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Dall'INDUSTRIA dei FARMACI all'industria della
MALATTIA
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Nasce
prima il
farmaco o la
malattia
?
Chi non va di corpo spontaneamente almeno tre
volte la settimana da oltre sei mesi è affetto
da stitichezza cronica.
Chi l’ha detto ? È una delle definizioni
che vanno sotto il nome di “criteri di Roma” e
che sono opera di vari team di esperti; costoro
si riuniscono periodicamente nella città eterna
per inquadrare i disturbi funzionali
dell’intestino e hanno descritto sinora 21
entità nosologiche su cinque diverse regioni
anatomiche del tratto gastroenterico.
La rilevanza di questa impresa si
può apprezzare, per esempio, sulla base di uno
studio appena pubblicato. Un trial
randomizzato e controllato a doppio cieco con
placebo ha appurato che il
tegaserod (antagonista dei recettori
della serotonina, in commercio negli USA)
produce una evacuazione spontanea in più ogni
due settimane in chi soffre di stitichezza
cronica, al costo di circa 100 $ per “evento”
aggiuntivo. Sulla base di evidenze come
questa verrà presto approvato anche in Europa.
Chi sorride, si ricreda. Questo farmaco è un
blockbuster,
che dovrebbe rendere 1
miliardo di dollari di fatturato l’anno al
produttore. Con queste prospettive di
mercato, si spiega la generosità con cui molte
case
farmaceutiche
hanno finanziato
sin dalla fine degli anni Ottanta i
gruppi di specialisti che si riunivano a
Roma, come pure le
associazioni di pazienti che si sono
andate costituendo per condurre azioni di
lobby, sino a federarsi nell’International
Foundation for Functional Gastrointestinal
Disorders, i cui fondi derivano
per più del 90% dall’industria. È un
fiume di denaro che da vari decenni alimenta
e indirizza le attività
degli specialisti che stabiliscono le
definizioni e gli standard, dei medici che
devono applicarli e dei pazienti che promuovono
la consapevolezza sui disturbi dell’alvo e sulla
loro importanza. La ricompensa per alcuni
degli investitori sembrava già a portata di mano
nel 2000, quando la Food and Drug Administration
approvò l’alosetron,
un farmaco indicato per la sindrome
dell’intestino irritabile a prevalenza
diarroica. Ma pochi mesi dopo il prodotto venne
prima ritirato, per la segnalazione di gravi
effetti collaterali tra cui alcuni casi di grave
colite ischemica, e poi riammesso in commercio
con severe restrizioni. Ora la storia si
ripete, perché anche il tegaserod, indicato
invece per la forma a prevalente stitichezza, è
bersagliato dalla segnalazione di importanti
effetti avversi, tra cui grave diarrea
e ischemia.
vedi:
BIG PHARMA
+
Conflitti di
Interesse in Medicina
+
Mercato della
malattia +
Rapporto Flexner
e Dichiarazione di Alma Ata +
Sindacato
Rockefeller =
Dittatura
sanitaria
+
MINISTERO "SALUTE" italiano
informato su
DANNI VACCINI
Corruzione e sistemi sanitari nel mondo:
vedi
http://www.epicentro.iss.it/focus/globale/globalcorrupt.asp
Visionare questi
link:
http://www.informatori.it/informatori/filepdf/sperimentazioni.pdf
video:
http://www.youtube.com/watch?v=DoS02m0OevM
http://www.youtube.com/results?search_type=&search_query=cancro+ieri+ed+oggi&aq=f
http://www.youtube.com/results?search_type=&search_query=cancro+e+medicina+naturale&aq=f
Strategie
per un blockbuster
(grande successo)
Intanto, sin dal 2002 sul British MedicalJournal
erano comparse rivelazioni, tratte da documenti
riservati di agenzie di comunicazione, sulle
strategie utilizzate dai produttori di farmaci
per inculcare nella mente
dei medici e dei pazienti la sindrome
dell’intestino irritabile “come uno stato di
malattia a sé stante e rilevante” e “come
una patologia frequente e riconosciuta”.
La prima mossa, a livello locale, consiste nel
costituire un advisory
board, nel quale figurino anche opinion
leader riconosciuti. Poi si passa a sviluppare “linee-guida
di buona pratica”, a
diffondere tra i medici una newsletter,
ad avviare un programma di
“sostegno per i pazienti”, sino a
convincere tutti che la sindrome dell’intestino
irritabile è una “malattia seria e credibile”.
Riviste specializzate come Pharmaceutical
Marketing spiegano che questa strategia è la più
adatta per preparare le condizioni necessarie
alla reazione di un blockbuster
(una molecola capace di creare ricavi per oltre
un miliardo di dollari l’anno), obiettivo cui i
colossi del farmaco non possono rinunciare,
pena la perdita di posizioni. Si tratta
propriamente di “vendere”
innanzi tutto una
malattia (NdR: disease mongering
è il crudo termine anglosassone - i nomi
inventati dei vari sintomi dell'unica malattia
servono proprio a questo), per creare un
mercato potenziale sufficientemente ampio ai
prodotti che verranno in seguito lanciati.
Nella vicenda della sindrome dell’intestino
irritabile ciò è stato realizzato con il
percorso dei “criteri di Roma”, in altri
contesti si è provveduto all’inserimento di una
nuova entità e della sua definizione in
repertori come il Diagnostic and Statistic
Manual o l’International Classification of
Disease. In tutti i casi è
necessaria un’azione coordinata sui panel di
esperti e sugli opinion leader del settore,
che infatti risultano avere legami molto
stretti con le industrie interessate in un’alta
percentuale dei casi. Si arriva così a
riformulare diverse esperienze esistenziali in
termini funzionali a
progetti di marketing, come è stato ben
analizzato nel già citato articolo del British
Medical Journal, da cui si riportano alcune
trasformazioni dimostrative.
