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DISPENSE
di PEDAGOGIA OLISTICA
- Un
ri-incontrarsi
della Medicina
con la Pedagogia
Premessa
L’attuale tendenza
all’eccessiva tecnicizzazione sta trasformando
l’essere umano in una specie di robot il cui
funzionamento e demandato a soggetti irresponsabili.
La
specializzazione d’altro canto, con l’esasperazione
alle sottodivisioni ha notevolmente contribuito alla
perdita della visione dell’insieme. La crisi dei Valori
infine, ha condotto all’eclissi del sacro, con
conseguente perdita dei riferimenti religiosi che per
secoli hanno prescritto didascalie sulle condotte, a volte
in guisa ipnotica e, comunque distante.
In
questo fondale risulta difficile trovare un riferimento
autoctono cui poggiarsi che non sia sottoposto al servizio
di un potere sempre esterno e inafferrabile.
Il
nostro intento è di restituire all’uomo la sua
dimensione umana intesa come apertura di senso di
responsabilità e coscienza, attraverso una nuova
Pedagogia.
Non
si può pertanto prescindere da un sapere sentito che
trasforma le intimità interpersonali e le riconduce ad
una integrazione coerente. Integrazione capace di
restituire il piacere di sentirsi protagonista della
propria esperienza di vita.
La
scommessa è quella di riuscire a liberarsi dalle griglie
della clinicizzazione che sebbene abbia garantito
agevolezza nei protocolli operativi, assicurando
predittibilità, ripetibilità e presunta oggettività,
nell’interesse della comunità scientifica; di contro ha
contemporaneamente reso inevitabile quella graduale
spersonalizzazione indotta dal necessario distacco
disaminante, fino ad a quasi negare l’unicità
esistenziale di ogni soggetto.
L’analisi
nel frattempo ha ulteriormente esasperato la separazione
delle componenti emo-tono-espressionale favorendo
una concettualizzazione rappresentata della coscienza
piuttosto che una pratica che sia sentita.
Oggi
più che mai, si avverte quest’esigenza di rinnovamento
educativo e educazionale, di ri-presa di valori altri e
alti, valori che siano più vicini a noi sperimentabili e
infine amati.
Amati
fino al punto d’amare noi stessi, consapevoli di essere
la nostra educazione, il risultato di una Pedagogia
Amorevole e Unitaria e, no attori passivi di
un’educazione che non potremmo comprendere, quindi amare
mai, giacché esterna a noi. (definizione della parola Amore)
La
Pedagogia Olistica
La P. O. consente di accedere ad una visione espansa di sé,
degli altri, dell’ambiente sociale e naturale definendo
la realtà in termini di mente e di coscienza . Ma i
termini di mente e di coscienza hanno ancora
un’accezione limitata nel nostro linguaggio e nella
nostra cultura ; infatti il campo dell’esperienza umana
si estende ben al di là della mente. Per questo motivo la
P.O. intende rivolgersi all’individuo come ESSENZA
per indicare la natura fondamentale dell’essere.
L’Essenza
è più sottile e meno limitata di quelle che chiamiamo
coscienza e mente. L’Essenza
è presente in tutto; ogni cosa è intrisa di essenza, di
coscienza e di mente.
Partendo
da questa premessa è possibile definire il modello di
P.O.
La
realtà di base è la coscienza che si esprime come
intenzione ed energia . In altre parole, le nostre
intenzioni, coscienti e inconsce, e il modo in cui si
esprimono nei nostri pensieri, sentimenti e atti sono
assolutamente determinanti per quanto riguarda la salute.
E’ la coscienza a creare le basi della manifestazione
della malattia sul piano materiale.
Tutto
ciò che esiste è interconnesso, in altri termini non è
possibile concepire separatamente le persone, gli
avvenimenti, le cose, il nulla, noi stessi, l’ambiente
sociale e naturale etc. Tutto ciò
che facciamo, diciamo, pensiamo e crediamo ha un effetto
immediato su tutti quanti.
