulgida Stella del mattino... Colui
che ha sete si avvicini, colui che lo desidera
riceva in dono l'acqua della vita. Colui che
attesta queste cose dice: 'Sì, il mio ritorno è
vicino'..." (Apocalisse: Epilogo, XXII, 16-20).
Ora, intanto "unto", in greco, significa né più
né meno che Cristo. Infatti, il termine "Christos"
corrisponde, appunto, a "Unto", ovvero qualcosa
come "incaricato"; inoltre, dobbiamo riflettere
che se l'Apocalisse fosse stata effettivamente
una profezia di Giovanni, l'apostolo, del 94 d.
C., essa non si sarebbe ancora realizzata,
poiché Cristo non è mai "ritornato".
In realtà, è il Giovanni Battista, che riceve
"direttamente da Gesù", l'Apocalisse, e questo
in un preciso momento storico, ovvero
immediatamente dopo il fallimento della sommossa
zelota e giudaica del Censimento con conseguenti
disastrose rappresaglie romane e stragi di corpi
militari zeloti. Insomma, si tratta
dell'annuncio di un ritorno militare o, tutt'al
più, politico, di Gesù e la data, il 28 della
nostra era, corrisponde, effettivamente, ad un
"passaggio di consegne" da Giovanni Battista a
Gesù stesso.
Anche il termine "ekklesia" può trovare il suo
corrispondente ebraico in "Kahal", dal
significato identico, ovvero unione di tutti i
fedeli in un dato luogo.
L'autore dell'Apocalisse, insomma, sarebbe
proprio lo stesso Gesù, un Gesù a capo di una
precisa corrente giudaica decisa ad opporsi in
ogni modo all'occupazione romana in nome di un
mai sopito desiderio di indipendenza.
L'Apocalisse non manca di questo tipo di
appelli:
"Maledizione, maledizione, maledizione agli
abitanti della Terra..." (VIII,
13) "Guai a voi, o terra e mare..." (XII, 12)
"A colui che vince e che persevera nelle mie
opere sino alla fine, io darò la potestà sulle
nazioni. Ed egli le reggerà con una verga di
ferro !
Frantumandole come vasi d'argilla ! Allo stesso
modo in cui io ricevetti potestà dal Padre
mio... Ed io gli darò la stella mattutina..." (II,
26-28)
È comprensibile, a questo punto, come i vari
organi di amministrazione politica e militare
romana preposti alla Giudea fossero allarmati da
tali e simili pressanti appelli alla sommossa. I
vari procuratori, Pilato, Marcello, ed altri
collaboratori di Cesare, avranno senz'altro
fruito di numerose delazioni, visto che i popoli
giudaici si frazionavano in una galassia di
gruppi e sette spesso in contrasto fra essi.
Insomma, quel "Chrestos" faceva paura a Roma.
Da qui, come segnala argutamente lo stesso
Ambelain, la frase indicativa di Svetonio, che,
nel 52 d.C., nell'opera "Vita dei dodici
Cesari", scrive:
"Siccome gli ebrei, istigati da un certo
Chrestos, erano sempre in rivolta, egli li
scacciò da Roma..." (Claudio, XXV).
Si comprende come i primi Padri della Chiesa,
tutti intenti a diffondere il "loro" credo
Cristiano, fossero allarmati e si dessero da
fare in mille modi per occultare la vera natura
dell'operato di Gesù. E, per questo,
l'Apocalisse fu "travestita" da quello che ora
noi abbiamo imparato dai testi cattolici.
Annotiamo, anche, che dal 161 al 180 e dal 240
al 251, ci furono parecchie esecuzioni di
cristiani sotto Marco Aurelio e Decio. Ma c'è un
certo Antipa, ucciso dai romani nella città di
Pergamo, che risale invece, al tempo stesso di
Gesù. Ed è proprio di lui che si accenna
nell'Apocalisse, laddove leggiamo:
"All'angelo della chiesa di Pergamo, scrivi:
Così parla colui che ha la spada acuta a due
tagli. Io conosco dove tu abiti, cioè là dov'è
il trono di Satana. Ma tu sei forte nel mio nome
e non hai mai rinnegato la mia fede, neppure nei
giorni in cui Antipa, mio fedele testimonio, fu
ucciso fra voi nella terra di Satana..."
(Apocalisse: II, 13).
Si trattava, insomma, di "messaggeri"
umanissimi, in carne ed ossa... Questo Antipa,
dunque, era un fedele e contemporaneo di Gesù
che pagò con la vita la sua dedizione al
Maestro. Gli esegeti non ne parlano: se ne
guardano bene. Anche da questi importantissimi
particolari, potrebbero esplodere quelle "mine"
che sgretolerebbero dalle fondamenta l'edificio
del Cristianesimo così come ci è stato
tramandato da circa 1700 anni.
Ma ciò che abbiamo detto fin qui, è solo un
capitolo di una trama ben più vasta e
sconvolgente. La trama di una verità venuta a
conoscenza dei Cavalieri Templari i quali, molto
probabilmente, furono sterminati soprattutto per
questo.
By Antonio Bruno
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