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SUICIDIO.
Il rovescio del nostro mondo
La domenica
e l'estate i periodi piu' a rischio
- PARIGI (F), 17
Apr, 2006
Gli uomini si
suicidano piu' delle donne. I giovani piu' dei vecchi. I
cittadini piu' dei contadini. Emerge da una ricerca
francese. Gli altri dati su scala internazionale degli
studiosi Christian Baudelot e Roger Establet dicono che
il suicidio e' piu' diffuso tra i cattolici piuttosto
che tra i protestanti.
Meglio la domenica che il lunedi', l'estate piu'
dell'inverno, in tempo di pace piuttosto che in guerra.
Il tutto e' raccontato nel libro "Suicidio. Il
rovescio del nostro mondo".
(By ANSA )
"Suicidio. Il rovescio del nostro mondo"
è il
titolo di un libro pubblicato dai sociologi
Christian Baudelot e
Roger Establet che raccoglie i dati sui tassi di suicidio
degli ultimi due secoli nel mondo.
Nonostante il gesto di porre fine alla propria vita sia
un atto individuale, che in molti casi resta enigmatico,
sono rintracciabili, nel verificarsi collettivo di
questi atti, delle linee di tendenza che suggeriscono la
possibile esistenza (e influenza) di fattori sociologici
di contesto.
Il testo più autorevole che guardò al suicidio come
fenomeno sociale fu l’imponente lavoro di Emile
Durkheim del 1897. Da allora le cose sembrano
essere cambiate profondamente.
Giovani o vecchi ?
Nel diciannovesimo secolo (non si dispone di statistiche
precedenti al 1830) la popolazione giovanile si
suicidava molto poco, mentre le persone anziane molto di
più.
Questa tendenza appare oggi invertita: il tasso di
suicidio degli adulti è diminuito, mentre quello dei
giovani non cessa di aumentare nella maggioranza dei
paesi dell'OCSE soprattutto a partire dagli anni ’70.
La Francia, in particolare, si distingue per il suo
elevato tasso di suicidi: 11.000 ogni anno.
Secondo
i due studiosi i giovani si suiciderebbero in misura
maggiore laddove sono vittime delle nuove forme
d'occupazione precaria, della disoccupazione, delle
asprezze della competitività, dell'assenza di
prospettive per il futuro. Paesi come la Germania ed il
Giappone - accusato, a torto, di essere un paese dai
molti suicidi – si salverebbero in ragione delle loro
politiche di inserimento professionale. Il modello
giapponese, in verità, dal 1995 assiste a una ripresa
dei suicidi a tutte le età ed è praticamente unico
ospite dell’inquietante fenomeno giovanile dell’hikikomori.
Le
differenze tra paesi servono comunque, più che a stilare
classifiche comparative, a dimostrare che il suicidio
giovanile non è un destino, una sorta di “effetto
collaterale” dell’essere giovani.
Ricchezza o povertà ?
Durkheim affermava che più le società si arricchiscono,
più aumenta il tasso di suicidi.
Lo deduceva dalla situazione della sua epoca in cui
all’arricchimento della società, al progresso
dell’individualismo, era seguito l’incremento del numero
dei suicidi soprattutto nelle classi più agiate. Per
Durkheim era logico pensare che l'arricchimento
generasse anomia, perdita di riferimenti,
angoscia esistenziale. Eppure, già a partire dal 1910,
il suicidio subì una battuta d’arresto nella maggior
parte dei paesi europei, prima di riprendere negli anni
‘70, con il rallentamento della crescita
economica.
E'
ancora vero che il tasso di suicidi è più alto nei paesi
più ricchi. I paesi più poveri, come l'Egitto, il Perù o
la Cina, fanno registrare i tassi più bassi. In paesi
con un livello di vita elevato come la Nuova Zelanda, il
Canada, la Germania o la Francia, ci si suicida molto di
più.
Ma il suicidio non è un affare da ricchi, come lo era
nel diciannovesimo secolo, ma un problema dei poveri:
dipendenti, operai, disoccupati. All'epoca di Durkheim,
egli poteva affermare che "la miseria protegge"
riferendosi alla "povertà integrata" del suo tempo,
quella dei paesi poveri dove tutti sono vicini e
solidali con la propria comunità. La miseria odierna
consiste invece nel diventare povero in un paese ricco,
eventualità molto più sofferta che essere povero in un
paese povero.
