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SANTO
GRAAL: C’E' DAVVERO un MISTERO ?
Ai primi di marzo è uscita una nuova collana da edicola, delle molte
che sono diventate quasi una moda negli ultimi tempi, questa volta della
Fratelli Fabbri e dedicata ad una serie di argomenti indubbiamente
interessanti, i “Grandi misteri”. Il volume che inaugura la collana
ci parla del Santo Graal, ed anche questo era prevedibile, dato che
recentemente del Graal si è parlato parecchio in relazione al successo
commerciale del best seller:
Il codice Da Vinci di Dan Brown.
Il libro in questione è opera di tre autori inglesi, Michael Baigent,
Richard Leigh, Henry Lincoln, che scopriamo subito essere tre
giornalisti della BBC, e, sorpresa, si tratta a quanto pare proprio del
testo, della versione del mito del Graal da cui è partito Dan Brown per
redigere Il codice Da Vinci; non solo, infatti, è identica la teoria
proposta: il Graal non sarebbe stato un oggetto reale ma una metafora
per indicare il sang real (ossia la discendenza di Gesù Cristo,
conservatasi attraverso i secoli e perpetuatasi nella stirpe merovingia)
ed il segreto sarebbe passato attraverso i secoli a vari “custodi del
Graal”, i Catari, i Templari, i Rosacroce, tutti strumenti di un unico
e più elusivo ordine che avrebbe manovrato, manovrerebbe dietro le
quinte della storia, il “Priorato di Sion” , ma sono identici i
gradi e l’organizzazione di questo presunto “Priorato”, nonché
l’elenco di coloro che si sarebbero succeduti nei secoli come Gran
maestri dello stesso, un elenco che comprende, oltre a vari membri di
famiglie aristocratiche vissuti nell’arco di diversi secoli,
personaggi come Sandro Botticelli, Leonardo Da Vinci, Isaac Newton,
Victor Hugo, Claude Debussy, Jean Cocteau.
La cosa non desta meraviglia, poiché questo libro che è disponibile
adesso in lingua italiana, è uscito in lingua inglese nel 1982 (con il
titolo The Holy Blood and the Holy Grail), e Dan Brown ha avuto tutto il
tempo di leggerlo e di usarlo come base per il suo romanzo.
A questo riguardo, occorre dire che un conto è scrivere un romanzo
contenente delle ipotesi fantasiose e prive di base storica che si
giustificano come invenzioni letterarie, ed un altro conto è presentare
come fatti accertati delle illazioni o se vogliamo delle autentiche
“bufale”, ed è sostanzialmente alla categoria delle “bufale”
che il libro dei tre giornalisti della BBC va a mio modesto avviso
ricondotto.
Tuttavia, vi sono diversi motivi che rendono consigliabile la lettura di
questo testo (a parte il prezzo contenutissimo di 2,50 euro, meno di un
pacchetto di sigarette, che è tipico delle offerte lancio), a
cominciare dal fatto che proprio analizzare questa “bufala” ci può
essere utile per capire il reale significato di un mito, quello del
Santo Graal, che ha improntato di sé, ed è innegabile, tutta la
cultura europea.
Sempre in quest’ottica, può essere utile una simile lettura per
comprendere anche quanto all’ipotesi, dalla plausibilità molto
incerta, dei tre giornalisti britannici, lo scrittore americano abbia
aggiunto illazioni soltanto sue ed ancor meno fondate; inoltre il libro
è ricco di particolari storici male interpretati che però, se visti
nella giusta luce, possono aiutarci a comprendere aspetti importanti
della storia e della mentalità medievali.
Una differenza non marginale tra questo libro ed il romanzo di Dan Brown
nella quale ci imbattiamo ben presto, riguarda la differenza del
significato da attribuire all’ipotesi che Gesù fosse sposato (con
Maria Maddalena o forse con Maria di Betania, sorella di Lazzaro, sempre
che le due non fossero in realtà la stessa persona); l’idea che ciò
implicherebbe una rivalutazione del “femminino sacro”, del lato
femminile della divinità, trascurato e negato dalla Chiesa cattolica,
si rivela un’ossessione dello stesso Dan Brown, non condivisa da
Baigent, Leigh e Lincoln per i quali
questa circostanza implicherebbe semplicemente un’immagine di Cristo
più umana di quella tramandataci dalla tradizione.
“Il significato simbolico di Gesù è che egli è Dio esposto alla
gamma dell’ esperienza umana, esposto alla conoscenza diretta di ciò
che significa essere un uomo. Ma Dio, incarnato in Gesù, poteva
veramente affermare d’essere un uomo, abbracciare la gamma
dell’esperienza umana, senza conoscere due degli aspetti più
fondamentali ed elementari della condizione umana ?
Dio poteva affermare di conoscere totalmente l’esistenza umana senza
affrontare due aspetti essenziali dell’umanità come la sessualità e
la paternità?” (pag. 441).
A mio parere, uno degli aspetti più interessanti della ricostruzione
che questo libro propone delle vicende storiche, riguarda il movimento
albigese o cataro che, affrontato dal punto di vista di una storiografia
convenzionale, rappresenta un mistero insolubile.
Come può essere, viene da chiedersi, che nella Provenza del XIII secolo
sia ad un certo punto comparsa dal nulla non un’eresia, ma una vera e
propria religione totalmente altra da quella cristiana, al punto da
provocare una crociata che per l’ampiezza delle forze messe in campo e
la ferocia con la quale fu condotta, non ebbe nulla da invidiare a
quelle condotte in Terrasanta ?
Dal punto di vista di una storiografia convenzionale, il problema non ha
soluzione.
Il libro, da questo punto di vista propone un’interpretazione
illuminante: “Albigesi” e “Catari” erano sostanzialmente nomi
generici. In altre parole, non indicavano una chiesa unica, come quella
di Roma, con un corpus dottrinale e teologico codificato e definitivo.
Gli eretici in questione
comprendevano una moltitudine di sette diverse, parecchie guidate da un
capo indipendente, dal quale prendevano nome i seguaci. E sebbene sia
possibile che queste sette avessero in comune certi principi,
differivano radicalmente nei dettagli” (pag. 39).
“In maggioranza i Catari non erano eccessivamente fanatici per quanto
riguardava il loro credo. Oggi è di moda, fra gli intellettuali,
considerare i Catari come una congregazione di saggi, di mistici
illuminati o di iniziati a una sapienza arcana, tutti a conoscenza di
qualche grande segreto cosmico. In pratica, tuttavia, i Catari erano in
maggioranza uomini e donne più o meno “comuni” che trovavano nel
loro credo un rifugio contro l’ assillante ortodossia del
cattolicesimo, un’evasione dalle interminabili decime, penitenze,
sottomissioni, rigori e imposizioni della Chiesa di Roma” (pag. 41).
La situazione qui descritta vi ricorda nulla ?
Provatevi ad immaginare che la nostra cultura, la cultura occidentale
dell’inizio del XXI secolo: pluralista, sfaccettata, tollerante, non
riducibile ad un’ortodossia di pensiero definita, non fosse estesa così
come è praticamente a livello planetario, ma solo ad un’area
ristretta. Come ci
identificherebbero degli ipotetici altri ? Probabilmente dal nome della
religione maggiormente presente da noi e differente dall’ortodossia
cristiana universalmente diffusa, probabilmente come new ager, anche
quelli di noi che con la New Age non hanno in realtà nulla a che
spartire; è probabile che il catarismo fra i provenzali del XIII secolo
avesse una posizione analoga.
Siamo in un’epoca nella quale i “secoli bui” dal V al X sono ormai
alle spalle, nella quale la rinascita economica ha prodotto soprattutto
in alcune regioni d’Europa, la Provenza, le Fiandre, l’Italia
settentrionale, un esteso tessuto urbano ed un’ampia classe di
mercanti, d’imprenditori a cui il tessuto politico – sociale del
feudalesimo sta stretto, e che ha infranto il monopolio
dell’alfabetismo e della cultura in passato detenuto dal clero.
Nelle epoche precedenti, il contadino analfabeta, il colono che
sopravviveva a stento sul fondo del signore feudale o del monastero,
accettava, o meglio subiva, il monopolio ideologico del clero e la
tirannia congiunta del prete e del signore feudale perché non aveva
altre prospettive, altri metri di paragone; il borghese che ora emerge,
no; è un uomo in possesso di un minimo di cultura, dell’alfabetismo
senza il quale gli sarebbe impossibile condurre i propri affari,
viaggia, conosce luoghi e popoli diversi, e pensa; gli è per
conseguenza sempre più difficile accettare il dominio parassitario dei
signori feudali e degli ecclesiastici.
Un detto dell’epoca riassume bene il punto di vista della Chiesa al
riguardo:
“Il Signore ha creato gli ecclesiastici, i nobili, i contadini, ma il
diavolo ha creato i borghesi”.
