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Un
caso esemplare di "censura" scientifica da parte dell'Accademia
Nazionale dei Lincei di oggi...
Comunicazione ricevuta e pubblicata nel sito del prof. Bartocci socio
Asps: Umberto Bartocci - Dipartimento di Matematica Università di Perugina
06100 - Italy -
http://www.dipmat.unipg.it/~bartocci
Quella che segue è la "storia" del tentativo di pubblicare il
precedente lavoro sui Rendiconti dell'Accademia Nazionale dei Lincei -
rivista a cui ero particolarmente affezionato per motivi che risulteranno
noti tra breve - e del conseguente rifiuto (in qualche modo prevedibile, ma non con la
procedura che si vedrà: speravo almeno in un dialogo scientifico più
istruttivo).
In che modo interpretare l'accaduto? Una banale manifestazione di scarsa
competenza e professionalità editoriale, o un vero e proprio caso di
"censura scientifica", peraltro anche alquanto goffo ?
Il titolo
mostra quale sia la mia sincera opinione: se l'articolo non avesse
coinvolto la teoria della relatività, "santificata" da
"decenni ... di fisica teorica e sperimentale", bensì un
argomento di interesse del tutto marginale, avrebbe certamente conosciuto
una sorte molto migliore, come mi è sempre capitato nel mio passato di
professore universitario. Non che creda ovviamente a un
"complotto" in atto, a "direttive" pervenute chissà
da dove e da parte di chi, ma a un semplice spontaneo adeguamento allo
"spirito dei tempi", una sorta di auto-censura che non ha
bisogno di nessun intervento esterno.
La consapevolezza dell'opportunità
di certi comportamenti - nell'ambiente accademico, come in quello dei
giudici, o dei giornalisti! - si "respira nell'aria", e forse
questo è peggio che non subire un'esplicita interferenza che "non si
può rifiutare". Del resto, viene fornito al lettore OGNI elemento di
valutazione, sicché ciascuno potrà giudicare in coscienza da sé.
La presente divulgazione ha lo scopo non soltanto di fare della
"storia minima", ma pure di dimostrare con inoppugnabili dati di
fatto quali difficoltà si incontrino oggi a lavorare in taluni campi di
ricerca (e non solo oggi, e qui da noi: un illustre collega mi informava tempo addietro
che, intorno agli anni '50, era diffusa negli Stati Uniti, negli ambienti
competenti, la convinzione che non si potesse fare carriera accademica nel
campo della fisica se si scriveva qualcosa contro Einstein e la relatività),
e illustrare uno dei motivi perché certe teorie "resistano" di
conseguenza per decenni. Se gli studi in proposito vengono cosi'
"scoraggiati", in un ambiente dove viene molto apprezzata la
"produttività", è ovvio che la maggior parte dei ricercatori
rivolgerà la sua attenzione altrove - si potrebbe aggiungere che quello
qui illustrato non è l'unico caso esemplare e documentabile di cui sono a
conoscenza, essi potrebbero anzi essere oggetto di un interessante
pamphlet sull'attuale "sociologia della scienza".
Più che di una brutta storia, direi che si tratta di una storia triste,
sia per l'"etica scientifica" italiana, sia per motivi
personali, dal momento che, come dicevo, mi aspettavo non tanto che il
lavoro venisse accettato,
quanto maggiore "cordialità comunicativa", sia pure unicamente
per "amicizia"...
P.S. Poiché mi è capitato spesso di discutere della questione con
diverse persone, sottolineo che il materiale seguente viene reso pubblico
in perfetta conformità alle disposizioni di legge in materia di stampa e diritto d'autore, tenuto conto che il relativo Art. 93 (Capo VI, Sezione
I, "Diritti relativi alla corrispondenza epistolare") recita
espressamente: "Le corrispondenze epistolari, gli epistolari, le
memorie familiari e personali
e gli altri scritti della medesima natura,
ALLORCHÈ ABBIANO CARATTERE
CONFIDENZIALE o siI RIFERISCANO alla INTIMITÀ della VITA PRIVATA, non
possono essere pubblicati, riprodotti od in qualunque modo portati alla
conoscenza del pubblico senza il consenso dell'autore, e, trattandosi di
corrispondenze epistolari e di epistolari, anche del destinatario".
È ovvio che ogni atto inerente funzioni pubbliche o semipubbliche, e
associati "doveri d'ufficio", non rientra nella citata
fattispecie...
Breve cronistoria-indice con commento - il numero d'ordine si riferisce
ai documenti successivamente allegati.
1 - Nel settembre del 1999 spedisco ai Lincei il lavoro.
2 - Nel mese di novembre giunge una frettolosa risposta negativa. Va
evidenziata la circostanza che alla decisione si perviene sulla base
dell'opinione di UN SOLO referee (punto 1bis) - peraltro, come verrà
ammesso poi, del tutto ERRATA dal punto di vista del contenuto
strettamente scientifico - e che non viene concessa alcuna possibilità di
replica.
3 - Invio subito una breve risposta interlocutoria, occasionata più da
ragioni personali, che non "ufficiali".
4 - Spedisco invece nel gennaio 2000 una lunga e motivata relazione.
5 - Per diversi mesi non ho alcun tipo di risposta dai Lincei, né
confidenziale né formale, nonostante considerassi il Direttore dei
Rendiconti un buon amico dal tempo dei miei studi nella capitale.
Mi rivolgo allora direttamente, in maggio, al Presidente dell'Accademia,
Prof. Edoardo Vesentini, un matematico assai noto che pure avevo avuto
modo di conoscere in passato, ricordandogli i "doveri" di
un'istituzione culturale che aveva così illustri antecedenti storici.
6 - Ricevo presto (giugno) dalla segreteria dei Lincei una segnalazione
che il caso verrà discusso di nuovo, e che il réferee richiede tempo per
dare una risposta (si potrebbe scommettere che non aveva mai pensato di
replicare nel periodo intercorso tra la sua prima relazione e
l'indovinabile onesto intervento del Presidente dell'Accademia).
7 - Il 20 settembre (e siamo ormai a un anno di distanza dall'origine
della vicenda) arriva l'annunciata replica (punto 7bis), assieme a una
nuova comunicazione formale di rifiuto da parte della Direzione della
rivista.
Il réferee ammette onestamente il suo errore nel merito, ma ritiene il
lavoro "leggermente ambiguo"; si interroga poi sul suo
"senso" e la sua "necessità", come se sia pure
unicamente correggere i comuni errori che si fanno nell'insegnamento della
relatività non fosse scopo utile (in effetti l'articolo conteneva anche
una proposta sperimentale, che non soltanto è stata accolta ed effettuata
da altri colleghi fisici più "aperti" - vedi il punto N. 10 di
questa stessa pagina sui Fondamenti della Fisica - ma è stata pure
oggetto di attenzione da parte dell'M.I.T., certo non un covo di
"eresia scientifica"; si veda anche il documento inserito in
appendice
sempre al presente punto). Riconosce infine di "non essere la persona
giusta per giudicare se [l'articolo] merita o meno di essere
pubblicato", in quanto lo inquadra adesso sotto l'aspetto di un
lavoro di preminente eventuale interesse storico od epistemologico, e
invita di conseguenza - adottando una strategia tipica di siffatte
imbarazzanti situazioni - a rivolgersi a una rivista di Storia della
Scienza (che naturalmente inviterà a sua volta, e a ragione!, a
rivolgersi ancora altrove: da Pilato a Erode, e ritorno, è storia ben
vecchia).
La Direzione motiva questa volta il suo diniego non in modo
"scientifico" (del tipo cioè che si era tentato di utilizzare
in precedenza), ma aridamente burocratico - dopo un accenno a far propria
l'anzidetta "strategia" dello scaricabarile. Bisognerebbe andare
a verificare se in effetti l'invocato regolamento disciplina sempre le pubblicazioni che compaiono sui Rendiconti dei Lincei (se la motivazione
fosse stata del tutto "autentica", la si sarebbe invocata prima,
senza suscitare tante discussioni, o no?!), ma lasciamo stare per amor di
patria...
8 - Mia replica finale. - (UB,
febbraio 2001)
1.Egr.
Direttore, [al momento non sapevo ancora di chi si trattasse] spero mi
vorrà scusare se le propongo il qui allegato lavoro per un'eventuale
pubblicazione sugli Atti dell'Accademia in modo così
"irrituale" (per la verità, neanche sono consapevole di quanto,
non essendo più al corrente da anni delle vostre attuali
"regole"), ma confido nell'antica tradizione storica
dell'istituto, soprattutto di fronte a contributi "fuori del
coro" quali il presente, per superare eventuali "formalità".
