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Il
Gesu'
della storia
"..La conclusione essenziale fu che il
Gesu' della storia in alcun modo può essere
ritenuto uguale o coesistente al Gesu' della
fede. Infatti, il Gesu' della storia è stato
trasformato nel Gesu' della fede da persone
semplici, al meglio; da ingannatori, al
peggio. Insieme a questo recupero del vero
Gesu' della storia, la "Vecchia Questione"
porta con sè l'implicito assunto che la
teologia della Chiesa dovrebbe cambiare per
correggere se stessa, alla luce delle nuove
rivelazioni storiche. La fede in Cristo,
passata attraverso tutte le età, nella
Chiesa è stata costruita su un'impropria
conoscenza storica. Alla luce di ciò, io
credo che essa dovrebbe ora cambiare.."
Tratto da: "A Survey of Historical Jesus
Studies: from Reimarus to Wright", di
Michael Burer
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La
tradizione cristiana ha “localizzato” dove vivevano Giuseppe e Maria e
quindi di Gesu' il nazareno, nella parte bassa di uno di questi colli che
attorniano Nazareth in Palestina, esattamente nella posizione in cui oggi
sorge la cosiddetta Basilica della Annunciazione.
Ma
una quantità incredibile di obiezioni sembra opporsi a questa
localizzazione, turbando quella convinzione abituale la cui serenità, più
che sulla attendibilità delle prove storiche, appoggia le sue basi sul
fatto che gli argomenti sono sempre stati sistematicamente disertati nel
corso dei secoli, dalla cultura cristiana.
Innanzi
tutto occorre richiamare l'attenzione sul fatto che molti autori (a
partire dai primissimi secoli dell'era cristiana) sembrano non essere per
nulla convinti che Nazareth fosse la città di Gesu':
"Gli apostoli che sono stati prima di noi l’hanno chiamato così: Gesu'
Nazareno detto il Cristo...«Nazara»
è la «Verità».
Perciò «Nazareno» è «Quello della verità»..."
(Vangelo di Filippo, capoverso 47 - testo gnostico del II secolo dopo
l’era volgare).
E’ anche possibile che la parola Nazir, non sia la
radice della parola il “Nazareno” poichè Gesu', esseno, era il “Nasareno”,
cioè da Naser, il “germoglio”. Gli esseni (vedi Inni) e lo stesso
maestro di Giustizia si consideravano il germoglio, il virgulto nascosto
da cui sarebbe sorto il nuovo Israele attraverso il Nuovo Patto costituito
da Dio con i Qumramiani.
"Neppure è improbabile che i primi cristiani siano stati detti Nazareni
nel senso di Nazirei, piuttosto che in quello di originari della città di
Nazareth, etimologia davvero poco credibile e che probabilmente ha
sostituito la prima solo quando l'antica origine dall'essenato (esseni)
cominciava ad essere dimenticata" (Elia Benamozegh [Italia,
1823/1900, filosofo ebreo membro del collegio rabbinico di Livorno], Gli
Esseni e la Cabbala, 1979);
"La stessa tradizione ha fissato il domicilio della famiglia di Gesu' a
Nazareth allo scopo di spiegare così il soprannome di Nazireo,
originariamente unito al nome di Gesu' e che rimase il nome dei cristiani
nella letteratura rabbinica e nei paesi d'oriente. Nazireo
è certamente un nome di setta, senza rapporto con la città di Nazareth..."
(Alfred Loisy [Francia, 1857/1940, sacerdote cattolico, professore
universitario di Storia del Cristianesimo successivamente rimosso
dall'incarico], da La Naissance du Christianisme);
"La piccola città che porta questo nome [Nazareth], dove ingenui
pellegrini possono visitare l’officina di Giuseppe, fu identificata come la città di Cristo solamente nel medio evo..."
(Charles Guignebert [Francia, 1867/1939, professore universitario di
Storia del Cristianesimo], Manuel d’Histoire Ancienne du Christianisme);
"In realtà, per quel che riguarda Nazareth, gli storici non hanno potuto
trovare traccia di una città di quel nome sino al IV secolo d.C.; secondo
le fonti ebraiche, bisogna scendere addirittura sino al secolo IX. Nei
vangeli non troviamo mai l'espressione Gesu' di Nazareth ma soltanto Gesu'
il Nazireo, talvolta scritto anche Nazoreno o Nazareno... ora, nessuno di questi appellativi, per quanto si sia cercato di forzarne
l'etimologia, può farsi risalire ad un nome come Nazareth... è da
questi termini che è derivato il nome della città di Nazareth, e non
viceversa" (Ambrogio Donini [professore universitario], Breve
Storia delle religioni, 1959)
"El-Nasirah è un villaggio della Galilea, posto a circa quattrocento
metri di altezza, nel quale la tradizione cristiana riconosce l'antica
Nazareth, patria di Gesu'. Secondo
vari studiosi, tuttavia, Nazareth - meglio Natzrath o Notzereth - non è
mai esistita e l'appellativo Nazareno che accompagna il nome di Gesu'
negli scritti neotestamentari non indica per nulla il suo paese di origine..."
(M. Craveri, [autore di numerosi volumi sulla vita di Cristo e di
un’antologia di scritti apocrifi] La Vita di Gesu', 1974);
"Le forme Nazoraios, Nazarenos, Nazaraeus, Nazarene, provano tutte che
gli scribi ecclesiastici conoscevano l’origine della parola ed erano
ben consapevoli che non era derivata da Nazareth..." (E.B.Szekely
[studioso ungherese, che ha frequentato studi di teologia presso il
Vaticano], The Essene Origins of Christianity, USA, 1980);
"...Gesu' di Nazareth, come molti studiosi della Bibbia sarebbero oggi
pronti a confermare, è una cattiva traduzione dell’originale greco Gesu'
il Nazareno..." (Baigent, Leigh, Lincoln [autori di alcuni libri
sulla tradizione del santo Graal e sui manoscritti del Mar Morto],
L’Eredità Messianica, Tropea, Milano, 1996).