Ogni
parte contiene l’intero. Noi siamo tutto ciò che esiste
e tutto l’esistente è in ciascuno di noi.
L’intero
è maggiore della somma delle parti: ogni aspetto si trova
all’interno di un sistema maggiore di se stesso che a
sua volta si trova all’interno di un sistema maggiore.
Mettendo insieme le parti e integrandole fra loro possiamo
comprendere meglio e più chiaramente l’intero.
Secondo la P.O. mettendo insieme le nostre parti o i
nostri io ci colleghiamo al nostro io maggiore, al nostro
io intero e ne otteniamo una visione migliore.
Allargando questa visione sul sociale, ogni gruppo di
persone crea un intero maggiore dotato di più potenza,
amore e creatività rispetto ai singoli e anche rispetto
alla somma dei loro sforzi individuali.
La
coscienza crea la realtà e la propria esperienza della
realtà. Questo significa che le esperienze sono
determinate dalle aspettative le quali, a loro volta, si
fondano sulle convinzioni del soggetto e sul suo retaggio
culturale. Se la coscienza crea la realtà crea
anche la propria esperienza del reale.
Riassumendo,
attraverso l’approccio teorico-pratico
della P.O. allarghiamo la visione della realtà
dell’universo all’essenza, che comprende l’essenza
personale/individuale e contemporaneamente quella di tutto
ciò che esiste. Ogni creazione procede da
quell’essenza: la nostra coscienza, la nostra mente, i
nostri sentimenti e la materia, incluso il nostro
corpo fisico.
Il
problema della diagnosi
Quando si nomina una
malattia, fisica o psichica, si rinchiude il paziente
all’interno di un quadro ristretto, uno spazio angusto
dal quale difficilmente potrà trovare le forze per
rendersi libero.
In
un certo senso, ogni volta che diamo origine ad un
pensiero o ad un’idea di malattia, da qualche parte
quest’energia comincia ad esistere, a prendere forma;
inizia a dare dei segnali, dei presagi, anche se non del
tutto e non da tutti avvertibili.
Con
il solo proferire il nome della malattia, quindi,
colleghiamo il paziente con quest’energia impercettibile
ma reale di “coscienza sconosciuta” cui parlavamo. È
come se la persona che ha subito una diagnosi si
connettesse ad un “portale energetico” alimentato
dalla sommatoria dell’energia dei singoli pensieri di
malattia.
Prendiamo
per esempio la parola “cancro”, basterà questa
semplice ma potente parola perché la persona che riceve
la diagnosi sia immediatamente messa in comunicazione con
l’influenza di questa energia-coscienza che è connessa
a questo preciso termine, e che genererà in lui paura,
invalidità, morte.
Questa
parola incomincia a riecheggiare nella mente della persona
placcata al punto tale che il suo inconscio tenta
involontariamente di corrispondere con la malattia
diagnosticata, di “quadrare” per così dire con quello
che gli è stato diagnosticato.
I
nomi di certe malattie riescono a rendere vera qualsiasi
affermazione, soprattutto per persone già fragili e poco
protette le quali non fanno altro che mettere in rapporto
la loro cagionevolezza con quella parte potente
d’inconscio collettivo dove si condensano le forze
distruttive e limitanti dell’idea stessa della malattia.
Una
diagnosi di schizofrenia, per esempio, può bloccare una
persona dentro quest’energia-coscienza per giorni
interi, fino a spingere l’interessato a sottomettersi ad
un’inframmettenza terapeutica.
Non
vogliamo affermare che le parole vadano abolite, ma
fintanto che la diagnosi non è certa e, sopratutto quando
si tratta di malattie che non si sono ancora manifestate
sul piano fisico/organico, tracciare limiti e apporre dei
nomi è come voler mettere una persona in una gabbia da
cui le sarà ancora più difficile uscire.
Ci
rendiamo conto che molte persone hanno bisogno di questa
gabbia perché questo le fa sentire più sicure: trovare
una definizione con cui identificarsi è veramente molto
rassicurante e, soprattutto altamente
deresponsabilizzante.
