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GUIDA  alla  SALUTE con la Natura

"Medicina Alternativa"   per  CORPO  e   SPIRITO
"
Alternative Medicine"
  for  BODY  and SPIRIT
 

 
 


TECNOLOGIA, Si o No ?
 

Viviamo immersi in un mondo tecnologico dominato da macchine sempre più perfette, la cui presenza cambia il nostro rapporto con il tempo e con lo spazio. Dalle critiche postmoderne, che ritenevano la tecnologia «nociva» per l'uomo e la natura, all'attuale dibattito in campo scientifico e sociologico, la relazione uomo-macchina è sempre stata oggetto di studi e ricerche.
Oggi, ancora di più, le tecnologie sono destinate a migliorare la nostra vita e ad ampliare le nostre possibilità soprattutto perchè risultano controllabili da ciascuno di noi. La scuola è chiamata a svolgere un compito di difficile mediazione tra la tecnologia e i suoi principali fruitori: i giovani, al momento i più aperti verso le nuove tecnologie e quindi più avvantaggiati nella transizione verso la società multimediale. Sulla base di questi presupposti, viene preso in esame il rapporto tra l'uomo (massa) e la tecnologia delle comunicazioni, che, in varie epoche ha accompagnato l'evoluzione sociale - dalla nascita della società di massa all'avvento della società narciconsumista - fino a permearla in ogni sua espressione. Oggi il dibattito tra apologeti ed apocalittici della multimedialità non deve essere caratterizzato da posizioni radicali: è essenziale la collaborazione, un punto di vista deve essere considerato tale, uno tra i tanti, e non esclusivo.
La tecnologia non uccide la cultura tradizionale del libro, della parola, dell'opera d'arte, della storia etc…, ma attraverso nuove forme e nuovi strumenti offre, a tutti, in modo non costrittivo, la possibilità di accedere alla cultura di tutto il mondo. Ciò che è importante è non esagerare: sarebbero auspicabili, avvertenze del tipo «Troppo uso fa male» ma, al momento, le opinioni sono contrastanti.
Per evitare rischi di «sindrome da dipendenza» o, peggio ancora, «da assuefazione» – legate entrambe ai tempi sempre più lunghi trascorsi in compagnia delle tecnologie - è necessario un «monitoraggio globale» ove ognuno (in famiglia, a scuola, nel mondo del lavoro, negli ambienti dell'intrattenimento) dia il proprio contributo di «vigilanza», chiudendo il «rubinetto» prima dell' "overdose" tecnologica. Al di là tutto ognuno di noi, consapevole dei vantaggi e svantaggi derivanti dalla tecnologia, ha piena libertà di scelta. Inoltre, bisogna prendere atto che la rivoluzione digitale è divenuta inarrestabile, rapida e globale. Il passaggio della «società complessa» alla multimedialità deve essere accompagnato e non ostacolato: la strada da percorrere verso i futuri scenari della globalizzazione elettronica passa per «Tecnopoli».
Tratto da: http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=4066


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"Il senso del possibile e l'orizzonte del limite nella civilta’ tecnologica",
Tratto da: pubblicato sul numero di Hermeneutica del 2001 intitolato "Domande di etica"  - Estratti dal saggio di Adriano Pessina

1. Tecnica e tecnologia
In primo luogo, va spiegato in che senso la tecnologia differisca dalla tecnica e perche’ non si possono ridurre le questioni sollevate dalle tecnologie nei termini dell'uso, buono o cattivo.
Chi pensa la tecnologia come pura estensione della tecnica, presuppone:
a) che la tecnologia sia di per se’ neutra, e priva di una sua valenza culturale;
b) confonde la tecnologia con lo strumento materiale con cui la tecnologia opera.