-
La calvizie:
da inconveniente ordinario a problema medico.
-
La fobia
sociale: da malessere sociale o personale a
disturbo psichico.
-
La
disfunzione erettile: da difficoltà
occasionale a patologia frequente e diffusa.
-
I disturbi
dell’alvo: da fastidi leggeri a sintomi di
malattie gravi.
-
La
rarefazione dell’osso: da fattore di rischio a
malattia
Da problema a
malattia
Sono molti gli esempi di farmaci in cerca di
malattia, come personaggi pirandelliani. Il
meccanismo è ormai ben oliato e non comporta che
una entità nosologica venga inventata di sana
pianta. Anzi, la cosa fila meglio se si
parte da un problema reale, ma lo si ridefinisce
opportunamente.
L’osteoporosi
è un processo fisiologico legato all’età (NdR ed
ai molteplici fattori di
infiammazione),
e rappresenta realmente uno dei tanti fattori di
rischio di fratture. La si reinterpreta prima
come malattia e se ne dà poi una definizione su
base strumentale che conferisce alla diagnosi un
elemento di obiettività, stabilendo una soglia
quantitativa necessariamente arbitraria. In
questo modo risulta facile raggiungere tre
obiettivi, tutti importanti per il mercato:
-
si riconduce
la prevenzione delle fratture (vero obiettivo di
salute) al solo rinsaldamento delle ossa;
-
si riduce la
molteplicità di possibili interventi per rendere
salde le ossa ai soli farmaci;
-
si aumenta il
numero di soggetti da trattare per scongiurare
una singola frattura.
Questo ultimo
elemento, che costituisce una misura del “mercato
potenziale”, può essere poi ciclicamente
incrementato attraverso proposte di riduzione
della soglia oltre la quale si ritiene indicato il
trattamento. Poiché la funzione di rischio è in
genere di tipo continuo, è sempre possibile
formulare due affermazioni comunque vere:
Un esempio
importante in cui fattori di rischio
sono stati concettualizzati come malattie,
e poi definiti sulla base di soglie
quantitative, che vengono periodicamente
rivedute al ribasso sulla base delle
affermazioni suddette, è quello degli
accidenti cardiovascolari:
per colesterolo, pressione arteriosa e glicemia
negli ultimi venti anni sono stati proposti
numerosi livelli di intervento, capaci di
coinvolgere di volta in volta popolazioni da
trattare sempre più ampie.
Anche per questi processi di definizione
“quantitativa” di malattie, l’intervento
dell’industria è stato costante e capillare. I
sociologi e gli antropologi sono arrivati negli
ultimi decenni a dimostrare che i concetti di
malattia e le relative definizioni sono
costrutti sociali, e come tali storicamente ed etnicamente variabili; si assiste però oggi al
fenomeno inedito della costruzione
industriale della malattia,
in genere su scala globale e con finalità
commerciali.
L'editoriale
è consultabile su:
www.agenziafarmaco.it
vedi:
Le Nuove
Malattie.....INVENTATE.....vedi
per esempio
ADHD e/o
Aviaria
Nuove malattie che si stanno affacciando
all'orizzonte medico !!!
......E fanno aumentare le
vendite e quindi i
fatturati delle
case
farmaceutiche ,
impoverendo gli Stati e
le nostre tasche.....
Commento (NdR):
Ricordati sempre che le
case farmaceutiche
cercano di venderti
qualsiasi cosa.
A
loro non interessa se
sei malato, se
guarirai o se stai già
bene.
Vogliono solo
che tu compri i loro
prodotti.
E fanno
qualsiasi
cosa per convincerti,
incluso
inventare
malattie che non
esistono.....
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
Il bernardismo e le
lucrose fabbriche di
malattie - La Gabbia
Essendo per natura un
animale conformista e
gregario, l'uomo tende
ad adattarsi alla
maggioranza nell'abito
mentale come in quello
materiale. Ciò è
comprensibile. Quel che
riesce più difficile
spiegare è la sua
persistenza negli
errori. E quando
finalmente riconosce un
errore, l'uomo tende a
sovrapporvene un altro,
che spesso si rivelerà
più grave del
precedente. E ciò che
fece dire a Roscommon,
poeta e critico
irlandese del XVII
secolo, che "la
maggioranza ha sempre
torto". Ed è
interessante notare che
gli errori sono dovuti
tutti al ragionamento e
quasi mai, e forse mai,
all'intuito e
all'istinto.
Aristotele, le cui idee
furono considerate per
molti secoli la massima
espressione
dell'intelligenza umana,
affermava che un sasso
grosso cade più
velocemente di un sasso
piccolo. Più che
l'errore in se, oggi può
apparirci stupefacente
che non sia mai venuto
in mente ne ad
Aristotele ne ad alcun
altro individuo per
secoli e secoli di
controllare tale
affermazione con un
semplice esperimento.
Ciò dimostra che il
pensiero umano si è
sempre mosso entro una
gabbia ben delimitata,
in conformità alla
propria epoca. La gabbia
si sposta nel corso dei
secoli, con le spinte
che riceve dall'interno
da qualche animo
irrequieto, e copre un
nuovo terreno; ma il
pensiero continua a
rimanere confinato entro
i limiti della gabbia,
da cui non può evadere.