In
effetti, visitando Nazareth, colpisce il fatto che non esista
assolutamente qualcosa che possa essere considerata una testimonianza
originale del paese in cui sarebbe cresciuto Gesu'. Tutto è posteriore e,
a differenza di tanti siti archeologici in Israele, in cui c’è almeno
una costruzione, un muro, uno scavo, che abbia riportato alla luce
testimonianze dei tempi che furono, qui la presenza di Gesu' e della sua
famiglia è raccontata solo dai nomi degli alberghi, dei ristoranti, delle
chiese, e dalle parole della narrazione evangelica.
Non un solo mattone o
un sasso che parlino del villaggio di duemila anni fa. I pellegrini che
vengono frequentano chiese moderne, tutt’al più qualche rudere
bizantino che può risalire all’inizio del quinto secolo; eppure Israele
è una miniera inesauribile di testimonianze che ci raccontano della
storia dell’uomo in tutte le sue fasi, dalla preistoria, attraverso
l’età antica, quella classica, quella medievale, quella degli ultimi
secoli, fino a quella moderna.
GESU di NAZARET
o GESU il NAZARENO ?
"Fu
Matteo il primo a diffondere l'equivoco secondo cui il titolo "Gesu'
il Nazareno" avrebbe qualche riferimento con la città di Nazareth..."
In
pratica il prof. Eisenman, (California University) nel suo lavoro "James,
the brother of Jesus" (Penguin Books, USA 1998) afferma a chiare
lettere che il termine Nazareno [Nazoraios nel testo originale
greco] non significa affatto "della città di Nazareth",
ma si riferisce a ben altra cosa, che l'evangelista intendeva
censurare......e così continua nel suo voluminoso saggio... "...nella Cristianità, il tema "essere
un Nazareno", così come lo rappresentano Marco e Luca, è basato
su un giochetto di traslitterazione dall'aramaico al greco [ar. Nozorai
- gr. Nazoraios, ebr. Nozri, N.d.T.], attraverso il quale si
è tentato di associare il titolo stesso con la città di Nazareth in
Galilea (la cui esistenza, in quel periodo, è del tutto dubbia). In
conseguenza di ciò la città viene identificata come il luogo di
residenza del Messia che deve venire..."
...a
conferma di ciò, il prof. Gershenson, in un e-mail che mi ha inviato
dall'Università di Tel Aviv il 12 maggio 1998, nel corso delle nostre
discussioni sull'argomento, ha scritto... "Io penso veramente che i
cristiani non possano affermare che l'espressione Gesu' Nazareno
significhi Gesu' cittadino di Nazareth nello stesso modo in cui
l'espressione Leonardo da Vinci significa Leonardo cittadino di
Vinci..."...e
così continua nel messaggio... "...La forma ebraica per Nazareth è NZRT, che
è tarda ed è stata indicata come Nazrat o Nazeret, invece la forma greca
Iesous o Nazoraios deriva dall'aramaico Nazorai..."
...che
è un nome di setta, aggiungo io, e che non ha niente a che fare con
Nazareth......del resto, già da tempo il prof. Szekely (Università di
Cluj, Romania) aveva scritto parole come queste nel suo lavoro "The
essene origins of Christianity, IBS, USA 1980... "Le forme Nazoraios,
Nazarenos, Nazaraenus, provano tutte che gli scribi ecclesiastici
conoscevano l'origine della parola e sapevano benissimo che non era
derivata da Nazareth..."
...e così continua... "...il nome storico e
la posizione geografica della città natale di Cristo è Gamala... questa
è la patria del Nazoreo... la montagna di Gamala è la 'montagna'
dell'evangelista Luca, la 'montagna' di tutti i Vangeli, che ne
parlano continuamente, senza però mai nominarla..."
By David Donnini
Inoltre: Gesu' era un laico
(esseno)
e non apparteneva alla casta dei sacerdoti.
Affermare
Gesu' di discendenza
Davidica, equivale a dire che vi è stata partecipazione
attiva carnale di Giuseppe, (che a quanto dice Matteo, sarebbe stato
sostituito dall'intervento dello Spirito Santo ?).
Dire invece che Gesu' sia nato dallo Spirito Santo, significa eliminare
completamente la componente genetica maschile, cioè quella della
discendenza Davidica; un certo tipo di concepimento, necessariamente
esclude l'altro. Gesu' non può essere figlio contemporaneamente di
Giuseppe e dello Spirito Santo.
Ma sicuramente è nato da carne, e l'unica carne alla quale
si può far riferimento è la carne di Maria, che essendo stretta parente
di Elisabetta, era di stirpe Levitica. Quindi, una sola discendenza,
quella Levitica può essere attribuita a Gesu', dal momento che la
parte attiva fecondante non poteva avere genealogia.
Questo se accettiamo che sia nato per opera dello “Spirito
Santo”……
Non è poi singolare che Maschiah (Messia) sia un Laico.
In Isaia, 45:1, …..Ciro (re Persiano) viene definito "Maschiah",
alcune bibbie, parlano di "eletto". traducendo male
dall'originale Ebraico, che definisce Ciro, "Maschiah", a
conferma del fatto che il termine “Messia” poteva essere
attribuito anche a un personaggio che possiamo con giusta ragione definire
laico.
vedi:
GESU' e'
esistito ? pare di no !
+
Cattolicesimo
Fra i cristiani di Gesu' e'
chiamato impropriamente "Jeshuah
ben Joseph", che e' il
nome in ebraico "moderno", l'ebraico antico
(prima di Esdra permetteva questa dizione sonora
e scritturale: Yahshoue' Ben Joseph (Che
significa: "dio trasformato in uomo o uomo
trasformato in dio") - cioe' Gesu' il Nazareno,
aveva questo nome, composto dal nome di
dio
("tetragramma" le 4 lettere YHWH) con l'aggiunta
della "schin" all'interno del tetragramma
stesso, formando quindi il nome Yahshoue' detto
il "mashiah", colui che si trasforma in "unto",
in santo.