La tecnologia e’ propriamente, il sapere che accompagna la tecnica, e ne integra la funzionalita’ dandole gia’ un orientamento preciso, mentre, in senso lato, la tecnica indica semplicemente la capacita’ operativa dell'uomo. Chi ama sottolineare le continuita’ storiche tende a vedere nella tecnologia un semplice incremento della tecnica e a far sorgere quest'ultima con la storia dell'uomo, che sia sempre, se cosi si puo’ dire, un "animale" tecnico, cioe’ un vivente che sopperisce alle sue carenze istintuali con l'invenzione di utensili atti a garantirgli la vita.
Ma la tecnologia, a differenza della tecnica, non si afferma soltanto grazie alle sue capacita’ di trasformazione pratica, ma attraverso la sua opera di razionalizzazione e rappresentazione della vita e della realt
a’ e finisce con il costruire un implicito universo di senso.
La difficolta’ di percepire questo livello della tecnologia dipende dal fatto che i prodotti della tecnologia costituiscono di fatto un ambiente familiare all'uomo occidentale a noi contemporaneo: ma e’ una familiarità d'uso che e’ molto differente da quella che aveva l'uomo con utensili quali, ad esempio, l'ascia, la ruota, il coltello.

La tecnoscienza
Prima di tutto perche’ lo stesso sviluppo conoscitivo dipende in larga misura dall'integrazione dell'esperienza con la strumentazione tecnologica. A ragione, infatti, si puo’ definire la scienza sperimentale come la tecnoscienza, cioe’ come il luogo di incontro tra i modelli del sapere e quelli del saper fare: in questo settore, forse, e’ utile indicare un momento preciso in cui viene posta la condizione stessa della svolta tecnologica, ed e’ quello della nascita della scienza moderna.
Ma anche in questo caso la continuita’ non puo’ farci perdere di vista le differenze: la scienza sperimentale contemporanea, infatti, non ha piu’ semplice dimensione teoretica e si costituisce lungo una traiettoria di stampo antientropico, cioe’ attraverso una circolarita’ ora sviluppo del prodotto tecnologico, sviluppo della ricerca conoscitiva e diffusione dello strumento tecnologico, che era estranea alla scienza moderna (che tra l'altro non dipendeva cose’ radicalmente dalla connessione con l'economia).
Ovviamente questi sono solo cenni, che servono per far percepire la complessita’ del fenomeno tecnologico.

L'essenza della tecnologia
L'essenza della tecnologia, tanto per parafrasare Heidegger, non e’ un fatto tecnologico: tecnologia e’ infatti una forma del sapere e del saper fare e in questo coniuga, almeno sotto un aspetto, l'Homo faber e l'Homo sapiens. La tecnologia, infatti, non e’ soltanto uno degli elementi costitutivi dello sviluppo del sapere delle scienze, di cui e’ dal contempo, prodotto e mezzo (basti pensare al microscopio elettronico, reso possibile dallo sviluppo delle scienze ottiche e elettroniche ma nello stesso tempo condizione necessaria per lo sviluppo del sapere di altre scienze, come, per esempio, la biologia), ma trasforma molte delle esperienze elementari della vita.
Gli strumenti tecnologici di cui si avvale l'uomo contemporaneo sono carichi di teoria e hanno sempre bisogno, per diventare funzionanti, di molteplici conoscenze. Basti pensare al fatto che nessuno puo’ accendere per la prima volta un televisore o un videoregistratore senza far uso di un libretto di istruzioni. Non solo: i prodotti tecnologici segnano un divario radicale tra le conoscenze di coloro che ne fruiscono e quelle di coloro che li costruiscono. Molti sanno usare un computer ma pochi sanno costruirlo e ancor minore e’ il numero di coloro che sanno indicare in base a quali principi avviene la decodificazione degli impulsi fisici che fanno si che premendo un semplice tasto noi vediamo comparire delle lettere su uno schermo. Questo divario di consapevolezza aumenta pero’ il convincimento che caratterizza cio’ e Weber definiva il processo di razionalizzazione del mondo: "basta volere per potere".