All'epoca di Aristotele
e per altri due millenni
la gabbia non permise al
pensiero umano di
concepire l'esperimento,
ossia di ricorrere al
metodo sperimentale. Si
dovette attendere un
Cartesio per enunciarlo
e alcuni suoi
contemporanei per
imporlo, come Galileo
Galilei che volle
mettere alla prova la
teoria aristotelica dei
due sassi e scoprì con
sommo stupore che il
sasso leggero cade alla
medesima velocità del
sasso pesante. L'umanità
aveva atteso milioni
d'anni per questa
semplice constatazione.
L'idea di mettere ad
arrostire in un forno
cani vivi "per scoprire
il segreto della febbre"
poteva nascere solo in
un cervello ingabbiato,
severamente limitato da
una concezione
meccanicista della
salute e della vita,
come quello di Claude
Bernard.
Il fondatore della
vivisezione moderna, a
tutt'oggi definito un
"genio", non sapeva
distinguere tra causa ed
effetto: non aveva
capito che la
temperatura di un malato
era la conseguenza e non
l'origine della
malattia. E così la
medicina attuale
pretende di guarire una
malattia mascherandone i
sintomi.
La gabbia attuale
permette all'uomo di
sostare su di un
territorio che al tempo
di Aristotele era
sconosciuto, ma non gli
permette di accettare
come dati di fatto
alcuni valori che sono
altrettanto determinanti
per la comprensione del
mondo e della vita
quanto le formule
chimiche e matematiche.
Il metodo cartesiano
allargò rapidamente i
confini del sapere, ma
sprezzando
deliberatamente il
pensiero filosofico e
l'intuito, sostituì un
nuovo e macroscopico
errore agli errori
precedenti: errore che
conteneva il seme della
futura disfatta, poiché
indusse gli scienziati
ad allontanarsi, senza
accorgersene, dalla
verità, ossia proprio
dagli ideali
scientifici. Negando
l'esistenza di tutto ciò
che non è dimostrabile,
essi si divorziarono
dalla realtà della vita.
In un dibattito pubblico
organizzato nel 1973 dal
settimanale Epoca è
stato affermato che in
laboratorio si può
riprodurre esattamente
un estrogeno naturale.
L'affermazione era del
prof. Silvio Garattini,
e l'Istituto di Ricerche
Farmacologiche "Mario
Negri" di Milano da lui
diretto era stato
definito da Epoca
(17-6-1973) "un centro
tra i più importanti
d'Europa per le ricerche
sul cancro, sul sistema
nervoso,
sull'arteriosclerosi;
oltre 400 pubblicazioni
di diffusione
internazionale
testimoniano sui
risultati dei suoi dieci
anni di attività".
A parte il fatto che ci
si può domandare quali
mai possano essere i
"risultati" di queste
ricerche, visto che i
tre malanni menzionati
da Epoca non avevano
cessato di aumentare nel
corso di quei dieci
anni, è evidente che il
prof. Garattini
personificava quella
scienza medica moderna
che si muove entro i
confini di una gabbia a
cui si può solo dare il
nome di bernardismo,
perchè limitata dai
dogmi enunciati da
Claude Bernard.
Infatti la dichiarazione
che "in laboratorio si
può riprodurre
esattamente un estrogeno
naturale" "ossia che un
farmaco combinato con
polverine artificiali
sarebbe identico a tutti
gli effetti a un ormone
sessuale naturale,
organico, prodotto
dall'organismo vivente"
è da mettere alla pari
con i dogmi di Claude
Bernard, secondo cui una
prova ottenuta sugli
animali è perfettamente
concludente per l'uomo.
Dunque un laboratorio,
analizzato un estrogeno
(ormone sessuale)
naturale, ricavato da un
organismo vivente, ne
stabilisce la formula
chimica, in base alla
quale poi riproduce un
prodotto teoricamente
composto dai medesimi
ingredienti chimici
individuati nell'ormone
originale e che quindi
ha con questo una
somiglianza teorica,
convenzionale; tuttavia
i due prodotti non
possono essere identici,
poiché dell'ormone
naturale saranno state
individuate soltanto le
materie inerti, i corps
bruts tanto cari a
Claude Bernard; ma non
gli elementi più
importanti, ossia quelli
che sfuggono, proprio
per la loro natura
vivente, a qualsiasi
analisi chimica: perchè
provengono dalla vita
stessa e sono
condizionati da quel
"vitalismo" che fece
impazzire Claude Bernard
mandando a monte tutti i
suoi esperimenti.
Ma c'è di più: i
prodotti artificiali
contengono di solito
sostanze deleterie, che
le sostanze naturali che
essi pretendono di
imitare evidentemente
non hanno.
Qualche decennio fa il
capo del Reparto
Chemioterapico
dell'Istituto Nazionale
(britannico) per
Ricerche Mediche aveva
scritto su Medical World
(mar. 1956, p. 473) in
un articolo intitolato
Chemioterapia Moderna :
"Gli effetti tossici dei
farmaci moderni stanno
diventando evidenti e le
pubblicazioni mediche
sono piene di esempi in
cui il paziente ne ha
ricevuto un danno
maggiore di quello che
gli avrebbe procurato
l'infezione originale".
Quindi non è di ieri la
denuncia che la pletora
di farmaci sempre nuovi
non avvantaggia il
pubblico, ma lo rende
malato. E nel frattempo
la situazione non ha
fatto che aggravarsi.
Le lucrose fabbriche
di malattie
Già nel 1961 il dott.