Mi sento inoltre autorizzato a seguire questa inusuale procedura dal
ricordo della mia lunga, ancorché vecchia!, consuetudine di rapporti (e
di pubblicazioni) con l'Accademia, quando ero assistente del suo
indimenticato Presidente Prof. Beniamino Segre, e come tale tra i suoi più
stretti collaboratori al tempo della fondazione del Centro
Interdisciplinare Linceo.
Il perché mi rivolgo oggi all'Accademia è presto detto. Come potrà
vedere nella Nota Editoriale apposta al termine dell'articolo, esso ha per
la verità già assolto a parecchie delle funzioni per cui era stato
pensato,
avendo conosciuto nel corso degli anni una certa diffusione
"privata" presso le persone più interessate a certo tipo di
studi. Non ho mai voluto tradurlo in inglese, per motivazioni ideologiche
di cui potrà trovare cenno nell'accluso foglietto (che le invio per sua
eventuale curiosità personale - e guardi che io ho studiato matematica più
di due anni a Cambridge dopo la laurea a Roma!), sicché esso sembrava
destinato a restare nella sua forma di eterno preprint, quando un collega
mi ha di recente sollecitato a tentare comunque una sua pubblicazione
ufficiale, e, note le mie sopra accennate idiosincrasie, ricordato appunto
la rivista dell'Accademia.
Avevo tentato in effetti, in un primo momento,
di seguire la via gerarchica, rivolgendomi all'unico dei miei vecchi
"professori" tuttora vivente, il caro Prof. Martinelli, con il
quale ero rimasto sempre legato da particolari vincoli d'affetto, ma, come
saprà, anch'egli è recentemente scomparso; anzi, proprio pochissimo
tempo prima mi aveva fatto avere un commovente commento sulla sua
impossibilità di procedere oltre (sempre per sua curiosità, le allego
anche questo).
Che dirle di più?, mi sembra di aver accennato all'essenziale, e resto in
attesa di sue indicazioni su come si possa andare avanti. Aggiungo
soltanto che potrei farvi avere un dischetto con il file del testo in
formato WinWord 6.0, e dell'unica "figura" in esso contenuta in
formato Tif.
Ringraziandola per l'attenzione che vorrà cortesemente concedermi, le
invio molti cordiali saluti,
Perugia, 3.9.99
Allegati:
Un populu mittitulu a catina spugghiatilu attuppatici a vucca è ancora
libiru
Livatici u travagghiu u passaportu a tavula unni mancia u lettu unni dormi
è ancora riccu.
Un populu diventa poviru e servu quannu ci arrobbanu a lingua addutata di
patri: è persu pi sempi
(Ignazio Buttitta)
Estratto da un mio recente libro:
"avevamo già deciso di presentare per la prima volta il lavoro in
italiano, e non soltanto per la presenza di ampie citazioni dallo scritto
originale del De Pretto, ma anche perché non era del tutto estraneo,
almeno allo scrivente, il desiderio di reagire in qualche modo al condizionamento
culturale mono linguistico imposto dall'uso della lingua inglese1, così
universalmente prescritto oggi, a volte anche con scarse motivazioni, da
far sentire di vivere in una colonia)"...
1 A questo proposito appare interessante citare il pensiero espresso dallo
storico Jacques Le Goff nell'Introduzione a Le Università dell'Europa (A.
Pizzi Ed., Milano, 1990): "L'Europa della cultura deve essere
un'Europa plurilinguistica capace di opporsi al monolinguismo dell'inglese
che, forte del peso economico degli Stati Uniti - che non esiste però nel
mondo del sapere e della cultura - sembra adatto solo all'Europa degli
affari."
2.Caro Umberto, ho
sottoposto il tuo lavoro intitolato "Su una possibile falsificazione
sperimentale della teoria della relatività ristretta" presentato per
la pubblicazione nei Rendiconti Lincei: Matematica e Applicazioni,
all'esame di un referee. ma, sfortunatamente, come puoi vedere, il
giudizio è negativo.
Per ovvie ragioni non posso che respingere la pubblicazione del tuo
lavoro.
Spero che avrai più fortuna altrove.
Con i miei più cordiali saluti e auguri,
Corrado De Concini
Roma, 23 novembre 1999
2bis.
Giudizio sul Lavoro: "Su una possibile falsificazione sperimentale
della teoria della relatività ristretta" di Umberto Bartocci
presentato per la pubblicazione sui: Rendiconti Lincei: Matematica e
Applicazioni.
Il lavoro in questione si compone, sostanzialmente di una lunga
introduzione in cui l'autore descrive approssimativamente e molto
criticamente come la teoria elettromagnetica di Maxwell trovi il suo
naturale inserimento nel quadro concettuale della teoria della relatività
ristretta e in un calcolo di elettrodinamica classica che, secondo
l'autore, mostrerebbe come il risultato di una certa misura dipenda dal
moto del laboratorio rispetto ad un particolare riferimento "in
quiete assoluta" dove con questo sembra intendere un riferimento
fermo rispetto all'etere.
Partiamo da questa seconda parte: a parte il fatto che tutte le verifiche
concettuali e sperimentali contro l'esistenza dell'etere sembrano non
interessare in alcun modo l'autore né, tantomeno, convincerlo, il calcolo
che viene presentato è errato.
Infatti se un osservatore in quiete assoluta vede una carica puntiforme in
moto con velocità costante posta al centro di una spira circolare
percorsa da corrente, anche essa in moto con la stessa velocità della
carica, di modo che la carica si trovi sempre al centro di essa, e vuole
studiare l'eventuale forza relativa agente tra la carica e la spira deve
tenere conto del fatto che:
a) la spira genera un campo magnetico che produce una forza di Lorentz
sulla carica q in moto con velocità v.
b) La carica q in moto è una corrente, quindi essa, a sua volta, genera
un campo magnetico che opera
secondo
la forza di
Lorentz, sulle cariche in moto all'interno della spira.
Non è in alcun modo
sorprendente che queste due forze si compensino esattamente per cui la
carica q continua a rimanere nel centro della spira ed a muoversi con moto
rettilineo uniforme
Un esempio concettualmente del tutto simile ed oltremodo istruttivo si
trova sul, mai troppo studiato, "Lectures on Physics" di R.P.
Feynman, R.B. Leighton, M. Sands, Addison Wesley-Student series, Vol. II, par. 13-6: the relativity of magnetic and electric fields.
Quindi l'asserto iniziale del paragrafo 1: Si proverà qui invece
che la TRR è del tutto falsificabile con esperimenti.... è falso.
Inoltre lo è, falso, per due ulteriori ragioni. Infatti:
1) È ben noto che esperimenti di natura elettromagnetica possono, in
linea di principio, falsificare la teoria della relatività ristretta a
partire dall'esperimento di Michelson-Morley, ma il risultato è stato
invece, finora, di totale conferma della teoria.
2) Quello che in effetti l'autore sembra volere dire è che è possibile
falsificare la teoria con esperimenti in cui la discrepanza del risultato
in due diversi riferimenti inerziali non sia di ordine: O(v/c) ma di
ordine
O(1). Ciò che l'autore in realtà sostiene è, dunque, che la teoria
elettromagnetica è in grado di distinguere tra diversi sistemi inerziali
in moto con velocità relativa arbitrariamente piccola. Pertanto,
semplicemente, egli nega non solo il principio di covarianza
relativistica, ma anche il principio di covarianza galileiana.
Naturalmente per far questo è costretto a reintrodurre una nozione di
etere. L'esempio che porta a prova di questa sua affermazione è come già detto sbagliato.
Inoltre questa affermazione è contraddetta da decenni, forse bisognerebbe
dire oramai da un secolo, di fisica teorica e sperimentale. Tuttavia
l'autore sembra prendere troppo alla lettera il detto "molti nemici
molto onore" e ritiene tutto questo solo dovuto ad una "moda
positivista" ed ad un "malinteso senso di superiorità
accademica", vedi nota 34.
A parte tutto anche la sua introduzione storico-filosofica della prima
parte del lavoro lascia molto perplessi: le citazioni di Feyerabend e
Thom, strano il ricorso dell'autore al principio di autorità, lasciano il
tempo che trovano così estrapolate da ogni ragionevole contesto.
Sorprende "...l'arbitrarietà definitoria tipica della
matematica..." (sic). Sorprende e molto l'idea che si debba ricercare
appunto nell'etere la ragione per le pretese "...inspiegabili (?!)
particolarità della fenomenologia del mondo microfisico...", pag. 6.
Così abbiamo, oltre alla teoria della Relatività Ristretta, eliminato di
un sol colpo ottanta anni di meccanica quantistica...
