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I predecessori dell'uomo di Neandertal NON sono le scimmie !
Alcuni ricercatori hanno recentemente scoperto, infatti, che non sono i
primati a possedere il DNA piu' simile a quello dell'Uomo, anzi, contro
ogni aspettativa, e' il genoma del TOPO quello piu' simile al nostro !
Come mai allora tanti studiosi di scienze naturali si sono lasciati
soggiogare dalla teoria evoluzionista di Darwin, che parla della
discendenza dai primati, sapendo che si tratta
solo di una opinione non provata, cioe' di una
semplice teoria che NON puo' fregiarsi del vero sapere scientifico ??
Uomo e scimpanzé sono meno vicini
Bisogna tenere conto del differente numero di copie multiple
di uno stesso gene
Usando una nuova misura della somiglianza genetica - il
numero di copie di geni che due specie hanno in comune - si
desume che essere umano e scimpanzé condividono
solamente il 94 per cento dei geni e non il 98-99 per cento.
Sarebbe dunque maggiore di quanto finora ritenuto la
distanza che separa l'uomo dalla specie più vicina.
La nuova ricerca,svolta presso l'Università dell'Indiana a
Bloomington, tiene conto della possibilità di copie multiple
di geni e del fatto che il numero di questi multipli può
variare da specie a specie, anche quando esso è più o
meno identico. "Per spiegare il cambimento di
prospettiva, i ricercatori hanno paragonato la situazione
alla differente scomposizione in sillabe di una stessa
parola in due lingue diverse.
"Non bisogna tenere conto soltanto dei geni condivisi" ha
detto Matthew Hahn, che ha diretto lo studio.
Secondo i ricercatori le copie addizionali di uno
stesso gene consentono all'evoluzione di sperimentare
nuove funzioni per vecchi geni. La scoperta suffraga
l'idea che l'evoluzione possa aver conferito all'uomo nuove
funzione genetiche che non esistevano nello scimpanzé.
Per condurre la loro ricerca, Hahn e colleghi hanno
esaminato 110.000 geni appartenenti a 9990 famiglie di geni
similari. La dimensione di una famiglia di geni differisce
in 5622 casi, ossia nel 56 per cento di tutte le famiglie.
Le dimensioni di queste famiglie sono variate così
frequentemente nel corso della storia evolutiva dei
mammiferi che, come si esprimono i ricercatori in un
articolo pubblicato su PLOS One, si possono paragonare a
porte girevoli attraverso cui passano i geni.
Nell'uomo e nello scimpanzé, che contano circa 22.000 geni
funzionali, sono stati trovati 1418 duplicati di geni che
l'una o l'altra specie non possiede. Per esempio, nell'uomo
alla famiglia detta della centaurina gamma, correlata
all'autismo, appartengno 15 geni, mentre la corrispondente
famiglia dello scimpanzé ne ha soltanto 6.
Tratto da:
http://www.lescienze.it/sixcms/detail.php3?id=12964
Commento
NdR:
gli "studiosi" NON controllano quasi mai cio' che il sistema
"scientifico" ufficiale insegna.....nelle scuole...e cio' nel
mondo intero...quindi essi sono come i religiosi ....credono per fede
(fiducia)
senza controllare mai nulla.
NON sono d'accordo neppure fra di loro, gli evoluzionisti...
E come confermano i ricercatori, gli scimpanzé non sono
nostri padri....
Inoltre: Secondo
il Biologo Lovelock che ha scritto il libro "The
revenge of Gaia - La vendetta di Gaia, la terra e
Margulis, l'evoluzione
sarebbe il risultato di processi cooperativi e NON
competitivi ! ....e cosi e' !!!
Ma
questa idea non si deve insegnare in quanto l'attuale
pseudoscienza insegna l'evoluzione Darwiniana, che in
quel caso verrebbe sconfessata !
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Cugino
Hobbit, benvenuto fra di noi
Il mondo della paleoantropologia
ripiomba nel caos più totale. Già la confusione fra le varie
scuole di pensiero, nel cercare di capire l'origine delle
razze umane, regnava da tempo sovrana, ma dal 2004 era
entrata in campo una "variabile impazzita" - il cosiddetto
Hobbit - che aveva mescolato le carte in maniera del tutto
imprevista.
Un perfetto omuncolo in miniatura, i cui resti sono stati
trovati nell'isola di Flores in Indonesia, aveva tutte le
caratteristiche degli umani, ma non trovava ovviamente
nessuna collocazione nei già fragili alberi genealogici
ricostruiti fino a quel momento. Alto circa un metro, e
molto simile ad un bambino di tre anni, l'Hobbit poneva
inoltre il problema di essere giovanissimo, dai 15.000 ai
20.000 anni circa.
