La parola "Eutanasia", nel dizionario viene così definita:
Morte serena ed
indolore
Ogni
essere vivente desidererebbe morire serenamente nel proprio letto senza dolore, attorniato
dai propri familiari; sembra però che in questa moderna civiltà, sia sempre
più difficile morire serenamente e senza dolore, vediamo alcuni perché:
1)
vi è la paura della morte che luomo civilizzato ha.
2)
non nutrendosi più di prodotti naturali e biologici, la morte per vecchiaia non la
conosce più, perché egli somatizza facilmente sempre gravi problemi di
salute che gli producono dolore, le cosiddette
impropriamente
malattie, anche nella
fase precedente e durante il trapasso.
3)
la medicina ufficiale quella delle lauree e dei luminari, ha generato circa
migliaia di nuovi sintomi, chiamate malattie Iatrogene, generate dalluso e dallabuso
che i dottori fanno dei farmaci che prescrivono ai pazienti, tutte queste
malattie procurano dolore.
4)
laria, lacqua, i cibi inquinati, gli stress e le insicurezze che lera
moderna e civile ha prodotto, accentuano i dolori di tutte le fasi
del trapasso delluomo sapiens, salvo i casi di morti fulminanti.
Tutto
ciò ha tolto al moderno uomo la probabilità di morire di vecchiaia nel
proprio letto, serenamente e senza dolore, attorniato propri familiari.
L'eutanasia viene giustamente presentata come diritto a
scegliere da parte del soggetto che, non vedendo alternative
e non potendo togliersi la vita da sé, chiede ad altri di
porre fine a sofferenze da lui ritenute
insopportabili.
La
Liberta'
di Cura (vedi
Costituzione italiana vedi art. 32) viene impedita
di fatto in quanto i
medici NON
conoscono tutte le
tecniche sanitarie possibili
della Medicina Naturale
!! ed anche l'accanimento terapeutico viene comunque
applicato dalla "industria sanitaria ufficiale", la
quale se ne frega dei desideri del
malato e/o di quelli dei loro famigliari !
Torniamo
al nostro problema iniziale e prendiamo il dizionario e vediamo che con la parola
eutanasia, si vuole indicare anche una teoria medico giuridica
secondo cui è lecito dare una morte tranquilla, agli infermi atrocemente sofferenti ed
inguaribili. Vediamo di esaminare riflettendo su questa teoria.
Innanzi
tutto occorre dire che fin dallantichità si praticava lEutanasia in quasi
tutte le popolazioni del mondo.
Dato che essa è sempre stata praticata più o meno
apertamente dallumanità, occorre ricordare che il problema è sorto successivamente
nel seno del Cristianesimo, con dibattiti accesi che avvengono ancor oggi.
In Italia viene anche
impedito il
suicidio assistito.
Pensiamo
comunque che se siete stati attenti lettori avrete già compreso il nostro pensiero in
merito, se così non fosse ve lo riassumiamo.
Sappiamo
per esempio che lo Stato Italiano è favorevole allaborto con una apposita legge
varata.
Laborto è: soppressione della vita di un Essere, SENZA il Suo Consenso; non
si capisce come mai invece questo stesso Stato, condanna la soppressione della vita di un
Essere che al contrario dellaborto, CHIEDE (oppure ha chiesto o
rilasciato dichiarazioni in tal senso, quando era
cosciente a qualcuno dei famigliari) personalmente e coscientemente di
lasciarlo morire o di farlo morire per non soffrire più; questi sono veramente dei
misteri ai quali bisogna credere per fede.
E
ovvio che vi è una enorme differenza di Giudizio e di Giustizia nei due atteggiamenti,
che sono in perfetta antitesi rispetto alla VERITA naturale.
Se
è vero, comè vero, che lEgo/IO delluomo aspira alla massima libertà
dalle psicodipendenze, non si vede come mai non permettere che un Essere possa decidere
da solo e senza interferenze quando, come e dove morire; già dimenticavamo che questo
sistema cerca solo di creare psicodipendenti, onde per cui tende a condannare
chi gestisce da solo la propria Vita.
Lo
Stato dovrebbe varare una legge che non condanni un
DIRITTO dellindividuo,
permettendo ai cittadini di decidere di morire quando essi lo vogliono, qualora la
malattia si sia rivelata inguaribile ed insopportabile; alcuni hanno obiettato che una
tale decisione è diversa quando si è sani da quando si è malati ed alla soglia della
scadenza fatale.
Ma
allora altri sani, NON possono decidere o legiferare per altri, che sono
invece nel problema, cioè che soffrono terribili dolori per la loro malattia; è di tutta
evidenza che si tratta di decisioni INDIVIDUALI, nelle quali lo Stato, né i
sani possono, né debbono intervenire.
Non
si capisce come mai, per esempio nel caso di tentato suicidio, lo Stato non condanni al
carcere colui che ha tentato il suicidio, se vuole essere coerente e se leutanasia
è da condannarsi.
Anche
se il Codice Italiano non contempla lEutanasia, esso la inquadra nel reato che
chiamiamo: Omicidio del consenziente, che prevede una reclusione da 6 a 15 anni; questo per
seguire lindirizzo guida dellart. 5 del Cod. Civ., atti di disposizione
del proprio corpo che afferma: Gli atti di disposizione del proprio corpo sono
vietati quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica o quando siano
altrimenti contrari alla legge, allordine pubblico od al buon costume.
A
parte il fatto che chi è nella condizione di chiedere leutanasia è già in
condizione di diminuzione permanente della propria integrità fisica, perché vi è arrivato per,
stupidità sul come gestire la sua Salute, oppure perché altri ed in special modo i
medici
non professionalmente preparati a conoscere
tutte le tecniche sanitarie possibili,
che magari gli
hanno procurato tale stato di malattia cronica che porta alla morte, per cui non può richiedersi la condanna del soggetto in
funzione di quellarticolo, perché se così fosse ogni malato dovrebbe
essere condannato, in quanto condannabile per atti di disposizione effettuati su di
sé, (la propria stupidità od ignoranza sul come mangiare, vestire, pensare, muoversi,
ecc.) che hanno cagionato una diminuzione dellintegrità fisica.
E
di tutta evidenza che si tratta di un discutibile articolo, redatto non tenendo conto dei
principi di libertà e di autodecisione dellEssere; si comprende che questo articolo
è impregnato di morale cattolica, che spesso si rivela essere contraria alla
Vera Giustizia ed alla Verità, in quanto questa pseudo morale, la vogliono
imporre a tutti coloro che non la pensano come loro !
Altri
oppositori dicono: Non esiste e non può esistere un diritto alla morte perché essa
è la distruzione della vita, è la non esistenza, per la quale non è configurabile un
diritto.
Ma
quale ignoranza è quella che parla in tali termini ? Essa è veramente grande, non tiene
conto di un fatto semplice, che la parola
morte
non significa assolutamente NON vita, ma passaggio, infatti il sinonimo italiano della parola morte è:
trapasso.
Il
contrario della VITA è la NON vita cosciente; la morte, il passaggio, il trapasso è il
contrario della nascita, ovvero un'passaggio in altro
spazio/tempo.
Altra
importante considerazione che va fatta è che, occorre che lammalato venga informato
sul suo Vero stato di salute, cioè bisogna dirgli la verità, anche quando il male è
grave.
Il
paziente colpito da una cosiddetta "malattia" che porta alla
morte,
DEVE essere informato, anche
perché egli DEVE poter sostenere una lotta psico/fisica molto importante per tentare di
guarire e se non vi riesce perché lorganismo non risponde più, allora deve potersi
preparare al trapasso con tutta quella sacralità che il caso richiede.
NON gli si devono imporre delle terapie illusorie od
alimentazione forzata, senza il SUO consenso; se egli chiede di
essere lasciato al SUO destino, bisogna rispettare le Sue decisioni, questo è il massimo
e Vero Amore per il nostro prossimo, lasciarlo libero di decidere secondo coscienza, senza
imposizioni esterne !
Perché
si vuole coercizzare la coscienza altrui ?
La libertà di scelta è il Sacro e Santo
DIRITTO e DOVERE dellESSERE. Sono le stupidità sulla Vita, le ignoranze sulla VITA
INFINITA, le prepotenze magari religiose o legali che vogliono
imporre agli altri il proprio credo le proprie leggi, che schiavizzano le
coscienze.
Usare
le apparecchiature medicali, oppure utilizzare farmaci od altro per tenere, costringere a
restare in vita, la mettiamo tra virgolette, perché in quei casi vita non è,
è mantenere in stato di premorte quellessere ed impedirgli di gustare appieno e
completamente il Trapasso, lultimo Orgasmo di questa dimensione, questo passaggio la
morte, che è uno stato della VITA o meglio un modo di Essere dellEssere in questo
spazio tempo.
Lo
Stato dovrebbe perseguire invece laccanimento illecito dei medici, nel
mantenere in certe impietose e dolorose condizioni di vita, un paziente.
La
medicina ufficiale, diviene disumana quando sottrae allaffetto dei cari chi è
vicino alla morte; al posto di unultima parola o di un ultimo abbraccio in casa
propria, lultima endovena, lultima elettro stimolazione cardiaca..., in
ospedale e lontano dai propri affetti !
Questo
è il massimo della stupidità e della cattiveria, impedire ad un altro essere di morire,
trapassare, passare oltre, il più presto ed il più serenamente possibile.