Il cardinale di Vitry è ancora più esplicito in proposito: “Tanti
borghesi, tanti eretici”.
Un altro elemento che dobbiamo considerare è questo: ciò che sappiamo
del catarismo vero e proprio, delle concezioni degli Albigesi, quelli
che erano effettivamente tali, è poco, ma questo poco indica
chiaramente che le concezioni pre – cristiane ed ereticali della tarda
antichità non devono essere state soppresse, ma per così dire coperte
dall’ortodossia cattolica, e che ora, in un clima favorevole,
tornavano alla luce.
Il catarismo si lascia interpretare in maniera chiara come il risultato
della confluenza di tre correnti di pensiero pagano – eretiche: il
manicheismo, il neoplatonismo, lo gnosticismo; la concezione catara
metteva insieme l’idea gnostica di una religione basata non sulla fede
ma sull’ illuminazione, l’esperienza personale e diretta
dell’adepto, con la concezione manichea di un radicale dualismo fra
bene e male, fra luce e tenebra visti come principi di forza
equivalente, e l’idea neoplatonica secondo la quale non solo
esisterebbe un dualismo fra spirito e materia, ma la materia,
“chora” nella terminologia platonica sarebbe il principio del male
che imprigiona lo spirito degli uomini (con l’ironico corollario che
il Geova veterotestamentario creatore della realtà materiale sarebbe in
effetti il dio malvagio opposto al vero Dio celeste).
A rafforzare l’idea che il catarismo non sarebbe stato la creazione di
una religione ex novo, ma la ripresa di movimenti e correnti di pensiero
da sempre presenti sotterraneamente nell’Europa superficialmente
cristianizzata, c’è anche il legame – non del tutto chiaro – fra
esso e la setta balcanica dei bogumili. I catari erano fra le altre cose
sostenitori della concezione che sessualità non deve essere
forzatamente finalizzata alla procreazione, posizione fortemente
avversata dalla Chiesa cattolica, giudicata “contro natura” e perciò
spesso confusa con l’omosessualità; ancora oggi fra le espressioni
gergali francesi per indicare gli omosessuali c’è bougres,
letteralmente “bulgari”.
Noi non dovremmo in ogni caso dimenticare che il concetto di
“paganesimo” è stato creato polemicamente dai cristiani e non ha
alcun rigore logico, scientifico, storico o altro; un grosso sacco nel
quale vanno a finire tutte le religioni antiche ad esclusione del
cristianesimo e dell’ebraismo; noi dovremmo distinguere fra le
religioni europee: celtica, germanica, greco – romana e quelle
religioni orientali – mediterranee che appartengono a quella temperie
culturale affermatasi nella tarda antichità da cui è nato anche il
cristianesimo, ed al cristianesimo queste ultime sono molto più vicine
delle prime, anche se poi l’affermarsi della Chiesa cattolica ha
intorbidato le acque mettendo nello stesso sacco le une e le altre.
Le radici del catarismo stanno in questo secondo gruppo, e talune
concezioni, a cominciare dalla svalutazione della realtà materiale e
dal dualismo materia – spirito ancora più radicale di quello
cristiano, non possono trovare consonanza nella nostra visione del
mondo. Non è difficile rintracciare l’origine di questa concezione di
matrice neoplatonica, passata a Platone dai pitagorici ed arrivata a
questi dall’orfismo e dai culti misterici.
I culti misterici – la cosa non è per nulla un mistero – erano nati
in quello strato della popolazione mediterraneo – pre – indoeuropeo
dell’antica Grecia che era stato sottomesso dagli Elleni indoeuropei,
ed i loro adepti erano per lo più di condizione servile; a questi
ultimi, questo radicale dualismo offriva la speranza di una vita
migliore in una dimensione ultraterrena. Nati probabilmente come centri
di resistenza ai dominatori, questi culti avevano finito per assumere
una funzione di stabilizzazione sociale ed erano tollerati e protetti
dalle autorità greche.
Dall’orfismo, attraverso Pitagora, Platone e la scuola neoplatonica,
l’idea del dualismo anima – corpo, dell’anima immortale, va a
finire nel cristianesimo, ed in effetti, sebbene siamo abituati a
considerarla una concezione cristiana, nell’ebraismo da cui il
cristianesimo deriva, nell’Antico Testamento, non se ne trova traccia,
e probabilmente eccedeva le capacità speculative degli ebrei dei tempi
biblici, la cui inclinazione filosofica era rigorosamente uguale a zero.
Ad ogni modo, ciò non modifica il fatto che il fenomeno cataro ci
testimonia con estrema chiarezza come l’Europa medievale fosse
percorsa da tensioni spirituali che non trovavano risposta nel
cristianesimo ortodosso, e ci permette di constatare con quali metodi
brutali la Chiesa cattolica alleata con il potere, con la mano militare
dei signori feudali, sia riuscita a mantenere per oltre un millennio il
suo monopolio dottrinale sull’Europa.
Torniamo al nostro interrogativo: tutto ciò cosa ha a che vedere con il
Santo Graal ?
Probabilmente nulla, proprio l’immagine che ci siamo potuti fare anche
grazie a questo libro degli Albigesi, ci fa capire che per costoro Gesù
Cristo poteva essere al massimo un profeta, un pensatore, un
rivoluzionario, un saggio, ma non, in ogni caso, il figlio di Dio, e
rende fortemente improbabile che, in un senso o nell’altro, costoro si
facessero custodi del suo “sangue”.
Il secondo anello della catena che andiamo a considerare è, in effetti,
ancora più debole.
Stiamo parlando dei cavalieri templari che sarebbero stati custodi del
Santo Graal dopo i catari.
La storia degli ordini monastico – cavallereschi nati all’epoca
delle crociate come truppe d’élite delle armate della croce e per
proteggere i pellegrini, è generalmente nota, come è nota la fine dei
Templari che, dopo essersi creati un prestigio grandissimo ed essere
divenuti una potenza economica di primissimo piano nell’Europa di quel
tempo, furono spietatamente annientati dal pugno di ferro del re di
Francia Filippo il Bello. Ciò che è controverso, invece, è se costoro
deviassero o meno dal cattolicesimo ortodosso, se fossero a parte o meno
di una conoscenza di tipo iniziatico .
Tutte le idee, tutte le suggestioni in questo senso, dipendono dai
verbali dei processi ai Templari, dalle confessioni rilasciate dagli
stessi agli inquisitori del re di Francia dopo che gli uomini del
sovrano francese si erano impadroniti manu militari delle capitanie,
delle fortezze dell’Ordine.
Di per sé, queste confessioni estorte con la tortura, e sappiamo che
con la tortura si può far confessare qualsiasi cosa, non sarebbero
prese per buone in nessun tribunale moderno, ed allora poniamoci la
domanda in questi termini: le motivazioni addotte dagli storici
“convenzionali” (che non sempre hanno torto) sono sufficienti per
spiegare il drammatico scioglimento dell’Ordine e la persecuzione di
cui i cavalieri del tempio furono oggetto ?
Al momento dell’espulsione dei crociati dalla Terrasanta, i templari
avevano accumulato un’enorme ricchezza che non derivava solo dalle
donazioni, ma da un’estesa attività finanziaria e bancaria; furono
loro ad inventare la “lettera di cambio”, l’antenato
dell’assegno: un pellegrino che si recasse in Terrasanta poteva
versare qualunque importo volesse presso la capitania dell’Ordine più
vicina, ricevendone una “lettera di cambio” con la quale poteva poi
riscuotere l’importo versato con una modesta trattenuta una volta
giunto oltremare o dovunque volesse, la “lettera” era un biglietto
facile da ripiegare e nascondere, che non attirava l’attenzione di
eventuali ladri o briganti, cosa non certo secondaria in un’epoca in
cui i viaggi da luogo a luogo erano tutt’altro che sicuri.
Con la fine delle crociate, dunque, i Templari si trovarono privi di una
ragion d’essere, di uno scopo, ed al contempo a disporre di una
ricchezza e di una potenza che attirava l’invidia di molti, a
cominciare dall’avido re francese; non avevano saputo riciclarsi,
trovare un altro sbocco, come i cavalieri Teutonici che si trapiantarono
sul Baltico, dove con una serie di conquiste militari si crearono un
potente stato, facendo avanzare la cristianità ed il germanesimo ai
danni degli slavi ancora pagani, sottomettendo e convertendo, o come gli
Ospitalieri, o Giovanniti, antichi rivali dei Templari che si
specializzarono nella lotta marittima alla pirateria saracena, divenendo
prima i cavalieri di Rodi, poi di Malta.
