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Un accostamento
insolito:
pirateria,
mafia e
Banchieri, Banche
Come i
Morgan ecc, pirati ed i legami con i banchieri
dal 1492, hanno oltre cinque secoli di
esperienza
vedi anche:
http://cronologia.leonardo.it/storia/biografie/pirati1.htm
Le banche non
prestano denaro, vendono debiti...!
il denaro che inseriscono nei conti correnti dei
loro "clienti" e' creato dalla vostra firma,
quindi e' vostro, infatti quel denaro non e' nel
bilancio della banca precedentemente alla vs
firma....perche' e' vostro e non della banca,
esso e' creato per voi dalla banca proprio dal
NULLA !.....non e' suo !
......quindi NON dovete NULLA alla banca, ne'
capitale, ne' interessi !
Il documento che vi fanno firmare e' una TRUFFA
!
…fatevi furbi sono
dei CRIMINALI TRUFFATORI assieme allo…. stato
mafioso che li protegge....sulla pelle dei
sudditi SCHIAVI !
Inoltre le banche
evadono enormemente il fisco perche' immettono
le cifre del denaro che hanno emesso dal NULLA
nei loro bilanci come "debito" e non come
credito, come dovrebbe essere, ed in questo modo
non pagano le tasse sui capitali che sottraggono
con l'inganno a chi ha firmato quel fatidico
modulo, sulla cui firma hanno creato dal NULLA
il denaro per il loro cliente che in realta’ e’
suo REGALATO dal NULLA.
QUINDI Sono anche dei LADRI ! ed EVASORI
mostruosi ! e non pagano neppure I'VA sul
servizio fatto....
Creazione del
denaro dal nulla:
http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1057521914001070
I mutui
bancari sono una FRODE: come difendersi ?
http://marcodellaluna.info/sito/2015/07/26/i-mutui-bancari-sono-una-truffa-come-difendersi/
I
ROTHSCHILD (il loro Impero) + I Bankers (banchieri) finanziarono anche Hitler !
Essi hanno sempre fatto enormi affari con la guerra, vendendo armi da una parte e dall'altra, ecco i documenti:
http://www.reformed-theology.org/html/books/wall_street/index.html
Guardate questi video vi illustrano come i CRIMINALI ci hanno resi SCHIAVI....
Banchieri e sette
segrete - Una setta di banchieri decide le
sorti del mondo - Sono nove, si
riuniscono il terzo mercoledì del mese,
controllano tutta la finanza
Nove banchieri delle più importanti istituzioni
finanziarie di
Wall Street si riuniscono il terzo mercoledì
di ogni mese nel Distretto finanziario di
Manhattan per assicurarsi il controllo e la
floridezza del mercato che più preoccupa la
Casa Bianca: quello dei derivati.
L’amministrazione Obama ha tentato invano di
sottoporli a rigidi controlli nella recente
riforma finanziaria varata dal Congresso, e Paul
Volcker, l’ex presidente della
Federal Reserve consigliere dello Studio
Ovale, ne è il critico più aspro, indicandoli
come un mercato che "sfugge
a ogni regola" e continua a minare la
stabilità di Wall Street dopo aver già
contribuito alla crisi del settembre 2008.
Ma le pressioni di Casa Bianca e Congresso hanno
una debole eco nelle riunioni che vedono attorno
ad un tavolo banchieri di giganti come
JP Morgan
Chase, Goldman Sachs, Deutsche Bank e Morgan
Stanley interessati soprattutto a mantenere
il controllo di scambi annuali per molti
trilioni di dollari che sfuggono a ogni
supervisione visto che i derivati sono prodotti
finanziari in gran parte non quotati in Borsa.
Dunque vengono scambiati privatamente e spesso
registrati nei bilanci in maniera così ambigua
da suggerire sospetti di illeciti.
E’ proprio per indagare sul possibile rischio di
frodi capaci di mettere a rischio la stabilità
delle maggiori banche - e dunque i risparmi di
milioni di cittadini - che il ministero della
Giustizia di Washington ha creato una task force
investigativa, il cui titolare Robert Litan ha
scoperto il segreto del "club del mercoledì"
finito sulla prima pagina del
New York Times.
A dare corpo all’indagine sono state le
testimonianze raccolte fra gli alti funzionari
di
Bank New York Mellon, fondata nel 1784, che
hanno consentito di ricostruire come la loro
richiesta di entrare nel "club del mercoledì" -
che porta il nome di
Ice Trust - sia stata rifiutata dai nove
banchieri sulla base della convinzione che "la
domanda non era sostenuta da un sufficiente
volume di scambi di derivati durante l’anno".
"Si tratta di una risposta assurda perché siamo
una delle banche da più tempo attive nel
Distretto finanziario" ha fatto presente Sanjay
Kannambadi, ceo della sussidiaria creata da Bank
New York Mellon per entrare nell’Ice Trust,
secondo il quale "il vero motivo per cui ci
hanno tenuti fuori è la volontà di mantenere
alti margini di profitto e di non condividere
con altri la redazione delle regole che
governano questo tipo di scambi".
Di fronte a tale ricostruzione Robert Livan non
ha fatto altro che riscontrare la possibile
creazione di un gruppo finanziario impegnato a
gestire il mercato dei derivati con metodi non
pubblici, sollevando lo scenario di qualcosa che
assomiglia a una setta segreta di banchieri nel
cuore di Wall Street per gestire i prodotti
derivati che continuano a essere quelli capaci
di garantire i maggiori profitti economici.
Da qui l’inchiesta, solamente all’inizio, che
minaccia di mettere a soqquadro Wall Street.
Gary Gensler, presidente della
Commodity futures trading commission
incaricata di regolare gli scambi della
maggioranza dei derivati, suggerisce la
necessità di "una maggiore supervisione
sull’operato delle banche" al fine di
scongiurare il rischio di intese non pubbliche
destinate ad "aumentare i costi per tutti i
cittadini americani". Ma i membri del "club del
mercoledì" respingono tali accuse, affermando
l’esatto contrario.
"Il sistema creato consente di ridurre i rischi
esistenti in questo mercato e fino a questo
momento la cooperazione fra noi si è rivelata un
successo" ha dichiarato al New York Times una
portavoce di Deutsche Bank, lasciando intendere
che il super-club svolge quelle mansioni di
controllo che la riforma finanziaria non è
riuscita ad assegnare ad alcuna istituzione.
Tratto da: focus.it
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PIRATERIA
Il fenomeno della pirateria è antico e le prime
scorrerie via mare si perdono nella notte dei
tempi, già in epoca greca e romana. Il fenomeno
era diffuso in tutta Europa, ma è nel XVII
secolo che nasce la pirateria moderna nei mari
delle Antille, la più conosciuta
nell'immaginario collettivo; frutto delle
rivalità mercantili dei governi del Vecchio
Continente per il predominio dei mari del nuovo
mondo, la moderna Pirateria si sviluppa in quei
luoghi sia grazie a una serie di appoggi e
favori sulla terraferma, sia per la presenza di
numerose isole ricche di cibo, sia per i fondali
bassi che impediscono inseguimenti da parte
delle già lente navi da guerra. Col venir meno
degli appoggi governativi, quelli che prima
erano Corsari (pagati ufficialmente da
Francia-Inghilterra) si trasformano negli
indipendenti Pirati.
Le navi dei Pirati erano organizzate in Ciurme,
guidate da un Capitano eletto da tutta la
ciurma, mozzi compresi. Il bottino veniva diviso
equamente fra tutti i membri.
I capitani più leggendari e passati alla storia
furono Edward Teach, noto come Barbanera; aveva
fama di essere uno dei pirati più feroci, e alla
sua immagine e alle sue imprese (reali e
leggendarie) si deve in gran parte lo stereotipo
del "pirata cattivo" nella cultura. Francis
Drake è sicuramente il più noto in quanto con la
flotta Britannica ebbe la meglio sulla
Invincibile Armada Spagnola.
Le "Indie
Occidentali", scoperte da Cristoforo Colombo,
furono meta non solo di avventurieri, coloni e
marinai, ma anche di pirati. Lo stesso
Ammiraglio genovese, durante il suo terzo
viaggio, fu assalito da pirati di nazionalità
francese e costretto a rifugiarsi a Madera. Il
XVI secolo fu il periodo d'oro della pirateria
inglese: segretamente favorita dalla regina
Elisabetta I per ragioni politiche, registrò
nomi famosi come Francis Drake, che riuscì ad
indebolire la potenza spagnola, George Clifford
che combatté contro i Portoghesi. Questi corsari
(termine che definiva coloro che "correvano" il
mare con la "patente" rilasciata da un governo
legittimo) attaccavano e depredavano le navi
spagnole che trasportavano in patria le
ricchezze ricavate (e depredate) dal Nuovo
Continente.
Nei primi decenni del secolo seguente, mentre in
Europa la Francia e l'Inghilterra cercavano, con
guerre continue, di contrastare la potenza della
Spagna che stava divenendo sempre più
formidabile, nel Mar dei Caraibi due vascelli,
contemporaneamente, cercavano approdo sulle
coste di un'isola, detta di San Cristoforo (nei
pressi della Giamaica).
Una nave era di nazionalità inglese ed era
comandata da Sir Thomas Warner, l'altra,
francese, era guidata da un nobile di origine
normanna, monsieur d'Enanbue. I corsari decisero
di stabilirsi sull'isola e di convivere
fraternamente, avendo trovato il suolo molto
fertile e gli indigeni (di stirpe caribbica)
affatto ostili; per alcuni anni i novelli coloni
rinunciarono a corseggiare il mare per dedicarsi
all'agricoltura, ma all'improvviso furono
attaccati e trucidati da una squadra spagnola
che rivendicava, a nome della madrepatria, tutte
le isole del Golfo del Messico.
Video del prof. Auriti sul Debito pubblico, Signoraggio ed Usura dei Banchieri del mondo !
Chi erano i
Pirati ? e da dove venivano ?
Gran parte erano
marinai. Uno studio condotto sui pirati
angloamericani operanti verso il 1720
nell’Atlantico occidentale e nei Caraibi indica
che, nel 98 percento dei casi, erano ex marinai
di mercantili o di navi della Royal Navy, o di
imbarcazioni corsare. Molti erano entrati
volontariamente a far parte dell’equipaggio
pirata quando i loro vascelli erano stati
catturati.
Il fatto che quasi tutti i pirati fossero
navigatori professionisti spiega la loro abilità
nel compiere le lunghe traversate che, spesso,
li portavano dalla costa americana all’Africa e
all’Oceano Indiano, e la loro capacità a trovare
la rotta fra le scogliere e i banchi di sabbia
insidiosi dei Caraibi e a sfuggire tanto spesso
alle navi della Marina; ci aiuta inoltre a
comprendere gran parte dei loro comportamenti e
del loro atteggiamento verso la vita.
Ai tempi della
navigazione a vela i marinai erano una razza a
sé stante: parlavano un linguaggio tanto
infarcito di espressioni tecniche da risultare
quasi incomprensibile a un uomo di terra. Oltre
a usare espressioni e modi di dire tipici della
vita di mare, i naviganti avevano anche un
aspetto particolare: il volto e le braccia erano
segnati dal vento e dal sole, la pelle color
nocciola. Molti di loro avevano cicatrici e
ferite che si procuravano maneggiando le vele e
l’attrezzatura durante le burrasche; inoltre, i
lunghi mesi trascorsi su un ponte ondeggiante
che ne metteva a dura prova l’equilibrio,
conferivano loro un’andatura dondolante. Ma ciò
che li distingueva era soprattutto
l’abbigliamento: all’inizio del diciottesimo
secolo gran parte degli uomini indossava giacche
e panciotti lunghi, pantaloni al ginocchio e
calze lunghe.
Sorprendentemente,
esistono poche descrizioni dettagliate
dell’aspetto dei capi pirata, e quelle che
disponiamo sono raramente lusinghiere. La
descrizione più memorabile resta, tuttavia,
quella di Barbanera:
“Il capitano Teach
portava il soprannome di Barba-nera per quei
numerosi peli che, come una meteora orrenda, gli
ricoprivano l’intera faccia, e spaventava
l’America più di qualsiasi cometa che fosse mai
apparsa in quel luogo.