Internet
Ci sono poi prodotti tecnologici che costituiscono degli "ambienti" veri e propri: basterebbe pensare ad Internet, cioe’ ad una rete che ha una propria finalita’ intrinseca e alla quale non si puo’ partecipare senza accedere a regole intrinseche che complicano la lettura del cosiddetto uso buono o uso cattivo. Infatti, in ogni modo, quell'ambiente impone una certa modalita’ relazionale che viene prima della valutazione d'uso e che ha bisogno di essere compresa in se’.

L'intelligenza artificiale
Un discorso a parte, inoltre, dovrebbe essere fatto per il tentativo di leggere l'intelligenza umana attraverso il modello della cosiddetta Intelligenza artificiale: in questa impresa, infatti, la macchina non serve semplicemente per imitare o potenziare delle attivita’ umane (come il calcolo, che gia’ veniva semplificato con il pallottoliere), ma per comprendere e per spiegare la stessa intelligenza umana.

Macchina antropomorfa e uomo come macchina biologica
Questo capovolgimento di prospettiva permette di "antropomorfizzare" la macchina stessa, che diventa "pensante" e al tempo stesso di depotenziare l'uomo, che diventa anch'esso una "macchina" biologica.

Tecnologia nociva
Anche sul piano delle abitudini e’ facile segnalare come la dipendenza dagli strumenti tecnologici abbia una portata e un'estensione molto differente da quella che si attua con gli utensili forgiati dalla tecnica: in certi contesti l'estensione della quantita’ determina un vero e proprio cambiamento di qualita’ cosi come avviene quando l'incremento di quantita’ di un prodotto ne puo’ determinare piu’ o meno la nocivita’ per l'organismo e per la vita.

La tecnologia ci trasforma
La tecnologia trasforma le percezioni spazio-temporali e permette al soggetto umano di allargare la sfera della sua progettualita’ della sua relazionalita’ della sua stessa razionalita’.
Da questo punto di vista emerge chiaramente come oggi ci si trovi in una condizione culturale differente rispetto a quella che considerava l'avvento della "macchina" nei termini della paura, e poteva lanciare l'allarme di un trionfo della macchina sull'uomo.
La "macchina" si presenta oggi come la maggiore alleata dell'uomo e l'integrazione tra naturale ed artificiale sembra persino spostare i confini della nostra costituzione organica.

Non soltanto il potenziamento sensoriale (per esempio tramite il microscopio o la web-cam possiamo superare i confini spaziali dell'esperienza immediata), ma anche l'innesto di parti meccaniche nel nostro organismo (basti pensare alle valvole artificiali che permettono al cuore di funzionare) o la sostituzione, come nella FIVET, degli atti umani della procreazione attraverso le operazioni meccaniche della tecnoscienza, fanno si che la "macchina" si presenti come una delle fonti dell'emancipazione umana dai vincoli della natura-ambiente. Non ci si puo’ pertanto, stupire, che ogni sviluppo venga gia’ presentato come "progresso" e che i limiti dell'esistenza si presentino sempre piu’ l'insegna di puri e semplici "ostacoli", ovvero di qualcosa che dovrebbe di per se’ essere superato.

Tecnologia come liberazione: un problema di etica
La tecnologia e’ di fatto vissuta come uno dei maggiori processi di liberazione invisibile e pervasiva dalla condizione di limite dell'uomo. La tecnologia, che grande parte ha nel funzionamento della vita delle nostre citta’ che e’ condizione dei successi della medicina , e oggi il simbolo vivente del concetto di progresso.