Filippo il Bello, il re francese, aveva più di un motivo per volersi
sbarazzare ad ogni costo dei Templari: egli mirava a realizzare quella
che oggi definiremmo una monarchia assoluta, ed in effetti pose le
fondamenta di quell’edificio di potere accentrato che doveva essere
completato da Luigi XIV; dopo aver limitato drasticamente l’autonomia
dei feudatari, si scontrò duramente con la Chiesa cattolica, arrivando
addirittura nel 1303 a mandare i suoi emissari a catturare il papa (E’
il notissimo episodio dello schiaffo di Anagni, nel quale secondo la
voce popolare, non soltanto gli emissari del re di Francia guidati dal
nobile romano Sciarra Colonna presero prigioniero papa Bonifacio VIII in
questa cittadina laziale, ma addirittura il Colonna avrebbe
schiaffeggiato il pontefice, di sicuro, Bonifacio VIII, forse affranto
dall’affronto subito, morì poco più tardi).
Due anni più tardi, nel 1305, Filippo riuscì ad imporre sul trono
pontificio un suo uomo di fiducia, il vescovo francese Bertrand De Got,
che prese il nome di Clemente V e decise che era venuto il momento di
sbarazzarsi dei Templari, che non solo costituivano un vero e proprio
stato nello stato, ma erano anche suoi creditori per ingenti somme (lo
stato assoluto che il sovrano francese cercava di edificare al posto del
decentrato sistema feudale si era presto rivelato un’imponente
macchina ingoia denaro).
L’arresto dei Templari fu un blitz meticolosamente preparato, che
scattò improvviso e simultaneo in tutta la Francia il 13 ottobre 1307,
dopo di che gli inquisitori regi si misero al lavoro formulando contro i
cavalieri del Tempio le accuse più stravaganti che riuscirono ad
escogitare: eresia, idolatria, sodomia, blasfemia e quant’altro
passasse loro per la testa, ottenendo poi il riscontro delle confessioni
dei cavalieri mediante la tortura.
Bisogna notare che, nonostante fosse legato a doppio filo al sovrano
francese, papa Clemente V resistette per cinque anni alle sue pressioni
per ottenere lo scioglimento dell’Ordine dei Templari, che avvenne
soltanto nel 1312 e che il pontefice cercò in tutti i modi di evitare;
un comportamento strano se le accuse nei loro confronti avessero avuto
un qualche fondamento, e sono proprio queste accuse la base sulle quali
i moderni esoteristi hanno fondato l’immagine del “templarismo
esoterico”, con tutto quel che segue, compreso il supposto legame fra
i cavalieri del Tempio ed il Graal.
Occorre dire poi che almeno i più avvertiti intellettuali dell’epoca
non prestarono fede alla leggenda che Filippo il Bello aveva cercato di
accreditare sui Templari, a differenza degli esoteristi moderni che sono
caduti come pesciolini nella rete. Ad essa, Dante ad esempio dimostra di
non dare credito alcuno, ed in uno dei passi più intensi del Purgatorio
(XX canto) ha pronunciato una rovente invettiva contro il sovrano
francese, mettendo insieme lo schiaffo di Anagni e la distruzione
dell’ordine templare:
“Veggio in Alagna intrar lo fiordaliso e nel vicario suo Cristo essere
catto. Veggiolo un’altra volta esser deriso, veggio rinnovellar
l’aceto e’l fele, e tra vivi ladroni essere anciso. Veggio il novo
Pilato sì crudele che ciò nol sazia, ma sanza decreto Porta nel Tempio
le cupide vele”.
Un passo che meriterebbe di essere commentato parola per parola, facendo
una parafrasi scolastica; ad ogni modo, senza arrivare a tanto, si può
notare in primo luogo che se la passione di Cristo è rinnovata nella
persecuzione subita dal suo vicario, la differenza fra l’evento antico
e quello perpetrato dal novo Pilato è data dal fatto che in
quest’ultimo i ladroni non sono i compagni di pena di Cristo sulla
croce, sono vivi, sono gli stessi carnefici, mossi da null’altro che
dall’avidità, e l’immagine seguente ci dà la rappresentazione di
Filippo il Bello che porta nel Tempio, cioè nelle capitanie templari le
cupide vele alla maniera di un vascello saraceno venuto per saccheggiare
e rapinare, e si noti anche quel sanza decreto, che ha il significato di
illegalmente, senza una ragione giuridicamente valida, od anche senza
l’autorizzazione della Chiesa, che sarà estorta solo cinque anni più
tardi, a distruggere un ordine monastico quali i Templari in effetti
erano.
Dante non nutre dubbi in proposito, e non abbiamo tutto sommato motivo
di nutrirne noi: i Templari non erano con ogni verosimiglianza altro da
ciò che dovevano essere e da ciò che si riteneva che fossero: un
ordine di monaci - guerrieri al servizio della fede cattolica, e le
uniche testimonianze di un culto esoterico e di una “conoscenza
segreta” per quanto li riguarda, si trovano nelle carte processuali
degli inquisitori di Filippo il Bello.
Su tutta la questione dei “poveri cavalieri di Cristo” (era questa
la denominazione ufficiale dell’Ordine templare) gli autori si
dimostrano singolarmente disinformati, oppure operano un fraintendimento
voluto, poiché mostrare fino in fondo l’infondatezza delle accuse
mosse contro di loro significherebbe del pari sfatare l’immagine
esoterica che è stata costruita sui cavalieri del Tempio.
Così, ad esempio, a pag. 62 leggiamo: “Ispirato da tanti successi, in
Europa l’Ordine divenne sempre più ricco, potente e fiero dei propri
successi. Non è sorprendente, forse che diventasse anche sempre più
arrogante, brutale e corrotto. “Bere come un Templare” era una frase
molto comune a quel tempo”.
Gli autori mostrano qui di prestare fede ad un inganno che gli storici
“convenzionali” hanno da tempo dissipato; si veda ad esempio
sull’argomento l’ottimo libro Il rogo dei Templari di Georges
Bordonove: Filippo il Bello era probabilmente una delle menti più
astute della sua epoca e certamente teneva nel debito conto, in una
misura perfino insolita per un sovrano dell’età medievale,
dell’opinione pubblica, e sapeva benissimo che, prima che si
mettessero in moto le sue macchinazioni, l’Ordine era circondato da un
generale rispetto, dall’ammirazione per la vita ascetica dei suoi
membri, per il coraggio che costoro avevano dimostrato in Terrasanta in
tutte le battaglie delle crociate, per la sua severa spiritualità, e
decise d’intaccare questa immagine, facendo disseminare per le taverne
e le osterie di Francia agenti provocatori travestiti da templari, che
avevano il compito di mostrarsi arroganti, licenziosi, brutali e dediti
al bere. L’espressione “bere come un templare” risale appunto a ciò,
e Baigent, Leigh e Lincoln dimostrano di essere caduti nell’inganno,
volutamente o no, con entrambi i piedi.
Dopo di loro “la pista”, se mai c’è stata, svanisce, poiché il
presunti eredi di catari e templari, i moderni “custodi del Graal”
si rivelano inconsistenti e ridicoli, a cominciare dai sedicenti
rosacroce per passare alla massoneria ed alle conventicole esoteriche
dei nostri giorni, ma prima di procedere oltre nella ricerca, bisogna
constatare che ancora non abbiamo abbozzato una risposta
all’interrogativo fondamentale: che cosa era (o è) il Graal ?
L’ipotesi più nota (ma, come vedremo, non è quella che seguono i tre
autori inglesi), è che il Graal fosse (sia) un calice contenente il
“sangue di Cristo”, e qui c’è la prima ambiguità: il
“sangue”, il vino misticamente trasmutato dell’Ultima Cena, il
sangue raccolto dalla croce o entrambe le cose ?
Benché questa sia la versione più classica del mito del Graal, ci
vuole poco ad accorgersi che non sta in piedi: se andiamo a vedere il
racconto evangelico dell’Ultima Cena, ciò che veramente conta è
l’atto con il quale Gesù avrebbe misticamente trasformato il pane ed
il vino nella propria carne e nel proprio sangue; al contenitore del
vino, bicchiere, coppa o calice che fosse, non viene dato nessuno
speciale rilievo; si sarà probabilmente trattato di una comune
stoviglia non dissimile da quelle degli altri commensali – non certo
lo splendente calice ingioiellato di tanta iconografia – e dopo la
sacra Cena sarà finita come le altre nell’acquaio.
L’altra versione è ancora più assurda. La narrazione evangelica ci
dice che prima che fosse deposto dalla croce, Gesù sarebbe stato
trafitto al costato da un legionario romano che voleva accertarsi che
fosse veramente morto, e che dalla ferita uscirono acqua (probabilmente
qualche umore) e sangue.
Quanto sangue può uscire da un cadavere nel quale la circolazione
sanguigna si è interrotta ?
Molto poco. Riusciamo ad immaginare Giuseppe d’Arimatea che, con
incredibile tempismo si precipita fra le gambe dei soldati romani per
raccogliere in un contenitore quelle poche gocce ? Stiamo parlando del
vangelo o di Asterix ?
