Un esempio
importante in cui fattori di rischio
sono stati concettualizzati come malattie,
e poi definiti sulla base di soglie
quantitative, che vengono periodicamente
rivedute al ribasso sulla base delle
affermazioni suddette, è quello degli
accidenti cardiovascolari:
per colesterolo, pressione arteriosa e glicemia
negli ultimi venti anni sono stati proposti
numerosi livelli di intervento, capaci di
coinvolgere di volta in volta popolazioni da
trattare sempre più ampie.
Anche per questi processi di definizione
“quantitativa” di malattie, l’intervento
dell’industria è stato costante e capillare. I
sociologi e gli antropologi sono arrivati negli
ultimi decenni a dimostrare che i concetti di
malattia e le relative definizioni sono
costrutti sociali, e come tali storicamente ed etnicamente variabili; si assiste però oggi al
fenomeno inedito della costruzione
industriale della malattia,
in genere su scala globale e con finalità
commerciali.
L'editoriale
è consultabile su:
www.agenziafarmaco.it
vedi:
Le Nuove
Malattie.....INVENTATE.....vedi
per esempio
ADHD e/o
Aviaria
Nuove malattie che si stanno affacciando
all'orizzonte medico !!!
......E fanno aumentare le
vendite e quindi i
fatturati delle
case
farmaceutiche ,
impoverendo gli Stati e
le nostre tasche.....
Commento (NdR):
Ricordati sempre che le
case farmaceutiche
cercano di venderti
qualsiasi cosa.
A
loro non interessa se
sei malato, se
guarirai o se stai già
bene.
Vogliono solo
che tu compri i loro
prodotti.
E fanno
qualsiasi cosa per convincerti,
incluso
inventare
malattie che non
esistono.....
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
L’industria della
"salute" controlla la
scienza e la società
- 27 maggio 2012
La produzione su scala
industriale di farmaci è
un fenomeno
relativamente recente.
Con l’imporsi della
teoria dell’origine
microbica delle
malattie, con Louis
Pasteur e Robert Kock,
nella seconda metà
dell’Ottocento, e la
comparsa dei primi
farmaci relativamente
efficaci [come la mitica
Aspirina per febbre e
dolori, messa in
produzione dalla Bayer
nel 1899, e il Salvarsan
contro la sifilide,
inventato
dall'immunologo tedesco
Paul Ehrlich ai primi
del Novecento], decolla
anche l’industria del
farmaco.
E’ la fase eroica della
medicina moderna.
Finalmente, non solo si
potevano descrivere le
malattie, ma anche
trovarne una causa in un
agente patogeno e
utilizzare una
“pallottola magica” che
lo sopprimeva. Il
cerchio era chiuso. Il
paradigma forte e
compatto.
Certo, non per tutte le
malattie si poteva
risalire a una causa e
poche ancora si potevano
curare con le pallottole
magiche. Ma era solo una
questione di tempo, di
accumulo di conoscenze
scientifiche. In questo
quadro, i produttori di
pallottole magiche
svolgevano un ruolo
centrale.
Ma è solo con la messa
in produzione della
penicillina, scoperta da
Alexander Fleming nel
1929, iniziata a essere
prodotta su larga scala
dal 1941, che
l’industria decolla. Nei
due decenni successivi,
battezzati dagli storici
l’età dei farmaci, c’è
una vera e propria
esplosione nella
scoperta e nella
produzione di farmaci,
tra cui certamente
rilevante è il
cortisone, nel 1949.
Negli ultimi decenni, la
salute diventa uno dei
più floridi e
profittevoli settori
economici nei Paesi
ricchi.
Il motore dell’industria
della salute è
ovviamente quella del
farmaco. Solo in Europa,
queste attività danno
lavoro a più di mezzo
milione di persone. Per
stare a casa nostra,
solo nell’area milanese
operano più di tremila
aziende, con oltre
cinquantamila addetti e
un giro d’affari che
supera i dieci miliardi
di euro.
A livello mondiale, il
settore conosce una
forte concentrazione in
poche mani: un piccolo
gruppo di supercolossi,
che gli angloamericani
chiamano “Big
Pharma“,
con fatturati
vertiginosi.
Tanto per fare un
esempio, la
Pfizer da sola
detiene più del 10% del
mercato mondiale, con
oltre 48 miliardi di
dollari. Negli ultimi
anni questa tendenza
alla concentrazione
monopolistica è talmente
cresciuta, che
ha portato il numero
delle attuali grandi
aziende
da trenta a dodici.
I margini di profitto
diventeranno sempre più
elevati.
Si potrebbe quindi
obiettare: e allora ? …
E’ normale che chi
produce, soprattutto in
un campo che richiede
grandi investimenti per
la ricerca, punti a
realizzare profitti.
Dove sta il problema ? …
Il problema non sta
nella ricerca del
profitto, sta nella rete
che l’industria ha teso
per garantire la
massimizzazione del
profitto.
In proposito, di solito
si pensa all’informatore
farmaceutico che
corrompe il medico
prescrittore con regali
e benefici (la
Corte di Cassazione ha
sentenziato che si
commette non solo
"comparaggio" ma vera e
propria "corruzione in
atti d'ufficio"), oppure
al dirigente d’azienda
che mette sul conto
svizzero di un primario
la tangente per
l’acquisto, da parte
dell’ospedale, di kit e
macchinari diagnostici.
Certo, tutto questo è
documentato ed è anche
stato sentenziato in via
definitiva dalla Corte
di Cassazione, dal
famoso caso Poggiolini e
De Lorenzo (ex
Ministro che prese
tangenti per rendere
obbligatorio il vaccino
anti-epatite B che,
in sostanza, è
somministrato illegalmente
!) in avanti,
e ha sicuramente effetti
di distorsione
dell’intervento medico,
ma non sembra l’aspetto
principale della
questione. Infatti, la
corruzione è un fenomeno
che si verifica a valle.
A monte c’è la
sistematica distorsione
della conoscenza. E’
questo l’aspetto più
preoccupante e
pesante come un macigno.
La manipolazione delle
conoscenze
“Si possono fare molti
soldi, dicendo alle
persone sane che sono
malate“. Così inizia un
citatissimo articolo
scritto per il
British Medical Journal
da un giornalista
scientifico, un medico
di base e un professore
di farmacologia clinica,
il cui titolo esplicita
l’argomento:
Vendere le malattie:
l’industria farmaceutica
e il mercato della
malattia.
Gli autori dimostrano,
con numerosi esempi, che
c’è una costante azione,
da parte dell’industria
farmaceutica, di
medicalizzazione della
società, al fine di
allargare il mercato.
Uno studioso di Sanità,
Gianfranco Domenighetti
(nel
libro Etica, conoscenza
e sanità), così
descrive le strategie di
allargamento del mercato
messe in atto
dall’industria e dagli
altri anelli della rete:
“Anticipazione della
diagnosi, screening e
altre procedure
assimilabili, che
tendono ad estendere il
dominio della malattia
sul piano temporale
della vita. Abbassamento
della soglia tra
normalità e patologia,
che tende ad estendere
il dominio della
malattia sul piano
quantitativo.