Walter Modell
dell'Università di
Cornell, USA, definito
dal settimanale Time
"uno dei maggiori
esperti di
farmacologia", aveva
scritto su Clinical
Pharmacology and
Therapeutics: "Quando si
capirà che esistono
troppi farmaci ?
I preparati attualmente
in uso sono più di
150.000. Ogni anno
15.000 nuove
combinazioni inondano il
mercato e 12.000 vengono
eliminate...
Non c'è un numero
sufficiente di malattie
per tutti questi
farmaci. Finora il
contributo più utile che
ne abbiamo avuto sono i
vari nuovi farmaci che
combattono gli effetti
dannosi degli altri
nuovi farmaci". (Time,
26-5-1961.)
Difficilmente si può
essere più espliciti di
così. Ma come mai
migliaia di farmaci non
bastano, tanto che ogni
anno se ne aggiungono
altre migliaia ?
Ovviamente non bastano
perchè non curano.
Si tratta per lo più di
palliativi ben più
nocivi dei mali che essi
professano di
combattere; di sostanze
chimiche che simulano la
guarigione, sopprimendo
i sintomi,
ma avvelenano
l'organismo o
inficiano il suo
equilibrio naturale. Gli
analgesici addormentano
i nervi, indebolendoli,
ma il disturbo che
causava il dolore
continua a svilupparsi,
senza che il malato se
ne accorga, finchè i
danni diventano
irreversibili. Se una
persona soffre di
emicranie in seguito a
un disturbo intestinale,
il farmaco gli farà
passare (non sempre)
l'emicrania, ma il
disturbo intestinale si
esprimerà più tardi, in
modo più grave. Se uno
stitico prende purganti,
diventa ancora più
stitico.
La cosiddetta
"pesantezza di stomaco"
è un avvertimento della
natura che l'individuo
ha mangiato troppo, per
cui la valvola che fa
passare il cibo dallo
stomaco all'intestino
non si apre. Tra i
cosiddetti "digestivi"
che oggi vengono tanto
reclamizzati, vi sono
quelli che s'incaricano
di "digerire" il cibo
nello stomaco, così
togliendo a questo
l'abitudine di produrre
succhi gastrici in
proprio e rendendolo
sempre meno efficiente,
oltre a intossicare il
fegato; e altri che
causano artificialmente
l'apertura della
valvola, per cui il
cibo, sebbene non ancora
pronto, passa egualmente
all'intestino. Entrambi
i rimedi danno al
momento un senso di
sollievo, per cui il
mangiatore smodato,
anziché ascoltare gli
avvertimenti della
natura, impara ad
ascoltare quelli della
pubblicità, mangiando di
più anziché di meno e
facendo affidamento su
questi "farmaci
miracolosi": finché avrà
sviluppato perlomeno
un'ulcera, che spesso
prelude a un cancro
dello stomaco: altro
tipo di cancro in
continua ascesa. é
logico che i produttori
di simili farmaci, i
medici che li
prescrivono e i
farmacisti che li
vendono andrebbero messi
in prigione.
Ma cosa dire dei governi
e dei legislatori che
hanno tollerato
l'instaurazione di un
simile sistema? Se una
persona soffre di
arteriosclerosi che si
rivela con crampi
cardiaci, allora nessuna
medicina cardiaca potrà
evitarle un rene grinzo
oppure un colpo
apoplettico. Se una
persona agitata ricorre
ai tranquillanti, questi
alla lunga le
intossicheranno il
fegato, per cui la
persona diventerà ancora
più nervosa, se non
soffrirà addirittura di
squilibri mentali; per
non parlare dei danni
irreversibili che la
maggior parte dei
tranquillanti causano
alla vista, rovinando la
cornea e la retina.
Chi preferisce
dimenticare i propri
dolori artritici
ingerendo
veleni farmaceutici
anziché darsi al moto
regolare e seguire una
dieta più salutare,
non fa che aggravare la
propria condizione. Più
deleteria ancora è la
somministrazione, per
ogni starnuto o
influenza incipiente,
oltre che di
antistaminici, di
antibiotici che privano
l'organismo delle
naturali facoltà di
difesa e finiscono col
trasformare il malato
occasionale in un malato
cronico; per non parlare
del sospetto potere
cancerogeno di molti
antibiotici: un sospetto
che sta diventando
sempre più certezza.
Intanto una commissione
medica cilena che il
Presidente della nazione
e medico
Salvador Allende
aveva istituito poco
tempo prima di essere
assassinato nel 1973,
era venuta alla
conclusione che in tutto
il mondo esistono
solo poche decine
di medicamenti di
un'efficacia terapeutica
dimostrabile e che
la farmacopea potrebbe
essere ridotta in
conseguenza. (Nouvel
Observateur,
28-10-1974).
Naturalmente quel
rapporto non ha sortito
alcun effetto pratico.
Le
industrie farmaceutiche
multinazionali,
le
autorità sanitarie dei
vari paesi, la
scienza medica ufficiale,
l'OMS
di Ginevra, hanno
tutti fatto finta di
niente.
Ed è logico che chi non
si fa scrupolo di
rovinare la salute
altrui per desiderio di
profitti, s'infischi
altamente delle
sofferenze che infligge
agli animali. E così è
proprio sull'industria
farmaceutica
che ricade la maggiore
responsabilità del
continuo espandersi
della vivisezione da una
parte e, dall'altra, del
deterioramento della
salute pubblica negli
ultimi decenni.
