CONFUTATO L'EVOLUZIONISMO
DARWINIANO
"L'evoluzione avviene per collaborazione, non per
antagonismo".
È quanto afferma il prof. Voeikov V. L., docente di
biofisica presso la Facoltà di Biologia, Università di
Mosca, e non è il solo !

"Ho
lavorato all'università tutta la mia vita. Svolgo
ricerca in Biochimica e Biofisica" - mi spiega il
professore in un angolino del Salone Convegni, prima di
prendere parola insieme ad altri accademici, sulla
esposizione di "Aspetti nuovi della Scienza Globale".
La circostanza li vuole tutti impeccabili, con vestiti e
cravatta, anche se dietro i capelli scompigliati e
dietro i loro occhi, orbitano profondi pensieri e
sorrisi mesti. Avevo avvicinato il professore perché già
altri accademici mi avevano formulato valide teorie
contrastanti Darwin, ed ero molto interessato ad avere
la sua spiegazione.
Chiedo per iniziare:

Cosa pensa di Darwin ?
Per quanto riguarda il problema della evoluzione, tutti
i biologi lo abbiamo creduto scontato. Però qualche anno
fa mi chiedevo come si può basare la civiltà su questo
fondamento di legge biologica. La teoria di Darwin dice
che tutta la natura compreso l'uomo, sono risultati di
una evoluzione naturale. Attraverso processi di qualche
miliardo di anni, organismi microscopici sono divenuti
più complessi e finalmente è venuto fuori l'uomo. Questa
formazione dalle forme semplici alle complesse, nel
tempo, lo chiamiamo evoluzione, anche se è meglio
chiamarlo processo di sviluppo. Tutti i corpi viventi
hanno un codice genetico, per cui i figli possono essere
simili o no ai genitori. Le eventuali diversità,
cambiamenti, possono trasferirsi ad altri.
Ma come ?
Secondo Darwin per caso, perché esistono processi fisici
e biologici che portano alla distruzione dei geni
esistenti e si creano i cambiamenti. In conseguenza di
queste mutazioni genetiche vivono solo quelli che sono
più capaci e più veloci ad usare tutte le risorse
esistenti, gli altri muoiono.
A causa di questo processo di selezione naturale, il
mondo biologico prosegue la continua lotta nell'ambiente
e tra le specie. Cioè, da una serie di cambiamenti
casuali ne derivano "priorità casuali" di sopravvivenza.
Però, dopo di avere meditato scrupolosamente su questa
teoria, ho notato che va contro la realtà vivente di
tutti i giorni. Se seguiamo i processi di sviluppo, per
es. di un singolo organismo quando da una cellula-uovo
nasce un organismo molto complicato che contiene le
varie differenziazioni cellulari, notiamo che tutte le
cellule lavorano insieme, l'una per l'altra, in simbiosi
collaborativa, e contemporaneamente ognuna per sé
stessa.
Mi sono chiesto cosa succederebbe se queste cellule si
comportassero come dice Darwin, cioè se cominciassero a
moltiplicarsi in dimensione geometrica secondo i
processi di mancanza di risorse, in condizioni di
deficit di energie e di sostanze ?
Ormai sappiamo che quando questi processi succedono in
realtà, si chiamano cancro, dunque il processo di
sviluppo del cancro corrisponde alla teoria di Darwin.

Lei evidenzia la diversità fra le cellule che nello
zigote si differenziano col programma di costruire i
vari organi collaborando fra loro edificando un
organismo complesso armonico, dalle cellule che si
differiscono in modo casuale e caotico ?

Esatto. Le cellule che si sviluppano come un tumore
diventano diverse da quelle da cui sono nate, mutate, e
poi non si somigliano neanche tra loro. Hanno due
caratteristiche comuni: più aggressive e più ingorde.
Diversamente dalle sane, queste si alimentano consumando
più energie e più sostanze, però in modo meno efficace.
Questo modello rappresenta la teoria di Darwin ed esiste
anche in natura.

Può farmi qualche esempio ?

Si, prendiamo le locuste. Da dove appaiono ?
Tutto parte da un altro tipo di insetti che vivono senza
disturbare nessuno, con riproduzione regolata e quantità
di popolazioni limitata, mantenuta in equilibrio per un
periodo di tempo normale.
Lo squilibrio non si crea perché non hanno da mangiare,
ma è il risultato di processi che ancora non conosciamo,
collegato col clima e l'attività solare. All'improvviso
si distrugge la regola della moltiplicazione. Se questo
fattore di disturbo dura per 2-3 generazioni, da insetti
normali cominciano a moltiplicarsi come un tumore,
raggiungono una grande dimensione dimostrando che ci
sono risorse di alimentazione e di energia.
Poi succedono cose strane: questo branco comincia a
muoversi, vola e si sposta in una certa direzione ma non
per cercare cibo. Prosegue sempre in una direzione senza
fermarsi o girare.
Se lungo il cammino incontra piantagioni, le distrugge e
prosegue. Ma prima o poi raggiungono il mare e si
suicidano.

È quanto sta succedendo per l'uomo oggi ?

Sì, se l'uomo continua a comportarsi da folle, lo
aspetta lo stesso destino. In altre parole, se gli
uomini useranno metodologie di concorrenza selvaggia
senza sosta, con la selezione come lotta di
sopravvivenza, dopo un periodo che sembrerà di grande
splendore, la fine sarà sempre quella del tumore:
follia, come le locuste.

È uno strano modo di evadere dalle Leggi Naturali ?

Possiamo chiamarla trasgressione all'interno
dell'organismo che è Unità Armonica - puntualizza - Nel
corpo ci sono sempre cellule che si rovinano, ma il
corpo sano è capace di perseguire e isolare queste
cellule. Diversamente, se l'Unità si indebolisce, questi
errori si moltiplicano, aumentano, e ad un certo momento
la loro quantità porta cambiamento qualitativo con la
formazione del cancro.

Pensa che ci sia relazione tra cancro biologico e cancro
psichico ?

Se parliamo di uomo, parliamo di una struttura trina
fatta di spirito, anima e corpo, lo spirito è superiore,
il corpo è lo strumento e senza lo spirito non potrebbe
vivere in questa dimensione. Direi che tutte le
malattie, esclusi i traumi fisici, sono collegate prima
con i disturbi spirito-anima e poi si cominciano ad
evidenziare sullo strumento.

È l'Unità Uomo, di cui lei sta parlando, che vuole
trasgredire lo sviluppo evolutivo ?

Senz'altro ! Lo sviluppo è un processo contrario di
quanto scritto da Darwin, perché è un processo di
unione, di sintesi, di parti più semplici che diventano
ogni volta più complicate. Grazie a questo processo
diventano più resistenti, adeguate alla influenza dei
fattori di disturbo.
Però, per l'unione di due strutture diverse, è
necessario che queste due diventino meno indipendenti.
Come dicono i chimici, le strutture dovrebbero avere
valenza e radicali liberi, non uniti in sé stessi, ma
più disponibili al contatto con gli altri, più aperte
verso l'esterno a unirsi e scambiarsi con altri. Più
logicamente qualunque struttura biologica, segue sia
l'uno che l'altro caso, singolarità e scambio. Noi
cerchiamo di essere individuali ma anche di comunicare.
Questo dualismo è la vita, è un equilibrio tra
perfezione dell'unità e l'apertura verso l'esterno.
L'errore è stato per alcuni di credere più importante
l'individualità e per gli altri il processo dell'unione
totale che persegue di cancellare l'individualità.
Da
qui nascono tutti i nostri problemi. Per es. la
teoria di Darwin descrive il processo di distruzione
della struttura individuale e la caoticità del
sistema che praticamente è la tappa necessaria per lo
sviluppo continuo.
Però, se questa tappa si prolunga molto, porta alla
distruzione. Per questo è necessario fermarsi in tempo.