Il samaritano suonava proprio cosi' perche' il
samaritano era ed e' la parte dell'ebraismo che
ha mantenuto l'idioma antico ed una scrittura
diversa da quella cuneiforme del tempo di Esdra,
periodo della cattivita' babilonese, tempo nel
quale quell'antica scrittura si e' persa e si e'
introdotta quella che conosciamo oggi (Ebraico
moderno), scrittura che pero' ha perso la sua
sacralita' ideogrammatica del segno =
significato....in quanto come concetto, le
lettere di quell'alfabeto (Ebraico antico) erano
degli ideogrammi, come i geroglifici egizi.
Il cristos (parola
greca) NON ebraica, perde quindi il suo
significato intrinseco....che va riscoperto, per
ben comprendere il significato completo della
parola "mashiah" = l'uomo che si trasforma in
dio.....e qui si innesta il discorso del
profondo e completo significato della parola "dio"
= Iod (in antico ebraico (la svastica) era la
prima parola del tetragramma.....Iod He UO He.
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Gesù di Nazareth, sincresi di un’infinità di
archetipi
…“Il nascente cristianesimo,
per garantire a se stesso la straordinaria
diffusione che poi di fatto ebbe tra popoli di
fede e cultura diverse, prendendo a pretesto un
fatto politico e locale (del quale abbiamo
fondati indizi negli scritti di Giuseppe Flavio)
e riconvertendolo in evento universale e
trascendentale,
assimilò in una gigantesca sincresi un’infinità
varietà di archetipi appartenenti agli antichi
culti pagani e misterici sui quali costruì il
personaggio di Gesù di Nazareth,dando così
l’avvio alla realizzazione di quelle fondamenta
teologiche che due secoli dopo saranno poste a
base del credo niceano”. (Giancarlo Tanfo)
CANZANO 1– Alcuni
agnostici ed atei affermano che escludendo
"qualche oscuro riferimento in Giuseppe Flavio e
simili", non ci sono prove storiche della vita
di Gesù al di fuori della Bibbia. Nonostante
l'evidenza dell'accuratezza e della fedeltà
storica del Nuovo Testamento della Bibbia, tu
escludi che tali prove sono vere ?
TRANFO - E’ bene
innanzitutto intendersi sui termini. A tal
proposito devo precisare che il linguaggio e la
cultura comuni al nostro tempo riconoscono
immeritatamente al Nuovo Testamento il valore di
una testimonianza storica che il tempo ha
conservato inalterata dall’accadimento dei fatti
narrati ai nostri giorni, tanto è vero che
“Vangelo”, nella comune accezione, è divenuto
sinonimo di “verità”.
In realtà non c’è nulla di più falso. I Vangeli
a noi noti non sono che il frutto di secolari
manipolazioni, tagli, aggiunte e correzioni di
parti preesistenti.
Lo storico Celso nel suo Discorso Veritiero, già
nel II secolo, rivolgendosi ai cristiani ebbe a
dire: “La verità è che tutti questi pretesi
fatti non sono che dei miti che voi stessi avete
fabbricato senza pertanto riuscire a dare alle
vostre menzogne una tinta di credibilità. È noto
a tutti che ciò che avete scritto è il risultato
di continui rimaneggiamenti fatti in seguito
alle critiche che vi venivano portate".
Gli antichi redattori e i successivi
“correttori” degli scritti neotestamentari,
dovettero tener conto, oltre che delle esigenze
così ben rappresentate dalle parole del loro
contemporaneo Celso (che li spinse ad adeguare
progressivamente la propria “testimonianza”
all’evangelizzazione di popoli votati a culti e
tradizioni diversi) anche della necessità di
distanziarsi dal variegato microcosmo delle
sette eretiche che si sviluppò nei primi secoli
della nostra era, minacciando l’univocità della
costruzione teologica faticosamente realizzata e
posta a base della fede cristiana. Un’operazione
di tale complessità (considerando anche il lungo
arco di tempo durante il quale si svolse) non
poté che favorire l’insorgenza di errori e
disarmonie tra i racconti, che da sempre il
“pulpito” si guarda bene dall’evidenziare e che
per lo studioso serio (esegeta, critico testuale
o storico che sia), costituiscono motivo di
riflessione ed approfondimento.
Non mi riferisco soltanto alle insanabili
contraddizioni biografiche nella
rappresentazione del personaggio di Gesù di
Nazareth che, secondo il Vangelo preso a
riferimento, nacque nel 4 a.c. o nel 6 d.c., che
dovette fuggire in Egitto o rimanere dov’era,
che ebbe genealogie tra loro non sovrapponibili,
apostoli di numero diverso e con nomi
differenti, che fece miracoli diversi, che fu
crocifisso alla presenza di persone diverse e
resuscitò lasciando sbigottite dinnanzi al
sepolcro vuoto testimoni diversi (potrei
continuare per molto ma preferisco fermarmi
qui).
Non mi riferisco, dicevo, soltanto a tali
scoordinate attestazioni ma anche a quegli
scomodi residui testuali o scorie spurie che,
dietro al mite “Agnello di Dio” o “Salvatore del
Mondo” lasciano intravedere un agitatore
politico di stampo nazionalistico e fede
messianista. E’ grazie ad essi che siamo a
conoscenza del nomignolo con il quale Gesù
appellò i propri apostoli: “Boanerghes” che
significa “figli del tuono” o, secondo alcuni
esperti di lingua aramaica “della vendetta”.
Grazie agli stessi sappiamo che il mite San
Pietro era chiamato “Barjona” che tradotto
significa “latitante alla macchia” e che, molto
tempo dopo aver staccato un orecchio con un
colpo di spada ad una guardia del tempio sul
Monte degli Ulivi (Giovanni, 18:10), soppresse i
coniugi Anania e Zaffira, rei di non aver
versato alla comunità il ricavato della vendita
di un loro terreno (Atti, 5:1-11).
Ancora grazie agli stessi incontriamo un Gesù
che invita i suoi discepoli ad armarsi: “L'ora è
venuta, chi non ha una spada venda il mantello e
ne compri una… ed essi dissero: "Signore ecco
qui due spade" (Luca, 22:36), che istiga il
popolo alla disobbedienza fiscale: “Abbiamo
trovato quest'uomo che sovvertiva la nostra
nazione, istigava a non pagare i tributi a
Cesare e diceva di essere lui il Cristo re.”