Dall’altra
parte, per il vecchio impianto terapeutico questo sistema
garantiva un’estrema copertura di funzionalità: non
trattando più con la persona, ma con quella parte
d’energia-coscienza collettiva, il terapeuta attingeva
anch’esso a forze contrastanti create e custodite
segretamente da generazioni di scientisti della salute per
sconfiggere il sintomo senza implicazioni personali.
Avevamo
così da una parte il “paziente” come massa
incosciente e irresponsabile e, dall’altra, il terapeuta
quale applicatore di metodi e sistemi collaudati e
affermati nel tempo ai quali delegava la sua perduta
responsabilità.
Questo
vincolo di doppia irresponsabilità ha contribuito nel
tempo non solo a rafforzare il dualismo e il senso di
separazione e solitudine ad esso connesso, ma ha portato
molta paura, dolore, disperazione, disagio e malattia:
“La
vera malattia
dell’Uomo è l’inconsapevolezza di ciò
che abita in lui”
(NdR...cioe......' l'IGNORANZA
sul senso della Vita e del fatto che egli e' un
dio in fase di formazione) - vedi:
Chi siamo noi ?
Si
tratta di capire e scegliere da quale mondo interiore
farsi abitare; siamo nel mondo, ma il mondo abita in noi.
Prendere coscienza che siamo noi, e noi soltanto ad
isolare alcuni frammenti di realtà fra i tanti e a
portarceli appresso anche quando non è più necessario,
comporta l’assunzione della piena responsabilità di ciò
che siamo, momento per momento. Permette una trasmutazione
alchemica profonda che non è una cosa magica e vaga, ma
al contrario ci permette veramente di spogliarci della
nostra vecchia abitudine di delegare sempre il nostro
benessere ad un altro considerato più “grande” di noi
il nostro genitore ideale che non abbiamo mai smesso di
cercare.
Quando
smettiamo di rivestire il ruolo di testimone, il cui scopo
è quello di mantenerci nell’illusione e diventiamo
invece attori della nostra stessa vita, non abbiamo più
paura di perdere la nostra identità fittizia, e riusciamo
ad accettare anche la morte
poiché siamo nella verità ci rendiamo conto che
l’unica cosa che può morire è l’ego.
La
morte
nasce in noi ogni volta che non ascoltiamo la voce del
nostro cuore, ogni volta che non lasciamo circolare la
vita attraverso di noi in assoluta libertà. Il dolore non
è altro che un’invenzione di un’umanità
disumanizzata che ha voluto dimostrare la sua superiorità
nei confronti della vita stessa tramite un pensiero
d’assoluta perfezione.
La
nozione di sofferenza è profondamente impressa nella
coscienza umana collettiva da così tanto tempo che per
dissolverla dovremmo spezzare l’abitudine di
sottometterci al sonno ipnotico falsamente rassicurante in
cui siamo calati.
Affermare
queste conoscenze in maniera intellettuale non serve a
niente, la comprensione meramente intellettuale non fa
altro che attivare la nostra mente ordinaria, e più la
mente ordinaria è attiva, più è difficile raggiungere
la nostra essenza. La mente ordinaria agisce come un velo
che maschera la vita, offrendoci uno sguardo dualista
sugli eventi della vita stessa. Con questo sguardo
discriminante non possiamo che avanzare come se fossimo
rivestiti da una pesante armatura, che forse un giorno è
servita a proteggerci, ma che oggi c’ingombra,
impedendoci di proseguire.
Siamo,
ora, al punto di non ritorno, l’era della
coscienzalizzazione: è giunto il momento di recuperare la
nostra indipendenza, lasciare le paure e i condizionamenti
della mente per riscoprire ciò che non è più
nostro.
Occorre una nuova educazione che punti intensamente sul
risveglio di coscienza, sulla responsabilità che ogni
singola persona ha di contribuire a creare un nuovo Universo,
per uscire dalla logica analogica di curare il sintomo, la
malattia, il disturbo. Bisogna portare l’attenzione
sull’essere umano nel suo insieme.