A pag. 8 punto (3) viene citato del tutto a sproposito il principio di
corrispondenza.
A pag. 9 ci si libera di in sol colpo della teoria della Relatività
Generale, forse una delle opere intellettuali più impressionanti di
questo secolo, con "...lasciando pure da parte le ulteriori
sofisticazioni matematiche - gli spazitempi "curvi" - della
teoria della relatività generale..."
A pag. 11 l'autore stabilisce con grande enfasi che la teoria di Maxwell
è una teoria fisicamente "indeterminata" e nella nota 24 si
meraviglia che le equazioni di Maxwell omogenee ammettano soluzioni non
nulle.
Qui non si capisce se dimentica il ruolo e l'esistenza delle
condizioni iniziali e delle condizioni al contorno e che cosa veramente lo
sorprende. È come se ci si dovesse sorprendere perché le equazioni di
Newton ammettono soluzioni in assenza di forze.
A pag. 16-18 il calcolo di elettrodinamica di cui abbiamo già parlato.
Si ritiene pertanto opportuno respingere il lavoro suddetto.
3. Carissimo Corrado, sei proprio tu ?,
l'ex-studente che fece il miglior esame di Algebra che ricordi nel corso
della mia ormai lunga attività accademica ? Ora che sono nella fase di
tramonto della vita, mi capita di ripensare ogni tanto con un
pò di nostalgia a quei giorni, a Lombardo Radice, a Claudio Procesi,
etc..
Mi fa piacere avere avuto modo di "incrociarti" di nuovo, ma
vengo comunque subito al punto di questa mia comunicazione, per non farti
perdere tempo.
Ho appena ricevuto la tua lettera del 23.11, Prot. 290/99/RED, con
allegato parere di un referee. Immagino che tu abbia dato almeno
un'occhiata alla cosa, e immaginerai che io sia costretto a replicare alle
obiezioni del referee, LADDOVE ESSE SONO OGGETTIVAMENTE ERRATE.
C'è naturalmente qualche aspetto "soggettivo" della
discussione, sul quale ognuno manterrà ovviamente la propria opinione
(sulla bontà o la negatività di certe teorie), ma per fortuna la scienza
è contraddistinta da avere almeno una certa parte oggettiva, e su questa
fonderò le mie FACILI controdeduzioni.
In effetti, detto tra noi, il giudizio ricevuto mi conferma
nell'impressione che tra i fisici su certi argomenti si siano instaurate
delle "leggende metropolitane", e che tutti continuino a
ripetere certe affermazioni senza esserne criticamente consapevoli, senza averne mai verificato le
"dimostrazioni" !
Io sono sempre un matematico, anche se mi occupo da tanto tempo di
fondamenti della fisica, e quando affermo qualcosa so bene quello che
dico. Anche in questo caso, non ho alcun dubbio infatti di avere ragione
io, e in tutti i punti. Cose di tal genere mi sono già capitate, in
questo settore di ricerca in cui sono riscontrabili forti connotati
ideologico-emotivi (obiezioni dello stesso tipo mi furono fatte per
esempio dall'American Journal of Physics, fino a che il noto relativista
Prof. Rindler non scrisse all'editore, al tempo il Prof. Romer, nero su
bianco che avevo ragione io, permettendo la pubblicazione del lavoro), ma
se ti scrivo subito prima di inviarti la mia replica (che mi prenderà
qualche giorno di tempo, ho anche tante altre cose da fare), a parte che
per salutarti, è per chiederti sin d'ora chiarimenti sull'ultima parte
della tua comunicazione,
laddove scrivi "non posso che respingere" etc..
Immagino infatti che sia prassi anche dei Rendiconti di valutare, di
fronte ad obiezioni di un referee, le risposte dell'autore, e in caso di
ricorrere anche a un secondo referee per un arbitrato. Aumenta così la
probabilità che se ne trovi uno che capisca di cosa si parla, per esempio
che asserire che la Teoria di Maxwell è "fisicamente
indeterminata", pur tenuto ovviamente conto di condizioni iniziali o
al contorno, significa esattamente dire che la sua applicazione in casi
concreti dipende dalla "definizione" che si deve dare A PRIORI dei termini noti delle celebri equazioni (densità di carica e di
corrente): è ovvio che se si dà una definizione relativistica di queste
quantità verranno fuori dei risultati, delle previsioni, relativistici,
ma quella appunto non è l'unica possibile definizione (anzi, non era
certo la definizione che dava Maxwell, o che usò
Einstein quando, PRIMA di enunciare la sua teoria, annoverò il fenomeno
dell'induzione elettromagnetica tra le possibili conferme sperimentali del
principio di relatività).
O NON È QUESTA LA VOSTRA ATTUALE PROCEDURA ? !
Ti prego in caso di
avvertirmene, così mi risparmio eventualmente la fatica di rispondere...
Ciao, un carissimo saluto
dal tuo Umberto Bartocci
4.Replica alla relazione del referee a proposito del lavoro:
"Su una possibile falsificazione sperimentale della teoria della
relatività ristretta"
"A semplificare quello che si intende dire si finisce per falsarlo.
Si può soltanto cercare di dire il
più esattamente possibile quello che si ha in mente."(A. Cross)
Caro De Concini,
rispondo alla tua
comunicazione del 23.11 u.s., Prot.: 290/99/RED, con una replica analitica
all'unica relazione negativa che mi è stata inviata in ordine alla mia
proposta di pubblicazione, chiedendoti formalmente che essa venga
esaminata non soltanto dal primo referee (il che è pure doveroso, ma è
chiaro che mi sembra difficile prevedere una sua "conversione"
sulla strada di Damasco, vista la posizione che ha alquanto
imprudentemente assunto), ma anche da altra persona davvero competente, la
cui collaborazione non dovrebbe esservi difficile riuscire ad ottenere
(comunque, per quanto riguarda il puro schema logico della discussione,
anche un qualsiasi buon matematico - senza pregiudizi - potrebbe esprimere
un decente parere).
Posso aggiungere che di siffatte "diatribe" sono ormai più che
esperto, e che per esempio qualche anno fa, sostanzialmente sullo stesso
argomento, l'American Journal of Physics affidò il richiesto arbitrato al
noto esperto di relatività Prof. W. Rindler, il quale ebbe l'onestà
intellettuale di ammettere che avevo ragione (nonostante ciò implicasse
che aveva torto lui, in relazione a quanto aveva asserito in un suo
precedente lavoro).
In effetti, mi rendo conto che per quanto riguarda l'Italia (alla quale si
è giocoforza confinati essendo l'articolo scritto in italiano) la
"pratica" non sia troppo semplice da mandare avanti, perché
pochi sono gli esperti del
ramo, e di solito tutti con una ben precisa loro opinione su siffatti
argomenti, spesso (non perfetta e) già illustrata anche in analoghi
lavori "concorrenti".
Trovare una persona capace di esprimere un giudizio oggettivo, non sarà
invero del tutto facile, soprattutto senza allargare troppo il discorso!
Questo accade in effetti spesso in fisica, si afferma una cosa e subito si
replica: ma allora come si spiega quest'altra? Come se non fosse troppo
semplice applicare anche in questo campo di indagini il metodo cartesiano
di "dividere ogni difficoltà in parti elementari fino al limite del
possibile", cominciando ogni studio "dagli oggetti più semplici
e più facili da conoscere", salvo poi a "salire poco a poco e
come per gradi alla conoscenza dei più complessi". Conto almeno che
il "livello" delle obiezioni che riceverò possa appunto
"salire".
In ogni caso, se vorrai (ho notato che questa di indicare a priori degli
esperti per un lavoro proposto per la pubblicazione è prassi comune
presso certe riviste straniere), potrei proporti dei nomi, come il Prof.
Francaviglia, di Torino, il Prof. Spavieri, di Merida, Venezuela, il Prof.
Bergia, di Bologna, il Prof. Kostro, di Danzica, che conosce un po'
l'italiano, o i Proff. Rodrigues e Assis, di Campinas, Brasile, etc..
Com'è prassi di ogni lavoro di matematica che si rispetti, comincio con
l'enunciare la tesi che dimostrerò: il referee ha completamente torto, ed
evidentemente non ha ben compreso la questione.
Con queste parole mi riferisco ovviamente alla parte oggettiva del
contendere, ovvero a quella più propriamente scientifica. Nella seguente
relazione distinguerò tra le obiezioni ricevute in tale contesto, da
quelle portate invece contro la parte del lavoro che comprende congetture,
opinioni, etc., visto che anche a queste critiche - che si limitano
peraltro ad esprimere quella che è l'attuale "opinione comune"
della comunità dei fisici (a me ben nota !, altrimenti non ci sarebbe
stata necessità del mio saggio) - è comunque doveroso rispondere.