Il segreto della vita, dunque, si riconduce al rapporto
inscindibile del tutto con l'uno e dell'uno col tutto,
in una collaborazione proiettata verso conoscenze
migliori.
Fino a quando la nostra coscienza relativa non può
comprendere le Leggi Naturali, le deve semplicemente
rispettare, pena la sopravvivenza.
By Orazio Valenti
-
Tratto da:
edicolaweb.net
vedi:
Darwin si e' sbagliato
?
+
Darwin +
Falsificazioni storiche +
Storia
dell'Uomo falsa +
Progetto Vita +
Errori di
Darwin +
Creazione od evoluzione
+
Evoluzione
si, no
?
+
Evoluzione PDF
+
Miti della scienza
+
Plasticismo
(Libro online gratuito) + I predecessori dell'uomo di Neandertal
NON sono le scimmie !
EVOLUZIONE: una BUFALA !
(By Prof Fondi)
Video:
NO
all'evoluzione:
un
documentario molto ben documentato che NEGA la
teoria dell'evoluzione darwiniana
La Teoria dell’Evoluzione è un fatto o
una semplice credenza ?
Questo documentario cerca di rispondere alla
domanda avvalendosi del contributo di 5 scienziati.
http://noevolution.info/?page_id=6&cpage=1#comment-88
Leggere anche i libri
del prof. R. Fondi: "Oltre Darwin" e "La rivoluzione
Organicistica".
Commento NdR:
all'evoluzionismo darwiniano, mancano sempre ad ogni
"salto" evoluzionistico, gli "animali di transizione",
per cui possiamo accettare che l'evoluzione avvenga
all'interno della specie (intraspecie), ma e' certo che
NON avviene fra le varie specie (interspecie), questa e'
l'unica CERTEZZA dimostrata proprio dal fatto che NON
si sono mai trovati su migliaia di specie di
animali, reperti fossili di un solo animale di
transizione ... !
In realta' noi Umani, proveniamo dal mondo acquatico e le
SIRENE sono i nostri progenitori, altro che le
scimmie.... (vedi come si forma l'uomo nella placenta,
da pesce mammifero, che vive in ambiente marino, diviene animale
terrestre....e non viceversa..)
vedi:
Cosmologia,
Cosmogonia
+ Il
Big Bang NON esiste
+
Il tachione di Dio
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
L'origine dell'Uomo dalla Scimmia asserita da
Darwin
contraddice una serie di prove naturalistiche:
Ecco 5
argomenti
a favore della maggiore antichita' dell'uomo
rispetto agli scimmioni (Pongidi):
1 - I
fossili degli ominidi (bipedi stazione eretta) risalgono
a 6 milioni di anni fa, i fossili degli scimmioni sono
recenti non oltre 1 milione di anni fa.
2 - La
struttura scheletrica e' primordiale (cranio ampio e
tondo, fossa occipitale centrale, mano a ventaglio ecc.)
nell'uomo, derivata e specializzata nei pongidi.
3 - il
feto ed il neonato di scimmia, somigliano all'uomo; non
c'e' alcuna fattezza scimmiesca nel feto e nel neonato
umano.
4 - La
struttura molecolare (DNA, proteine) e cromosomica del
"comune ascendente" di uomini e scimmioni, somiglia a
quella umana.
5 -
L'uomo ha aspetto giovanile (fetale), lo scimmione
aspetto senile, derivato e specializzato.
"Gli ominidi non discendono
dalle scimmie antropoidi, piuttosto gli scimmioni
possono essere derivati dagli ominidi" (Bjorn
Kurten, Einaudi 1972)
La teoria evoluzionista che fa discendere l'uomo dalla
scimmia e' ormai osboleta; I dati delle piu' recenti
scoperte della paleontologia e della biologia
molecolare, sembrano indicare la grande antichita'
dell'uomo ed il carattere secondario e derivato degli
scimmioni. Riacquistano cosi significato le natiche
mitologie dei vari popoli della terra, nelle quali
l'animalesco trae le sue origini dall'umano.
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
Secondo
il Biologo Lovelock che ha scritto il libro "The revenge of Gaia
- La vendetta di Gaia, la
Terra e Margulis,
l'evoluzione sarebbe il risultato di processi
cooperativi e NON competitivi ! ....e cosi
e' !!
Ma
questa idea non si deve insegnare in quanto l'attuale
pseudoscienza insegna l'evoluzione Darwiniana, che in
quel caso verrebbe sconfessata !
vedi:
Cosmologia,
Cosmogonia
+
Il
Big Bang NON esiste
+
Il tachione di Dio
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
Questa e'
una nuova teoria evoluzionistica che definisce
l'evoluzione "un'idea che prende forma".
Tale teoria, denominata "plasticismo evolutivo", è stata
presentata dal prof. e dott. agronomo Pellegrino De
Rosa, nel suo romanzo "Metamorfer. La gemma di Darwin".
Essa ha preso spunto dall'osservazione di alcuni
organismi mimetici, dagli insetti sociali (mente
collettiva, superorganismi) e propone un collegamento
con la fisica quantistica (paradigma olografico di Bohm),
in ultima analisi, tende a conciliare creazionismo ed
evoluzionismo.
Allego alcuni link sull'argomento:
http://youtu.be/bkfy9DX349M
http://www.sololibri.net/Metamorfer-La-gemma-di-Darwin-di.html
http://arteide.blogspot.com/2011/07/metamorfer-la-gemma-di-darwin.html
http://www.ibs.it/code/9788862593991/de-rosa-pellegrino/metamorfer-la-gemma-di.html
vedi:
PDF, con un breve riassunto
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
Gentile dott. Telmo Pievani, e per
conoscenza ai membri competenti del Comitato Scientifico
del Festival della Scienza, la mia
passione per le questioni evolutive e antropologiche mi
ha portato ad assistere a un buon numero delle
conferenze tenutesi durante le tre edizioni del
Festival della Scienza, riguardanti il dibattito
sull’evoluzione (il mio è un interesse da dilettante,
essendo infatti un ingegnere ambientale). Ero presente
anche all’ultima del 6 novembre 2005, al termine della
quale avrei voluto porle una serie di domande che per
complessità e lunghezza sarei stato impossibilitato a
esporre in maniera corretta.
Per cui ho preferito
affidare a questo scritto alcuni dubbi che ho maturato
in questi anni e cercare di formulare un pensiero più
chiaro e ponderato possibile (temo troppo lungo, spero
non tedioso).
Il
primo problema è che non capisco il messaggio di totale
chiusura del dibattito evoluzionista che emerge dalle
tavole rotonde a fronte di proclami e titoli che invece
accennano a “pluralità”, “dibattito”, “diversità”.
Domenica scorsa avete chiuso la conferenza dal titolo
” Darwin si, Darwin no, Darwin" forse” asserendo
che:
-
“l’evoluzione
è un ormai un dato di fatto provato oltre ogni
ragionevole dubbio e non più una teoria, per cui non
vale nemmeno la pena discuterne”
Mi
piacerebbe capire meglio, dato che le affermazioni
apodittiche non mi piacciono (e non dovrebbero piacere a
nessuno nella comunità scientifica), e soprattutto non
mi piace la confusione strumentale che si fa tra i “dati
di fatto” e la teoria esplicativa. Cerchiamo di dare il
giusto senso alle parole. A me sembra che l’affermazione
di cui sopra sia certamente condivisibile, intesa in
questi termini:
-
“vi
sono prove conclusive dimostranti che, da quando la vita