La
realtà è che quei medici NON sono capaci di PERDERE e di vedere la realtà,
di saper dire a Se stessi: Sono stato incapace di guarire quel malato.
E
il non comprendere cosè la Vita, con tutte le sue molteplici varietà e
trasformazioni, compresa la nascita e la morte; questa ignoranza, impedisce a questi
medici di arrendersi e di comprendere, ma allora che imparino a curare Se
stessi prima di pretendere di curare gli altri. Essi non sanno capire quando smettere di
combattere la Vita che si trasforma nel trapasso. E crudele e barbaro
costringere una persona a che venga mantenuta in vita contro il suo volere o che le si
rifiuti lauspicata liberazione, il trapasso, quando la sua vita ha perduto qualsiasi
dignità, bellezza e prospettive di avvenire in questa dimensione.
Fin
dallantichità in certe popolazioni della terra, quando una persona comprendeva di
essere arrivata alla fine di questa esperienza, si isolava dalla famiglia o dal gruppo e
dopo essersi opportunamente congedata, si lasciava morire in perfetta solitudine
digiunando.
Quale
grande libertà di scelta vi è in quellinsegnamento, che considera la Vita come una
esperienza del singolo individuo ed al singolo stesso lascia le decisioni in merito.
E ovvio che bisogna aver forza di carattere per saper prendere tale decisione e
scegliere il momento per finire la propria esperienza.
Gli
indiani dAmerica fino a poco tempo fa avevano ancora questa usanza; venuta
lora, il momento adatto, i loro anziani salutavano la famiglia e la loro tribù,
salivano su una montagna lontano da tutti, si stendevano sul loro plaid ed
attendevano la morte con il digiuno più totale.
Quale abisso di Consapevolezza vi è fra questi indiani e l’uomo moderno
“civilizzato”, che al contrario ha una paura folle del trapasso.
Chissà
quando lUomo, che si dice civile o religioso, imparerà a lasciar Vivere, nel senso
di lasciare credere, pensare, fare, cioè decidere di Se stesso, laltro Uomo.
Il
giorno che egli imparerà, questa realtà, quasi tutte le stupidità umane scompariranno.
vedi: Morte
cosa sei
?
+
Definizione della parola Eutanasia + Consenso Informato + Dissenso informato +
Riforma sanitaria
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
EUTANASIA:
(Firenze, 26 febbraio 2000)
Il
Comitato francese di etica, attraverso il suo presidente l'ex-senatore Henri Caillavet, ha
fatto sapere di essersi pronunciato a favore della pratica dell'eutanasia quando "i
pazienti sono lucidi in fase terminale con sofferenze incontrollabili che offenderebbero
la loro dignità.
Nel testo approvato dal
Comitato si dice che è indispensabile che sia il malato a chiedere l'eutanasia e che la
decisione sia frutto di un confronto con il gruppo di medici e infermieri che lo hanno
assistito durante la malattia.
In
Francia, secondo Caillavet, i casi di eutanasia clandestina sono circa 2000 e il parere
della commissione verrà ora consegnato al Governo che ne aveva fatto richiesta.
Quando
si riesce a discutere serenamente ed umanamente della morte e del diritto all'eutanasia,
si è in presenza di un livello di civiltà e dignità umana che non ha precedenti.
Lelusione
del problema e la relativa demonizzazione di ogni discussione che prenda in considerazione
la possibilità di un auto-intervento dei diretti interessati, è invece un sintomo di
violenta imposizione di modelli comportamentali che, per il fatto stesso di essere
ritenuti giusti da qualcuno, sembra che debbano esserlo per tutti.
Questa
è la situazione in Italia, dove, per l'appunto, non si è in grado neanche di sapere
quale sia il fenomeno clandestino, e tutto viene relegato alle estemporanee sortite di
questo o quel personaggio conosciuto, sbattendole in qualche copertina, ma mai arrivando
all'attenzione del legislatore.
E' evidente che siamo di fronte ad un diverso livello di approccio nel
rapporto tra individuo e istituzioni; nel caso francese si cerca di metterle
al servizio degli amministratori,
mentre nel nostro caso avviene il contrario.
Qualcosa
di importante stà avvenendo in un Paese limitrofo che è tra i principali partner
comunitari dell'Italia, dove al demonio si preferisce la ragione. Speriamo che anche
lItalia si
svegli !
In Italia
Non esiste una Legge
sull'Eutanasia. In
alcuni paesi della UE la legge esiste, tra più liberali in
questo tema sono Olanda, Belgio e Danimarca, ma attenzione
questi sono i presupposti per poterla attuare:
OLANDA
e
BELGIO:
leggi simili consentono ai medici di praticare sugli
ammalati in condizioni terminali la ''dolce morte'' senza
incorrere in conseguenze penali. In Olanda e' autorizzata
per i malati a partire dai 12 anni, ma per quelli tra i 12
ed i 16 anni e' necessaria l'autorizzazione dei genitori.
In Belgio a partire dai 18 anni. La richiesta, in forma
scritta, deve essere ''volontaria,riflettuta e reiterata'' e
non frutto di pressioni esterne. Spetta sempre al medico
curante verificare che la malattia sia incurabile e provochi
una ''sofferenza fisica o psichica costante ed
insopportabile''. Ogni proposta di eutanasia va notificata
ad una commissione (composta in Olanda da almeno tre
esperti, e in Belgio da 16) incaricata di verificare se
tutte le condizioni stabilite dalla legge siano state
rispettate.
OLANDA:
Legalizzata l'EUTANASIA
E’ il primo paese al Mondo – dopo questa nazione,
presto il sì del Belgio
L'AJA
- Il Senato olandese ha approvato in via definitiva, con 46 si' e 28 no,
la legge che legalizza di fatto l'eutanasia. Con questo voto, giunto dopo
un lungo dibattito, l'Olanda diventa il primo paese al mondo a permettere
l'eutanasia ed il suicidio assistito, sia pure subordinati ad una serie di
condizioni.
La legge dovra' ora essere firmata dalla regina Beatrice e
pubblicata nella Gazzetta Ufficiale per entrare in vigore nell'arco di
alcune settimane.
Dopo
l'Olanda, anche il Belgio si appresta a legalizzare l'eutanasia. Il 20
marzo le commissioni giustizia e affari sociali del Senato hanno adottato
una proposta di legge presentata dal senatore socialista Philippe Mahoux e
da quello liberale Philippe Monfils. Il provvedimento, ora all'esame del
consiglio di stato, deve passare ancora all'esame della Camera e del
Senato, ma potrebbe diventare legge già all'inizio del 2002.
Il dibattito sulla legalizzazione della dolce morte è stato avviato dalla
nuova coalizione di governo formata da liberali, socialisti ed ecologisti
che dal 1999 ha mandato all'opposizione i socialcristiani
Il
testo belga, almeno nella sua formulazione attuale, è più restrittivo di
quello olandese. In Belgio l'eutanasia potrà essere attuata soltanto per
i malati maggiorenni, mentre in Olanda è consentita anche per i minori
dai 12 ai 16, sia pure con il consenso dei genitori. Nella proposta dei
belgi inoltre si fa una distinzione tra malati terminali e gli altri
malati per i quali la procedura per l'attuazione dell'eutanasia dovrà
essere più lunga.
Chi ne fa richiesta dovrà essere cosciente al momento
in cui presenta la domanda.
Ediz. Red
OLANDA - Mentre in Italia
ancora si perde tempo nel tentare di mettere in discussione
la legge 194 (interruzione di gravidanza) e le coppie che
vogliono avere un figlio per fecondazione eterologa debbono
andare all'estero, nei Paesi Bassi, il SSN offre ai malati
terminali o comunque affetti da dolori insopportabili la
possibilità di porre fine alle proprie sofferenze,
addirittura nel confort del proprio domicilio.
Dal "Corriere della Sera" on line:
http://www.corriere.it/esteri/12_marzo_01/olanda-eutanasia-domicilio-burchia_e6264b60-63b0-11e1-b5fe-fe1dee297a67.shtml
TERAPIE
Olanda, la «dolce morte» ora arriva a domicilio -
L'eutanasia si potrà praticare in casa per i pazienti
costretti a una «sofferenza insopportabile e senza
speranza»
L'AIA - Un posto per morire. Si chiama «Levenseindekliniek»,
letteralmente la «clinica di fine vita» il nuovo servizio
offerto in Olanda. Sei team di infermieri e dottori
viaggiano per tutto il Paese per praticare l'eutanasia a
quei pazienti costretti ad una «sofferenza insopportabile e
senza speranza». Direttamente a casa loro. E
gratuitamente. Gli iniziatori stimano in circa un migliaio
le richieste ogni anno.
MORTE SU CHIAMATA - Dal 1° marzo tutti gli olandesi che
vogliono porre fine alla loro vita, potranno fare richiesta
in una delle «Levenseindekliniek». La clinica è stata
avviata dall'associazione per una morte volontaria (NVVE) di
Amsterdam.
Assai limitati i requisiti: ottemperare alle vigenti norme
di legge in materia e non aver trovato la collaborazione del
proprio medico curante per soddisfare la pratica della
«dolce morte». In linea di principio, nei Paesi Bassi
l'eutanasia e l'aiuto al suicidio è un reato. Ciononostante,
dall'aprile del 2002 i Paesi Bassi - come primo Paese al
mondo – si sono dotati di una specifica legge.
I medici che praticano l'eutanasia attiva non sono infatti
passibili di pena se vengono soddisfatte determinate
condizioni.