Giuseppe d’Arimatea, oltre tutto, è un personaggio che nei vangeli ha
pochissima rilevanza, è semplicemente un uomo benestante seguace di Gesù
che avrebbe messo a disposizione la tomba che si era fatto scavare per sé,
per seppellire il corpo dello stesso Gesù.
I tre autori inglesi propendono per un’altra versione: Saint Graal
significherebbe in realtà Sang real, il “sangue di Cristo” sarebbe
in realtà la sua discendenza, egli sarebbe stato sposato con Maria
Maddalena o forse con Maria di Betania sorella di Lazzaro (senza
escludere che possa trattarsi della stessa persona) ed avrebbe avuto
figli; gli autori non escludono neppure che lo stesso Gesù sia potuto
sopravvivere alla crocifissione (io non sono un medico, ma, per quanto
ne so, dubito fortemente che si possa sopravvivere ad un supplizio del
genere).
A questo punto, la storia si complica ed assume una coloritura
romanzesca, perché i discendenti di Gesù si sarebbero trasferiti in
occidente, in Europa, sbarcando non si sa bene se a Marsiglia nella
Gallia mediterranea od a Gladstonbury in Britannia (un’insignificante
imprecisione di qualche migliaio di chilometri, che volete che sia ?),
sarebbero diventati re dei Franchi costituendo la dinastia merovingia,
sarebbero poi stati spodestati dagli usurpatori carolingi con la
complicità della Chiesa cattolica per la quale, interpretando Gesù
Cristo come una figura divina al disopra dell’ umano, una discendenza
terrena di Gesù era una presenza imbarazzante, oltre che una diretta
concorrenza alle sue pretese di autorità sui cristiani, sarebbero stati
costretti a rifugiarsi nell’ombra e nell’anonimato ed avrebbero
trovato la protezione di un’associazione segreta che si chiamerebbe
Priorato di Sion.
Lasciamo stare per il momento la presunta discendenza di Gesù e
parliamo del Priorato di Sion, che nella vicenda del Graal come è stata
ricostruita dai tre giornalisti della BBC assume un ruolo assolutamente
centrale; anzi, gran parte di questa ricostruzione si basa su di una
serie di presunti “Documenti del Priorato” che sarebbero stati
rinvenuti, guarda un po’, nella Biblioteque Nationale di Parigi.
Piccolo particolare: se questi documenti esistono realmente, potrebbero
essere dei falsi od il frutto di una ricostruzione fantasiosa degli
avvenimenti storici: il fatto che qualcuno ritrovi delle carte scritte
da qualcun altro, non impone di prendere il contenuto di queste ultime
per oro colato !
Il Priorato avrebbe manovrato nei secoli i catari, i Templari, i
rosacroce, la massoneria, avrebbe ispirato i poemi cavallereschi e gran
parte dell’ esoterismo rinascimentale, influito sulla Riforma
protestante e sulla rivoluzione francese; fra i Gran Maestri che
avrebbero guidato il Priorato nel corso dei secoli, si conterebbero:
Sandro Botticelli, Leonardo Da Vinci, Robert Boyle, Isaac Newton,
Charles Nodier, Victor Hugo, Claude Debussy e Jean Cocteau, e credo che
un simile elenco sia sufficiente di per sé a giustificare lo
scetticismo; attribuire a grandi personaggi nella storia della cultura,
delle arti, della scienza l’appartenenza a qualche società esoterica,
in effetti, raggiunge un duplice obiettivo, da un lato nobilita
l’associazione esoterica stessa, dall’altro induce a pensare che i
risultati che costoro hanno conseguito nei loro campi siano dovuti non
(o non tanto) ad un intelletto superiore, ma a qualche conoscenza
iniziatica cui potrebbero aver attinto in conseguenza della loro
presunta affiliazione esoterica. L’uomo comune che riceve questo
genere di messaggi si sente riscattato nella sua mediocrità.
Il mondo delle società segrete è, per definizione, misterioso, non si
può certo escludere che ne sia esistita una, o magari più di una, che
si sia denominata “Priorato di Sion”, né che essa esista ancora al
presente, ma da qui a credere che una simile società possa aver avuto
nella storia l’influenza che gli autori prospettano ce ne corre; oltre
tutto, cosa dovremmo pensare di una cospirazione di cui, dopo due
millenni non si vedono ancora gli esiti ?
Torniamo alla presunta discendenza di Gesù. Ricordiamo che le notizie
storiche su Gesù sono piuttosto vaghe, anzi, escludendo i vangeli,
inesistenti. Chi non è un credente nella religione che egli avrebbe
fondato e lo considera un uomo come gli altri, non troverà nulla di
sconvolgente o di scandaloso nell’idea che egli possa essere stato
sposato ed aver avuto dei figli, ma per lo stesso motivo non potrà
ritenere che questa ipotetica discendenza abbia attraversato i secoli
recando con sé un carisma speciale.
Che la Maddalena (o Maria di Betania) incinta di Gesù o con i suoi
figli, abbia lasciato la Palestina dopo la crocifissione per recarsi in
occidente, non è molto verosimile, ma non è neppure impossibile: già
prima della diaspora conseguente alla guerra giudaica del 68-74 d. C. vi
erano comunità ebraiche sparse in tutto il Mediterraneo romano, anche
se in larghissima parte concentrate fra l’Anatolia, la Siria e
l’Egitto, ma per quale ragione una famiglia di Ebrei sefarditi sarebbe
dovuta essere accolta come famiglia reale da una tribù di Germani, od
in base a quale logica una dinastia di capotribù germanici doveva
imparentarsi con essa ?
La risposta di Baigent, Leigh e Lincoln a questa domanda imbarazzante ci
introduce alla parte più fantasiosa di tutto il libro, quella che fa
maggiormente a pugni con i fatti storici accertati: perché i Sicambri,
la tribù franca da cui sarebbero discesi i re merovingi, erano già
ebrei.
Quest’affermazione incredibile passa per l’Arcadia ed incrocia un
altro enigma storico, che è poi quello da cui la narrazione dei tre
autori inglesi prende le mosse (anche se a me è sembrato più
conveniente un ordine diverso nell’esposizione), quello di Rennes Le
Chateau.
La tesi sostenuta dai tre autori inglesi è questa: in epoca biblica,
una delle dodici tribù d’Israele, la tribù di Beniamino, dopo una
guerra con le altre tribù ebraiche, sarebbe migrata dalla Palestina
insediandosi in Grecia, precisamente in Arcadia, regione interna del
Peloponneso, fondendosi
poi con gli Spartani, ma almeno una parte di essa avrebbe poi risalito
il Danubio e da qui sarebbe poi andata a fondersi con le popolazioni
germaniche.
“Molti Beniaminiti andarono in esilio. A quanto pare, si trasferirono
in Grecia, nel Peloponneso centrale, in Arcadia dove si sarebbero
imparentati con la locale famiglia regnante. Verso l’inizio dell’era
cristiana, avrebbero risalito il Danubio e il Reno, imparentandosi per
matrimonio con certe tribù teutoniche e generando i Franchi Sicambri:
gli antenati dei Merovingi” (pag. 292).
In appoggio a queste affermazioni, gli autori citano due passi biblici,
Maccabei 1 e Maccabei 2.
“I due libri dei Maccabei nella Bibbia, sottolineano il legame tra gli
Spartani e gli Ebrei.
Maccabei 2 parla di certi ebrei che “si erano recati presso gli
Spartani, nella speranza di trovarvi protezione in nome della comunanza
di stirpe” e Maccabei 1 afferma esplicitamente: “Si è trovato in
una scrittura riguardante gli Spartani e i Giudei, che sono fratelli e
che discendono dalla stirpe di Abramo”.
Sorpresa ! Se prendete in mano la bibbia per controllare, sarà assai
difficile che troviate il libro dei Maccabei. Non esistono soltanto i
vangeli apocrifi, ma anche gli apocrifi del Vecchio Testamento, libri
che sono stati esclusi dal canone biblico perché contengono errori e
fantasticherie evidenti, e Maccabei è uno di questi.
A parte ciò, sarebbe difficile trovare due popoli dell’antico mondo
mediterraneo con un carattere, un tipo di cultura più distanti di Ebrei
e Spartani. Gli Spartani erano di stirpe dorica, ed i Dori erano scesi
in epoca relativamente tarda nella penisola ellenica, ponendo fine alla
civiltà micenea ed iniziando quello che è stato chiamato il medioevo
ellenico; fra costoro abbondavano le fisionomie nordiche ed
un’impronta nordica si conserva ancora oggi presso la popolazione del
Peloponneso (un po’ come i siciliani di origine normanna). Posso dare
una testimonianza personale al riguardo: durante gli anni
dell’università ero diventato amico di un ragazzo altoatesino che era
vissuto in Grecia per un certo periodo, un tipo dai capelli rossicci e
la carnagione molto chiara, che mi raccontò che in Grecia veniva
regolarmente scambiato per peloponnesiaco.