Faccio
notare però che, a priori, l'eventuale validità della tesi precedente
dovrebbe essere interpretata anche come un elemento a favore della
circostanza che, opinione per opinione, anche quelle che io riporto
dovrebbero essere prese almeno in considerazione.
Ci tengo pure a sottolineare esplicitamente che, come avrai del resto già
compreso, non è mia abitudine privilegiare la sinteticità a scapito
della chiarezza - ricordi?, nel libro di "Algebra Commutativa"
del compianto Prof. Zariski, che è stato uno dei miei
"maestri", compariva l'assai istruttiva epigrafe (da
Courteline), analoga a quella da me apposta all'inizio di questa
relazione:
Le juge: Accusé, vous tâcherez
d'être bref.
L'accusé: Je tâcherai d'être clair.
Ciò nonostante,
prevedendo che le persone chiamate a giudicare di questa disputa non
avranno molto tempo, o voglia, per approfondirne ogni aspetto
(caratteristica generale purtroppo dei tempi in cui viviamo), isolerò la
questione più rilevante, e cioè: se il calcolo che ho proposto è
davvero sbagliato, come sostiene il referee, o no.
Su questo almeno si
dovrebbe poter convenire tutti, anche coloro che hanno fatto della difesa
della relatività uno degli scopi della loro vita. Si potrà poi
aggiungere che questo calcolo è inessenziale, che altri argomenti
mostrano che l'esito dell'esperimento che io propongo non potrà essere
quello che io spero (la
fisica è una scienza a posteriori, e non si può dire quale sarà il
risultato di un esperimento prima di effettuarlo, lo si può al massimo più
o meno ragionevolmente prevedere!), etc., ma almeno un punto fermo lo
avremo raggiunto.
Termine questo preambolo sottolineando che, se da un lato non mi ha fatto
evidentemente piacere dover sacrificare diverse preziose energie a questo
lavoro di replica, dall'altro non potevo sperare in una prova migliore di
quanto da me asserito proprio all'interno dell'articolo in discussione,
laddove sostenevo che su certe questioni di fisica esiste un "comune
punto di vista" basato su asserzioni erronee, e aggiungevo che ciò
può essere una causa "dell'attuale confusione mentale che sembra
regnare nel campo dei fisici". Come dire, che proprio l'infondatezza
delle obiezioni ricevute dimostra ampiamente l'originalità (devo dire,
purtroppo!) del mio articolo, e quindi la necessità che esso venga
pubblicato. Non mi illudo naturalmente
che questo possa bastare per modificare davvero la situazione, e rendere
la fisica un po' più simile alla matematica, almeno laddove è possibile
(del resto, a fare questa medesima analisi, e a cercare di porvi rimedio,
ci aveva provato anche lo stesso Hilbert!), ma da qualche parte bisognerà
pur cominciare.
Come scriveva il nostro illustre astronomo G. Schiaparelli
in un simile contesto all'inizio del secolo: "Insomma: se sarebbe
troppo il dire ch'Ella ha spiegato le cose come stanno, proprio come
stanno, mi pare tuttavia di non eccedere la giusta misura dicendo che Ella
ha aperto al nostro sguardo nuove possibilità, la cui considerazione deve
essere sufficiente a moderare il tono dogmatico, con cui diversi
scienziati, anche di gran vaglia, hanno parlato e vanno parlando...".
La storia, evidentemente, si ripete sempre...
I parte - Replica all'obiezione scientifica principale
A) Secondo il referee: "il calcolo che viene presentato è
errato".
L'unico argomento che viene portato contro la correttezza del calcolo di
cui trattasi è un vago: "Non è in alcun modo sorprendente che
queste due forze si compensino esattamente...", ma, a parte il fatto
che decidere se questa compensazione avvenga o no non si può certo
risolvere a parole, al referee sembrano sfuggire i punti fondamentali in
discussione.
A1) La "compensazione relativistica" tra le forze in esame non
avviene certo per il motivo indicato dal referee.
In effetti, la forza di cui al suo punto
b) non ha evidentemente alcun rilievo in ordine al caso in considerazione,
e questo per due motivi.
A2) Il primo, e più rilevante, è che la carica q è definita
appositamente come una test charge ("carica di prova", vedi
l'inizio della sezione 7) ovvero, per definizione, la si suppone incapace
di modificare il campo di cui lei è chiamata soltanto a misurare l'effetto. Come dire, che q si
suppone "piccola" quanto si deve rispetto agli altri parametri
(intensità di corrente, raggio della spira, etc.) determinanti la
grandezza fisica che si desidera studiare.
A3) Il secondo, se il primo non bastasse, è che la forza di Lorentz
relativa al campo magnetico generato dalla carica q in moto agisce sulle
"cariche in moto all'interno della spira" in direzione
ovviamente perpendicolare alla spira medesima, e quindi è del tutto
ininfluente ad alterare il campo elettromagnetico da essa generato.
A4) Il suggerimento del referee di prendere in considerazione anche
l'effetto della carica (ma comunque allora non più "di prova"!)
sulla spira non è naturalmente privo di generale interesse, ed è in
effetti stato oggetto di studi aventi finalità diversa da quella del
lavoro in esame. Per esempio, discussioni concernenti i limiti della
validità del principio di azione e reazione in ambito relativistico.
L'azione della carica sulla spira, che è come un "ago
magnetico", dovrebbe manifestarsi mediante una torsione, che in
effetti sembra non "vedersi", tanto che questo problema è noto
agli specialisti del settore come il problema della missing torque.
A5) La spiegazione relativistica del caso in considerazione non è certo
quella indicata dal referee, ma consiste nel fatto che appare, nel
riferimento R in cui la spira è in movimento, un campo elettrico oltre a
quello magnetico - e questo è vero anche nella teoria di Maxwell classicamente
intesa (EMC), che si intende appunto mettere a confronto con la teoria di
Maxwell relativisticamente intesa (EMR). La differenza tra le due teorie
è che l'unico contributo al campo elettrico di cui trattasi, nel primo
caso è il termine:
-q A/ t, mentre nel secondo, del tutto correttamente secondo il punto
di vista relativistico, ad esso si deve aggiungere un termine non nullo -qÑ
F .
Ovvero, secondo la relatività, il potenziale F della spira in moto non è
zero, al pari del suo gradiente, come accade invece nel caso della spira
in quiete (sempre in relazione allo stesso R), e proprio di questa
specifica previsione relativistica il lavoro si occupa, proponendo di verificarla
sperimentalmente (come tra l'altro si è già iniziato a fare seriamente,
vedi quanto riferito nella nota editoriale, e nella nota N. 44).
A6) Per maggiore chiarimento, si allegano dei fogli alquanto informali
contenenti il calcolo esplicito dell'effetto indicato (già verificato da
altri colleghi), che si era omesso per brevità (né, del resto, è troppo
difficile da essere effettuato da soli).
II parte - Replica alle
altre obiezioni scientifiche
B) Il referee si meraviglia che la teoria di Maxwell venga detta
"fisicamente indeterminata".
È naturalmente tutta una questione
di definizioni, e di peso semantico da dare a quell'aggettivo
"fisicamente".
Come specificato nel paragrafo 4, con questa espressione si vuol soltanto
sottolineare che "il sistema delle equazioni di Maxwell", pur
con una serie di specificazioni, ma senza ulteriore regole prescrittive,
per esempio in ordine all'assegnazione dei "termini noti" densità
di carica e densità di corrente, non basta a risolvere "semplici
problemi fisici", come quello prima discusso. Si potrebbe dire che è
tutto un problema di assiomi, i quali debbono essere esplicitamente dati.
Questa "teoria di Maxwell in senso stretto" può essere
integrata con assunzioni di tipo classico, ed ecco quello che ho definito
EMC, o con ipotesi di tipo relativistico, ed ecco EMR - teoria del tutto
legittima a priori, ma non c'è da sorprendersi poi se, all'interno di
EMR, vengano fuori delle previsioni di tipo relativistico (simmetrico)! In
particolare, le due teorie coincidono nel celebre esempio dell'induzione
elettromagnetica, che Einstein assunse a fondamento della sua proposta di
estensione del principio di relatività dalla meccanica a ogni fenomeno
naturale, ma, come specificato nel lavoro, questa deve considerarsi più
un'eccezione che non una regola - almeno in teoria, bisogna poi vedere
cosa la Natura ha da dirci al riguardo...