Lo scopo non è quello di rimuovere o eliminare parti
della persona più o meno dannose o dolorose, ma
consentire a queste parti di ricollegarsi con la totalità
del soggetto affinché questi possa raggiungere la sua
straordinaria potenzialità, fare sbocciare il seme della
felicità in lui riposto e vivere nell’armonia
dell’interezza.
Per
questo non c’è bisogno di terrificanti diagnosi che il
paziente non sarà in grado di gestire e verificare, il
cui solo scopo è di opprimerlo ad una subordinazione
devozionale col suo terapeuta.
Sta
nascendo una nuova Medicina che non considera la
guarigione come raggiungimento di uno stato in cui non
c’e spazio per la malattia. Al contrario, osserva
attentamente il manifestarsi di un sintomo come un
segnale, un’indicazione preziosa da leggere e
comprendere affinché il soggetto possa ritrovare la via
dell’allineamento con quelle forze positive che ci
spingono ad uscire dall’incanto soporifero,
dall’illusione del mondo materiale e che ci aiutano a
riprogrammare la nostra vita in una direzione di profondità
spirituale.
Ogni
volta che scegliamo di assumerci la piena responsabilità
della nostra condizione, sia essa fisica sociale,
culturale, rafforziamo il nostro potere interiore, poniamo
un limite all’autorità che il mondo materiale esercita
sulla nostra vita, sul corpo, la salute, la mente, lo
spirito.
Quanto
meno il mondo esterno influisce con la nostra ampiezza
spirituale, tanto più questa rafforza il nostro campo
d’energia, quanto più saremo centrati con la nostra
essenza spirituale, tanto minore saranno i contatti che
avremo con persone ed esperienze negative.
La
percezione che n’abbiamo è quella di sentirci “vivi
dentro”, rinnovati della nostra forza interiore, ed è
possibile che, in un improvviso lampo di luce, allora,
riusciamo ad intravedere la soluzione di un problema che
prima ci sembrava insormontabile, è possibile che
pensiamo a noi stessi come individui potenti e ci rendiamo
conto che possiamo raggiungere qualsiasi obiettivo, dalla
forma fisica alla realizzazione dei nostri sogni più
reconditi.
Malattia e Destino
Sicuramente
è molto importante curare il corpo fisico o risolvere un
problema psicologico, ma è essenziale adottare una
prospettiva che miri a risanare la persona piuttosto che
curare la malattia, più si tende a quest’obiettivo di
totalità, più profondo e completo è il processo di
rigenerazione che si ottiene.
All’interno
di questa visione, il concetto di salute sembra non avere
limiti, ed una volta che l’individuo comincia a seguire
il suo piano terapeutico, la guarigione diventa un
processo di crescita e d’apprendimento che dura tutta la
vita diventando un’avventura che induce ad esperienze
ancora più profonde e complete.
La
malattia può quindi servirci per capire che forse non
stiamo realizzando ciò di cui abbiamo realmente bisogno
per creare la nostra vita. Quando viviamo un’esperienza
terrificante, ostile, dolorosa, di intensità esagerata,
la nostra coscienza non riesce a gestirla, è come se per
un attimo ci distaccassimo, incapaci di sentire e di
percepire.
In
quei momenti entriamo in uno stato di shock. Dopo passato
il momento di culmine, la coscienza si riunisce e,
quasi non ricordiamo l'accaduto o comunque ne cancelliamo
le punte dolorose. Nella nostra mente in coscia però
rimangono registrate tali informazioni, fino a creare come
un solco nei pensieri stessi.
Questi
solchi ghermiscono una propria consistenza, un’intensità
tale da poter parlare in termini di densità stessa “dell’energia
pensiero” molti ricercatori li
definiscono forme pensiero capaci di rapprendersi nelle
zone del corpo corrispondenti a secondo della loro natura.
Causando ulteriore disarmonia e conseguente sofferenza.