Attribuzione della
qualifica di patologico
a condizioni
esistenziali comuni, che
tendono ad estendere il
dominio della malattia
sul piano quantitativo“.
La promozione degli
screening rappresenta
probabilmente “il più
grosso business per
creare ammalati” scrive
Domenighetti.
Tipico esempio è lo
screening del
PSA (Antigene
Prostatico Specifico),
che è stato proposto a
tappeto in Europa e
negli Stati Uniti
d’America a maschi
cinquantenni, anche in
buona salute, con
effetti nulli sul
controllo della
mortalità per tumore
alla prostata, con molti
effetti negativi
derivanti dalla
diffusione
ingiustificata della
chirurgia della prostata
e con molti effetti
positivi per i
produttori del test e
dei farmaci.
Ma l’esplosione di
questa strategia di
allargamento del mercato
la tocchiamo tutti i
giorni col
bombardamento vaccinale
al quale vogliono
sottoporre i nostri
figli, addirittura con
uno
scriteriato calendario
vaccinale da 0 a 100
anni, con la diffusione
dei test genetici che
fondano la cosiddetta “medicina
predittiva“.
La strategia della
“medicina predittiva” è
quella che piace tanto a
giornali e televisioni e
anche al mercato della
Sanità. Quella che
scrutando i geni pensa
di trovare
il gene dell’autismo,
quello del cancro e
magari anche quello
dell’immortalità !
Ma come sappiamo, e come
ricorda (per esempio) il
Prof. Paolo Vineis,
“il ruolo dei geni nel
provocare malattie viene
spesso equivocato. Il
determinismo genetico è
un chiaro errore
metodologico, eppure lo
ritroviamo spesso nelle
pagine dei giornali e
delle stesse riviste
scientifiche” (dal
manuale
Etica, ambiente e
biotecnologie).
L’altro pilastro della
strategia di marketing è
l’abbassamento della
soglia che divide il
normale dal patologico.
Gli esempi li abbiamo
sotto gli occhi: la
soglia del colesterolo e
quella della pressione
arteriosa sono diventate
talmente mobili verso il
basso che si fa fatica a
catturare l’ultimo
limite. Al punto che,
ormai, è frequente
sentire cardiologi che
dicono che meno
colesterolo si ha e
meglio è, stravolgendo
la fisiologia e la
biochimica, che ci
insegnano come questa
molecola è comunque
essenziale per la
sintesi degli
ormoni steroidei
(ormoni sessuali,
cortisolo, e altri di
minor peso).
Dal punto di vista
conoscitivo, adottare
questo punto di vista
significa passare dal
concetto di equilibrio
dei valori [del
colesterolo, della
glicemia, della
pressione arteriosa, ecc
ecc] a quello di nemici
interni da annientare.
L’esempio eclatante
riferito alle
vaccinazioni lo troviamo
con il
tetano: Il bacillo
del tetano vive come
innocuo commensale nel
tratto intestinale di
molti animali e anche
dell’uomo stesso.
Qualsiasi persona sana
potrebbe albergare il
bacillo del tetano nel
suo intestino. Le spore
tetaniche sopravvivono
nel nostro corpo per
mesi o anni senza
germinare: la loro
sopravvivenza,
germinazione o
eliminazione dipendono
dalla forza del nostro
sistema immunitario.
Il bacillo del tetano
non è un germe di per se
stesso pericoloso, ma è
pericolosa la tossina
che produce e che non
viene prodotta in
presenza di ossigeno.
Ecco perché la prima
terapia antitetanica è
il corretto trattamento
delle ferite.
Eppure, il nostro
Ministero della Salute
ha stabilito che va
considerato come
protettivo un tasso
plasmatico dieci volte
maggiore a quello
proposto dagli studi
scientifici
internazionali
(superiore a 0,1 UI/ml
invece di 0,01 UI/ml),
in questo modo risultano
non protetti anche molti
soggetti adeguatamente
protetti.
Il concetto di salute
che è alla base non è
più quello di
equilibrio, che la
persona ricerca in prima
persona, ma è quello di
difesa da nemici esterni
e interni, da
realizzarsi con armi che
vengono fornite
dall’esterno sotto forma
di pillole, vaccini e
simili.
Roy Moynihan, tanto per
tornare all’esempio del
colesterolo, in un suo
recente libro (Selling
Sickness) fa notare
che la decisione di
abbassare la soglia del
colesterolo negli USA,
dopo molte traversie, è
stata presa nel 2004 da
un gruppo di 9
[nove] esperti federali,
di cui 8 [otto] hanno
interessi con le
industrie che producono
farmaci per abbassare il
colesterolo. Le nuove
Linee Guida, solo negli
USA, hanno, di colpo,
creato 25 milioni di
malati in più, facendo
passare da 12 a 36
milioni le persone che
dovrebbero ricevere un
farmaco per abbassare il
colesterolo.
Per non parlare poi
delle Linee Guida
sull’ipertensione, per
le quali, nel giro di
pochi anni, si è passati
da una pressione di
140/90 considerata
normale a 120/80. Nella
primavera del 2003, gli
esperti chiariscono che
se si raggiungono quei
valori di 120/80 la
persona deve essere
considerata in “pre-ipertensione”.
In sostanza, per questi
signori, una persona,
per essere considerata
sana, dovrebbe viaggiare
sempre sul filo del
rasoio dell’ipotensione!
Anche in questo caso è
ovvio che abbassare la
soglia significa alzare
le prescrizioni di
farmaci, e comunque
medicalizzare uno stato
normale.
Altri esempi massicci
sono rappresentati dagli
sforzi di etichettare
come malattie delle
normali condizioni come
perdere i capelli, avere
un calo del desiderio
sessuale dopo una certa
età, non riuscire da
piccoli a stare
inchiodati in un banco
di scuola per molte ore
di fila, etc etc.
Eppure, i soliti
incalliti detrattori che
si permettono
addirittura di tacciare
per “complottisti” degli
stimati professionisti e
soprattutto i genitori
che hanno assistito
impotenti alla
regressione autistica
del proprio figlio
causata dai vaccini,
proseguono ad affermare
che le industrie hanno
dalla loro la ricerca e
una solida
documentazione
scientifica, che viene
pubblicata su riviste di
grande prestigio.
