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DEBITO
PUBBLICO:
Il
debito pubblico è il debito totale accumulato nel corso
degli anni da uno stato nei confronti dei propri cittadini
e/o verso l'estero. Nel caso del debito italiano siamo in
presenza di un forte debito interno.
Da
Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Per
debito pubblico si intende il
debito
dello
stato
nei confronti di altri soggetti, individui, imprese,
banche
o soggetti stranieri, che hanno sottoscritto
obbligazioni
(come
BOT
e CCT)
destinate a coprire il fabbisogno finanziario statale.
La
spesa per gli interessi corrisposti ai detentori delle
obbligazioni statali viene indicata come servizio del
debito. Il deficit pubblico si calcola solitamente in
percentuali rispetto al
PIL,
per indicare quanta parte della ricchezza prodotta ogni anno
sarebbe necessaria per ripagare il debito.
n paesi come Belgio,
Italia
e Giappone
il rapporto debito/PIL supera l'unità.
L'esigenza
di tenere sotto controllo l'espansione del debito pubblico
ha due principali motivazioni.
La
prima è di carattere finanziario e attiene alla difficoltà
di finanziare il debito pubblico quando questo cresce troppo
velocemente. Se cala la fiducia dei sottoscrittori dei
titoli circa la capacità del debitore di pagare gli
interessi e di restituire il
capitale,
il finanziamento del debito può avvenire solo
corrispondendo interessi più elevati.
Se
la spesa per interessi aggrava il
deficit
pubblico, facendo ulteriormente aumentare il debito, può
innescarsi un circolo vizioso in cui all'aumento vorticoso
del debito corrisponde un aumento della spesa per interessi,
dei deficit e quindi del debito pubblico. Senza interventi
sulle entrate o sulle spese correnti, si rischia
l'insolvenza del debitore.
La
seconda motivazione riguarda il cosiddetto effetto
spiazzamento. Se una parte dei risparmi privati finisce col
finanziare il debito pubblico, si sottraggono risorse agli
investimenti privati, con conseguenze negative sulla
crescita dell'economia.
È l'effetto spiazzamento.
Il
debito pubblico è maggiore da una a tre volte del PIL
nazionale in vari paesi industrializzati e, anche con le
tasse
che sono una percentuale del PIL(minore di 1,
evidentemente), lo Stato non sarebbe in grado di ripagare
capitale e interessi. E' fondamentale che gli investitori
istituzionali non cessino di acquistare titoli e
rifinanziare il debito perchè lo Stato non risulti
insolvente. In questo senso il debito è infinito ed
irredimibile.
Soggetti pubblici e società private che dispongono di
ingente liquidità di cassa da investire sono potenziali
investitori istituzionali. Questo ruolo strategico pone un
problema alla
sovranità
dello Stato.
Commento NdR: Per quanto riguarda il debito
pubblico, il cui 200% più interessi è
RUBATO dalla Banca
Centrale Mondiale, non siamo noi i debitori, ma bensi' i
creditori.
Il debito pubblico va ripudiato -
cancellato - in più la Banca Centrale deve
restituire il “signoraggio”
pregresso alla comunità; ovvero: la differenza tra
avere "meno cento" e "più cento", fa duecento (più gli
interessi che abbiamo pagato sul falso "meno
100").
Il falso debito pubblico è in realtà un debito
privato che il sistema bancario deve restituire alla
comunità.
Noi cittadini del mondo siamo di fatto
creditori dei
banchieri internazionali che, con l'avallo dei
politici
corrotti, hanno
creato il Falso debito pubblico.
In pratica, la stragrande maggioranza della società è
creditrice di pochi banchieri e dei loro soci a cui
sarebbe sufficiente, secondo le leggi italiane per
l’antimafia, sequestrare tutti i loro beni.
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DEFICIT PUBBLICO:
Il deficit pubblico è il saldo negativo che si verifica
quando le uscite di uno stato superano le entrate.
Per
deficit o disavanzo pubblico si intende la situazione
economica in cui le uscite dello stato in un dato periodo
superano le entrate dello stato nello stesso periodo. La
presenza di un deficit si può attribuire solitamente ad un
eccesso di spesa, a sua volta causata da spese inattese o
straordinarie, come una guerra o una catastrofe naturale,
oppure da eccessi di spesa rispetto alle entrate, dettati da
precise politiche economiche di sostegno alla domanda, da
scelte politiche finalizzate a creare e mantenere il
consenso politico, dall'incapacità o dal mancanza di volontà
di ridurre le spese superflue. Per le stesse ragioni il
deficit può poi attribuirsi anche politiche fiscali deboli,
che portano nelle casse statali meno denaro di quanto
necessario a coprire i costi della pubblica amministrazione.