Un
vecchio adagio sostiene che "l'energia
segue il pensiero" questo indica che i
pensieri di cui parlavamo prima, agiscono autonomamente,
ci muovono misteriosamente a compiere azioni di cui spesso
non ci rendiamo conto.
Spesse
volte invece non permettiamo a noi stessi di esprimere
questa forma di energia, la quale, non trovando possibilità
di espressione verso l'esterno comincia piano, piano, a
concentrarsi nel nostro corpo fisico per cristallizzarsi e
riconoscersi come Disfunzione
Biologica. Ogni volta che blocchiamo
l’energia delle dinamiche creative, nascono bisogni
insoddisfatti e con loro, dolore e sofferenza. Portare
allo scoperto questi spazi interiori è il solo modo per
fare affluire energia vitale.
Altre
volte invece, quando non vogliamo entrare in contatto con
queste parti di noi dolorose cerchiamo di "compensare"
con delle azioni fittizie che ci servono a distrarci o
cerchiamo di stordirci con degli espedienti che a lungo
andare ci danneggiano irreversibilmente.
La
malattia in quest’accezione nasce per alterazione del
nostro “sistema di Bilanciamento”.
Il nostro corpo tende sempre a trovare un equilibrio,
verso una sua Armonia "regolata da una logica
interna" quando per i motivi citati prima
perdiamo contatto con questa saggezza innata, non
riusciamo più ad ascoltarci a capire realmente ciò di
cui abbiamo bisogno, anzi ci diamo altre cose che ci
allontanano sempre più dal nostro centro di coscienza,
fino a quando non ci scontriamo con un altro principio di
realtà che chiamiamo Malattia.
La
consapevolezza è il primo passo verso la guarigione,
ammettere l’esistenza di queste forme di pensiero
“negative” per il nostro benessere è il primo passo
per un riconoscimento delle proprie capacità di
discernimento e di autoguarigione.
Assumersi
la responsabilità delle nostre scelte e del fatto che i
nostri stessi pensieri possano determinare la realtà in
cui siamo calati, significa sentirsi parte del processo
stesso dell’esistenza, sentirsi co-creatori del tutto,
in una parola:
Artefici
del proprio Destino.
La
malattia assume così una specifica ragione di esistere,
tutto ritrova una ragione d’essere e di esistere in un
Armonia sempre più estesa a livelli più intensi ed
elevati di coscienza.
Sentirsi
coscienti delle proprie forme pensiero ci porta ad onorare
e accettare noi stessi che l’abbiamo create, ed anche,
approvare tutte le idee e gli atti con i quali
abbiamo realizzato la nostra realtà.
Riuscire
a fare questo, ci aiuta ad accettare e superare ulteriori
complicazioni che derivano dalla malattia.
Non
si tratta di accettare la malattia arrendendosi ad essa e
a tutti i suoi processi; bisogna piuttosto fidarsi
profondamente della vita, amarla e accettare fino in
fondo, celebrare noi stessi in qualsiasi condizione ci
troviamo, entrare in contatto con una parte più profonda
della nostra essenza, comunicare con essa e scoprirne la
sua naturale predisposizione alla guarigione.
Comunicare
con questa parte di coscienza più alta di noi significa
entrare in un processo permanente di crescita e di
apprendimento, significa accettare la trasformazione e
quindi la vita stessa nelle sue imprevedibilità e in
riducibilità.
Sperimentiamo
come la sanità dell’amore, è un’espressione del io
profondo e la parte del corpo che si ammala, corrisponde a
quella cui non abbiamo consentito alla nostra essenza più
vera di esprimersi.
La
malattia, quindi non è altro che la voce sommersa del
nostro bambino interiore che vuole venire alla luce, che
vuole vivere, sovrastata dall’urlo dal bambino impostore
e compiante agli adulti per riceverne approvazione.
Ogni
volta che lottiamo contro un sintomo, per non sentirlo,
perdiamo la possibilità di entrare in contatto con questa
voce, con noi stessi, con la parte più profonda e vera
della nostra essenza; perdiamo la sovranità personale per
continuare a cercare approvazione nell’adulto, quella
persona più grande di noi, alla quale continuiamo a
demandare perenne riconoscimento.