Questi detrattori, a
volte perfino pagati
sotto banco dalle stesse
industrie, sembrano
dimenticare
il segreto nelle
procedure riguardanti il
sistema regolatorio
dei farmaci,
i conflitti d’interesse
della cricca dei vaccini
e nella pratica clinica,
i risultati di una
ricerca tutta italiana (The
unbearable lightness of
health science reporting)
che misura il grado di
attendibilità,
trasparenza ed
equilibrio della
divulgazione scientifica
sui quotidiani e i
settimanali di casa
nostra, la risposta non
lascia spazio
all’ottimismo. Quando si
parla di salute al
grande pubblico, devono
essere soppesati tutti
gli aspetti in gioco: i
benefici di un vaccino o
di una terapia non
farmacologica, ma
soprattutto i rischi per
il paziente e i costi
per il sistema. E va
cercata e svelata la
presenza di eventuali
conflitti di interesse,
se cioè esiste un legame
di natura finanziaria
fra l’azienda
produttrice e la fonte
di informazione: medici,
riviste, associazioni,
giornalisti. Perchè se
l’esperto è a libro paga
dell’industria, questo
condiziona
inevitabilmente il punto
di vista. E chi legge,
ha tutto il diritto di
saperlo!
Addirittura tre pezzi da
novanta dell’editoria
medica sono scesi in
campo sull’argomento:
Marcia Angell e Jerome
Kassirer [ex Direttori
del "New England Journal
of Medicine] e Richard
Smith (ex Direttore -
per venticinque anni -
del "British Medical
Journal").
Richard Smith,
con dovizia di
particolari, mostra
tutti i trucchi usati
dalle industrie
farmaceutiche per
ottenere risultati
favorevoli ai loro studi
clinici. Si va dal
confrontare il proprio
farmaco con un
concorrente noto per
avere una scarsa
efficacia, oppure con un
dosaggio o troppo basso
o troppo alto del
concorrente, oppure a
giocare a fini
statistici sul numero
delle persone coinvolte
nello studio,
sull’analisi dei
cosiddetti sottogruppi,
fino a evitare di
pubblicare gli studi che
danno risultati
negativi.
L’industria, infatti,
essendo la principale
promotrice di ricerca,
ne detta anche le
condizioni riguardo
all’uso e alle proprietà
dei dati raccolti, che
rimangono saldamente
nelle sue mani, e quindi
può decidere se saranno
pubblicati o no, a
seconda del vantaggio o
dello svantaggio che ne
può ricavare.
L’ex Direttore del
British Medical Journal
descrive poi i legami e
la dipendenza dell’editoria
medica dall’industria
farmaceutica,
non solo tramite la
pubblicità, che, scrive,
“almeno è visibile“, ma,
soprattutto, tramite
pratiche come
l’acquisto, da parte
delle compagnie, di
riproduzioni di molte
migliaia di copie di
articoli pubblicati e
favorevoli ai loro
prodotti. Per i giornali
medici queste copie sono
fonte di forti ingressi
finanziari e,
soprattutto, hanno costi
bassissimi.
In sostanza Smith
conclude affermando che
“i giornali medici sono
l’estensione del settore
marketing delle
industrie
farmaceutiche“. Per
uscire da questa
incresciosa situazione,
propone, con una serie
di accorgimenti, di
recidere il cordone
ombelicale tra stampa
medica e industrie e di
incrementare la presenza
pubblica nel campo degli
studi controllati.
L’analisi di Kassirer è
più centrata sulla
corruzione, sul “fiume
di denaro che dalle
industrie arriva ai
medici“, come scrive nel
suo libro denuncia, il
cui titolo è tutto un
programma,
On the take [Nel
taschino] e, affinchè il
messaggio sia chiaro,
l’editore, che è
nientemeno che la Oxford
University Press, mette
in copertina un primo
piano di un camice
bianco con una mazzetta
di dollari nel taschino!
E’ un vero e proprio
libro-shock (del quale
consiglio vivamente la
lettura), anche pe la
fonte: Kassirer infatti
è un monumento della
medicina americana, non
è certo un contestatore
alternativo che agita la
folla nè uno straccione
(come qualche stupido
dalle parti di Belluno
mi ha scritto in
messaggio privato).
L’emerito Professore
della Tufts University,
insignito di molti
riconoscimenti, non si
rivolge ai suoi
colleghi, ma ai
cittadini perchè “c’è
poca possibilità che i
conflitti finanziari di
interesse diventino meno
diffusi e influenti
senza un’attenzione
attiva da parte della
gente“. E prosegue: “E’
tempo di svelare la
complessità e
l’estensione della
complicità tra medici e
industria”, perchè la
gente deve essere sicura
di “avere il medico al
suo fianco, e non
dall’altra parte“.
Il libro di Marcia
Angell,
The truth about the drug
companies (La verità
sulle aziende
farmaceutiche), è tutto
dedicato all’industria
farmaceutica,
documentando i suoi
enormi tassi di
profitto, superiori a
qualsiasi altro settore,
e le strategie davvero
non limpide per produrre
dati, che poi vengono
rivenduti a medici e
cittadini.
Sconvolgente è la
strategia che la ditta
produttrice di un
noto antiepilettico, ha
usato per allargare
l’uso di questo farmaco
e una serie di altre
indicazioni. Angell
descrive la procedura
nei minimi particolari:
organizzazione di
piccoli studi senza
alcun valore, produzione
di articoli scritti dai
ricercatori dell’azienda
e fatti firmare (dietro
lauti compensi) a
professori universitari
e a leader della
materia, organizzazione
di meeting a cui
partecipano i suddetti
accademici (ancora
generosamente
ricompensati] rivolti a
un pubblico di medici
[anch'essi ospiti
coccolati dell'azienda e
talvolta pagati come
"consulenti").
Con questo farmaco
“d’acqua fresca” la
strategia ha funzionato
a tal punto da portarlo,
nel 2003, a fatturare
2.3 miliardi di dollari.
L’aspetto più grave
della pervasiva
intrusione
dell’industria nella
gestione della salute è
proprio quello di essere
un potente fattore di
condizionamento delle
conoscenze. E’ evidente
infatti che, essendo la
gran parte della ricerca
mondiale in mano
all’industria, il campo
epistemologico, e cioè
la definizione delle
domande a cui rispondono
ricercatori e
scienziati, sarà
ampiamente strutturato
dalle esigenze delle
industrie farmaceutiche.
Questo vuol dire che
possiamo fare a meno
dell’industria dei
farmaci ? …
Vuol dire che sogniamo
un ritorno a un’era
pre-scientifica e
pre-tecnologica ?
No, sulla scorta delle
analisi di autorevoli
membri
dell’establishment
medico, come Kassirer,
Angell, Smith e altri, è
possibile immaginare un
forte controllo pubblico
sull’attività di aziende
che non producono
caramelle, ma beni
essenziali per la
salute. Non si tratta di
penalizzare nessuno.
Si tratta di
interrompere
l’inquinamento delle
conoscenze scientifiche
da parte dell’industria,
così come si tratta di
salvarci la pelle come
individui e come specie,
perchè, come insegnano i
danni da vaccino,
i costi umani
[prevalentemente
innocenti,
inconsapevoli, bambini]
in questa situazione
sono molto, molto,
molto, molto pesanti.