Comprensibile quindi il "fastidio" con cui la sua comparsa
era stata accolta dall'establishment scientifico, che pur di
"accomodare" in qualche modo il nuovo arrivato ...
... aveva persino suggerito che si trattasse di normalissimi
umani che "si erano rimpiccioliti" a causa del poco cibo
disponibile sulla loro isola. (Secondo questa logica i
biafrani dovrebbero essere alti al massimo una ventina di
centimetri). Altri suggerivano invece che si trattasse di
"microcefali", cioè umani afflitti da uno sviluppo limitato
del cervello.
Ma nei giorni scorsi è stata presentata all'Accademia
Nazionale delle Scienze una ricerca condotta da Dean Falk,
della Florida University, che stabilisce definitivamente che
l'Hobbit è un umano, e che quindi è necessario introdurre
nel nostro albero genealogico una nuova specie, l' Homo
Floresiensis (dal nome dell'isola).
Per arrivare alle sue conclusioni Falk ha condotto degli
esami sul cranio di LB1, un "hobbit" il cui scheletro è
strato trovato praticamente intatto, comparandolo al cranio
di 10 umani sani, di nove microcefalici, e di un nano.
Poiche' le volute del cervello lasciano una "immagine
virtuale" impressa all'interno del cranio, è possibile
ricostruire, sia fisicamente che virtualmente, la forma del
cervello originale (si chiama endocast, o "calco interno"):
comparando quello di LB1 con gli altri 20, è risultato che
l'hobbit ha lo stesso sviluppo cerebrale di un umano sano,
mentre è diverso sia da quelli microcefalici che da quello
del nano.
Più la scienza va avanti, più il buio
si fa intenso....
By Massimo Mazzucco
Tratto da:
http://luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=1666
Straordinari reperti,
fossili, indizi geologici e i risultati di lunghe spedizioni
mettono in dubbio l'idea di un'evoluzione lenta e regolare
delle specie viventi sul nostro pianeta. Paiono dimostrare,
piuttosto, una coesistenza del genere umano con creature che
Darwin avrebbe collocato in ere completamente diverse.
L'estinzione dei dinosauri, per esempio, è da attribuire a
un gigantesco cataclisma avvenuto molto più recentemente di
quanto ipotizzato finora. Un evento immane, planetario, che
giustifica le decine di antichissimi racconti che in tutto
il mondo descrivono un diluvio universale. Niente affatto un
mito, ma la memoria di un immane disastro.
L' errore di Darwin
- Autore:
Zillmer
Hans-Joachim - Ediz Piemme
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L'UOMO non e' nato circa 100 mila anni fa !
Secondo Michael A. Cremo e
Richard L. Thompson, a dispetto delle più consolidate teorie
scientifiche a riguardo, le origini dell'uomo moderno non
risalirebbero a 100.000 anni fa, ma a ben tre milioni di
anni fa.
I siti archeologici che producono tali evidenze, non solo
sotto forma di reperti paleontologici, ma anche di
manufatti, vengono dettagliatamente descritti e
interpretati. Emerge che con ogni probabilità non è esistita
un'evoluzione del genere umano dall'Australopiteco all'Homo
sapiens, ma che al contrario uomini e ominidi abbiano da
sempre coesistito sulla terra e che quindi la teoria
evoluzionistica della vita sul nostro pianeta, non abbia
alcun fondamento certo.
http://www.libreriauniversitaria.it/BIT/8882897680/Archeologia_proibita__Storia_segreta_della_razza_umana.htm
I Darwinisti sostengono altresì che le prime scimmie si
manifestarono circa 40 milioni di anni fa, i primi
uomini-scimmia fra i 5 e i 6 milioni di anni fa, e i primi
esseri umani simili a noi circa 100.000 anni fa; inoltre
affermano che le scoperte di varie prove fisiche a supporto
di ciò finora registrate dagli scienziati confermano
totalmente tali ipotesi.
In realtà, quando con Richard Thompson ho deciso di
affrontare una analisi approfondita di tutti i riscontri a
livello paleontologico ed archeologico relativi all'intero
vasto lasso di tempo degli ultimi due miliardi di anni, è
emerso che, nonostante l'opinione attualmente dominante,
l'apparente presenza umana si manifesta ben al di fuori
degli schemi indicati dal Darwinismo.
Di tutto ciò ci siamo occupati, con tutte le fonti e
documentazioni relative, nel nostro corposo best-seller
internazionale, tradotto in varie lingue, "Forbidden
Archaeology: the hidden history of the human race" (Trad.
it. parziale: Archeologia proibita: la storia segreta della
razza umana, Gruppo Edit. Futura, Milano 1998) e nel
successivo volume "Forbidden Archaeology's impact".