(Luca, 23:2), che invoca la guerra: "Sono venuto
a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei
che fosse già acceso! pensate che io sia venuto
a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma
la divisione” (Luca, 12:49), che ignora le
preghiere quando non provengono dal suo popolo
“Io non sono stato mandato che alle pecore
perdute della casa d'Israele… non è bene
prendere il pane dei figli per buttarlo ai
cagnolini” (Matteo, 15:24; 26).
Anche su questi aspetti potrei continuare per
mol to ma credo di aver già a sufficienza
dimostrato quanta poca attendibilità storica ci
sia nella testimonianza dei Vangeli e,
soprattutto nella ricostruzione del personaggio
di Gesù di Nazareth la cui immagine è stata
ricomposta dalla dottrina cristiana in una sorta
di teorico “quinto canone” nato in seno alla
tradizione apostolica (condizionata fin
dall’inizio dalla cultura ellenistica) e diffuso
a piene mani all’ombra del campanile ad ignare
folle chiamate all’estasi mistica e dissuase da
sempre dallo studio della storia e dalla
comprensione della verità (beati i poveri di
spirito…).
Dopo aver risposto alla seconda parte della tua
domanda, cercando come ho detto di dimostrare,
nei limiti di uno spazio ragionevolmente
contenuto, che “i Vangeli e gli Atti degli
Apostoli sono letteratura” (come dice il prof.
R.H. Eisenman nel suo ultimo libro “Giacomo il
fratello di Gesù”), passo ora alla prima parte
della stessa affrontando il tema della
sporadicità delle attestazioni, da parte degli
storici dei primi secoli, sul personaggio di
Gesù.
Tu stessa citi Giuseppe Flavio, riferendoti a
quella che sostanzialmente è l’unica
testimonianza alla quale la fede cristiana ha
fatto riferimento per secoli prima di arrendersi
di fronte all’evidente natura apocrifa della
stessa (ormai anche la Chiesa sembra aver
cessato di sostenere l’autenticità del passo).
Se il Testimonium Flavianum (così è chiamato il
passo in questione) fosse realmente scaturito
dalla penna del più accreditato storico di fatti
giudaici del I secolo, dovremmo registrare, fin
dalla riga successiva allo stesso, la
conversione di un integerrimo sacerdote ebreo
quale era Giuseppe (di discendenza sacerdotale e
di stirpe Asmonea) alla fede cristiana.
Poiché, tuttavia, tale “dichiarazione di
apostasia” appare come un’isolata “nota stonata”
e fuori posto nel percorso testuale e
cronologico dell’opera, poiché appare per la
prima volta soltanto nel IV secolo dalle “pie
mani” di un noto falsario (reo confesso) che
risponde al nome di Eusebio di Cesarea (gli
stessi “Padri della Chiesa” che lo precedettero
dimostrarono di non conoscere tale passo che, se
presente, sarebbe loro ritornato più che utile),
poiché, infine, nei suoi contenuti ripropone in
maniera pedissequa gli stessi capisaldi del
credo niceano varato sotto l’egida del potere
imperiale costantiniano non meno di due secoli
dopo la morte di Giuseppe Flavio (“seppure
bisogna chiamarlo uomo… questi era il Cristo…
Pilato lo punì di croce… apparve loro il terzo
giorno”), poiché per tutti questi e per molti
altri motivi, che sarebbe estremamente lungo
esporre, il passo in questione non può essere
considerato autentico, non resta che ammettere
che su quaranta storici del tempo, tra i quali
sono da comprendere Giusto di Tiberiade e Filone
d’Alessandria che vissero in quei tempi e in
quei luoghi (o vicino ad essi), nessuno si
accorse degli straordinari prodigi dispensati da
Gesù di Nazareth, a cominciare dalla sua nascita
annunciata da una stella fino a terminare con la
sua morte (per non parlare della resurrezione…)
che, secondo Matteo, provocò oscuramenti,
terremoti con epicentro il Golgota, resurrezioni
dei santi e squarci del velo del tempio!
E’ come se la più straordinaria vicenda di tutti
i tempi si fosse svolta sotto gli occhi di
decine di storici di indiscusso credito
testimoniale senza che gli stessi fossero stati
in grado di vederla!
Dal canto proprio i Vangeli ci presentano un
quadro edulcorato dove fermenti sociali e
tensioni (così drammaticamente rappresentate
dagli storici) stingono e svaniscono in una
mistica e stasi celestiale. Non appaiono mai gli
zeloti (se non nell’appellativo di un apostolo
rimasto per sbaglio al suo posto), sono
completamente assenti gli esseni (definiti da
Giuseppe Flavio “terza filosofia”), nonostante
lo straordinario peso ideologico che gli stessi
ebbero nell’universo culturale e fideistico
della Palestina di quei tempi, non vengono
registrate le sommosse e non si parla del sangue
quotidianamente sparso per via delle stesse…
insomma, non solo la storia, quella testimoniata
dagli storici, non conosce Gesù ma la storia di
Gesù non conosce quella testimoniata dagli
storici.!
Potremmo giustificare il fenomeno ricorrendo
alla teoria degli “universi paralleli” ma
usciremmo inevitabilmente dal seminato delle
“evidenze” alle quali lo storico è tenuto ad
attenersi.
CANZANO 2 – Tu cito
il “Discorso Veritiero” dello storico Celso che
già nel II secolo aveva accusato i cristiani di
raccontare menzogne, ma, se già nel II secolo
c’erano dei dubbi, come ha fatto il
cristianesimo con queste basi a diventare il
centro della cultura occidentale ?
TRANFO – La nostra
conoscenza della storia, con riguardo alle
origini del cristianesimo, è fortemente
condizionata dalle convinzioni indotte in noi
tutti fin dall’età scolare.
