|
|
||
In ogni nazione le regole politiche del gioco sono dettate da una Costituzione, un documento che riflette lo scenario nel quale è nata e poi si è evoluta la nazione con ottimizzazioni, utili per aumentarne l’efficienza nei confronti dei nuovi problemi. Ma proprio perché detta le regole del gioco, tutti devono essere consapevoli di accettarle, e tutti dovrebbero essere eventualmente disposti a modificarle. La nostra Costituzione, nata nel dopoguerra, risente della preoccupazione di non lasciare spazio a rinnovati tentativi dittatoriali, a nostalgie di cercare l’uomo forte e pertanto pone al centro dello stato un sovrano, costituito dal popolo, e la sua rappresentanza logica e legale che è il Parlamento. Con questa logica, è il sovrano che designa i suoi rappresentanti, è il sovrano che ha il diritto di controllarli costantemente. Questa logica giustifica l’esistenza dei due rami del Parlamento, l’uno che esercita un controllo sull’altro, giustifica i poteri del Presidente della Repubblica, garante di tutti gli italiani, e del Presidente del Consiglio controllato dal Quirinale e dal Parlamento, capo di un esecutivo che dovrebbe rendere conto dei suoi atti in ogni istante. Quindi strumenti leciti per l’esercizio del potere del popolo sovrano. Alcuni sostengono che questa Costituzione va cambiata perché inefficiente, ma anche ammettendo che perfezionamenti siano possibili, l’inefficienza della Costituzione non risiede nella sua struttura, ma nell’uso distorto che se ne è fatto. L’opinione pubblica sembra indifferente a questi cambiamenti perché non è stata mai incoraggiata a sostenere le istituzioni. Le istituzioni hanno raccontato e descritto se stesse con linguaggi a volte incomprensibili senza preoccuparsi minimamente di coinvolgere i cittadini nei rapporti politici e istituzionali, considerando il loro apporto irrilevante. E’ mancata una informazione libera da condizionamenti editoriali, sono mancate strutture elettive, originate dai cittadini capaci di anticipare, guidare e non seguire le scelte. La Costituzione è stata tradotta, nelle leggi applicative, con il linguaggio ideologico delle forze politiche egemoni ed ha impedito sistematici rapporti tra cittadini e istituzioni. Ma dietro chi vorrebbe cambiare la Costituzione vi sono coloro che intendono salvaguardare quei poteri forti che tengono in mano l’amministrazione pubblica, che stabiliscono le leggi, che decidono la distribuzione della ricchezza. Dietro una facciata istituzionale ,si nasconde qualche cosa che non osa appalesarsi, qualcosa che desterebbe vergogna per gli interessi occulti e pericolosi., di chi dovrebbe combattere la criminalità organizzata, e invece traffica con essa.. Ma un altro potere forte che inconsapevolmente minaccia continuamente la Costituzione è quello di molti cittadini che, pur resi edotti dai mezzi d’informazione, pur sapendo perfettamente che un politico ha comperato giudici e finanzieri, continuano a votarlo. Un potere forte diffuso, frammentato, che nasce dall’ignoranza e dalla voglia egoistica di mantenere i propri privilegi contro l’interesse degli altri, anche quando si tratta di vantaggi piccoli e diffusi come quelli di una categoria sociale e di una professione. A tutte queste persone non interessa rispettare le regole del gioco, perché se ne sono già costruite di proprie a loro misura, e anzi se le loro regole potessero essere codificate e da illecite diventare legali, sarebbe forse questa l’unica motivazione che li spingerebbe a chiedere la modifica di questa Costituzione, così ingombrante e fastidiosa. Le regole del gioco dovevano essere accettate e applicate da tutti per creare una nuova cultura politica che spazzasse via definitivamente il vecchio ordine politico antecedente al 1948. Invece i leader e i partiti hanno condizionato la Carta Costituzionale, silenziosamente riscrivendola, per riportarla al vecchio ordine politico, comodo per gestire il potere, scomodo per coloro che attendevano l’applicazione della democrazia. Che tutto questo sia avvenuto non solo ce lo fornisce proprio la critica che questa Costituzione non funziona, ma che i problemi di oggi più rilevanti non hanno niente a che fare con i principi costituzionali. I problemi