L'agopuntura cinese, i
cui meriti il mondo
occidentale sta
finalmente scoprendo -
in mani esperte permette
perfino l'eliminazione
di emicranie restie a
tutte le altre cure e
l'anestesia completa in
caso d'interventi
chirurgici, senza
causare alcuno dei
numerosi inconvenienti
dei prodotti chimici -
non è cambiata da vari
millenni a questa parte,
per cui la si può
definire una vera
scienza; laddove la
cosiddetta "scienza
medica" occidentale
rinnega ogni giorno le
verità di ieri, così
come domani rinnegherà
le verità di oggi.
Aumenta ovunque il
numero dei medici che,
senza attendere un
ripensamento
dell'insegnamento
"ufficiale", si staccano
spontaneamente dai dogmi
del bernardismo
biochimico e si
avvalgono di metodi più
naturali.
Oggi, sui 50.000 medici
che esercitano in
Francia, più di mille
praticano l'agopuntura,
e molti altri si stanno
orientando nella
medesima direzione.
Ascoltiamo il dott.
Monnier, Presidente
della Società Nazionale
Francese di Agopuntura,
intervistato da Giuseppe
Grazzini (Epoca,
10-12-1972): "Negli
ultimi anni abbiamo
visto gli improvvisi
splendori e le
inevitabili decadenze di
troppe mode
farmacologiche: abbiamo
sperato nei sulfamidici,
nella penicillina, nei
cortisonici, nelle
vitamine: e ogni volta
ci siamo accorti che
quando si risolveva un
problema se ne aprivano
altri due e anche più, e
alla fine il conto si
chiudeva sempre in
passivo". Forse per
delicatezza il dott.
Monnier non ha aggiunto
"tranne che per
l'industria
farmacologica".
Una delle asserzioni più
ipocrite dei nostri
tempi è quella che
vorrebbe identificare
nella filantropia la
molla propellente dei
fabbricanti di farmaci.
Non è soltanto
l'industria a far tale
affermazione. Nel numero
di agosto 1973 di un
pieghevole di una banca
svizzera si poteva
leggere: "La Sandoz, che
con una quarantina di
società sussidiarie è al
terzo posto dei
complessi chimici
svizzeri, ha come scopo
principale il
perfezionamento di mezzi
e conoscenze atti a
trattare ed impedire
malattie umane. Così la
maggior parte delle
spese di ricerca, che
nel 1972 ammontarono a
303 milioni di franchi
(oltre 70 miliardi di
lire), sono servite ad
esplorare la salute".
La banca in questione,
prostrata in ammirazione
dinanzi a chi dispone di
tanto liquido, si era
guardata bene dal
menzionare di quale e
quanto sangue grondano
le cosiddette "ricerche
sulla salute". é
un'attività filantropica
che rende bene,
considerando che il giro
d'affari di un'altra di
queste ditte
farmaceutiche di
Basilea, ad esempio la
Ciba-Geigy, fu di
7.626 milioni di franchi
nel 1971 e l'anno
seguente di 8.064 (oltre
1.700 miliardi di lire).
Intanto nell'agosto
1973, la
Hoffmann La Roche
aveva annunciato la
costruzione di una nuova
fabbrica, per cui era
previsto un investimento
di 200 milioni di
franchi (50 miliardi di
lire), destinata
unicamente alla
produzione di vitamina
C.
La
vitamina C è quella
che meno manca sia nelle
farmacie che nella
nostra alimentazione
quotidiana.
Evidentemente però la
Roche aveva 200 milioni
di franchi da investire:
e non conosceva
investimento più
proficuo di un'ennesima
fabbrica di medicinali.
Intanto in vicinanza di
questa fabbrica è già
sorto un nuovo
allevamento di cani
beagles e gatti, dal
quale i tre giganti
svizzeri -
Roche, Ciba-Geigy e
Sandoz - si
procurano animali da
laboratorio. Facendo
ammalare questi animali
con diete artefatte, che
non hanno alcun
riscontro nella vita
reale, la Roche
dimostrerà al pubblico
ingenuo a quale
terribile fato va
incontro se non fa largo
consumo della sua
vitamina C.
Almeno quarant'anni fa
al pubblico era stato
promesso che
l'ingestione di dosi
massicce di vitamina C
avrebbe curato quasi la
totalità dei mali,
aumentato la resistenza
alle infezioni e portato
al debellamento
perlomeno dei
raffreddori e dell'influenza.
Non solo tutte queste
promesse non si sono
avverate, ma da allora
le giornate lavorative
perdute in seguito a
raffreddori e influenze
del personale nelle
fabbriche non hanno
cessato di aumentare di
anno in anno.
Ogni tanto la stampa ne
parla, ma nessuno è
capace di riunire i vari
fili in una trama
significativa. Una
notizia dell'Associated
Press portava il titolo
"La vitamina C è inutile
contro i raffreddori
secondo uno studio di un
medico americano" (Herald
Tribune, 11-4-1974.). Lo
aveva dichiarato ad
Atlantic City il dott.
Thomas Chalmers,
presidente del New York
City Mount Sinai's
Medical Center, dinanzi
all'altisonante
"Federazione di Società
Americane per Biologia
Sperimentale", ossia una
grossa associazione di
vivisettori,
contraddicendo il premio
Nobel 1954 Linus Pauling,
dopo un approfondito
studio che aveva coperto
un periodo che andava
dal 1942 al 1974.
Chalmers sconsigliava di
prendere vitamina C per
lunghi periodi di tempo,
aggiungendo: "Non
esistono dati in merito
alla sua eventuale
tossicità a lunga
scadenza".