In realtà, quello che abbiamo appreso sui banchi
e all’ombra del campanile non è altro che una
“rappresentazione accomodata” di eventi che, per
antefatti, implicazioni e conseguenze, sono
lontano anni- luce da ciò che accadde realmente.
Per spiegarmi meglio, prima di rispondere
direttamente alla tua domanda ti invito a
riflettere su uno degli argomenti intorno ai
quali l’immaginario “subculturale” didattico,
narrativo e perfino cinematografico (Ben Hur,
Quo Vadis ecc.) ancora oggi fa leva p er
suscitare emozione e partecipazione: le
persecuzioni.
Come sai l’impero romano rappresentò
l’espressione più avanzata del progresso e
della civiltà cosmopolita e plurirazziale del
mondo antico. Roma fu tollerante con tutte le
tradizioni e le fedi dei popoli sottomessi ai
quali consentì di praticare il proprio culto ed
edificare templi conservando peraltro anche gli
ordini sacerdotali ad essi preposti.
Ti sei mai domandata come mai Roma non riuscì ad
essere tollerante proprio nei confronti dei
miti e pacifici oranti di fede cristiana
disposti a dare “a Cesare quel che è di
Cesare”?
Perché Tacito e Svetonio espressero un così vivo
disprezzo per un’umile e innocua fede
conciliante con il potere e volta a valorizzare
esclusivamente il mondo celeste?
Come mai per tre secoli imperatori saggi ed
equilibrati come Traiano, Antonino Pio, Marco
Aurelio e molti altri, se non alimentarono le
persecuzioni contro i cristiani si guardarono
comunque bene dal liberalizzarne il culto?
La risposta è una sola: la nuova fede fu vista
come una seria minaccia all’ordine pubblico in
quanto ispirata dal pensiero
messianico-autonomista di estrazione giudaica e
animata da spirito di rivalsa contro le
istituzioni del potere imperiale.
Se c’era una cosa nei confronti della quale Roma
non conosceva tolleranza alcuna, questa era
proprio la minaccia nei confronti
dell’ordinamento istituzionale.
Fino almeno alla seconda metà del II secolo i
“perseguitati” non ebbero nulla a che fare con
la fede in Gesù Cristo (il cui personaggio
degiudaizzato e reso universale era in corso di
coniazione esclusivamente in seno al giudaismo
revisionista di stampo ellenistico).
A finire in catene o nell’arena non furono i
miti e pacifici “santi” come la storiografia
cristiana ci induce a credere ma i giudeo
messianisti ribelli e irrassegnati di fronte al
ritardo da parte di Dio nell’adempimento di una
promessa biblica che li voleva liberi e sovrani
del mondo.
Soltanto nel III secolo il cristianesimo
“paolino” ebbe la meglio sui “cristianesimi
secondari” che iniziarono ad essere
criminalizzati e bollati come eresie (il libro
di B. D. Ehramn “I Cristianesimi perduti”
presenta un esaustivo quadro del variegato
planetario di infinite espressioni del primo
cristianesimo e delle dinamiche di fagocitazione
di quelle “perdenti” da parte della “forma
vincente” che ancora oggi regna incontrastata).
Tuttavia per almeno un secolo ancora il
cristianesimo dovette lottare sia sul fronte
interno (contro la proliferazione delle forme
“deviate”) che su quello esterno (il pote re
imperiale) non ancora in grado di distinguere
le vecchie forme politico insurrezionali di
stampo giudaico dalla nuova e compiuta
espressione di fede universale assecondante (ora
si!) con le istituzioni. Soltanto nel IV
secolo, di fronte al dilagare della nuova fede
(grazie alla crisi dei valori espressi
dall’obsoleto politeismo romano-ellenistico),
Costantino ebbe la geniale intuizione di
stabilire la più micidiale alleanza di tutti i
tempi sotto l’egida della quale nei secoli
successivi sono stati sterminati interi popoli e
distrutte o assoggettate straordinarie civiltà.
Non fu l’uomo (Gesù) a cambiare il mondo ma il
mondo a cambiare l’uomo per i propri fini di
potere.
Questa lunga premessa è stata necessaria per
poter adeguatamente rispondere alla tua
domanda.
Celso, vissuto sotto Marco Aurelio, fu
un’espressione culturalmente avanzata di quel
pensiero istituzionale che ebbe ben chiari i
pericoli connessi allo sviluppo di una
mistificazione, un’autentica impostura che,
favorita dall’ingenuità e dall’ignoranza dei
ceti popolari, già in quel tempo aveva iniziato
a riconvertire il fondamentalismo giudaico
messianista e intollerante in “pacifismo”
universale e conciliante, la spada in
ramoscello d’ulivo, la croce (simbolo d’infamia
e sovversione) in strumento salvifico e
redentivo, il riscatto giudaico in promozione
dell’uomo e del mondo. Se tali “riconversioni”
e “ricicli” furono chiari per Celso che ne
denunciò la fraudolenza, essi non lo furono per
le masse semianalfabete e in piena crisi di
valori alle quali prevalentemente (e non a
caso) l’evangelizzazione cristiana proponeva il
giusto riscatto della “vita eterna” (mutuato
dal riscatto “in terra” al quale e ra
originariamente volta la lotta messianista).
A quei tempi la cultura non circolava certo come
oggi. Non c’erano giornali né internet e con
ogni probabilità il “risentimento
istituzionale”, giustamente motivato dal timore
delle turbative per l’ordine pubblico, fu
vissuto dagli stessi destinatari della
repressione (ignari delle reali origini
ideologiche della propria fede) come un
ingiusto e immotivato accanimento contro
l’amore universale del quale si sentivano
portatori. La denuncia di Celso restò
circoscritta ad un ambiente che già ne
conosceva i contenuti e ne condivideva
l’orientamento, ecco perché non arginò
minimamente lo straordinario sviluppo che il
cristianesimo ebbe successivamente.