Città o campagna ?
Contrariamente a quello a cui siamo abituati a pensare
delle nostre grandi città, anonime e isolanti,
l'urbanizzazione sembra generare forme nuove e
protettive di socialità. Non è nelle grandi città che ci
si dà la morte (il suicidio conosce i suoi tassi più
bassi nelle metropoli, a Parigi, Londra, New York), ma
nelle campagne diseredate: per la Francia, nelle zone
rurali dell'Ovest, in particolare la Bretagna.
Le classi medie e cittadine appaiono più integrate in
reti di rapporti e di relazioni, dunque più protette,
rispetto agli ambienti svantaggiati della provincia.
Uomini o donne ?
Ovunque le donne si suicidano quattro volte meno degli
uomini. Ci si aspettava che in un’epoca di parità questa
divergenza si attenuasse e invece non è accaduto. La
concezione femminile dell'esistenza, della famiglia, del
prendersi cura, è ancora un atteggiamento saldo nel
mondo odierno e le donne sono ancora coinvolte in
diffuse e protettive reti di rapporti familiari. Le
donne sembrano inoltre meno sensibili alle crisi
economiche e risentono meno della messa in discussione
della propria identità quando non trovano lavoro.
Perché la Francia resta
uno dei paesi occidentali dove ci si suicida più ? Con
20 suicidi per 100.000 abitanti, la Francia viene dietro
la Lettonia, la Lituania, i paesi dell'Est e la Russia,
che hanno tassi drammaticamente elevati, da 40 a 50 per
100 000 abitanti, ma davanti ai paesi scandinavi, al
Giappone, alla Germania, al Regno Unito.
Secondo i
due studiosi le ragioni di questo piazzamento sono da
rintracciarsi nella laicizzazione del paese e
nella disgregazione della famiglia.
La
religione ha perso gran parte della sua influenza e il
numero di divorzi appare più elevato rispetto agli altri
paesi. Le altre curiosità casistiche sono forse meno
pregne di significati: ci si suicida di più la domenica
che il lunedi', l'estate piu' dell'inverno, in tempo di
pace piuttosto che in guerra.
Questa
impostazione di ricerca non può, a mio avviso, che
individuare fattori di protezione e di rischio e linee
di tendenza, correlazioni (anche particolarmente
significative)fra determinati fattori e il tasso di
suicidi, ma difficilmente spiegherà "le cause" di un
gesto spesso inesorabilmente intimo.
Sarebbe
interessante riuscire a sapere qualcosa in più della
situazione italiana.
Tratto da:
http://psicocafe.blogosfere.it/2006/04/suicidio_il_rov.html
Fonte:
Express Livres
Commento
NdR: nella disamina delle cause questi studiosi e
l'articolista "dimenticano" che NON conoscere il
perche' dell'esistenza e della
fatica per poter vivere in questo
sistema
contro l'Uomo e contro la
Vita,
porta a cercare una via di fuga nella
morte....il suicidio,
credendo cosi di poter fuggire....ma NON e' cosi': "chi
scappa dalla finestra rientra per la porta principale
con la successiva
re-incarnazione"....per continuare il percorso
evolutivo di
se' !
PRIMA di SUICIDARSI
leggere attentamente:
Progetto Vita
+ Chi siamo ? +
Conclusioni +
Sintesi +
Chi siamo noi ?
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SUICIDIO dei
MEDICI
- Una delle statistiche umane
meno attendibili riguarda il suicidio.
Per conseguirlo l'uomo si vale – piu’ spesso che no -
degli strumenti consueti del suo lavoro; i soli che
vengano registrati appartengono invece al modulo
tradizionalmente terrificante del tuffo dal ventesimo
piano, del cappio sull'architrave, della pistola alla
tempia o del gas. Ma Emma Rothschild per esempio, in un
suo saggio sull'automobile (1974), riferisce uno studio
medico-sociale di Houston (Texas), secondo il quale
«negli incidenti d'auto mortali una vittima su sette
sarebbe semplicemente un suicida».
Poiché anche i medici usano l'auto la loro categoria
partecipa a questa nascosta statistica al pari di
qualunque altra. Ma in più hanno a disposizione in ogni
istante una somma incredibile di mezzi letali (chimici e
biologici) e soprattutto le conoscenze per raggiungere
il fine che si propongono senza scandalo (né
contestazioni assicurative). Per questa ragione le
statistiche, già tragicamente illuminanti di per sé,
vanno sicuramente aumentate di una quota destinata a
restare per sempre ignota, dipendente dalla
facilitazione tecnica che rende i medici legalmente
signori della vita e della morte altrui (nonché della
propria).