La sua barba era
nera, e lui la lasciava crescere fino a
lunghezze stravaganti; quanto alla larghezza,
gli arrivava fino agli occhi; egli soleva
legarla con nastri, in piccole code, che portava
dietro le orecchie: durante l’azione portava una
cinghia sulle spalle con tre coppie di pistole
che penzolavano nelle fondine come bandoliere;
s’infilava micce accese sotto il cappello che,
sbucando dai lati della faccia, insieme allo
sguardo istintivamente feroce e selvaggio, gli
conferivano un aspetto più terribile di quanto
non si attribuisca a una furia infernale.”
La pratica dei
pirati di attaccare armati fino ai denti è
confermata da numerosi rapporti di arrembaggi:
portare addosso numerose pistole non serviva
solo a spaventare il nemico ma era una
precauzione saggia; le armi a pietra focaia
erano, infatti, poco affidabili in mare e, se la
prima faceva cilecca a causa dell’umidità,
un’altra poteva salvare la situazione.
Come gli altri
marinai, i pirati erano perlopiù ventenni. La
giovane età dell’equipaggio era un’esigenza
dettata dalle difficoltà della vita in mare in
ogni sorta di condizioni atmosferiche. Erano
necessarie buona salute, agilità, resistenza,
una certa forza fisica e la capacità di
adattarsi ai disagi estremi, sopra e
sottocoperta. I pirati delle Indie occidentali e
del litorale americano provenivano da numerose
nazioni marittime. Nel diciassettesimo secolo
gran parte degli uomini imbarcati su navi
bucaniere erano francesi o inglesi, ma tutti gli
equipaggi erano tendenzialmente multietnici.
Storicamente vi sono
stati diversi generi o tipi di pirati:
• Bucanieri
(derivato da Boucan)
• Filibustieri
(derivato dal nome francese Filibustirs, in
inglese Freebooter, "saccheggiatori")
• Corsari (pirati
pagati per catturare navi di nazioni ostili)
• Saraceni (i famosi
pirati barbareschi del mediterraneo).
Il pirata era colui
che saccheggiava e rubava in mare, un
fuorilegge. Il corsaro era invece il comandante
di un vascello armato e autorizzato dal proprio
governo attraverso lettere di corsa o di marca,
a catturare navi di nazioni ostili.
Le due categorie non
erano cosi separate dato che in alcuni casi il
corsaro, terminato il suo compito per l'accordo
dei governi, proseguiva la propria azione sui
mari senza più l'appoggio del proprio governo. I
bucanieri, detti anche Fratelli della costa,
erano una comunita di cacciatori e taglialegna
che nella prima meta del XVII secolo integrava i
proventi della caccia e del commercio del
legname con razzie e rapine ai danni dei coloni
bianchi e delle navi europee.
Quella dei bucanieri
rappresenta la prima fase dello sviluppo della
pirateria. Il nome bucaniere deriva da Boucan,
una graticola sulla quale si faceva essiccare la
carne. Sebbene ve ne fossero di molte
nazionalita, i bucanieri erano per lo piu
protestanti e provenienti da Inghilterra, Olanda
e Francia settentrionale. La loro sede iniziale
era l'isola di Espanola, nei Caraibi (Antille),
ma un'operazione militare in grande stile
organizzata dalla Spagna, loro bersaglio
preferito, li costrinse a rifugiarsi sull'isola
di Tortuga, distruggendo il loro sistema
economico. Su quest'isola i bucanieri
abbandonarono in gran parte la caccia e il
commercio del legno per diventare pirati veri e
propri.
Famosi bucanieri
furono personaggi come Francesco Nau detto l'Olonese
(Jacques Jean David Nau), Ravenau de Lussan,
Bartolomeo il Portoghese, Rock il Brasiliano,
Alexander detto Braccio di Ferro, Montbars lo
Sterminatore. Un corsaro era un pirata che si
metteva al servizio di un governo cedendogli
parte degli utili ed ottenendo in cambio lo
status di combattente (lettera di corsa) e la
bandiera (il che lo autorizzava a rapinare solo
navi mercantili nemiche ed a non ad uccidere
persone se non in combattimento).
Molte navi corsare
furono armate da societa private. Famosi furono
i corsari inglesi (sir) Francis Drake ed Henry
Morgan che sul finire del XVII secolo
assaltavano i porti spagnoli nelle americhe e
attaccavano i galeoni carichi di oro e argento
diretti verso la Spagna.
DONNE PIRATA
Per centinaia d’anni la navigazione è stata
un’attività quasi esclusivamente maschile. I
pericoli, le privazioni e le assenze da casa non
scoraggiavano, gli uomini dall’imbarcarsi; ai
tempi della navigazione a vela era però
impensabile che le donne si sottoponessero agli
sforzi fisici richiesti dalla vita sul ponte e
dall’ambiente umido, affollato e puzzolente che
regnava sottocoperta. Vi era poi la credenza
diffusa che una donna a bordo potesse causare
gelosie e conflitti fra i membri
dell’equipaggio, oltre che portar sfortuna.
A bordo di una nave
del diciassettesimo o del diciottesimo secolo la
privacy era quasi inesistente, malgrado
sottocoperta vi fossero numerosi angoli bui in
cui una donna avrebbe potuto nascondere, se
necessario, la sua nudità.
Un mercantile del diciottesimo secolo era fatto
quasi interamente di legno, pieno di cime
incatramate, vele ammuffite, alberi e pezzi di
ricambio, cime dell’ancora infangate, gabbie per
polli, amache, casse personali, ceste di legno
di ogni dimensione e numerosi barili contenenti
acqua, birra, carne di maiale salata e polvere
da sparo.
Vestita con pantaloni ampi, camicia larga,
giacca da marinaio e una sciarpa o fazzoletto
intorno al collo, un giovane donna robusta, che
non soffrisse di vertigini, non avrebbe avuto
difficoltà a passare per un adolescente.
Sottocoperta, fra il carico, gli animali e gli
odori dell’acqua di sentina, del letame, del
legno marcio e della canapa incatramata, sarebbe
stato più difficile, ma non impossibile, per una
donna nascondere il suo sesso, sebbene dovesse
usare un po’ d’ingegno per adeguarsi ai servizi
igienici, molto primitivi su gran parte delle
navi.
Gia prima di
intraprendere la carriera di pirata, l'inglese
Mary Read (1690-1720) aveva scelto di vivere la
sua vita da uomo. Travestendosi con abiti
maschili, riuscì a combattere nelle file della
Marina Inglese. Quando i pirati di Rackham (Calico
Jack) catturarono la nave sulla quale era
imbarcata, si unì a loro. Il suo coraggio era
tale da far vergognare i suoi compagni di
ventura. Durante un combattimento tutti i
pirati, tranne uno, si nascosero, mentre lei e
Anne Bonny si difesero strenuamente.
La Read uccise i codardi che non avevano
combatutto da "veri uomini".
Anne Bonny dopo aver
incontrato il pirata Jack Rackham, abbandonò il
marito marinaio per seguirlo, travestita con
abiti maschili. Quando incontrò Mary Read, anche
lei vestita da uomo, si unì alla ciurma di
Rackham, la Read confidò a Bonny il suo segreto
e le due donne divennero ottime amiche. Quando i
pirati di Rackham furono catturati, le due donne
sfuggirono alla pena capitale perchè erano
entrambe incinte.
In Cina le usanze,
le tradizioni e lo stile di vita degli abitanti
sono stati per secoli molto diversi da quelli
occidentali. Non era raro per le donne comandare
le giunche e condurle in battaglia. In tale
contesto, e visto altresì che la Cina vantava
una lunga tradizione di donne salite al potere
grazie al matrimonio, non sorprende che una
donna assumesse la leadership di una comunità
pirata.
All'inizio del XIX
secolo, una nutrita flotta di pirati, capitanata
dalla "piratessa" Ching Shih, terrorizzava il
Mar della Cina; fu eccezionale la vastità del
suo impero: 1800 navi e 80000 pirati.
NAVI e VITA in MARE
Una nave pirata richiedeva tre caratteristiche:
doveva essere veloce, affidabile e ben armata.
Dall’esame dei documenti scritti riguardanti gli
attacchi pirata avvenuti nei Caraibi e lungo la
costa nordamericana fra il 1710 e il 1730 emerge
che il 55 per cento degli assalti furono
condotti con sloop. La tipica nave pirata era
dunque lo sloop. Oggi il termine “sloop” indica
una barca a vela con un’attrezzatura di taglio e
un albero, sul quale sono issate una vela
maestra e una singola vela di trinchetto o
fiocco. Nel diciottesimo secolo il termine
indicava anche un veliero di piccole dimensioni,
armato di quattro – dodici cannoni sul ponte
superiore e attrezzato con uno, due o tre
alberi.
Ogni nave pirata
doveva essere preparata ad affrontare forti
venti e tempeste. I Caraibi e il golfo del
Messico avevano il vantaggio di un inverno caldo
e soleggiato, ma erano sferzati da uragani che
si formavano nell’Atlantico e si abbattevano
sulla regione con conseguenze devastanti. La
Giamaica era uno dei luoghi più colpiti.
Considerando le conoscenze di navigazione e le
carte primitive usate all’inizio del
diciottesimo secolo, sorprende che non sia
naufragato un maggior numero di navi pirata.
Un capitano esperto era in grado di determinare
la latitudine misurando l’altezza del sole a
mezzogiorno con un quadrante ed effettuando
semplici calcoli, ma, fino all’introduzione
delle tavole di distanza lunare e l’invenzione
del cronometro marino, non esisteva un metodo
preciso per calcolare la longitudine in mare.
Ciò significava che un marinaio poteva sapere,
con uno scarto di cinque o dieci miglia, in che
punto si trovasse in direzione nord-sud, ma non
in quella est-ovest.
Naturalmente esistevano le carte, ma erano
spesso inesatte, malgrado l’eleganza del disegno
che indicava il profilo costiero generale e la
posizione delle isole. Non era insolito che gli
ufficiali disegnassero di proprio pugno le
carte, indicando ancoraggi e profili costieri al
fine di avere utili punti di riferimento per i
viaggi successivi. I capitani delle navi
ingaggiavano spesso timonieri esperti dei luoghi
affinché li guidassero attraverso i bracci di
mare pericolosi, nei porti o negli estuari. In
teoria l’idea era ottima, ma troppo spesso essi
si rivelavano incompetenti.
Le zone infestate
dai pirati erano perlopiù correlate con le rotte
commerciali atlantiche, caraibiche e dell’Oceano
Indiano. Il passaggio fra Cuba e Hispaniola era
la zona preferita dai pirati, poiché in quel
braccio di mare potevano assaltare le navi
provenenti dall’Europa, dall’Africa e dalla
Giamaica. I viaggi dei pirati seguivano un
andamento stagionale. Gran parte dei mesi
invernali venivano trascorsi nelle calde acque
dei Caraibi e solo verso aprile o maggio essi si
spingevano verso nord. Oltre agli spostamenti
nord- sud, vi era anche una migrazione est-ovest
di navi pirata. La costa occidentale africana
attirava molti equipaggi.
La differenza più
significativa fra le navi pirata e le altre era
rappresentata dall’organizzazione
dell’equipaggio e dal codice in base a cui i
pirati operavano. Il capitano deteneva il potere
assoluto in battaglia ma in tutte le altre
circostanze doveva sottostare alla volontà della
maggioranza dell’equipaggio. L’autorità del
capitano era ulteriormente limitata dai poteri
conferiti al quartiermastro. Anch’egli era
eletto dall’equipaggio ed è descritto come una
sorta di magistrato civile. Aveva il compito di
comporre le piccole controversie e l’autorità di
punire con la frusta o col bastone. Oltre al
quartiermastro, gran parte dei vascelli pirata
avevano un nostromo, un cannoniere, un
carpentiere e un cuoco. Esistono diversi esempi
di codici dei pirati, ma il più esauriente è il
seguente:
I.