È consentita solo su richiesta volontaria, reiterata e ben
ponderata di un paziente. E solo se la sofferenza della
malattia classificabile è «insopportabile e senza speranza».
In ogni caso deve essere consultato un secondo medico.
L'eutanasia va
inoltre segnalata. Un'apposita commissione composta da un
medico, un giurista e un esperto di etica riesamina
successivamente il singolo caso. Ogni anno circa 2300
persone in Olanda muoiono in questo modo.
Il cancro è la causa principale di coloro che ricorrono al
suicidio assistito.
PROCEDURE - Petra de Jong, direttrice del NVVE a L'Aia, si
aspetta che «ogni anno un migliaio di persone» cerchino
aiuto nella cosiddetta clinica di fine vita. «Negli ultimi
giorni abbiamo già avuto settanta richieste», dice de Jong.
Che sottolinea: «La clinica è per malati terminali, per
pazienti psichiatrici cronici e persone con demenza in fase
iniziale». La pratica dell'eutanasia a domicilio è gratuita.
Tuttavia, il procedimento che i pazienti devono seguire per
accedervi è relativamente rigido e attentamente controllato:
i medici giudicheranno se la richiesta è volontaria e se
sussiste la prospettiva di «gravi, insopportabili e non
evitabili sofferenze fisiche».
Non è difatti possibile «chiamare semplicemente la clinica e
dire che si vuole morire e poi questo accade», aggiunge de
Jong.
CRITICHE - «Entro la fine dell'anno, la clinica sarà anche
dotata di uno o due letti per le persone che non possono o
non vogliono morire in casa; per quei pazienti che hanno
bambini per esempio, o magari si trovano in un ospizio».
Alla domanda se teme proteste una volta aperta la sua
clinica, Petra de Jong risponde laconica: «Non proprio». «Le
persone che si oppongono all'eutanasia sono spinte
soprattutto da motivi religiosi. Ma le chiese in Olanda
hanno oramai un'influenza assai marginale».
Il ministro della Salute, Edith Schippers, non ha obiezioni
ai team ambulanti, vorrebbe però che fosse il medico di
famiglia a praticare l'eutanasia al proprio paziente.
Critiche sono invece arrivate dalla più importante
associazione di medici nazionale, la KNMG.
Che solleva dubbi innanzitutto di carattere deontologico.
Sebbene si dicano «non contrari all'eutanasia quando non c'è
alternativa», rimarcano che si tratta di «un processo
complicato» e che i medici «non possono avere il tempo di
instaurare una relazione sufficientemente profonda con i
loro pazienti in modo da valutare con equilibrio le loro
richieste di eutanasia».
By Elmar Burchia
Cosa permette ai fortunati cittadini olandesi di usufruire
di un servizio a salvaguardia della loro dignità umana,
mentre invece tale possibilità è negata ai cittadini
italiani ?
La risposta è contenuta nella frase pronunciata da Petra de
Jong, direttrice della NNVE:
Alla domanda se teme proteste una volta aperta la sua
clinica, Petra de Jong risponde laconica: «Non proprio». «Le
persone che si oppongono all'eutanasia sono spinte
soprattutto da motivi religiosi. MA le CHIESE in OLANDA
HANNO ORMAI un' INFLUENZA ASSAI MARGINALE»
Tutta qui la differenza tra una nazione realmente laica come
l'Olanda ed una nazione
clerosottomessa come l'Italia !
BELGIO: Pediatri
favorevoli all'eutanasia
-
CITTA' DELLA SCIENZA, 08/04/2005
I pediatri belgi sono favorevoli all'eutanasia per i bambini e per
i neonati malati in modo incurabile. Sono queste le conclusioni di
uno studi pubblicato sulla rivista Lancet da Luc Deliens della
Libera Università di Bruxelles. Deliens ha intervistato
attraverso un questionario anonimo 121 dottori che hanno firmato i
certificati di morte di 292 neonati deceduti entro il primo anno
di vita nel periodo compreso tra l'agosto del 1999 e il luglio del
2000. Ha così scoperto che i medici hanno preso nel 57 per cento
dei casi delle scelte di fine vita, che includono l'uso di
medicinali antidolorifici che potenzialmente o deliberatamente
potevano abbreviare il ciclo vitale e il mancato uso di terapie
atte a prolungare la vita. Pur essendo illegale in Belgio la
somministrazione di farmaci letali ai
minori, nel 9 per cento dei casi i medici hanno
somministrato dosi letali di medicinali.
Il 79 per cento dei dottori inoltre ha ammesso che i loro doveri
professionali richiedono talvolta la prevenzione delle sofferenze
non necessarie anche facendo morire prima i pazienti.
Il 58 per cento inoltre sostiene che l'eutanasia dovrebbe essere
legalizzata anche sui minori sebbene solo in certi casi.
DANIMARCA:
La persona malata in modo incurabile può decidere di fermare
il trattamento medico. Dal 1992 in caso di malattia
incurabile o incidente grave, con un ''testamento
biologico'' i danesi possono chiedere di non essere tenuti
in vita artificialmente. Esiste una banca dati elettronica
in cui vengono custodite le direttive anticipate. In caso di
malattia incurabile o incidente grave, i danesi che abbiano
sottoscritto un 'testamento medico', che i sanitari sono
tenuti a rispettare, possono chiedere di non essere tenuti
in vita artificialmente. I parenti possono autorizzare
l'interruzione delle cure.
SVIZZERA: divenuta finalmente Legge
statale la possibilita' di ricorrere all'Eutanasia
E'
diventata Legge di Stato la possibilità per ogni Cittadino
ove dimostrata la Sua "capacità di intendere e
volere" e la Sua Terminalità (da una equipe Medica) di
poter decidere di porre fine con i mezzi forniti dallo Stato
quindi in Ospedale o a casa, a una vita poco dignitosa e
carica di inenarrabili irreversibili e atroci sofferenze. Bravi ed
evoluti gli Svizzeri su questo argomento.
In altri paesi le disposizioni
sono ancora più restrittive e per lo più dirette a praticare
l'eutanasia per i malati in fase terminale in una malattia
incurabile.
E
l'Italia ?..........be' ci sono i
cattolici che
impediscono la Liberta' di Scelta.....il vaticano e' la
pietra al piede....del paese; essi si "incaricano"
di impedire a TUTTI gli italiani le
proprie LIBERTA' e di imporre
con la Dittatura le loro
opinioni agli altri che non la pensano come
loro...ed ormai sono decine di milioni di cittadini.... !!
Il parlamento italiano, servo dei
cattolici, e' ancora contrario
all'eutanasia, ma la maggioranza degli italiani e'
favorevole !
http://www.aduc.it/dyn/eutanasia/comu.php?id=162927
http://www.aduc.it/dyn/eutanasia/noti.php?id=162942
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
EUTANASIA - La Corte Unione
Europea dei Diritti Umani si e' pronunciata a favore
- 19 Lug. 2012
Il desiderio di 'autodeterminare la fine della vita e' una
questione di interesse generale', quindi i tribunali
nazionali devono 'esaminare nel merito' i quesiti legati a
quel desiderio.
Lo stabilisce la Corte UE dei diritti umani, che ha
condannato la Germania per violazione del diritto al
rispetto della vita privata e familiare di Ulrich Koch,
marito di una tedesca costretta al 'viaggio della morte' in
Svizzera dopo il 'no' all'autorizzazione ad acquistare una
medicina letale.
Con la sentenza emessa oggi la Corte europea dei diritti
umani ha quindi riconosciuto lo 'status di vittima' al
vedovo, Ulrich Koch, che ha presentato ricorso davanti ai
tribunali tedeschi in tutti i gradi di giudizio, contro la
decisione dell'Istituto federale per i farmaci di negare a
sua moglie il medicinale che avrebbe permesso alla moglie -
B. K. quasi totalmente paralizzata - di suicidarsi senza
soffrire.
Nella sentenza, rigettando le tesi del governo tedesco, i
giudici sottolineano che - in quanto sposato da 25 anni e
dato il suo coinvolgimento diretto nella realizzazione del
desiderio della moglie di mettere termine alla sua vita -
Ulrich Koch 'puo' rivendicare di essere stato direttamente
colpito dal rifiuto dell'Istituto federale'.
La Corte tuttavia non ha accettato, sposando cosi' la tesi
del governo e confermando la sua giurisprudenza, che Ulrich
Koch potesse fare ricorso anche per una violazione dei
diritti della moglie, che nel frattempo lui aveva
accompagnato in Svizzera per commettere il suo suicidio
assistita dall'organizzazione Dignitas.
Allo stesso tempo, i giudici di Strasburgo hanno stabilito
che 'questo caso concerne delle questioni fondamentali che
si stanno sviluppando attorno al desiderio del paziente di
autodeterminare la fine della propria vita, che sono di
interesse generale e trascendono la persona in questione'.
Per questo motivo, e per il fatto che sulla questione gli
Stati hanno ampio margine di manovra, vista la mancanza di
consenso a livello europeo sull'eutanasia, i giudici di
Strasburgo ritengono che i tribunali nazionali sono i piu'
indicati a esaminare nel merito ricorsi come quelli di
Ulrich Koch. Anzi, secondo la Corte devono farlo se non
vogliono violare la Convenzione europea dei diritti
dell'uomo.
