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GUIDA  alla  SALUTE con la Natura

"Medicina Alternativa"   per  CORPO  e   SPIRITO
"
Alternative Medicine"
  for  BODY  and SPIRIT
 

 
 


Che cosa c’è sotto la crescita enorme dei PARTI cesarei ?
 

Parto "Cesareo": la parola cesareo non deriva da "Cesare", come taluni possono pensare, ma dalla parola latina "caedere" = cioe' tagliare.
La pratica era gia' conosciuta nell'antica Roma, se si accetta l'ipotesi linguistica che il *raro* prenome Kaeso, significasse appunto "tagliato" (via dalla madre).
Sul fatto che il neonato potesse sopravvivere ad un taglio di un parto cesareo al tempo dei romani, abbiamo la testimonianza di Plinio, che ci dice che "Scipione" venne estratto dal ventre della madre per via chirurgica.
Per inciso, la madre di Scipione si chiamava Aurelia, come quella di Cesare, che peraltro invece venne al mondo in maniera del tutto normale.
Questo fatto, assieme all'assonanza tra cesareo (parto) e Cesare potrebbe spiegare l'equivoco della nascita "cesarea" di Cesare.
Gli attuali storici della medicina, ritengono che il parto cesareo (meglio, "taglio cesareo") comportasse in maniera pressoché inevitabile la morte della madre o venisse eseguito come estremo tentativo su una madre già morta
Sempre però, pare che Plinio non espliciti se la madre di Scipione sopravvivesse oppure no.
Ma in effetti la morte pare l'evento più probabile  anche in questo caso.
Si ritiene anche possibile che il taglio cesareo possa avere origine religiosa, e viene fatta risalire addirittura a Numa Pompilio.

Michel Odent-ginecologo ostetrico di fama mondiale - ha detto che il "Lotus Birth, ossia la nascita in cui non si recide il cordone ombelicale, è la risposta più ovvia al tetano neonatale. Se non c’è ferita, non c’è la strada per l’infezione. Tutto questo è uguale a costo zero".
vedi:
Parto eventi

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L'On. Costa al Congresso Ginecologico:
Portando il saluto all’incontro organizzato dalla Società Italiana di Ecografia Ostetricia e Ginecologia, svoltosi a Vicoforte Mondovì nella locale Casa di Spiritualità, l’on. Raffaele Costa ha rilevato con soddisfazione come - grazie ai progressi della scienza - il rischio di mortalità alla nascita si sia quasi dimezzato a partire da primi anni ’80.  Il fenomeno fortemente positivo si accompagna però ad anomalie che vanno superate, sia per adeguarsi ai percorsi indicati in sede scientifica internazionale  sia per evitare una crescita ingiustificata della spesa. Due aspetti particolari emergono: la crescita dei parti cesarei ad una percentuale di casi superiore al 30% (media nazionale) nelle strutture pubbliche e addirittura superiori al 50% nelle strutture private. Si tratta – ha proseguito Costa -  di percentuali che cambiano fortemente poi da regione a regione. E’ spiegabile che in Lombardia si ricorra al parto cesareo nel 22% dei casi se si va in un ospedale pubblico e nel 32% dei casi se si va nella struttura privata? Mentre in Piemonte, dove il privato ha poco rilievo, la percentuale sale nel pubblico al 27% ed in Calabria e nelle Puglie al 45% nel privato.
Non credo che influiscano le differenti classi sociali delle partorienti ovvero le scuole in cui hanno studiato i medici ovvero le garanzie circa la riuscita del parto. Chissà poi perché in Campania anche nelle strutture pubbliche  si arriva al 47% mentre complessivamente in privato addirittura al 61%? Si noti che nel resto d’Europa in molti stati non si supera il 15%. 
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità i parti cesarei non dovrebbero appunto superare il 10 – 15%: oltre questi livelli non produrrebbero alcun beneficio aggiuntivo di salute e sicurezza per le madri ed il neonato. C’è qualcosa sotto di poco convincente. Forse l’ammontare dei rimborsi da parte della Regione, forse gli orari di lavoro, forse l’abitudine (scomoda) del neonato a nascere quando gli pare. Costa si è anche soffermato su un altro aspetto: quello dell’eccesso di ecografie in gravidanza: ‘Ogni madre dovrebbe farne – si scrive in sede scientifica e nei protocolli medici – mediamente 3, mentre se ne fanno da 5 a 7 nell’80% dei casi.
Si tratta di interventi utili ? Secondo l’Istituto superiore di Sanità non del tutto, anzi occorrerebbe un programma diverso”.