Da questo punto di vista, la tecnologia si propone come buona proprio perche’ ci libera da molti vincoli fisici: non solo, grazie alla tecnologia le condizioni di salute dell'uomo contemporaneo hanno raggiunto livelli impensabili. L'avvento delle biotecnologie, da questo punto di vista, segna poi una svolta epocale: per la prima volta nella storia l'uomo e’ in grado di generare un suo simile, con la tecnica della FIVET, fuori dal grembo materno e puo’quindi accedere anche alla clonazione. Grazie alla fecondazione extracorporea egli puo’ mischiare il patrimonio genetico delle specie e po’ dar luogo ad animali transgenici e anche alle cosiddette chimere, cioe’ esseri generati unendo materiale genetico animale e umano. L'elenco dei possibili che derivano, si badi, non da ipotesi o da teorie, ma da esperimenti gia’ compiuti, cioe’ da esperienze, nel campo dell'ingegneria genetica e da manipolazioni genetiche e’ estremamente vasto: ebbene, in che modo queste esperienze generano questioni etiche.
 La risposta piu’ semplice, ma forse anche quella piu’ superficiale, fa riferimento alle inquietudini che si affacciano di fronte a questi esperimenti, alla paura di quello che potra’ accadere e al monito, spesso ricordato, e con fondatezza, che non tutto cio’ che e’ possibile e’ anche lecito.
Affermazione vera, in linea di principio, ma in base a che cosa si potra’ stabilire il confine tra il lecito e l'illecito, tra cio’che e’ buono e cio’ che non lo e’.
A questo livello incontriamo il significato culturale della tecnologia e la sua capacita’ di svuotare, anche linguisticamente, ogni questione etica, traducendola nei termini costi/benefici.

Il possibile e’ doveroso (principio alla base di qualsiasi scienza sperimentale)
Cio’ che infatti emerge dall'esperienza della tecnologia, dalla nostra assuefazione al modello del pensare tecnologico, e’ prima di tutto un altro criterio, quello che afferma che il possibile e’ doveroso. Non si tratta di una forzatura, ma dell'estensione nel vissuto di tutti di un principio metodologico che sta alla base di qualsiasi scienza sperimentale: chiunque abbia una qualche dimestichezza con un laboratorio di ricerca sa che quando si affaccia una strada percorribile per risolvere un problema, o approfondire un'ipotesi, si prova, si deve provare. Per la scienza sperimentale la verita’ infatti, si trova al termine del processo sperimentale e non all'inizio: questo modello teorico e’ oggi pervasivo.

Concezione del limite e autolegittimazione della tecnoscienza
Non solo, ma qui il limite e’ sempre pensato come ostacolo, cioe’ come qualcosa che deve essere superato: in etica invece, esistono ostacoli (cioe’ e’ possibile superare), che debbono essere assunti come limiti, poiche’ si richiamano al rispetto del bene.
La diffusione di questo convincimento non dipende certo dal fatto che tutti noi partecipiamo dei processi metodologici delle scienze, ma e’ indotto dal processo di autolegittimazione sociale della tecnoscienza contemporanea, che a sua volta dipende in stretta misura dai processi economici: i "luoghi comuni" che riguardano il dovere di salvaguardare la liberta’ della scienza e di "non fermarne" il progresso (senza che peraltro venga determinato il contenuto di questa scienza e le modalita’ per conoscerlo, scordando che il valore del sapere dipende dal saputo e che non ogni incremento conoscitivo e’ si per un progresso, come risulta evidente quando si ricorda che esistono anche sviluppi di ricerche nell'ambito delle armi batteriologiche), esprimono questa dilatazione del possibile in doveroso.