La Corte ha riconosciuto a Ulrich Koch quanto ha chiesto per
danni morali, 2.500 euro, e poco piu' della meta' di quanto
ha chiesto per le spese legali sostenute, 26.736 mila euro.
Questa sentenza diverra' definitiva, e fara' giurisprudenza
per tutti i 47 Stati membri del Consiglio d'Europa, se non
saranno presentati ricorsi di riesame alla Grande Camera
della Corte di Strasburgo.
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
La voce del Padrone: il
Vaticano - Articolo dell'ADUC
La sentenza della Cassazione sul Caso Englaro. Il parere di
LiberaUscita
Ricordiamo che qualche settimana fa si e' pronunciata la
Corte di Cassazione in materia di interruzione al
trattamento vitale artificiale, nella ormai nota vicenda
giudiziaria di Eluana Englaro. Pubblichiamo un articolo di
approfondimento di Giancarlo Fornari, il presidente di
LiberaUscita, una associazione che da anni e' in prima linea
per l'affermazione del diritto alla liberta' terapeutica e
alla morte dignitosa. Un articolo che ripercorre le
motivazioni dell'articolata e importante sentenza. Insieme
alla pronuncia di archiviazione del caso Riccio Welby, siamo
davvero di fronte ad un piccolo "miracolo"
giurisprudenziale, considerando i tempi che corrono, gli
oscurantismi, la congiuntura politica che vede la classe
dirigente supina al dettame del Vaticano.
UNA LUCE nel BUIO: La SENTENZA della CASSAZIONE
Dovrebbe essere ormai vicino alla conclusione il tragico
caso di Eluana Englaro grazie a una lucida, argomentata
sentenza della Cassazione (n. 21748-07 - Prima sezione
civile, Presidente Maria Gabriella Luccioli, estensore
Alberto Giusti).
Come abbiamo commentato "a caldo", la sentenza si segnala
non solo perche' dovrebbe finalmente far cessare
l'incredibile accanimento medico-giudiziario, protrattosi
oltre quindici anni, nei confronti dell'infelice Eluana ma
anche perche' afferma in modo netto e con logica
ineccepibile alcuni importanti principi di diritto in
materia di decisioni di fine vita.
Non ultimo quello della validita' - anche in mancanza
dell'attesa legge - delle direttive anticipate e quello
dell'efficacia quanto meno interpretativa della Convenzione
internazionale di Oviedo che le riconosce. Altrettanto
importante e' l'aver affermato che al contrario di quanto
sostengono le gerarchie cattoliche i trattamenti cosiddetti
di sostegno vitale (e cioe' l'alimentazione, l'idratazione e
la ventilazione forzata) sono veri e propri atti medici, che
pertanto rientrano nel divieto di accanimento terapeutico e
possono essere - al pari degli altri trattamenti - rifiutati
dall'interessato.
Il coraggio della legalita'
Una sentenza che si limita ad applicare in modo logico e
corretto la legge, ma che si puo' quasi definire una rarita'
nel clima di soggezione politica e culturale ai diktat,
sempre piu' arroganti, delle gerarchie vaticane sui temi
eticamente sensibili e, in particolare, su tutto quanto
riguarda le scelte di fine vita. Per avere un'idea di questa
"rinuncia della politica" puo' bastare questa citazione:
"Decisi di non partecipare piu' alle votazioni e ne diedi
notizia al Presidente del Senato". (...) "Ma naturalmente,
qualora fossero in ballo questioni di natura etica che
attengano alla mia coscienza di appartenente alla Chiesa
Cattolica e di suddito del Vescovo di Roma, io voterei
perche' «salus coscientiarium, defensio juris naturalis et
christianae societatis, suprema lex esto»".
Chi ha scritto queste frasi in una lettera al Corriere il 9
novembre 2007 e' un certo Francesco Cossiga, uno che e'
stato presidente della Repubblica Italiana e come tale ha
giurato fedelta' alla nostra Costituzione, "suprema lex"
dello Stato Italiano, e per questo e' poi diventato anche
senatore a vita. E adesso apprendiamo con raccapriccio che
il Cossiga non era (non si sentiva) il "primo cittadino"
dello Stato italiano ma il "primo suddito" del vescovo di
Roma; e che per lui la lex suprema non era (non e') la
nostra Costituzione, come noi ingenuamente pensavamo, ma il
breviario della Chiesa cattolica.
Ecco perche' si e' costretti a scomodare gli aggettivi
"coraggiosa", "rivoluzionaria", per questa sentenza che non
a caso e' stata attaccata in modo pesante dalle gerarchie
vaticane. Non a caso l'Osservatore Romano ha parlato di
"relativismo dei valori", che risulta "inaccettabile
soprattutto se questi riguardano la conservazione o meno
della vita".
Addirittura, secondo il giornale del Papa, "nel vuoto
legislativo, una tale posizione significa orientare
fatalmente il legislatore verso l'eutanasia". Come sempre il
Vaticano fa del terrorismo, visto che per questo
bisognerebbe passare sui cadaveri dei Cossiga e dei Rutelli,
per non parlare delle Binetti, dei Fioroni e dei
cattofascisti alla Storace.
Ma c'e' di piu', perche' "introdurre il concetto di
pluralismo dei valori significa aprire una zona vuota dai
confini non piu' tracciabili".
"Attribuire a ognuno una potesta' indeterminata sulla
propria esistenza" (cosa che la Cassazione, per la verita',
non ha neppure detto) avrebbe infatti "delle conseguenze
facilmente immaginabili, anche solo ragionando dal punto di
vista etico".
Ben diverso, invece, il commento di Stefano Rodota' (vedi
l'intervista rilasciata a "Resistenza laica"), secondo il
quale i giudici "sono partiti dai principi" come quello
della "liberta' di cura", della "tutela del diritto alla
salute", della "illegittimita' di trattamenti medici
contrari al rispetto della persona umana fissato dall'art.
32 della Costituzione".
Così facendo la Cassazione "ha reso esplicita la trama
costituzionale che, come ben si sa, in queste materie, e'
oggetto di applicazione diretta ai rapporti tra privati. In
ipotesi come queste non c'e' bisogno dell'intermediazione
del legislatore".
Il percorso logico
E infatti e' proprio dalla Costituzione, da quella lex
suprema spesso ignorata, che ha preso le mosse la sentenza:
stabilendo, innanzitutto, che esiste un diritto, consacrato
dall'articolo 32, all'autodeterminazione delle cure. Cardine
di questo diritto e' l'informazione: il paziente deve essere
informato, ad opera del medico, del tipo di cure praticate e
della loro efficacia in termini di rapporto costi-benefici.
E le cure possono essere intraprese solo "dopo" che il
paziente vi abbia dato il suo "consenso informato", che
costituisce quindi l'unica legittimazione del trattamento
sanitario. Anche nel codice di deontologia medica del 2006 -
ricorda la Corte - si ribadisce che «Il medico non deve
intraprendere attivita' diagnostica e/o terapeutica senza
l'acquisizione del consenso esplicito e informato del
paziente». Il consenso informato "ha come correlato la
facolta' non solo di scegliere tra le diverse possibilita'
di trattamento medico ma anche di eventualmente rifiutare la
terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in
tutte le fasi della vita, anche in quella terminale".
Cio' e' conforme al principio personalistico che secondo la
Corte anima la nostra Costituzione, la quale "vede nella
persona umana un valore etico in se', vieta ogni
strumentalizzazione della medesima per alcun fine eteronomo
ed assorbente, concepisce l'intervento solidaristico e
sociale in funzione della persona e del suo sviluppo e non
viceversa, e guarda al limite del «rispetto della persona
umana» in riferimento al singolo individuo, in qualsiasi
momento della sua vita e nell'integralita' della sua
persona, in considerazione del fascio di convinzioni etiche,
religiose, culturali e filosofiche che orientano le sue
determinazioni volitive". Non siamo, cioe', nello Stato
etico che volevano i totalitaristi fascisti e ora vorrebbero
i totalitaristi cattolici: la societa' e le sue leggi non
possono trasformare in un "dovere" il "diritto" alla vita e
alla salute della persona.
Niente limiti all'autodeterminazione
Deve percio' escludersi - ha ribadito la Corte - che il
diritto all'autodeterminazione terapeutica del paziente
incontri un limite "allorche' da esso consegua il sacrificio
del bene della vita".
"Benche' sia stato talora prospettato un obbligo per
l'individuo di attivarsi a vantaggio della propria salute o
un divieto di rifiutare trattamenti o di omettere
comportamenti ritenuti vantaggiosi o addirittura necessari
per il mantenimento o il ristabilimento di essa, il Collegio
ritiene che la salute dell'individuo non possa essere
oggetto di imposizione autoritativo-coattiva." Non esiste,
in altri termini, un "dovere di curarsi" come principio di
ordine pubblico. Il medico potra', semmai, provare a
"persuadere", ma non potra' mai "imporre".
Anche il codice della sanita' pubblica francese, nel testo
modificato dalla cosiddetta Legge Leonetti (approvata in
Francia sull'onda dell'emozione suscitata dal tragico caso
di Vincent Humbert) stabilisce che "quando una persona in
fase avanzata o terminale di una affezione grave e
incurabile, qualunque ne sia la causa, decide di limitare o
arrestare ogni trattamento, il medico rispetta la sua
volonta' dopo averlo informato delle conseguenze della sua
scelta".