C) Il referee sintetizza quanto asserito nella nota 24 dicendo che
l'autore si "meraviglia" che le equazioni di Maxwell omogenee
ammettano soluzioni non nulle. Naturalmente, non c'è nessuna meraviglia
di fronte al puro fatto matematico, c'è semmai meraviglia, dal punto di
vista fisico, che queste possano venire accettate come reali soluzioni
fisiche relative alle logicamente indispensabili sorgenti del campo, e
all'ovvio problema della necessità di univocità della soluzione in certe
condizioni. Siamo di fronte a un'altra delle prove che la teoria di
Maxwell strettamente intesa non può essere considerata fisicamente
completa.
Questa nota è assai significativa, tanto è vero che non ci si è
limitati ad esprimere un'opinione personale al riguardo, ma è stata data
anche un'autorevole citazione. Di "condizioni iniziali", o
"al contorno", l'autore è evidentemente bene al corrente, ma
nel presente contesto non c'entrano nulla: si sta lavorando globalmente,
su tutto lo spazio-tempo. Spiace che il referee non si sia accorto di non
avere a che fare con una critica superficiale proveniente da persone poco
esperte.
Per esempio, in altro punto consiglia anche la lettura del "mai
troppo studiato" testo del Prof. Feynman, senza rendersi conto che
proprio queste lezioni sono citate all'inizio della sezione 4, nella nota
14, e nella nota 17, e che è perfettamente noto allo scrivente il punto
di vista di questo famoso autore.
D) Il referee sostiene che: "Viene citato del tutto a sproposito il
principio di corrispondenza".
Direi che invece il principio di
corrispondenza è citato del tutto a proposito (l'origine di questa
obiezione non l'ho invero ben compresa: c'è forse qualche fraintendimento
sui nomi, per esempio un equivoco tra "principio di
corrispondenza" e "principio di equivalenza"?, mah!). Il
fatto è che in questo lavoro si dimostra che il detto principio è falso, con tanto dispiacere per i fisici che vi sono
così affezionati (e bisognerebbe indagare meglio le motivazioni
epistemologiche di tale "affetto").
Si tratta comunque di un
principio di natura extra-scientifica, la cui invalidità nulla toglie per
esempio all'eventuale validità fisica della teoria della relatività.
Semmai, quelle ad essere messe in crisi sarebbero soltanto certe
ricostruzioni epistemologiche, storiche, didattiche, "di
comodo", ma niente di più.
Si può consigliare a questo riguardo la
lettura del seguente articolo di Marco Mamone Capria, oggi senz'altro uno
dei più competenti esperti di relatività in circolazione (che non ho
citato nella precedente lista di nomi soltanto perché è stato con me
coautore dei primi due lavori pubblicati dedicati alla specifica questione
qui discussa):
"The
Theory of Relativity and the Principle of Correspondence", Physics
Essays, 8 (1994), pp. 78-81.
E) Il punto 1)
del referee è senz'altro quello più accettabile, anche se con diversi
distinguo.
Prima di tutto, l'articolo si rivolgeva principalmente ai
sostenitori dell'interpretazione convenzionalista della relatività, che
non è evidentemente condivisa né dal referee né dallo scrivente, e
allora tanto meglio (ma la schiera dei convenzionalisti annovera illustri
rappresentanti, e argomenti non banali, quali l'arbitrarietà della
definizione di simultaneità). Inoltre, poiché è tradizionale, anche da
parte degli anti-relativisti, appuntare tutta l'attenzione sul II
principio della relatività ristretta, che è certamente di natura almeno
parzialmente
convenzionale, scopo del lavoro era riportare la discussione invece sul I
principio, la cui validità si considera di solito, ma a torto!, scontata
(ci sono naturalmente ragioni addirittura secolari per questa
convinzione).
Infine, quando nel lavoro si parla (in più punti, ma si veda soprattutto
la nota N. 22) della necessità di esperimenti elettromagnetici diretti
atti a confermare la validità del principio di relatività in
elettrodinamica, si intende proprio suggerire di non prendere in
considerazione esperimenti ottici, causa le ben note difficoltà di una
"teoria fisica" della luce, che si risolvono soltanto in altri e
più complessi ambiti teorici con principi
quali quello di "dualità", etc. (c'è il rischio che si cada
altrimenti nella trappola del cercare di risolvere l'ignotum attraverso
l'ignotius). Un esperimento senz'altro accettabile, a parte quello di
induzione elettromagnetica di cui già si è detto, è quello di Trouton-Noble, ma
si spera che il referee ammetta che il numero di tali esperimenti non è
troppo alto, per usare un understatement. Inoltre, non c'è dubbio in chi
scrive che tutti gli esperimenti finora portati a "totale conferma
della teoria", come dice il referee (e, per la verità, come è
scritto anche in quasi tutti i testi "ufficiali"), siano
accompagnati nella loro interpretazione da altre ipotesi per lo meno
discutibili (quali quella che la Terra si muova realmente nell'etere,
indispensabile al Michelson-Morley citato), o possano essere addirittura
dotati di un significato totalmente contrario alla relatività. È per
esempio questa l'opinione espressa in recenti noti articoli del Prof. F.
Selleri, che ascrivono il fenomeno della "dilatazione dei tempi"
di particelle veloci etc. a effetti assoluti anziché relativi. La verità
è che ciò che manca in quasi tutti, per non dire tutti, gli esperimenti
citati ad abundantiam in questo genere di discussioni, è proprio la
verifica di relatività, di simmetria.
Ma questa è in effetti polemica
che va ben oltre i limiti necessariamente angusti del lavoro in esame.
Stupisce e dispiace però, non si può non ripeterlo, che il referee non
abbia compreso di avere di fronte un esperto di queste problematiche, e
non un qualsiasi crank, da mettere a posto con poca fatica.
F) Quando il referee dice (nel punto 2)) che si "nega non solo il
principio di covarianza relativistica, ma anche il principio di covarianza
galileiana", coglie assolutamente nel segno. Una corretta teoria
dell'etere (o del riferimento assoluto) deve mettere in discussione anche
il secondo (il primo in senso cronologico) sacro principio. Ma perché
tanto scandalo, soprattutto da parte di qualcuno che opera per
un'Accademia che era sorta proprio per reagire ad anatemi di questo
genere? Nella scienza tutto si può sempre rimettere in discussione, o
no?!, e il referee non ha altri argomenti, qui come altrove
("l'autore sembra prendere troppo alla lettera il detto molti nemici
molto onore", "elimina di un sol colpo ottanta anni di meccanica
quantistica", "questa affermazione è contraddetta da decenni,
forse bisognerebbe dire oramai da un secolo, di fisica teorica e
sperimentale"), che il seguente angoscioso interrogativo: "da un
secolo, o più, crediamo tutti altrimenti, possibile che ci siamo
sbagliati ?".
Questa è esattamente la domanda che venne rivolta con
rabbia a Galileo, con la differenza che al tempo si poteva dire "da
circa quindici secoli", anziché da uno soltanto...
III parte - Replica ad obiezioni di altra natura (o "minori")
G) Nel "preambolo" del referee si dice che viene offerta una
descrizione "approssimativa" e "molto critica" di
quanto nel seguito verrà discusso. Se è vero che il lavoro è molto
critico nei confronti di certe "opinioni comuni" della fisica di oggi, non sembra invece conveniente il primo
termine, se con approssimativa si intende "imprecisa, superficiale,
incompleta", e non, come pure si potrebbe: "non esatto, ma
vicino al vero" (vedi per esempio:
A. Gabrielli, Dizionario della
Lingua Italiana). Al contrario, come in ogni buon lavoro di matematica,
ogni termine utilizzato viene esplicitamente definito, e si prova tutto il
provabile (o il provando), fornendo gli opportuni riferimenti
bibliografici (anche per le opinioni più controverse!) laddove esigenze
di spazio hanno dovuto necessariamente prendere il sopravvento su quelle
di completezza espositiva
(ma, appunto, non di chiarezza - proprio al referee è stato finanche
troppo chiaro il messaggio contenuto nel lavoro !).
Per esempio, ai dettagli del calcolo fondamentale di cui al punto A) si è
solo accennato.
Si dice infine che l'autore "sembra intendere", ma l'autore non
sembra intendere nulla, e utilizza il concetto di aether-frame così come
questo è utilizzato da diversi autori pre-relativistici come Maxwell, o
in numerosi lavori critici successivi alla teoria della relatività. Del
resto, le caratteristiche di questo ipotetico riferimento sono
esplicitamente descritte sia a pag. 13, subito dopo la formula (15), sia
nella successiva pag. 14, dove è anche specificata la "libertà di
scelta" di un siffatto sistema.