A questo punto ci si chiederà per quale ragione, se i dati
da noi raccolti e divulgati mostrano quanto detto, non se ne
senta allora parlare.
La ragione di ciò è dovuta ad un inevitabile e pressoché
naturale processo di "filtraggio della conoscenza" da parte
del moderno mondo scientifico, ieri come oggi.
In altri termini, è come se il mondo accademico, da sempre e
per definizione istituzionale e conservatore, costituisse un
vero e proprio "filtro" per le idee e le scoperte
scientifiche nuove.
Nella misura in cui si conformi a tale "filtro", che risulta
necessariamente e "fisiologicamente" formato da concetti
"fissi" e "tradizionali", qualsiasi nuovo elemento è
destinato a "passare" con maggiore o minore rapidità senza
eccessivi problemi, e verrà così facilmente inserito in
libri di testo, discusso dagli scienziati ed esibito nei
musei. Ma se un dato non si adatta al "filtro" con tutto il
suo contesto di idee fisse, esso verrà allora per forza di
cose contrastato, rigettato, dimenticato, ignorato e magari
perfino soppresso a bella posta. E non lo vedrete mai
menzionato in testi accademici, oggetto di conferenze o
dibattiti a livello scientifico e tanto meno inserito nel
patrimonio museale (anche se potrebbe rimanervi sepolto e
ignorato nei magazzini con i tanti "pezzi" non destinati ad
essere esibiti in quanto dichiarati "di minore importanza" e
di cui nessuno sa né saprà così mai nulla). In campo
archeologico, tale particolare processo di "filtraggio della
conoscenza" sta andando avanti in questi termini da almeno
150 anni, come anche solo pochi esempi varranno a
dimostrare.
Alcuni risalgono all'archeologia di ieri, altri a quella di
oggi.
Un caso che merita di essere ricordato risale al XIX secolo,
e precisamente alla famosa "corsa all'oro" che richiamò in
California gente in cerca di fortuna da tutto il mondo.
Per estrarre l'oro, i minatori scavavano gallerie nelle
pendici delle montagne, penetrando nella viva roccia. Ma
veniamo a Table Mountain
http://www.edicolaweb.net/am01f23g.htm, nella regione
delle miniere d'oro della California. Qui i cercatori d'oro,
scavando a centinaia di metri di profondità, si imbatterono
in numerosi scheletri umani antichi non dissimili dai
nostri, e non certo in resti di uomini-scimmia. Così pure
furono trovati strumenti ed armi di pietra a centinaia, in
diverse zone dello stesso sito. Fra di essi un pesto ed un
mortaio, non molto diversi da quelli oggi noti. Solo che
c'era un problema. Entrambi gli oggetti furono trovati in
strati rocciosi corrispondenti alla parte inferiore del
periodo geologico chiamato Eocene, proprio di 50 milioni di
anni fa.
Un archeologo che accettasse le concezioni vediche non
sarebbe affatto sorpreso di rilevare tracce umane in quell'epoca,
naturalmente, in quanto si attenderebbe di trovarne ben
prima, fino forse a circa 2 miliardi di anni or sono. Ma per
un normale archeologo tutto ciò è contraddittorio e
inconcepibile, riferendosi ciò ad un'epoca anteriore alla
comparsa delle scimmie e dei primi antropoidi.
Le scoperte sopra ricordate nelle miniere d'oro della
California furono segnalate al mondo scientifico dal Dr. J.
D. Whitney, un geologo statale californiano.
Egli scrisse un documentatissimo e corposo volume su tali
scoperte, che fu anche pubblicato dall'Università americana
di Harvard nel 1880. Ciò nonostante nessuno parla più oggi
di quei dati, in conseguenza del processo di "filtraggio
della conoscenza" di cui abbiamo accennato.
Lo scienziato responsabile di tale "filtraggio" conoscitivo
fu, nel caso specifico, il Dr. William B. Holmes, un
influente antropologo della "Smithsonian Institution" di
Washington, D.C., che al riguardo dichiarò testualmente, con
sorprendente sincerità: "Se il Dr. Whitney avesse compreso
la teoria dell'evoluzione umana come è oggi accettata, egli
avrebbe esitato ad annunciare le sue conclusioni, a dispetto
dell'imponente contesto testimoniale con cui si è
confrontato".
In altri termini, se i fatti non si adattano alla teoria
dell'evoluzione umana indicata da Darwin, essi vanno messi
da parte e la persona che li riferisse o sostenesse va
screditata.
Esattamente quello che è avvenuto e tuttora avviene.