Tra l’Arcadia e il Graal esiste un legame talmente vago che non
varrebbe la pena di menzionarlo se i nostri autori non v’insistessero
sopra parecchio: esiste un quadro di Henry Poussin, datato 1640, Les
Bergers d’Arcadie (I pastori d’Arcadia) dove si vedono alcuni
pastori attorno ad una tomba che reca l’iscrizione: “Et in Arcadia
ego”, e riprende un quadro di soggetto identico del Guercino; si
tratta di un’allegoria ma di significato nulla affatto esoterico, si
riferisce alla morte, simboleggiata dalla tomba, “Anche in Arcadia io
(sottinteso, sono presente)”. Nel seicento, non occorrerebbe nemmeno
ricordarlo, la vita dei pastori, la vita agreste di cui l’Arcadia era
considerata il prototipo, era vista del tutto falsamente come uno stile
di vita idilliaco e sereno, ed attorno a questo concetto che
presupponeva ovviamente il non avere la più pallida idea di come
vivesse realmente la gente nelle campagne, era sorta una scuola poetica
che si denominava appunto “Arcadia”; il significato dell’allegoria
è dunque chiarissimo: anche nelle condizioni di vita apparentemente più
serene, la morte è sempre in agguato, e rappresenta l’esito ultimo ed
inevitabile: una riflessione sconsolata sulla condizione umana.
Anagrammando “Et in Arcadia ego”, si ottiene “I, tego arcana
Dei” (“Vattene, io custodisco i segreti di Dio”). Prendendo per
buono un simile procedimento, cosa conterrebbe la tomba raffigurata ? Le
spoglie della Maddalena o di qualche discendente di Cristo, la coppa
dell’Ultima Cena o che altro ? Si tratterebbe dell’oggetto che la
tradizione ci ha abituati a chiamare santo Graal ? Il fatto è che
giocando con gli anagrammi si può arrivare dove si vuole !
Alcuni hanno creduto di riconoscere il paesaggio raffigurato nel quadro
di Poussin, si tratterebbe di una zona di campagna nei pressi di una
località a proposito della quale sono stati versati fiumi
d’inchiostro: Rennes le Chateau, a prescindere ovviamente dal fatto
che, se considerati da una
prospettiva ad hoc, i paesaggi di campagna si somigliano un po’ tutti.
Rennes le Chateau si trova nei Pirenei orientali, non distante da
Montsegur che nel XIII secolo fu l’ultimo bastione della resistenza
catara.
Verso la fine del XIX secolo, il curato di Rennes Le Chateau, Berenger
Sauniere intraprese dei lavori di restauro nella chiesa parrocchiale.
Certamente trovò qualcosa sotto l’altare della chiesa, qualcosa che
gli consentì da allora in poi, di mostrare una disponibilità di denaro
sorprendente per un curato di campagna, le cui rendite dovevano essere
molto modeste, forse un tesoro dei Catari, e la cosa non sorprenderebbe
per nulla, data la vicinanza con Montsegur, ma da qui a sostenere che il
Graal c’entri qualcosa ! Analogamente, non si può escludere che sia
proprio un tratto della campagna di quella zona a fare da sfondo al
quadro di Poussin, ma anche questo, in definitiva, cosa dimostrerebbe ?
Torniamo al nostro argomento principale: i re merovingi, abbiamo visto
che l’attribuzione a questa dinastia di un’origine ebraica
attraverso il legame con gli Arcadi e gli Spartani, un’origine ebraica
che avrebbe reso loro possibile imparentarsi con la discendenza di Gesù
(ammesso che quest’ultima sia mai esistita !) è del tutto fantasiosa
e storicamente improponibile, ma a questo punto è utile chiarire meglio
il quadro storico che può non essere familiare a tutti.
Storicamente, le dinastie che regnarono sui Franchi e poi sulla Francia
furono tre: i Merovingi, i Carolingi, i Capetingi. Questi ultimi,
attraverso i rami cadetti dei Valois e dei Borbone tennero il trono
francese fino alla rivoluzione del 1789 e poi dopo la caduta di
Napoleone, fino al 1848,
occuparono molti altri troni e furono con ogni probabilità la più
longeva e ramificata dinastia d’Europa.
I Merovingi sono la dinastia franca più antica, erano già sovrani dei
Franchi prima della loro conversione al cristianesimo, e prima che
questi passassero il Reno insediandosi nella Gallia romana che sarebbe
divenuta l’attuale Francia, prendono il nome da uno dei sovrani noti
più antichi di questa famiglia, Meroveo, ma le notizie che si hanno sul
suo conto sono scarsissime, si limitano a poco più del nome, tuttavia
il personaggio più importante è senza dubbio Clodoveo che regnò fra
il 481 e il 511 e fu il vero fondatore del regno franco, e che si
convertì al cristianesimo nel 496. (Dal nome di questo sovrano, Clodwig
alla germanica, Clovis alla latina – francese, viene Louis, Luigi, che
fu il nome più ricorrente fra i re di Francia).
Dopo Clodoveo, il regno merovingio fu più volte smembrato e paralizzato
spesso dalle lotte dinastiche, e questo permise ai maestri di palazzo
della casa carolingia di prendere nelle loro mani il potere effettivo.
Nel 732 il maestro di palazzo Carlo Martello guidò i Franchi alla
grande vittoria di Poitiers contro gli Arabi di Spagna che, valicati i
Pirenei minacciavano di travolgere il regno franco e l’intera
cristianità occidentale. Il prestigio così conseguito permise a Pipino
il Breve figlio di Carlo Martello di deporre nel 751 l’ultimo re
merovingio, Childerico III che fu rinchiuso in convento dove morì nel
754, e proclamarsi re dei Franchi. Il figlio di Pipino il Breve, Carlo
Magno fu il sovrano più illustre di questa dinastia, il fondatore del
Sacro Romano Impero, che estese il dominio franco alla Germania,
all’Italia, a parte della penisola iberica. I carolingi (da
Carolus, versione latinizzata di Karl, Carlo) prendono il nome da Carlo
Martello e/o da Carlo Magno.
Nell’887 l’ultimo sovrano carolingio, Carlo il Grosso, che si era
dimostrato inetto nel difendere il regno dalle scorrerie normanne, fu
deposto dalla feudalità, ed il Sacro Romano Impero fu smembrato nei tre
regni di Francia, Germania ed Italia. I feudatari francesi assegnarono
il regno al conte di Parigi, Ugo Capeto, che fu l’iniziatore della
dinastia capetingia destinata a tenere il trono fino al 1848.
Nel 962 il re di Germania Ottone I di Sassonia conquistò l’Italia e
ricostituì il Sacro Romano Impero in forma bi – nazionale, ed in
questa forma esso sopravvisse, attraverso varie vicissitudini storiche,
fino al 1806, ma la Francia rimase allora e fino ai nostri giorni una
nazione indipendente.
Questo è il quadro storico, ed a questo punto poniamoci una domanda
imbarazzante per la costruzione elaborata dai tre autori della BBC: se i
Merovingi erano i discendenti di Cristo, come mai rimasero pagani fino
al 496, fino a quasi cinque secoli dopo quella che per i credenti è
l’incarnazione ?
Sono gli stessi autori del libro ad evidenziare questa contraddizione
rispetto alla loro tesi, ricordando che san Remigio, vescovo di Reims,
che battezzò Clodoveo, lo invitò non solo a “bruciare ciò che fin
allora aveva adorato” (gli idoli pagani) ma anche ad “adorare ciò
che fin allora aveva bruciato” (i simboli e le chiese cristiane), il
che lascia intendere che prima della conversione del 496, conversione
improvvisa e probabilmente non meno politica di quella di Enrico IV un
millennio più tardi, l’atteggiamento del sovrano franco verso i
cristiani non doveva essere stato esattamente tenero, il che è molto
strano per un discendente di Cristo !
“Al momento culminante della cerimonia [del battesimo], san Remigio
pronunciò le famose parole:
“Mitis depone colla, Sicamber, adora quod incendisti, incendi quod
adorasti” (“China umilmente la testa, o Sicambro, adora ciò che
bruciavi, e brucia ciò che adoravi”)” (pag. 261).
Un punto abbastanza sorprendente è che gli autori mostrano grande
meraviglia per il fatto che con il battesimo di Clodoveo, la
Chiesa
cattolica sembra prendere un atteggiamento ambiguo a mezza strada fra la
creazione di una nuova monarchia ed il riconoscimento di una situazione
preesistente. In realtà, questo è assolutamente tipico dell’epoca a
cui ci riferiamo, e non capirlo significa non comprendere né la
mentalità medievale né l’immensa arroganza della Chiesa del tempo.