Una
divisione assai tradizionale delle posizioni in materia di
deficit tra forze politiche conservatrici e progressiste,
attribuisce alle prime la volontà di ridurre quanto più
possibile il deficit dello stato o addirittura di chiudere
in pareggio i conti pubblici, allo scopo di mantenere ordine
nei conti e di contenere la spesa pubblica e il ruolo dello
stato nell'economia, mentre alle seconde verrebbe attribuito
il desiderio di accettare deficit pubblici strutturali,
purché finalizzati a sostenere la domanda e quindi a far
crescere l'economia.
In
particolare le posizioni che si rifanno alle idee keynesiane
attribuiscono allo stato il compito di sostenere, quando
necessario, la domanda di beni e servizi ricorrendo alla
spesa pubblica in condizioni di deficit.
La
realtà ha mescolato le carte e appare oggi difficile, sia
in Italia che in molti paesi industrializzati, distinguere
le varie posizioni politiche sulla base della volontà di
chiudere in pareggio o in deficit i conti pubblici.
L'esempio
degli USA è in proposito significativo. Non solo il
presidente democratico Clinton ha ottenuto surplus nei conti
pubblici, ma feroci sostenitori della minimizzazione del
ruolo dello stato nell'economia, come Ronald Reagan e George
W. Bush, sono riusciti, mescolando tagli alle imposte e una
crescita sostenuta della spesa militare, a realizzare
imponenti deficit pubblici.
La
presenza di un deficit pone la questione della sua
copertura. Questa avviene solitamente con l'emissione di del
debito pubblici, come
BOT
e CCT).
In passato si è anche fatto ricorso all'emissione di
moneta, soluzione abbandonata quasi ovunque nel mondo perché
ha effetti fortemente inflattivi (vedi
inflazione
e iperinflazione).
Il
deficit pubblico in senso lato viene solitamente distinto
dal deficit o disavanzo primario che considera la differenza
tra uscite e entrate al netto della spesa per interessi sul
debito
pubblico.
Anche
se il deficit pubblico viene misurato in termini assoluti,
indicando il suo ammontare in euro o nella moneta in cui è
espresso, gli economisti preferiscono valutarne le
dimensioni relative, rapportando il deficit al PIL del
paese.
Tratto
da "http://it.wikipedia.org/wiki/Deficit_pubblico"
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PIL:
Il Pil rappresenta il valore dell'insieme di beni e servizi
prodotti sul territorio di uno stato da produttori nazionali
o stranieri; esprime la ricchezza creata da uno stato in un
certo periodo di tempo.
Il
Prodotto Interno Lordo (PIL) è il valore
complessivo dei beni e servizi finali prodotti all'interno
di un paese in un certo intervallo di tempo (solitamente
l'anno). E' considerato la misura della ricchezza prodotta
in un Paese.
Da
un altro punto di vista si può anche dire che il PIL è la
somma dei valori aggiunti generati dalle imprese private e
dalla Pubblica Amministrazione all’interno di un dato
paese in un determinato periodo di tempo.
-
il
PIL è detto Lordo perché è al lordo
degli
Ammortamenti
-
il
PIL è detto Interno in quanto comprende
il valore dei beni prodotti all'interno in un paese
(indipendentemente dalla nazionalità di chi li produce)
È
una misura basilare usata in
macroeconomia.
A
partire dal PIL è definibile il
reddito
pro-capite. Il reddito pro-capite è pari al
rapporto tra il PIL e il numero dei cittadini: è evidente
la correlazione diretta fra la ricchezza individuale e
quella nazionale.
Considerazioni
generali
-
Il
PIL tiene conto di tutte le transazioni in
denaro,
e trascura tutte quelle a titolo gratuito, restano
quindi escluse le prestazioni nell’ambito familiare e
quelle attuate dal volontariato (si pensi al valore
economico del
non-profit).
-
Il
PIL tratta tutte le transazioni come positive, cosicché
ne entrano a far parte i danni provocati dai crimini,
dall’inquinamento, dalle catastrofi naturali.
(Esempio: se compri un'auto il PIL cresce, se hai un
incidente, il PIL cresce, se sei ospedalizzato il Pil
cresce e così via). In questo modo il PIL non fa
distinzione tra le attività che contribuiscono al
benessere
e quelle che lo diminuiscono.