Il suicidio nelle classi culturalmente superiori è una
realtà statistica nota da gran tempo. Per quanto
riguarda i medici essi prevalgono su tutte le altre
categorie professionali, a parità di età. Tra i medici
stessi prevalgono gli psichiatri, come segnala FREEMAN
(1967), che ha rivisto tutte le necrologie settimanali
dello J.A.M.A. (Journal of the American Medical
Association) dal 1895 in poi.
Per l'Inghilterra il tasso accertato di suicidio è nei
medici maschi superiore del 225 per cento alla media per
le stesse età e classi sociali; più di 1 su 50 medici si
uccidono; il 6 per cento di tutte le morti dei medici
sotto i 65 anni sono per suicidio, cioè lo stesso che
per cancro polmonare.
Per spiegare il fenomeno, il British Medical Journal
del che riporta queste statistiche avanza alcune
interpretazioni ma dimenticata la più importante.
Esso segnala: la disponibilità dei veleni, il drogaggio
facile ed eccessivo, lo stress professionale
intollerabile e senza pause, la frequente infelicità
familiare, la solitudine di tutta la vita, l'ambivalenza
(odio-amore per la morte) che ha condizionato la scelta
della professione medica, la non-paura della morte, e
persino l'”anomia” di Durkheim.
Ma, dalle statistiche di DORPAT risulta che il 70 per
cento dei suicidi hanno severe malattie fisiche, in
genere incurabili. Ogni medico può attingere senza
controlli dall'armadio farmaceutico le alte dosi di
droghe sintomatiche che nega ai suoi pazienti, e rendono
la vita ancora tollerabile. Per una sola malattia le
droghe non funzionano, e questo è il cancro, malattia
tanto psicosomatica da investire e distruggere il corpo
e l'anima insieme.
È esatto che il medico, in genere, non teme la morte;
conosce dalla sua esperienza d'ogni giorno che essa è
priva di dramma per chi la subisce, e persino quasi
sempre anche di sofferenza. Ma gli fa paura il dolore.
soprattutto quello incomprimibile. soprattutto quello
inutile... e lo evita uccidendosi, cioè rassegnandosi al
tabu' invincibile, come il papua che si copre il capo
con la coperta e attende nell'angolo più buio della
capanna la morte, che nulla e nessuno può evitargli.
Questa tragica parentesi statistica, non opinabile
perché pagata in prima persona, rivela l'intollerabile
potenza del tabu’ maledetto, con il quale il cancro
incatena ancora non solo i medici, ma tutta l'attuale
medicina.
By A. Marco -
aranciamec@email.it
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SEMPRE piu'
Medici...decidono di suicidarsi - FORSE SI
RENDONO CONTO del LORO STATUS di
SERVI impotenti
a sanare i loro pazienti .....grazie a
Big Pharma che
controlla gli enti sanitari (CDC
+ FDA +
OMS +
UNICEF + EMEA
+ ISS ecc.), le
Universita'
...oltre agli Ordini dei
medici...Ministeri
della sanita'.. ecc.
Un elevatissimo numero di medici tedeschi non regge allo
stress professionale e decide di togliersi la vita. A
lanciare l'allarme sono il quotidiano "Bild"
ed il settimanale "Der
Spiegel" che attribuiscono la causa di fondo
all'eccessivo lavoro a cui sono sottoposti i sanitari
tedeschi. "I nostri medici sono troppo malati",
titola a caratteri cubitali 'Bild', che sottolinea come
ad aver bisogno di cure è proprio la categoria
professionale chiamata ad occuparsi della salute degli
altri.
Il settimanale di Amburgo rivela invece che sono 200 i
camici bianchi tedeschi che ogni anno si suicidano,
mentre il presidente dell'associazione di categoria (Baek),
Dietrich Hoppe, spiega che "i problemi economici ed un
disumano carico di lavoro fanno ammalare un numero
sempre più elevato di sanitari".