Non avremmo mai saputo nemmeno dell’esistenza
della preziosa testimonianza offerta dal
“Discorso Veritiero” se non fosse stato per
Origene che più di un secolo dopo pensò bene di
ripescare questo “scheletro” dall’”armadio”
degli scritti censurati dalle “pie mani” della
Chiesa per confutarne parola per parola il
contenuto in un’opera apologetica di otto libri
titolata “Contro Celso”.
Le intenzioni di Origene erano “buone” dal punto
di vista della difesa della dottrina cristiana,
tuttavia non penso che la Chiesa (che peraltro
nel VI secolo lo rinnegò) gli sia mai stata
grata per tale “felice idea”…
CANZANO 3– Nella
teologia <http://it.wikipedia.org/wiki/Teologia>
cristiana, la verità dogmatica che discende
dalla rivelazione divina viene considerata
talmente evidente che coloro che non la
accettano si pongono al di fuori della chiesa <http://it.wikipedia.org/wiki/Chiesa_(istituzione)>
stessa e sono tacciati di eresia -
http://it.wikipedia.org/wiki/Eresia - , al
punto che una loro proposta di discussione o
revisione per il cristianesimo può portare
all'esclusione dalla partecipazione al culto.
Quando e come sono nati i dogmi?
TRANFO -
Nell’economia delle poche righe delle quali
dispongo non è facile rispondere in maniera
esaustiva a questa domanda. Cercherò, pertanto,
di seguire “in volata” il percorso storico che
ha portato la Chiesa a far vincere la propria
“verità rivelata” contro tutte le “deviazioni”
teologiche che, soprattutto nei primi secoli,
ne minavano il primato.
Ho già accennato alle origini della fede
cristiana collocandone la nascita e il
successivo sviluppo in epoca non anteriore alla
metà del II secolo, quando il messianismo
giudaico e insurrezionale dell’”attesa”, una
volta tramontata ogni possibilità di successo,
iniziò a riconvertirsi in cristianesimo
“gesuano” dell’”avvento”, proponendo come
“storica” una lettura mistica e leggendaria dei
fatti accaduti in Palestina almeno un secolo
prima.
Il nascente cristianesimo, per garantire a se
stesso la straordinaria diffusione che poi di
fatto ebbe tra popoli di fede e cultura diverse,
prendendo a pretesto un fatto politico e locale
(del quale abbiamo fondati indizi negli scritti
di Giuseppe Flavio) e riconvertendolo in evento
universale e trascendentale, assimilò in una
gigantesca sincresi un’infinità varietà di
archetipi appartenenti agli antichi culti pagani
e misterici sui quali costruì il personaggio di
Gesù di Nazareth, dando così l’avvio alla
realizzazione di quelle fondamenta teologiche
che due secoli dopo saranno poste a base del
credo niceano.
Ciò, tuttavia, non fu sufficiente, almeno
all’inizio, a garantire alla nuova fede una
“corsia privilegiata” di affermazione rispetto
alle innumerevoli sette esistenti. Per avere
un’idea dell’enorme variegazione di orientamenti
diversi in seno al nascente cristianesimo, e
conseguentemente della fatica che il
cristianesimo “paolino” dovette affrontare per
affermarsi sugli altri, basti pensare che le
attuali diversità tra riti, confessioni e chiese
in seno alla fede cristiana non esprimono che in
minima parte quello che fu il panorama di quel
tempo.
In una tale “selva ideologica” di “cristianesimi
diversi”, alcuni tesi a valorizzare l’avvento
messianico in forma apparente ed incorporea
(docetismo) altri incentrati sulla natura
esclusivamente umana e non divina di Cristo, uno
solo si rivelerà “vincente”, giungendo ai nostri
giorni in veste di “unica” e “indiscutibile”
verità rivelata, proprio grazie all’intolleranza
verso qualsiasi diversità teologica e
fideistica.
La strada scelta impose innanzitutto la stesura
di un canone scritto, per evitare che i “punti
fermi” della verità “rivelata” si diluissero e
svanissero nella fluidità delle tradizioni orali
in perenne metamorfosi evolutiva.
Dalla scelta di quattro tra innumerevoli altri
Vangeli, nacque così il Nuovo Testamento
(successivamente oggetto di interventi
correttivi e interpolazioni ancora stratificate
nel tessuto narrativo) nel quale la biografia di
un erede davidico giustiziato dai romani sulla
croce per il reato di “lesa maestà”, fu
mescolata con le parole di un “illuminato di
nome Yeshua (Gesù ) condannato dal sinedrio alla
lapidazione avvenuta a Lydda negli anni
successivi alla guerra del 70 d.c.
Sul nuovo uomo/dio, come accennato, fu
modellata la fisionomia di tutti i “Soter”
pagani (maternità virginale, nascita in una
grotta al solstizio d’inverno, morte e
resurrezione dopo tre giorni, ascesa al cielo,
promessa di un ritorno alla fine dei tempi
ecc.).
Tutti coloro che non si riconobbero nei canoni
(frutto di arbitrarie a fallaci scelte umane)
furono isolati, maledetti e successivamente
perseguitati.
Così nacque l’eresia, parola la cui originale
accezione greca (αιρεσις, scelta) è ben lontana
dal significato negativo al quale siamo stati
condizionati dalla tirannia culturale esercitata
dal cristianesimo perfino in campo lessicale.
Con questa espressione divenuta simbolo
d’infamia, venne etichettato quel multiforme
mondo ideologicamente non allineato (per un
aspetto o per l’altro) alla “verità rivelata
direttamente da Dio”.
Gli eretici furono perseguitati dalla
Chiesa
perfino quando essa stessa era ancora a propria
volta perseguitata in quanto, nonostante ormai
nemica giurata del giudaismo e assecondante con
il potere di Roma, continuava ad essere dallo
stesso ritenuta erede ideologico di
quell’antico fondamentalismo sviluppatosi nella
più ingovernabile delle province e non ancora
dimenticato.
Ignazio di Antiochia, Ireneo di Lione, Ippolito
di Roma, furono perseguitati e subirono il
martirio dopo aver lasciato a loro volta al
mondo una testimonianza di irriducibile
avversione contro qualsiasi “devianza” o
semplice diversità teologica o dottrinaria
dall’unica “verità rivelata”.
