La parola "Eutanasia", nel dizionario viene così definita:
Morte serena ed
indolore.
Ogni
essere vivente desidererebbe morire serenamente nel proprio letto senza dolore, attorniato
dai propri familiari; sembra però che in questa moderna civiltà, sia sempre
più difficile morire serenamente e senza dolore, vediamo alcuni perché:
1)
vi è la paura della morte che luomo civilizzato ha.
2)
non nutrendosi più di prodotti naturali e biologici, la morte per vecchiaia non la
conosce più, perché egli somatizza sempre gravi malattie che gli producono dolore nella
fase precedente e durante il trapasso.
3)
la medicina ufficiale quella delle lauree e dei luminari, ha generato circa 6000 malattie
nuove, chiamate malattie Iatrogene, generate dalluso e dallabuso
che i dottori fanno dei farmaci che prescrivono ai pazienti, tutte queste
malattie procurano dolore.
4)
laria, lacqua, i cibi inquinati, gli stress e le insicurezze che lera
moderna e civile ha prodotto, accentuano i dolori di tutte le fasi
del trapasso delluomo sapiens, salvo i casi di morti fulminanti.
Tutto
ciò ha tolto al moderno uomo la probabilità di morire di vecchiaia nel
proprio letto, serenamente e senza dolore, attorniato propri familiari.
L'eutanasia viene giustamente presentata come diritto a
scegliere da parte del soggetto che, non vedendo alternative
e non potendo togliersi la vita da sé, chiede ad altri di
porre fine a sofferenze da lui ritenute
insopportabili.
La Liberta'
di Cura (vedi
Costituzione italiana vedi art. 32) viene impedita
di fatto in quanto i medici NON
conoscono tutte le tecniche sanitarie possibili
!! ed anche l'accanimento terapeutico viene comunque
applicato dalla "industria sanitaria ufficiale", la
quale se ne frega dei desideri del
malato e/o di quelli dei loro famigliari !
Torniamo
al nostro problema iniziale e prendiamo il dizionario e vediamo che con la parola
eutanasia, si vuole indicare anche una teoria medico giuridica
secondo cui è lecito dare una morte tranquilla, agli infermi atrocemente sofferenti ed
inguaribili. Vediamo di esaminare riflettendo su questa teoria.
Innanzi
tutto occorre dire che fin dallantichità si praticava lEutanasia in quasi
tutte le popolazioni del mondo.
Dato che essa è sempre stata praticata più o meno
apertamente dallumanità, occorre ricordare che il problema è sorto successivamente
nel seno del Cristianesimo, con dibattiti accesi che avvengono ancor oggi.
In Italia viene anche
impedito il
suicidio assistito.
Pensiamo
comunque che se siete stati attenti lettori avrete già compreso il nostro pensiero in
merito, se così non fosse ve lo riassumiamo.
Sappiamo
per esempio che lo Stato Italiano è favorevole allaborto con una apposita legge
varata; laborto è: soppressione della vita di un Essere, SENZA il Suo Consenso; non
si capisce come mai invece questo stesso Stato, condanna la soppressione della vita di un
Essere che al contrario dellaborto, CHIEDE personalmente e coscientemente di
lasciarlo morire o di farlo morire per non soffrire più; questi sono veramente dei
misteri ai quali bisogna credere per fede.
E
ovvio che vi è una enorme differenza di Giudizio e di Giustizia nei due atteggiamenti,
che sono in perfetta antitesi rispetto alla VERITA naturale.
Se
è vero, comè vero, che lEgo/IO delluomo aspira alla massima libertà
dalle psico dipendenze, non si vede come mai non permettere che un Essere possa decidere
da solo e senza interferenze quando, come e dove morire; già dimenticavamo che questo
sistema cerca solo di creare psico dipendenti, onde per cui tende a condannare
chi gestisce da solo la propria Vita.
Lo
Stato dovrebbe varare una legge che non condanni un
DIRITTO dellindividuo,
permettendo ai cittadini di decidere di morire quando essi lo vogliono, qualora la
malattia si sia rivelata inguaribile ed insopportabile; alcuni hanno obiettato che una
tale decisione è diversa quando si è sani da quando si è malati ed alla soglia della
scadenza fatale.
Ma
allora altri sani, NON possono decidere o legiferare per altri, che sono
invece nel problema, cioè che soffrono terribili dolori per la loro malattia; è di tutta
evidenza che si tratta di decisioni INDIVIDUALI, nelle quali lo Stato, né i
sani possono, né debbono intervenire.
Non
si capisce come mai, per esempio nel caso di tentato suicidio, lo Stato non condanni al
carcere colui che ha tentato il suicidio, se vuole essere coerente e se leutanasia
è da condannarsi.
Anche
se il Codice Italiano non contempla lEutanasia, esso la inquadra nel reato che
chiamiamo: Omicidio del consenziente che prevede una reclusione da 6 a 15 anni; questo per
seguire lindirizzo guida dellart. 5 del Cod. Civ., atti di disposizione
del proprio corpo che afferma: Gli atti di disposizione del proprio corpo sono
vietati quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica o quando siano
altrimenti contrari alla legge, allordine pubblico od al buon costume.
A
parte il fatto che chi è nella condizione di chiedere leutanasia è già in
condizione di diminuzione permanente della integrità fisica, perché vi è arrivato per
stupidità sul come gestire la sua Salute oppure perché altri ed in special modo i medici
non professionalmente preparati a conoscere tutte le tecniche sanitarie possibili, gli
hanno procurato tale stato, per cui non può richiedersi la condanna del soggetto in
funzione di quellarticolo, perché se così fosse ogni malato dovrebbe
essere condannato, in quanto condannabile per atti di disposizione effettuati su di
sé, (la propria stupidità od ignoranza sul come mangiare, vestire, pensare, muoversi,
ecc.) che hanno cagionato una diminuzione dellintegrità fisica.
E
di tutta evidenza che si tratta di un discutibile articolo, redatto non tenendo conto dei
principi di libertà e di autodecisione dellEssere; si comprende che questo articolo
è impregnato di morale cattolica, che spesso si rivela essere contraria alla
Vera Giustizia ed alla Verità.