Concezione della natura biologica e ingegneria genetica
La difficolta’ di pensare il limite come luogo del senso deriva anche da un altro fattore che condiziona l'attuale stagione etica e le domande che da esse emergono. Per un processo storico che sarebbe lungo da descrivere, che si e’ sostituito lentamente ma caparbiamente da molto tempo, siamo passati da una considerazione sacrale della natura biologica ad un totale depotenziamento dapprima assiologico e poi pratico della natura biologica. Tra l'idea che la natura biologica sia luogo del divino e il convincimento che la natura sia pura materia plasmabile dalla volonta’ dal desiderio e’ andata persa la raffigurazione piu’ adeguata e teoreticamente fondata della natura: quella che riconosce nella natura una dinamica immanente che puo’ essere guidata (innanzi tutto imitandola) dalla volonta’ umana, ma che mette in conto, almeno nei termini del possibile, la non neutralita’ fisiologica e pratica del biologico.
Le nozioni-guida che fanno capo alla distinzione salute/malattia, normale/patologico indicano di fatto l'intrascendibilita’ di questo cimento teleologico (che non equivale a sacrale ma che esclude il puramente irrazionale) della natura biologica. Sanare significa infatti ricondurre ad uno stato riconoscibile, che e’ di solito il prodotto "naturale" cioe’ “normale" della natura.
Curare significa sottrarsi alla logica della finalita’ della sacralit
a’ ma comporta anche riconoscere nella stessa condizione biologica un luogo di senso, da prendere in considerazione come modello da imitare: l'avvento dell'ingegneria genetica comporta invece il convincimento che sia il progetto dell'uomo a essere l'unico orizzonte di senso, al punto che la nozione di salute si dilata alla nozione di "benessere", confondendo i piani epistemologici e quindi i rispettivi compiti della medicina, della filosofia e persino della religione. Non e’ infatti improprio parlare della civilta’ tecnologica come quella che ha visto l'avvento del mito "salutista", surrogato empirico della domanda di "salvezza" che ha percorso per secoli l'Occidente.

L'ingegneria genetica e il "possibile" come progetto antropocentrico
Ma l'estensione del possibile come progetto antropocentrico si avvale, dapprima metodologicamente, cioe’ come artificio teorico, poi teoreticamente, cioe’ come preteso giudizio conoscitivo, del postulato che la natura sia solo un insieme casuale che viene illuminato dall'opera plasmatrice dell'intelletto umano. L'aporia in cui cade la progressiva trasformazione del modello epistemologico darwiniano, oggi paradigma dominante sia nel campo della genetica sia della paleontologia, in una vera e propria filosofia della natura, e’ quella di pensare l'evoluzione come un processo cieco da cui sorgerebbe l'uomo come l'unico vivente e vedente, in grado ora di plasmare il futuro evolutivo proprio e del resto dei viventi: ma se la natura cieca non e’ in alcun modo normativa e non sa indicare all'intelligenza dell'uomo le strade da percorrere, allora non c'e’ limite alle possibilitࠤell'uomo se non quello dettato dal desiderio e dallo scacco dei fallimenti. Senza entrare, anche in questo caso, in analisi piu’ dettagliate, puo’ essere, utile segnalare come l'ingegneria genetica, mischiando tra loro i patrimoni genetici di viventi che si sono costituiti per millenni lungo filoni evolutivi differenti, non sa dire quale sara’ l'esito di un progetto che pone l'equilibrio dell'ambiente soltanto in funzione delle esigenze di un unico vivente, di un'unica specie, quella dell'Homo sapiens sapiens. La paura del crollo dell'ecosistema non e’ certo sufficiente a fermare l'illusione di chi pensa che ogni problema suscitato dall'estensione delle biotecnologie possa a sua volta essere corretto da nuovi potenziamenti tecnologici. In realta’ la natura ci e’ sempre piu’ estranea anche perche’ tramite le scienze non puo’ essere pensata in modo intuitivo ma viene rappresentata con la mediazione della tecnologia e descritta attraverso complicate relazioni e funzioni matematiche e chimiche, grazie a simboli che appartengono all'ordine delle scienze ma non a quello dell'esperienza: la distanza tra cio’ che conosciamo della natura attraverso la nostra esperienza e cio’ che ne sappiamo attraverso la mediazione delle scienze, diventa incolmabile (basterebbe pensare alla mappatura del genoma umano, sequenza numerico-simbolica che non dice assolutamente nulla a chi e’ estraneo a quel linguaggio).
Privata di ogni finalita’ intrinseca, la natura biologica si presta a diventare la pura materia: ma, e’ a questo il punto su cui occorre richiamare la nostra attenzione, il depotenziamento assiologico della natura biologica coinvolge anche l'uomo che ne e’ del prodotto, sia pure, nella prospettiva evoluzionistica, il prodotto emergente.