Tratto da:
autismoevaccini.wordpress.com
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
Il bernardismo e le
lucrose fabbriche di
malattie - La Gabbia
Essendo per natura un
animale conformista e
gregario, l'uomo tende
ad adattarsi alla
maggioranza nell'abito
mentale come in quello
materiale. Ciò è
comprensibile. Quel che
riesce più difficile
spiegare è la sua
persistenza negli
errori. E quando
finalmente riconosce un
errore, l'uomo tende a
sovrapporvene un altro,
che spesso si rivelerà
più grave del
precedente. E ciò che
fece dire a Roscommon,
poeta e critico
irlandese del XVII
secolo, che "la
maggioranza ha sempre
torto". Ed è
interessante notare che
gli errori sono dovuti
tutti al ragionamento e
quasi mai, e forse mai,
all'intuito e
all'istinto.
Aristotele, le cui idee
furono considerate per
molti secoli la massima
espressione
dell'intelligenza umana,
affermava che un sasso
grosso cade più
velocemente di un sasso
piccolo. Più che
l'errore in se, oggi può
apparirci stupefacente
che non sia mai venuto
in mente ne ad
Aristotele ne ad alcun
altro individuo per
secoli e secoli di
controllare tale
affermazione con un
semplice esperimento.
Ciò dimostra che il
pensiero umano si è
sempre mosso entro una
gabbia ben delimitata,
in conformità alla
propria epoca. La gabbia
si sposta nel corso dei
secoli, con le spinte
che riceve dall'interno
da qualche animo
irrequieto, e copre un
nuovo terreno; ma il
pensiero continua a
rimanere confinato entro
i limiti della gabbia,
da cui non può evadere.
All'epoca di Aristotele
e per altri due millenni
la gabbia non permise al
pensiero umano di
concepire l'esperimento,
ossia di ricorrere al
metodo sperimentale. Si
dovette attendere un
Cartesio per enunciarlo
e alcuni suoi
contemporanei per
imporlo, come Galileo
Galilei che volle
mettere alla prova la
teoria aristotelica dei
due sassi e scoprì con
sommo stupore che il
sasso leggero cade alla
medesima velocità del
sasso pesante. L'umanità
aveva atteso milioni
d'anni per questa
semplice constatazione.
L'idea di mettere ad
arrostire in un forno
cani vivi "per scoprire
il segreto della febbre"
poteva nascere solo in
un cervello ingabbiato,
severamente limitato da
una concezione
meccanicista della
salute e della vita,
come quello di Claude
Bernard.
Il fondatore della
vivisezione moderna, a
tutt'oggi definito un
"genio", non sapeva
distinguere tra causa ed
effetto: non aveva
capito che la
temperatura di un malato
era la conseguenza e non
l'origine della
malattia. E così la
medicina attuale
pretende di guarire una
malattia mascherandone i
sintomi.
La gabbia attuale
permette all'uomo di
sostare su di un
territorio che al tempo
di Aristotele era
sconosciuto, ma non gli
permette di accettare
come dati di fatto
alcuni valori che sono
altrettanto determinanti
per la comprensione del
mondo e della vita
quanto le formule
chimiche e matematiche.
Il metodo cartesiano
allargò rapidamente i
confini del sapere, ma
sprezzando
deliberatamente il
pensiero filosofico e
l'intuito, sostituì un
nuovo e macroscopico
errore agli errori
precedenti: errore che
conteneva il seme della
futura disfatta, poiché
indusse gli scienziati
ad allontanarsi, senza
accorgersene, dalla
verità, ossia proprio
dagli ideali
scientifici. Negando
l'esistenza di tutto ciò
che non è dimostrabile,
essi si divorziarono
dalla realtà della vita.
In un dibattito pubblico
organizzato nel 1973 dal
settimanale Epoca è
stato affermato che in
laboratorio si può
riprodurre esattamente
un estrogeno naturale.
L'affermazione era del
prof. Silvio Garattini,
e l'Istituto di Ricerche
Farmacologiche "Mario
Negri" di Milano da lui
diretto era stato
definito da Epoca
(17-6-1973) "un centro
tra i più importanti
d'Europa per le ricerche
sul cancro, sul sistema
nervoso,
sull'arteriosclerosi;
oltre 400 pubblicazioni
di diffusione
internazionale
testimoniano sui
risultati dei suoi dieci
anni di attività".
A parte il fatto che ci
si può domandare quali
mai possano essere i
"risultati" di queste
ricerche, visto che i
tre malanni menzionati
da Epoca non avevano
cessato di aumentare nel
corso di quei dieci
anni, è evidente che il
prof. Garattini
personificava quella
scienza medica moderna
che si muove entro i
confini di una gabbia a
cui si può solo dare il
nome di bernardismo,
perchè limitata dai
dogmi enunciati da
Claude Bernard.
Infatti la dichiarazione
che "in laboratorio si
può riprodurre
esattamente un estrogeno
naturale" "ossia che un
farmaco combinato con
polverine artificiali
sarebbe identico a tutti
gli effetti a un ormone
sessuale naturale,
organico, prodotto
dall'organismo vivente"
è da mettere alla pari
con i dogmi di Claude
Bernard, secondo cui una
prova ottenuta sugli
animali è perfettamente
concludente per l'uomo.
Dunque un laboratorio,
analizzato un estrogeno
(ormone sessuale)
naturale, ricavato da un
organismo vivente, ne
stabilisce la formula
chimica, in base alla
quale poi riproduce un
prodotto teoricamente
composto dai medesimi
ingredienti chimici
individuati nell'ormone
originale e che quindi
ha con questo una
somiglianza teorica,
convenzionale; tuttavia
i due prodotti non
possono essere identici,
poiché dell'ormone
naturale saranno state
individuate soltanto le
materie inerti, i corps
bruts tanto cari a
Claude Bernard; ma non
gli elementi più
importanti, ossia quelli
che sfuggono, proprio
per la loro natura
vivente, a qualsiasi
analisi chimica: perchè
provengono dalla vita
stessa e sono
condizionati da quel
"vitalismo" che fece
impazzire Claude Bernard
mandando a monte tutti i
suoi esperimenti.
Ma c'è di più: i
prodotti artificiali
contengono di solito
sostanze deleterie, che
le sostanze naturali che
essi pretendono di
imitare evidentemente
non hanno.
Qualche decennio fa il
capo del Reparto
Chemioterapico
dell'Istituto Nazionale
(britannico) per
Ricerche Mediche aveva
scritto su Medical World
(mar. 1956, p. 473) in
un articolo intitolato
Chemioterapia Moderna :
"Gli effetti tossici dei
farmaci moderni stanno
diventando evidenti e le
pubblicazioni mediche
sono piene di esempi in
cui il paziente ne ha
ricevuto un danno
maggiore di quello che
gli avrebbe procurato
l'infezione originale".
Quindi non è di ieri la
denuncia che la pletora
di farmaci sempre nuovi
non avvantaggia il
pubblico, ma lo rende
malato. E nel frattempo
la situazione non ha
fatto che aggravarsi.