Ad essere più colpiti da depressioni, stress e attacchi
di panico sono gli psichiatri e gli anestesisti. Secondo
le stime degli esperti, un medico tedesco su dieci
soffre della sindrome del "burn-out",
il logoramento da eccesso di lavoro, mentre negli
ospedali il fenomeno riguarda un sanitario su tre.
Per molti camici bianchi, che alla fine non riescono a
reggere allo stress professionale, la tragica via
d'uscita sembra essere proprio il suicidio, come
conferma il professor Ahrens, che aggiunge laconico:
"quando un medico decide di togliersi la vita, sa come
fare".
Fonte: salute.agi.it
Commento NdR: quello che questi articolisti si
sono "dimenticati" di dire una Causa importante su
questi suicidi ed e' che il fatto che i
medici hanno ben
chiaro il fatto di NON riuscire
a guarire i loro pazienti con i farmaci che
all'Universita' gli hanno indicato come UNICA via
di salvezza per il malato, facendo credere loro di
essere onnipotenti, cio' li porta, nei moltissimi casi
di insuccesso, e facilmente ad una crisi di impotenza,
dovuta alla loro imperizia ed incapacita', ecc.; quindi
questo importante e grave fatto li porta verso al
depressione
che magari curata inizialmente con
farmaci auto propinati
li porta verso il pensiero di morte ed al suicidio !
Mentre per tutti i soggetti che hanno pensieri suicidi,
indipendentemente dalla loro attivita' e gli
adolescenti, occorre indagare e scoprire le varie cause
depressive che li hanno portati verso quella strada;
secondo la
Medicina Naturale, queste cause sono inizialmente di
ordine
Spirituale che "cadono" su concause fisiologiche ben
individuate dalla Medicina Naturale (alimentazione
inadatta,
disbiosi croniche, uso di
farmaci specie
psicofarmaci,
Vaccini,
amalgami
dentali, ecc..
La mancanza di nozioni (in-formazioni) su
Chi siamo da dove veniamo e dove andiamo e lo
scopo dell'esistenza sono le vere cause Spirituali
che
ammalano il soggetto e che poi portano al fallimento
della vita nella salute, lavoro (finanze)
e negli affetti (amore)
(i 3 pilastri della Vera Salute Naturale) che se non
perseguiti e vissuti portano al fallimento della propria
esistenza e quindi all'idea dello scappare dalla vita.
Il giovane che ha tendenze suicide ha un
comportamento simile a colui che si droga: è un individuo che non ha
saputo, né dato risposte razionali ai vari perché
dell’esistenza ed ovviamente non ha avuto
un’educazione tale da insegnargli le
responsabilità proprie riguardo a: auto gestire
la propria salute e le proprie finanze;
autogestione degli affetti, che sono le basi di
partenza per ogni essere umano che vive in questa
dura esperienza della Vita. Non si è dato, né,
gli sono state date da parte della famiglia,
amici, e societa', le risposte ai perché
dell’esistenza:
Chi
sono, da dove vengo, dove vado e perché vivo
?
Egli
di conseguenza entra in Conflitto
con Se stesso, fra il proprio istinto che lo
spinge a fare esperienze e la propria ragione che
non gli fornisce le giuste risposte ai perché e
di conseguenza non sa scegliere nel modo adatto, a
seconda delle esperienze che deve fare, di
conseguenza egli va in “confusione” e quindi si
ammala per lo stress indotto e per i
comportamenti contro vita - vedi:
Progetto Vita - che egli assume nel vivere
quotidiano.
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Cervello dei suicidi chimicamente
diverso dagli altri – Roma
(I), 27 Ott. 2008 (Apcom)
Dna tessuti cerebrali modificato da un processo chimico.
Chi si uccide ha un cervello
chimicamente diverso da chi muore per altre ragioni. Lo
hanno scoperto ricercatori canadesi della
University
of Western Ontario,
Carleton University e dell'University
of Ottawa, che hanno pubblicato il risultato
della loro ricerca su
Biological Psychiatry.
Lo studio si basa su un'indagine condotta sui tessuti
cerebrali di 20 persone decedute di cui dieci morte per
suicidio e dieci per cause diverse. Nei cervelli delle
persone che si sono uccise gli scienziati hanno trovato
che il Dna del
gruppo suicida era stato modificato da un
processo chimico, detto
metilazione, che è normalmente coinvolto nella
regolazione dello sviluppo cellulare. Questo processo
inibisce l'azione di
geni sbagliati o alterati nella
cellula,
favorendo l'espressione di geni che sono necessari per
fare cellule della pelle, piuttosto che del cuore.