Ho anche avuto una mia esperienza personale nel processo di
"filtraggio della conoscenza" in rapporto alle scoperte
nelle miniere d'oro californiane. Alcuni anni or sono,
infatti, operavo come consulente di un programma televisivo
sulle "Misteriose Origini dell'Uomo" ("The Mysterious
Origins of Man") realizzato dalla NBC, la più popolare rete
TV degli USA, e presentato da un testimonial d'eccezione, il
famoso attore hollywoodiano Charlton Heston. La maggior
parte degli americani considerano le parole di questo
attore-presentatore - inamovibile nell'immaginario
collettivo del pubblico dal ruolo profetico-sacrale proprio
del suo Mosè ne "I Dieci Comandamenti" di Cecil De Mille -
allo stesso livello di quelle che potrebbe indirizzarci Dio
stesso.
Durante le riprese del programma, raccomandai ai produttori
di recarsi al Museo di Storia Naturale dell'Università della
California a Berkeley in quanto in esso si trovavano i
manufatti di 50 milioni di anni fa estratti dalle miniere
d'oro californiane. Ma i responsabili del Museo rifiutarono
di concedere il permesso di filmare tali manufatti.
Ciò nonostante, fummo egualmente in grado di utilizzare ed
esibire alcune delle vecchie fotografie scattate nel XIX
secolo. Si ricordi inoltre che gli scienziati darwinisti
americani hanno fatto pressioni di ogni mezzo sulla NBC
perché il programma non fosse mandato in onda,
fortunatamente senza riuscirci.
È significativo che la NBC abbia poi pubblicizzato la
trasmissione rivolgendosi agli americani con lo slogan:
"Guardate il programma che gli scienziati non vogliono che
vediate !".
Adesso consideriamo un caso più recente nella storia
dell'archeologia.
Nel 1979, Mary Leakey trovò dozzine di impronte in una
località dell'Africa Orientale chiamata Laetoli, in
Tanzania. La scienziata dichiarò anche che esse non potevano
essere distinte da quelle lasciate dai piedi di essere umani
odierni, solo che esse si trovavano in strati costituiti da
ceneri vulcaniche solidificate di 3.700.000 anni fa:
un'epoca in cui, secondo le concezioni scientifiche attuali,
uomini in grado di lasciarle non avrebbero dovuto esistere.
Come darne ragione, allora?
Gli scienziati, a questo punto, si sono limitati ad
ipotizzare che 3.700.000 anni fa abbia necessariamente
dovuto esistere in Africa "un qualche tipo di uomo-scimmia
con i piedi fatti come i nostri", e che ciò sia all'origine
di tali impronte. La proposta è interessante, ma è
totalmente priva di qualsivoglia elemento di prova a livello
scientifico.
Anche perché gli scienziati hanno già da tempo a
disposizione gli scheletri di un uomo-scimmia vissuto
3.700.000 anni or sono in Africa Orientale, il cosiddetto "Australopiteco".
E la struttura del piede di un Australopiteco si differenzia
nettamente da quella dell'uomo d'oggi.
La questione venne fuori nel 1999, quando partecipai al
Congresso Archeologico Mondiale di Cape Town, in Sud Africa.
Fra gli oratori figurava anche Ron Clarke, che nel 1998
aveva scoperto uno scheletro praticamente completo di
Australopiteco in località Sterkfontein, in Sud Africa. Tale
scoperta era stata ampiamente pubblicizzata sui media di
tutto il mondo come "il più antico antenato dell'uomo".
L’esemplare era in effetti vecchio di 3.700.000 anni, come
le impronte di Laetoli. Ma c’era un problema.
Ron Clarke, infatti, ricostruì i piedi del suo
Australopiteco di Sterkfontein in termini scimmieschi; e su
questo niente da dire, visto che le ossa delle estremità
inferiori della creatura erano decisamente scimmieschi.
Per esempio, si vede che l'alluce è molto allungato e
proteso lateralmente, sul tipo del pollice di una mano
umana; ma così pure che anche le altre dita sono decisamente
allungate, di almeno una volta e mezzo in più rispetto al
piede dell'uomo. Pertanto tale piede non presentava certo
caratteristiche umane.
Di conseguenza, dopo che Clarke ebbe presentato la sua
relazione congressuale, alzai la mano e gli posi
direttamente una domanda: "Perché mai la struttura del piede
dell'Australopiteco di Sterkfontein non corrisponde alle
impronte scoperte da Mary Leakey a Laetoli, che sono
contemporanee (3.700.000 di anni fa) e simili a quelle
lasciate dall'uomo moderno ?"
La risposta non era facile. Ron Clarke sosteneva di avere
scoperto il più antico antenato dell'uomo, eppure esseri
apparentemente come noi andavano in giro in Africa nella
stessa epoca. Sapete come ha risposto ?