è comparsa sulla Terra (2 o 3 miliardi di anni), vi sia
stata una successione / trasformazione / evoluzione
delle forme viventi, che si sono manifestate nelle
successive epoche geologiche, secondo morfologie che
presentano relazioni gerarchiche (Phylum, Classe,
Specie) e una parentela con le forme viventi odierne”.
Spero
che una formulazione del genere sia abbastanza sensata.
Detto questo, la teoria dell’evoluzione darwiniana è una
teoria sul meccanismo con cui funzionano le
trasformazioni evolutive, ovvero sulle leggi che hanno
determinato quelle forme biologiche. Secondo tale
modello esistono due forze motrici dell’evoluzione:
-
la
grande varietà dei caratteri prodotta dal rimescolamento
sessuale (l’enunciato originale è oggi corretto dalla
formulazione neo-darwiniana, che prevede l’intervento
“creativo” della mutazione genetica);
- l’intervento continuato e su tempi molto lunghi della
selezione naturale, forza cieca e imparziale che
opera per ottimizzare gli individui e le specie secondo
severi criteri di utilità e vantaggio.
La
domanda è la seguente. E’ possibile, nel mondo
scientifico, contestare questo paradigma
esplicativo vecchio di un secolo e mezzo, che pretende
di spiegare tutte le manifestazioni naturali? Da quel
che capisco uscendo dalle conferenze del Festival
pare che non sia nemmeno legittimo. Il Comitato
Scientifico non si è affatto occupato di confutare le
obiezioni al darwinismo.
Ad esempio il dibattito del 30
ottobre tra evoluzionismo e “progetto intelligente”
si è risolto con un nulla di fatto, dato che, per
ammissione dello stesso moderatore, non si sono trovati
degli esponenti della teoria alternativa che venissero a
sostenerla pubblicamente.
La teoria egemone prevede, in parole
molto povere, che tutte le forme di vita sulla Terra si
siano avvicendate grazie all’accumulo di una serie
vantaggiosa di errori di copiatura del
DNA (che
costituisce l’unico e ultimo “progetto” costitutivo
della vita).
Se posso usare una metafora “edilizia”,
l’idea che mi sono fatto della Teoria Sintetica
neo-darwniana è più o meno la seguente:
-
“C'era una volta una campagna disabitata. Passarono i
secoli e, ad un certo punto, ecco spuntare la prima
casetta, piccola, bella e perfettamente funzionale. Non
abbiamo notizie né dell’ingegnere che progettò
l’edificio né dei geometri e operai che si occuparono
della costruzione, sappiamo però che in poco tempo si
forma un villaggio florido e in armonia con il
paesaggio. Tra i vari abitanti delle case, occupati
nelle diverse mansioni necessarie alla vita di tutti i
giorni, vi è un gruppo di operai che ha il compito di
capitale importanza di ricopiare il progetto della casa
in modo che serva alle generazioni successive. Si badi
bene questi addetti sono del tutto ignoranti di scienza
delle costruzioni e di carpenteria, sono dei semplici
amanuensi, che ripetono operazioni seriali con la
massima cura, pena il crollo dell’edificio così ben
progettato.
Ed infatti sono molte le case che, a causa
di errori di copiatura, vengono tirate su con una
finestra su una parete portante, o con un pilastro in
meno, e inevitabilmente crollano. Però dopo secoli e
secoli di storia del villaggio, gruppi di case con
piccole modifiche vantaggiose (cioè che per puro caso
stavano in piedi) si sono conservate e, sommando
modifica su modifica, arrivarono a realizzare il World Trade Center.”
Il
racconto purtroppo evita accuratamente di parlare della
costruzione degli edifici “intermedi” tra la casetta e
il grattacielo, di cui si hanno scarsissime notizie. Può
darsi che mi sbagli e che questa mia immagine fiabesca
di una natura alquanto “stupida” e fortunata sia solo il
risultato di un’istruzione liceale di basso livello
tendente a banalizzare le scienze naturali e la
biologia. Purtroppo la teoria darwiniana per le scuole
medie e superiori (figuriamoci le elementari) è, nei
fatti, una sorta di catechismo, la cui potenza
esplicativa per degli studenti inermi, ha lo stesso
valore di una favola. La reazione della comunità
scientifica italiana alla mal posta iniziativa del
Ministro dell’Istruzione è indizio di questo
atteggiamento mentale.
Sembra infatti che la mancata
“somministrazione” del darwinismo prima dei 14 anni
(come le vaccinazioni) possa procurare danni permanenti
alla formazione scientifica delle giovani menti.
Tornando alla materia specifica, la Teoria Sintetica
sosterrebbe che l’evoluzione è praticamente avvenuta in
barba ai meccanismi protettivi e riparativi messe in
atto dalla cellula contro le mutazioni genetiche.
La
mutazione è un fenomeno marginale ed indesiderato della
biologia cellulare, eppure è il “motore” in base al
quale vengono proposte alla natura le “varianti” dei
progetti.
Quei progetti si traducono in forme e lo
studio delle forme del passato è materia della
paleontologia.
Riporto qui alcune opinioni di
emeriti paleontologi, tra l’altro molto stimati
nell’ambito del Festival della Scienza:
-
Finora
la paleontologia non ha dato quasi nessun contributo
alla teoria dell’evoluzione.
(Niles Eldredge – 1980)
-
La
paleontologia, ha messo in discussione con grande vigore
la premessa darwiniana che sia possibile spiegare le
trasformazioni principali della vita sommando,
attraverso l'immensità del tempo geologico, i minuscoli
cambiamenti successivi prodotti generazione dopo
generazione dalla selezione naturale.
(Stephen
Jay Gould,
“Critica al fondamentalismo darwiniano”).
Mi
stupisce come da premesse così critiche dell’impianto
darwinista sia scaturita una teoria mansueta come quella
denominata degli “Equilibri Punteggiati” che
continua comunque a professarsi darwiniana.
Nel 2003 al
Festival, sono intervenuti appunto gli esponenti del “pluralismo
darwiniano”, il cui contributo innovativo alla
teoria dell’evoluzione non sembra poi così
rivoluzionario nelle conclusioni. Si parla di
ramificazioni e di “successo adattativo”, viene data
maggiore importanza alle mutazioni casuali e neutrali
e si ristabilisce l’importanza fondamentale delle
catastrofi e delle estinzioni di massa, constatando
ciò che è noto da molto tempo, cioè che vi sono lunghi
periodi di stabilità delle specie intervallati da
accelerazioni nella differenziazione biologica.
Se però
il “motore” dell’evoluzione continua a rimanere la
mutazione genetica (che si porta ancora dietro il
“Dogma Centrale della Biologia”), accoppiata a una
generica legge del “successo” (un po’ meno adattativo e
un po’ più casuale), qui le cose anziché migliorare
peggiorano.
Se già prima avevamo una catena di eventi
improbabili, ora si sosterrebbe che la maggior parte
della variazione che Darwin pensava si producesse in