Le direttive anticipate e il caso Englaro
Ovviamente le cose cambiano se l'interessato non e' in grado
di manifestare la propria volonta' a causa di uno stato di
incapacita' totale, a meno che, dice la Corte - facendo una
prima, importante ammissione implicita della validita' del
testamento biologico - "non abbia, prima di cadere in tale
condizione, allorche' era nel pieno possesso delle sue
facolta' mentali, specificamente indicato, attraverso
dichiarazioni di volonta' anticipate, quali terapie egli
avrebbe desiderato ricevere e quali invece avrebbe inteso
rifiutare nel caso in cui fosse venuto a trovarsi in uno
stato di incoscienza".
Ma questo non e' il caso di Eluana Englaro, la quale "non ha
predisposto, quando era in possesso della capacita' di
intendere e di volere, alcuna dichiarazione anticipata di
trattamento", ed ora e' affidata, per la sopravvivenza
fisica, all'alimentazione e idratazione artificiali
somministratele attraverso un sondino nasograstrico.
Per le sue condizioni, Eluana e' stata interdetta ed il
padre e' stato nominato suo legale rappresentante.
Ed e' grazie al rappresentante, afferma la Corte, che si
potra' ricreare il necessario dualismo medico-paziente in
ordine all'accettazione e alla praticabilita' delle cure. Il
diritto di accettare o respingere i trattamenti sanitari non
puo' essere infatti limitato, se non si vuole calpestare il
principio costituzionale di eguaglianza, alle persone in
grado di intendere e di volere, ma deve essere esteso agli
incapaci, che lo esercitano - in mancanza di direttive
anticipate - attraverso il proprio rappresentante.
La Convenzione di Oviedo
Questo potere e' espressamente previsto dalla nostra
legislazione e la stessa Convenzione di Oviedo afferma che
"quando una persona maggiore di eta' non possiede - a causa
di un handicap mentale, di una malattia o di altro motivo
similare (ad esempio, uno stato comatoso), la capacita' di
dare il consenso ad un intervento, questo non puo' essere
effettuato senza l'autorizzazione del suo rappresentante".
In ogni caso, "nessun intervento puo' essere effettuato su
di una persona incapace se non per il suo beneficio
diretto".
E secondo la Corte, e' possibile invocare le prescrizioni
della Convenzione, anche se questa non ha ricevuto ancora la
ratifica dallo Stato italiano sebbene una legge del
Parlamento l'abbia autorizzata. E' chiaro che la
Convenzione, fino alla ratifica, dovra' cedere di fronte a
norme interne contrarie, ma puo' e deve essere utilizzata
(come si evince anche dalle sentenze della Corte
costituzionale) nell'interpretazione di norme interne al
fine di dare a queste una lettura il piu' possibile ad essa
conforme.
I principi della Convenzione, in altri termini, "fanno gia'
oggi parte del sistema e da essi non si puo' prescindere".
Il limite dei poteri del rappresentante
Questo non vuol dire - tiene a puntualizzare la Corte - che
il rappresentante abbia un potere indiscriminato di
esprimere i propri intendimenti in ordine ai trattamenti
sanitari dell'incapace.
Il suo intervento incontra infatti dei limiti, connaturati
al fatto che la salute e' un diritto personalissimo e che la
liberta' di rifiutare le cure "presuppone il ricorso a
valutazioni della vita e della morte, che trovano il loro
fondamento in concezioni di natura etica o religiosa, e
comunque (anche) extragiuridiche, quindi squisitamente
soggettive".
Proprio in base al carattere personalissimo del diritto alla
salute dell'incapace non compete al tutore, investito di una
funzione di diritto privato, un potere incondizionato di
disporre della salute della persona in stato di totale e
permanente incoscienza.
Nel consentire al trattamento medico o nel dissentire dalla
prosecuzione dello stesso sulla persona dell'incapace, la
rappresentanza del tutore e' infatti sottoposta a un duplice
ordine di vincoli: egli deve, innanzi tutto, agire
nell'esclusivo interesse dell'incapace; e, nella ricerca del
best interest, deve decidere non "al posto" dell'incapace
ne' "per" l'incapace, ma "con" l'incapace: quindi,
ricostruendo la presunta volonta' del paziente incosciente,
gia' adulto prima di cadere in tale stato, tenendo conto dei
desideri da lui espressi prima della perdita della
coscienza, ovvero inferendo quella volonta' dalla sua
personalita', dal suo stile di vita, dalle sue inclinazioni,
dai suoi valori di riferimento e dalle sue convinzioni
etiche, religiose, culturali e filosofiche".
La sentenza del tribunale tedesco
Ma, al contempo, il tutore non puo' nemmeno trascurare
l'idea di dignita' della persona dallo stesso rappresentato
manifestata, prima di cadere in stato di incapacita',
dinanzi ai problemi della vita e della morte. E qui la Corte
fa un richiamo a numerose sentenze di giurisdizioni estere,
tra le quali ci sembra importante citare la sentenza 17
marzo 2003, con la quale il Bundesgerichtshof afferma che se
un paziente non e' capace di prestare il consenso e la sua
malattia ha iniziato un decorso mortale irreversibile,
devono essere evitate misure atte a prolungargli la vita o a
mantenerlo in vita qualora tali cure siano contrarie alla
sua volonta' espressa in precedenza sotto forma di
cosiddetta "disposizione del paziente": e cio' in
considerazione del fatto che la dignita' dell'essere umano
impone di rispettare il suo diritto di autodeterminarsi,
esercitato in situazione di capacita' di esprimere il suo
consenso, anche nel momento in cui questi non e' piu' in
grado di prendere decisioni consapevoli.
E se non fosse possibile accertare tale chiara volonta' del
paziente, si puo' valutare l'ammissibilita' di tali misure
secondo la sua presunta volonta', la quale deve, quindi,
essere identificata, di volta in volta, anche sulla base
delle decisioni del paziente stesso in merito alla sua vita,
ai suoi valori e alle sue convinzioni".
La condizione del malato in S.V.P.
Anche su questo punto la posizione della Corte e'
estremamente chiara. Da un lato afferma che la persona in
stato vegetativo permanente "e', a tutti gli effetti,
persona in senso pieno, che deve essere rispettata e
tutelata nei suoi diritti fondamentali, a partire dal
diritto alla vita e dal diritto alle prestazioni sanitarie,
a maggior ragione perche' in condizioni di estrema debolezza
e non in grado di provvedervi autonomamente".
Ma - "accanto a chi ritiene che sia nel proprio miglior
interesse essere tenuto in vita artificialmente il piu' a
lungo possibile, anche privo di coscienza - c'e' chi,
legando indissolubilmente la propria dignita' alla vita di
esperienza e questa alla coscienza, ritiene che sia
assolutamente contrario ai propri convincimenti sopravvivere
indefinitamente in una condizione di vita priva della
percezione del mondo esterno".
Secondo la Cassazione, uno Stato, come il nostro,
organizzato, per fondamentali scelte vergate nella Carta
costituzionale, sul pluralismo dei valori, e che mette al
centro del rapporto tra paziente e medico il principio di
autodeterminazione e la liberta' di scelta, non puo' che
rispettare anche quest'ultima decisione.
All'individuo che, prima di cadere nello stato di totale ed
assoluta incoscienza, tipica dello stato vegetativo
permanente, abbia manifestato, in forma espressa o anche
attraverso i propri convincimenti, il proprio stile di vita
e i valori di riferimento, di non voler accettare l'idea di
un corpo destinato, grazie a terapie mediche, a sopravvivere
alla mente, l'ordinamento da' quindi la possibilita' di far
sentire la propria voce in merito alla disattivazione di
quel trattamento attraverso il rappresentante legale. Il
quale, nell'esprimere quella voce, deve pero' sottostare a
precisi limiti.
Conta la volonta' del rappresentato e non quella del
rappresentante
La ricerca della presunta volonta' della persona in stato di
incoscienza - ricostruita, alla stregua di chiari, univoci e
convincenti elementi di prova, non solo alla luce dei
precedenti desideri e dichiarazioni dell'interessato, ma
anche sulla base dello stile e del carattere della sua vita,
del suo senso dell'integrita' e dei suoi interessi critici e
di esperienza - assicura che la scelta in questione non sia
espressione del giudizio sulla qualita' della vita proprio
del rappresentante, ancorche' appartenente alla stessa
cerchia familiare del rappresentato, e che non sia in alcun
modo condizionata dalla particolare gravosita' della
situazione, ma sia rivolta, esclusivamente, a dare sostanza
e coerenza all'identita' complessiva del paziente e al suo
modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza,
l'idea stessa di dignita' della persona.
Tirando le somme: "in una situazione cronica di oggettiva
irreversibilita' del quadro clinico di perdita assoluta
della coscienza, puo' essere dato corso, come estremo gesto
di rispetto dell'autonomia del malato in stato vegetativo
permanente, alla richiesta, proveniente dal tutore che lo
rappresenta, di interruzione del trattamento medico che lo
tiene artificialmente in vita, allorche' quella condizione,
caratterizzante detto stato, di assenza di sentimento e di
esperienza, di relazione e di conoscenza - proprio muovendo
dalla volonta' espressa prima di cadere in tale stato e
tenendo conto dei valori e delle convinzioni propri della
persona in stato di incapacita' - si appalesi, in mancanza
di qualsivoglia prospettiva di regressione della patologia,
lesiva del suo modo di intendere la dignita' della vita e la
sofferenza nella vita".