Altri
oppositori dicono: Non esiste e non può esistere un diritto alla morte perché essa
è la distruzione della vita, è la non esistenza, per la quale non è configurabile un
diritto.
Ma
quale ignoranza è quella che parla in tali termini ? Essa è veramente grande, non tiene
conto di un fatto semplice, che la parola morte non significa assolutamente NON vita, ma
passaggio, infatti il sinonimo italiano della parola morte è: trapasso.
Il
contrario della VITA è la NON vita cosciente; la morte, il passaggio, il trapasso è il
contrario della nascita.
Altra
importante considerazione che va fatta è che occorre che lammalato venga informato
sul suo Vero stato di salute, cioè bisogna dirgli la verità, anche quando il male è
grave.
Il
paziente colpito da una malattia che porta alla morte, DEVE essere informato, anche
perché egli DEVE poter sostenere una lotta psico/fisica molto importante per tentare di
guarire e se non vi riesce perché lorganismo non risponde più, allora deve potersi
preparare al trapasso con tutta quella sacralità che il caso richiede.
NON
gli si devono imporre delle terapie illusorie, senza il SUO consenso; se egli chiede di
essere lasciato al SUO destino, bisogna rispettare le Sue decisioni, questo è il massimo
e Vero Amore per il nostro prossimo, lasciarlo libero di decidere secondo coscienza, senza
imposizioni esterne !
Perché
si vuole coercizzare la coscienza altrui ? La libertà di scelta è il Sacro e Santo
DIRITTO e DOVERE dellESSERE. Sono le stupidità sulla Vita, le ignoranze sulla VITA
INFINITA, le prepotenze magari religiose o legali che vogliono
imporre agli altri il proprio credo le proprie leggi, che schiavizzano le
coscienze.
Usare
le apparecchiature medicali, oppure utilizzare farmaci od altro per tenere, costringere a
restare in vita, la mettiamo tra virgolette, perché in quei casi vita non è,
è mantenere in stato di premorte quellessere ed impedirgli di gustare appieno e
completamente il Trapasso, lultimo Orgasmo di questa dimensione, questo passaggio la
morte, che è uno stato della VITA o meglio un modo di Essere dellEssere in questo
spazio tempo.
Lo
Stato dovrebbe perseguire invece laccanimento illecito dei medici, nel
mantenere in certe impietose e dolorose condizioni di vita, un paziente.
La
medicina ufficiale, diviene disumana quando sottrae allaffetto dei cari chi è
vicino alla morte; al posto di unultima parola o di un ultimo abbraccio in casa
propria, lultima endovena, lultima elettro stimolazione cardiaca..., in
ospedale e lontano dai propri affetti !
Questo
è il massimo della stupidità e della cattiveria, impedire ad un altro essere di morire,
trapassare, passare oltre, il più presto ed il più serenamente possibile.
La
realtà è che quei medici NON sono capaci di PERDERE e di vedere la realtà,
di saper dire a Se stessi: Sono stato incapace di guarire quel malato.
E
il non comprendere cosè la Vita, con tutte le sue molteplici varietà e
trasformazioni, compresa la nascita e la morte; questa ignoranza, impedisce a questi
medici di arrendersi e di comprendere, ma allora che imparino a curare Se
stessi prima di pretendere di curare gli altri. Essi non sanno capire quando smettere di
combattere la Vita che si trasforma nel trapasso. E crudele e barbaro
costringere una persona a che venga mantenuta in vita contro il suo volere o che le si
rifiuti lauspicata liberazione, il trapasso, quando la sua vita ha perduto qualsiasi
dignità, bellezza e prospettive di avvenire in questa dimensione.
Fin
dallantichità in certe popolazioni della terra, quando una persona comprendeva di
essere arrivata alla fine di questa esperienza, si isolava dalla famiglia o dal gruppo e
dopo essersi opportunamente congedata, si lasciava morire in perfetta solitudine
digiunando.
Quale
grande libertà di scelta vi è in quellinsegnamento, che considera la Vita come una
esperienza del singolo individuo ed al singolo stesso lascia le decisioni in merito.
E ovvio che bisogna aver forza di carattere per saper prendere tale decisione e
scegliere il momento per finire la propria esperienza.
Gli
indiani dAmerica fino a poco tempo fa avevano ancora questa usanza; venuta
lora, il momento adatto, i loro anziani salutavano la famiglia e la loro tribù,
salivano su una montagna lontano da tutti, si stendevano sul loro plaid ed
attendevano la morte con il digiuno più totale.
Quale abisso di Consapevolezza vi è fra questi indiani e l’uomo moderno
“civilizzato”, che al contrario ha una paura folle del trapasso.
Chissà
quando lUomo, che si dice civile o religioso, imparerà a lasciar Vivere, nel senso
di lasciare credere, pensare, fare, cioè decidere di Se stesso, laltro Uomo.
Il
giorno che egli imparerà, questa realtà, quasi tutte le stupidità umane scompariranno.
EUTANASIA:
(Firenze, 26 febbraio 2000)
Il
Comitato francese di etica, attraverso il suo presidente l'ex-senatore Henri Caillavet, ha
fatto sapere di essersi pronunciato a favore della pratica dell'eutanasia quando "i
pazienti sono lucidi in fase terminale con sofferenze incontrollabili che offenderebbero
la loro dignità.
Nel testo approvato dal
Comitato si dice che è indispensabile che sia il malato a chiedere l'eutanasia e che la
decisione sia frutto di un confronto con il gruppo di medici e infermieri che lo hanno
assistito durante la malattia.
In
Francia, secondo Caillavet, i casi di eutanasia clandestina sono circa 2000 e il parere
della commissione verrà ora consegnato al Governo che ne aveva fatto richiesta.
Quando
si riesce a discutere serenamente ed umanamente della morte e del diritto all'eutanasia,
si è in presenza di un livello di civiltà e dignità umana che non ha precedenti.
Lelusione
del problema e la relativa demonizzazione di ogni discussione che prenda in considerazione
la possibilità di un auto-intervento dei diretti interessati, è invece un sintomo di
violenta imposizione di modelli comportamentali che, per il fatto stesso di essere
ritenuti giusti da qualcuno, sembra che debbano esserlo per tutti.