La risposta non era
facile.
Ron Clarke sosteneva di avere scoperto il più antico
antenato dell'uomo, eppure esseri apparentemente come noi
andavano in giro in Africa nella stessa epoca. Sapete come
ha risposto ? Egli sostenne che era stato proprio il "suo"
Australopiteco a lasciare in effetti le impronte di Laetoli,
solo che, per giustificare le caratteristiche di queste
ultime, si doveva allora ritenere che camminando dovesse
spostare l'alluce tutto a ridosso delle altre quattro dita
del piede, con queste tutte ripiegate su loro stesse:
insomma, era un po' come se un acrobata che volesse
procedere eretto ma reggendosi sugli arti superiori
camminasse sui pugni invece che sulle mani !
Non c'è neanche bisogno di dire che tale spiegazione era ed
è del tutto risibile, e che io risi, infatti. Ma la platea,
composta da una grande maggioranza di archeologi accademici
di impostazione evoluzionista, si guardò bene dal farlo, in
un silenzio totale. Le regole di comportamento
dell'Establishment scientifico dominante sono e restano
ferree.
Quando poi gli scienziati finiscono con lo scoprire
"qualcosa che non deve essere scoperto", possono soffrirne
non poco a livello professionale. È il caso della Dott.sa
Virginia Steen-McIntyre, una geologa americana che conosco
personalmente.
Nei primi anni Settanta, alcuni archeologi statunitensi
scoprirono alcuni strumenti ed armi in pietra in località
Hueyatlaco, in Messico. Fra questi reperti figuravano punte
di freccia e di lancia. Era chiaro fin dall'inizio per gli
archeologi che le avevano scoperte che tali armi erano state
usate da uomini come noi, e non certo da uomini-scimmia.
Ma a che epoca risalivano esattamente ?
In genere in questi casi la risposta la danno i geologi, in
funzione degli strati geologici in cui sono i reperti. Nel
caso specifico fu coinvolta Virginia Steen-McIntyre che,
utilizzando i quattro più recenti metodi di datazione
geologica con i colleghi dello "United States Geological
Survey", determinò che gli strati in cui si trovavano i
reperti risalivano a 300.000 anni fa !
Quando il dato fu comunicato al capo degli archeologi, la
sua risposta fu immediata quanto seccata ed incredula:
"Impossibile! Non esistevano uomini 300.000 anni or sono in
nessun luogo del mondo!". Quanto al Nord America, le odierne
teorie indicano la comparsa dell'uomo non prima di 30.000
anni a. C., com'è noto.
E allora cosa fecero gli archeologi ?
In primis, rifiutarono di pubblicare la data di 300.000 anni
fa. In secundis, vi sostituirono invece una datazione più
"logica": 20.000 anni or sono. Ciò in quanto un pezzo di
conchiglia rinvenuto a ben 5 chilometri dal sito in cui i
reperti furono rinvenuti aveva fornito una datazione al
Carbonio 14 riferita, appunto, a 20.000 anni fa !
Ma la Dott.sa Virginia Steen-McIntyre non si dette per
vinta, ribadendo i dati rilevati. Solo che ciò le comportò
una pessima reputazione a livello professionale nonché la
perdita dell'insegnamento universitario, mentre tutte le
possibilità di avanzamento acquisite con la sua precedente
attività presso l'"United States Geological Survey" furono
bloccate. La scienziata ne fu così disgustata che si ritirò
in una cittadina delle Montagne Rocciose, in Colorado,
rimanendo in silenzio per anni. Finché io non venni a sapere
del suo caso e lo menzionai in , "Forbidden Archaeology: the
hidden history of the human race", conferendo al suo lavoro
l'attenzione che merita.
È anche grazie a ciò che oggi il sito di Hueyatlaco in
Messico viene studiato da archeologi dalla mente più aperta,
e c'è da sperare che le conclusioni della Steen-McIntyre
trovino presto ulteriore conferma.
Ma veniamo all'Italia.
Alla fine del XIX secolo (1880) il geologo Giuseppe
Ragazzoni rinvenne a Castenedolo, nel Bresciano, un cranio
umano anatomicamente moderno, unitamente ai resti
scheletrici di altre quattro persone. Il tutto si trovava in
strati geologici corrispondenti ad un'epoca di 5 milioni di
anni fa, ed era logico che la cosa apparisse inconcepibile.
"Nulla di misterioso" direbbero all'unisono gli scienziati
darwinisti.
"Solo qualche migliaio di anni fa qualcuno morì, e i suoi
contemporanei ritennero di dover scavargli una tomba molto
profonda in fondo ala quale collocarono il corpo che, così
inserito in strati di ben maggiore antichità, sembra oggi
appartenere ad un'epoca che viceversa non gli è propria".