Tre modelli epistemologici, tre approcci alla realta’
Possiamo, in estrema sintesi, indicare tre modelli epistemologici, che potremmo, con qualche forzatura, far coincidere anche col "senso" comune presente in tre diverse epoche storiche: il primo, che afferma l'equivalenza tra la verita’ l'essere delle cose, il secondo, che indica invece in co’ che e’ fatto il luogo della verita’ il terzo, che segna l'inizio della cultura tecnologica, che attribuisce al fattibile il connotato della verita’
Detto in altri termini: ad un modello speculativo che riconosce la verita’ della realta’ l'intelligibilita’ appartiene al reale e non e’ nel prodotto dell'attivita’ conoscitiva umana), si sostituisce progressivamente un modello operativo, che ritiene di poter garantire valore alla conoscenza la’ dove l'uomo ha a che fare con qualcosa di costruito e di costruibile (l'intelligibilita’ l'operazione con cui l'uomo attribuisce senso alla realta’ che lo circonda perche’ e’ in grado di costruire modelli teorici ed operativi che spiegano la realta’ da ultimo, l'intelligibilita’ viene identificata con la progettualita’ questa non ha modelli predeterminati perche’ chi innesta nelle possibilita’ che continuamente si aprono attraverso l'incremento degli esperimenti.

Questi tre approcci alla realta’possono essere anche letti secondo queste categorie: il primo appartiene alla tradizione metafisica occidentale ed e’ proprio della cultura ebraico-cristiana, che pone nel creazionismo la fonte dell'intelligibilita’ del reale; il secondo, ascrivibile alla rivoluzione scientifica moderna, appartiene alla prima stagione dello sviluppo scientifico; il terzo, invece, caratterizza l'attuale situazione scientifica, nella quale cade, almeno a livello delle scienze sperimentali, la netta separazione tra tecnica e scienza e si assiste ad un incremento reciproco ed interdipendente. Si tratta di una fase in cui la dinamica scienza-tecnologia ha carattere antientropico (che viene difeso con la duplice categoria del progresso e della liberta’ che non debbono essere limitate).

L'autoreferenzialita’ della tecnoscienza
Cio’ che determina la difficolta’ dare soluzioni etiche (in ordine cioe’ il bene del singolo e della comunita’ non e’ la compresenza di queste tre modalita’ di approccio, ma la tendenza ad assorbire nella cultura tecnologica ogni questione, eliminando le differenze metodologiche e creando l'autoreferenzialita’ della tecnoscienza, come unico luogo abilitato a dire la verita’ intorno al mondo, all'uomo e a Dio.
L'assorbimento della questione della verita’ della prassi e quest'ultima nella prassi tecnoscientifica porta a considerare ogni approccio ulteriore e differente come puramente soggettivo, emotivo, confessionale, nel senso di frutto di pura opzione esistenziale.
La frattura del rapporto tra verita’ prassi, tra verita’ moralita’ e’uno dei luoghi teorici in cui andra’ detto il fatto per cui gran parte della cultura odierna tende a porsi come ancilla technologiae, promuovendo non semplicemente la tesi che tutto cio’ che e’ tecnicamente possibile e’ lecito, ma, piu’ radicalmente, che tutto co’ che e’ possibile e’ doveroso.

Il senso del possibile
Il limite, di per se’rimanda all'esperienza della finitezza, ma la finitezza, di per se’ non riconosce tutti i limiti sotto la categoria della privazione (cioe’ della mancanza di qualcosa che dovrebbe esserci), poiche sono limiti costitutivi che possono essere pensati come buoni in quanto rispondono all'essere proprio dell'umano: soltanto l?ove il limite e’ integrato nella comprensione della finitezza (cioe’ della sua portata ontologica e metafisica) il possibile assume un senso, cioe’ sia un significato sia una direzione determinata. Lo svuotamento ontologico ed assiologico della realttrasformata in un insieme di elementi manipolabili a piacimento dall'uomo, fa emerge un nuovo disagio esistenziale, quello legato alla mancanza di un senso da riconoscere e da sviluppare.