Le lucrose fabbriche
di malattie
Già nel 1961 il dott.
Walter Modell
dell'Università di
Cornell, USA, definito
dal settimanale Time
"uno dei maggiori
esperti di
farmacologia", aveva
scritto su Clinical
Pharmacology and
Therapeutics: "Quando si
capirà che esistono
troppi farmaci ?
I preparati attualmente
in uso sono più di
150.000. Ogni anno
15.000 nuove
combinazioni inondano il
mercato e 12.000 vengono
eliminate...
Non c'è un numero
sufficiente di malattie
per tutti questi
farmaci. Finora il
contributo più utile che
ne abbiamo avuto sono i
vari nuovi farmaci che
combattono gli effetti
dannosi degli altri
nuovi farmaci". (Time,
26-5-1961.)
Difficilmente si può
essere più espliciti di
così. Ma come mai
migliaia di farmaci non
bastano, tanto che ogni
anno se ne aggiungono
altre migliaia ?
Ovviamente non bastano
perchè non curano.
Si tratta per lo più di
palliativi ben più
nocivi dei mali che essi
professano di
combattere; di sostanze
chimiche che simulano la
guarigione, sopprimendo
i sintomi,
ma avvelenano
l'organismo o
inficiano il suo
equilibrio naturale. Gli
analgesici addormentano
i nervi, indebolendoli,
ma il disturbo che
causava il dolore
continua a svilupparsi,
senza che il malato se
ne accorga, finchè i
danni diventano
irreversibili. Se una
persona soffre di
emicranie in seguito a
un disturbo intestinale,
il farmaco gli farà
passare (non sempre)
l'emicrania, ma il
disturbo intestinale si
esprimerà più tardi, in
modo più grave. Se uno
stitico prende purganti,
diventa ancora più
stitico.
La cosiddetta
"pesantezza di stomaco"
è un avvertimento della
natura che l'individuo
ha mangiato troppo, per
cui la valvola che fa
passare il cibo dallo
stomaco all'intestino
non si apre. Tra i
cosiddetti "digestivi"
che oggi vengono tanto
reclamizzati, vi sono
quelli che s'incaricano
di "digerire" il cibo
nello stomaco, così
togliendo a questo
l'abitudine di produrre
succhi gastrici in
proprio e rendendolo
sempre meno efficiente,
oltre a intossicare il
fegato; e altri che
causano artificialmente
l'apertura della
valvola, per cui il
cibo, sebbene non ancora
pronto, passa egualmente
all'intestino. Entrambi
i rimedi danno al
momento un senso di
sollievo, per cui il
mangiatore smodato,
anziché ascoltare gli
avvertimenti della
natura, impara ad
ascoltare quelli della
pubblicità, mangiando di
più anziché di meno e
facendo affidamento su
questi "farmaci
miracolosi": finché avrà
sviluppato perlomeno
un'ulcera, che spesso
prelude a un cancro
dello stomaco: altro
tipo di cancro in
continua ascesa. é
logico che i produttori
di simili farmaci, i
medici che li
prescrivono e i
farmacisti che li
vendono andrebbero messi
in prigione.
Ma cosa dire dei governi
e dei legislatori che
hanno tollerato
l'instaurazione di un
simile sistema? Se una
persona soffre di
arteriosclerosi che si
rivela con crampi
cardiaci, allora nessuna
medicina cardiaca potrà
evitarle un rene grinzo
oppure un colpo
apoplettico. Se una
persona agitata ricorre
ai tranquillanti, questi
alla lunga le
intossicheranno il
fegato, per cui la
persona diventerà ancora
più nervosa, se non
soffrirà addirittura di
squilibri mentali; per
non parlare dei danni
irreversibili che la
maggior parte dei
tranquillanti causano
alla vista, rovinando la
cornea e la retina.
Chi preferisce
dimenticare i propri
dolori artritici
ingerendo
veleni farmaceutici
anziché darsi al moto
regolare e seguire una
dieta più salutare,
non fa che aggravare la
propria condizione. Più
deleteria ancora è la
somministrazione, per
ogni starnuto o
influenza incipiente,
oltre che di
antistaminici, di
antibiotici che privano
l'organismo delle
naturali facoltà di
difesa e finiscono col
trasformare il malato
occasionale in un malato
cronico; per non parlare
del sospetto potere
cancerogeno di molti
antibiotici: un sospetto
che sta diventando
sempre più certezza.
Intanto una commissione
medica cilena che il
Presidente della nazione
e medico
Salvador Allende
aveva istituito poco
tempo prima di essere
assassinato nel 1973,
era venuta alla
conclusione che in tutto
il mondo esistono
solo poche decine
di medicamenti di
un'efficacia terapeutica
dimostrabile e che
la farmacopea potrebbe
essere ridotta in
conseguenza. (Nouvel
Observateur,
28-10-1974).
Naturalmente quel
rapporto non ha sortito
alcun effetto pratico.
Le
industrie farmaceutiche
multinazionali,
le
autorità sanitarie dei
vari paesi, la
scienza medica ufficiale,
l'OMS
di Ginevra, hanno
tutti fatto finta di
niente.
Ed è logico che chi non
si fa scrupolo di
rovinare la salute
altrui per desiderio di
profitti, s'infischi
altamente delle
sofferenze che infligge
agli animali. E così è
proprio sull'industria
farmaceutica
che ricade la maggiore
responsabilità del
continuo espandersi
della vivisezione da una
parte e, dall'altra, del
deterioramento della
salute pubblica negli
ultimi decenni.
L'agopuntura cinese, i
cui meriti il mondo
occidentale sta
finalmente scoprendo -
in mani esperte permette
perfino l'eliminazione
di emicranie restie a
tutte le altre cure e
l'anestesia completa in
caso d'interventi
chirurgici, senza
causare alcuno dei
numerosi inconvenienti
dei prodotti chimici -
non è cambiata da vari
millenni a questa parte,
per cui la si può
definire una vera
scienza; laddove la
cosiddetta "scienza
medica" occidentale
rinnega ogni giorno le
verità di ieri, così
come domani rinnegherà
le verità di oggi.
Aumenta ovunque il
numero dei medici che,
senza attendere un
ripensamento
dell'insegnamento
"ufficiale", si staccano
spontaneamente dai dogmi
del bernardismo
biochimico e si
avvalgono di metodi più
naturali.
Oggi, sui 50.000 medici
che esercitano in
Francia, più di mille
praticano l'agopuntura,
e molti altri si stanno
orientando nella
medesima direzione.
Ascoltiamo il dott.
Monnier, Presidente
della Società Nazionale
Francese di Agopuntura,
intervistato da Giuseppe
Grazzini (Epoca,
10-12-1972): "Negli
ultimi anni abbiamo
visto gli improvvisi
splendori e le
inevitabili decadenze di
troppe mode
farmacologiche: abbiamo
sperato nei sulfamidici,
nella penicillina, nei
cortisonici, nelle
vitamine: e ogni volta
ci siamo accorti che
quando si risolveva un
problema se ne aprivano
altri due e anche più, e
alla fine il conto si
chiudeva sempre in
passivo". Forse per
delicatezza il dott.