“eoni” di tempo, si è svolta in molto meno tempo e più
freneticamente.
Non
sarebbe più onesto sostenere semplicemente che
l’evoluzione non è darwiniana? Come ad esempio fa
Antonio Lima-de-Faria, nel suo volume
“Evoluzione
senza Selezione”, pubblicato ormai 15 anni fa
(ma in Italia solo nel 2003, proprio da una casa
editrice genovese). Il titolo è appunto paradigmatico di
uno scienziato che trova del tutto insufficienti i
concetti di vantaggio adattativo e di competizione per
la sopravvivenza, nello spiegare i fenomeni fondanti
della biologia evoluzionista, ovvero la
macro-evoluzione, la mutazioni delle forme, le
transizioni tra le classi e i Phyla. Ecco il
punto cruciale.
Tutti i fenomeni che vengono presentati
dalla letteratura ortodossa come “innumerevoli prove
inoppugnabili” a sostegno dell’evoluzione in realtà sono
fatti micro-evolutivi.
In altre parole riguardano
la variazione dei caratteri (fenotipi) di popolazioni
all’interno della stessa specie. Come ad esempio il
fenomeno della resistenza agli antibiotici sviluppata
dai batteri patogeni durante una terapia.
Non vi è
alcuna mutazione nel ceppo dei batteri, semplicemente la
pressione ambientale, esercitata dall’antibiotico,
attiva nel microrganismo la capacità latente di
sintetizzare un enzima protettivo. Quella proteina
specifica c’è già, codificata nel genoma del battere,
oppure dobbiamo credere che nel giro di poche
generazioni viene codificata “da zero” un tipo
totalmente nuovo di proteina?
L’applicazione della genetica di popolazione alla
macro-evoluzione è un’estrapolazione non autorizzata,
fino a prova contraria.
E’ dimostrato scientificamente
che l’esplosione della fauna cambriana fu un
prodotto della mutazione e della selezione naturale ? E’
stato mai costruito uno scenario credibile delle
pressioni selettive che costrinsero un pesce audace
sulla battigia della spiaggia per (chissà quante)
generazioni fino a che gli spuntassero i primi abbozzi
di arti locomotori ?
E le strade stupefacenti attraverso
cui un roditore a-specializzato sviluppò gli arti
anteriori in una foggia tale da trasformarsi in un’ala
adatta al volo ?
Questo dovrebbe fare una teoria
dell’evoluzione, raccontarci scenari plausibili di
macro-evoluzione. Ora dato che nel caso esemplare del
pipistrello (come in numerosi altri) sia i fossili
ancestrali che il meccanismo mancano completamente,
Lima-de-Faria nega decisamente che queste transizioni
possano avvenire in termini neo- darwinisti, anzi nega
proprio che una simile transizione sia mai avvenuta.
Secondo lui FORMA e FUNZIONE nascono insieme.
Quest’ipotesi, denominata Auto-evoluzione di
forma e funzione, si basa sul postulato che non siano i
geni a determinare le morfologie (in particolare le
strutture tassonomiche superiori), ma che le forme siano
il risultato della concatenazione ininterrotta delle
leggi della fisica e della chimica, che sono state
“colonizzate” solo posteriormente dai geni, introducendo
nel sistema la memoria e l’informazione.
Per sgombrare
il campo da fraintendimenti creazionisti, stiamo
parlando di un citogenetista accademico riconosciuto a
livello internazionale di dichiarata impostazione
materialista.
Sono
queste, ad oggi, le poche cose serie da dire sul
“dissenso” al darwiniano e non certo le beghe politiche
provocate dalla ministra Moratti. Dissenso che in Italia
annovera, pochissimi ma buoni rappresentati: Giuseppe
Sermonti (genetista), Roberto Fondi
(paleontologo dell’università di Siena), Giovanni
Monastra (biologo, presidente dell’INRAN),
Marcello Barbieri, e altri.
Costoro contestano, non
certo “l’Evoluzione” come fatto storico in sé (accusa
insensata reiterata continuamente), bensì la
formulazione completamente meccanicista della teoria
egemone, secondo la quale l’ordine emerge dal disordine,
per cui l’organismo perfettamente funzionante e
l’ecosistema con i suoi complessi equilibri sono il
prodotto della competizione “libera e caotica” dei suoi
costituenti (Caso e Necessità).
Se i lavori di
questa nicchia di ricercatori, sono ritenuti
scientificamente irrilevanti dal Comitato Scientifico di
cui sopra, non sarebbe comunque più formativo confutarli
pubblicamente, anziché affermare semplicemente che non
vale neanche la pena parlarne?
Sicuramente se ne è parlato a scopo diffamatorio, quando
il dott. Pievani ha detto che le obiezioni del prof.
Giuseppe Sermonti all’evoluzionismo sono - come
quelle di Zichichi - “folcloristiche”. Ora mi consola
parzialmente il suo tono bonario, conoscendo il
disprezzo aperto con cui l’anziano professore viene
trattato in altri ambienti (spesso politicizzati).
Tuttavia un minimo di onestà intellettuale impone di
distinguere decisamente due personaggi così diversi.
Il
modo “cialtrone” del prof. Zichichi di trattare la
scienza è noto al grande pubblico, avendo costui ampia
visibilità televisiva in qualità di esperto di qualsiasi
argomento (oltretutto non se ne conoscono lavori degni
di nota nemmeno nel campo della fisica).
Al contrario
Giuseppe Sermonti è un genetista di livello
internazionale, misconosciuto in patria, che ha prodotto
e tentato di divulgare (pur nell’ostracismo più totale)
obiezioni alla teoria darwiniana pertinenti ai suoi
studi e soprattutto argomentati in maniera scientifica,
non certo confessionale. Tutt’altro da quello che il
moderatore ha detto in Sala del Minor Consiglio domenica
scorsa, riferendo che Sermonti “non crede alle evidenze
che lui stesso deve studiare”.
Sarebbe utile in
proposito una rilettura di “Dopo Darwin”,
un libro vecchio di 25 anni ma attualissimo, scritto a
quattro mani con Roberto Fondi. Ci si accorgerebbe della
legittimità scientifica delle prove e delle
argomentazioni, pur senza condividerne, magari, le
conclusioni. Oppure, non è più nemmeno lecito contestare
una teoria sedicente scientifica?
La
seconda parte del libro, curata da Roberto Fondi,
mostrava lo stato della conoscenza paleontologica al
1980 (non credo che ci siano state da allora novità
significative, a parte la retrodatazione della comparsa
dei primi microrganismi).
L’esame obiettivo della serie
fossile mostra che la paleontologia confuta decisamente
gli assunti darwiniani, cioè le stesse cose che diceva
S.J. Gould fin dagli anni ’70.
Però qui si giunge
alla logica conclusione: la proposta di superamento del
darwinismo, non di una sua riedizione. L’evoluzionismo
vorrebbe che la vita partisse alle origini con poche
forme indifferenziate e sviluppasse la sua infinità
varietà procedendo nel tempo.
I fatti paleontologici
dicono tutt’altro: che la vita quando compare, si
manifesta già specifica e con la massima biodiversità,
in ogni epoca geologica. Che con il passare delle ere i