Come rispondere allora alla domanda sul senso del possibile e l'orizzonte del limite ?
La prima annotazione, teoretica, e’ quella di mostrare come sia impossibile l'autoreferenzialita’ della cultura tecnologica e si debba tornare a pensare ed operare dentro la verita’ dell'essere.
Ma questa soluzione non e’ imperativamente efficace se non si evidenzia anche un altro aspetto, e cioe’ che il possibile oggi  e’ diventato il surrogato dell'eterno, cosi’ come la salute lo e’diventata della salvezza: entrambi mostrano come l'uomo sia originariamente aperto all'infinito (ma quale infinito ?).
Come scriveva Weber, "la vita del singolo individuo civilizzato, inserita nel progresso, nell'infinito, per il suo stesso significato immanente non puo’ avere alcun termine" e mentre "Abramo o un qualsiasi contadino dei tempi antichi moriva 'vecchio e sazio della vita'", l'uomo civilizzato, l'uomo, diremo noi, della tecnologia, puo’ diventare 'stanco della vita' ma non sazio".
Il possibile, privato di qualsiasi senso che non sia la possibilita’ stessa, finisce infatti con il ricondurci a quello scacco esistenziale descritto acutamente da Sartre come l'unico esito di un progetto di "indiamento" che ha eliminato Dio come fondamento dell'uomo e della realta’.

Il depotenziamento della morale non dipende soltanto dal fatto che molti filosofi hanno abbracciato le tesi del non cognitivismo etico, fondando criteri che appartengono alla tradizione del pensiero analitico e alla stagione del positivismo logico, ma dalla sua insignificanza in un orizzonte che non d࠰i? zio alle questioni "ultime". L'illusione, coltivata anche da pensatori che amano collocarsi nella tradizione cristiana, di conservare l'autonomia dell'etica senza fare i conti con l'ontologia e la metafisica, si scontra con la mentalita’ tecnologica come forma di sapere che proclama l'insignificanza del limite e annuncia, con Nietzsche, l'avvento dell'Oltre-uomo.

Quale risposta ?
Non e’ certo ricorrendo alla paura o dilatando gli appelli alla responsabilita’ che si potra’ rispondere alle sfide antropologiche e morali indotte dall'estensione del nostro potere, poiche’ la risposta e ' data dalla stessa cultura tecnologica e consiste semplicemente nel promettere che ulteriori incrementi di tecnica e scienza porteranno a sciogliere paure e risolvere conflitti: ancora una volta il possibile diventa normativo.
La questione, infatti, non e’ riconducibile nei termini della condanna o del rifiuto della tecnologia ma e’ invece, ancora una volta, quella della verita’ del progetto umano, cioe’ della verita’ della propria condizione. La tecnologia, come forma di liberazione, induce una nuova esposizione esistenziale dell'uomo occidentale che si trova ad affrontare un nuovo mal di vivere, quello che emerge dalla difficolta’ di comprensione della finitezza e percio’ nell'impossibilita’ di riconoscere un senso (significato e direzione) dei possibili che la tecnologia mette a sua disposizione.
Se volessimo, pertanto, abbozzare una qualche conclusione che serva come pista per riprendere in termini sistematici e propositivi la magmatica dinamica culturale che pervade la cultura occidentale, e che abbiamo cercato di esporre nella sua complessita’ ed ambivalenza, potremmo dire che essa consiste nel segnalare un'assenza che si trasforma veramente in una privazione:
l'assenza di domande etiche radicali, che conducono alla privazione della questione metafisica come ambito in cui ritrovare la verita’ dell'uomo e della sua prassi.
Tratto da: fondazionebassetti.org