Itinerari
di un’educazione olistica
Parlare
oggi di Pedagogia sembrerebbe un discorso fuori moda, per
molti aspetti desueto. Nelle nostre università è
cambiato persino il nome: adesso si chiama scienza
dell’educazione: come dire, per stare al sicuro, è
sempre meglio utilizzare la parola “scienza”.
Nel
momento in cui la scienza accetta un limite al suo campo
d’indagine diventa innocua e, all’interno del suo angusto
recinto, può sperimentare di tutto. Un
tutto già selezionato e devitalizzato dalla parte
fondamentale: l’essenza
spirituale. Essenza che anima la materia e scorre
dentro come un soffio inafferrabile e ci fa sentire vivi,
ci muove e fa muovere il mondo.
Fintantoché
ci dedichiamo ad un’indagine del mondo
fisico, o meglio dire di un certo tipo di fisica,
quest’amputazione di conoscenza riesce ancora a prestare
risposte facendo presa con l’oggetto di studio.
I presupposti della matematica e della geo-metria riescono
ancora a fornire adeguate soluzioni e sicurezza.
Nel
campo della scienza medica questo tipo di riduzione
epistemologica comincia a dare corpo ad una serie di
problemi che nei giorni nostri si stanno esprimendosi
attraverso svariate forme d’associazionismo underground. Associazionismo che mira alla presa di coscienza della
persona, attraverso una sempre più consapevole
responsabilità individuale.
La
fisica quantica, infatti, ampliando il campo d’indagine
subatomica, ha messo in crisi i
fondamenti scientifici non solo della Medicina ma della fisica stessa e di
tutte le scienze ad essa connesse. Il famoso DNA
che stava diventato per i Darvinisti una forma di nume,
comincia a vacillare. Il fatto che possa essere modificato
ha aperto un baratro senza fondo: il limite della materia
è stato valicato. Alcuni ricercatori dell’avanguardia
cominciano seriamente a contemplare l’origine della
malattia nella perdita d’equilibrio tra la luce
e respiro.
Appare
evidente che in questo momento di transizione, le scoperte
della fisica quantica in medicina vengono ancora
volutamente ignorate, probabilmente non sono ancora
collaudate per competere con le garanzie offerte dai
sistemi ortodossi. Si continua perciò con
vaccini, farmaci,
psicofarmaci
e chemioterapie.
Un
campo di ricerca in cui il riduzionismo
scientista è diventato veramente paradossale, è
quello dello studio dell’anima, o per dirlo con una
parola: della Psicologia.
Questa
disciplina, per rientrare nel recinto di un’ermeneutica
scientifica, ha trasformato il soggetto
nell’oggetto della propria ricerca di studio. Trasformare un soggetto,
con la propria irriducibile
unicità, in un oggetto circoscritto
d’indagine, è veramente un’azione forviante e
corrompente. Negando la componente spirituale del soggetto
stesso, rimane da chiedersi: cos’è che la scienza
psicologica intende per Anima
?
La
Pedagogia, al contrario, è stata tagliata fuori da
quest’ambiguo scenario recinzionista.
Occupandosi d’educazione, ha dato e continua a dare
fastidio ai Signori dei Massimi Sistemi Religiosi,
interferendo con i loro subdoli
attentissimi.
Ora,
delle due l’una: o la Pedagogia si sottomette al limite
dettato da questi abili strateghi della demagogia, come
del resto hanno fatto tutte le discipline scientifiche, o
esce dalla scena in quanto non scientifica.
Non
rimaneva altra scelta: per mantenere la sua dignità
epistemologica, la Pedagogia è stata costretta a tirarsi
indietro. Uscire dallo scenario culturale, ha permesso
alla Pedagogia di continuare a vivere in maniera non
corrotta e di occuparsi d’educazione intesa come competenza
ad educere, capacità quindi di superare
i confini e interrogarsi sul senso stesso del termine e
delle cause che lo producono.