Questa
è la situazione in Italia, dove, per l'appunto, non si è in grado neanche di sapere
quale sia il fenomeno clandestino, e tutto viene relegato alle estemporanee sortite di
questo o quel personaggio conosciuto, sbattendole in qualche copertina, ma mai arrivando
all'attenzione del legislatore.
E' evidente che siamo di fronte ad un diverso livello di approccio nel
rapporto tra individuo e istituzioni; nel caso francese si cerca di metterle
al servizio degli amministratori,
mentre nel nostro caso avviene il contrario.
Qualcosa
di importante stà avvenendo in un Paese limitrofo che è tra i principali partner
comunitari dell'Italia, dove al demonio si preferisce la ragione. Speriamo che anche
lItalia si
svegli !
OLANDA:
Legalizzata l'EUTANASIA
E’ il primo paese al Mondo – dopo questa nazione,
presto il sì del Belgio
L'AJA
- Il Senato olandese ha approvato in via definitiva, con 46 si' e 28 no,
la legge che legalizza di fatto l'eutanasia. Con questo voto, giunto dopo
un lungo dibattito, l'Olanda diventa il primo paese al mondo a permettere
l'eutanasia ed il suicidio assistito, sia pure subordinati ad una serie di
condizioni.
La legge dovra' ora essere firmata dalla regina Beatrice e
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale per entrare in vigore nell'arco di
alcune settimane.
Dopo
l'Olanda, anche il Belgio si appresta a legalizzare l'eutanasia. Il 20
marzo le commissioni giustizia e affari sociali del Senato hanno adottato
una proposta di legge presentata dal senatore socialista Philippe Mahoux e
da quello liberale Philippe Monfils. Il provvedimento, ora all'esame del
consiglio di stato, deve passare ancora all'esame della Camera e del
Senato, ma potrebbe diventare legge già all'inizio del 2002.
Il dibattito sulla legalizzazione della dolce morte è stato avviato dalla
nuova coalizione di governo formata da liberali, socialisti ed ecologisti
che dal 1999 ha mandato all'opposizione i socialcristiani
Il
testo belga, almeno nella sua formulazione attuale, è più restrittivo di
quello olandese. In Belgio l'eutanasia potrà essere attuata soltanto per
i malati maggiorenni, mentre in Olanda è consentita anche per i minori
dai 12 ai 16, sia pure con il consenso dei genitori. Nella proposta dei
belgi inoltre si fa una distinzione tra malati terminali e gli altri
malati per i quali la procedura per l'attuazione dell'eutanasia dovrà
essere più lunga.
Chi ne fa richiesta dovrà essere cosciente al momento
in cui presenta la domanda.
Ediz. Red
BELGIO: Pediatri
favorevoli all'eutanasia
-
CITTA' DELLA SCIENZA, 08/04/2005
I pediatri belgi sono favorevoli all'eutanasia per i bambini e per
i neonati malati in modo incurabile. Sono queste le conclusioni di
uno studi pubblicato sulla rivista Lancet da Luc Deliens della
Libera Università di Bruxelles. Deliens ha intervistato
attraverso un questionario anonimo 121 dottori che hanno firmato i
certificati di morte di 292 neonati deceduti entro il primo anno
di vita nel periodo compreso tra l'agosto del 1999 e il luglio del
2000. Ha così scoperto che i medici hanno preso nel 57 per cento
dei casi delle scelte di fine vita, che includono l'uso di
medicinali antidolorifici che potenzialmente o deliberatamente
potevano abbreviare il ciclo vitale e il mancato uso di terapie
atte a prolungare la vita. Pur essendo illegale in Belgio la
somministrazione di farmaci letali ai
minori, nel 9 per cento dei casi i medici hanno
somministrato dosi letali di medicinali.
Il 79 per cento dei dottori inoltre ha ammesso che i loro doveri
professionali richiedono talvolta la prevenzione delle sofferenze
non necessarie anche facendo morire prima i pazienti.
Il 58 per cento inoltre sostiene che l'eutanasia dovrebbe essere
legalizzata anche sui minori sebbene solo in certi casi.
SVIZZERA: divenuta finalmente Legge
statale la possibilita' di ricorrere all'Eutanasia
E'
diventata Legge di Stato la possibilità per ogni Cittadino
ove dimostrata la Sua "capacità di intendere e
volere" e la Sua Terminalità (da una equipe Medica) di
poter decidere di porre fine con i mezzi forniti dallo Stato
quindi in Ospedale o a casa, a una vita poco dignitosa e
carica di inenarrabili irreversibili e atroci sofferenze. Bravi ed
evoluti gli Svizzeri su questo argomento.
E
l'Italia ?..........be' ci sono i
cattolici che
impediscono la Liberta' di Scelta.....il vaticano e' la
pietra al piede....del paese; essi si "incaricano"
di impedire a TUTTI gli italiani le
proprie LIBERTA' !!
Il parlamento, servo dei cattolici, e' ancora contrario
all'eutanasia, ma la maggioranza degli italiani e'
favorevole !
http://www.aduc.it/dyn/eutanasia/comu.php?id=162927
http://www.aduc.it/dyn/eutanasia/noti.php?id=162942
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
La voce del Padrone: il
Vaticano - Articolo dell'ADUC
La sentenza della Cassazione sul Caso Englaro. Il parere di
LiberaUscita
Ricordiamo che qualche settimana fa si e' pronunciata la
Corte di Cassazione in materia di interruzione al
trattamento vitale artificiale, nella ormai nota vicenda
giudiziaria di Eluana Englaro. Pubblichiamo un articolo di
approfondimento di Giancarlo Fornari, il presidente di
LiberaUscita, una associazione che da anni e' in prima linea
per l'affermazione del diritto alla liberta' terapeutica e
alla morte dignitosa. Un articolo che ripercorre le
motivazioni dell'articolata e importante sentenza. Insieme
alla pronuncia di archiviazione del caso Riccio Welby, siamo
davvero di fronte ad un piccolo "miracolo"
giurisprudenziale, considerando i tempi che corrono, gli
oscurantismi, la congiuntura politica che vede la classe
dirigente supina al dettame del Vaticano.
UNA LUCE nel BUIO: La SENTENZA della CASSAZIONE
Dovrebbe essere ormai vicino alla conclusione il tragico
caso di Eluana Englaro grazie a una lucida, argomentata
sentenza della Cassazione (n. 21748-07 - Prima sezione
civile, Presidente Maria Gabriella Luccioli, estensore
Alberto Giusti).