Monnier non ha aggiunto
"tranne che per
l'industria
farmacologica".
Una delle asserzioni più
ipocrite dei nostri
tempi è quella che
vorrebbe identificare
nella filantropia la
molla propellente dei
fabbricanti di farmaci.
Non è soltanto
l'industria a far tale
affermazione. Nel numero
di agosto 1973 di un
pieghevole di una banca
svizzera si poteva
leggere: "La Sandoz, che
con una quarantina di
società sussidiarie è al
terzo posto dei
complessi chimici
svizzeri, ha come scopo
principale il
perfezionamento di mezzi
e conoscenze atti a
trattare ed impedire
malattie umane. Così la
maggior parte delle
spese di ricerca, che
nel 1972 ammontarono a
303 milioni di franchi
(oltre 70 miliardi di
lire), sono servite ad
esplorare la salute".
La banca in questione,
prostrata in ammirazione
dinanzi a chi dispone di
tanto liquido, si era
guardata bene dal
menzionare di quale e
quanto sangue grondano
le cosiddette "ricerche
sulla salute". é
un'attività filantropica
che rende bene,
considerando che il giro
d'affari di un'altra di
queste ditte
farmaceutiche di
Basilea, ad esempio la
Ciba-Geigy, fu di
7.626 milioni di franchi
nel 1971 e l'anno
seguente di 8.064 (oltre
1.700 miliardi di lire).
Intanto nell'agosto
1973, la
Hoffmann La Roche
aveva annunciato la
costruzione di una nuova
fabbrica, per cui era
previsto un investimento
di 200 milioni di
franchi (50 miliardi di
lire), destinata
unicamente alla
produzione di vitamina
C.
La
vitamina C è quella
che meno manca sia nelle
farmacie che nella
nostra alimentazione
quotidiana.
Evidentemente però la
Roche aveva 200 milioni
di franchi da investire:
e non conosceva
investimento più
proficuo di un'ennesima
fabbrica di medicinali.
Intanto in vicinanza di
questa fabbrica è già
sorto un nuovo
allevamento di cani
beagles e gatti, dal
quale i tre giganti
svizzeri -
Roche, Ciba-Geigy e
Sandoz - si
procurano animali da
laboratorio. Facendo
ammalare questi animali
con diete artefatte, che
non hanno alcun
riscontro nella vita
reale, la Roche
dimostrerà al pubblico
ingenuo a quale
terribile fato va
incontro se non fa largo
consumo della sua
vitamina C.
Almeno quarant'anni fa
al pubblico era stato
promesso che
l'ingestione di dosi
massicce di vitamina C
avrebbe curato quasi la
totalità dei mali,
aumentato la resistenza
alle infezioni e portato
al debellamento
perlomeno dei
raffreddori e dell'influenza.
Non solo tutte queste
promesse non si sono
avverate, ma da allora
le giornate lavorative
perdute in seguito a
raffreddori e influenze
del personale nelle
fabbriche non hanno
cessato di aumentare di
anno in anno.
Ogni tanto la stampa ne
parla, ma nessuno è
capace di riunire i vari
fili in una trama
significativa. Una
notizia dell'Associated
Press portava il titolo
"La vitamina C è inutile
contro i raffreddori
secondo uno studio di un
medico americano" (Herald
Tribune, 11-4-1974.). Lo
aveva dichiarato ad
Atlantic City il dott.
Thomas Chalmers,
presidente del New York
City Mount Sinai's
Medical Center, dinanzi
all'altisonante
"Federazione di Società
Americane per Biologia
Sperimentale", ossia una
grossa associazione di
vivisettori,
contraddicendo il premio
Nobel 1954 Linus Pauling,
dopo un approfondito
studio che aveva coperto
un periodo che andava
dal 1942 al 1974.
Chalmers sconsigliava di
prendere vitamina C per
lunghi periodi di tempo,
aggiungendo: "Non
esistono dati in merito
alla sua eventuale
tossicità a lunga
scadenza".
C'è però qualcosa che
sappiamo di sicuro in
merito alla vitamina C
in vendita nelle
farmacie: "Dosi
eccessive di vitamina C
possono produrre
scorbuto nel neonato,
che con il parto si
trova bruscamente
allontanato da un
ambiente ad alta
concentrazione di acido
ascorbico". Così si
leggeva sul Corriere
della Sera del 29
a-gosto 1974, in un
articolo che riferiva i
danni accertati di un
gran numero di farmaci
che si trovavano in
vendita. Insomma
l'attuale scienza medica
è stata capace di
fabbricare casi di
scorbuto nei neonati
mediante la
somministrazione alle
gestanti di dosi
eccessive di quella
medesima vitamina che,
ingerita in dosi
normali, presenti in
qualsiasi dieta
ragionevolmente variata,
rappresenta una garanzia
contro lo scorbuto. I
miracoli del diavolo...
[Commento di Ivan
Ingrillì (presidente de
La Leva di Archimede)]
[Per quanto
riguarda questo e il
paragrafo successivo ho
da fare la mia
considerazione: credo
che l'attuale tentativo
da parte delle lobby del
farmaco di mettere sotto
scacco le vitamine e i
minerali con l'ausilio
di una direttiva europea
recentemente approvata
dimostri l'esatto
contrario.
Credo che sia
stata fatta moltissima
propaganda per
screditare il valore
preventivo e curativo di
molti elementi naturali,
proprio perche' non
brevettabili e privi di
effetti collaterali non
contribuirebbero al
fenomeno ridondante del
business farmaceutico
della malattia (www.laleva.cc/The_Hague/it/indexrath.html).
Tra' l'altro
l'autore non si accorge
che la propaganda e'
proprio nel suo stesso
report, citando uno
studio presentato ad una
"grossa associazione di
vivisettori" che vuole
"contraddire il premio
Nobel Linus Pouling"...
- il che e' tutto dire -
e forse la vitamina C
della Roche non era un
gran che "efficace",
chissa'. Vi propongo un
po' di materiale da me
raccolto sulla vitamina
C (www.laleva.cc/archivio/news130503_vitaminaC.html).
Sono molti gli
studi che dimostrano
l'importanza
fondamentale dei
micronutrienti che
sono alla base di tutti
i processi biochimici
del nostro organismo,
NdR]
L'eccesso di
vitamina A sintetica -
altro prodotto che molti
pediatri prescrivono
senza altra necessità
che di giustificare una
salata parcella - può
ritardare la crescita
delle ossa del bambino e
causare tumori, mentre
l'eccesso di vitamina D
può danneggiare i reni e
il sistema nervoso,
anche con conseguenze
letali. (Brian Inglis,
lo storico di medicina,
in Drugs, "Doctors of
Disease" ed. Andre
Deutsch, Londra, 1965.)