“E’ importante notare che il battesimo di Clodoveo non fu
un’incoronazione, contrariamente a quanto talvolta sostengono gli
storici.
La Chiesa non nominò re Clodoveo. Clodoveo era già re, e la
Chiesa non poteva far altro che riconoscerlo” (Ibid.)
Dobbiamo considerare che la Chiesa cattolica si riteneva a tutti gli
effetti la rappresentante esclusiva di Dio in Terra, ed in quanto tale
rivendicava il diritto di amministrare, spiritualmente e materialmente
ogni cosa esistente sulla Terra, che solo con il battesimo ed alla
precisa condizione di mantenersi devoto seguace della Chiesa stessa,
l’uomo riceveva personalità giuridica (un’espressione ancora oggi
in uso come “i cristiani e le bestie”, la dice lunga al riguardo),
che per conseguenza, ciò che appartiene a un pagano è una res nullius
di cui la Chiesa può liberamente disporre, e che perciò può dare in
concessione (sempre revocabile) al momento del battesimo a chi l’ha
fin allora sempre posseduta. Noi vediamo un’eco di questa concezione
nell’atteggiamento degli storici che si occupano dell’alto Medio
Evo: capita che quello che prima era un “capotribù” viene promosso
a “re” al momento del battesimo, diventa addirittura il primo
sovrano ed il fondatore della propria dinastia anche se era salito su un
trono che i suoi antenati detenevano già da secoli.
E’ successo con Clodoveo, è successo anche, ad esempio con Stefano I
d’Ungheria, divenuto dopo essersi convertito, “primo re” di una
nazione che i suoi antenati governavano da secoli.
Allo stesso modo, poiché ciò che appartiene a dei non cristiani è res
nullius, la Chiesa si riteneva libera di farne dono a chi volesse, così
ad esempio, fu “fatto” re di Sicilia il normanno Roberto il
Guiscardo molto prima che questi togliesse l’isola ai saraceni, e la
successiva conquista non fu affatto una conquista, un’usurpazione, una
rapina: un uomo sarà pure libero di sbarazzarsi delle “bestie” che
infestano la sua proprietà. E’ da notare che nello stesso modo furono
“date” ai Normanni le terre dell’Italia meridionale che
appartenevano agli “eretici” bizantini, dal che si arguisce che la
condizione per essere ritenuto “cristiano” e quindi realmente
“uomo” non è credere in Cristo, ma ubbidire al papa.
Assieme alla “grazia del battesimo” la Chiesa si riserva sempre il
diritto di revocare la proprietà di un uomo su ciò che possiede, od
almeno di sospenderla, ed è questo il motivo per il quale la scomunica
(letteralmente “esclusione dalla comunità” dei credenti) o anatema
(termine che ha lo stesso significato e viene dal greco ana – temno,
“tagliare via”) era un’ arma così potente nelle mani della Chiesa
medievale, temuta in particolare dai sovrani, perché faceva venire meno
il giuramento di fedeltà dei feudatari, che di solito non aspettavano
di avere altro che il pretesto per ribellarsi, in modo da conseguire
maggiore autonomia e potere.
Appunto in ragione delle scomuniche inflitte all’imperatore Federico
II ed a suo figlio Manfredi, la Chiesa si ritenne in diritto di
trasferire nel 1266 il regno di Sicilia dalla casa di Svevia a quella
d’Angiò, ed è da notare il particolare che merita di essere
ricordato ad imperitura vergogna di questi sedicenti rappresentanti
terreni della divinità, che il corpo di Manfredi, caduto alla testa dei
suoi uomini nella battaglia di Benevento, e sepolto dai suoi soldati, fu
fatto disseppellire e buttare fra i rifiuti dalle autorità
ecclesiastiche: “una bestia” non aveva il diritto alla sepoltura.
Torniamo ai nostri Merovingi: nel 679, il re Dagoberto II fu fatto
uccidere a tradimento, e la sua famiglia fu fatta massacrare dal maestro
di palazzo Pipino di Heristal, padre di Carlo Martello e bisnonno di
Carlo Magno.
Questa strage fu avallata, od almeno non fu troppo biasimata dalle
autorità ecclesiastiche, poiché Dagoberto aveva mostrato
un’eccessiva autonomia e non troppo rispetto per le prerogative della
Chiesa. Non fu l’estinzione immediata della stirpe merovingia che
continuò attraverso rami cadetti per altri tre quarti di secolo, fino a
Childerico III, ma il declino era ormai totale: è il periodo di quelli
che sono stati calunniati come “re fannulloni”, in realtà re
impossibilitati ad agire, spesso troppo giovani per regnare realmente,
fatti e disfatti a loro talento dai maestri di palazzo carolingi, che
infine li soppiantarono anche di diritto.
Secondo i “documenti del Priorato”, ma solo secondo essi, senza
nessun altro appiglio storico, uno dei figli di Dagoberto, Sigisberto,
sarebbe sopravvissuto alla strage, ed attraverso lui la stirpe
merovingia si sarebbe perpetuata fino ai nostri giorni; una storia che
ricorda molto quella della sedicente Anastasia, presunta figlia dello
zar Nicola II che sarebbe sopravvissuta al massacro di Ipatiev, e che
oggi sappiamo per certo essere stata un’imbrogliona che in realtà
nulla aveva a che spartire con la casa imperiale russa.
E’ noto che la fondazione del Sacro Romano Impero avvenne in maniera
alquanto bizzarra: Carlo Magno, che fino a quel momento era
semplicemente re dei Franchi, invitato a Roma per una messa solenne la
notte di natale dell’ anno 800, fu incoronato a sorpresa dal papa
“imperatore romano”, ed è anche noto che questo insolito regalo di
natale non fu per nulla gradito dal sovrano franco, che manifestò un
vivo disappunto.
“Sembra che Carlomagno [gli autori usano questa grafia, dal francese
Charlemagne, personalmente ritengo che “Carlo Magno” sia più
corretto e preferibile] fosse dolorosamente consapevole del tradimento
implicito nella sua incoronazione. Secondo le cronache contemporanee,
l’incoronazione fu un’accurata messa in scena, predisposta dal papa
all’insaputa del monarca franco; e sembra che Carlomagno fosse
sorpreso e profondamente imbarazzato. Era già stata preparata di
nascosto una corona. Carlomagno era stato attirato a Roma e indotto ad
assistere a una messa solenne.
Quando prese posto in chiesa, il papa senza preavviso, gli posò sulla
testa il diadema, mentre il popolo lo acclamava “Carlo, Augusto,
incoronato da Dio, grande e pacifico imperatore dei Romani”.
Per ripetere le parole di un cronista del tempo, Carlomagno disse
chiaramente che non sarebbe entrato nella cattedrale quel giorno,
sebbene fosse la più grande di tutte le festività della Chiesa, se
avesse saputo in anticipo ciò che intendeva fare il papa” (pag. 273).
Questo brano è tipico della maniera che hanno gli autori di travisare
le cose a sostegno delle loro tesi; danno ad intendere che Carlo Magno
fosse riluttante ad assumere quella corona che suo padre, Pipino il
Breve aveva strappato ai Merovingi con un’usurpazione che sarebbe
stata anche un sacrilegio, ammesso che questi ultimi fossero realmente
la discendenza di Cristo, la “famiglia del Graal”.
La realtà dei fatti storici è ben diversa: Carlo Magno era divenuto re
dei Franchi nel 768, aveva accettato quella corona usurpata ai Merovingi
da suo padre 17 anni prima senza alcuna remora, non solo, ma nel 771 vi
aveva aggiunto anche la parte spettata al fratello Carlomanno,
approfittando della morte di quest’ultimo e privando i suoi nipoti
della loro eredità. Il motivo per il quale l’incoronazione a
“imperatore romano” provocò il suo disappunto, anche questo è
noto, era completamente diverso, e non aveva nulla a che fare con i
Merovingi: nel 476, dopo che Odoacre ebbe deposto Romolo Augustolo,
l’ultimo, effimero imperatore romano d’occidente, egli spedì le
insegne imperiali a Bisanzio. Il significato di ciò era chiaro:
l’imperatore bizantino era l’unico e solo “imperatore romano”.
Questo per Bisanzio non era un riconoscimento simbolico, l’impero
bizantino aveva sempre mostrato di considerare l’insediamento dei
regni barbarici nell’ impero occidentale come un accidente temporaneo
cui occorreva porre fine, tanto è vero che sotto Giustiniano, dal 533
al 554, Bisanzio aveva intrapreso una serie di campagne militari intese
a riportare sotto il suo controllo i territori che avevano fatto parte
dell’antico impero romano, strappando l’Africa del nord ai Vandali,
l’Italia agli Ostrogoti, gran parte della Spagna ai Visigoti, solo il
regno dei Franchi nella Gallia e parte della Spagna visigota erano
rimasti fuori dalla riconquista.