vari tipi e sottotipi di forme viventi non aumentano in
numero ma rimangono quasi costanti (tutti i Phyla
conosciuti c’erano già 500 milioni di anni fa e quasi
tutte le classi a circa 350 milioni di anni).
Il fatto
più spiacevole è che il tracciamento dei possibili
alberi filogenetici tra specie e ordini, anziché
chiarirsi, con l’aumentare della conoscenza dei fossili,
si complica in tutti gli ambiti. E questa risalita ai
progenitori sempre più antichi si ferma comunque al
livello di entità che risultano “irriducibili” a
qualunque altro progenitore conosciuto. In altre parole
si risale fino ad un numero finito di “prototipi”
Si ha
quasi l’impressione che questi prototipi siano stati
forniti dalla natura belli e pronti e che su di essi si
sia esercitata l’evoluzione successiva, nella misura di
“variazioni” sul tema. In conclusione la natura si
manifesta attraverso una serie di salti sistemici che,
per complessità, non ammettono gradi intermedi (dal
mondo inorganico all’organico, dagli organismi monocellulari a quelli pluricellulari, dall’ambiente
marino a quello terrestre, dall’assenza di volo al la
capacità di volare, ecc…)
Alla
maggioranza dei benpensanti un’esposizione di questo
tipo appare inaccettabile, esotica, quasi magica.
Di
solito obiettano: “e le forme sono nate dal nulla?”.
Obiezione non ricevibile in un contesto scientifico:
quando un fenomeno straordinario come la stessa
origine della vita non si inquadra nel paradigma
vigente, bisogna tentare di elaborare un nuovo
paradigma. Invece è bastato smettere di parlarne. Sul
mistero della nascita della vita, pare sia calato un
velo pietoso, come se l’esperimento di Stanley Miller
avesse risolto per sempre il problema.
Tutt'al più
avrebbe dimostrato che in particolari condizioni
controllate si possono formare per reazione chimica
alcuni mattoni fondamentali della casa (molti in verità
contestano anche questo). Ma chi ha costruito la casa ?
Non esiste nel contesto delle attuali leggi della fisica
una strada per spiegare in termini termodinamici il
passaggio dal caos all’aggregazione, dal
disordine all’informazione, dalle proteine alla
cellula (correggetemi se sbaglio).
Essendo la
vita un sistema “circolare” che prevede la retroazione
(feed-back) tra i suoi elementi costitutivi non lo si
può ottenere per aggiunte successive di un sistema
lineare (in merito a ciò, la “Teoria semantica
dell’evoluzione” di Marcello Barbieri è molto
innovativa e illuminante).
Non
vedrei quindi alcuno scandalo nell’ammettere come
ipotesi di lavoro di una biologia post-darwiniana la
nostra quasi totale ignoranza sulla nascita e
l’avvicendamento delle forme. Questa ignoranza è appunto
causata dal neo-darwinismo, che impedisce di esplorare
strade alternative, a parte rarissimi tentativi di una
biologia “strutturale” e le ipotesi relative al “campo
morfogenetico” (Rupert Sheldrake -
Ervin Laszlo).
Non è una crociata iconoclasta. Professandomi agnostico
e razionalista, come tanti suoi colleghi, propongo di
sgombrare il campo dagli equivoci politici e religiosi.
Il libro della Genesi non è che una delle tante
cosmogonie antiche e non deve interessare ad alcuno se
la narrazione è in accordo o meno con una teoria
scientifica (tra l’altro ci sono altre cosmogonie molto
più ricche e suggestive - come ad esempio quella vedica
- che si prestano ad interpretazioni molto profonde).
Però bisognerà anche disfarsi del darwinismo, allo
stesso modo con cui Galileo si è liberato dai dogmi
aristotelici per fondare la Dinamica dei corpi. (ed
Aristotele è comunque ritenuto un padre del pensiero
moderno).
Fare
piazza pulita degli eredi di Darwin non significa
cancellare Sir Charles dai libri di scuola, ma
collocarlo nella giusta prospettiva della storia delle
scienze. Il suo contributo originale alla biologia si
limita alla speciazione per isolamento geografico
ed alla constatazione che in natura gli individui
competono per accaparrarsi risorse limitate e che la
selezione naturale mantiene sana la specie (sopprimendo
gli anormali, i deboli, i “mostri”).
Nelle due settimane
del Festival edizione 2005, è stata giustamente
ricordata non solo la figura di Darwin naturalista, ma
anche la sua esemplare e rara attitudine di scienziato
aperto alle critiche e alle obiezioni.
Queste sono le
sue parole esatte tratte dal secondo fondamentale lavoro
“L’Origine dell’Uomo” del 1871:
-
…
nelle prime edizioni della mia “Origin of Species” ho
probabilmente attribuito troppo all’azione della
selezione naturale e della sopravvivenza del più adatto…
Non avevo allora considerato a sufficienza l’esistenza
di molte strutture che sembrano non essere, per quanto
possiamo giudicare, né benefiche né dannose; e questo
credo sia una delle più grandi sviste sinora trovate nel
mio lavoro.
Quindi
130 anni sono passati invano? Sono state prodotte nuove
prove dell’onnipotenza della selezione naturale
nell’indirizzare le nuove forme verso destini
inaspettati? Sono state riempite le lacune fossili di
cui si lamentava Darwin ? Purtroppo invece di studiare
Darwin per quello che fece e per quello che disse, lo si
celebra in ogni salsa come precursore e visionario.
Tutte le conquiste della biologia posteriore vengono
fatte risalire a lui, quando in realtà la biologia
moderna è nata nonostante Darwin, per non dire in aperta
contraddizione.
Darwin sosteneva la generazione
spontanea (abiogenesi) della vita batterica (non
è una colpa, data l’epoca) e la discendenza dei
caratteri acquisiti (pangenesi) alla stregua di
Lamarck. Eppure è lui il padre putativo di ogni
disciplina.
- La
genetica: il lavoro di Gregor Mendel, lo
scopritore della genetica, è stato trascurato dai
darwinisti finchè era in chiaro disaccordo con la
dottrina del trasformismo, poiché rivelava la
fondamentale persistenza dei determinanti genetici
dietro un’apparente variabilità. Poi Mendel è stato poi
forzato ad andare a braccetto a Darwin con la
formulazione della famosa “Sintesi” negli anni ’30 del
‘900.
- La
paleontologia: i fondamenti della sistematica sono
precedenti a Darwin (Cuvier e Linneo) e le linee
filogenetiche tratteggiate, (perché inesistenti) che
troviamo su tutti i libri di scienze, non aggiungono
alcunché di significativo alla comprensione delle forme
viventi.
Al
contrario gli esiti disastrosi dell’applicazione del
darwinismo alle società e alle culture umane (l’eugenetica,
il razzismo, l’ideologia del colonialismo) vengono
sempre attribuiti alle derive dei suoi discepoli troppo
integralisti (Galton, Huxley e compagnia) al di là delle
intenzioni originali del maestro.
Quindi Darwin non è
solo un naturalista rivoluzionario è l’uomo simbolo