Tutto chiaro, dunque ?
Non proprio. Un fatto simile, definito una "sepoltura
intrusiva", può in effetti verificarsi.
Ma nel caso specifico Ragazzoni, un geologo professionista,
era ben consapevole di tale possibilità. "Se si fosse
trattato di una sepoltura - dichiarò - gli strati superiori
a quelli in cui il corpo è stato rinvenuto sarebbero stati
anche solo parzialmente alterati o comunque disturbati
dall'interramento del corpo in profondità".
E le sue verifiche avevano escluso ciò, a conferma che gli
scheletri risalivano davvero agli strati rocciosi in cui
erano stati rinvenuti, ossia 5 milioni di anni fa.
Spostiamoci adesso in Belgio.
All'inizio nel XX secolo il geologo A. Rutot fece una serie
di interessanti scoperte in quel paese. Egli infatti portò
alla luce centinaia di strumenti ed armi in pietra,
estraendoli da strati rocciosi corrispondenti a 30 milioni
di anni fa. Ho sopra detto della difficoltà invariabilmente
manifestatasi qualora si richieda di vedere oggetti
"scomodi" per l'Establishment accademico in relazione ai
ritrovamenti della fine del XIX secolo in California.
Stavolta però a me fu possibile vedere e anche fotografare i
reperti recuperati da Rutot, durante un giro di conferenze
in Olanda e Belgio. A Bruxelles chiesi infatti ad un mio
accompagnatore di visitare al Museo Reale di Scienze
Naturali la collezione di Rutot e, sebbene i responsabili
del museo avessero negato la sua esistenza, alla fine saltò
fuori un archeologo che sapeva di cosa stavamo parlando e ci
indicò i pezzi in questione. Non c'è neanche bisogno di dire
che però essi non sono visibili al pubblico.
Di quanto bisogna risalire nel tempo per citare casi simili
?
Nel dicembre del 1862, ad esempio, negli Stati Uniti un
giornale scientifico chiamato "The Geologist" riferì della
scoperta di uno scheletro umano completo ed anatomicamente
moderno a 30 metri di profondità nella Macoupin Country, in
Illinois, USA. In base al resoconto scientifico agli atti,
direttamente al di sopra dello scheletro vi era uno strato
roccioso continuo ed inalterato dello spessore di più di un
metro, esteso orizzontalmente in tutte le direzioni per vari
metri tutt'intorno,
Cosa, questa, che esclude necessariamente qualunque
possibilità di una sepoltura intrusiva.
Solo che, secondo i resoconti geologici del caso, gli strati
che inglobavano lo scheletro risalgono a 300 milioni di
anni: un dato totalmente impossibile per l'archeologia
ortodossa.300 milioni di anni fa corrispondono ad un'epoca
anteriore alla comparsa dei dinosauri sulla Terra.
Si tenga presente che tutto quello che abbiamo finora
menzionato è stato effettuato e riscontrato da scienziati
professionisti, ovvero debitamente riportato nella
letteratura scientifica professionale ed accademica.
Ma è altresì logico che se ritrovamenti e scoperte
"controcorrente" del genere hanno riguardato, come abbiamo
visto, non pochi esponenti della scienza ufficiale, è così
pure altrettanto possibile che abbiano spesso coinvolto
anche persone al di fuori dell'ambito scientifico, ovvero
gente comune. E le segnalazioni di costoro, seppur non
riferite da riviste scientifiche, possono in effetti
apparire anche nelle pagine dei giornali di informazione e
di costume e nella stampa popolare. E non per questo sono
meno vere.
A livello esemplificativo riferisco un resoconto
giornalistico estratto dal "Morrisonville Times", un piccolo
quotidiano locale edito nella cittadina di Morrisonville, in
Illinois, nel 1892. Esso riferisce di una donna che stava
mettendo dei pezzi di carbone nella sua stufa "fin de siecle".
Uno di tali pezzi si spezzò improvvisamente in due e dal suo
interno emerse una catena d'oro. Alle due estremità erano
rimasti attaccati i due pezzi del blocco di carbone, a
dimostrazione che la catena era contenuta all'interno del
pezzo successivamente divisosi.
In seguito alle indicazioni fornite dal giornali, siamo
riusciti a risalire alla miniera da cui era stato estratto.
E successivi riscontri effettuati oggi presso il "Geological
Survey", dello Stato dell'Illinois indicarono che il carbone
ivi estratto è vecchio di 300 milioni di anni. Per inciso,
la stessa epoca del sopra citato scheletro umano rinvenuto
poco più di trenta anni prima, sempre in Illinois, nella
Macoupin County.