Questa elevazione ad “imperatore romano” del sovrano franco non
aggiungeva nulla al suo potere effettivo, e creava un incidente
diplomatico con i Bizantini proprio nel momento in cui Carlo Magno
cercava di arrivare ad un accordo con loro.
In più, Carlo era un politico abbastanza scaltro e lungimirante da
accorgersi che, arrogandosi il diritto di “fare e disfare” gli
imperatori, la Chiesa metteva una pesante ipoteca sul regno dei suoi
successori.
Spostiamoci in avanti di sette secoli. Tra il 1574 ed il 1589 la Francia
attraversò una delle crisi più gravi della sua storia. In quel periodo
sedeva sul trono francese Enrico III, ultimo della casa di Valois. Egli
era succeduto al padre, Enrico II ed a due fratelli morti uno dopo
l’altro in giovane età, e non c’erano altri Valois viventi; in più,
si sapeva che egli, notoriamente omosessuale, non poteva avere
discendenti; egli nominò erede testamentario il proprio parente più
prossimo, il re di Navarra Enrico di Borbone, pure quest’ultimo
appartenente ad un ramo cadetto dei Capetingi, ma c’era un grosso ma;
non solo Enrico di Borbone era protestante ma addirittura il capo
riconosciuto degli Ugonotti, i protestanti francesi, e ciò arrivava in
un momento nel quale la lotta fra cattolici e protestanti, lotta armata
estremamente sanguinosa era al culmine in Francia, era divenuta
inarrestabile dal 1559, quando la morte prematura ed improvvisa di
Enrico II, rimasto ucciso in un torneo, aveva lasciato la corona in una
posizione di estrema debolezza.
Gli Ugonotti, i protestanti francesi, erano una minoranza, e la grande
massa del popolo francese era rimasta cattolica, ma si trattava di una
minoranza che reclutava i suoi adepti fra la nobiltà e l’alta
borghesia imprenditoriale, una minoranza molto ben organizzata e che
deteneva molte posizioni di potere.
I cattolici francesi insorsero, guidati dalla potente famiglia dei
Guisa, ed il capo di questa casa – che per un bizzarro caso si
chiamava anch’egli Enrico – fu considerato dai cattolici francesi
l’erede legittimo al trono in ragione di un’ascendenza piuttosto
vaga che i Guisa vantavano – o pretendevano di vantare – con i
Carolingi.
La guerra civile che ne derivò, per questo motivo, è ricordata dagli
storici come la guerra “dei tre Enrichi”.
La Spagna, la Spagna di Filippo II, che era allora lo stato più potente
d’ Europa, intervenne con le sue truppe a sostegno dei cattolici
francesi e della casata di Guisa; all’ambizioso monarca spagnolo non
dovette essere parso vero di avere l’occasione di attirare la Francia
nella sua orbita.
La situazione parve divenire ingovernabile quando, nel 1589, un fanatico
cattolico uccise re Enrico III in un attentato.
A questo punto, però, Enrico di Borbone fece un’abile mossa che
spiazzò tutti, si convertì al cattolicesimo.
Di colpo, quella che era iniziata come una guerra civile con motivazioni
religiose, si trasformò in una lotta di liberazione dei Francesi contro
gli invasori spagnoli, ed i Guisa si trovarono trasformati da
pretendenti al trono, in una casa di traditori al servizio della Spagna,
mentre Enrico di Borbone s’insediava trionfalmente sul trono francese
come Enrico IV.
Occorre dire che la casa di Guisa è una di quelle che, secondo Baigent,
Leigh e Lincoln, i “documenti del Priorato” (posto che simili
documenti esistano davvero) indicano come di ascendenza merovingia,
quindi facente parte della “famiglia del Graal”, dei discendenti di
Cristo.
Se questo fosse vero, quello sarebbe stato il momento per i Guisa, per
la “famiglia del Graal” di rivendicare apertamente la propria eredità,
e per il Priorato di Sion, ammesso che tale associazione esistesse
davvero e non sia un’ invenzione moderna, di uscire allo scoperto, di
farsi avanti.
Se tanto avesse una sia pur minima base storica, i Guisa avrebbero avuto
ancora parecchie carte da giocare: un’ascendenza merovingia sarebbe
stata un titolo di rivendicazione del trono francese molto più
persuasivo di quella carolingia (se prescindiamo dalla figura
eccezionale di Carlo Magno, i Carolingi non fanno una gran bella figura
nella storia francese: guadagnarono il trono con l’omicidio –
l’assassinio di Dagoberto II – e con l’usurpazione, e lo persero
per inettitudine), tanto più se, in quanto merovingio, Enrico di Guisa
avesse potuto, con l’aiuto del Priorato di Sion,
provare di discendere addirittura da Gesù Cristo!
Che la conversione di Enrico di Borbone al cattolicesimo fosse tutta
strumentale e politica, questo non sfuggiva a nessuno; l’aveva ammesso
lo stesso interessato con la famosa frase: “Parigi val bene una
messa”, ed erano in molti a reputarlo anche dopo di essa un pericolo
per la fede cattolica, al punto che finì egli pure, come il suo
predecessore, assassinato da un fanatico cattolico nel 1610 (non prima,
però, di aver assicurato la continuità della dinastia nella persona di
suo figlio Luigi XIII).
(I libelli sfornati all’epoca dalla pubblicistica cattolica per
giustificare gli assassini di Enrico III e di Enrico IV e che arrivano a
teorizzare senza tante perifrasi la liceità del regicidio, sono una
lettura interessante ancora oggi, anche se si ha l’impressione di non
riuscire più a distinguere la differenza fra la Chiesa cattolica e le
Brigate Rosse).
Se tutto ciò non è avvenuto, una sola spiegazione è possibile: La
casa di Guisa non discendeva dai Merovingi che si sono con ogni
verosimiglianza estinti con la morte di Childerico III nell’anno 754,
e nulla prova che fossero discendenti di Gesù Cristo, e non vi sono
indizi che il fondatore della religione cristiana abbia lasciato
discendenti, che il Priorato di Sion, o non è mai esistito o si tratta
di un’invenzione moderna, che i “documenti del Priorato”, se
esistono, sono una ricostruzione fantasiosa di certi avvenimenti
storici, o, per usare un termine più tecnico, una bufala.
La pista del Graal cristiano finisce nel nulla, tuttavia vi è un senso
che ha questo mito così centrale nella cultura europea, che gli autori
hanno evitato, si direbbe in maniera deliberata, di esplorare. Suppongo
che ve ne siate già accorti anche voi: non è perlomeno strana una
trattazione del Graal opera di autori inglesi nella quale si evitano di
menzionare le Isole Britanniche ed il ciclo arturiano, le storie della
Tavola Rotonda ?
In realtà la cosa non è per nulla così strana, se si vuole presentare
una lettura del mito del Graal in chiave esclusivamente cristiana, poiché
non è possibile collocare questo mito nel contesto del ciclo arturiano
senza che ne balzino agli occhi le origini celtiche, pre – cristiane e
pagane.
Stranamente, gli autori, mentre si dimostrano fin troppo creduli, per
non dire sensazionalistici circa tutti gli altri aspetti del “mistero
del Graal”, avallando anche versioni contraddittorie, a cominciare dai
“documenti del Priorato” che nulla prova non siano il lavoro di
qualche arguto burlone, riguardo alle origini britanniche della
leggenda, manifestano un sorprendente scetticismo:
“Ormai
incominciavamo a chiederci se la preminenza assegnata alla Britannia dai
commentatori dei romanzi del Graal non fosse frutto di un errore”
(pag. 327).
Ed aggiungono in una nota a pag. 336 che ciò “Può essere un’eco
del fatto che re Dagoberto trascorse la fanciullezza in Bretagna”
Bretagna che, si noti, non significa la penisola bretone, bensì le
Isole Britanniche, infatti, Dagoberto: “Crebbe nel monastero irlandese
di Slane, non lontano da Dublino; e nella scuola annessa al chiostro
ricevette un’istruzione di gran lunga superiore a quella che avrebbe
potuto ricevere nella Francia di quei tempi. Sembra che durante questo
periodo frequentasse la corte del Sommo re di Tara. Inoltre fece
amicizia con tre principi di Northumbria che studiavano anch’essi a
Slane. Nel 666, probabilmente quando viveva ancora in Irlanda, Dagoberto
sposò Matilde, una principessa di stirpe celtica. Poco tempo dopo si
trasferì dall’Irlanda in Inghilterra e si stabilì a York, nel regno
di Northumbria. Qui si legò di stretta amicizia con san Wilfrid,
vescovo di York, che divenne il suo mentore”(pag. 264).
Tutto ciò può essere, ma non si vede in che modo possa aver dato
origine al Ciclo Bretone.