Ogni uomo ha diritto di voto nelle questioni in
discussione; ha egual diritto a provviste
fresche o liquori forti, presi in qualsiasi
occasione, e può farne uso a piacimento, a meno
che la carenza renda necessario, per il bene di
tutti, porre un limite.
II.
Ogni uomo verrà chiamato equamente a turno, in
base all’elenco, a bordo delle prede poiché, in
tali occasioni è consentito cambiare abiti: ma
se froda la compagnia per il valore di un
dollaro in argento, gioielli o monete, sarà
punito con l’abbandono su un’isola deserta. Se
la ruberia avviene tra i compagni, al colpevole
saranno tagliate le orecchie e il naso, sarà
messo a terra, non in un luogo disabitato, ma in
un posto dove incontrerà sicuramente difficoltà.
III.
Nessuno deve giocare a carte o a dadi per soldi.
IV.
Luci e candele devono essere spente alle otto di
sera; se un membro dell’equipaggio, dopo
quell’ora, ha ancora inclinazione a bere, dovrà
farlo sul ponte scoperto.
V. I
pezzi d’artiglieria, le pistole e i coltellacci
devono esser tenuti puliti e pronti all’uso. (A
tale riguardo erano estremamente raffinati,
cercavano di superare gli altri con armi più
belle ed elaborate, pagando, talora, a un’asta
trenta o quaranta sterline per una pistola. In
tempo d’azione queste venivano portate a
tracolla dietro le spalle, appese ai nastri
colorati, diventata così la maniera tipica dei
pirati, e ne andavano molto fieri.)
VI.
Nessun bambino e nessuna donna sono ammessi a
bordo. Se un uomo viene colto a sedurre un
individuo dell’altro sesso, o lo porta in mare,
travestito da uomo, sarà ucciso.
VII. Il
disertare la nave o la postazione in battaglia è
punito con la morte o con l’abbandono in un
luogo deserto.
VIII. A
bordo non sono ammessi duelli, ma le dispute
devono essere terminate a terra, con la spada o
la pistola. Il quartiermastro della nave, quando
i pirati non giungono a una riconciliazione, li
accompagna a terra con l’assistenza che ritiene
adatta, e pone i duellanti schiena contro
schiena, a una determinata distanza; alla parola
d’ordine essi si girano e sparano immediatamente
(altrimenti l’arma viene tolta loro di mano). Se
entrambi mancano il bersaglio, è la volta dei
coltellacci, e si dichiara vincitore chi ferisce
per primo l’altro.
IX.
Nessuno uomo deve parlare di abbandonare tale
stile di vita finché tutti non avranno 1000
sterline. Se a tal fine dovesse perdere un
braccio, o diventare storpio in servizio,
riceverà ottocento dollari dalla cassa comune, o
una somma adeguata per le ferite minori.
X. Il
capitano e il quartiermastro devono ricevere due
quote di un bottino: il primo ufficiale, il
nostromo e il cannoniere una quota e mezzo, gli
altri ufficiali una e un quarto.
XI. I
musicisti devono riposare la domenica, ma negli
altri giorni e notti nessuno gode di favore
speciale.
In tale codice, come
in altri stilati da bande diverse, non si
menziona l’omosessualità. Dal momento che
risulta difficile che i pirati fossero pudichi a
tale proposito, si deve supporre che questa non
sia mai stata un problema o che fosse tanto
diffusa e tollerata da non richiedere un
articolo del codice per regolarla.
Tratto da: piratesworld.altervista.org
Video di Paolo Barnard, Rivoluzionario !
I Mercanti che generarono le
Banche, Banchieri ed Assicurazioni
Il mercante e il banchiere
Il mercante era un viaggiatore fino al periodo
studiato: si muoveva lentamente via terra, più
velocemente via fluviale e marittima; doveva
avere molta pazienza e molto denaro.
Con lo sviluppo del comune il mercante diventa
sedentario.
Nella sede centrale dei suoi affari dirigeva una
rete di soci e impiegati; per concludere i
contratti di compravendita si faceva aiutare dal
notaio e usava sistemi raffinati di tecniche
commerciali.
Si attribuisce ai mercanti italiani il merito
dell’invenzione:
1. del registro a partita doppia
2. delle cambiali o lettere di cambio
3. delle assicurazioni
1 .Si annotava su
una colonna i crediti, sull’altra i debiti,
cosicché addizionando o sottraendo si poteva
ottenere lo stato della contabilità. Romano
sostiene però che i conti per lungo tempo
vennero effettuati con i numeri romani e non con
quelli arabo-indiani (ciò significa che pur
nell’innovazione del registro a partita doppia
persiste un elemento di tradizione e quindi di
ostacolo)
2. invece di far viaggiare grosse quantità di
denaro, operazione pericolosa e faticosa, il
mercante depositava presso un banco il suo
denaro e si faceva dare in cambio alcune
ricevute che valevano come il denaro depositato.
3. Soprattutto i mercanti che usavano il mare
come mezzo per le proprie operazioni commerciali
avevano bisogno di coprirsi dal punto di vista
del rischio. Così nacquero le prime
assicurazioni che in qualche modo li tutelavano.
Col tempo si formarono compagnie di banchieri
così ricche da fare prestito al Papa o al Re
(andavano però spesso incontro al fallimento
perché i Re non saldavano i debiti > vedi Baldi
e Peruzzi)
I banchieri
guadagnavano in molti modi: prestavano ad
interesse denaro ai propri clienti anche se
l’usura restava vietata dalla chiesa (per questo
veniva praticata dai cittadini non-cristiani,
spesso da ebrei); ma ormai un tasso di interessi
che non superasse il 20% era ammesso nella
pratica quotidiana.
Oltre ai banchieri esercitavano il mestiere di
cambiavalute: circolavano infatti molti tipi di
monete, diverse di peso e quindi di valore. Per
pagare grosse cifre per merci di lusso era
scomodo usare monete con scarsa percentuale di
argento.
Firenze, Genova, Venezia a metà del 1200
iniziarono a coniare monete d’oro: il Fiorino,
il Genovino e il Ducato.
Le monete d’oro erano segnale sicuro di
benessere e ricchezza.
I banchieri sul
banco avevano una bilancia in cui pesavano le
monete per calcolare il cambio e anche questa
poteva essere un occasione di grossi guadagni.
Il mercante doveva conoscere le lingue volgari:
in principio la lingua internazionale del
commercio fu il francese, per l’importanza delle
fiere della Champagne.
Uno dei più antichi
testi conosciuti in lingue italiana è un
frammento di canti di banchieri fiorentini
risalente ai primi decenni del XII secolo.
Nei centri di scambio c’erano gli interpreti ma
furono i mercanti i primi a redigere per il
proprio uso dizionari bilingui, ad esempio in
arabo e latino.
Tratto da: skuola.tiscali.it
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L'origine delle banche.
La banca è un'attività che ha origini molto
lontane, infatti esisteva fin dai tempi dei
romani e greci.
L'attività bancaria si è sviluppata soprattutto
nel Medioevo con il fiorire dei traffici grazie
a Firenze, Venezia, Milano etc. che scambiavano
merci con stati esteri e di conseguenza si è
sviluppata la circolazione monetaria.
La banca dei cambi nacque ad Amsterdam nel 1609
ed era vista come un organismo di pubblica
utilità in Europa.
Altre banche importanti sorsero in Olanda, Gran
Bretagna e Francia le quali assumevano già le
caratteristiche principali delle attuali banche.
Le banche originariamente si occupavano solo di
funzioni di deposito e custodia della ricchezza,
successivamente passarono alla funzione di
sviluppare ed incentivare l' economia. Le banche
divennero estremamente potenti agli inizi del
1900 con l'avvento dell' era industriale.
L’accademico Giorgio Felloni, ha insegnato
economia per decenni all’università di Genova.
E c’è una sua recente scoperta, che avendo
completato il suo lavoro egli è pronto ad
annunciare: il capitalismo, il moderno sistema
finanziario, le regole che governano le odierne
banche centrali, sono stati inventati nel 1408,
quando otto personaggi si riunirono nella grande
sala della Casa di San Giorgio, per salvare la
repubblica marinara di Genova dalla bancarotta
in cui l’aveva ridotta la guerra contro Venezia.
Perciò crearono una banca, il Banco di San
Giorgio, che è esistita per quattro secoli, sino
al 1808, ma che non era mai stata studiata a
fondo, proprio per la difficoltà di accedere
alla sua documentazione storica.
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Pure le banche hanno una storia - By
Paolo Rota da: «Historia» nr. 46 settembre 1961
Da quanto esistono le banche ?
Chi furono i primi banchieri ?
Quali furono le prime operazioni bancarie ?
L’uso di conservare in luogo sicuro i propri
risparmi e di ricorrere ad altri per ricevere
denaro a prestito, nei momenti di necessità, è
antichissimo.
Nell’antica Grecia i cittadini solevano affidare
i propri averi nientemeno che ai sacerdoti i
quali li conservavano nelle tranquille solide
mura dei templi, certi che anche nei momenti di
maggiore pericolo, nei duri tempi delle
invasioni straniere, quei piccoli o grandi
risparmi sarebbero stati rispettati, come erano
rispettati gli stessi Dei. In epoche più
progredite, però, e dopo alcune penose
esperienze dovute alla mancanza di rispetto dei
luoghi sacri da parte dei nemici vincitori, si
sentì la necessità di trovare alcuni privati
cittadini che si occupassero non solo di
conservare o prestare danaro, ma anche, e
principalmente, di effettuare scambi tra monete
di paesi esteri.
Sorsero così i primi antenati degli odierni
banchieri: uomini attivi e di provata onestà che
avevano le loro rudimentali botteghe accanto ai
grandi porti o, più semplicemente, che nei
giorni di mercato esercitavano le loro funzioni
nella pubblica piazza.
Dette persone erano chiamate «trapezisti» e,
almeno alle origini, erano per la massima parte
stranieri, venuti schiavi in Grecia, che avevano
acquistato la libertà a costo di molte e dure
fatiche.
A citare un
Rothschild è proprio parlare di banche. A uno di
questi banchieri famosi capitò una volta di
spiegare come si fa a essere attivi negli
affari. A lui pareva che per prima cosa di
dovesse nascondere quello che ci si proponeva di
fare; poi, e si va nel più difficile,
bisognerebbe fingere dei progetti puramente
immaginari. Da ultimo, bisognava dire fuori dai
denti quel che si vuole veramente fare: con il
risultato che nessuno ci crede. E questo modo è
il modo migliore per riuscire negli affari. E’
l’estremo dell’astuzia.
Coloro che dovevano intraprendere un viaggio si
fidavano talmente di questi rudimentali
banchieri, da affidare loro talvolta anche l’inero
proprio patrimonio, sicuri come erano che,
l’avrebbero ritrovato non solo intatto, ma
aumentato degli interessi maturati nel periodo
della loro assenza.
I banchieri romani, venivano chiamati «argentarii»,
o «nummularii»; e avevano botteghe proprie in
tutti i quartieri della capitale e spesso anche
succursali sparse un po’ ovunque per il vasto
impero. Nessun commerciante, uomo d’affari,
piccolo o grande proprietario, infatti, nei
tempi dell’antica Roma pensava di poter tenere
il denaro al sicuro in casa; tutti sapevano che,
solo dando i propri capitali ai banchieri, ne
avrebbero potuto ricavare un buon interesse.
Quando un Romano doveva pagare somme rilevanti,
poi, aveva l’abitudine di portare dal proprio
banchiere di fiducia il cliente e tramite il
banchiere effettuava pagamenti ed affari d’ogni
genere.
Nel Foro, sotto gli archi dei templi di Giano e
di Castore, sorgevano, in età imperiale, vere e
proprie banche; e tanto era considerata la
professione dei banchieri, che ben presto si
sentì la necessità di porre l’intera categoria
sotto l’alta protezione d’una divinità: fu
scelto non si sa bene per quale misteriosa
ragione, il dio Mercurio, l’alato nume che
tutelava contemporaneamente i ladri ed i
bambini.