Come abbiamo commentato "a caldo", la sentenza si segnala
non solo perche' dovrebbe finalmente far cessare
l'incredibile accanimento medico-giudiziario, protrattosi
oltre quindici anni, nei confronti dell'infelice Eluana ma
anche perche' afferma in modo netto e con logica
ineccepibile alcuni importanti principi di diritto in
materia di decisioni di fine vita.
Non ultimo quello della validita' - anche in mancanza
dell'attesa legge - delle direttive anticipate e quello
dell'efficacia quanto meno interpretativa della Convenzione
internazionale di Oviedo che le riconosce. Altrettanto
importante e' l'aver affermato che al contrario di quanto
sostengono le gerarchie cattoliche i trattamenti cosiddetti
di sostegno vitale (e cioe' l'alimentazione, l'idratazione e
la ventilazione forzata) sono veri e propri atti medici, che
pertanto rientrano nel divieto di accanimento terapeutico e
possono essere - al pari degli altri trattamenti - rifiutati
dall'interessato.
Il coraggio della legalita'
Una sentenza che si limita ad applicare in modo logico e
corretto la legge, ma che si puo' quasi definire una rarita'
nel clima di soggezione politica e culturale ai diktat,
sempre piu' arroganti, delle gerarchie vaticane sui temi
eticamente sensibili e, in particolare, su tutto quanto
riguarda le scelte di fine vita. Per avere un'idea di questa
"rinuncia della politica" puo' bastare questa citazione:
"Decisi di non partecipare piu' alle votazioni e ne diedi
notizia al Presidente del Senato". (...) "Ma naturalmente,
qualora fossero in ballo questioni di natura etica che
attengano alla mia coscienza di appartenente alla Chiesa
Cattolica e di suddito del Vescovo di Roma, io voterei
perche' «salus coscientiarium, defensio juris naturalis et
christianae societatis, suprema lex esto»".
Chi ha scritto queste frasi in una lettera al Corriere il 9
novembre 2007 e' un certo Francesco Cossiga, uno che e'
stato presidente della Repubblica Italiana e come tale ha
giurato fedelta' alla nostra Costituzione, "suprema lex"
dello Stato Italiano, e per questo e' poi diventato anche
senatore a vita. E adesso apprendiamo con raccapriccio che
il Cossiga non era (non si sentiva) il "primo cittadino"
dello Stato italiano ma il "primo suddito" del vescovo di
Roma; e che per lui la lex suprema non era (non e') la
nostra Costituzione, come noi ingenuamente pensavamo, ma il
breviario della Chiesa cattolica.
Ecco perche' si e' costretti a scomodare gli aggettivi
"coraggiosa", "rivoluzionaria", per questa sentenza che non
a caso e' stata attaccata in modo pesante dalle gerarchie
vaticane. Non a caso l'Osservatore Romano ha parlato di
"relativismo dei valori", che risulta "inaccettabile
soprattutto se questi riguardano la conservazione o meno
della vita".
Addirittura, secondo il giornale del Papa, "nel vuoto
legislativo, una tale posizione significa orientare
fatalmente il legislatore verso l'eutanasia". Come sempre il
Vaticano fa del terrorismo, visto che per questo
bisognerebbe passare sui cadaveri dei Cossiga e dei Rutelli,
per non parlare delle Binetti, dei Fioroni e dei
cattofascisti alla Storace.
Ma c'e' di piu', perche' "introdurre il concetto di
pluralismo dei valori significa aprire una zona vuota dai
confini non piu' tracciabili".
"Attribuire a ognuno una potesta' indeterminata sulla
propria esistenza" (cosa che la Cassazione, per la verita',
non ha neppure detto) avrebbe infatti "delle conseguenze
facilmente immaginabili, anche solo ragionando dal punto di
vista etico".
Ben diverso, invece, il commento di Stefano Rodota' (vedi
l'intervista rilasciata a "Resistenza laica"), secondo il
quale i giudici "sono partiti dai principi" come quello
della "liberta' di cura", della "tutela del diritto alla
salute", della "illegittimita' di trattamenti medici
contrari al rispetto della persona umana fissato dall'art.
32 della Costituzione".
Così facendo la Cassazione "ha reso esplicita la trama
costituzionale che, come ben si sa, in queste materie, e'
oggetto di applicazione diretta ai rapporti tra privati. In
ipotesi come queste non c'e' bisogno dell'intermediazione
del legislatore".
Il percorso logico
E infatti e' proprio dalla Costituzione, da quella lex
suprema spesso ignorata, che ha preso le mosse la sentenza:
stabilendo, innanzitutto, che esiste un diritto, consacrato
dall'articolo 32, all'autodeterminazione delle cure. Cardine
di questo diritto e' l'informazione: il paziente deve essere
informato, ad opera del medico, del tipo di cure praticate e
della loro efficacia in termini di rapporto costi-benefici.
E le cure possono essere intraprese solo "dopo" che il
paziente vi abbia dato il suo "consenso informato", che
costituisce quindi l'unica legittimazione del trattamento
sanitario. Anche nel codice di deontologia medica del 2006 -
ricorda la Corte - si ribadisce che «Il medico non deve
intraprendere attivita' diagnostica e/o terapeutica senza
l'acquisizione del consenso esplicito e informato del
paziente». Il consenso informato "ha come correlato la
facolta' non solo di scegliere tra le diverse possibilita'
di trattamento medico ma anche di eventualmente rifiutare la
terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in
tutte le fasi della vita, anche in quella terminale".
Cio' e' conforme al principio personalistico che secondo la
Corte anima la nostra Costituzione, la quale "vede nella
persona umana un valore etico in se', vieta ogni
strumentalizzazione della medesima per alcun fine eteronomo
ed assorbente, concepisce l'intervento solidaristico e
sociale in funzione della persona e del suo sviluppo e non
viceversa, e guarda al limite del «rispetto della persona
umana» in riferimento al singolo individuo, in qualsiasi
momento della sua vita e nell'integralita' della sua
persona, in considerazione del fascio di convinzioni etiche,
religiose, culturali e filosofiche che orientano le sue
determinazioni volitive". Non siamo, cioe', nello Stato
etico che volevano i totalitaristi fascisti e ora vorrebbero
i totalitaristi cattolici: la societa' e le sue leggi non
possono trasformare in un "dovere" il "diritto" alla vita e
alla salute della persona.