Le misure di "sostegno vitale" sono vere e proprie terapie
"Non v' e' dubbio infatti, secondo la Corte, che
"l'idratazione e l'alimentazione artificiali con sondino
nasogastrico costituiscono un trattamento sanitario. Esse,
infatti, integrano un trattamento che sottende un sapere
scientifico che e' posto in essere da medici, anche se poi
proseguito da non medici, e consiste nella somministrazione
di preparati implicanti procedure tecnologiche.
Tale qualificazione e' convalidata dalla comunita'
scientifica internazionale (si veda nel sito
www.liberauscita.it il documento dei medici specialisti
di tali trattamenti); si allinea, infine, agli orientamenti
della giurisprudenza costituzionale, la quale ricomprende il
prelievo ematico - anch'esso "pratica medica di ordinaria
amministrazione" - tra le misure di "restrizione della
liberta' personale quando se ne renda necessaria la
esecuzione coattiva perche' la persona sottoposta all'esame
peritale non acconsente spontaneamente al prelievo".
Un'ultima precisazione riguarda i poteri/doveri del giudice:
non spetta a lui ordinare ai medici di "staccare la spina",
ma controllare la legittimita' della scelta del
rappresentante legale ed eventualmente autorizzarla.
Il principio di diritto
Sulla base di queste considerazioni la Corte ha stabilito il
seguente principio di diritto al quale dovra' adeguarsi la
decisione del giudice del rinvio (un'altra sezione della
Corte d'Appello di Milano): "Ove il malato giaccia da
moltissimi anni (nella specie, oltre quindici) in stato
vegetativo permanente, con conseguente radicale incapacita'
di rapportarsi al mondo esterno, e sia tenuto
artificia1mente in vita mediante un sondino nasogastrico che
provvede alla sua nutrizione ed idratazione, su richiesta
del tutore che lo rappresenta, e nel contraddittorio con il
curatore speciale, il giudice puo' autorizzare la
disattivazione di tale presidio sanitario (fatta salva
l'applicazione delle misure suggerite dalla scienza e dalla
pratica medica nell'interesse del paziente), unicamente in
presenza dei seguenti presupposti:
(a) quando la condizione di stato vegetativo sia, in base ad
un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile e non vi
sia alcun fondamento medico, secondo gli standard
scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci
supporre la benche' minima possibilita' di un qualche, sia
pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una
percezione del mondo esterno;
(b) sempre che tale istanza sia realmente espressiva, in
base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti,
della voce del paziente medesimo, tratta dalle sue
precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalita', dal
suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo
al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di
incoscienza, l'idea stessa di dignita' della persona.
Ove l'uno o l'altro presupposto non sussista, il giudice
deve negare l'autorizzazione, dovendo allora essere data
incondizionata prevalenza al diritto alla vita,
indipendentemente dal grado di salute, di autonomia e di
capacita' di intendere e di volere del soggetto interessato
e dalla percezione, che altri possano avere, della qualita'
della vita stessa".
Conclusioni
Come risulta evidente dalle ampie citazioni che ne abbiamo
fatto, la sentenza ha risolto con grande equilibrio la
problematica relativa alle decisioni di fine vita nei
confronti di una persona che si trovi in uno stato
vegetativo permanente. E siccome i paletti posti nei
confronti della interruzione dei trattamenti di sostegno
vitale (le condizioni di cui ai punti a e b) sono
estremamente scrupolosi, non condividiamo affatto il timore
- espresso dalla nostra vice presidente Maria Di Chio in un
commento peraltro interessante, pubblicato nel sito
dell'associazione- che la sentenza si presti ad essere
interpretata "in modo piu' largo e grossolano" e quindi ad
offrire "la possibilita' di intervenire su soggetti in SV
per interromperne l'alimentazione artificiale".
Avremmo, semmai, il timore contrario, perche' nel momento in
cui subordina l'interruzione del trattamento non solo alla
verifica di una precedente volonta' in tal senso
dell'interessato ma anche all'accertamento della
irreversibilita' dello stato vegetativo permanente la Corte
entra indirettamente in contraddizione (come rilevato dalla
stessa Di Chio) con le precedenti affermazioni, contenute
nella sentenza, che il consenso informato e' l'unico
fondamento della legittimita' dell'atto medico.
Ma riteniamo si tratti di una contraddizione solo apparente,
determinata dal fatto che la Corte, avendo ammesso una certa
elasticita' nel giudizio che dovra' essere dato circa la
volonta' di Eluana di interrompere le terapie (ricostruibile
in forma anche inespressa, "attraverso i propri
convincimenti"), ha voluto cautelarsi dalle accuse che
sicuramente le sarebbero state rivolte dai tanti "defensores
juris naturalis et christianae societatis" in circolazione.
Torneremo su questo punto tra poco. Intanto vogliamo pero'
ribadire che qualche marginale perplessita' non toglie nulla
al grande valore della sentenza, che puo' essere considerata
una pietra miliare lungo il difficile cammino del sistema
giuridico verso un assetto equilibrato della materia
riguardante le scelte di fine vita, per i principi che
contiene e che vanno bene al di la' del caso su cui si e'
trovata a giudicare:
perche' riafferma i valori della dignita' della vita e
dell'autonomia della persona di fronte a imposizioni dello
stato, della societa', delle religioni, dei giudici, dei
medici; perche' ribadisce che "la salute dell'individuo non
puo' essere oggetto di imposizione autoritativo-coattiva" e
che il rapporto medico-paziente deve essere necessariamente
un rapporto dualistico, all'interno del quale, se c'e'
contrasto, la volonta' che deve prevalere e' quella del
paziente e non quella del medico, quali ne siano le
conseguenze (con cio' risolvendo in senso positivo casi come
quello Welby-Riccio); perche' afferma che nello stato di
incapacita' occorre fare riferimento alla volonta'
precedentemente espressa dal paziente (con cio' dando
indiretto riconoscimento legale al testamento biologico);
perche', infine, riconosce la validita' nel nostro
ordinamento, sia pure al momento solo ai fini
interpretativi, della Convenzione di Oviedo.
Che fare
Come bene ha detto il nostro socio onorario Veronesi, con
questa sentenza si ripete nel nostro Paese "una situazione
capovolta, in cui sono i giudici a sopperire alla politica.
Non e' la prima volta che la nostra magistratura dimostra
una fedelta' ai principi della Costituzione e un'apertura ai
nuovi valori e bisogni dei cittadini, che purtroppo non sa
esprimere la classe politica".
Purtroppo la citazione che abbiamo fatto all'inizio dimostra
quanto sia problematico immaginare che questa classe
politica possa arrivare a scelte che siano sia pure in
minima contraddizione con i valori - presentati a priori
come "non negoziabili" - che esprimono le gerarchie
vaticane, che non lasciano passare un giorno senza esprimere
la loro feroce opposizione non solo all'eutanasia ma pure al
testamento biologico. E se di quest'ultimo volessero sentir
parlare, sarebbe in una forma svirilizzata, in quanto: a)
non potrebbe contenere la contrarieta' alle misure di
idratazione, alimentazione e ventilazione forzata le quali,
al contrario di quanto affermano i medici, per le gerarchie
cattoliche (che naturalmente sanno di medicina piu' dei
medici), non sono atti medici ma "pratiche naturali"; b) si
dovrebbe lasciare ai medici l'ultima parola nel senso che
questi, secondo scienza e coscienza, avrebbero il
potere/dovere di applicare o no le indicazioni contenute nel
testamento.
Che si stia andando o comunque si possa andare in Senato
verso una soluzione di questo tipo lo hanno fatto capire gli
stessi rappresentanti del centro sinistra, come si puo'
leggere dall'intervista che pubblichiamo. Un vero capolavoro
- se venisse fuori una legge del genere - di ipocrisia
gesuitica.
Queste conseguenze sono scontate se i laici - o i sedicenti
laici, a questo punto bisogna dire - pensano di poter
trattare sui temi etici (come purtroppo li ha invitati a
fare lo stesso Presidente Napolitano) con persone od enti
che si dichiarano portatori di verita' assolute e valori
"non negoziabili". I risultati a questo punto sono due: o
non si fa nessuna legge o si fa una legge come vorrebbero
loro. E quindi si finisce sempre con dargli ragione. E' una
fortuna che quando si dovette discutere la legge sul
divorzio ci fosse gente in Parlamento che non stava troppo a
negoziare con chi era portatore di un valore assoluto come
l'indissolubilita' del sacramento matrimoniale, altrimenti
staremmo ancora a combattere con la Sacra Rota.
Laicismo significa, invece, capire che ci sono persone che
possono avere valori diversi, e cercare di trovare un
contemperamento normativo che assicuri un'equa dignita' e un
giusto riconoscimento a questi valori. Come fa ad esempio la
Cassazione, nella sentenza che abbiamo esaminato, quando
afferma che "accanto a chi ritiene che sia nel proprio
miglior interesse essere tenuto in vita artificialmente il
piu' a lungo possibile, anche privo di coscienza, c'e' chi,
legando indissolubilmente la propria dignita' alla vita di
esperienza e questa alla coscienza, ritiene che sia
assolutamente contrario ai propri convincimenti sopravvivere
indefinitamente in una condizione di vita priva della
percezione del mondo esterno". Sottinteso: perche' dovremmo
rispettare la volonta' del primo e non anche quella del
secondo? E' sempre della loro vita, che si tratta.