Nel Medio Evo, prima ancora che sorgessero i
primi grandi banchieri che per secoli legarono
il loro nome alla storia di re e nazioni,
esistevano molti «campsores», ossia cambisti:
vale a dire funzionari che si occupavano di
cambiare rapidamente i tipi di moneta in uso in
un determinato paese, con quelli in corso
altrove: veri antenati dei moderni cambiavalute,
preziosissimi per rendere più agevoli e semplici
i commerci ed i rapporti tra stato e stato.
Più tardi, con il
nome di «campsor» si indicò anche il banchiere
vero e proprio; mentre il nome «banca» deriva
certamente dai banchi o tavoli sui quali i «campsores»
posavano il denaro necessario per svolgere la
loro attività. Banchi coperti di panno verde,
sui quali facevano spicco le borse ben ricolme
ed i registri con i nomi dei vari clienti.
L’attività di quei banchieri, però, era in parte
limitata dalle leggi della Chiesa, per la quale
chi prestava denaro, chiedendo interessi, era
considerato peccatore. Gli imperatori
Costantino, Teodosio, Valentiniano, Arcadio,
però, a poco a poco, con disposizioni sempre più
liberali, resero legale «l’usura» (così si
chiamava l’interesse); e quando si giunse al XII
secolo non esisteva in Europa banchiere che non
facesse dell’usura la propria principale fonte
di guadagno.
I primi banchieri genovesi, pisani, veneziani,
fiorentini che appunto nel XII e nel XIII secolo
iniziarono la loro attività, portando le loro
sedi sin nella lontana Inghilterra, in Francia,
in Spagna, si dedicarono tutti indistintamente
al traffico del danaro; ossia dell’usura. Ma ben
presto le loro pretese divennero eccessive, gli
interessi richiesti parvero addirittura
passibili di pena, e, nel 1291, il re Filippo IV
espulse dalla Francia, i banchieri italiani; nel
1240 Eduardo III li cacciò dall’Inghilterra, ove
poterono far ritorno solo dieci anni dopo, sotto
l’egidia del pontefice; per essere, però,
nuovamente espulsi dopo poco tempo.
I banchieri
fiorentini, tra gli altri, quelli che
maggiormente si distinsero per abilità,
intraprendenza, capacità organizzativa. Le
grandi famiglie di commercianti, quali i Bardi,
i Peruzzi, gli stessi Medici, costituirono vere
e proprie società familiari, riunendo il
capitale posseduto da ogni membro fino a formare
colossali aziende, che divennero, nel volgere di
pochi decenni, arbitre della storia; non solo
commerciale ma spesso anche politica di mezza
Europa. Avevano succursali in tutta l’Europa, in
Africa, in Asia Minore: sovvenzionavano guerre,
lotte tra famiglie rivali, commerci in grande
stile con i più lontani paesi dell’Oriente. (…)
Quando, nel secolo XIV, per la ben nota vicenda,
il re d’Inghilterra rifiutò di pagare ai
banchieri fiorentini Bardi e Peruzzi la favolosa
somma di 1 milione e 365.000 fiorini d’oro che
doveva loro, nel crollo che seguì l’aspra
contesa furono travolte infinite altre compagnie
fiorentine: quelle degli Acciaiuoli, dei Corsini,
dei Bonacorsi e via dicendo; ma tanto ricca e
tanto industriosa era in quel tempo la gente
toscana, che nel volgere di pochi anni la città
si risollevò dal crollo pauroso e i suoi abili
banchieri ripresero il loro posto di preminenza
nel mondo.
La compagnia di Lorenzo e Giuliano dei Medici fu
costituita nel 1461, con un capitale di 12.000
fiorini d’oro. Nel 1475 furono in grado di
prestare ad Edoardo IV d’Inghilterra ben 30.000
fiorini d’oro e divennero, poi, banchieri e
sovvenzionatori dell’arciduca d’Austria e del
duca di Borgogna.
Nel secolo XV un po’
ovunque, per tutta l’Italia, fiorirono ricche e
stimate compagnie bancarie: a Venezia il famoso
Banco Soranza, seguito da quello di «Casa Priuli»,
e dal Banco Pisani, per non citare che i
maggiori. A Genova ricordiamo il grande Banco di
San Giorgio; a Milano quello di Sant’Ambrogio
sorto nel 1593; a Napoli il «Banco di Napoli»,
il più antico istituto di credito d’Europa, e,
in seguito, i diversi «Monti» (Monte di pietà,
di Sant’Egidio, dello Spirito Santo, dei Poveri)
sorti come opere di carità per venire incontro
alle necessità degli strati più poveri della
popolazione partenopea, dopo la cacciata degli
Ebrei ad opera di Pietro da Toledo nel 1540:
Ebrei che, malgrado i loro difetti, arrecavano
tanti vantaggi a tutti i cittadini.
Nel secolo XVII sorse a Siena il «Monte dei
Paschi»; mentre nel secolo XIX si costituirono
molte banche che ancor oggi prosperano in
Italia: le «Banche Popolari» create a cominciare
dal 1864; la «Banca Commerciale Italiana» nel
1894.
E ora una curiosità:
volete sapere quando ebbero origini le cambiali,
«croce e delizia» dei nostri tempi ?
Secondo l’opinione più corrente le «lettere di
cambio» o «cambiali» furono un’invenzione
italiana del Medioevo, allo scopo di rendere più
facile ed agevole la circolazione del danaro.
La più antica cambiale che si conosca risale al
lontano 1207 e in essa così si legge: «Nell’anno
1207 Simone Rubens banchiere dichiara di aver
ricevuto L.34 in danari di Genova, con 32 danari
di quali, Simone Rubens, fratello di lui, deve
dare in Palermo 8 marchi di buon argento a colui
che presenterà questa carta».
Il primo protesto noto, invece, risale al 1384 e
venne elevato da un notaio genovese contro un
tal Antonius Laurentius. Ma prima di lui e,
principalmente, dopo di lui quanti non onorarono
il pagamento di una cambiale ?
Tratto da disinformazione.it
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Mercanti e banchieri d'Italia - By Renato
Dorfles, Giuliano Finardi, Ettore Manerba
La storia economica è una branca relativamente
recente della saggistica, almeno nella
tradizione storiografica italiana.
La colpa, se vogliamo, è stata in buona parte di
Benedetto Croce e del suo concetto hegeliano
secondo il quale "la storia è storia delle
idee": concetto che ha permeato di sé buona
parte della cultura e della critica italiana nei
primi cinquant'anni del Novecento. E infatti in
Storia d'Italia dal 1871 al 1915 e in Storia
d'Europa nel secolo decimonono, pietre miliari
di un certo modo di intendere la storia, le
vicende economiche della penisola non rivestono
alcun ruolo, né hanno alcun peso.
Così, storici italiani anche eccellenti
trascurarono del tutto questo versante della
ricerca.
Valga per tutti l'esempio de L'età del
Risorgimento italiano di Adolfo Omodeo, mentre
anche l'ottimo Federico Chabod nello splendido
L'Italia contemporanea (1918-1948) getta "un
rapido sguardo alla situazione economica e
finanziaria", ma privilegia le determinanti
"politiche e morali" degli avvenimenti storici.
Insomma, la storiografia italiana si è dovuta
liberare del paradigma crociano per poter
esplorare a fondo la storia economica del Paese.
Ma ha anche dovuto attendere l'avvento della
democrazia per poterlo fare senza
condizionamenti. Così gli storici italiani (e
quelli stranieri che hanno studiato la penisola
in sé o nel contesto europeo) hanno scoperto
un'Italia che, successivamente alle invasioni
barbariche e alla ripresa economica e
demografica che rivitalizzò l'Europa attorno al
Mille, si stava preparando lentamente ad
assumere una pressoché incontrastata egemonia
economica del Continente, come racconta Gino
Luzzato in Breve storia economica dell'Italia
medievale. Nei Comuni e negli Stati italiani si
assistette alla nascita di una potente borghesia
mercantile e finanziaria che assunse un
crescente potere e svolse un ruolo determinante
nella conduzione della vita pubblica (si legga,
in proposito, il bel saggio di Gaetano Salvemini
Magnati e popolani in Firenze tra il 1280 ed il
1295, ormai reperibile solo in biblioteca).
L'assenza di un forte potere temporale e di
Stati interessati a perseguire una politica di
potenza favorì l'identificazione tra gli
interessi dei mercanti e dei banchieri e quelli
degli Stati cui costoro appartenevano.
Pertanto, a partire dal 1300, la storia
economica d'Italia fu la storia dei banchieri
fiorentini che facevano disperare Dante, il
quale parlava della "gente nova e i sùbiti
guadagni" che "orgoglio e dismisura han generato
Fiorenza in te sì che tu già t'en piagni". Come
ci racconta Kindleberger in I primi del mondo,
questi banchieri finanziavano guerre e altre
imprese (anche fantasiose) delle case regnanti
europee, con alterne fortune. I Ricciardi di
Lucca concessero nel 1272 un prestito di 400.000
sterline alla Corona inglese e fallirono perché
i quattrini non vennero restituiti, mentre i
Bardi e i Peruzzi (che erano riusciti a salvarsi
dal dissesto del re d'Inghilterra) fecero
bancarotta per avere aiutato Edoardo III a
finanziare la Guerra dei Cent'anni.
Maggiori livelli di raffinatezza raggiunsero i
"banchieri" genovesi, che contrabbandarono in
Turchia, Paese d'elezione del loro commercio,
delle false monete francesi, i "Luigini", come
informa Carlo M. Cipolla nel gustosissimo, ma
non per questo meno rigoroso, libretto Tre
storie extra vaganti. Tutti della stessa stirpe,
i genovesi, ove si pensi che i celeberrimi Doria
facevano rapinare, prima che arrivassero in
porto, le navi della loro flotta, per non pagare
la merce che trasportavano e per intascare,
quando c'erano, le assicurazioni.
Di più ampio respiro è la storia mercantile e
finanziaria di Venezia, narrata dal Lane nel suo
Storia di Venezia: i mercanti della Serenissima
si spinsero ad aprire filiali commerciali a
Bruges, a Colonia, ad Augusta, a Lubecca, ad
Amsterdam, e crearono nella loro città il
principale centro commerciale del mondo del
Quattrocento. Purtroppo, con quella ciclicità di
lungo periodo della Storia che non è stata mai
misurata con esattezza, ma che sicuramente
esiste, la straordinaria intraprendenza della
borghesia italiana incominciò a declinare.
Kindleberger e Cipolla (quest'ultimo nel suo
Storia economica dell'Europa pre-industriale)
ricordano come l'avvio di questo declino sia
stato dovuto a diversi fattori, i principali dei
quali furono la fine del Mediterraneo come
centro del mondo (era stata scoperta l'America e
il pianeta era inclinato ad ovest), l'assenza di
uno Stato in grado di "esportare" potenza
economica, e la scarsa propensione della
borghesia italiana (più mercantile che
imprenditoriale) a compiere innovazioni
produttive che richiedessero un'elevata
intensità di capitale. Una caratteristica,
questa, che connota ancora oggi l'imprenditoria
del nostro Paese.
Alberto Caracciolo, nel settimo volume
einaudiano della Storia d'Italia, descrive
dunque una penisola che, dalla seconda metà del
Cinquecento all'intero Settecento, è un Paese
eminentemente agricolo, ai margini delle grandi
correnti dei traffici, escluso dai progressi
tecnici che caratterizzarono altri Paesi. Così,
mentre alla fine del Settecento le innovazioni
tecnologiche diedero l'avvio in Inghilterra alla
prima rivoluzione industriale, l'Italia, anche
sotto il profilo economico, fu niente più di
un'espressione geografica, caratterizzata da una
totale assenza di stimoli derivanti dagli Stati
della penisola e da un equilibrio
economico-commerciale fondato eminentemente,
assai più che in passato, dal predominio
dell'agricoltura da autoconsumo su quella
commercializzata.