Naturalmente, dubbi
esistono anche per tutte
le altre vitamine
artificiali. Ad esempio
in merito alla E, il
11-10-1955
sull'autorevole Lancet
si leggeva (p. 715): "In
contrasto con le nostre
dettagliate conoscenze
dell'importanza della
vitamina E per gli
animali da laboratorio,
permane una grande
incertezza circa il suo
valore per l'uomo". Come
non detto. Nei decenni
che seguirono, la
massiccia propaganda
farmaceutica continuava
a decantare le virtù
miracolose della E.
Senonché una recente
notizia da Minneapolis
ridimensionava ancora
una volta la questione.
Un articolo
sull'International
Herald Tribune
(1-10-1973) intitolato
"IL MIRACOLO DELLA
VITAMINA E NON
SOSTANZIATO DAGLI
ESPERTI", precisava: "La
vitamina E, che era
stata indicata come
l'elisir di giovinezza,
la restauratrice della
potenza sessuale e una
cura o un preventivo per
qualsiasi malanno,
dall'acne alle malattie
di cuore, è rimasta
un'enigma medico e
scientifico di cui non è
stato provato il valore
terapeutico, secondo
quanto è emerso da un
simposio internazionale
che ha avuto luogo nella
nostra città". Quindi un
ennesimo prodotto
miracoloso che ha
miracolato soltanto i
produttori. Ma vediamo
come si è potuti
arrivare a tanto.
Allettata dalle
favolose possibilità di
guadagno offerte nel
dopoguerra dall'avvento
degli antibiotici, che
avevano fatto di quella
farmaceutica l'industria
più redditizia del
mondo, questa aveva
cominciato a usurpare il
ruolo del medico. Un
numero sempre crescente
di individui che, come
Claude Bernard, erano
stati bocciati all'esame
di abilitazione alla
professione medica o che
comunque non avevano mai
passato cinque minuti al
letto d'un ammalato, ma
avevano solo contatti
con topi, conigli,
cavie, cani, gatti e
scimmie - sui quali
dovevano anzitutto
infierire brutalmente
per provocare stati
anomali che non avevano
alcun rapporto con le
malattie dell'uomo -
ricevettero l'incarico
di combinare sempre
nuovi farmaci
"miracolosi", con cui
sostituire quelli che
avevano fatto il loro
tempo, perchè se ne era
scoperta l'inutilità o
la dannosità. Una
propaganda massiccia,
che non aveva riscontro
in alcun'altra
industria, persuadeva
poi i medici a
prescrivere questi nuovi
farmaci, vantandone da
una parte l'assoluta
innocuità e dall'altra
la straordinaria
efficacia; un'evidente
contraddizione, poiché
ogni prodotto sintetico,
quanto più è efficace
per un verso, tanto più
è dannoso per l'altro.
In medicina, come in
nessun altro campo, si
riscontrò così il
curioso fenomeno che il
commercio si mise a
svolgere sempre più il
ruolo dell'istruzione
accademica,
sovrapponendosi a questa
mediante le proprie
pubblicazioni
propagandistiche.
Pochi medici
hanno il tempo di
tenersi al corrente dei
nuovi prodotti e al
massimo leggono la
propaganda inviata dai
fabbricanti. In
considerazione degli
"effetti collaterali"
(eufemismo per "danni")
dei farmaci sintetici,
il medico non dovrebbe
prescriverli se non è
sicuro della loro
innocuità, ma senza dare
ascolto al produttore,
che ha interesse a
minimizzare o sottacere
questi "effetti
collaterali"; e ciò
dovrebbe essere ovvio.
Senonché, a giudicare
dai successi di vendita
dei nuovi farmaci,
medici tanto scrupolosi
sono rari.
Già nel maggio 1961 un
medico francese, il
dott. Pierre Bosquet,
aveva scritto su La
Nouvelle Crìtique: "La
ricerca è strettamente
subordinata a un
rendimento commerciale
immediato. Attualmente,
la malattia è una delle
maggiori fonti di
profitti per l'industria
farmaceutica, e i medici
sono gli agenti
volontari di questi
profitti".
Come altre
organizzazioni di tipo
sindacale, il cui scopo
principale è quello di
sostenere i propri
interessi, anche la
classe medica è cascata,
senza accorgersene,
nella trappola tesale
dall'industria. Allorché
verso la fine degli anni
Quaranta il prezzo della
penicillina -
l'antibiotico che per
volere del suo
scopritore non era stato
brevettato ma che per
primo aveva apportato
favolosi profitti ai
fabbricanti - subì un
improvviso crollo in
seguito a
superproduzione, le
maggiori ditte americane
vollero un prodotto
simile, ma differente di
quel tanto che lo
rendesse brevettabile, e
pertanto vendibile a un
prezzo più alto.
(Negli Stati Uniti basta
una variazione della
composizione molecolare
per asserire
l'originalità di un
farmaco e renderlo
brevettabile) Sicché
nell'autunno 1949 la
ditta Cynamid brevettò e
lanciò l'Aureomicina, un
mese dopo Parke Davis
uscì con la
Cloromicetina, e
l'estate seguente la
Pfizer, sino allora una
ditta tranquilla,
"seria" e
"conservatrice", lanciò
la Terramicina sulle ali
di una campagna
pubblicitaria per la
quale aveva preventivato
una spesa di 7,5 milioni
di dollari (4,5 miliardi
di lire non ancora
svalutate) per i primi
due anni.
A poco a poco
seguirono altre ditte
con prodotti similari,
di cui ancora una volta
venivano vantate, da una
parte, l'assoluta
superiorità terapeutica,
e dall'altra l'innocuità
praticamente totale, che
il tempo doveva
regolarmente smentire.
Fin da quando la
penicillina aveva
cominciato ad abbondare,
i medici si erano messi
a impiegarla
indiscriminatamente,
anche per mali minori
come raffreddori o
influenze, facendo così
perdere all'organismo
l'abitudine di
difendersi da se, per
via naturale, mediante
la produzione di
antigeni. I medici si
regolarono alla stessa
maniera con tutti gli
altri e più potenti
antibiotici che
seguirono, impiegandoli
persino
profilatticamente,
prima, durante e dopo le
operazioni chirurgiche.
Lo fecero per comodità
immediata, senza curarsi
che con ciò indebolivano
in permanenza le difese
naturali dell'organismo;
né avevano previsto che
i bacilli sopravvissuti
avrebbero sviluppato
ceppi di discendenti ben
più virulenti dei
precedenti, in base alla
regola biologica della
sopravvivenza del più
forte.
La lezione venne a metà
degli anni Cinquanta: in
vari ospedali
scoppiarono epidemie che
nessun antibiotico
riusciva più a
controllare. In un anno
ci furono più di cento
di queste epidemie, di
cui una, in un ospedale
del Texas, uccise 22
pazienti.