urgenti che oggi si pongono sono la riduzione dei costi della politica, perché da missione civile e temporanea del singolo, secondo lo spirito costituzionale, è diventata carriera e tradizione di casta, con tutti gli artifici per mantenerla, difenderla, e renderla economicamente altamente remunerativa. La mancanza di rigore nell’etica politica e la conseguente selvaggia commistione tra politica e affari,contro il dettato costituzionale che destina le risorse di tutti a tutti. La tendenza a piegare la Costituzione alle necessità delle parti, invece che alle necessità del popolo, con riforme imposte a colpi di maggioranza. Dunque non è la Costituzione che genera inefficienza, ma sono le forze politiche che inquinando la Costituzione ,per mantenere saldamente il potere senza dare alcuna possibilità di ricambio, hanno trasformato le strutture di controllo in semplici duplicati che applicando il principio dei controllori che controllano se stessi , le fanno apparire come inutili e anzi dannose. Oggi il difficile problema che si pone è ritornare alle origini costituzionali. Un problema molto difficile, che si evidenzia con i timidi tentativi di fronteggiare l’antipolitica proponendo ad esempio oggi, tagli dei ministeri, ma tuttavia da attuare nella prossima legislatura, cioè tra tre anni, ma la legge di riforma in proposito, mai attuata, esisteva fin dal 1999. Tentativi di riforme costituzionali, tutti miseramente falliti, come la riforma della destra, bocciata sonoramente dal referendum del 2006, o come la riforma del titolo V della Costituzione, votata dal centrosinistra , poi non attuata dalla nuova maggioranza di centrodestra e che ha creato un continuo contenzioso Stato Regioni, cioè proprio quei motivi di continua inefficienza che si addebitano per comodità alla Costituzione. Cose di questo genere difficilmente avvengono nelle altre democrazie liberali come negli Stati Uniti, in Germania etc. perché in quei paesi ogni riforma costituzionale deve essere approvata con maggioranze qualificate dei 2/3 o dei 3/5 per evitare riforme di parte. Questo è un principio cardine delle costituzioni liberali e democratiche, secondo cui chi vince le elezioni ha diritto di governare ed attuare il suo programma, ma la Costituzione che definisce i diritti di libertà e le regole democratiche non può essere alla mercè della maggioranza del momento, perché deve garantire tutti, minoranze incluse, anche perché si correrebbe il rischio che, al cambio di maggioranza, ognuno possa farsi le regole che crede. E’ poi difficile trovare nella Costituzione una regola che sostenga la necessità del bipolarismo, frutto della fantasia e della convenienza dei maggiori schieramenti che, scambiandosi periodicamente i ruoli ed i reciproci vantaggi, trasformano una democrazia in una oligarchia. Nessuna regola costituzionale afferma che chi vince ha diritto di appropriarsi di tutto dalla pubblica amministrazione, all’economia, dall’informazione, agli organi di controllo delle istituzioni e della magistratura. Questo non vuol dire che non sia possibile l’ammodernamento delle nostre istituzioni, e ce lo dimostrano le molteplici esperienze delle grandi democrazie, come la Gran Bretagna, la Germania, la Svezia , la Spagna, e quest’ultima con una Costituzione simile alla nostra. Queste, hanno dimostrato di saper costruire soluzioni innovative, che migliorano le istituzioni e non travolgono i principi costituzionali. Abbiamo tutti potuto constatare quali danni di inefficienza ha portato una cattiva legge elettorale, mentre la nuova, pur avendo validi e sperimentati modelli europei non riesce a decollare non per ragioni costituzionali, ma per ragioni di calcoli partitici. Si arriva così all’assurdità che le scelte popolari non sono funzioni di un sentimento diffuso ma da un semplice algoritmo elettorale. E’ quindi indispensabile e urgente evitare di addossare alla Costituzione le colpe dei partiti, dei sistemi elettorali, dei regolamenti parlamentari, tradurre in leggi, i principi contenuti nella Costituzione, facendo partecipare il popolo sovrano alle decisioni e ai controlli dei quali ha diritto. Fin dal 27.12.1947, quando fu promulgata la Costituzione, si cominciò a violare l’art.1, considerando