Niente limiti all'autodeterminazione
Deve percio' escludersi - ha ribadito la Corte - che il
diritto all'autodeterminazione terapeutica del paziente
incontri un limite "allorche' da esso consegua il sacrificio
del bene della vita".
"Benche' sia stato talora prospettato un obbligo per
l'individuo di attivarsi a vantaggio della propria salute o
un divieto di rifiutare trattamenti o di omettere
comportamenti ritenuti vantaggiosi o addirittura necessari
per il mantenimento o il ristabilimento di essa, il Collegio
ritiene che la salute dell'individuo non possa essere
oggetto di imposizione autoritativo-coattiva." Non esiste,
in altri termini, un "dovere di curarsi" come principio di
ordine pubblico. Il medico potra', semmai, provare a
"persuadere", ma non potra' mai "imporre".
Anche il codice della sanita' pubblica francese, nel testo
modificato dalla cosiddetta Legge Leonetti (approvata in
Francia sull'onda dell'emozione suscitata dal tragico caso
di Vincent Humbert) stabilisce che "quando una persona in
fase avanzata o terminale di una affezione grave e
incurabile, qualunque ne sia la causa, decide di limitare o
arrestare ogni trattamento, il medico rispetta la sua
volonta' dopo averlo informato delle conseguenze della sua
scelta".
Le direttive anticipate e il caso Englaro
Ovviamente le cose cambiano se l'interessato non e' in grado
di manifestare la propria volonta' a causa di uno stato di
incapacita' totale, a meno che, dice la Corte - facendo una
prima, importante ammissione implicita della validita' del
testamento biologico - "non abbia, prima di cadere in tale
condizione, allorche' era nel pieno possesso delle sue
facolta' mentali, specificamente indicato, attraverso
dichiarazioni di volonta' anticipate, quali terapie egli
avrebbe desiderato ricevere e quali invece avrebbe inteso
rifiutare nel caso in cui fosse venuto a trovarsi in uno
stato di incoscienza".
Ma questo non e' il caso di Eluana Englaro, la quale "non ha
predisposto, quando era in possesso della capacita' di
intendere e di volere, alcuna dichiarazione anticipata di
trattamento", ed ora e' affidata, per la sopravvivenza
fisica, all'alimentazione e idratazione artificiali
somministratele attraverso un sondino nasograstrico.
Per le sue condizioni, Eluana e' stata interdetta ed il
padre e' stato nominato suo legale rappresentante.
Ed e' grazie al rappresentante, afferma la Corte, che si
potra' ricreare il necessario dualismo medico-paziente in
ordine all'accettazione e alla praticabilita' delle cure. Il
diritto di accettare o respingere i trattamenti sanitari non
puo' essere infatti limitato, se non si vuole calpestare il
principio costituzionale di eguaglianza, alle persone in
grado di intendere e di volere, ma deve essere esteso agli
incapaci, che lo esercitano - in mancanza di direttive
anticipate - attraverso il proprio rappresentante.
La Convenzione di Oviedo
Questo potere e' espressamente previsto dalla nostra
legislazione e la stessa Convenzione di Oviedo afferma che
"quando una persona maggiore di eta' non possiede - a causa
di un handicap mentale, di una malattia o di altro motivo
similare (ad esempio, uno stato comatoso), la capacita' di
dare il consenso ad un intervento, questo non puo' essere
effettuato senza l'autorizzazione del suo rappresentante".
In ogni caso, "nessun intervento puo' essere effettuato su
di una persona incapace se non per il suo beneficio
diretto".
E secondo la Corte, e' possibile invocare le prescrizioni
della Convenzione, anche se questa non ha ricevuto ancora la
ratifica dallo Stato italiano sebbene una legge del
Parlamento l'abbia autorizzata. E' chiaro che la
Convenzione, fino alla ratifica, dovra' cedere di fronte a
norme interne contrarie, ma puo' e deve essere utilizzata
(come si evince anche dalle sentenze della Corte
costituzionale) nell'interpretazione di norme interne al
fine di dare a queste una lettura il piu' possibile ad essa
conforme.
I principi della Convenzione, in altri termini, "fanno gia'
oggi parte del sistema e da essi non si puo' prescindere".
Il limite dei poteri del rappresentante
Questo non vuol dire - tiene a puntualizzare la Corte - che
il rappresentante abbia un potere indiscriminato di
esprimere i propri intendimenti in ordine ai trattamenti
sanitari dell'incapace.
Il suo intervento incontra infatti dei limiti, connaturati
al fatto che la salute e' un diritto personalissimo e che la
liberta' di rifiutare le cure "presuppone il ricorso a
valutazioni della vita e della morte, che trovano il loro
fondamento in concezioni di natura etica o religiosa, e
comunque (anche) extragiuridiche, quindi squisitamente
soggettive".
Proprio in base al carattere personalissimo del diritto alla
salute dell'incapace non compete al tutore, investito di una
funzione di diritto privato, un potere incondizionato di
disporre della salute della persona in stato di totale e
permanente incoscienza.
Nel consentire al trattamento medico o nel dissentire dalla
prosecuzione dello stesso sulla persona dell'incapace, la
rappresentanza del tutore e' infatti sottoposta a un duplice
ordine di vincoli: egli deve, innanzi tutto, agire
nell'esclusivo interesse dell'incapace; e, nella ricerca del
best interest, deve decidere non "al posto" dell'incapace
ne' "per" l'incapace, ma "con" l'incapace: quindi,
ricostruendo la presunta volonta' del paziente incosciente,
gia' adulto prima di cadere in tale stato, tenendo conto dei
desideri da lui espressi prima della perdita della
coscienza, ovvero inferendo quella volonta' dalla sua
personalita', dal suo stile di vita, dalle sue inclinazioni,
dai suoi valori di riferimento e dalle sue convinzioni
etiche, religiose, culturali e filosofiche".