Se vogliamo tornare alla letteratura strettamente
scientifica, la "Scientific American" riferì nel 1852 di un
bel vaso metallico estratto da un massiccio strato roccioso
di 5 metri di profondità nella zona di Boston. Orbene,
secondo i resoconti geologici attuali l'età della roccia in
quella località è di 500 milioni di anni !
Gli oggetti più antichi che ho incontrato nella mia ricerca
sono comunque delle sfere metalliche rinvenute dell'ultimo
ventennio dai minatori a Ottosdalin, nella regione del
Transvaal Occidentale, in Sud Africa. Sono oggetti del
diametro variabile da 1 a 2 centimetri e presentano dei
curiosi solchi paralleli lungo il loro "equatore".
Le sfere sono state esaminate da esperti in metallurgia
prima di essere filmate per il già citato programma TV "The
Mysterious Origins of Man", e il loro parere è stato
concorde: non esiste spiegazione per giustificare una
formazione naturale dei solchi e, dunque, le sfere appaiono
il prodotto di una qualche tecnologia intelligente.
Fatto è che provengono da un deposito minerario
geologicamente vecchio di oltre 2 miliardi di anni !
Potrei continuare a lungo, riferendo a piacere innumerevoli
dati citati nel mio volume "Forbidden Archaeology: the
hidden history of the human race" e nel suo seguito " volume
"Forbidden Archaeology's impact". Ma a questo punto è meglio
fermarsi.
Vorrei concludere però con un'ultima considerazione.
È stato ossessivamente sostenuto e monotonamente ripetuto
dai Darwinisti che tutte le prove fisiche raccolte a tutt'oggi
sono assolutamente coerenti con il loro quadro sulle origini
dell'Uomo, per il quale esseri simili a noi sono apparsi
circa 100.000 anni fa, dopo una graduale evoluzione dalle
scimmie antropoidi. Tutto considerato, oggi si deve invece
dire che tale affermazione va ritenuta del tutto falsa e
fuorviante.
Per incredibile che possa sembrare, esistono infatti
molteplici scoperte che suggeriscono inequivocabilmente la
presenza di esseri apparentemente simili a noi in periodi
cronologici compresi fra i 100.000 e i 2 miliardi di anni
fa. Il che non è affatto incoerente con le fonti vediche di
cui abbiamo parlato, con buona pace di un Establishment
scientifico conservatore e miope timoroso di perdere le
certezze sulle quali ha costruito il proprio potere
accademico.
Non sarà mai tardi quando gli scienziati della nostra epoca,
dominati da un'arroganza antiscientifica, comprenderanno che
la Tradizione, probabile eredità di conquiste scientifiche
acquisite in un passato senza ricordo, va considerata con
maggiore rispetto ed attenzione. "Nihil su sole novi",
dicevano giustamente i Latini.
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Darwin si
evolve, i suoi nemici no - Un
dibattito tra scienziati stravolto a fini di polemica
ideologica
Le fila di coloro che non vedono l'ora di farla finita con
Charles Darwin non smettono di ingrossarsi. Appena qualcuno
fa notare che forse, su certi aspetti della storia naturale,
il vecchio naturalista inglese non aveva capito proprio
tutto, molti si lasciano sfuggire un mal riposto sospiro di
sollievo. Capita così che ciò che dovrebbe essere ovvio -
cioè che le teorie scientifiche si trasformano e si
aggiornano, senza ortodossie dogmatiche se non a loro
scapito - diventa un terreno di battaglia culturale.
Il dibattito si è riacceso dopo la pubblicazione, sul
Corriere della Sera del 4 novembre, di un articolo dello
scienziato cognitivo Massimo Piattelli Palmarini dal
provocatorio titolo «Darwin: i seguaci più ortodossi
smentiti dalla natura», e dall'ancor più eclatante occhiello
«Le ultime scoperte “smontano” la teoria dell'evoluzione».
Sfide come questa non soltanto sono legittime, ma meritano
nel caso specifico il plauso supplementare del coraggio.
Affinché il tentativo non sfoci però nella temerarietà
suicida, è bene che prima di imbarcarsi nello «smontaggio»
di un programma di ricerca tanto efficace nel dar conto
dell'intera realtà biologica si abbiano gli strumenti per
farlo, e soprattutto una teoria alternativa che abbia un
maggior potere esplicativo.