Re Artù è nominato solo di sfuggita, per proporre una discutibile
etimologia del suo nome, che si ricollegherebbe al greco artos, orso,
messo in relazione con il fatto che l’orso era l’animale totemico
sacro dei Sicambri (che strano che dei discendenti della tribù ebraica
di Beniamino e poi addirittura di Gesù venerassero un animale
totemico!), ma forse il massimo dell’umorismo involontario gli autori
lo raggiungono quando ci spiegano che Perceval le Galois non vorrebbe
dire “il gallese”, ma sarebbe una deformazione di Valois, il
Vallese, e per conseguenza dovremmo forse tradurre “Perceval lo
svizzero”.
C’è insomma un chiaro lavoro di coverage, di depistaggio. Il mito del
Graal non può avere origini celtiche – britanniche perché non deve
avere scaturigini e significati pagani.
Più ci si attiene a questi singolari criteri interpretativi, più le
bizzarrie aumentano; si veda a pag. 304: “Le fondamenta pagane dei
romanzi del Graal sono state esplorate in modo esauriente da molti
studiosi, da Sir James Frazer nel Ramo d’oro fino ai nostri giorni. Ma
nella seconda metà del secolo XII la base originariamente pagana dei
romanzi del Graal subì una trasformazione curiosa e di straordinaria
importanza. In un modo oscuro che finora ha eluso le indagini dei
ricercatori, il Graal fu associato esclusivamente e specificatamente al
cristianesimo, anzi, a una forma di cristianesimo non molto ortodossa.
Con un enigmatico processo di fusione, il Graal venne collegato
inestricabilmente a Gesù. E sembra che non si trattasse soltanto di un
facile e disinvolto innesto di tradizioni pagane e cristiane”.
Bizzarro è il meno che si può dire: dunque, un mutamento
nell’interpretazione letteraria di un simbolo, avrebbe avuto il potere
di cambiare la storia precedente, alterando l’universo reale e creando
la stirpe dei discendenti di Gesù ? Strano, molto strano: se gli autori
dei romanzi cavallereschi avessero avuto un tale potere, sarebbero stati
infinitamente più magici dei loro personaggi !
Separare il Graal dal Ciclo bretone e dal mondo celtico, è però meno
facile di quel che sembrerebbe, ed una chiara dimostrazione “visiva”
involontaria di ciò è data proprio dalla copertina di questo libro
(almeno nell’edizione italiana): tra i vari calici e coppe che si
potevano impiegare per “impersonare” il Graal, cosa va a riportare
la copertina del libro? Ma si, proprio il calice di Ardagh, capolavoro
dell’oreficeria celtica medievale irlandese !
Io credo, a differenza dei tre giornalisti inglesi, che per comprendere
quale sia il reale significato del mito del Graal sia necessario in
primo luogo rifarsi al contesto nel quale esso è nato, cioè
esattamente il luogo e l’epoca, la Britannia del V secolo, proprio
come se, per fare un esempio, se non vogliamo perdere del tutto di vista
il significato di del mito di Atlantide, è al testo di Platone che
dobbiamo rifarci, non cercarla a Santorini, in Antartide o magari nel
giardino di casa.
La Britannia del V secolo, sgombrata dalle legioni romane e che si
apprestava a sostenere l’urto dei barbari anglosassoni; quella
arturiana è la storia di un’epopea militare, ma è anche qualcosa di
più.
Solo in tempi piuttosto recenti gli storici hanno iniziato a rendersi
conto che il mondo romano antico non ha mai costituito, nemmeno nel
momento del suo massimo fulgore, una realtà totalmente unificata, e che
di fatto la conquista romana e poi la cristianizzazione si
sovrapponevano come un lieve sostrato su di una serie di culture
indigene nelle quali il livello di profondità cui era giunta
l’assimilazione di elementi culturali romani, e poi del cristianesimo,
variava considerevolmente da luogo a luogo.
Il ritirarsi progressivo dell’amministrazione romana al seguito delle
legioni con le quali era venuta (gli imperatori della decadenza
cercavano di salvare il nucleo dell’impero abbandonando al loro
destino le regioni periferiche) ed il retrocedere, in molti casi, della
stessa evangelizzazione compiuta dai preti cristiani, lasciarono spazio
al risorgere delle culture indigene.
Erano Britanni non molto diversi da quelli vissuti prima della conquista
romana, quelli cui toccò far fronte all’invasione anglosassone, sui
quali, benché si dichiarassero cristiani, il cristianesimo aveva agito
in maniera molto superficiale; ed il ciclo arturiano non è altro che
l’epopea, trasfigurata secondo il linguaggio del mito, della loro
resistenza.
Forse della rinascita delle culture indigene, proprio il Ciclo Bretone e
l’ epopea di Artù sono gli esempi più noti, ed allora una cosa è
evidente: questa cultura è ancora pagana – druidica sotto una crosta
di cristianizzazione superficiale. Artù è il re sacrale, re –
guerriero incarnazione di Lug, Merlino ha tutte le caratteristiche del
druido; egli tuttavia ad un certo punto è ferito o malato, ha una piaga
che non si risana, conseguenza di una caduta morale, dell’incesto con
Morgana, anche se egli è stato attratto con l’inganno in questo
insano rapporto.
Bisogna notare anche che Artù è molto più di un semplice governante,
è un re sacrale, “pontifex” secondo la concezione antica, ossia
colui che è chiamato a fare da ponte fra la terra e il cielo, fra
l’ordine umano e l’ordine divino, ad incanalare sulla terra le
energie cosmiche che la fanno vivere, per cui la sua condizione produce
l’inaridimento della terra.
Cosa è il Graal che i suoi cavalieri debbono ritrovare per ridargli la
salute e la forza, il potere di governare ?
Coppe o calderoni magici erano impiegati nelle cerimonie di
consacrazione dei sovrani celtici, e con ogni evidenza Artù, per
recuperare il suo ruolo regale ed i poteri mistici necessitava di essere
riconsacrato probabilmente con la stessa coppa impiegata alla sua
incoronazione. Che poi per una popolazione che aveva preso a professarsi
superficialmente cristiana, con un tipico processo sincretistico un
simile oggetto si confondesse con la coppa impiegata dai preti
nell’eucaristia, è proprio l’ultima cosa che possa stupire.
L’idea stessa di una regalità sacrale è un’idea non cristiana. Il
sovrano che è “pontifex”, ponte fra l’ordine umano e la
dimensione trascendente, come Artù è, è una concezione inaccettabile
per il cristianesimo, è il prototipo del re pagano. La Chiesa ha sempre
insistito su questo punto: “Dopo Cristo, nessun uomo può essere re e
sacerdote”, e non a caso, perché un potere politico interamente
desacralizzato non è in grado di dare quei valori morali senza i quali
la convivenza umana diventa impossibile, ed è costretto a cercarli
altrove, a richiederli alla Chiesa stessa.
Ricordate le parole di Massimo Cacciari che ho riportato nel mio scritto
Verso una nuova rivoluzione spirituale dell’uomo europeo ?: “Il
cristiano è necessariamente sovversivo verso qualsiasi potere politico
che si pretenda autonomo”.
Attraverso il simbolismo del Graal riemerge una concezione che non solo
non è cristiana, ma con il cristianesimo è incompatibile, e se abbiamo
capito
questo, abbiamo portato a termine positivamente la nostra ricerca del
Graal, indipendentemente dalla sopravvivenza o dal ritrovamento del
Graal inteso come oggetto materiale.
Il Graal è un potente simbolo, un archetipo che attraversa tutta la
cultura europea e la ricollega alle sue origini pagane.
In questa prospettiva, anche i Catari ed i Templari trovano una
collocazione, indipendentemente da quella che può essere una
connessione diretta: i Catari come espressione di una religiosità
autoctona dell’Europa, di una spiritualità indipendente da quel fondo
mediorientale, semitico non – europeo da cui il cristianesimo è
emerso, e che si porta dietro come marchio indelebile e perenne
conflitto con l’anima profonda dell’Europa, una spiritualità che la
Chiesa cattolica è riuscita a sopraffare (od a sopraffarne la
manifestazione esteriore più evidente) soltanto con il ricorso alla
violenza più feroce. I Templari come modello di una religiosità virile
ed eroica in realtà profondamente estranea al cristianesimo, che la
Chiesa ha dovuto suscitare durante l’epoca delle crociate, per poi
allontanare da sé e cancellare, ancora una volta, nella maniera più
brutale.
A conclusione della nostra pista del Graal, quel che noi troviamo non è,
come pensano i tre giornalisti inglesi, un cristianesimo alternativo, ma
un’ alternativa al cristianesimo.
Tratto
da: http://www.bibrax.org/sito/index.htm
Commento NdR: a parte le
varie considerazioni sulla veridicita' o meno di quanto
esposto, rimane che il santo Graal e' dentro di noi...compresa
la sostanza che secerne....e che da' salute....
vedi Pineale
.....la ghiandola sacra + vedi:
Chi e'
dio, dov'e cosa e' ?
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