La sentenza del tribunale tedesco
Ma, al contempo, il tutore non puo' nemmeno trascurare
l'idea di dignita' della persona dallo stesso rappresentato
manifestata, prima di cadere in stato di incapacita',
dinanzi ai problemi della vita e della morte. E qui la Corte
fa un richiamo a numerose sentenze di giurisdizioni estere,
tra le quali ci sembra importante citare la sentenza 17
marzo 2003, con la quale il Bundesgerichtshof afferma che se
un paziente non e' capace di prestare il consenso e la sua
malattia ha iniziato un decorso mortale irreversibile,
devono essere evitate misure atte a prolungargli la vita o a
mantenerlo in vita qualora tali cure siano contrarie alla
sua volonta' espressa in precedenza sotto forma di
cosiddetta "disposizione del paziente": e cio' in
considerazione del fatto che la dignita' dell'essere umano
impone di rispettare il suo diritto di autodeterminarsi,
esercitato in situazione di capacita' di esprimere il suo
consenso, anche nel momento in cui questi non e' piu' in
grado di prendere decisioni consapevoli.
E se non fosse possibile accertare tale chiara volonta' del
paziente, si puo' valutare l'ammissibilita' di tali misure
secondo la sua presunta volonta', la quale deve, quindi,
essere identificata, di volta in volta, anche sulla base
delle decisioni del paziente stesso in merito alla sua vita,
ai suoi valori e alle sue convinzioni".
La condizione del malato in S.V.P.
Anche su questo punto la posizione della Corte e'
estremamente chiara. Da un lato afferma che la persona in
stato vegetativo permanente "e', a tutti gli effetti,
persona in senso pieno, che deve essere rispettata e
tutelata nei suoi diritti fondamentali, a partire dal
diritto alla vita e dal diritto alle prestazioni sanitarie,
a maggior ragione perche' in condizioni di estrema debolezza
e non in grado di provvedervi autonomamente".
Ma - "accanto a chi ritiene che sia nel proprio miglior
interesse essere tenuto in vita artificialmente il piu' a
lungo possibile, anche privo di coscienza - c'e' chi,
legando indissolubilmente la propria dignita' alla vita di
esperienza e questa alla coscienza, ritiene che sia
assolutamente contrario ai propri convincimenti sopravvivere
indefinitamente in una condizione di vita priva della
percezione del mondo esterno".
Secondo la Cassazione, uno Stato, come il nostro,
organizzato, per fondamentali scelte vergate nella Carta
costituzionale, sul pluralismo dei valori, e che mette al
centro del rapporto tra paziente e medico il principio di
autodeterminazione e la liberta' di scelta, non puo' che
rispettare anche quest'ultima decisione.
All'individuo che, prima di cadere nello stato di totale ed
assoluta incoscienza, tipica dello stato vegetativo
permanente, abbia manifestato, in forma espressa o anche
attraverso i propri convincimenti, il proprio stile di vita
e i valori di riferimento, di non voler accettare l'idea di
un corpo destinato, grazie a terapie mediche, a sopravvivere
alla mente, l'ordinamento da' quindi la possibilita' di far
sentire la propria voce in merito alla disattivazione di
quel trattamento attraverso il rappresentante legale. Il
quale, nell'esprimere quella voce, deve pero' sottostare a
precisi limiti.
Conta la volonta' del rappresentato e non quella del
rappresentante
La ricerca della presunta volonta' della persona in stato di
incoscienza - ricostruita, alla stregua di chiari, univoci e
convincenti elementi di prova, non solo alla luce dei
precedenti desideri e dichiarazioni dell'interessato, ma
anche sulla base dello stile e del carattere della sua vita,
del suo senso dell'integrita' e dei suoi interessi critici e
di esperienza - assicura che la scelta in questione non sia
espressione del giudizio sulla qualita' della vita proprio
del rappresentante, ancorche' appartenente alla stessa
cerchia familiare del rappresentato, e che non sia in alcun
modo condizionata dalla particolare gravosita' della
situazione, ma sia rivolta, esclusivamente, a dare sostanza
e coerenza all'identita' complessiva del paziente e al suo
modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza,
l'idea stessa di dignita' della persona.
Tirando le somme: "in una situazione cronica di oggettiva
irreversibilita' del quadro clinico di perdita assoluta
della coscienza, puo' essere dato corso, come estremo gesto
di rispetto dell'autonomia del malato in stato vegetativo
permanente, alla richiesta, proveniente dal tutore che lo
rappresenta, di interruzione del trattamento medico che lo
tiene artificialmente in vita, allorche' quella condizione,
caratterizzante detto stato, di assenza di sentimento e di
esperienza, di relazione e di conoscenza - proprio muovendo
dalla volonta' espressa prima di cadere in tale stato e
tenendo conto dei valori e delle convinzioni propri della
persona in stato di incapacita' - si appalesi, in mancanza
di qualsivoglia prospettiva di regressione della patologia,
lesiva del suo modo di intendere la dignita' della vita e la
sofferenza nella vita".
Le misure di "sostegno vitale" sono vere e proprie terapie
"Non v' e' dubbio infatti, secondo la Corte, che
"l'idratazione e l'alimentazione artificiali con sondino
nasogastrico costituiscono un trattamento sanitario. Esse,
infatti, integrano un trattamento che sottende un sapere
scientifico che e' posto in essere da medici, anche se poi
proseguito da non medici, e consiste nella somministrazione
di preparati implicanti procedure tecnologiche.
Tale qualificazione e' convalidata dalla comunita'
scientifica internazionale (si veda nel sito
www.liberauscita.it il documento dei medici specialisti
di tali trattamenti); si allinea, infine, agli orientamenti
della giurisprudenza costituzionale, la quale ricomprende il
prelievo ematico - anch'esso "pratica medica di ordinaria
amministrazione" - tra le misure di "restrizione della
liberta' personale quando se ne renda necessaria la
esecuzione coattiva perche' la persona sottoposta all'esame
peritale non acconsente spontaneamente al prelievo".
Un'ultima precisazione riguarda i poteri/doveri del giudice:
non spetta a lui ordinare ai medici di "staccare la spina",
ma controllare la legittimita' della scelta del
rappresentante legale ed eventualmente autorizzarla.