la sovranità popolare una parola vuota di significato, in quanto le masse popolari erano considerate immature. E infatti, nonostante fosse presente nella Costituzione lo strumento referendario, cioè il principale istituto di democrazia diretta, questo fu praticamente ignorato per 22 anni, perché non fu mai varato il relativo decreto attuativo. Palmiro Togliatti, leader del PCI, fu il principale oppositore, e tentò in ogni modo di non introdurre il referendum nella Costituzione. Solo Einaudi per i liberali e Aldo Moro per i democristiani, e anche i repubblicani, accettarono la sua introduzione ma a patto che non fosse resa subito efficace, sostenendo fosse uno strumento costoso e fastidioso per il pubblico. Proprio dai comunisti invece ci si sarebbe atteso un sostegno, dato che teorizzavano l’uso del referendum sia come strumento di democrazia che come forma di controllo popolare, ma evidentemente la strategia di Togliatti era diversa, tanto che ,anche dopo la presenza del referendum nella Costituzione, l’osteggiò in tutti modi possibili per renderlo poco efficace e difficilissimo da attuare. Analoga opposizione, dunque, di ebbe da parte di Terracini contro il referendum propositivo, perché avrebbe alterato gli equilibri interni dei partiti, e non fu accettato neppure come strumento di mediazione, affidato al popolo per dirimere eventuali contrasti legislativi tra esecutivo e Parlamento. Anche sul numero di firme per l’ammissibilità vi fu la forte opposizione di Togliatti, che giudicava le 500.000 firme troppo esigue, contestò anche l’introduzione di un eventuale referendum sospensivo di determinate leggi, perché temeva che un ampio movimento popolare togliesse potere ai partiti. Per tutte queste ragioni si arrivò ad approvare il solo referendum abrogativo, solo perché era quello con tasso di rischio minore per i partiti, e tuttavia furono imposti confini talmente ristretti, nella speranza di creare le condizioni per convincere a non ricorrervi mai. E’ dunque evidente quanto l’unico strumento che avrebbe potuto attuare l’art.1 della Costituzione fu boicottato e svuotato dai partiti che temevano il giudizio popolare e da quel momento mai reso funzionante. Tuttavia, nel 1970, dopo 22 anni, questo strumento fu finalmente attuato, solo per attuare un semplice baratto tra l’approvazione della legge sul divorzio, voluta dalla sinistra e osteggiata dal Vaticano, e l’approvazione del regolamento attuativo del referendum, voluto dal Vaticano che sperava con questo, di annullare la legge sul divorzio. Ma solo troppo tardi i partiti si accorsero che, il cosiddetto “popolo immaturo” ,da quel momento ricorse per ben 465 volte al referendum. Di questi, solo 130 superarono lo sbarramento delle 500.000 firme, e di questi, solo 66 superarono il vagli della Corte Costituzionale, e solo per 59 furono celebrate le votazioni referendarie, le indicazioni delle quali furono spesso poi ignorate, come per il referendum sul finanziamento dei partiti Come si vede gli ostacoli frapposti hanno sempre funzionato bene. Ma anche il trucco del quorum, ha esercitato un’azione bloccante della volontà popolare, perché negli ultimi 10 anni nessuna consultazione è risultata valida, in quanto non ha raggiunto il quorum della metà + 1 degli aventi diritto al voto, attraverso l’utilizzo da parte dei partiti dell’arma dell’astensionismo, cioè l’incitazione, per i cittadini, a rinunciare al loro diritto di decidere. Anche le leggi elettorali, e si capisce perché,, erano state sottratte al giudizio di un referendum, analogamente alle leggi tributarie, ma in questo caso, fortunatamente per un errore banale di trascrizione, risultarono poi ammesse. E a causa di questo benefico sbaglio si poterono votare i referendum elettorali che introdussero il maggioritario in Italia. Da quanto sopra si conclude quanto i partiti siano stati sempre ostili all’applicazione della Costituzione, e non solo per l’art.1, proprio perché, anche se a parole favorevoli alla democrazia, di fatto hanno sempre temuto il giudizio del popolo sovrano. Per loro la Costituzione democratica, deve diventare una Costituzione partitica, e le riforme invocate hanno solo questo scopo, alla faccia del popolo "sovrano".
|