H) Assolutamente
soggettive, e pertanto accettabili, sono le critiche alla
"introduzione storico-filosofica della prima parte del lavoro",
anche se, bisogna dire, certe considerazioni non sono "estrapolate da
ogni ragionevole contesto". Semplicemente, possono essere trovate
istruttive da chi ha già sviluppato una certa sensibilità al riguardo
(si tratta soprattutto di citazioni, a riprova che certe opinioni
cominciano ad essere comunque diffuse), e detestabili da chi invece sembra
ricadere nell'esemplare di "professore" così brillantemente
descritto da Benedetto Croce:
"La maggior parte dei professori hanno definitivamente corredato
il loro cervello come una casa nella quale si conti di passare comodamente
tutto il resto della vita; da ogni minimo accenno di dubbio vi diventano
nemici velenosissimi, presi da una folle paura di dover ripensare il già
pensato e doversi mettere al lavoro. Per salvare dalla morte le loro idee
preferiscono consacrarsi, essi, alla morte dell'intelletto."
I) Il referee scrive che "tutte le verifiche concettuali e
sperimentali contro l'esistenza dell'etere sembrano non interessare in
alcun modo l'autore", ma ha evidentemente torto, visto che il lavoro
pullula di riferimenti in tal senso (l'autore si occupa da almeno 20 anni
di tale questione !). Ha invece ovviamente ragione quando dice che non
sembrano essere state capaci di "convincerlo". In effetti, il
sottoscritto non ha alcuna difficoltà ad accettare i dati dell'evidenza
sperimentale, purché correttamente interpretati, e di ciò si è già
detto qualcosa nel precedente punto E) - anche se, dal punto di vista
epistemologico, non nasconde di trovare assai istruttiva l'opinione di T.
Phipps: "Ergo, as usual, experimental evidence is ambiguous or
indecisive".
Questa del richiamo alla "sperimentalità" è al contrario
proprio una delle questioni che il presente lavoro intende mettere (o
rimettere) in discussione, cercando di riportare un certo dibattito di
natura eminentemente fisica dal piano concettuale-matematico (dove la
relatività è perfettamente coerente) al piano puramente sperimentale,
facendo appunto notare che non ci sono sufficienti evidenze dirette della
validità del principio di relatività nell'ambito dei fenomeni
elettromagnetici. Una comunità fisica del tutto onesta non dovrebbe
manifestare tanta "resistenza" a quella che non potrà che
essere, se Einstein aveva davvero ragione, una conferma in più, comunque
più convincente (se si riuscisse davvero ad effettuarla su due diversi
riferimenti, uno in moto rispetto all'altro), di esperimenti come il
troppo celebrato Michelson-Morley etc..
J) Il referee ha frainteso il senso del "lasciamo pure da
parte", con il quale non si voleva ovviamente liquidare in un sol
colpo la teoria della relatività generale, ma soltanto restringere il
campo a quella che di questa teoria è l'indispensabile premessa logica, e
cioè la teoria della relatività speciale. Essendo quest'ultima poi un
caso particolare della precedente (uno spazio-tempo piatto, ovvero,
secondo l'impostazione einsteiniana, senza materia, senza gravitazione),
la sua eventuale falsificazione sperimentale implicherebbe ipso facto una
confutazione della teoria più generale.
Allo stesso modo, sembra
frainteso il senso da dare alle parole della nota 34, nella quale ci si
riferisce a un "malinteso senso di superiorità accademica"
soltanto in ordine al disinteresse con cui vengono accolte opere del tipo
di quelle citate. Per quanto riguarda la "moda positivista", il
referee dovrebbe sapere che insigni studiosi considerano le mode di
pensiero determinanti in ordine allo stabilirsi di un paradigma
scientifico, il quale entra in crisi spesso, più che per motivi
sperimentali o interni (che una teoria "viva" ha sempre modo di
contrastare, eventualmente con l'introduzione di ipotesi ad hoc), proprio
per il venir meno delle "mode" che ne hanno favorito
l'affermazione.
Nel caso particolare, l'accenno (che si ammette fosse
alquanto criptico), era al sottofondo "spiritualista" di opere
come quella del Prof. Todeschini, ma, se si vuole fare un esempio più
illustre, non bisogna dimenticare come il successo dei
"newtoniani" sui "cartesiani" fu dovuto per esempio
anche all'appoggio del tutto ideologico di personaggi come Voltaire, che
detestavano ovviamente il filosofo autore delle: Meditationes de prima
philosophia, in qua Dei existentia et animae immortalitas demonstrantur...
Perugia, 3 gennaio 200
5.Al
Presidente dell'Accademia Nazionale dei Lincei
Ch.mo Prof. E. Vesentini
e p.c.: al Direttore del Comitato Consultivo dei Rendiconti Lincei
Ch.mo Prof. C. De Concini
Ch.mo Professore, mi
sarei comunque rivolto a lei nella sua veste di Presidente dell'Accademia,
ma mi sento spinto a farlo con maggiore confidenza, e franchezza, dal
ricordo di anni molto passati, quando frequentavo saltuariamente
l'ambiente di Pisa, ed ebbi modo di conoscerla, assieme agli indimenticati
Proff. Andreotti e Checcucci.
Sono costretto oggi a scriverle per portare a sua conoscenza una
circostanza che ritengo alquanto grave, tanto più se si tiene conto delle
tradizioni storiche e culturali dell'Accademia che lei rappresenta.
Cercherò di essere sintetico, ma preciso, nell'esporle i fatti.
1 - Ho inviato lo scorso 6.9.99 un mio lavoro, "Su una possibile
falsificazione sperimentale della teoria della relatività
ristretta", ai Rendiconti.
2 - Ho ricevuto una sollecita risposta al riguardo il 23.11.99, Prot.
290/99/RED, da parte del Prof. De Concini, che pure ricordo con molto
affetto e stima (ebbi ad essere uno dei commissari durante il suo
splendido esame di Algebra a Roma!). Mi si comunicava il parere negativo
di un referee, e che quindi la mia proposta di pubblicazione non poteva
che essere respinta.
3 - Tenuto conto del mittente, risposi prima in modo informale, con un
paio di e-mails, e poi ufficialmente il 3.1 del corrente anno, inviando
una dettagliata relazione in risposta alle obiezioni di quest'unico
referee, e invitando a un esame di essa non solo da parte dell'autore
delle critiche, come era doveroso, ma anche di "altra persona davvero
competente", visto che il solo appunto di carattere strettamente
scientifico era del tutto infondato.
4 - Da allora, non ho mai ricevuto alcun cenno di riscontro, neanche di
semplice ricevuta delle mie comunicazioni, neppure ad esempio del tipo:
"il Comitato ritiene la pratica chiusa"; nulla, silenzio
assoluto...
Così stando le cose, non posso che segnalarle l'incresciosa situazione
che si è venuta creando, certo che saprà porvi rimedio, almeno sul piano
formale. Non entro in questioni specifiche, mi attendevo del resto una
certa opposizione da parte dei "credenti" nella relatività, ma
di livello meno approssimativo.
Le dirò soltanto che la sostanza* del
lavoro in questione è stata non solo già ritenuta ineccepibile da
diversi autorevoli studiosi (e oggetto di pubblicazione in riviste quali Foundations of Physics, American Journal of Physics, Physics Essays), ma
che essa ha anche ispirato un esperimento concreto, effettuato presso i
laboratori dell'Università de L'Aquila.
Il caso vuole che i risultati
sperimentali conseguiti (attualmente in corso di pubblicazione:
"New
electromagnetic test of breakdown of local Lorentz invariance: Theory and
experimental results", U. Bartocci, F. Cardone, G. Mignani, 1999)
siano stati oggetto di dibattito proprio in questi giorni all'M.I.T. (alla
presenza dei Proff. Glashow e Coleman, di Harvard - le allego per sua
curiosità l'annuncio del seminario [visibile nella già citata appendice
al presente punto]), e che un invito a discuterne sia pervenuto anche da
Princeton (Prof. Wheeler)!
Certo che vorrà dare disposizioni affinché mi sia fatto pervenire un
cortesemente sollecito cenno di chiarimento sulla vicenda, la ringrazio
per l'attenzione, e la saluto cordialmente,
Perugia, 15.5.2000
* Non mi è difficile
ammettere che il lavoro in discussione tocca anche diverse altre
questioni, di tipo diciamo storico-epistemologico, che ammetto ovviamente
opinabili.