della modernità, autore della “fine del disincanto”,
fondatore lui stesso del pensiero moderno (se non ho
frainteso le parole del prof. Sgaramella), filosofo
della scienza, salvatore dell’umanità.
Cos’altro ancora ?
Santo ?
Tutto
ciò rivela la debolezza di questo schema di pensiero,
che sembra sottrarsi alle regole vigenti negli altri
campi della scienza. Basta leggere i testi di Darwin per
constatare quanto egli fosse figlio del suo tempo.
La
sua teoria è talmente “originale” che il, sempre
misconosciuto, A.F.Wallace, negli stessi anni e
dall’altra faccia del pianeta, la formulò negli identici
termini. Fenomeno paranormale? Ma no, semplicemente
entrambi i ricercatori, di scuola anglosassone,
l’avevano mutuata dalle teorie economiche
maltusiane della lotta per le risorse.
A tal proposito
rammento l’analisi di Karl Marx, suo
contemporaneo, che scrisse nel 1862:
-
E’
notevole vedere come Darwin ritrovi nel mondo animale e
vegetale la sua società inglese, con la divisione del
lavoro, la concorrenza, l’apertura di nuovi mercati, le
invenzioni e la lotta per la vita di Malthus. … in
Darwin il regno animale figura come società borghese.
Più in generale, è la filosofia
materialista, positivista, riduzionista
ottocentesca ad aver partorito il darwinismo,
all’insaputa del povero Charles, che stentava egli
stesso a capire il successo travolgente della sua
dottrina.
Egli fu l’uomo giusto al momento giusto. E
proprio in contrasto con le idee del suo fondatore il
paradigma della “sopravvivenza del più adatto” è stato
spalmato su tutta la natura ad occultare l’ignoranza dei
fondamenti di quei fenomeni che si vorrebbe spiegare.
La
dubbia utilità scientifica dell’enunciato darwiniano fu
osservata, fra gli altri, dal filosofo della scienza
Karl Popper:
-
non è
affatto chiaro che cosa potremmo considerare come
possibile confutazione della teoria della selezione
naturale. Se, più in particolare, accettiamo la
definizione statistica di adattamento, [che definisce
l’adattabilità] in termini di sopravvivenza effettiva,
allora la sopravvivenza del più adatto diventa
tautologica e inconfutabile.
Addirittura le tare
epistemologiche dell’opera di Darwin sfociano in un
antropomorfismo ingenuo (si ricordi che
l’argomentazione di “L’origine delle specie”
muove dall’analogia con l’allevatore, cioè dalla
selezione artificiale operata da un intelligenza esterna
che sa già in anticipo qual è la direzione desiderabile
per gli esemplari dell’allevamento (pelo più folto,
resistenza, statura).
Ciò non può assolutamente valere
per la Selezione Naturale che tuttavia assume nelle
spiegazioni darwiniane lo stesso ruolo di un demiurgo
(deus ex machina) che opera sempre per il bene
dell’individuo e della specie.
Paradossalmente l’esito
finale dell’applicazione della filosofia darwinista alla
natura è una nuova forma di finalismo, poiché
ogni caratteristica anatomica e comportamentale dei
viventi esiste perché è utile ad uno scopo (ed
inoltre deve essersi trasformata, durante il processo
evolutivo, attraverso stadi intermedi di massima
utilità).
Alla
luce di queste considerazioni ho trovato sorprendenti le
proposizioni finali del documento dei “saggi”
indirizzato al Ministero (sempre che, di nuovo, non
abbia frainteso). Secondo Sgaramella:
-
il
darwinismo è il presupposto per una comprensione
olistica della natura.
ciò
nondimeno il documento mette in guardia dagli eccessi di
una certa deriva scientista cioè dalla:
-
onnipotenza del gene
(il rischio delle manipolazioni genetiche).
Capirà
adesso quanto possa sentirmi confuso. In quale modo la
sintesi neo-darwiniana possa dirsi “olistica” mi sfugge.
Nella storia della scienza niente è più pervasivamente
riduzionista dell’attuale Teoria Sintetica
dell’Evoluzione. Almeno nella forma che mi è stata
insegnata a scuola; altrimenti se stiamo parlando di
qualcos’altro, ci terrei ad essere informato sulla
letteratura scientifica recente (ritenuta degna dal
Comitato) che si indirizza verso l’interpretazione
olistica della biologia.
Il monito sull’onnipotenza del
gene poi, non sarà mica un avvertimento verso la
divulgazione ultradarwinista alla Richard Dawkins
(quella sì, se posso permettermi, folcloristica, così
pervasa di inquietanti elementi antropomorfi come il
“Gene Egoista” e “L’Orologiaio Cieco”).
Come
si fa sostenere una cosa e il suo contrario nell’ambito
della stessa manifestazione scientifica ?
Nel
mondo paleoantropologico in particolare, il mito
dell’onnipotenza del gene è molto viva e giustifica
l’eccessivo ottimismo con cui vengono presentati i
risultati dell’antropologia molecolare. Purtroppo
non c’è qui spazio per affrontare nel dettaglio la
questione e instillare un poco di dubbio nella certezza
che questi modelli abbiano prodotto risultati definitivi
e condivisi da tutti, come l’età dell’antenato Homo
sapiens comune tutta l’umanità e la sua origine
africana.
Le applicazioni della genetica di popolazione
alle migrazioni degli antenati dell’uomo spesso
contraddicono i dati archeologici più recenti.
Come si
concilia una fuoriuscita dall’Africa stimata in 50.000
anni con la presenza di uomini anatomicamente moderni
oltre il circolo polare Artico 30.000 anni fa, in
Australia 60.000 anni fa, nelle Americhe 40.000 anni
fa ?
Bisognerebbe chiedersi se il cosiddetto gene
MRCA (Most Recent Common Ancestor) sia in
grado di darci informazioni significative sull’antenato
in carne ed ossa che l’avrebbe portato nel suo DNA. Ci
sarebbe molto da discutere sulla taratura dell’orologio
molecolare arbitrariamente effettuata sulla distanza
genetica rispetto ad un’altra specie, lo scimpanzé.
Distanza che sul piano genetico è ora ridotta al 2%.
Mi
chiedo se un’affermazione del genere non equivalga a
misurare le analogie tra “La Divina Commedia” e “I
promessi sposi”, facendone l’analisi grammaticale. Molta
letteratura che sostiene la monogenesi recente è stata
sottoposta ad aggiustamenti “ad hoc” per farla tornare
con l’idea preconcetta della migrazione “Out of
Africa”.
Basta una scorsa alla letteratura genetica
per trovare anche qui i dissidenti, che si rifanno ad
una diversa scuola di interpretazione dei dati e di cui
non si è fatto parola al Festival (John Relethford, Alan
Thorne, Richard Lewontin).
Fin
qui una sintesi dei dubbi relativi all’evoluzionismo
come teoria biologica. Ora tocchiamo un tasto molto più
dolente: l’estrapolazione del darwinismo all’evoluzione
culturale dell’uomo.
Il 31 ottobre Gianfranco
Biondi, co-autore de “Il codice Darwin”, affermava
che tutte le nostre peculiarità umane, compresi i
comportamenti, i sentimenti, la cultura ci vengono
dall’evoluzione. Un’affermazione da prendere con