L'industria non si
lasciò sfuggire una
simile occasione e
subito prese a sfornare
nuovi preparati,
assicurando che questi,
oltre a essere esenti da
ogni effetto
collaterale, sarebbero
stati capaci di
annientare qualsiasi
ceppo di bacilli - anche
ceppi futuri (!) - e che
non avrebbero sviluppato
ceppi resistenti, come
avevano fatto gli altri
antibiotici.
Ai
medici, ormai
abituati a prescrivere
antibiotici ad ogni
occasione, non sembrò
vero di avere a
disposizione questi
nuovi prodotti; così il
ciclo ricominciò daccapo
e perdura tuttora. C'è
chi affermerà che l'uso
profilattico di
antibiotici ha salvato
tante vite umane da
giustificarne comunque
l'uso, nonostante i noti
svantaggi.
Ma ancora una volta i
fatti parlano
diversamente, come
dimostra un articolo di
John Lear, redattore
capo della rubrica
scientifica
dell'autorevole Saturday
Review. "é documentato
che gli antibiotici
profilattici fanno più
male che bene. Uno
studio del dott. Kempe
porta il risultato di
250 operazioni "pulite".
Di questi 250 casi, 154
non ricevettero terapia
antibiotica, e di questi
ultimi solo il 7,896
sviluppò conseguenze
batteriche (bacterial
aftermath).
A tutti i rimanenti 96
vennero somministrati
antibiotici
profilatticamente, e
complicazioni batteriche
si riscontrarono nel
37,5% di questi 96 casi,
mentre ricevevano
antibiotici. Secondo la
nostra esperienza,
concluse il dott. Kempe,
complicazioni batteriche
in operazioni pulite
sono cinque volte più
frequenti in pazienti
trattati
profilatticamente".
La blenorragia è una
malattia venerea già
nota in antichità e che
i romani curavano con
una prescrizione
ippocratica: letto e
latte, ossia
assecondando l'opera
della natura, suprema
guaritrix.
Gli antibiotici hanno
per qualche tempo
fornito una cura più
rapida delle precedenti
cure antisettiche:
un'iniezione o una
pillola e il malato era
guarito. Ma anche in
questo caso non hanno
fatto altro che
modificare i batteri,
creando in pochi anni
ceppi più resistenti,
refrattari a qualsiasi
antibiotico, e forse
persino alla cura letto
e latte. In altri
termini, in antichità si
sapeva curare la
blenorragia; oggi essa è
stata rafforzata, e in
molti casi non è più
curabile.
I
danni da antibiotici
non cessano di
accentuarsi. Ecco un
estratto di una serie di
articoli apparsi nel
Bulletin de l'Association
Generale des MÎdecins de
Trance (1962-1963) a
firma del dott. Raiga:
"Da dieci anni a questa
parte, il numero di
ceppi stafilococcici
resistenti alla
penicillina è andato
costantemente
aumentando, specie negli
ospedali, dove vediamo
crescere il numero delle
infezioni
stafilococciche gravi,
manifestatesi nel corso
di trattamenti per
affezioni di tutt'altra
natura. Ciò è
particolarmente evidente
nei reparti di
Maternità, dove le
epidemie di tali
infezioni hanno assunto
proporzioni
catastrofiche.
Su queste attuali
terapie ricade
nettamente la pesante e
tragica responsabilità
di avere generalizzato e
aggravato la patologia
stafilococcica, mentre
esse erano destinate,
almeno in teoria, ad
estinguerla... Questi
incidenti appaiono
ancora più drammatici
quando sono la
conseguenza della
somministrazione di
antibiotici prescritti
per affezioni banali che
sarebbero guarite più o
meno rapidamente senza
trattamento alcuno. In
tali casi il medicinale
è indiscutibilmente una
causa di morte
terapeutica. (Dott. A.
Cayala e collaboratori.)
Un discorso simile vale
per il tifo: "Medici e
malati hanno collaborato
a fabbricare un tipo di
tifo che resiste ai
medicamenti e che ormai
si spande dal Messico
verso il resto del
mondo", ha dichiarato
Ivan Illich.
E secondo questo noto
sociologo, negli Stati
Uniti muoiono
annualmente 60.000
persone per colpa dei
farmaci. Ma in verità il
numero effettivo
dovrebbe essere molto
più elevato, poiché
medici e ospedali hanno
tutto l'interesse a
sotterrare i propri
errori, e molto spesso
vi riescono. Ciò si
spiega facilmente. Non
si può stabilire nemmeno
lontanamente quante
persone muoiono in
conseguenza di una
ricetta medica. Molti
decessi vengono
attribuiti ad altre
cause. é difficile che
un medico voglia esporsi
a essere criticato o
citato in giudizio,
identificando come causa
di morte un medicamento
da lui prescritto.
D'altra parte, i farmaci
raramente causano un
decesso improvviso, ma
danneggiano organi
vitali, che solo più
tardi porteranno a una
morte più precoce, a
volte in concomitanza
con altre cause. Una
spiegazione del perchè i
nuovi farmaci sono
pericolosi proprio a
causa della
sperimentazione animale,
la diede
involontariamente il
dott. William Bean
dell'Università dell'Iowa
alla Commissione
d'inchiesta sui profitti
dei grossi monopoli
industriali, istituita
nel 1957 dal governo
americano, sotto l'egida
del senatore Estes
Kefauver: "I guadagni
più grossi si ottengono
quando un nuovo farmaco
viene messo in vendita
prima che la concorrenza
possa perfezionare un
farmaco analogo. Dunque
non si possono condurre
lunghe prove negli
ospedali: e così può
accadere che un farmaco
venga smerciato dopo
estese prove di
laboratorio, ma con un
minimo di prove cllniche".
Il discorso non potrebbe
essere più chiaro: le
uniche prove valide sono
quelle cliniche, che
andrebbero fatte con
prudenza.
Le "estese prove di
laboratorio" cui si
riferiva il Bean sono
quelle che si fanno
sugli animali, e sono
fallaci; tuttavia
autorizzano le ditte
farmaceutiche a inondare
il mercato con nuovi
prodotti il cui vero
effetto sull'uomo il
tempo soltanto rivelerà.
Quindi le turbe mentali
che spinsero i primi
vivisettori del secolo
scorso a formare
generazioni di discepoli
per i quali la "ricerca"
medica era sinonimo
di sperimentazione
animale, non sono da
sole responsabili del
dilagare di una pratica
barbara che si maschera
da scienza.
Col passare del tempo,
agli esperimenti
inequivocabilmente
ispirati al sadismo
oppure capaci di
avanzare una carriera,
si sono aggiunti quelli
che potevano assicurare
pingui profitti. E dal
momento della scoperta
che attraverso la
tortura degli animali
c'era, da guadagnare più
danaro che con qualsiasi
altra attività, non ci
fu più scampo per quelle
sfortunate creature.
autore: sconosciuto
fonte: Giorgio Vitali