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Appare sempre più evidente come “nei paesi che presentano elevati tassi di mortalità e quindi un sistema sanitario meno evoluto – afferma Corrado Melega, direttore del Dipartimento Materno Infantile AUSL di Bologna e presidente della Commissione Parto dell’Emilia Romagna - il taglio cesareo è una garanzia, ovvero a più alte percentuali di taglio cesareo corrispondono più bassi tassi di mortalità materna, infantile e neonatale; nei paesi invece con bassi livelli di mortalità e quindi con un sistema sanitario evoluto al di sopra di una proporzione di taglio cesareo del 15 - 20%, i rischi per la salute riproduttiva superano i benefici”.

“Proprio perchè laddove i sistemi sanitari sono evoluti e garantiscono sicurezza – afferma Nicola Rizzo, direttore Medicina dell'Età Prenatale Policlinico S. Orsola-Malpighi - il taglio cesareo non può essere più inteso come uno strumento di garanzia contro eventuali eventi avversi, ma deve essere utilizzato solo quando le condizione cliniche assolutamente lo richiedono. Dove invece i sistemi sanitari hanno delle carenze, allora il taglio cesareo in determinati casi può essere strumento di tutela della salute della donna e del bambino”.

Alla luce di queste affermazioni è fondamentale il grado di informazione della donna che deve essere informata su tutte le possibilità e conseguenze che un parto cesareo comporta. “In un Paese, l’Italia - afferma Simona Lembi assessore alle Pari Opportunità della Provincia di Bologna - in cui nascono di media 1,2 bambini per famiglia il parto sta acquistando sempre più un’importanza epocale, e il grado di attenzione è giustamente massimo, tanto che le prestazioni diagnostiche e sanitarie legate a quest’evento sono aumentate in maniera esponenziale passando da un parto del sentire, ad un parto del vedere, dalle mani dell’ostetrica all’ecografia. Dove i sistemi sanitari lo consentono, come da noi è bene quindi che la scelta del cesareo non sia solo una scelta cautelativa”.

Le donne, d'altronde, sembrano preferire il parto naturale. Dall’ultima indagine multiscopo: “Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari”, condotta dall’ISTAT su 60.000 famiglie italiane è emerso che le donne preferiscono nettamente partorire in modo spontaneo (87,7%). Mentre fra quante hanno avuto un parto spontaneo con o senza anestesia solo il 5% avrebbe preferito fare un cesareo se avesse potuto scegliere, e tra le donne che hanno avuto un taglio cesareo la maggior parte, il 75%, avrebbe preferito il parto naturale.

L’aumentato ricorso al taglio cesareo è un fenomeno sanitario comune alla maggior parte dei paesi industrializzati, ma la proporzione italiana, pari al 38%, si distacca notevolmente dalla media europea (23,7%) e rappresenta uno tra i valori più elevati al mondo.
Dal 1999 al 2004 si è continuato a registrare in Italia un incremento della proporzione del TC, pari a 5 punti percentuali.
La percentuale di TC eseguiti nel mondo è mediamente del 15%. Le percentuali più elevate si registrano nei paesi industrializzati, in America Latina e nei Paesi Caraibici, le percentuali più basse si registrano invece nei paesi cosiddetti in via di sviluppo.
Tra le regioni italiane invece, considerando il valore di riferimento individuato dal Ministero della Salute, solo la Provincia Autonoma di Bolzano con un tasso del 17,3% ha una percentuale inferiore a quella raccomandata dal Piano Sanitario Nazionale.
Per quanto riguarda le restanti regioni si registra una notevole variabilità interregionale, con le regioni del Nord che presentano complessivamente valori più bassi (28,8%) e quelle del Sud con valori decisamente molto superiori (51,4%).
Tratto da: Modena2000.it