cautela. Nella misura in cui significa che l’uomo è un
animale appartenente all’ordine dei primati e che si è
evoluto sulla Terra, senza interventi soprannaturali, lo
trovo un concetto evidente, certamente inoffensivo.
Nella
misura in cui sottintende invece il darwinismo applicato
alla cultura umana, cioè che il pensiero, i significati,
il linguaggio, i sentimenti, siano “emersi” dai nostri
geni attraverso un percorso di competizione, di
selezione del più adatto, allora lo trovo assolutamente
inaccettabile. E sono quasi sicuro che sia questo il
caso perché, lo scorso anno, ho assistito alla
conferenza del prof. Luigi Luca Cavalli Sforza.
Sostenere, come fa quest’ultimo, che tutte le
peculiarità che ci fanno umani esistono in quanto
“vantaggiose”, e in virtù del fatto di aver superato il
test della selezione naturale è un’impostazione di un
riduzionismo lampante.
A me sembra una ben squallida
prospettiva.
Prendo
spunto proprio dalla relazione dell’ottobre del 2004, in
cui il nostro professore di Stanford spiega che la
cultura va considerata un meccanismo di adattamento
all'ambiente straordinariamente efficiente che ha preso
il posto, nella nostra specie, dell’evoluzione
biologica. Ha impostato il suo lavoro su una definizione
di cultura di questo tenore:
-
“accumulazione nel tempo dei comportamenti umani che
portano alle novità culturali”
(definizione che al limite potrebbe adeguarsi
all’evoluzione della tecnologia, se non fosse ricorsiva)
La
supposta somiglianza formale tra l’evoluzione dei geni,
delle etnie, delle lingue e delle culture umane, poiché
si sostiene fondata sugli stessi meccanismi di base -
cioè la mutazione (la novità), la trasmissione
preferenziale (orizzontale nel caso di lingua e
cultura), la deriva - è un enunciato da
dimostrare, NON l’assioma da cui partire. Altrimenti che
modo di fare scienza è mai questo? Mi preoccupano
sinceramente alcune affermazioni estratte dal suo ultimo
libro “L’evoluzione della cultura”:
-
la
genetica ha sviluppato la teoria dell’evoluzione
biologica, ma tale teoria è del tutto generale e
include anche quella dell’evoluzione culturale,
perché vale per qualunque organismo
[enunciato apodittico, quali evidenze?];
- l’evoluzione culturale può fare quello che vuole ma è
sempre sotto il controllo della selezione naturale.
Quest’ultima corregge sempre gli errori e ciò offre una
garanzia contro la possibilità che siano compiuti errori
troppo gravi; tuttavia essa può anche colpire molti
innocenti;
- le
nostre decisioni al livello culturale sono poi
sottomesse a un tribunale più elevato, la selezione
naturale, che le giudica e decide autonomamente in base
alla nostra sopravvivenza e riproduzione se e quanto
conteranno sulle generazioni successive
(antropomorfismo del deus ex-machina).
Non so a voi, ma a me questa suona più
come una minaccia messianica che un’asserzione
scientifica: “state attenti perché qualunque cosa
facciate la selezione naturale decide “autonomamente”
per il vostro bene”.
Queste affermazioni reazionarie
affossano completamente un secolo di antropologia
culturale. Da questa strada si ritorna dritti al punto
di partenza degli studi etnologici del XX secolo, che si
sono faticosamente scrollati di dosso la tara
evoluzionistica nell’interpretazione culturale e nello
studio del “pensiero selvaggio”. Ovvero quella scala
evolutiva “naturale” che porta dai “semplici”
comportamenti ripetitivi dei rituali magico-religiosi,
alle civiltà “complesse” che hanno inventato
l’ingegneria, il tasso di interesse e la democrazia
parlamentare.
Del resto questo atteggiamento non
stupisce nel clima da neo-darwinismo sociale che si
respira oggi nell’establishment politico-economico
dominante. Basta constatare la superficialità e
l’arroganza con cui la nostra civiltà industriale ha
deciso unilateralmente che il proprio democratico metodo
di sviluppo è il migliore, anzi l’ultimo, e va
generosamente “elargito” a tutta la popolazione
mondiale.
L’antropologia
culturale ha mostrato che i comportamenti umani, le
strutture del pensiero, le società umane, si articolano
in entità di complessità “irriducibile”.
Strutture che non sono suscettibili di essere spiegate
nei termini di una “accumulazione di caratteri” che
tendono a trasformare le strutture di partenza in
qualcosa di migliore (più efficiente? più bello?). Ma la
pensano così anche altri genetisti, come ad esempio
Richard Lewontin:
-
“Manca
totalmente, nel caso delle culture, l'equivalente dei
meccanismi genetici alla Mendel. In biologia, le unità
di base sono i geni, mentre non c'è modo di identificare
le unità di base nella cultura, se non con criteri che
risultano completamente arbitrari.”
Il
biasimo espresso dal Cavalli-Sforza verso i suoi
colleghi antropologi del versante culturale (accusati di
“indigenismo”), a suo dire “troppo poco evoluzionisti”,
si sposa male con la professata interdisciplinarietà
degli incontri del Festival. Non sarebbe gentile
invitare al tavolo anche gli antropologi culturali ?
(peraltro la facoltà di Genova annovera esponenti
rispettabili).
I neo-darwinisti si proclamano
pluralisti, aperti di mente, contrari all’oppressione
dei dogmi religiosi altrui, democratici, anti-razzisti,
ma alla fine riducono tutto ciò che studiano, ai minimi
termini “digeribili” da una filosofia ottocentesca
mutuata dalle teorie economiche liberiste e dal
positivismo progressista. I fatti biologici come le
manifestazioni immateriali, devono sottostare
“definitivamente” alla legge universale della selezione
naturale. Ogni espressione della cultura umana è
interpolabile o estrapolabile a piacere fino ad arrivare
all’antenato comune, passando per progenitori intermedi,
spesso inesistenti.
Il metodo scientifico invece
dovrebbe funzionare all’inverso: se un fenomeno non è
suscettibile di essere spiegato in modo evoluzionista, o
si sospende il giudizio oppure si cerca di elaborare una
nuova teoria.
Rivelato il meccanismo di base, è facile vedere le vere
ragioni alla base della popolarità di uno studioso come
Merrit Ruhlen. Sostenitore della monogenesi
delle lingue (la derivazione di tutte le lingue del
mondo da un’unica antica proto-lingua madre parlata da
una comunità di antenati), egli appare nel suo campo un
“dissidente” della dottrina ortodossa della linguistica
comparata tradizionale (poligenesi). Il fatto è che la
monogenesi concorda in pieno con l’impostazione
neo-darwinista.
La “macro-comparazione” linguistica
adottata da questo ricercatore sembra capace di ridurre
l’evoluzione delle lingue alle trasformazioni delle sue
particelle (sillabe e fonemi), allo stesso modo in cui