Educazione
alla Trascendenza
Nella babele
educativa in cui siamo immersi, i responsabili dei sistemi
istruttivi si preoccupano di potenziare le capacità
comunicative, di affinare le capacità relazionali,
perfezionare i sistemi di valutazione, di portare avanti i
propri progetti di ricerca didattica, ma pochi
s’interrogano veramente sul senso dei valori che
trasmettiamo ai nostri bambini. Sembra quasi un qualcosa
che non li riguarda, come se tutto quello che oggi è, non
si possa neppure lontanamente pensare di metterlo in
discussione.
La
forma, gli stili, le modalità e i termini del “come”
prevaricano inesorabilmente sul “cosa” vale a dire sui
contenuti dell’azione pedagogica.
Ovviamente
noi siamo il risultato della nostra educazione ricevuta,
la quale essendo propria, la riteniamo giusta e buona.
L’unica cosa che rimane da fare è solamente
trasmetterla ai nostri bambini nel miglior modo possibile.
All’interno
di questa visione sembra quasi paradossale che qualcuno
pensi ad un’altra scala di valori, a nuove verità da
trasmettere o ricercare.
Il
modo per mantenere suppurato questo tipo di sistema
formativo è senza dubbio la pretesa che i saperi
trasmessi siano validi poiché erano buoni allora, lo
devono per forza essere anche ora.
Vediamo
adesso cosa succede all’interno di una famiglia comune
partendo dal matrimonio:
Il
motivo per cui ci si sposa dovrebbe essere quello di una
condivisione della Gioia nell’Amore.
In
realtà il presupposto che spesso induce due persone a
sposarsi è quello di compensare il gran vuoto della
solitudine, cosi i due coniugi scendono a patti per
soddisfare un comune interesse. Il patto tacito è quello
di perdere la propria libertà in nome della redenzione
dei propri bisogni, ovviamente questo è negato da loro e
frainteso con l’amore.
Certo
che in nessuna scuola, ancora oggi non è trasmesso il
valore dell’Amore come Libertà, Verità, Trasparenza.
La
scuola nostra è un buon esempio dell’educazione
all’ipocrisia, basta pensare che ancora esiste un
sistema di valutazione della ritenzione mnemonica per far
sentire un bambino “Bravo” ovviamente quello con meno
memoria, quello cattivo per sopravvivere è costretto a
non essere se stesso, a fare finta d’essere come lo
vuole un sistema che ha bisogno di funzionare sempre nello
stesso modo.
La
cosa peggiore che il bravo bambino è quello che
furbescamente ha imparato il modo come stare a galla a
prescindere dalle cose che debba fare, imparare, pensare.
In pratica, il bravo bambino è colui che essendosi
adattato a rinunciare a se stesso per un riconoscimento
prima sociale poi etico, continua a rinnegare se stesso
fino a quando un trauma esterno s’impone con forza a
turbare quell’equilibrio fittizio.
Una
scuola così non lascia scampo, o subisci o fingi di
esserci dentro sperando che la gabbia protettiva che ci
siamo costruiti per sopravvivere funzioni tutta la vita.
Tornando
ai nostri due coniugi, dopo l’ubriacatura
dell’innamoramento non rimane altro da fare che
separarsi, lasciarsi più o meno bene e ritentare in
un’altra avventura come dire altro giro, altra prova;
oppure tentare la mossa/morsa/morsicante del matrimonio.
Dopo poco tempo i due che inevitabilmente sceglieranno il
matrimonio, si accorgono che di fatti non è cambiato
molto, invece che sentirsi soli da soli, si sentono soli
in due, la mossa successiva allora e quella di concepire
un bambino quale elemento salvifico del rapporto diventato
ormai mono-tono.
Spesso
il bambino non è ancora nato che lui, il Marito è già
da un’altra parte, altre volte riesce a resistere per
quasi un anno la frustrazione del sentirsi messo da parte.
Nel frattempo lei, invece, ha riposto tutti i suoi bisogni
nel neonato che gli da tutto l’affetto necessario per
trovare la forza di andare avanti da sola.