6.Subject:
Nota Rendiconti Lincei
Date: Thu, 22 Jun 2000 16:26:57 +0200
From:
"Gianna Benigni" -
benigni@accademia.lincei.it
To: Bartocci
-
bartocci@dipmat.unipg.it
Illustre
Professor Bartocci,
su disposizione del Presidente dell'Accademia Prof. E. Vesentini e del
Direttore dei Rendiconti Prof. C. De Concini, in risposta alla Sua lettera
del 15 maggio u.s., La informo che il referee incaricato di esaminare il
Suo lavoro dal titolo: "Su una possibile falsificazione sperimentale
della teoria della relatività ristretta" nonché tutta la
documentazione da Lei fornita, ha chiesto di poter disporre di un po' di
tempo in più per poter esaminare il lavoro in modo approfondito.
Questa
richiesta è stata accolta e, pertanto, appena il referee avrà terminato,
Le verrà inviato il giudizio così come è previsto nelle nostre norme
per la pubblicazione sui Rendiconti Lincei: Matematica e Applicazioni.
Nella speranza di aver risposto a quanto da Lei richiesto, Le invio molti
cordiali saluti.
Dott.ssa Gianna Benigni
Ufficio Redazione Rendiconti Lincei
Accademia Nazionale dei Lincei
7.Caro Umberto, ti
invio qui di seguito la risposta del referee alle tue osservazioni dello
scorso gennaio. Come vedi, il resoconto è ampio e circostanziato, come è
giusto che si faccia per i lavori che vengono sottoposti alla eventuale
pubblicazione su una rivista scientifica come i Rendiconti dei Lincei.
Da quel che leggo, mi pare che il tuo contributo non abbia le
caratteristiche idonee alla pubblicazione sulla nostra rivista ma
piuttosto si presenti adatto ad una rivista di Storia della scienza.
Del resto nei Rendiconti Lincei (cito testualmente dalle nostre
"Norme per la pubblicazione") vengono pubblicate: "Note che
fanno conoscere i risultati di ricerche che, in modo più esteso e con le
dimostrazioni dei teoremi, saranno pubblicate in seguito". Non mi
pare che il tuo articolo, quindi, indipendentemente dalle questioni che
affronta, che sono di indubbio interesse e che hanno sollecitato così
controversi dibattiti, possa trovare spazio nella rivista accademica.
Sinceramente avrei difficoltà a decidere in quale capitolo della scienza
esso vada inserito.
Ti ringrazio comunque per avermi inviato il tuo contributo e spero che
troverai altri canali per la sua divulgazione.
Cari saluti
Corrado De Concini
Roma, 20 settembre 2000
7bis.
RISPOSTA ALLA REPLICA DELL'AUTORE AL GIUDIZIO SUL. LAVORO: "SU UNA
POSSIBILE
FALSIFICAZIONE SPERIMENTALE DELLA TEORIA DELLA RELATIVITÀ RISTRETTA"
di Umberto Bartocci
presentato per la pubblicazione sui: Rendiconti Lincei: Matematica e
Applicazioni
Alcune brevi considerazioni:
La replica dell'autore è esatta su di un punto, cioè sul fatto che il
calcolo presentato è corretto.
Tuttavia l'argomento come è presentato è leggermente ambiguo.
Infatti al punto 1 della prima pagina l'autore sembra sostenere che è
errato ritenere che la fisica classica la teoria della relatività
ristretta (TRR) differiscono nelle loro previsioni solamente nel campo
delle "alte velocità ''. Naturalmente questa affermazione vaga, tradotta
rigorosamente, significa che le discrepanze sono dell'ordine O(v/c) o
meglio O(v/c) al quadrato, dove con v s'intende, ad esempio, il valore
massimo delle velocità in gioco.
Poiché nella TRR il risultato è che sulla carica non si esercita alcuna
forza, rimane da spiegare rispetto a cosa si hanno effetti di ordine
O(v/c) al quadrato. Nel riferimento in cui la carica è in moto, nel
quadro della TRR, sulla carica si esercitano due forze che si compensano una magnetica
(di Lorentz) ed una elettrica dovuta al fatto che il filo appare carico
(le densità di carica non sono invarianti rispetto alle trasformazioni di
Lorentz).
Naturalmente poiché, appunto, la TRR prevede una forza totale nulla sulla
carica al centro della spira non ha strettamente senso dire di che ordine
sarebbe la forza che si eserciterebbe sulla carica negando la TRR.
Potremmo, ad esempio, dire che se consideriamo come grandezze O(1) il
campo elettrico generato da una carica puntiforme allora la forza che, nel
caso che la TRR fosse falsa, si eserciterebbe sulla carica in moto,
formula 16 del lavoro, è in realtà di ordine O(v/c) al quadrato, come si
riconosce scrivendo
\mu_0 = l\4pi\ep_0c^2 (uso le notazioni TeX, per semplicità) e si ricorda
che I = \roAv dove \rò è la densità delle cariche negative trasportate
dalla corrente dentro la spira.
Ma, naturalmente, ciò
non è vero se confrontiamo questo effetto con la forza esercitata da un
campo magnetico su una carica in moto.
Al di là di ciò, l'idea centrale del lavoro può essere riformulata in
poche righe, per esempio nel seguente modo:
"È ben noto che la Teoria della Relatività Ristretta sostiene che i
fenomeni elettromagnetici non cambiano passando da un sistema di
riferimento inerziale ad un altro. In altre parole, non esiste un
riferimento privilegiato nella famiglia dei riferimenti inerziali. Se si esamina un
generico fenomeno elettromagnetico in due riferimenti in moto uniforme uno
rispetto all'altro e si applicano le trasformazioni di Lorentz a tutte le grandezze tensoriali che sono in gioco si conclude, nell'ambito della
teoria, che un fenomeno elettromagnetico che avviene in un laboratorio A,
avviene allo stesso modo se effettuato in un laboratorio B in moto
uniforme rispetto ad A. Se viceversa non si applicano le trasformazioni di Lorentz
si otterrà che i due esperimenti differiranno per effetti di ordine
O(v/c) al quadrato.''
Se si considera, come fa l'autore, un caso in cui la forza che si esercita
su di una carica è secondo la TRR nulla è in un certo senso arbitrario
dire che gli effetti sono di ordine O(v/c) al quadrato.
In conclusione, se tale discrepanza fosse sperimentalmente verificata
questo '"potrebbe" voler dire che i sistemi inerziali non sono
equivalenti e si potrebbe, magari localmente, individuare un sistema di
riferimento in "quiete assoluta”.
Se, in particolare, consideriamo il moto solidale di una carica posta al
centro di una spira percorsa da corrente e ci domandiamo se una forza si
esercita sulla carica si ottiene, con un facile calcolo simile a quello presentato per un caso più semplice da R.P. Feynman in "Lectures on
Physics" di R.P. Feynman, R.B. Leighton, M. Sands, Addison
Wesley-Student series, Vol. II,
par. 13-6: the relativity of magnetic and electric fields, una discrepanza
dell'ordine (l\ep_o)O({vv_O}\{c^2}).''
In conclusione, tale esempio nostra uno dei tanti possibili effetti
che si presentano se non si applicano le trasformazioni della Relatività
Ristretta alla teoria dell'elettromagnetismo.
Di tali esempi se ne possono immaginare infiniti, l'autore ne presenta un
altro alla fine del suo lavoro.
Basta considerare qualsiasi esperimento
coinvolgente cariche in moto, campi elettrici e campi magnetici ed
effettuarlo in riferimenti diversi in moto relativo uniforme. Se non si
accetta la TRR allora in riferimenti diversi il risultato dell'esperimento
sarà diverso.
Quale è dunque il senso di questo lavoro
Sostenere che si possono effettuare esperimenti che possono provare che la
TRR è falsa e inoltre, con essa, anche il principio di covarianza
Galileiana.
Quale è la sua necessità ?
Qui si entra ovviamente nel campo delle opinioni. La mia sostanziale
impressione è che la principale motivazione dell'autore sia di trovare
argomenti per sostenere che i fisici hanno accettato acriticamente
(ottusamente ?) la Teoria della Relatività Ristretta.
Ragionando in un'ottica più positiva, credo che mostrare come molte altre
interpretazioni e tentativi teorici sviluppati e studiati nei primi anni
del Novecento, sono stati "dimenticati'' o abbandonati dopo il
successo della TRR, possa avere un senso. Infatti questo potrebbe essere
un aspetto utile da ricordare ed anche, eventualmente, insegnare se si
riconoscesse anche che questo si inserisce in uno studio storico atto a
capire come le teorie scientifiche si evolvono e si consolidano e non nel
tentativo vano di dimostrare che le teorie attuali sono sbagliate.