Il
PIL è definibile in due modi: complesso dei redditi
prodotti e somma di
consumi,
investimenti e spesa pubblica. A consuntivo di fine anno, le
due modalità di calcolo devono portare allo stesso
risultato.
Considerazioni
macroeconomiche e critiche
Il
PIL tratta il
deprezzamento
del capitale
naturale ed ambientale come componente positiva e ciò
rappresenta una violazione dei sani principi contabili.
(Esempio: se una proprietà agricola di pregio viene
trasformata in un parcheggio, il PIL contabilizza
l’ammontare del denaro coinvolto ma non considera il
deprezzamento del capitale naturale per una siffatta
trasformazione, da suolo fertile e produttivo a superficie
asfaltata).
L'eguaglianza
fra PIL e valore aggiunto è l'equazione fondamentale della
contabilità
nazionale.
Una
riduzione dell'ammontare di tasse equivale a una riduzione
della pressione fiscale definita come rapporto fra le
entrate (che sono
tasse
e imposte)
ed il PIL.
L'avanzo
pubblico è definito come differenza fra entrate (le tasse)
e uscite (la spesa pubblica); nell'ottica del bilancio
statale una riduzione delle tasse è equivalente ad un
aumento della spesa pubblica.
Il
moltiplicatore del reddito è pari a 1/(1-c) dove c è la
propensione ai consumi, pari alla derivata prima del reddito
(PIL) rispetto ai consumi.
Poichè il PIL è composto da
consumi e risparmi (e spesa pubblica), C è compreso tra
zero e uno come il termine (1-c); perciò la frazione
1/(1-c) è maggiore di 1 ed è detta moltiplicatore. Il
termine (1-c) è la propensione al rispamio, che è opposto
al consumo, una rinuncia di consumo.
Quanto
minore è la propensione al risparmio, ossia tanto maggiore
è la propensione ai consumi, tanto più cresce la ricchezza
nazionale, qualunque azione venga intrapresa (riduzione
delle tasse, spesa pubblica, spesa in disavanzo).
Fu
Keynes
ad affermare che la domanda è un dato ed è il motore della
crescita, e che l'economia è consumistica. La domanda è
infatti una domanda di
consumo.
Essendo
il PIL composto da consumi, risparmi e spesa pubblica, esso
deve uguagliare il valore aggiunto che è consumi,
investimenti e spesa pubblica. Eguagliando le due cose si
ottiene che i risparmi sono uguali agli investimenti, ossia
che i risparmi finanziano gli investimenti produttivi.
L'equazione è tendenziale, non vera in ogni istante.
La
pubblica amministrazione per il teorema del bilancio in
pareggio (che è più avanti) non ha strutturalmente grandi
risparmi e non è il motore degli investimenti produttivi.
La spesa pubblica è un termine diverso dagli investimenti
produttivi, la cui peculiarità è l'orientamento al
profitto.
Chi
investe è disposto a farlo se esite un
mercato
potenziale con una domanda di clienti con un reddito (e
risparmi) per comprare; da un lato dunque agli investimenti
occorrono la domanda e i consumi, dall'altro sono possibili
soltanto con i risparmi (che sono rinunce di consumo) dei
cittadini. Ciò vale sia per consumi e risparmi dei
cittadini che per consumi e risparmi delle imprese. Questa
dualità trova però un punto di equilibrio che richiede
l'espansione del credito.
La
spesa pubblica per Keynes ha come unico obiettivo la piena
occupazione e la pubblica utilità.
Dei
tre soggetti economici, escluso lo
Stato,
resta che la fonte degli investimenti produttivi sono i
risparmi delle stesse imprese e principalmente dei
cittadini.
L'efficacia
nella stimolazione della domanda è sempre maggiore nel caso
della spesa pubblica che produce il maggior aumento della
ricchezza nazionale (e tasso di crescita annuo).
La
macroeconomia disconosce l'opportunità delle teorie
neoliberistiche
reaganiane di riduzione delle tasse, preferendo invece
l'intervento diretto dello Stato nell'economia (con la spesa
pubblica).
Per
il teorema
del bilancio in pareggio l'aumento del PIL (ricchezza
nazionale) prodotto dalla spesa pubblica è massimo quando
il disavanzo pubblico è pari a zero. L'effetto è più
contenuto quando il disavanzo è diverso da zero.
Un
risultato sorprendente è invece che un avanzo del bilancio
pubblico ha un effetto negativo sulla spesa pubblica. Perciò,
strutturalmente le pubbliche amministrazioni tendono a non
avere risparmi.