Tuttavia non servì a molto lasciare fuori dalla
porta le “diversità”, in quanto all’interno
stesso della Chiesa
l’eresia continuò a svilupparsi insidiando
l’univocità del “verbo”.
D’altra parte il secolare processo che portò
alla definizione della “verità rivelata Dio”
(frutto in realtà di prevaricazioni e
compromessi tra uomini…) fu così profondamente
condizionato dalle lotte intestine (nelle quali
furono coinvolti ideologi ed ecclesiastici) che,
prima di assumere la attuali forme, detta
“verità” assunse mille volti diversi: in un tale
frenetico divenire, un pensiero quale può essere
l’investitura divina di un Cristo
precedentemente umano (adozionismo) o la
diversità di sostanza tra il Figlio e il Padre
(arianesimo), poteva, da un concilio all’altro,
passare dall’”altare” alla “polvere”.
Per Ignazio Gesù derivò sia da Maria che da Dio,
Ireneo preferì l’idea dell’incorporamento,
Origene quella della mescolanza (krasis),
Ippolito quella dell’irradiazione ecc.
Il concilio di Nicea del 325, voluto da
Costantino, servì proprio a dare una
connotazione stabile e definitiva all’impianto
teologico cristiano.
Nacque così il “credo”, ancora oggi coralmente
recitato dall’assemblea dei fedeli radunata
dinnanzi al pulpito: un allucinante surrogato di
assurdità maldestramente fissate in quella
circostanza e successivamente integrate,
corrette e riformulate nei concili successivi
per contrastare le nuove eresie e per meglio
adattarsi alle nuove esigenze delle sacre
alleanze con l’impero o, più tardi, con le
grandi monarchie.
Ogni singola espressione presente nella nota
preghiera, ha una storia ed un fine preciso che
non ha nulla a che vedere con la testimonianza
di qualsiasi verità né con alcuna umana logica.
L’incredibile miscuglio di allucinanti
elucubrazioni camuffate da affermazioni di fede,
in frequenza ininterrotta e in reciproca
contraddizione, fu frutto dell’immaginario
schizofrenico, ma… illuminato dallo spirito
santo (sic!), di una chiesa alla disperata
ricerca di un’identità dogmatico- teologica da
definire e da opporre alle pericolose “devianze”
espresse delle eresie, mediante la sua
“professione di fede” spacciata per “verità” in
barba all’umano buonsenso!
Se qualsiasi fedele di media intelligenza si
soffermasse per un momento a riflettere sulle
“sante” e familiari parole che almeno
domenicalmente pronuncia (ma al fedele è chiesto
di non riflettere…), si accorgerebbe di aver da
sempre recitato, senza rendersene conto, un
insensata e delirante adesione a quello che può
essere definito un autentico manifesto della
follia recante la firma contraffatta di Dio!
Gli autori di tale “contraffazione” son o gli
stessi che ancora oggi difendono ed ostentano il
proprio primato apostolico a sostegno del quale
fanno pretestuosamente valere il verso di Matteo
16:18 “E anch'io ti dico: tu sei Pietro, e su
questa pietra edificherò la mia chiesa, e le
porte dell'Ades non la potranno vincere” da loro
stessi maldestramente introdotto nel canone
neotestamentario.
In base a questa assurda pretesa di rivestire il
ruolo di ambasciatore di Dio in terra, “Sancta
Romana Ecclesia” da quasi duemila anni pronuncia
e interpreta la parola di Dio… a proprio ed
esclusivo fine di potere e il dogma non è che
l’aspetto più sfrontato ed arrogante
dell’esercizio abusivo di tale ruolo.
Nei secoli, con il ricorso a tale strumento, le
più straordinarie assurdità sono state
proclamate “verità assolute e indiscutibili”
come se fossero state pronunciate dalla viva
voce di Dio.
La prima espressione concreta di tale
intollerabile abuso fu quella della
“consustanzialità” del Figlio rispetto a Padre (Nicea,
325), successivamente integrata
dall’indecifrabile “unità trinitaria”
(Costantinopoli, 381), cervellotico compromesso
tra l’ostentato monoteismo di ebraica
derivazione e l’evidente politeismo di un culto
incentrato sull’adorazione del “Figlio” oltre
che del “Padre”.
A complicare ulteriormente le cose intervennero
poi le pronunce su Maria che finì, di fatto, con
l’assumere il ruolo di “quarta persona
trinitaria”.
La sua “carriera” iniziò nel Concilio di Efeso
del 431 (precedentemente il suo nome non trovava
posto nemmeno tra quelli dei santi pronunciati
nelle litanie) grazie a Cirillo d'Alessandria
che fece in modo che fosse definita "madre di
Dio", adoperandosi con ogni mezzo (lecito e
illecito) per la promulgazione de l dogma della
maternità divina.
Esiste addirittura un elenco di regali (eulogias)
che lo stesso distribuì ad alti funzionari
imperiali per ingraziarsene i favori allo scopo
di evitare il suo arresto, legittimare il
Concilio contro un altro di orientamento
nestoriano in contemporaneo svolgimento e,
soprattutto, ottenere il riconoscimento del
dogma al quale teneva tanto.
Seguì poi la proclamazione della sua perpetua
verginità (Costantinopoli, 553).
Dopo più di un millennio, nel 1854, venne
stabilita la sua nascita in assenza di macchia
(immacolata concezione) mentre soltanto nel 1950
se ne proclamò l’assunzione in cielo anima e
corpo!
E’ da notare che quando Pio XII, parlando a nome
di Pietro asserì quest’ultima verità rivelata
(da chi... visto che gli stessi Vangeli non ne
sanno nulla?) ”infallibilmente" (grazie ad altro
dogma simile a quello in base al quale i
parlamentari aumentano lo stipendio a se
stessi…), in cielo volavano già gli aerei (dai
quali la Madonna non fu avvistata…), qualcuno
pensava alle prime missioni spaziali, da un capo
all'altro del mondo si parlava con il telefono,
in America già esisteva la televisione e quattro
anni dopo arrivava anche in Italia.