"Il processo di trasformazione che ha fatto
(anche) dell'Italia una nazione industrializzata
e moderna ebbe i suoi inizi nella seconda metà
del Settecento, in concomitanza con la ripresa
economica internazionale", sostiene Guido
Pescosolido nel bel saggio Unità nazionale e
sviluppo economico. L'autore la prende un po'
alla lontana e i segnali di un vero mutamento
nel Paese non sono facili a cogliersi (se non in
zone come il Regno di Sardegna) fino alla
seconda metà dell'Ottocento.
Anche Pescosolido, infatti, rientra nel novero
degli storici che considerano l'Unità d'Italia
come il vero discrimine, lo spartiacque della
storia economica del nostro Paese. Ed è proprio
a partire dall'Unità che riemerge, nella
storiografia economica italiana, il ruolo della
borghesia, classe nata precocemente nel XIV
secolo e quasi scomparsa dalla scena tra la fine
del Cinquecento e l'inizio dell'Ottocento. Dal
1861 in poi, la storia economica italiana può
essere letta (sia pure con qualche piccola
forzatura) come storia del ruolo della
borghesia, del ruolo dello Stato e dello
strettissimo rapporto tra questi soggetti.
Numerosi storici concordano su questo, anche se
da posizioni e con accenti diversi: Gino Luzzato
in L'economia italiana dal 1861 al 1894, Valerio
Castronovo in Storia economica d'Italia, Rosario
Romeo in Breve storia della grande industria in
Italia 1861-l961, (ora fuori commercio), Rodolfo
Morandi nel suo breve e brillante Storia della
grande industria italiana, (rapidamente
esaurito). Se invece si cerca una sintetica ma
acuta panoramica dell'evoluzione dell'economia
italiana a partire dall'Unità, ci si può
avvalere de L'economia italiana, di Giovanni
Balcet.
In realtà, come ha messo in luce Paul Ginsborg
in Storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi, si
possono individuare alcuni temi e problemi che
sono stati "una costante nella storia italiana,
almeno a partire dal Risorgimento". Tra di essi,
uno dei principali è stato "l'incapacità delle
élites di stabilire un'egemonia sulle classi
subalterne".
La borghesia italiana non è stata in grado di
svolgere il ruolo trainante proprio di una
classe dominante; non è riuscita ad elaborare un
proprio concetto di Stato, e pertanto non si è
impadronita di esso. Lo Stato, da parte sua, ha
operato come autentico propulsore dello sviluppo
economico della penisola.
E' vero, come sostiene Pescosolido, che "la
spinta demografica e il mercato agirono prima e
con maggiore intensità dello Stato" nel far
uscire l'economia italiana dalla crisi alla fine
del Settecento. Ma è altrettanto vero che in un
sistema strutturalmente in ritardo rispetto al
resto d'Europa e nel quale, ad esempio,
l'assenza del carbone (come ha dimostrato
inequivocabilmente Carlo Bardini in Senza
carbone nell'età del vapore) ha rappresentato un
vincolo importante allo sviluppo dell'industria
pesante negli ultimi trent'anni dell'Ottocento,
il ruolo dello Stato ha assunto carattere di
straordinaria rilevanza.
L'Italia che intraprendeva l'avventura della
rivoluzione industriale era un Paese in ritardo
rispetto alle altre grandi nazioni europee, e il
sistema di libero scambio al quale si ispirarono
i governi della Destra Storica venne vissuto
dalla nascente borghesia imprenditoriale
italiana come un ostacolo alla crescita
industriale del Paese. Castronovo descrive nei
particolari come in poco tempo, tra gli anni '70
e '80 dell'Ottocento, si crearono in Italia
forti gruppi di interesse che premevano per una
politica espansionistica nei confronti
dell'estero (e da qui le avventure abissine
dell'età di Crispi) e per il sostegno statale
nei settori siderurgici, della meccanica pesante
e della cantieristica. La Storia dell'Ansaldo,
curata da Castronovo, descrive questo fenomeno,
esaminandolo attraverso gli eventi di un gruppo
industriale che, allora, rappresentava un
crogiolo nel quale si fondevano sviluppi
tecnologici e interessi politici, spirito
imprenditoriale e volontà affaristiche, mentre
il saggio Perrone.
Da Casa Savoia all'Ansaldo di Paride Rugafiori
legge il medesimo fenomeno attraverso la vita,
piuttosto spregiudicata, del patron dell'azienda
genovese.
Fu cedendo a questi gruppi di pressione che nel
1877 venne istituita la famosa "tariffa", cioè
il dazio doganale. Citiamo questo evento poiché
rappresenta a giudizio di numerosi storici,
(Morandi, in particolare), uno dei principali
atti politici volti a proteggere, salvaguardare
e trainare lo sviluppo della grande industria
italiana. Una grande industria che non tese ad
assumere una posizione di leadership e di
indirizzo nello sviluppo del Paese, ma si limitò
ad estorcere alla Pubblica Amministrazione
commesse di favore, contributi e finanziamenti.
Non tutta la nascente industria italiana si può
riconoscere in questi comportamenti. Vi furono
alcuni industriali del Nord-Ovest che ebbero una
visione in parte diversa del ruolo dello Stato.
Lo si scopre leggendo, ad esempio, la biografia
del simbolo del capitalismo italiano, Giovanni
Agnelli, scritta da Castronovo.
Fu in ogni caso tutta la grande industria a
spingere per la partecipazione italiana alla
prima guerra mondiale. Racconta Castronovo che
Perrone, padre-padrone dell'Ansaldo, aveva
addirittura elaborato e sottoposto al presidente
del Consiglio, Salandra, un piano per sciogliere
la Camera, tendenzialmente neutralista, pur di
vedere l'Italia entrare in guerra e l'Ansaldo
sfornare navi, cannoni e munizioni. Doveva
essersi spinto un po' troppo in là, se "ad una
riunione del comitato per le industrie di guerra
[...] Pio Perrone, esponendo le possibilità
dell'Ansaldo nella fornitura di cannoni, espone
un programma sbalorditivo: Agnelli, incredulo,
gli dà del matto su un foglietto [...]".
La prima guerra mondiale, spiega Rosario Romeo,
fu probabilmente il momento più alto nel
rapporto di assistenza dello Stato nei confronti
dell'industria privata, e quello che consentì di
portare a compimento la rivoluzione industriale
iniziata alcuni decenni prima. L'assistenza a
tutto campo dello Stato prima, e lo sforzo
bellico poi, condussero alla realizzazione di
sovrapprofitti (quelli di coloro che furono
definiti "pescicani"), i quali vennero
reinvestiti soltanto in minima parte in attività
industriali, né contribuirono in alcun modo a
ridurre il divario, allora assai più pronunciato
rispetto ad oggi, tra il Nord (il "triangolo
industriale" in modo particolare) e il
Mezzogiorno, (basti esaminare il dato
sull'analfabetismo citato da Pescosolido: nel
1911 il Piemonte contava analfabeti pari all'11
per cento della popolazione, contro il 58 per
cento della Sicilia).
Fu in questo contesto che alcuni uomini di
governo, come Francesco Saverio Nitti, e alcuni
uomini di Stato, come Alberto Beneduce, si
convinsero che per completare
l'industrializzazione del Paese, per
modernizzarlo e per colmare il divario con le
altre potenze europee fosse necessaria una
grande mobilitazione di risparmio a disposizione
di "mani adatte"; e che per realizzare questa
mobilitazione fosse necessario l'intervento
dello Stato, per via della diffidenza dei
risparmiatori nei confronti dell'impiego
finanziario a lungo termine. Si trattò
dell'avvio del processo che portò ad un nuovo
ruolo dello Stato, (manifestatosi innanzitutto
nella creazione dell'Iri, e in misura minore
dell'Imi, successivamente alla crisi che colpì
negli anni Trenta il sistema bancario e
industriale) e di un altro momento saliente nei
rapporti tra Stato e industria.
Questa fase di svolta è analizzata in quello che
è forse il miglior testo sul capitalismo
italiano, la Storia del capitalismo italiano dal
dopoguerra ad oggi, a cura di Fabrizio Barca.
Nel primo saggio del volume, che ripercorre con
straordinaria profondità l'evoluzione dei
rapporti tra Stato ed economia in Italia,
l'autore descrive quello che definisce il
"compromesso straordinario", cioè una ben
precisa scelta di governo dell'economia e del
sistema delle imprese, diverse sia dall'iperliberismo
che dallo statalismo. Una scelta guidata da una
completa sfiducia nei confronti della Pubblica
Amministrazione, che condusse pertanto alla
creazione di enti separati e gestiti con
logiche, appunto, "miste". Uno degli effetti
dell'intervento pubblico, chiarisce Marcello De
Cecco nel saggio Splendore e crisi del sistema
Beneduce: note sulla struttura finanziaria
dell'Italia dagli anni Venti agli anni Sessanta,
contenuto nel volume di Barca, è stato quello di
creare una classe manageriale capace, moderna
(per l'epoca) e coesa: fatto assolutamente
straordinario in un Paese nel quale le capacità
di management è sempre stata una risorsa scarsa.
Si aprì in questo modo una fase di grande
interesse per l'economia italiana. Il Paese
cambiava velocemente e cresceva oltre le più
rosee previsioni. (Una buona analisi, non
soltanto economica, di queste trasformazioni la
si trova nel libro di Guido Crainz, Storia del
miracolo italiano, mentre il saggio di Vittorio
Valli, L'economia e la politica economica
italiana 1945-1979, purtroppo fuori commercio,
riassume lo stato dell'economia e della politica
economica).
L'effervescenza che caratterizzò gli anni
Cinquanta e Sessanta la si può comprendere bene
leggendo le storie di alcuni protagonisti della
vita economica italiana: Il banchiere eretico
(su Raffaele Mattioli) di Giancarlo Galli,
Vittorio Valletta di Piero Bairati e
l'indimenticato, e per certi versi fazioso,
Razza Padrona, (fuori catalogo), di Eugenio
Scalfari e Giuseppe Turani.
Ma la creazione di un'economia mista non ha
certo fatto perdere peso alle famiglie
imprenditoriali che, dai banchieri toscani ai
giorni nostri, hanno rappresentato una costante
del contesto economico del Paese. Anzi.
La storia del capitalismo italiano (almeno del
grande capitalismo) dalla fine della seconda
guerra mondiale in poi è in buona parte la
storia di un ristretto gruppo di grandi famiglie
raccolte attorno a un'istituzione finanziaria
che si è assunta il compito di vestale del loro
potere.
Le grandi famiglie sono quelle descritte da
Stefano Cingolani in Le grandi famiglie del
capitalismo italiano, e l'istituzione
finanziaria è Mediobanca, la cui storia viene
analizzata da Napoleone Colajanni in Il
capitalismo senza capitale.
Colajanni ripercorre con puntigliosa puntualità
la storia di un sistema di società che si
controllano parzialmente tra di loro e
utilizzano i mercati finanziari organizzati e
quello azionario in particolare per raccogliere
fondi destinati a finanziare operazioni dalle
quali l'investitore finanziario e il mercato non
traggono sostanzialmente beneficio alcuno.
Si tratta di operazioni volte a separare il
possesso dei gruppi industriali dal loro
controllo, come documentano in modo rigoroso
Brioschi, Buzzacchi e Colombo in Gruppi di
imprese e mercato finanziario. Operazioni di
potere, insomma, come sostiene Tamburini in Un
siciliano a Milano, biografia "non autorizzata",
si direbbe oggi, di Enrico Cuccia, fondatore di
Mediobanca e suo eterno deus ex machina.
Quello italiano, è la tesi di Cingolani, è
dunque un capitalismo che ha rifiutato per molto
tempo la proprietà diffusa delle aziende,
ribadendo le forti caratterizzazioni familiari e
personali della leadership societaria, cooptando
manager all'interno del processo di controllo
aziendale.