Il
disavanzo pubblico, contrariamente all'avanzo, è definito
come differenza fra uscite e entrate.
Tradizionalmente,
l'austerità e il pareggio di bilancio sono obiettivi
opposti alla piena occupazione ed alla spesa pubblica. Il
teorema mostra che la spesa pubblica è conveniente quando
si è raggiunto il pareggio.
Molti
economisti odierni concordano sulla convenienza della
spesa
in disavanzo in situazioni di
recessione
o crescita lenta del PIL (inferiore al 4% annuo) per la
quale lo Stato spende in misura maggiore delle sue entrate
indebitandosi. Anche una spesa pubbblica in disavanzo
produce un aumento del PIL maggiore ed è più efficace di
una riduzione della pressione fiscale. In altre parole, la
spesa pubblica ha un moltiplicatore più alto della
riduzione delle tasse, definite come percentuale del reddito
nazionale.
Alternative
al PIL
Il
principale indicatore proposto come alternativa al PIL che
tiene conto delle principali critiche poste ad esso, è il
Genuine
Progress Indicator (GPI), in italiano "indicatore
del reale progresso". Il GPI ha come obbiettivo la
misurazione dell'aumento della
qualità
della vita (che a volte è in contrasto con la
crescita
economica, che invece viene misurata dal PIL), e
per raggiungere questo obiettivo distingue con pesi
differenti tra spese positive (perché aumentano il
benessere, come quelle per beni e servizi) e negative (come
i costi di
criminalità,
inquinamento,
incidenti
stradali). Simile a questo indice esiste in
Prodotto
interno lordo verde introdotto da alcune province
cinesi.
Un
ulteriore indicatore, alternativo a GPI e PIL è la
Felicità
Nazionale Lorda (FIL) oppure, per valutare la qualità
della vita dei cittadini dei paesi membri delle
Nazioni
Unite vi è l'Indice
di sviluppo umano.
Andamento
del PIL
|
Nazione
|
2004
|
2005*
|
2006*
|
|
Albania
|
6,0
|
6,0
|
6,0
|
|
Algeria
|
5,9
|
6,7
|
6,2
|
|
Argentina
|
9,0
|
7,0
|
5,1
|
|
Austria
|
2,4
|
1,7
|
1,8
|
|
Bielorussia
|
11,0
|
8,0
|
6,0
|
|
Belgio
|
2,7
|
1,3
|
1,7
|
|
Bosnia-Erzegovina
|
5,7
|
5,3
|
5,8
|
|
Bulgaria
|
5,6
|
5,7
|
4,2
|
|
Cina
|
9,4
|
9,3
|
8,0
|
|
Cipro
|
3,7
|
3,6
|
3,0
|
|
Corea
del Sud
|
4,7
|
3,4
|
4,3
|
|
Croazia
|
3,8
|
3,3
|
3,7
|
|
Danimarca
|
2,1
|
2,9
|
2,6
|
|
Egitto
|
2,7
|
4,0
|
4,8
|
|
Estonia
|
7,8
|
7,7
|
6,7
|
|
Finlandia
|
3,6
|
1,6
|
2,5
|
|
Francia
|
2,0
|
1,4
|
1,6
|
|
Germania
|
1,6
|
0,8
|
1,5
|
|
Giappone
|
2,6
|
2,2
|
1,3
|
|
Gran
Bretagna
|
3,2
|
1,9
|
1,5
|
|
Grecia
|
4,2
|
3,4
|
3,1
|
|
Hong
Kong
|
8,2
|
5,7
|
4,6
|
|
India
|
6,9
|
7,6
|
7,0
|
|
Irlanda
|
4,5
|
4,8
|
4,7
|
|
Italia
|
1,0
|
0,1
|
1,1
|
|
Kazakistan
|
9,4
|
9,1
|
8,5
|
|
Lettonia
|
7,0
|
6,5
|
5,6
|
|
Libia
|
9,3
|
8,5
|
8,1
|
|
Lituania
|
7,0
|
6,5
|
5,6
|
|
Macedonia
|
2,9
|
3,9
|
4,0
|
|
Marocco
|
3,7
|
1,8
|
5,3
|
|
Messico
|
4,4
|
3,0
|
2,9
|
|
Moldova
|
7,3
|
7,5
|
5,5
|
|
Norvegia
|
2,9
|
3,2
|
2,6
|
|
Olanda
|
1,7
|
0,5
|
2,0
|
|
Pakistan
| |