C'è però qualcosa che
sappiamo di sicuro in
merito alla vitamina C
in vendita nelle
farmacie: "Dosi
eccessive di vitamina C
possono produrre
scorbuto nel neonato,
che con il parto si
trova bruscamente
allontanato da un
ambiente ad alta
concentrazione di acido
ascorbico". Così si
leggeva sul Corriere
della Sera del 29
a-gosto 1974, in un
articolo che riferiva i
danni accertati di un
gran numero di farmaci
che si trovavano in
vendita. Insomma
l'attuale scienza medica
è stata capace di
fabbricare casi di
scorbuto nei neonati
mediante la
somministrazione alle
gestanti di dosi
eccessive di quella
medesima vitamina che,
ingerita in dosi
normali, presenti in
qualsiasi dieta
ragionevolmente variata,
rappresenta una garanzia
contro lo scorbuto. I
miracoli del diavolo...
[Commento di Ivan
Ingrillì (presidente de
La Leva di Archimede)]
[Per quanto
riguarda questo e il
paragrafo successivo ho
da fare la mia
considerazione: credo
che l'attuale tentativo
da parte delle lobby del
farmaco di mettere sotto
scacco le vitamine e i
minerali con l'ausilio
di una direttiva europea
recentemente approvata
dimostri l'esatto
contrario.
Credo che sia
stata fatta moltissima
propaganda per
screditare il valore
preventivo e curativo di
molti elementi naturali,
proprio perche' non
brevettabili e privi di
effetti collaterali non
contribuirebbero al
fenomeno ridondante del
business farmaceutico
della malattia (www.laleva.cc/The_Hague/it/indexrath.html).
Tra' l'altro
l'autore non si accorge
che la propaganda e'
proprio nel suo stesso
report, citando uno
studio presentato ad una
"grossa associazione di
vivisettori" che vuole
"contraddire il premio
Nobel Linus Pouling"...
- il che e' tutto dire -
e forse la vitamina C
della Roche non era un
gran che "efficace",
chissa'. Vi propongo un
po' di materiale da me
raccolto sulla vitamina
C (www.laleva.cc/archivio/news130503_vitaminaC.html).
Sono molti gli
studi che dimostrano
l'importanza
fondamentale dei
micronutrienti che
sono alla base di tutti
i processi biochimici
del nostro organismo,
NdR]
L'eccesso di
vitamina A sintetica -
altro prodotto che molti
pediatri prescrivono
senza altra necessità
che di giustificare una
salata parcella - può
ritardare la crescita
delle ossa del bambino e
causare tumori, mentre
l'eccesso di vitamina D
può danneggiare i reni e
il sistema nervoso,
anche con conseguenze
letali. (Brian Inglis,
lo storico di medicina,
in Drugs, "Doctors of
Disease" ed. Andre
Deutsch, Londra, 1965.)
Naturalmente, dubbi
esistono anche per tutte
le altre vitamine
artificiali. Ad esempio
in merito alla E, il
11-10-1955
sull'autorevole Lancet
si leggeva (p. 715): "In
contrasto con le nostre
dettagliate conoscenze
dell'importanza della
vitamina E per gli
animali da laboratorio,
permane una grande
incertezza circa il suo
valore per l'uomo". Come
non detto. Nei decenni
che seguirono, la
massiccia propaganda
farmaceutica continuava
a decantare le virtù
miracolose della E.
Senonché una recente
notizia da Minneapolis
ridimensionava ancora
una volta la questione.
Un articolo
sull'International
Herald Tribune
(1-10-1973) intitolato
"IL MIRACOLO DELLA
VITAMINA E NON
SOSTANZIATO DAGLI
ESPERTI", precisava: "La
vitamina E, che era
stata indicata come
l'elisir di giovinezza,
la restauratrice della
potenza sessuale e una
cura o un preventivo per
qualsiasi malanno,
dall'acne alle malattie
di cuore, è rimasta
un'enigma medico e
scientifico di cui non è
stato provato il valore
terapeutico, secondo
quanto è emerso da un
simposio internazionale
che ha avuto luogo nella
nostra città". Quindi un
ennesimo prodotto
miracoloso che ha
miracolato soltanto i
produttori. Ma vediamo
come si è potuti
arrivare a tanto.
Allettata dalle
favolose possibilità di
guadagno offerte nel
dopoguerra dall'avvento
degli antibiotici, che
avevano fatto di quella
farmaceutica l'industria
più redditizia del
mondo, questa aveva
cominciato a usurpare il
ruolo del medico. Un
numero sempre crescente
di individui che, come
Claude Bernard, erano
stati bocciati all'esame
di abilitazione alla
professione medica o che
comunque non avevano mai
passato cinque minuti al
letto d'un ammalato, ma
avevano solo contatti
con topi, conigli,
cavie, cani, gatti e
scimmie - sui quali
dovevano anzitutto
infierire brutalmente
per provocare stati
anomali che non avevano
alcun rapporto con le
malattie dell'uomo -
ricevettero l'incarico
di combinare sempre
nuovi farmaci
"miracolosi", con cui
sostituire quelli che
avevano fatto il loro
tempo, perchè se ne era
scoperta l'inutilità o
la dannosità. Una
propaganda massiccia,
che non aveva riscontro
in alcun'altra
industria, persuadeva
poi i medici a
prescrivere questi nuovi
farmaci, vantandone da
una parte l'assoluta
innocuità e dall'altra
la straordinaria
efficacia; un'evidente
contraddizione, poiché
ogni prodotto sintetico,
quanto più è efficace
per un verso, tanto più
è dannoso per l'altro.