L'autore, con qualche preveggenza (eravamo nel
l990...), si domanda anche se questo sistema
proprietario reggerà alla completa apertura dei
mercati. Oggi sappiamo che non regge e che il
sistema proprietario delle imprese italiane è
costretto a compiere una mutazione che non ha
uguali in tutta la sua lunga storia. Ma libri di
storia su questo tema non ne sono ancora stati
scritti.
Tratto da: bbp.it
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Pirati, Banchieri e Mafia
Cosa possono avere in comune due fenomeni che di
solito intendiamo come distanti nel tempo e
nello spazio ?
Il libro scritto da Antonella Randazzo, fa
emergere eventi e significati poco conosciuti
dell'uno e dell'altro fenomeno, mostrando come
entrambi siano parte della stessa realtà, e come
una maggiore comprensione di essi può aiutarci a
capire meglio il mondo attuale. Tramite questo
insolito accostamento, e il racconto di eventi
storici non presenti nei nostri testi
scolastici, il fenomeno della criminalità
organizzata viene demistificato e mostrato quale
esso è realmente.
Considerando fonti
storiche ufficiali e attuando logici
collegamenti fra gli eventi, prova l'esistenza
di insospettabili analogie fra pirateria e
mafia, persino nella struttura organizzativa.
Entrambi i fenomeni risultano essere
organizzazioni criminali create e finanziate
dall'oligarchia dominante per portare avanti
traffici illegali e generare paura nella
popolazione, creando una cultura della violenza
altamente involutiva. Si tratta di un modo nuovo
di intendere le organizzazioni criminali,
considerando la loro esistenza già nei secoli
XVII, XVIII e XIX, in cui contribuirono a
decretare il prevalere del domino inglese
sull'Europa e sul nuovo continente.
Molti stentano a
mettere in rapporto le organizzazioni mafiose e
il sistema economico-finanziario nel suo
complesso. Tuttavia, tale legame è oggi più
evidente che mai: numerose banche americane ed
europee riciclano milioni di euro e di dollari
provenienti dagli affari mafiosi, mentre le
istituzioni nazionali e internazionali preposte
a lottare contro la mafia non ricevono il
necessario per poter essere efficaci,
e vengono
contrastate e indebolite in vari modi. Inoltre,
sono molte le leggi che consentono ai mafiosi di
continuare ad operare impunemente.
In nessun altro
fenomeno, come nella mafia, le connessioni col
sistema di potere sono evidenti. Oltre allo
sbarco angloamericano in Sicilia (1943),
occasione in cui, come ormai tutti sanno, la
mafia fu ricostituita nell'isola, esistono
numerosi altri fatti più recenti che attestano
la vicinanza dell'organizzazione mafiosa al
potere dominante: le guerre americane per il
controllo della produzione di droga, oppure la
produzione di nuove droghe ad opera della Cia,
o, ancora, gli eventi che vedono la
partecipazione di autorità statunitensi (come
George Bush Senior) a fatti relativi a traffici
illegali mafiosi, come il traffico di droga e di
armi.
La Randazzo spiega tali legami, per consentire
una vera conoscenza del fenomeno mafioso.
Credere che la mafia
sia un fenomeno sociale nato casualmente,
circoscritto ad un'area geografica, o
addirittura un fenomeno antropologico, equivale
a credere ad una casualità assurda, sarebbe come
credere che la bomba atomica possa essere caduta
casualmente su Hiroshima.
La Randazzo spiega
le origini storiche del fenomeno della
criminalità organizzata, senza cadere nei comuni
errori, frutto di mistificazioni e di propaganda
finalizzate a nascondere verità scottanti per
l'élite al potere.
La stessa ammissione
di esistenza della criminalità organizzata è un
frutto di recente acquisizione.
Fino agli anni Cinquanta, il Direttore dell'Fbi
Edgar J. Hoover sosteneva che la mafia non
esisteva, e fu costretto a cambiare idea quando
in TV tutti videro alcuni boss appena arrestati.
Il concetto di
"mafia", già sul finire del XIX secolo veniva
utilizzato in Europa ad indicare la delinquenza.
Tuttavia, l'idea che si trattasse di
un'organizzazione criminale organizzata e
manipolata dall'alto è recente. Nel nostro
paese, a lungo le autorità hanno cercato di
nascondere il potere mafioso. Ad esempio, il
Cardinale di Palermo Ernesto Ruffini, dopo
l'attentato di Ciaculli (1963), scrisse al
Segretario di Stato Vaticano Cardinal Amleto
Giovanni Cicognani che "la mafia era
un'invenzione dei comunisti per colpire la D.C.
e le moltitudini di siciliani che la votavano".1
Per alcuni deputati italiani la mafia era
"un'esagerazione della stampa".
Soltanto nel 1982, dopo l’uccisione di Pio La
Torre e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa,
fu approvata la legge La Torre (n. 646, G. U. n.
253 del 14 settembre 1982) in cui per la prima
volta si definiva il delitto di "associazione di
tipo mafioso".
Che l'esistenza del fenomeno dovesse rimanere
segreta era nell'intento di chi l'aveva creato.
Si racconta che quando i boss chiesero a Lucky
Luciano di dare un nome alla loro
organizzazione, egli abbia risposto: "Niente
nomi, così questa 'cosa nostra' non potrà essere
chiamata da nessuno e noi resteremo invisibili".
Con la definizione esatta del reato di
"associazione mafiosa", si capì chiaramente
quanto tale organizzazione fosse distruttiva e
nociva per la società civile, e nacque un netto
rifiuto da parte dei cittadini.
Negli anni in cui la
mafia veniva negata o descritta in modo vago,
serpeggiavano anche informazioni che inducevano
a credere in una sorta di "buona mafia", ossia
quella che dava "protezione" e "lavoro". Oggi
tutti sanno quali sono i traffici mafiosi, e
nessuno avrebbe più il coraggio di parlare di
"mafia buona". Tuttavia, oggi la mafia è, più di
prima, infiltrata nel sistema dominante, fino a
confondersi con esso. Come sostiene il
magistrato Luigi De Magistris, oggi la mafia è
ben inserita nell'ambiente finanziario, politico
ed economico.
L'origine storica
della mafia è diventata negli anni sempre più
chiara: mentre in passato si propagandava
l'origine siciliana del fenomeno, oggi è
possibile, risalendo alle sue prime
manifestazioni, comprendere che essa è stata
creata per difendere interessi e potere,
presumibilmente a partire dall'inizio
dell'Ottocento, periodo in cui alcuni nobili
inglesi si appropriarono di miniere e di
territori siciliani, e assoldarono personale
locale al fine di esercitare potere di
repressione sulla popolazione, per difendere le
proprietà usurpate.
Referes:
Natoli Gioacchino, "L'organizzazione giudiziaria
antimafia: una lunga battaglia", relazione al
Convegno "Mafia e potere", Palermo, 19 febbraio
2005.
Pantaleone Michele, Mafia e droga, Einaudi,
Torino 1979, p. 72.
Atlantide, "Sam Giancana - Gang in America",
La7, 2006.
Il fenomeno mafioso
è spesso descritto dai media e dalle produzioni
televisive e cinematografiche come un fenomeno
antropologico. Nelle produzioni di Hollywood, ad
esempio nel film Il Padrino, il mafioso viene
presentato come una sorta di tipo antropologico,
che utilizza persino un certo tono di voce e un
determinato abbigliamento. Questo significa
stereotipare un fenomeno estraendolo dal
contesto storico reale in cui è stato creato.
La mafia, come la
Randazzo dimostra con abbondanti documenti,
testimonianze e studi, è un'organizzazione
creata ad oc per svolgere determinate funzioni,
e riceve precise protezioni, senza le quali non
potrebbe esistere. Volerla trasformare in un
"tipo antropologico" o in un fenomeno nato dal
basso significa occultare come agisce
l'oligarchia dominante, e i metodi che essa
utilizza per continuare a dominare.
Oggi le autorità
statunitensi ed europee hanno un potere di
controllo sul pianeta mai avuto prima, eppure
esse sostengono di non poter debellare né la
mafia né il "terrorismo" né la pirateria
contemporanea. I governi occidentali, che
dovrebbero combattere ogni fenomeno criminogeno,
appaiono stranamente inadeguati, con mezzi
insufficienti, e talvolta persino latitanti.
Se gli Stati
intendono combattere davvero la mafia, come mai
non la sconfiggono? Se oggi esiste una sola e
potentissima egemonia, quella angloamericana,
che controlla anche la produzione di droga e di
armi, com'è possibile che essa non abbia nulla a
che vedere con le reti mafiose internazionali ?
Comprendendo in profondità la criminalità
organizzata è possibile anche dare una risposta
a queste domande.
Oltre alla pirateria
e alla mafia, oggi esistono altre organizzazioni
che commettono crimini, come la massoneria e i
servizi segreti.
La Randazzo prova che tutti questi sistemi sono
assai più vicini fra loro di quanto si possa
comunemente credere. Spesso la mafia, i servizi
segreti e la massoneria hanno agito insieme per
attuare azioni criminali, come colpi di Stato o
repressioni nel sangue.
La pirateria
esisteva anche nell'antichità, sono esistiti
pirati romani, greci e vichinghi, che
saccheggiavano lungo le fasce costiere
dell'Europa. Esistevano pirati anche in Estremo
Oriente, ma la Randazzo tratta soprattutto la
pirateria occidentale moderna e contemporanea,
mettendo in evidenza gli aspetti che la rendono
simile ad altre organizzazioni criminali.
La pirateria risulta essere un vero e proprio
metodo di conquista del potere, allo stesso modo
della guerra, ossia attraverso l'uso del crimine
e della forza. Il fenomeno è stato stranamente
offuscato nella sua verità, e trattato come
argomento fantasioso o avventuroso piuttosto che
come fenomeno storico. Con il passar dei secoli,
le immagini dei pirati diventarono sempre più
ammantate di mistero, ambiguità, romanticismo o
eroismo. Libri come Il corsaro nero di Emilio
Salgari presentarono i corsari come figure
eroiche, coraggiose e capaci di imprese
avvincenti e audaci. Molte produzioni
cinematografiche sui pirati sono più che altro
di evasione e di intrattenimento, con scene
d'azione spettacolari ed eroiche.
Come per l'immagine
del cow-boy e del gangster, anche l'immagine del
pirata è stata resa leggendaria e allo stesso
tempo ambivalente: è raccontata in un contesto
in cui vengono commessi crimini di vario genere,
dall'omicidio al saccheggio, tuttavia viene
fatta la distinzione fra colui che ha una
motivazione per operare in modo criminale
(vendetta, disperazione, ecc.) e colui che è
malvagio di "natura".
Questa distinzione è servita a legittimare i
crimini del personaggio "buono", che erano
analoghi a quelli commessi dalla figura
considerata "malvagia". Si tratta del fenomeno
che potremmo definire di "ambivalenza
cognitiva", in base al quale, in un determinato
contesto, un comportamento criminale viene
mostrato come accettabile o addirittura
auspicabile.
Nelle produzioni
hollywoodiane è comune il mito della violenza e
della lotta vittoriosa dell'eroe. In molte
produzioni televisive o cinematografiche si
tende a rafforzare l'idea che la giustizia può
essere ottenuta attraverso la forza, e che il
più forte è un eroe positivo, anche se uccide.
Si identifica il più forte con colui che fa
trionfare il bene uccidendo i malvagi. In molte
di queste produzioni l'eroe è un gangster, un
cow-boy o un pirata. La verità storica viene
evitata, a favore della mistificazione che rende
questi personaggi esemplari anche quando
commettono crimini efferati.
La pirateria dunque,
anche a causa delle numerose produzioni
cinematografiche e letterarie, è un fenomeno
storico poco conosciuto nella sua verità e
sottovalutato nella sua importanza storica, come
fosse del tutto marginale. La Randazzo prova il
contrario: non soltanto la pirateria è stata una
forma storica di criminalità organizzata, ma
essa ha avuto molta importanza nelle guerre
egemoniche fra le autorità europee.