la genetica annulla le differenze tra gli organismi
riducendole alle distanze tra i loro genomi.
In questo
modo, trascurando aspetti essenziali delle strutture
linguistiche (come la sintassi che ne costituisce la
“morfologia”) si possono mettere le “specie”
linguistiche nel piano astratto delle distanze
vettoriali misurate come “accumulo di mutazioni” in
senso algebrico. Diventa così possibile estrapolare più
o meno ciò che si vuole, avvicinare vocaboli che tra di
loro non sembravano parenti ma che, passando attraverso
l’artificio delle proto-lingue, possono somigliare a
tutti gli antenati possibili fino ad approdare alla
proto-lingua madre.
L’intervento di Starostin mi
è sembrato veramente chiarificatore in proposito. Entità
che, alla luce della linguistica comparata tradizionale,
apparivano “irriducibili” le une alle altre ora appaiono
derivare da progenitori comuni.
Come ad esempio la
lingua Khoisan dei Boscimani e le antiche lingue
caucasiche, caratterizzate da strutture profondamente
diverse che non possono essere derivate da progenitori
comuni,
La
parte “sospetta” nelle conclusioni di Ruhlen (almeno
nella sintesi della conferenza) è l’estrapolazione alla
mitica comunità di primi homini sapiens migrati
dall’Africa 50.000 anni fa. Egli presenta questo
risultato non come il frutto indipendente della sua
indagine, ma come una verità calata dall’alto. In altre
parole le proto-lingue dovrebbero venir fuori
dall’analisi linguistica ed essere controllate nello
spazio-tempo archeologico (paleografia antica?) o
etnologico.
Altrimenti vi è ben poco di verificabile. Ad
esempio vi è una lingua africana odierna che risulta più
vicina alla lingua madre (perché - immagino - più
“semplice” o più efficiente?) secondo il “tempo di
coalescenza” calcolato dall’albero filogenetico ? E’
possibile estrapolare la proto-lingua dei progenitori
dei Polinesiani (che dovrebbe risultare, secondo
l’archeologia, molto recente ? L’aggregazione in
macro-famiglie (legittima finche' raggruppa entità
omogenee), non produce di per sé una lingua madre.
L’unico elemento di prova che viene mostrato è la
matrice comune di singole parole e suoni, che sembrano
diffusi fra tutte le lingue del mondo.
Ma per
quel che ne sappiamo questo può anche essere il
risultato di un “prestito” universale effettuato a
livello planetario dalla singola lingua di un’ipotetica
cultura umana diffusa sul pianeta nella preistoria
recente (si pensi al destino dell’inglese moderno). Una
cultura umana che potrebbe contemporaneamente essere la
matrice per una monogenesi delle “tecnologie”. In
proposito trovo sorprendente che il neo-darwinismo
applicato all’uomo abbia introdotto la monogenesi
ovunque, eccetto che nella nascita delle civiltà.
Qui
infatti vige il più severo dettame poligenetico: le
grandi civiltà dell’antichità sarebbero nate tutte
indipendentemente le une dalle altre, giungendo a
conquiste tecnologiche e culturali del tutto analoghe
tra loro. Ad esempio, la nascita dell’agricoltura
attorno ai 10.000 anni fa, in maniera autonoma e
indipendente sui quattro continenti, in un lasso di
tempo molto breve (se paragonato al passato evolutivo
della specie), appare, ad alcuni studiosi, un fenomeno
molto misterioso.
Concludendo la questione “culturale”, è chiaro che,
dando per scontato che l’uomo è un essere africano
recente, vengono promossi dall’establishment quei metodi
di indagine che producono le parentele genetiche
desiderate. Insomma l’orologio molecolare, la
macro-linguistica e in generale le elaborazioni della
scuola di Stanford non costituiscono prove indipendenti
della Teoria “Out of Africa”, bensì ne
sono corollari inconsci.
Vorrei
infine far notare l’esito più pregnante della filosofia
darwiniana, applicata al mondo tecnologico odierno: la
manipolazione genetica degli organismi. Nel dominio di
una natura che si professa governata dalle mosse
caotiche di un “Orologiaio Cieco”, non c’è niente di
male nel sostituire l’agente naturale con l’ingegnere
genetico, il quale si adopera per “migliorare la
natura”, in modo che i suoi prodotti possano meglio
incontrare le esigenze del mercato. Peccato però che il
Dogma centrale della biologia sia morto da trent’anni.
Peccato che l’inserzione violenta di tratti di genoma
GM nelle sequenze prodotte dall’evoluzione organica
della specie, in un complesso (e incompreso) equilibrio
a cui partecipano tutti i microrganismi cellulari,
provochi risultati ampiamente imprevedibili,
indesiderati, spesso pericolosi (già documentati dalla
letteratura degli ultimi 15 anni).
Questa è l’arroganza
dell’allevatore industriale, figlio degenere del più
bonario allevatore di Darwin, perché dotato di mezzi
tecnologici che hanno by-passato le barriere di specie
ed è rivestito addirittura di una missione umanitaria
verso i problemi agro-alimentari del Terzo Mondo.
Sarebbe auspicabile per il futuro di un Festival della
Scienza veramente pluralista, assistere a delle sessioni
aperte alla ri-discussione dell’evoluzione culturale e
dell’industria degli
OGM.
In
fede,
Mauro Quagliati
Tratto da:
mmmgroup.altervista.org
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
Vedere questo link:
https://antidarwin.wordpress.com/2012/01/27/selezione-naturale-si-evoluzione-non-ci-pensiamo-neanche/
Qualche libro da leggere:
"Cercando Dio nell'universo. Un grande astronomo tra
scienza e fede" Owen Gingerich Lindau pp 136 euro
16
"La scatola nera di Darwin. La sfida biochimica
all'evoluzione" Michael J. Behe Alfa e Omega
Caltanisetta
"Intelligent Design. Il ponte fra scienza e teologia"
William A. Dembski Alfa e Omega Caltanisetta
"L'illusione di Dawkins. Il fondamentalismo ateo e la
negazione del divino". Alister & Johanna Collicutt
McGrath
Storia segreta della creazione umana: l'aspetto
dei creatori
Commento
NdR:
Il
sottoscritto redattore di questa pagina
NON e' a favore della creazione da parte di un
dio qualsiasi, ma neppure della
evoluzione casuale di Darwin, bensi' di una
"evoluzione" continua dell'esistente
(controllata/In-formata) per una finalita' unica
da/e di un "progetto
di Vita infinita che si trasforma continuamente",
insito, per intrinseca funzione nel e dell'INFINITO
e quindi insito nel e dell'energia/informata,
che e' il substrato manifestato dell'In-Finito,
rappresentato ed insito in ogni suo "punto/ente"
esistente, come in-form-azione latente, che nelle
condizioni ideali dell'ambiente in esso ente/punto
si trova, si esplica a seconda del tipo di progetto
che deve mostrare nello
spazio…
in parole povere un Pensiero intelligente
immanente….insito nell’energia/materia
del
vuotoquantomeccanico,
dal quale e nel quale il TUTTO e' gia'
presente....