Il principio di diritto
Sulla base di queste considerazioni la Corte ha stabilito il
seguente principio di diritto al quale dovra' adeguarsi la
decisione del giudice del rinvio (un'altra sezione della
Corte d'Appello di Milano): "Ove il malato giaccia da
moltissimi anni (nella specie, oltre quindici) in stato
vegetativo permanente, con conseguente radicale incapacita'
di rapportarsi al mondo esterno, e sia tenuto
artificia1mente in vita mediante un sondino nasogastrico che
provvede alla sua nutrizione ed idratazione, su richiesta
del tutore che lo rappresenta, e nel contraddittorio con il
curatore speciale, il giudice puo' autorizzare la
disattivazione di tale presidio sanitario (fatta salva
l'applicazione delle misure suggerite dalla scienza e dalla
pratica medica nell'interesse del paziente), unicamente in
presenza dei seguenti presupposti:
(a) quando la condizione di stato vegetativo sia, in base ad
un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile e non vi
sia alcun fondamento medico, secondo gli standard
scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci
supporre la benche' minima possibilita' di un qualche, sia
pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una
percezione del mondo esterno;
(b) sempre che tale istanza sia realmente espressiva, in
base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti,
della voce del paziente medesimo, tratta dalle sue
precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalita', dal
suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo
al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di
incoscienza, l'idea stessa di dignita' della persona.
Ove l'uno o l'altro presupposto non sussista, il giudice
deve negare l'autorizzazione, dovendo allora essere data
incondizionata prevalenza al diritto alla vita,
indipendentemente dal grado di salute, di autonomia e di
capacita' di intendere e di volere del soggetto interessato
e dalla percezione, che altri possano avere, della qualita'
della vita stessa".
Conclusioni
Come risulta evidente dalle ampie citazioni che ne abbiamo
fatto, la sentenza ha risolto con grande equilibrio la
problematica relativa alle decisioni di fine vita nei
confronti di una persona che si trovi in uno stato
vegetativo permanente. E siccome i paletti posti nei
confronti della interruzione dei trattamenti di sostegno
vitale (le condizioni di cui ai punti a e b) sono
estremamente scrupolosi, non condividiamo affatto il timore
- espresso dalla nostra vice presidente Maria Di Chio in un
commento peraltro interessante, pubblicato nel sito
dell'associazione- che la sentenza si presti ad essere
interpretata "in modo piu' largo e grossolano" e quindi ad
offrire "la possibilita' di intervenire su soggetti in SV
per interromperne l'alimentazione artificiale".
Avremmo, semmai, il timore contrario, perche' nel momento in
cui subordina l'interruzione del trattamento non solo alla
verifica di una precedente volonta' in tal senso
dell'interessato ma anche all'accertamento della
irreversibilita' dello stato vegetativo permanente la Corte
entra indirettamente in contraddizione (come rilevato dalla
stessa Di Chio) con le precedenti affermazioni, contenute
nella sentenza, che il consenso informato e' l'unico
fondamento della legittimita' dell'atto medico.
Ma riteniamo si tratti di una contraddizione solo apparente,
determinata dal fatto che la Corte, avendo ammesso una certa
elasticita' nel giudizio che dovra' essere dato circa la
volonta' di Eluana di interrompere le terapie (ricostruibile
in forma anche inespressa, "attraverso i propri
convincimenti"), ha voluto cautelarsi dalle accuse che
sicuramente le sarebbero state rivolte dai tanti "defensores
juris naturalis et christianae societatis" in circolazione.
Torneremo su questo punto tra poco. Intanto vogliamo pero'
ribadire che qualche marginale perplessita' non toglie nulla
al grande valore della sentenza, che puo' essere considerata
una pietra miliare lungo il difficile cammino del sistema
giuridico verso un assetto equilibrato della materia
riguardante le scelte di fine vita, per i principi che
contiene e che vanno bene al di la' del caso su cui si e'
trovata a giudicare:
perche' riafferma i valori della dignita' della vita e
dell'autonomia della persona di fronte a imposizioni dello
stato, della societa', delle religioni, dei giudici, dei
medici; perche' ribadisce che "la salute dell'individuo non
puo' essere oggetto di imposizione autoritativo-coattiva" e
che il rapporto medico-paziente deve essere necessariamente
un rapporto dualistico, all'interno del quale, se c'e'
contrasto, la volonta' che deve prevalere e' quella del
paziente e non quella del medico, quali ne siano le
conseguenze (con cio' risolvendo in senso positivo casi come
quello Welby-Riccio); perche' afferma che nello stato di
incapacita' occorre fare riferimento alla volonta'
precedentemente espressa dal paziente (con cio' dando
indiretto riconoscimento legale al testamento biologico);
perche', infine, riconosce la validita' nel nostro
ordinamento, sia pure al momento solo ai fini
interpretativi, della Convenzione di Oviedo.
Che fare
Come bene ha detto il nostro socio onorario Veronesi, con
questa sentenza si ripete nel nostro Paese "una situazione
capovolta, in cui sono i giudici a sopperire alla politica.
Non e' la prima volta che la nostra magistratura dimostra
una fedelta' ai principi della Costituzione e un'apertura ai
nuovi valori e bisogni dei cittadini, che purtroppo non sa
esprimere la classe politica".
Purtroppo la citazione che abbiamo fatto all'inizio dimostra
quanto sia problematico immaginare che questa classe
politica possa arrivare a scelte che siano sia pure in
minima contraddizione con i valori - presentati a priori
come "non negoziabili" - che esprimono le gerarchie
vaticane, che non lasciano passare un giorno senza esprimere
la loro feroce opposizione non solo all'eutanasia ma pure al
testamento biologico. E se di quest'ultimo volessero sentir
parlare, sarebbe in una forma svirilizzata, in quanto: a)
non potrebbe contenere la contrarieta' alle misure di
idratazione, alimentazione e ventilazione forzata le quali,
al contrario di quanto affermano i medici, per le gerarchie
cattoliche (che naturalmente sanno di medicina piu' dei
medici), non sono atti medici ma "pratiche naturali"; b) si
dovrebbe lasciare ai medici l'ultima parola nel senso che
questi, secondo scienza e coscienza, avrebbero il
potere/dovere di applicare o no le indicazioni contenute nel
testamento.