La pirateria ha permesso all'Olanda e
all'Inghilterra di accrescere il loro potere e
la loro influenza, indebolendo la Corona
spagnola.
La Randazzo mira a
far emergere il significato storico di questo
fenomeno, per comprendere le sue vere
caratteristiche e il peso che effettivamente
ebbe all'interno degli equilibri egemonici
europei, dal XVI al XIX secolo. La pirateria non
è stata, nella maggior parte dei casi,
criminalità comune, ma criminalità organizzata,
diretta dalle stesse autorità governative che la
condannavano. I pirati erano autorizzati ad
attuare le loro imprese, attraverso "lettere di
corsa e rappresaglia", che consistevano in un
documento formale rilasciato dalle autorità. Le
azioni che il corsaro (pirata con "lettera di
corsa") commetteva erano le stesse del pirata,
ossia attaccare le navi nemiche, saccheggiarle e
compiere violenze su coloro che non si
arrendevano. Il
corsaro era dunque
un "pirata legalizzato", che portava gran parte
del suo bottino all'autorità che lo aveva
incaricato. Si creava dunque una netta
differenza fra pirati autorizzati e pirati non
autorizzati, anche se spesso questi ultimi
avevano l'appoggio dei governi alla stessa
stregua dei primi. Come nel fenomeno mafioso, la
pirateria veniva perseguita soltanto in parte, e
non sempre efficacemente, poiché essa forniva
diversi vantaggi
alle autorità e al sistema nel suo complesso.
Dunque, apparentemente i pirati erano bande di
predoni, ma in realtà essi operavano per conto
dell'oligarchia dominante, che li autorizzava
ufficialmente, oppure li sosteneva
finanziariamente, ricavandone vantaggi in
termini di profitti e di potere. C'era
l'ambiguità dell'organizzare azioni di contrasto
e al contempo sostenere l'organizzazione
criminale. E' la stessa ambiguità rivolta verso
i dittatori e i mafiosi, che se ufficialmente
vengono considerati reietti, di fatto godono
della protezione delle autorità governative
occidentali, senza la quale non potrebbero
continuare a praticare le loro attività
criminali.
Molti corsari ebbero cariche politiche e
onorificenze, come fossero persone rispettabili.
Molti eventi
pirateschi sono documentabili attraverso i
giornali di bordo, i libri dei processi, i
rapporti dei governatori coloniali e alcuni
scritti di autori che vissero da vicino
l'esperienza della pirateria, come Alexander O.
Exquemelin, autore del libro “Tra i pirati dei
Caraibi” (The Buccaneers of America).
La pirateria è una
prova di come i governi occidentali
utilizzassero anche in passato metodi criminali
per accrescere il loro potere e per
seminare paura fra le popolazioni.
Le ricerche sulla
pirateria angloamericana hanno portato alla
conclusione che il 98%4 dei pirati
angloamericani erano ex marinai di navi
mercantili o della Royal Navy, che assumevano
l'incarico per conto delle stesse autorità per
cui avevano lavorato in precedenza. La
differenza era che come pirati dovevano
assaltare le navi nemiche e depredarle, portando
alle autorità della madrepatria parte del
bottino. Le vittime non erano soltanto le navi
di nazionalità avversaria, ma anche le
popolazioni costiere, assai spesso saccheggiate,
e vittime di estorsioni e violenze. La pirateria
fu un fenomeno criminogeno tremendo, che costò
molte migliaia di vittime e contribuì a generare
un ambiente e uno stile di vita improntati alla
degenerazioni morale e alla dissolutezza, che
produssero infelicità e sofferenza. Gli ambienti
frequentati dai pirati erano assai simili a
quelli dei gangster, in cui si beveva molto
alcol e si praticavano attività come il gioco
d'azzardo e la prostituzione, cercando
illusoriamente sollievo dall'infelicità. La
pirateria mirava a creare una cultura della
violenza e della sopraffazione. Spesso le
vittime erano donne e bambini inermi, colpevoli
soltanto di vivere nelle città assalite. Il
pirata che diventava più potente era quello più
sadico, che non aveva alcuno scrupolo a
torturare e ad uccidere.
La pirateria, più che una storia di avventura,
è una storia di crimini e di lotte per il
potere.
Nella madrepatria,
alcuni pirati, come Henry Morgan e Francis
Drake, pur avendo commesso azioni efferate,
venivano accolti nei salotti dell'alta società,
e ammirati come fossero eroi. In realtà essi
saccheggiavano e terrorizzavano per conto della
Corona, erano, come si direbbe oggi,
"terroristi".
Oggi la pirateria
esiste ancora e agisce per gli stessi motivi per
cui agiva in passato: per sottrarre ricchezze e
per indebolire o controllare determinate aree
geografiche.
La Randazzo offre un
nuovo approccio alla conoscenza del fenomeno
delle organizzazioni criminali, mettendo in luce
aspetti inquietanti, ma senza i quali non si può
acquisire una vera comprensione. Le
organizzazioni criminali appaiono come parte
integrante del sistema, con l'importante compito
di diffondere paura, mercificazione e morte,
aspetti importanti per mantenere l'attuale
assetto di potere, e impedire ai popoli una vera
emancipazione culturale e morale.
4 - A questo
proposito si veda lo studio di Rediker Markus,
Between the Devil and the Deep Blue Sea:
Merchant Seamen, Pirates, and the AngloAmerican
Maritime World, 1700-1750, Cambridge University
Press, 1989, p. 258.
Se la mafia è
un'organizzazione basata su attività illecite e
criminali, occorre
constatare che essa
non potrebbe esistere senza la possibilità di
riciclare denaro o senza sfuggire all'occhio
vigile dei servizi segreti internazionali.
Dalla pirateria,
alle gang e alle organizzazioni segrete, lo
scritto della Randazzo percorre le linee
essenziali per comprendere cos'è
un'organizzazione criminale, e come essa non
possa essere considerata avulsa dall'attuale
sistema di potere.
L'opera della
Randazzo affronta anche il problema di come
distruggere le organizzazioni criminali per
costruire un futuro di pace, in cui la cultura
dello Stato di diritto possa prevalere.
L'Italia vanta una
lunghissima tradizione di lotte contro la mafia.
Già nel 1871, il magistrato Diego Tajani
denunciò le collusioni dello Stato con la mafia,
e se non fosse stato costretto a dimettersi
avrebbe portato alla luce tutta la verità sulla
mafia, distruggendo il potere mafioso e il
sistema iniquo che lo reggeva. Altre personalità
della magistratura, delle forze dell'ordine,
intellettuali, giornalisti e cittadini comuni
hanno portato avanti la lotta alla mafia.
Persino gli stessi mafiosi hanno voluto
collaborare per distruggere la criminalità
organizzata.
Nel marzo del 1973,
il mafioso Leonardo Vitale decise di consegnarsi
liberamente alla polizia e di svelare gli
aspetti più incredibili della storia di Cosa
Nostra. Lo Stato reagì rinchiudendolo in
manicomio. Venti anni dopo, il giudice Falcone
prenderà sul serio le stesse rivelazioni fatte
da Tommaso Buscetta, iniziando così una lotta
efficace contro la mafia. Il pool Antimafia
dimostrò che distruggere la mafia non è
possibile senza comprenderla nei suoi legami
internazionali, e nell'appoggio che essa riceve
all'interno del sistema.
Per estirpare questo male non basta una
dichiarazione d'intenti o il ripudiarla dal
profondo della propria anima. Sconfiggere la
mafia significa scovare tutti i responsabili. La
Randazzo, facendo luce sui fatti, mostra
inoppugnabilmente che la mafia è un fenomeno
umano circoscritto, che vede il coinvolgimento
di persone che potrebbero essere identificate e
costrette a subire le conseguenze giudiziarie
delle azioni criminali che hanno commesso o
avallato.
La mafia si può perseguire e si può distruggere,
ma per farlo occorre necessariamente
considerarla sotto nuovi aspetti, che permettano
di capire l'involuzione e la distruttività che
essa rappresenta, e come soltanto eliminandola
sarà possibile un vero progresso morale, civile
ed economico.
Alcune DOMANDE a cui
la Randazzo risponde:
Cosa sono le organizzazioni Criminali ? Cos’è la
mafia ? La mafia è più potente dello Stato ?
Perché il fenomeno mafioso non può essere
considerato un made in Italy ?
Cos’è la criminalità finanziaria e che legami ha
con la mafia? In che modo la politica partitica
è collegata alla mafia? Qual è il rapporto fra
dinamiche geopolitiche di potere e
organizzazioni criminali ?
Tratto dall’introduzione del libro: PIRATI &
MAFIOSI, di Antonella Randazzo
vedi anche:
I
Savoia salvati da Rothschild
+ I
veri Padroni del mondo
Video da
visionare per comprendere il meccanismo del
FURTO dei nostri beni da parte di questi
CRIMINALI
a livello mondiale !
Ma cos’è esattamente l’usura
? È il denaro ricavato dal mero utilizzo del denaro.
Ed
Ezra Pound, da annoverare tra i grandi uomini del
‘900, bollava impietosamente taluni governi di
servilismo e di sottomissione al
signoraggio sulla moneta
esercitato dal sistema
bancario privato e dalle banche centrali da questo
controllate.
Una ragnatela speculativa dove l’esclusivo interesse
privato strangola la sovranità politica e monetaria
degli stati nazionali e l’autodeterminazione dei popoli.
Tale sistema perverso nasce in Inghilterra ad opera
dello scozzese
William Paterson, mercante, avventuriero e
banchiere.
Il 27 luglio 1694 Paterson ottiene dal sovrano
protestante
Guglielmo III d’Orange (al potere dal 1689 come re
d’Inghilterra, Irlanda e Scozia dopo la deposizione di
suo zio Giacomo II, cattolico.
Ancora oggi l’oppressione “orangista”, incentivata e
protetta da Londra, contro i cattolici repubblicani
d’Irlanda è oggetto di funesta cronaca quotidiana)
l’autorizzazione ad operare come banchiere ufficiale del
regno.
Fonderà la
Banca d’Inghilterra, prima banca di emissione
privata, che godrà così del privilegio di emettere
moneta da prestare ad usura
allo Stato (il primo prestito al governo
inglese ammonterà a 1.200.000 sterline).
Nella sua memorabile sentenza: “La banca trae beneficio
dall’interesse che pretende su tutta la moneta che crea
dal nulla” vi è racchiuso il nucleo ideologico del
significato di signoraggio sulla moneta.
È, quindi, a partire da tale
data che i governi perderanno la loro sovranità
economica e il potere di emettere moneta sarà
delegato ad una banca privata.
Non faranno ovviamente eccezione gli Usa, che nonostante
l’indipendenza dalla madrepatria proclamata con la
famosa dichiarazione del 4 luglio 1776, saranno sempre
soggetti all’usurocrazia monetaria della
Federal Reserve, divenendo ben presto il braccio
armato del liberismo mondialista.
Con due eccezioni, però, anche se di breve durata per la
tragica sorte toccata a chi osò andare controcorrente:
Abraham Lincoln e
John Fitzgerald Kennedy (NdR: tutti e due
Assassinati.....)
Tuttavia, ad onor del vero, già
Thomas Jefferson, al tempo in cui ricopriva la
carica di segretario di Stato durante la presidenza di
George Washington, si era fermamente opposto al
progetto di fondazione di una banca centrale privata (la
First Bank of the United States) caldeggiato
dall’allora ministro del Tesoro
Alexander Hamilton.
Personaggio ambiguo e contraddittorio (in origine
sosteneva esattamente l’opposto, e cioè che la cosa
pubblica non potesse essere delegata ad una banca
privata poiché questa tutelava esclusivamente i propri
interessi), l’Hamilton fu accusato di essere strumento
dei banchieri internazionali, probabilmente in combutta
con i
Rothschild, che proprio in quel periodo, per bocca
del fondatore della dinastia, l’ebreo askenazita
Mayer Amschel, memore forse della succitata celebre
frase del suo predecessore scozzese, aveva sentenziato:
“Lasciate che io emetta e controlli il denaro di una
nazione e non mi interesserò di chi ne formula le
leggi”.