In medicina, come in
nessun altro campo, si
riscontrò così il
curioso fenomeno che il
commercio si mise a
svolgere sempre più il
ruolo dell'istruzione
accademica,
sovrapponendosi a questa
mediante le proprie
pubblicazioni
propagandistiche.
Pochi medici
hanno il tempo di
tenersi al corrente dei
nuovi prodotti e al
massimo leggono la
propaganda inviata dai
fabbricanti. In
considerazione degli
"effetti collaterali"
(eufemismo per "danni")
dei farmaci sintetici,
il medico non dovrebbe
prescriverli se non è
sicuro della loro
innocuità, ma senza dare
ascolto al produttore,
che ha interesse a
minimizzare o sottacere
questi "effetti
collaterali"; e ciò
dovrebbe essere ovvio.
Senonché, a giudicare
dai successi di vendita
dei nuovi farmaci,
medici tanto scrupolosi
sono rari.
Già nel maggio 1961 un
medico francese, il
dott. Pierre Bosquet,
aveva scritto su La
Nouvelle Crìtique: "La
ricerca è strettamente
subordinata a un
rendimento commerciale
immediato. Attualmente,
la malattia è una delle
maggiori fonti di
profitti per l'industria
farmaceutica, e i medici
sono gli agenti
volontari di questi
profitti".
Come altre
organizzazioni di tipo
sindacale, il cui scopo
principale è quello di
sostenere i propri
interessi, anche la
classe medica è cascata,
senza accorgersene,
nella trappola tesale
dall'industria. Allorché
verso la fine degli anni
Quaranta il prezzo della
penicillina -
l'antibiotico che per
volere del suo
scopritore non era stato
brevettato ma che per
primo aveva apportato
favolosi profitti ai
fabbricanti - subì un
improvviso crollo in
seguito a
superproduzione, le
maggiori ditte americane
vollero un prodotto
simile, ma differente di
quel tanto che lo
rendesse brevettabile, e
pertanto vendibile a un
prezzo più alto.
(Negli Stati Uniti basta
una variazione della
composizione molecolare
per asserire
l'originalità di un
farmaco e renderlo
brevettabile) Sicché
nell'autunno 1949 la
ditta Cynamid brevettò e
lanciò l'Aureomicina, un
mese dopo Parke Davis
uscì con la
Cloromicetina, e
l'estate seguente la
Pfizer, sino allora una
ditta tranquilla,
"seria" e
"conservatrice", lanciò
la Terramicina sulle ali
di una campagna
pubblicitaria per la
quale aveva preventivato
una spesa di 7,5 milioni
di dollari (4,5 miliardi
di lire non ancora
svalutate) per i primi
due anni.
A poco a poco
seguirono altre ditte
con prodotti similari,
di cui ancora una volta
venivano vantate, da una
parte, l'assoluta
superiorità terapeutica,
e dall'altra l'innocuità
praticamente totale, che
il tempo doveva
regolarmente smentire.
Fin da quando la
penicillina aveva
cominciato ad abbondare,
i medici si erano messi
a impiegarla
indiscriminatamente,
anche per mali minori
come raffreddori o
influenze, facendo così
perdere all'organismo
l'abitudine di
difendersi da se, per
via naturale, mediante
la produzione di
antigeni. I medici si
regolarono alla stessa
maniera con tutti gli
altri e più potenti
antibiotici che
seguirono, impiegandoli
persino
profilatticamente,
prima, durante e dopo le
operazioni chirurgiche.
Lo fecero per comodità
immediata, senza curarsi
che con ciò indebolivano
in permanenza le difese
naturali dell'organismo;
né avevano previsto che
i bacilli sopravvissuti
avrebbero sviluppato
ceppi di discendenti ben
più virulenti dei
precedenti, in base alla
regola biologica della
sopravvivenza del più
forte.
La lezione venne a metà
degli anni Cinquanta: in
vari ospedali
scoppiarono epidemie che
nessun antibiotico
riusciva più a
controllare. In un anno
ci furono più di cento
di queste epidemie, di
cui una, in un ospedale
del Texas, uccise 22
pazienti.
L'industria non si
lasciò sfuggire una
simile occasione e
subito prese a sfornare
nuovi preparati,
assicurando che questi,
oltre a essere esenti da
ogni effetto
collaterale, sarebbero
stati capaci di
annientare qualsiasi
ceppo di bacilli - anche
ceppi futuri (!) - e che
non avrebbero sviluppato
ceppi resistenti, come
avevano fatto gli altri
antibiotici.
Ai
medici, ormai
abituati a prescrivere
antibiotici ad ogni
occasione, non sembrò
vero di avere a
disposizione questi
nuovi prodotti; così il
ciclo ricominciò daccapo
e perdura tuttora. C'è
chi affermerà che l'uso
profilattico di
antibiotici ha salvato
tante vite umane da
giustificarne comunque
l'uso, nonostante i noti
svantaggi.
Ma ancora una volta i
fatti parlano
diversamente, come
dimostra un articolo di
John Lear, redattore
capo della rubrica
scientifica
dell'autorevole Saturday
Review. "é documentato
che gli antibiotici
profilattici fanno più
male che bene. Uno
studio del dott. Kempe
porta il risultato di
250 operazioni "pulite".
Di questi 250 casi, 154
non ricevettero terapia
antibiotica, e di questi
ultimi solo il 7,896
sviluppò conseguenze
batteriche (bacterial
aftermath).