E' stato osservato che il
tasso di metilazione nei
cervelli delle persone suicide
era almeno dieci volte più alto che nell'altro
gruppo, in questo quadro il gene "silenziato" era un
recettore importante nella regolazione dell'umore. Per
questo molte delle persone che si uccidono sono
depresse.
Come sottolineano i ricercatori, la loro scoperta
evidenzia come una combinazione di fattori genetici e
ambientali, o fattori
epigenetici, siano in grado di cambiare il processo
di metilazione e alla lunga di modificare i circuiti
cerebrali e come la riprogrammazione della metilazione
possa contribuire in modo determinante al protrarsi di
forme depressive importanti.
"L'idea che il genoma sia così
malleabile nel cervello - ha detto Michael
Poulter, coordinatore della ricerca - è sorprendente
perchè le cellule cerebrali non si dividono. Queste
modifiche possono cambiare drammaticamente il corso
della propria vita, in particolare sviluppare
depressione e la volontà di suicidio".
Secondo lo scienziato lo studio apre la strada a nuove
studi e terapie per curare la
depressione
e le tendenze suicide.
vedi: Albero delle Vite
infinite
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SUICIDIO dell’Adolescente
Interventi su adolescenti con tentativi di suicidio nel
reparto di Neuropsichiatria infantile di via dei Sabelli
Quando un adolescente cessa volontariamente di esistere,
si compie un fallimento. Qualcosa si inclina
irrimediabilmente in uno o nei tanti sistemi di vita di
cui egli è partecipe. Fallimento familiare, scolastico,
sociale, relazionale, una disfatta incontrovertibile per
tutte quelle persone che potevano essere presenti,
capire, posare l’occhio emotivo laddove lo sguardo
quotidiano non arrivava(1).
Il tema del suicidio in adolescenza, per quanto discusso
e analizzato nei tempi e con plurime modalità, resta
sempre un argomento intriso di grande coinvolgimento
affettivo, aldilà delle teorie o dei modelli
interpretativi a cui ogni professionista si ispira.
Il viaggio di un ragazzo o di una ragazza verso
dimensioni solitarie del vuoto, della disperazione e di
uno smarrimento “noioso” all’interno di un mondo
frenetico, viene ripercorso lentamente fino al passaggio
conclusivo, al tempo ultimo dove l’impulso, la rabbia o
la lucida freddezza donano una forza sufficiente per
sospendere, con un gesto, ogni legame e ogni possibilità
di vita.
Seguono domande, spesso insolute, tentativi di un
“rewind” temporale, alla ricerca di un segno, un
messaggio, un’inclinazione della voce che avesse potuto
aprire un varco nelle segrete stanze della demolizione
adolescenziale; spesso resta solo un silenzioso
rammarico.
Molte storie di ragazzi preadolescenti e adolescenti
prendono forma da un suicidio: le scopriamo tra le
pagine dei quotidiani, nelle bacheche rumorose di un
social network seguite dalla processione infinita dei
“mi piace” all’ultimo commento postato, ma anche tra le
fila di un corposo esercito che compone le statistiche
attuali del disagio in Italia e nel mondo.
Altre storie invece, con uno sfondo simile e una stessa
intenzionalità esitano in tentativi non riusciti: si
bloccano sul parapetto di una finestra, nel conteggio
delle pastiglie da ingoiare o semplicemente riescono a
“salvarsi nonostante tutto” per rimandare la morte di un
altro giorno.
Le stime più recenti descrivono un trend sempre più
crescente di ragazzi che attentano alla vita, così come
nella pratica clinica, aumentano vertiginosamente gli
accessi nei reparti di emergenza per atti
anticonservativi (9).
Il lavoro di un neuropsichiatra dell’età evolutiva, che
presta sevizio in una struttura sanitaria pubblica,
parte spesso da qui, dalla richiesta di una consulenza
urgente da parte del Pronto Soccorso o dalla necessità
di un ricovero in un reparto di Degenza di Psichiatria
per adolescenti (UOC A NPI, Dipartimento di Pediatria e
Neuropsichiatria Infantile, Università Sapienza, Roma),
quando il percorso evolutivo di un adolescente si
arresta e necessita di un’attenzione o una cura,
indagandone, in certi casi, una dimensione
psicopatologica sottesa; nel mio lavoro, questi eventi
eccezionali e gravemente drammatici, sono spesso
ordinari, ma mai un’abitudine.