Come siano andate poi le cose per il XVI e XXXV
presidente Usa è cosa tristemente risaputa.
Lincoln sosteneva che il privilegio dell’emissione della
moneta dovesse essere prerogativa esclusiva del governo
e che il denaro da padrone sarebbe dovuto diventare
servitore dell’umanità.
L’applicazione pratica di tali principi portò
all’emissione di banconote non gravate dagli interessi
da corrispondere ai banchieri privati. Il 15 aprile 1865
Lincoln veniva assassinato in un palco del teatro di
Washington.
Stessa sorte, cento anni dopo, toccava a Kennedy, il
quale, cinque mesi prima del suo assassinio,
aveva firmato l’ordine
esecutivo n. 11110 con il quale il governo aveva il
potere di battere moneta dietro copertura argentea.
Anche in questo caso lo Stato non pagava più gli
interessi alla banca di emissione privata.
Un duro colpo al signoraggio bancario che si infranse il
22 novembre 1963. Da allora nessun altro presidente Usa
si è più arrischiato a sfidare i
Signori del denaro.
By Salvatore Maiorca
Sovranita’ monetaria e Signoraggio bancario
- "DEBITO
PUBBLICO"
La competenza europea non è più Costituzionale. Possiamo rientrare, persino "legalmente".
Ciò non toglie che le regole sono state costruite raggirando i popoli, e che quindi in ogni caso i popoli hanno la sovranità necessaria per ribaltare una qualsiasi legge elitaria.
SOLUZIONE:
Dovremmo per risolvere il problema della
Sovranita' monetaria, innanzi tutto nazionalizzare le Banche
Centrali (FED + BCE, ecc.), togliendole dalle mani dei privati, cosi come la Banca Italia (NON d'Italia, perche' anch'essa in mano ai privati), poi stampare carta moneta, come
Stati uniti d'Europa (UE), pari al debito
"pubblico" delle varie
nazioni UE che gli uomini di
governo dei vari stati hanno
contratto (e' tutto fatto di carta straccia, che i banchieri,del mondo piazzando i loro uomini negli stati o comprandoseli...hanno fatto si che gli stati si indebitassero con loro....e quindi ci potessero tenere per le palle....ricattandoci
con il debito stesso), ed inviare la carta
moneta stampata (la parte
che li compete) al Fondo monetario internazionale (il FMI e' di proprieta' dei banchieri...e' una loro creatura)contemporaneamente,
riscatta-ricompra i titoli
statali emessi, che hanno
acquistato i privati, gli
altri stati e le banche) in modo da eliminare il debito, e cosi' ci riapproprieremmo degli interessi che ogni anno paghiamo (in Italia c.a. 100 miliardi di euros l'anno) e li
potremmo investire nell'industria, nel turismo,
nei servizi...e cio' per i
vari stati indebitati...
CMQ ma sara' una gara dura, perche' gli USURAI del mondo hanno i loro uomini piazzati ovunque nel mondo e nei posti chiave....che faranno di tutto per impedirci di arrivare a farlo...!
Ma noi ce la possiamo fare !
Altra proposta per la
soluzione-annullamento del
cosiddetto falso
Debito Pubblico:
in circa 30 anni l'Italia ha
pagato interessi annui per
il debito pubblico per un
totale di circa €
3.400.000.000.000 (3 mila
quattrocento miliardi),
mentre il debito pubblico
ammonta al 2014 a c.a. €
2.200.000.000.000 (duemila
duecento miliardi)
per cui sottraendo dal
totale, la somma gia'
pagata, vi e' una plus
valenza di c.a.
1.200.000.000.000, che le
banche dovrebbero
ridarci.....ma anche se non
ce li ridanno, noi possiamo
cessare di pagarle
immediatamente investendo la
stessa cifra annuale di
falsi interessi, nella
nostra economia....
IMPORTANTE
La Banca d’Inghilterra
conferma attraverso il
documento (dettagliatissimo
in lingua originale)
raggiungibile al link
sottostante, la creazione di
denaro dal NULLA attraverso
la riserva frazionaria e il
signoraggio bancario in mano
a banche private e
autorizzate dalle banche
centrali anch’esse di
proprietà delle suddette
banche in percentuale più o
meno variabile:"
http://www.bankofengland.co.uk/publications/Documents/quarterlybulletin/2014/qb14q102.pdf
In più, quest'altro link
come ulteriore, robusta
conferma:
http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/mar/18/truth-money-iou-bank-of-england-austerity
AVVISATE TUTTA LA
POPOLAZIONE CON QUESTO
VIDEO, FATELO GIRARE
ALL'INFINITO !!
Che sappiate o meno che cosa
sia, il Fondo di Redenzione
Europeo (E.R.F.) ci rovinerà
la vita per i prossimi 20
anni !!
vedi e'
IMPORTANTE:
http://attivo.tv/player/documentari/i-media-stanno-censurando-allintera-popolazione-un-nuovo-trattato-europeo-sconvolgente.html#sthash.4QWK6rLY.dpuf
EURO FALSO: TUTTI I
DEBITI CONTRATTI CON LE
BANCHE SONO ANNULLABILI
!
Nel contrato non è scritto
chi è il proprietario della
moneta….quindi: chi è il
creditore ? chi il debitore
?...e per cui TUTTI i debiti
sono nulli “tutti i debiti
contratti con le banche sono
infatti annullabili”.
“Il sillogismo è semplice:
siccome le banche evitano di
iscrivere in contabilità, a
patrimonio netto, la quota
annuale di denaro virtuale
che creano dal nulla, è
evidente che lo considerano
esse stesse “denaro falso“.
I debiti contratti con
denaro falso ovviamente non
sono giuridicamente validi.”
Ecco quindi che, se non
tutti in generale, almeno
quei debiti che implicano
come creditore o controparte
una banca, devono essere
considerati nulli dalla
nascita !
In sostanza, parafrasando,
se il denaro non risulta
“battezzato” contabilmente
alla nascita certificandone
l’origine, non può godere
dei diritti civili.
Tratto dal testo
dell’economista Nino
Galloni, IL FUTURO DELLA
BANCA, da dove si impara che
la contabilità bancaria
attuale è completamente
falsa.
INOLTRE
Interrogazione UE con
richiesta di risposta
scritta E-000302/2012 alla
Commissione Articolo 117 del
regolamento
Marco Scurria (PPE)
Oggetto: Natura giuridica
della proprietà dell’euro
In risposta ad
un’interrogazione scritta
sul medesimo tema presentata
dall’on. Borghezio fornita
il 16 giugno 2011, la
Commissione informa il
collega che “al momento
dell’emissione, le banconote
in euro appartengono all’Eurosistema
e che, una volta emesse, sia
le banconote che le monete
in euro appartengono al
titolare del conto su cui
sono addebitate in
conseguenza”.
Può la Commissione chiarire
quale sia la base giuridica
su cui si basa questa
affermazione ?
Risposta: Olli Rehn non fa
altro che ribadire che dopo
l’emissione, ossia dopo la
creazione fisica delle
banconote o più
verosimilmente
dell’apparizione in video
delle cifre sui terminali
dell’Eurosistema (totalmente
a costo zero, se si esclude
l’energia elettrica che
mantiene accesi i computers…)
la proprietà dei valori
nominali appartiene al nuovo
proprietario.
....e se uno e' proprietario
del denaro, non puo' essere
contemporaneamente debitore,
dato che il denaro
precedentemente
all'emissione nei fatti
apparteneva al NULLA.....e non alla banca ! e quindi e' al NULLA che semmai va reso....
Guardate cosa afferma il
Consiglio Direttivo della
Banca Centrale Europea – BCE
- (Tratto dal sito
ufficiale www.ecb.int)
nel loro documento:
“Decisione della Banca
Centrale Europea del 6
dicembre 2001 relativo
all’emissione delle
banconote in euro”, al comma
3: “L’emissione delle
banconote in euro non
necessita di essere soggetta
a limiti quantitativi o di
altro tipo, visto che la
immissione in circolazione
di banconote è un processo
indotto dalla domanda.”
Tratto da:
http://www.ecb.europa.eu/home/html/index.en.html
Commento NdR: L'Eurosistema
e' nei fatti di proprieta'
di
PRIVATI cosi come le
varie Banche Centrali
Nazionali dei paesi
aderenti alla UE, quindi
tutto il sistema bancario
europeo e' in mano ai
privati cosi pure come
l'emissione della moneta
(denaro)
Ricordiamo a tutti che le
Banche facendo sorgere dal
"nulla" (che non esiste, per
proprieta' intrinseca) il
denaro, esse lo "prendono"
dal TUTTO presente ed
esistente SOLO ed UNICAMENTE
nell'INFINITO,
e ce lo accreditano nel
nostro conto corrente di cui
siamo proprietari e non
debitori;, se noi chiediamo
ad esse di darci un credito,
quindi trattasi di
DONAZIONE dell'Infinito a
tutti noi, che le Banche ci
RUBANO e ci chiedono pure
gli interessi, I banchieri e
le banche, sono dei veri e
propri
CRIMINALI,
protetti dalle leggi inique
degli "stati" (a loro volta
aziende private) loro servi,
perche' i Banchieri
immettono, sponsorizzano o
pagano, i "loro" uomini
politici e non, nei posti
chiave degli stati, per
ottenere cio' che
vogliono... da questi
ultimi, alla faccia del
popolo che rimane in
TOTALE
schiavitu' !
Quindi:
Cari amici e lettori, dovete
rendervi conto che quando
andate a chiedere un
"prestito" ad una
banca...voi subite un FURTO
da parte della banca, perche
l'emissione del denaro viene
effettuata dal NULLA (che e’
al massimo di proprieta’
dell’INFINITO),
sul vostro NOME e COGNOME;
la banca non lo
emette/accredita sul suo
proprio conto corrente e poi
gira la cifra a Voi con un
bonifico dal proprio conto,
ma lo accredita direttamente
sul Vs conto corrente, e
quindi siete voi gli UNICI
proprietari del denaro, cosi
come ha confermato
recentemente anche la UE, in
una risposta ad una
interrogazione fatta su: chi
e' il proprietario del
denaro..?
Se il denaro viene emesso
sul vs NOME e COGNOME,
significa semplicemente che
e' VOSTRO e NON della banca,
e siccome viene emesso dal
NULLA (di proprieta’ dell’INFINITO
e non della banca), quindi
e’ a credito NON a debito
….. la banca non ha
NESSUN titolo, ne’ diritto,
per chiedervi di restituire
il capitale, che non e’
mai stato suo, ne' tanto
meno di richiedere degli
interessi su di un capitale
che nei FATTI e' SOLO VOSTRO
all’atto della emissione
fatta per mezzo del vostro
NOME e COGNOME, infatti non
puo’ mai dimostrare di aver
avuta la proprieta’ del
denaro che e’ stato emesso
sul vs conto corrente !
Inoltre le leggi italiane e
quelle dei vari paesi
occidentali, sui “prestiti”,
confermano che: se un
soggetto non e’ proprietario
di un bene non puo’ prestare
nulla, anzi se viene
attuato, diviene un’atto
illegale.
Qui siamo alla totale follia
illogica bancaria, per
tentare di legalizzare un
FURTO !
In piu’ le banche, una volta
sottratto il VOSTRO denaro,
con la vostra firma, su di
un modulo prestampato e
senza la firma
dell’amministratore della
banca …. essa lo immette nel
proprio bilancio, nei
debiti, e non nei crediti,
come sarebbe se fosse tutto
regolare oltre ad essere
logico amministrativamente,
(cosa che non e’,
commettendo un falso in
bilancio) ma e cosi, non
solo non paga neppure l’iva
sul servizio, ma non paga
neppure le tasse allo stato…perche’
trattasi di un
“debito”….ecco perche’ le
banche dichiarano sempre un
bilancio facilmente in
passivo od a zero….
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