A tutti i rimanenti 96
vennero somministrati
antibiotici
profilatticamente, e
complicazioni batteriche
si riscontrarono nel
37,5% di questi 96 casi,
mentre ricevevano
antibiotici. Secondo la
nostra esperienza,
concluse il dott. Kempe,
complicazioni batteriche
in operazioni pulite
sono cinque volte più
frequenti in pazienti
trattati
profilatticamente".
La blenorragia è una
malattia venerea già
nota in antichità e che
i romani curavano con
una prescrizione
ippocratica: letto e
latte, ossia
assecondando l'opera
della natura, suprema
guaritrix.
Gli antibiotici hanno
per qualche tempo
fornito una cura più
rapida delle precedenti
cure antisettiche:
un'iniezione o una
pillola e il malato era
guarito. Ma anche in
questo caso non hanno
fatto altro che
modificare i batteri,
creando in pochi anni
ceppi più resistenti,
refrattari a qualsiasi
antibiotico, e forse
persino alla cura letto
e latte. In altri
termini, in antichità si
sapeva curare la
blenorragia; oggi essa è
stata rafforzata, e in
molti casi non è più
curabile.
I
danni da antibiotici
non cessano di
accentuarsi. Ecco un
estratto di una serie di
articoli apparsi nel
Bulletin de l'Association
Generale des MÎdecins de
Trance (1962-1963) a
firma del dott. Raiga:
"Da dieci anni a questa
parte, il numero di
ceppi stafilococcici
resistenti alla
penicillina è andato
costantemente
aumentando, specie negli
ospedali, dove vediamo
crescere il numero delle
infezioni
stafilococciche gravi,
manifestatesi nel corso
di trattamenti per
affezioni di tutt'altra
natura. Ciò è
particolarmente evidente
nei reparti di
Maternità, dove le
epidemie di tali
infezioni hanno assunto
proporzioni
catastrofiche.
Su queste attuali
terapie ricade
nettamente la pesante e
tragica responsabilità
di avere generalizzato e
aggravato la patologia
stafilococcica, mentre
esse erano destinate,
almeno in teoria, ad
estinguerla... Questi
incidenti appaiono
ancora più drammatici
quando sono la
conseguenza della
somministrazione di
antibiotici prescritti
per affezioni banali che
sarebbero guarite più o
meno rapidamente senza
trattamento alcuno. In
tali casi il medicinale
è indiscutibilmente una
causa di morte
terapeutica. (Dott. A.
Cayala e collaboratori.)
Un discorso simile vale
per il tifo: "Medici e
malati hanno collaborato
a fabbricare un tipo di
tifo che resiste ai
medicamenti e che ormai
si spande dal Messico
verso il resto del
mondo", ha dichiarato
Ivan Illich.
E secondo questo noto
sociologo, negli Stati
Uniti muoiono
annualmente 60.000
persone per colpa dei
farmaci. Ma in verità il
numero effettivo
dovrebbe essere molto
più elevato, poiché
medici e ospedali hanno
tutto l'interesse a
sotterrare i propri
errori, e molto spesso
vi riescono. Ciò si
spiega facilmente. Non
si può stabilire nemmeno
lontanamente quante
persone muoiono in
conseguenza di una
ricetta medica. Molti
decessi vengono
attribuiti ad altre
cause. é difficile che
un medico voglia esporsi
a essere criticato o
citato in giudizio,
identificando come causa
di morte un medicamento
da lui prescritto.
D'altra parte, i farmaci
raramente causano un
decesso improvviso, ma
danneggiano organi
vitali, che solo più
tardi porteranno a una
morte più precoce, a
volte in concomitanza
con altre cause. Una
spiegazione del perchè i
nuovi farmaci sono
pericolosi proprio a
causa della
sperimentazione animale,
la diede
involontariamente il
dott. William Bean
dell'Università dell'Iowa
alla Commissione
d'inchiesta sui profitti
dei grossi monopoli
industriali, istituita
nel 1957 dal governo
americano, sotto l'egida
del senatore Estes
Kefauver: "I guadagni
più grossi si ottengono
quando un nuovo farmaco
viene messo in vendita
prima che la concorrenza
possa perfezionare un
farmaco analogo. Dunque
non si possono condurre
lunghe prove negli
ospedali: e così può
accadere che un farmaco
venga smerciato dopo
estese prove di
laboratorio, ma con un
minimo di prove cllniche".
Il discorso non potrebbe
essere più chiaro: le
uniche prove valide sono
quelle cliniche, che
andrebbero fatte con
prudenza.
Le "estese prove di
laboratorio" cui si
riferiva il Bean sono
quelle che si fanno
sugli animali, e sono
fallaci; tuttavia
autorizzano le ditte
farmaceutiche a inondare
il mercato con nuovi
prodotti il cui vero
effetto sull'uomo il
tempo soltanto rivelerà.
Quindi le turbe mentali
che spinsero i primi
vivisettori del secolo
scorso a formare
generazioni di discepoli
per i quali la "ricerca"
medica era sinonimo
di sperimentazione
animale, non sono da
sole responsabili del
dilagare di una pratica
barbara che si maschera
da scienza.
Col passare del tempo,
agli esperimenti
inequivocabilmente
ispirati al sadismo
oppure capaci di
avanzare una carriera,
si sono aggiunti quelli
che potevano assicurare
pingui profitti. E dal
momento della scoperta
che attraverso la
tortura degli animali
c'era, da guadagnare più
danaro che con qualsiasi
altra attività, non ci
fu più scampo per quelle
sfortunate creature.
autore: sconosciuto
fonte: Giorgio Vitali
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