A mio parere, quindi, questo lavoro si inserisce in un filone di ricerca
abbastanza diffuso, seppure minoritario, in cui si esaminano i fondamenti
delle teorie fisiche cercando di metterne in luce le eventuali difficoltà
concettuali e le possibili inconsistenze. La critica dei fondamenti della
meccanica quantistica è un soggetto ancora più discusso, ma
l'atteggiamento in quelle investigazioni è, purtroppo, nella stragrande
maggioranza dei casi, dello stesso tipo. (C'è anche chi ancora si dibatte
con la teoria dell'onda pilota di De Broglie, tanto per dirne una).
Occorre infatti riconoscere che, sebbene queste analisi critiche possano
essere molto importanti, in linea di principio, per varie ragioni ben
raramente lo sono. La maggior parte di coloro che fanno queste ricerche
sembrano infatti sostanzialmente motivati dal desiderio di presentare la
comunità scientifica come una comunità acritica che segue ottusamente le
teorie dominanti.
A mio parere, ciò è profondamente falso e l'effetto è che molto
raramente tali ricerche hanno effetti significativi sullo sviluppo delle
teorie scientifiche e anzi talvolta aggiungono confusione nel mondo dei
non esperti.
Ma, dimenticando queste considerazioni giocoforza soggettive e ritornando
al presente lavoro, ritengo che, anche da questo punto di vista, esso
abbia tutte le caratteristiche appena descritte e che tutte le altre
obiezioni fatte nel mio precedente "report'' siano valide..
Tuttavia, come correttamente sostiene anche l'autore, questa è una
materia su cui si possono avere delle profonde convinzioni, ma a cui i
termini giusto e sbagliato non sono applicabili. Né d'altronde merita
iniziare una discussione più approfondita con chi ritiene di potersi
identificare, nella sua "battaglia contro le teorie dominanti",
con Galileo in lotta con la chiesa e che vorrebbe, per tutti coloro che
pensano differentemente, una conversione "sulla via di Damasco''.
Infine poiché
questo lavoro non aggiunge nulla di nuovo dal punto di vista matematico,
poiché tratta di un problema che i fisici nella loro stragrande
maggioranza ritengono inesistente ed io con essi, il suo interesse,
"if any'', deve essere valutato da uno storico della scienza o da un
epistemologo, cosa che io non sono.
Quindi, al di là delle mie convinzioni personali, poiché il calcolo
elementare ivi riportato è corretto, ritengo di non essere la persona
giusta per giudicare se esso merita o meno di essere pubblicato. Ritengo
invece che uno storico della Scienza potrebbe pronunciarsi meglio su
questo punto.
8.Al Ch.mo Prof. Corrado de Concini e p.c. al Ch.mo Prof. Edoardo Vesentini
Caro Corrado, invio
queste relativamente poche righe di riscontro alla tua lettera del 20.9
u.s. (Prot. 198/2000/RED), poche perché, ti dico sinceramente, non mi sei
sembrato tanto desideroso di comunicazione e di comprensione autentica del
"caso", visto che, se non mi fossi rivolto al Prof. Vesentini
(al quale vanno i miei più vivi ringraziamenti!), non credo avreste mai
risposto alla replica approfondita che inviai nello scorso gennaio.
1 - Accetto ovviamente la soluzione burocratica della controversia, a
termini del regolamento che citi.
2 - Sono soddisfatto di constatare che il tuo unico referee (al quale puoi
girare la presente), dopo essere stato così malaccorto nella sua prima
relazione, abbia infine riconosciuto che la struttura della mia
argomentazione è corretta, anche se adesso transita dalla categoria dello
sbagliato a quella dell'elementare. In realtà, a parte il fatto che anche
fondamentali esperimenti come quelli di Michelson-Morley, Trouton-Noble,
etc., sono basati su idee e calcoli ugualmente "elementari", la
stima dell'effetto previsto non è poi così semplice, poiché la si può
ottenere soltanto per integrazione diretta delle equazioni di Maxwell, e
la determinazione esplicita del potenziale vettore magnetico, senza fare
ricorso alle trasformazioni di Lorentz.
Il risultato finale è piuttosto istruttivo, e, da quanto mi risulta,
"originale".
3
- Ritengo infondata l'opinione che si tratti di uno scritto che potrebbe
interessare solo storici della scienza od epistemologi. È ben vero che io
storicizzo la questione (del resto lo faccio sempre, per scelta di
metodo), e non trascuro gli insegnamenti di natura
filosofico-epistemologica che se ne possono trarre, ma nel lavoro dimostro
(e tu, da matematico, comprendi bene in qual senso io introduca questo
termine) che l'usuale "pacchetto" di ragioni con cui si
presentano comunemente, in tutti i corsi e in tutti i testi, la relatività
ristretta, e la sua compatibilità con l'e.m. di Maxwell prima, e con la
fisica classica poi (principio di corrispondenza), è irrimediabilmente
errato, almeno in una sua parte non trascurabile (discutere dell'intero
"pacchetto" trascenderebbe la dimensione dell'articolo).
Non è
vero che soltanto da fenomeni "ad alta velocità" si possano
ricevere confutazioni, o conferme, della relatività; non è vero che
l'elettromagnetismo sia "automaticamente" relativistico
(Lorentz-invariante) quando trattato con le equazioni di Maxwell; non è
vero che le previsioni relativistiche siano mai state direttamente
verificate in ambito elettromagnetico, e l'esperimento che propongo alla
fine del saggio (più significativo di quelli precedentemente citati)
intende proprio colmare questa lacuna. In quale testo, o articolo, si
possono trovare riportate queste affermazioni ?
Se tutto ciò al referee
sembra poco, e questione solo di "storia della scienza" - con
riferimento manifestamente riduttivo - è sua intera responsabilità (per
inciso, lo informo per tuo tramite che la mia proposta sperimentale è
stata discussa con molta attenzione in un seminario svoltosi al
Massachusetts Institute of Technology, Center for Theoretical Physics, lo
scorso 8 maggio). Lascio naturalmente al referee pure l'onere di stabilire
se il suo sia o no uno di quegli atteggiamenti che lamento presenti nella
comunità scientifica attuale, più che "ottusa" direi passiva.
Sono d'accordo infatti che la "stragrande maggioranza" dei
fisici ritiene questo problema "inesistente", appunto perché si
limita a ripetere la "lezioncina" imparata, senza chiedersi se
essa sia del tutto giusta o meno - riconosco comunque che la fisica è
materia estremamente difficile - pronta a recitarne una nuova quando, per
motivi cui tralascio anche solo di accennare, avviene un "mutamento
di paradigma". Tale "passività" – della quale resta, si
direbbe, latente traccia nel subconscio - può forse spiegare
l'irritazione (non riesco a trovare diverso termine per i toni della prima
relazione: in essa mi si rimproverava anche un correttissimo riferimento
al detto principio di corrispondenza!), che si nota nelle reazioni a certi
faticosi tentativi di approfondimento a tutto campo. Ho proposto numerose
volte a colleghi esprimenti lo stesso punto di vista, di invitarmi a
tenere un seminario presso la loro sede, a mie esclusive spese, onde poter
avere l'occasione di "sbugiardarmi" in pubblico, ma ognuno ha
preferito defilarsi, preso da altre più importanti occupazioni: peccato
che si continuino ad insegnare cose errate agli studenti.
So purtroppo bene, dopo tanti anni di studio non passivo della fisica del
XX secolo, che la
questione in discorso assume oggi risvolti socio-politici non banali
(simili a quelli che sono stati peraltro alla base della fondazione
dell'Accademia!), e sono lieto, da tuo vecchio conoscente ed estimatore,
che tu ne possa uscir fuori con qualche pretesto formale (se la
motivazione fosse del tutto autentica, sarebbe stata avanzata più di un
anno fa, non trovi ?!).
Sono pure lieto di aver presentato per caso
l'articolo per la
pubblicazione proprio all'Accademia dei Lincei (quando non sapevo ancora
che le nostre strade si sarebbero incrociate di nuovo), e che questo
scambio di opinioni sia avvenuto, così "per la storia"...
Perugia, 28.9.2000
Un'eventuale "morale" di tutta questa storia ? Einstein è
assorto al ruolo di mito indiscutibile e intrasgredibile della nostra
"cultura" scientifica (ma non soltanto !), e di fronte a
"mostri sacri" di tale fatta gli "intellettuali" vengono comunemente colpiti da una sorta di
impotentia ratiocinandi. (prendo il concetto a prestito dalla prefazione
di un notevole libro di Giorgio Taboga, intitolato: L'assassinio di
Mozart, Akademos, 1997).- FINE
By
Prof. Umberto Bartocci – Perugia
vedi anche Comunicato Stampa
+
Controllo
del WEB +
Controllo dei Computer e
Software +
Chips sottocutanei
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