Onore dunque allo sfidante, innanzitutto, per aver
sottoposto all'attenzione del pubblico avanzamenti che
provengono da branche assai promettenti delle scienze del
vivente. Le scoperte dei geni «architetti» dello sviluppo
individuale, delle complesse reti genetiche che presiedono
alla strutturazione plastica degli organismi, delle
correlazioni fra le parti che compongono ogni essere vivente
non vanno affatto sottovalutate. Il punto è un altro: è
giusto trarre da queste conoscenze la conclusione che la
selezione naturale è diventata oggi «una fonte marginale
delle architetture biologiche» e dunque che la portata
rivoluzionaria della teoria di Darwin è ridimensionata?
Parrebbe di no. Molti processi evocati da Piattelli e dal
collega americano Jerry Fodor in chiave antidarwiniana sono
già inclusi da tempo nelle spiegazioni in uso: la selezione
- il cui carattere storico non impedisce affatto che sia
verificabile in laboratorio e in natura - da sola non basta
e non agisce ottimizzando singoli pezzi. Esistono importanti
fattori integrativi come le derive genetiche e le
migrazioni. Non fa più scandalo dire che, in natura, non
tutto è adattamento. Agitare allora lo spauracchio di una
presunta «ortodossia neodarwiniana» corrisponde poco alla
realtà. Sarebbe meglio focalizzarsi sull'inconsistenza delle
tesi degli sparuti difensori di un «ultra-darwinismo»
caricaturale (si noti, quasi mai evoluzionisti, più spesso
filosofi o storici) applicato a qualsivoglia campo dello
scibile, persino all'arte e alla letteratura.
I supposti fattori «non darwiniani» sono in realtà soggetti
a selezione naturale: una mutazione nello sviluppo
difficilmente si fisserà se i suoi effetti, diretti o
indiretti, pregiudicano le capacità di sopravvivenza e di
riproduzione. Se non vi fosse un tratto selezionato, le
variazioni collaterali non adattative nemmeno esisterebbero.
I cambiamenti dovuti alla struttura, e non alla funzione, di
un organo sono dunque compatibili o derivabili dalla
selezione: se anche non lo fossero, essi non sarebbero
comunque capaci di sostituirla come perno della spiegazione
evoluzionistica. Benché sia lecito cercarla, al momento non
vi è di fatto alcuna teoria dell'evoluzione «alternativa».
Un conto infatti è scoprire che esistono strutture formatesi
per ragioni non adattative, altro conto è dire che il grosso
dell'evoluzione avviene «senza adattamento», con la
selezione declassata ad attrice non protagonista.
Che l'evoluzione debba avvenire nel contesto delle leggi
fisiche, le quali impongono limiti alla sua efficacia, non è
questione controversa. Darwin stesso apprezzava l'importanza
delle correlazioni di crescita e intuiva che la selezione
non produce perfezione, ma fa quello che può in un contesto
di limitazioni contingenti, come un ingegnoso bricoleur. Le
«leggi della forma» - per quanto si possa essere affascinati
dal loro carattere «platonico» - non sono sostitutive della
selezione, ma integrative, perché fanno parte dello sfondo
di vincoli entro cui essa agisce.
Di matrice completamente diversa è la strumentalizzazione di
simili controversie in chiave religiosa. Le testate
creazioniste hanno salutato l'uscita di Piattelli come
un'insperata manna: ecco finalmente svelata l'impostura
darwiniana! L'interessato, opportunamente, si è dissociato
dai suoi devoti interpreti il 9 novembre, precisando
peraltro che non intendeva proporre alcuna «alternativa
all'evoluzione», solo un «arricchimento». I riferimenti alla
marginalità e al «non senso» della selezione naturale
lasciavano supporre diversamente, ma non sottilizziamo. Se
anche comparisse una teoria nuova, basata su meccanicistiche
e materialistiche leggi della forma, essa non offrirebbe
alcun appiglio all'idea che in natura sia all'opera un
«progetto intelligente» di origine sovrannaturale.
Le incursioni del neocreazionismo vanno a vuoto perché la
scelta non è fra un disegno superiore e un incedere casuale
a tentoni, ma fra un divino progettista scientificamente
inammissibile e una molteplicità di fattori - quelli
cruciali scoperti da Darwin e altri supplementari che non
poteva conoscere - che oggi compongono il programma di
ricerca evoluzionistico e spiegano molto bene la storia
naturale. Una storia dove non vi era alcuna necessità
apparente che comparissimo noi, esseri intelligenti e
litigiosi. Questa evidenza spiace, si sa. Ma il fatto che un
dibattito interno alla comunità scientifica - per quanto
eccessivamente vivace e forse malfermo nei presupposti -
venga stravolto ai fini di una polemica ideologica che nulla
ha a che vedere con la ricerca empirica mostra un lato
scivoloso della regredita temperie culturale in cui siamo
immersi. Il darwinismo si evolve, alcuni suoi pii detrattori
un po' meno.
By Telmo Pievani - Tratto da La Stampa.it
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