Allo stesso modo, accanto a chi considera un "valore
assoluto" e "non negoziabile" l'indissolubilita' del
matrimonio ed e' disposto a rispettare questo dogma anche se
il coniuge si e' macchiato delle colpe piu' gravi,
dall'abuso di droga a quello dei figli ("perche' l'uomo non
deve separare cio' che Dio ha unito") c'e' anche chi
considera suo diritto mettere fine a un vincolo che puo'
provocare solo dolori. Se il primo vuole rispettare il dogma
della religione in cui crede, affar suo, ma perche' dovrebbe
obbligare a rispettarlo anche il secondo - che non crede,
oppure crede diversamente da lui ?
Per il testamento biologico siamo di fronte ancora una
volta, come purtroppo sempre in questo paese, al conflitto
tra tolleranza/intolleranza, pluralismo/assolutismo. Non
solo la Chiesa cattolica vuole (del tutto giustamente) che
siano rispettati i suoi valori ma pretende di imporli a
tutti: non solamente ai suoi seguaci e militanti, ma a tutto
il resto del mondo; e di imporli non attraverso la
persuasione e la predicazione ma mediante una legge dello
Stato, ancora e sempre suo braccio secolare.
Il vero credente e' convinto che la vita sia un dono di Dio
e non sia lecito in nessun modo abbreviarla ?
Benissimo, e' nel suo pieno diritto.
Ma perche' dovrebbe voler
vietare a chi in Dio non crede affatto o a chi, pur
credendovi, ritiene che in alcune circostanze la vita possa
essere non un dono ma una terribile condanna, di abbreviarla
se ritiene di non poterla piu' sopportare ?
Inutile porre queste domande agli zelanti "sudditi del
vescovo di Roma", quelli che considerano il suo breviario
"suprema lex" e si alzano con la febbre per andare a votare
contro qualunque progetto possa minimamente discostarsi dai
diktat di oltre Tevere.
E quindi, visto che se ne discute inutilmente da piu' di un
anno, archiviamo ormai, in questo clima politico, ogni
residua speranza di vedere approvata anche in Italia una
legge sul testamento biologico che non sia un orribile
pateracchio.
Certo, come ha detto Veronesi, una legge che stabilizzi le
volonta' del cittadino e le renda vincolanti sarebbe
auspicabile, ma meglio nessuna legge che una cattiva legge.
Tanto piu' ora che la Cassazione ha affermato in modo
preciso la validita' delle direttive anticipate e
l'efficacia nel nostro ordinamento (sia pure ai fini
interpretativi) della Convenzione di Oviedo.
E non ci preoccupa - relativamente allo stato vegetativo
permanente - la condizione della irreversibilita' posta
dalla sentenza, in quanto la riteniamo limitata alla
fattispecie oggetto di giudizio, e cioe' a situazioni, come
quella di Eluana, in cui manca una direttiva esplicita e
formale del paziente. In ogni caso, come suggerisce
giustamente Di Chio, se vogliamo garantirci dal
prolungamento ad libitum delle cure in tali condizioni non
terminali, dovremo inserire molte e dettagliate
specificazioni nel nostro formulario delle direttive
anticipate.
Accantonate dunque - salvo miracoli in cui da laici pero'
poco crediamo - le aspettative circa una prossima
legalizzazione del testamento biologico, l'alternativa che
oggi si apre davanti ad associazioni come la nostra, dopo la
sentenza della Cassazione sul caso Englaro, e' quella di
adoperarsi il piu' possibile per sensibilizzare l'opinione
pubblica e incentivare le persone a sottoscrivere il
testamento, ormai considerato valido nel nostro Paese in
base alla Convenzione di Oviedo e come logica estensione del
consenso informato alle cure. Sapendo - citiamo ancora
Veronesi - di essere giuridicamente protetti dalla
Costituzione e da una Magistratura (ricordiamo anche il
proscioglimento di Mario Riccio ad opera del Gup della
Capitale) che dimostra di avere la forza di difenderla. Per
usare una frase purtroppo negli ultimi tempi abusata da
uomini politici dai comportamenti tutt'altro che
cristallini, e' bello sapere che ci sono dei giudici a Roma.
* Giancarlo Fornari e' presidente dell'associazione per la
depenalizzazione dell'eutanasia Libera Uscita
Tratto da:
http://www.liberauscita.it
Una considerazione:
L’art. 53 del Codice di
deontologia medica, a proposito del rifiuto
di nutrirsi, stabilisce che “se la persona è consapevole
delle possibili conseguenze della propria decisione, il
medico non deve assumere iniziative costrittive né
collaborare a manovre coattive di nutrizione artificiale
nei confronti della medesima, pur continuando ad
assisterla”.
Il rispetto di
una tale volontà non ha nulla a che vedere con
l’eutanasia, che è, invece, una pratica direttamente
intesa a procurare la morte.
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
La Signora della morte non comanda più
- 15/10/2010
Il giudice federale tedesco ha recentemente assolto un
avvocato dall’accusa di tentato omicidio.
La sua mandante aveva tagliato il tubo di alimentazione
della propria madre in coma vigile. Quando può morire il
paziente ?
“Si tratta della riscoperta della morte naturale. Ciò
che io definisco un’omissione di trattamento per amore.
A volte infatti ci vuole maggior coraggio a far ciò che
a continuarlo.” Chi dice questo non pensa all’eutanasia
o al suicidio. Gian Domenico Borasio plaude, nella sua
intervista ad Anna von Münchhausen del giornale tedesco
FAZ, all’omissione di quelle misure che servono solo
un po’ la morte con tutti i mezzi oggi a disposizione
della scienza medica. Borasio è a capo della cattedra di
medicina palliativa dell’Universität München.
Justitia decide, quando é tempo di morire
La morte in pace, spesso felice, nel sonno, è diventata,
in questi tempi, sempre più rara. Accade invece sempre
più spesso che le ultime ore di vita siano una lotta
contro i dolori, fino a che il corpo, nonostante tutto
il possibile supporto tecnico immaginabile, cede. È
giusto questo, quando dura solo pochi giorni o settimane
? Quando poi la morte si protrae per anni, anche i nervi
delle persone vicine vengono spesso messi a dura prova.
Senza parlare dei casi in cui la questione diventa
giudiziaria.
“La
vita in coma” è l’intestazione di un simposio cui
partecipano specialisti in medicina palliativa, studiosi
del coma, esperti di etica, neurologi ed avvocati. Tra
questi c’è anche Wolfgang Putz, che poche settimane fa
era finito sui titoli di tutti i giornali per essere
stato accusato di “tentato omicidio” dalla corte
federale di giustizia. Ciò in quanto aveva consigliato
alla sua mandante di interrompere il lungo coma della
propria madre, un coma durato oltre otto anni, tagliando
il tubo di alimentazione artificiale.
La figlia aveva raccontato di discorsi avuti con la
madre che le aveva detto che in tali situazioni
la morte per lei sarebbe stata preferibile.
Un ritorno sorprendente
Il dibattito sul potere del medico, non solo di salvare
la vita, ma anche si permettere la morte, ha una sua
storia.
Tragica fu, in questo senso, la vicenda di Eluana
Englaro. Il Premier Berlusconi intervenne addirittura
con una legge, prima che il giudice potesse autorizzarne
la morte dopo 17 anni di coma. Un altro caso eclatante
fu quello portato alla luce dalla
BBC a metà Luglio: Richard Rudd aveva passato molti
mesi tra la vita e la morte senza dar segno di reazione
verso il mondo circostante. Alcuni giorni prima il suo
grave incidente motociclistico aveva detto che non
avrebbe mai voluto passare la propria vita in una
clinica, incapace di movimento e di reazione. Tuttavia,
quando gli fu posta la domanda se i medici avessero
dovuto spegnere la tecnologia che lo teneva in vita, la
sua risposta si concretizzò in un movimento degli occhi
che significava: “No”.
“Dallo stato di coma vigile non si deve dedurre che
queste persone non vogliono più vivere” dice Rudolf
Henke, presidente dell’unione dei medici tedeschi. Anche
Andreas Zieger, dell’ospedale evangelico di
Oldenburg, ha confermato quest’opinione in un
suo recente discorso: “Il risveglio tardivo avviene
raramente, ma è possibile”, racconta il medico, che ha
molti anni di esperienza nel trattamento di pazienti con
gravi lesioni celebrali.
Si deve dire anche che in molti casi la sorpresa è
dovuta ad una diagnosi errata di coma. Athena Demertzi,
ricercatrice del coma alla Universität Lüttich, riporta
di un
tasso che tocca il 40%. Anche DocCheck ha raccontato
recentemente di un caso simile. Proprio nei primi giorni
e nelle prime settimane lo stato del paziente cambia dal
„Minimally Conscious State“ al più profondo „Vegetative
State“. La ricerca intensa dello stato celebrale,
condotta con svariati test e con la tomografia
computerizzata a risonanza magnetica nucleare, avviene
per lo più nella fase acuta dopo l’incidente o l’attacco
ischemico.
Da
circa un anno in Germania la disposizione data dal
paziente è vincolante per il medico. Spesso manca
tuttavia una firma che lo dimostri. Ed in questo caso è
la volontà presunta a contare, dedotta magari dalle
conversazioni avute con i familiari, che, tuttavia, a
volte fanno chiarezza, ma spesso generano ulteriore
confusione. Perché genitori e conviventi non sono sempre
d’accordo. Katja Kühlmeyer, del
centro interdisciplinare di medicina palliativa di
Monaco di Baviera, ha raccontato molti casi di questo
genere. Spesso è la famiglia che intende proseguire il
trattamento, mentre il partner preferirebbe decretare la
fine, piuttosto che proseguire un trattamento che egli
considera una tortura.