I ragazzi che hanno attentato alla loro esistenza
appaiono, inizialmente, assorbiti in una dimensione
atemporale, condensata di emozioni indistricabili su cui
si posano gli sguardi di un mondo adulto: medici,
psicoterapeuti, infermieri e non ultimi i genitori;
madri e padri inconsapevoli, stravolti e confusi (4).
Il processo di cura e comprensione delle ragioni,
nascoste in questo atto è arduo ma doveroso: secondo E.
Shneidman,(10) le cause possono essere molteplici,
sociali, familiari, interpersonali, ma l’atto suicidale
si compie solo quando l’individuo viene soverchiato da
un dolore psichico, una sofferenza così intensa non
risolvibile se non con la cessazione della vita.
Questo dolore definito come “Psychache” racchiude in se
un senso di disperazione, di sconfitta, vergogna e
abbandono; l’obiettivo ultimo per un adolescente
coinvolto in questa spirale emotiva è arrestare il
flusso della sofferenza, eliminare il “nemico che
dilania l’anima”.
Scegliere la strada del suicidio è inoltre, per molti
sopprimere automaticamente questo dolore: “quando si
raggiunge questa decisione in modo risoluto, si prova
una certa sensazione di serenità derivata dal fatto che
la situazione insostenibile stia per finire
definitivamente” (5) e le narrazioni dei giovani
“attentatori “ lo confermano. Rievocano l’ultimo atto,
descrivendo in un composito puzzle di sentimenti ed
episodi, la sensazione leggera di liberarsi da uno
schema di pensiero o da uno scenario ambientale e
familiare insopportabili; molti giovani, tuttavia,
spesso preadolescenti si avvicinano lentamente all’idea
di uno “scarso piacere verso la vita,” attraverso altre
modalità e dimensioni spesso non collocabili all’interno
di una cornice diagnostica.
Una ricerca effettuata presso il Reparto di Degenza (UOC
A NPI) (2) su un campione di adolescenti ricoverati per
autolesionismo intenzionale ripetitivo, ha messo in
evidenza quanto l’alta frequenza degli atti unita ad un
progressivo aumento di alcuni sintomi depressivi,
disregolazione affettiva, e ad una dimensione crescente
e grave di “ridotta attrazione alla vita” fossero
elementi predittivi di rischio suicidario(3). Sebbene il
concetto di autolesionismo non sia ancora, nella
letteratura clinica, del tutto univoco, e sia utilizzato
a volte in modo incoerente, spesso eccessivo, è
possibile osservare l’esistenza di un continuum tra
condotte autolesive ripetitive non suicidarie (NSSI: No
suicidal self injury) e i gesti deliberatamente non
conservativi.
Il self cutter “impara ad anticipare o a ritirarsi dagli
stati di distress generati dall’interazione e,
progressivamente, diventa dipendente dalle forme di
autoregolazione solitarie ed esternalizzate piuttosto
che sviluppare una forma di autoregolazione interattiva
efficiente”(3). In questa dimensione di alterata “presa
in carico di sé” egli comunica, protesta o infine
“sopprime i pensieri” anche quelli legati alla morte.
È evidente che non tutti i ragazzi che ricorrono al
suicidio praticano atti auto lesivi, ma esistono ipotesi
concrete che confermano quanto un dato “atteggiamento
verso la vita e la morte” associato ad un attacco al
corpo ripetuto con scarsa percezione del dolore possa
favorire comportamenti suicidari futuri.(2)
Nel mare magnum di queste “fratture esistenziali”
riuscire a fornire risposte competenti e mai banali,
diventa un dovere etico ma anche altamente complesso: un
medico o uno psicoterapeuta che affrontano queste
tematiche possono e debbono avvertire un sentimento di
paura senza esserne governati(6).