Che si stia andando o comunque si possa andare in Senato
verso una soluzione di questo tipo lo hanno fatto capire gli
stessi rappresentanti del centro sinistra, come si puo'
leggere dall'intervista che pubblichiamo. Un vero capolavoro
- se venisse fuori una legge del genere - di ipocrisia
gesuitica.
Queste conseguenze sono scontate se i laici - o i sedicenti
laici, a questo punto bisogna dire - pensano di poter
trattare sui temi etici (come purtroppo li ha invitati a
fare lo stesso Presidente Napolitano) con persone od enti
che si dichiarano portatori di verita' assolute e valori
"non negoziabili". I risultati a questo punto sono due: o
non si fa nessuna legge o si fa una legge come vorrebbero
loro. E quindi si finisce sempre con dargli ragione. E' una
fortuna che quando si dovette discutere la legge sul
divorzio ci fosse gente in Parlamento che non stava troppo a
negoziare con chi era portatore di un valore assoluto come
l'indissolubilita' del sacramento matrimoniale, altrimenti
staremmo ancora a combattere con la Sacra Rota.
Laicismo significa, invece, capire che ci sono persone che
possono avere valori diversi, e cercare di trovare un
contemperamento normativo che assicuri un'equa dignita' e un
giusto riconoscimento a questi valori. Come fa ad esempio la
Cassazione, nella sentenza che abbiamo esaminato, quando
afferma che "accanto a chi ritiene che sia nel proprio
miglior interesse essere tenuto in vita artificialmente il
piu' a lungo possibile, anche privo di coscienza, c'e' chi,
legando indissolubilmente la propria dignita' alla vita di
esperienza e questa alla coscienza, ritiene che sia
assolutamente contrario ai propri convincimenti sopravvivere
indefinitamente in una condizione di vita priva della
percezione del mondo esterno". Sottinteso: perche' dovremmo
rispettare la volonta' del primo e non anche quella del
secondo? E' sempre della loro vita, che si tratta.
Allo stesso modo, accanto a chi considera un "valore
assoluto" e "non negoziabile" l'indissolubilita' del
matrimonio ed e' disposto a rispettare questo dogma anche se
il coniuge si e' macchiato delle colpe piu' gravi,
dall'abuso di droga a quello dei figli ("perche' l'uomo non
deve separare cio' che Dio ha unito") c'e' anche chi
considera suo diritto mettere fine a un vincolo che puo'
provocare solo dolori. Se il primo vuole rispettare il dogma
della religione in cui crede, affar suo, ma perche' dovrebbe
obbligare a rispettarlo anche il secondo - che non crede,
oppure crede diversamente da lui ?
Per il testamento biologico siamo di fronte ancora una
volta, come purtroppo sempre in questo paese, al conflitto
tra tolleranza/intolleranza, pluralismo/assolutismo. Non
solo la Chiesa cattolica vuole (del tutto giustamente) che
siano rispettati i suoi valori ma pretende di imporli a
tutti: non solamente ai suoi seguaci e militanti, ma a tutto
il resto del mondo; e di imporli non attraverso la
persuasione e la predicazione ma mediante una legge dello
Stato, ancora e sempre suo braccio secolare.
Il vero credente e' convinto che la vita sia un dono di Dio
e non sia lecito in nessun modo abbreviarla ?
Benissimo, e' nel suo pieno diritto.
Ma perche' dovrebbe voler
vietare a chi in Dio non crede affatto o a chi, pur
credendovi, ritiene che in alcune circostanze la vita possa
essere non un dono ma una terribile condanna, di abbreviarla
se ritiene di non poterla piu' sopportare ?
Inutile porre queste domande agli zelanti "sudditi del
vescovo di Roma", quelli che considerano il suo breviario
"suprema lex" e si alzano con la febbre per andare a votare
contro qualunque progetto possa minimamente discostarsi dai
diktat di oltre Tevere.
E quindi, visto che se ne discute inutilmente da piu' di un
anno, archiviamo ormai, in questo clima politico, ogni
residua speranza di vedere approvata anche in Italia una
legge sul testamento biologico che non sia un orribile
pateracchio.
Certo, come ha detto Veronesi, una legge che stabilizzi le
volonta' del cittadino e le renda vincolanti sarebbe
auspicabile, ma meglio nessuna legge che una cattiva legge.
Tanto piu' ora che la Cassazione ha affermato in modo
preciso la validita' delle direttive anticipate e
l'efficacia nel nostro ordinamento (sia pure ai fini
interpretativi) della Convenzione di Oviedo.
E non ci preoccupa - relativamente allo stato vegetativo
permanente - la condizione della irreversibilita' posta
dalla sentenza, in quanto la riteniamo limitata alla
fattispecie oggetto di giudizio, e cioe' a situazioni, come
quella di Eluana, in cui manca una direttiva esplicita e
formale del paziente. In ogni caso, come suggerisce
giustamente Di Chio, se vogliamo garantirci dal
prolungamento ad libitum delle cure in tali condizioni non
terminali, dovremo inserire molte e dettagliate
specificazioni nel nostro formulario delle direttive
anticipate.
Accantonate dunque - salvo miracoli in cui da laici pero'
poco crediamo - le aspettative circa una prossima
legalizzazione del testamento biologico, l'alternativa che
oggi si apre davanti ad associazioni come la nostra, dopo la
sentenza della Cassazione sul caso Englaro, e' quella di
adoperarsi il piu' possibile per sensibilizzare l'opinione
pubblica e incentivare le persone a sottoscrivere il
testamento, ormai considerato valido nel nostro Paese in
base alla Convenzione di Oviedo e come logica estensione del
consenso informato alle cure. Sapendo - citiamo ancora
Veronesi - di essere giuridicamente protetti dalla
Costituzione e da una Magistratura (ricordiamo anche il
proscioglimento di Mario Riccio ad opera del Gup della
Capitale) che dimostra di avere la forza di difenderla. Per
usare una frase purtroppo negli ultimi tempi abusata da
uomini politici dai comportamenti tutt'altro che
cristallini, e' bello sapere che ci sono dei giudici a Roma.
* Giancarlo Fornari e' presidente dell'associazione per la
depenalizzazione dell'eutanasia Libera Uscita
Tratto da:
http://www.liberauscita.it
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