I
moribondi non hanno fame
La decisione, favorevole o meno al “lasciar morire”,
porta con sé moltissime conseguenze: certo la morte, ma
non solo: ad esempio, si pensi ad un trapianto d’organi,
che spetti di diritto al paziente in coma egualmente che
ad una persona sportiva con una lunga aspettativa di
vita.
Borasio sostiene che la disposizione data dal paziente
serve a proteggerlo anche da errori medici. La paura di
una morte dolorosa spesso porta ad assistere il paziente
somministrandogli liquidi, alimentazione artificiale e
ossigeno. Ad opinione dello specialista in medicina
palliativa questo è sbagliato. Alla fine della vita,
l’ossigeno porta ad un prosciugamento delle mucose. Bere
molto non aiuta, in quanto i reni spesso non sono più
funzionanti. Secondo molte
osservazioni mediche il paziente in questo stato non
ha né fame, né sete. Il solo inumidimento delle mucose è
importante, per
alleviare gli ultimi giorni del paziente.
La
medicina palliativa: assistenza PER gli ultimi giorni di
vita
In Germania i tassi di suicidio negli ultimi anni stanno
scendendo continuamente, ad eccezione degli anziani, in
cui la tendenza è opposta. La paura della perdita di
dignità, della propria autonomia, porta molte persone a
metter fine alla propria vita.
Proprio la tecnologia in ambito medico ha fatto sì che
il numero dei pazienti in coma vigile, nell’ultimo
decennio, sia aumentato.
Da 3000 a 5000 all’anno nella sola Germania. Nella
sua arringa tenuta in un recente simposio, l’avvocato
Wolfgang Putz ha fatto riferimento alla capacità di
autodeterminazione del paziente in coma.
Nel suo libro “come vogliamo morire” (in tedesco: „Wie
wollen wir sterben?“) il medico berlinese Michael de
Ridder parla della necessità di una nuova cultura della
morte per i pazienti in trattamento che non hanno alcuna
chance di miglioramento. La sua convinzione,
recentemente pubblicata sul giornale
ZEIT, che il medico dovrebbe favorire la morte dolce
del paziente a sua richiesta, ha provocato applausi ma
anche aspre critiche.
Gian Domenico Borasio, in un discorso recentemente
tenuto, ha sottoscritto la tesi per cui “la medicina
palliativa è l’assistenza PER l’ultima fase della vita,
non NELL’ultima fase della vita”. Se non vi è più alcuna
speranza, al medico spetta la verifica dello scopo
terapeutico: è ancora realistico? È conforme alla
volontà del paziente ?
Matthias Thöns del centro palliativo di Bochum ha
affermato, relativamente all’assoluzione dell’avvocato
Putz: “Questa decisione permette finalmente a medici
impegnati nella medicina palliativa, di dare al paziente
la fine della vita che egli ha desiderato, senza dover
temere l’intervento della magistratura”.
By Dr. rer. nat. Erich Lederer - Tratto da:
news.doccheck.com
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
Eutanasia - In Belgio un
imprevedibile "sì", condanna i giudici italiani
Qualche anno fa Eluana Englaro veniva messa a morte
grazie ad un provvedimento della magistratura fondato,
tra l'altro, su due assiomi:
- Il primo riguarda il fatto che la ragazza di Lecco si
trovasse in uno stato di coma irreversibile (categoria
scientifica inesistente), dal quale non sarebbe mai
potuta uscire.
- Il secondo è relativo al fatto che senza una «pienezza
di facoltà motorie e psichiche» quella di Eluana fosse
una "vita non degna di essere vissuta", traduzione
italiana del termine "lebensunwertes Leben", coniato dai
giuristi tedeschi negli anni '30 e riecheggiato
tristemente nelle aule giudiziarie del Terzo Reich.
Così, nel febbraio 2009, attraverso la carta bollata, si
è spenta l'esistenza di Eluana.
Per una strana ironia della sorte, i fatti e la ricerca
scientifica hanno sconfessato quei discutibili postulati
dei giudici italiani.
Due giovani belgi, entrambi in stato vegetativo
persistente a seguito di un incidente d'auto, sono stati
incaricati dal destino di sgretolare i due presupposti
logici della tragica decisione sul caso Englaro.
Lo "scherzo" che hanno fatto i due belgi ai soloni
togati è stato davvero beffardo. Uno dei due si è
risvegliato dopo 23 anni (6 anni in più di Eluana),
dimostrando ancora una volta che il cosiddetto "coma
irreversibile" non esiste.
L'altro, sottoposto ad esame attraverso una nuova
tecnica di risonanza magnetica, ha manifestato segni di
facoltà psichica, arrivando a "dialogare", attraverso il
cervello,
con i medici.
Gli scettici possono leggere l'articolo che illustra
l'interessante esperimento, dal titolo
Willful Modulation of Brain Activity in Disorders of
Consciousness, pubblicato lo scorso 3 febbraio
sul New England Journal of Medicine.
In pratica, si è trattato di sottoporre il ventinovenne
belga a due stimolazioni attraverso un processo di
immaginazione (Imagery
Tasks, in cui gli si è stato chiesto di simulare
alcune azioni (tirare una pallina da tennis, camminare
nella propria casa, ecc.) ed un processo comunicativo (Communication
Task), in cui gli sono state poste domande su aspetti
attinenti la sua vita personale.
Immaginabile l'astonishment - così è stato definito -,
ovvero lo stupore dei medici quando il paziente, dopo
aver risposto "no" alla domanda se il nome di suo padre
fosse Thomas, ha risposto, invece, "sì" quando gli hanno
chiesto se il padre si chiamasse Alexander, vero nome
del genitore.
Le reazioni rispetto a questa sensazionale scoperta mi
hanno indotto ad una riflessione. Tutti gli esperti
hanno dichiarato che il risultato di quell'esperimento «changes
everything», cambia tutto. Ma cambia secondo prospettive
e visioni antropologiche opposte.
Da una parte ci sono coloro che vedono in questa nuova
possibilità di comunicazione con i pazienti in stato
vegetativo un'opportunità per migliorare le condizioni
esistenziali in cui si trovano, assumendo, per esempio,
informazioni su eventuali problemi clinici e adottando i
relativi rimedi.
Dall'altra parte ci sono coloro che vedono nella
scoperta la sola opportunità di conoscere esattamente la
volontà di chi si trova in stato vegetativo circa il
proprio destino, ovvero se ricorrere o meno
all'eutanasia, perché proprio questa scoperta
mostrerebbe com'è ancora più atroce la condizione di
una mente lucida intrappolata in un corpo che non
risponde.
Due modi diversi di guardare questo risultato
scientifico. Due modi diversi di concepire la vita e la
morte. E poco c'entra, in realtà, la fede o una
prospettiva religiosa.
Avendone anche discusso ampiamente con un mio amico
avvocato ciellino di ferro che ha seguito da vicino la
faccenda: la vicenda giuridica di Eluana non c'entra
nulla con la reversibilita' o meno dello stato di coma
vegetativo. Era una disputa giuridica molto specifica a
riguardava solo la applicabilita' o meno del principio
costituzionale di liberta' di cura ricostruendo ex post
le velonta' del paziente. Piu' in generale il problema
e' se la vita appartenga al singolo che ne puo' percio'
disporre liberamente o alla collettivita' o addirittura
a Dio (quale).
Se poi vuoi sapere come la penso nel caso in questione,
credo i giudici abbiano commesso una stronzata galattica
perche' per me certe volonta' non possono essere
ricostruite attraverso testimonianze.
Detto questo, credo pero' che una persona abbia il
sacrosanto diritto di poter decidere come e quando
morire e decidere quando valga la pensa di vivere.
By Gianfranco Amato - Il Sussidiario
Commento NdR: questa
esperienza e/o tecnica, dimostra ancora una volta cio'
che la medicina
naturale afferma da sempre: la
vita e' infinita
ed e' lo spazio-tempo che si sposta....quindi la nostra
Co-Scienza infinita, si sposta attraverso i
tunnel
spazio-temporali per manifestarsi ove gli e'
necessario o dove decide - se e' in grado di farlo - per
la propria evoluzione spirituale, cioe' per conoscere la
vita e l'Infinita' !
Quindi questo esperimento dimostra ancora
un'altra volta
che la Coscienza dell'essere, pur non avendo i sensori
dei 5 sensi, e' viva, anche quando e' sospesa nel
proprio tunnel
spazio-temporale e non riesce a
passare di la', ne' a
tornare di qua, ma e' VIVA e coscientemente lucida,
anche se ferma nel tunnel.
Perche' ad esempio i
medici allopati
gli impediscono di passare di la' con l'alimentazione
forzata o con farmaci ?, se una buona volta lasciassero
i soggetti "morire in pace"....invece di imporre la loro
dittatura
"sanitaria" che anche in questi casi e'
insanitaria, e lasciassero fare alla natura il suo
corso, non alimentando forzosamente il soggetto immobile
e senza possibilita' di essere autosufficiente e di
poter godere della vita nel di qua, essa, la natura, gli
faciliterebbe il viaggio di
"trasferimento" = trapasso nel nuovo
spazio-tempo al quale deve arrivare per
evolvere e
conoscere l'Infinita'.
|