Il timore di non aver dato abbastanza ascolto agli
impercettibili messaggi che il paziente comunicava o lo
spettro di un passaggio non idoneo durante l’incontro
con l’altro, rappresentano elementi reali di rischio
solo quando non vengono “rimaneggiati” e poi evitati con
cura e capacità.
l compito del clinico è invece quello di trovare forze
ed energie per “tenere in vita” questi adolescenti ed
evitare il pericolo di una recidiva: serve presenza,
offerta di relazione e condivisione del tempo fermo,
quello carico di sentimenti di vuoto e di disperazione,
“I ragazzi che corteggiano la morte non sono
controllabili ma possono costruire vincoli stretti e
affettuosi, legami silenziosi ma profondi”.(7)
Sono queste le premesse essenziali per ogni scelta
terapeutica e i criteri fondamentali per poter
organizzare una risposta adulta competente: l’atto
comunicativo espresso con l’attentato suicidario
richiede una tempestiva posizione di ascolto e di
responsabilità clinica (8).
Il modello terapeutico proposto si avvale in primis di
una presa in carico globale dell’adolescente;
l’intervento con il giovane risulta imprescindibile da
quello dei familiari. Il ragazzo deve esperire il senso
della relazione, l’accoglienza e la capacità di
trasformare ogni azione in parola, sia come narrazione
orale che scritta. La creazione di uno spazio intimo,
riservato all’ascolto e alla “frequentazione” condivisa
dei pensieri di morte, la rappresentazione verbale delle
fantasie mortifere e dei sentimenti di angoscia generati
da esse, permettono all’adolescente di costruire un
legame intra e interpersonale (9); le modalità con cui
si attua questo progetto sono strutturate e organizzate
secondo la costituzione di un’alleanza terapeutica con
l’adolescente: i colloqui diagnostici uniti alla
valutazione con test psicometrici e successivamente i
colloqui clinici sono uno step fondamentale per il
riconoscimento e il trattamento del gesto suicidario;
parallelamente a questa fase, sono fondamentali i
colloqui con la coppia genitoriale, il supporto
continuativo e coraggioso verso padri e madri bramosi di
indicazioni e di soluzioni. Il coinvolgimento delle
figure che appartengono al mondo “vissuto”
dell’adolescente possono essere anche esse, risorse
preziose per la costruzione di una rete di legami
“riparati” o autentici; il ragazzo, infine, deve essere
consapevole della presenza di un’equipe professionale
che conserva e “tiene a mente” le sue istanze e il suo
bisogno di aiuto (9).
A questo scopo la comunicazione con il medico di
riferimento, con il terapeuta o con altre figure
professionali, può intraprendere strade e percorsi
assolutamente originali e creativi: permettere la
condivisione degli scritti sottoforma di diari, messaggi
di carta o rappresentazioni artistiche da lasciare al
proprio uditore, significa investire sul legame e
acquisire l’esperienza di una differenziazione (3).
In un’epoca in cui ogni crisi esistenziale si interseca
e si amplifica all’interno di una “crisi” di valori e di
crollo sociale e economico, in un momento storico in cui
gli adulti faticosamente riescono ad essere solidi punti
di riferimento per i giovani in crescita, il dovere
clinico di un Neuropsichiatra infantile e della sua
equipe è quello di saper accogliere coraggiosamente la
fragilità emotiva di un adolescente, fornendo una
possibilità di cura efficace e autorevolmente concreta.
By Arianna Terrinoni
Bibliografia
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tragico, tragedia d’amore, 2006.
4.Ladame F. I tentativi di suicidio negli adolescenti,
1981.
5.Piotti, A. Il trattamento del tentato suicidio
adolescenziale nel Crisis Center di Milano” 2006
6.Pietropolli CharmetL'intervento clinico in adolescenza
fra crisi evolutiva e psicopatologia. Adolescenza e
Psicoanalisi , 2003.
7.Pietropolli Charmet G., Piotti A. Uccidersi , Cortina
Ed., 2009.
8.Shaffer D, Gould MS, Fischer P, et al. Psychiatric
diagnosis in child and adolescent suicide. Arch Gen
Psychiatry 1996; 53:339-348.
9.Shneidman E. Autopsia di una mente suicida. Giovanni
Fioriti Editore, Roma, 2006.
- Shneidman E. Suicide as Psychache. Aronson, Northvale.
New York, 1993.
10. Ferrara M., Williams R., Terrinoni A. Non-suicidal
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personality features and attitude toward death, Child
and Adolescent Psychiatry and MentalHealth, 2012.
- Ferrara M. I comportamenti autolesivi durante
l’adolescenza. Lo sviluppo antisociale: dal bambino al
giovane adulto (Sabatello U.). Cortina Ed., 2010.
Tratto da: spiweb.it
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