Eppure fu creduto e, cosa più grave, lo è
ancora!
Sull’esistenza di questo straordinario “telefono
senza fili” che congiunge il “trono di Pietro”
con l’”alto dei cieli” non mancano le conferme
talvolta immediate: Pio IX non aveva ancora
nemmeno riposto la penna con la quale nel 1854
firmò “per conto di Dio” (sic!) l’immacolata
concezione di Maria, che nel 1858 a Lourdes una
contadinella ignorante di nome Bernadette
Soubirous se la ritrovò davanti con il biglietto
da visita in mano “Io sono l’immacolata
concezione”: &egrav e; come se io, dovendomi
presentare, dicessi “io sono il concepimento di
Giancarlo Tranfo”!
Per brevità trascuro le altre straordinarie
perle di saggezza “divina” (quali l’istituzione
del purgatorio o la transustanziazione), per
soffermarmi ancora un momento sui dogmi
cristologici e su quelli mariani e proporre una
riflessione sulle assurdità che derivano dalla
loro interazione: se Gesù, perfettamente umano e
divino (Calcedonia, 451) è uno con il Padre
(Costantinopoli, 381) e Maria è madre di Dio
(Efeso, 431) e cioè di Gesù, allora è anche
madre del Padre (uno con il figlio) e figlia di
suo figlio (uno con il Padre) che dunque è anche
suo padre e che, essendo nato prima dell’inizio
dei tempi è nato prima di sua madre...
In questo incesto alla rovescia con andata e
ritorno nel tempo… chi può illuminarmi sul ruolo
del povero Giuseppe e su come lo stesso abbia
potuto trasmettere la propria discendenza
davidica al “Re dei Giudei”?
By Giancarlo Tranfo – Giovanna Canzano -
22/02/2008 - Fonte: politicamentecorretto.com
BIOGRAFIA
Giancarlo Tranfo è nato a Roma nel 1956.
Provenendo da una nobile famiglia di integerrima
fede cattolica e di antica tradizione forense,
per onorare la proprie origini si è laureato in
Giurisprudenza, dedicandosi tuttavia
successivamente allo studio del cristianesimo
delle origini.
Circa dieci anni fa decise di cimentarsi in una
ricerca storica, condotta sulle fonti
ellenistico- romane e neotestamentarie, volta a
confermare la tradizione cristiana e, in
particolare, il personaggio di Gesù di Nazareth
al quale, fin da bambino, si sentiva molto
legato.
Gli esiti di tale impegno furono, tuttavia,
diametralmente opposti alle premesse e il suo
lavoro, arricchendosi nel contempo dell’apporto
di nuove conoscenze sui culti del mondo antico,
approdò, dopo varie tappe intermedie, ad una
prospetti va di radicale negazione delle origini
storiche del personaggio di Gesù.
Soltanto nel 2005, a seguito di un travaglio di
coscienza dal quale si dice non ancora uscito,
Tranfo ha deciso di pubblicare il suo primo
studio in internet realizzando il sito web
www.Yeshua.it, del quale è tutt’ora unico
curatore, che in meno di tre anni ha ricevuto
circa duecentomila visite.
Negli ultimi tempi Tranfo ha acquistato una
certa notorietà, soprattutto nel mondo web, a
seguito di due iniziative che hanno avuto vasta
eco: una pubblica sfida epistolare a dimostrare
la storicità di Cristo, lanciata agli avvisi del
prof. F. Bisconti, segretario della Commissione
Pontificia di archeologia sacra, e una pungente
recensione del libro di J. Ratzinger “Gesù di
Nazareth”, ripresa da centinaia di siti web e
blogs, pubblicata da riviste specializzate in
indagini storiche “di frontiera”; e inserita in
appendice al secondo libro di Luigi Cascioli “La
Morte di Cristo, cristiani e cristicoli”.
Ad aprile 2008 Tranfo pubblicherà il suo primo
libro “La Croce di Spine- Gesù: la storia che
non vi è ancora stata raccontata”, edito da
Chinaski Edizioni di Genova, che sarà facilmente
reperibile presso le principali librerie
italiane o che, in alternativa, potrà essere
ordinato presso lo stesso sito
www.Yeshua.it
Nel suo libro Tranfo, avventurandosi in lungo
percorso testuale di circa 450 pagine, affronta
la spinose problematiche connesse allo studio
storico del cristianesimo primitivo, avvalendosi
dei criteri di ricerca suggeriti dalla
metodologia scientifica.
L’immagine di Cristo che questo lavoro
restituisce al lettore è quella di un
personaggio leggendario, frutto di una creazione
letteraria ispirata ai semidei dell’antichità
pagana, iniziata nel secondo secolo e completata
in quelli successivi.
La biografia evangelica del Messia cristiano
sarebbe stata costruita attingendo alla vicenda
reale di due personaggi storici realmente
esistiti: il figlio primogenito di Giuda il
Galileo, discendente davidico della famiglia
Asmonea e fondatore della setta degli zeloti,
arrestato dai romani sul Monte degli Ulivi e
crocifisso per il reato di lesa maestà e
Yeshua (Gesù) detto ben Panthera, il figlio
illegittimo di un soldato romano di stanza in
Palestina tra il 6 e il 9 d.c., divenuto un
“illuminato” profeta, elevato dal popolo al
rango di messia sacerdotale, successivamente
condannato dal sinedrio ebraico per i reati di
apostasia e stregoneria, lapidato a Lydda
(vicino Gerusalemme) nel 73 d.c. ed appeso ad
una croce.
Dall’unione del messia sacerdotale Yeshua
(Gesù) con il terribile messia davidico
“Kristos” (Cristo, Unto) figlio di Giuda il
Galileo, sarebbe nato l’unico Gesù Cristo che
perdendo ogni originale connotazione ebraica,
avrebbe nel tempo acquistato la stessa
fisionomia degli antichi Soter universali di
origine pagana e orientale, divenendo tra il II
e il IV secolo d.c. il “Re del Mondo”.
Tratto da ariannaeditrice.it
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