Nel
caso in cui, uno dei due partner, quello che ha imparato a
scuola la giusta dose d’ipocrisia, il bravo bambino per
capirci, riesce a fare funzionare il rapporto e a farlo
andare avanti un po’ per forza d’abitudine e un po’
per l’immissione d’adeguate valvole di scarico che di
proposito la società mette a disposizione.
Alcune
di queste distrazioni si possono chiamare Barboncino,
Shopping, Gruppi per Sole Donne per lei, amichetta, Sport,
soldi, Successo per lui.
Un
bambino, in questa logica, nasce per un bisogno dei
genitori o peggio ancora per incoscienza di questi, gettato
così per dire nel mondo, se gli va bene, ma spesse
volte, tirato fuori con forza o con macchinosità, non sa
lui stesso cosa ci fa in questo mondo e perché ci si
trova.
Non
ha neanche il tempo di un primo respiro che subito diventa
un ingranaggio di un sistema rotante di una giostra senza
senso dove non potrà mai trovare un significato al suo
esistere, se tutto intorno a lui non è altro che un
laboratorio, predisposto ad hoc, per rimanere incosciente
di se stesso e della sua vera natura.
In
tutta quest’incoscienza lui, il bambino prima, e
l’adulto dopo, non sa perché è nato, non sa cosa fare
della sua vita, non sa quando questa finisce, non capisce
perché si ammala, non sa come fare a guarire.
Nel
frattempo a scuola continua ancora a studiare le stesse
identiche cose di cinquecento anni fa.
Nessuno
si preoccupa della sua felicità, della sua relazione con
il mondo, del suo rapporto con Dio, della capacità
d’essere vero, del valore della purezza, del senso della
vita, della ricerca del trascendente.
Le
cose più importanti non sono insegnate da nessuna parte,
attorno a lui vive un intenso mare di confusione in cui la
sola cosa da sperimentare per trovare un limite è la
trasgressione.
In
questo stato d’ottundimento, cominciano a nascere i
primi fondamenti su cui poggiarsi, vale a dire i
riferimenti che gli permettono di orientarsi, quelle che
sono chiamate regole sociali o leggi.
Il
bambino non partecipa direttamente con queste regole, la
disciplina è imposta, trasmessa, ma non sperimentata,
vissuta. L’ovvia conseguenza di un’imposizione esterna
è la ribellione, ma il ribelle è isolato, non trova
spazio, allora si nasconde dentro ognuno di noi, per
vivere avvinghiato su se stesso, incapsulato come una
cimice su di un albero nell’attesa di un cane o di un
altro animale su cui crescere e proliferare.
Nel
frattempo cominciano a nascere le illusioni per poter
meglio sopportare questa prigionia del bambino ribelle
domato, rinnegato, sommerso nell’oblio.
La
prima illusione su cui ci poggiamo è la certezza della morte,
se non avessimo questa certezza, si rischierebbe di
impazzire alla sola idea di rimanere eternamente dentro
questa trappola insensata che chiamiamo vita.
La
speranza della morte è quella forza dorata, quella
promessa d’ineluttabile trasformazione che s’impone
dall’esterno nonostante la nostra paura al cambiamento.
L’aspettazione è quella forza che ci permette di
sopravvivere, di accumulare giorni di sopra-vvivenza:
sopra, fuori e non dentro la vita !
Il
tempo, infatti, è la seconda gran trappola su cui
poggiamo i nostri riferimenti ingannevoli, anche se
sappiamo benissimo che il nostro calendario è tutta una
costruzione fittizia, facciamo finta di confidarci, anzi
ci crediamo veramente. Trasformiamo la nostra vita in una
saletta d’aspetto accumulando l’illusione che qualcosa
avvenga, ma non sappiamo cosa, e in ogni caso, non
facciamo niente per farla accadere se non aspettare
qualcuno che ci tragga in salvo.
Non
solo releghiamo ad altri la nostra coscienza, ma anche il
nostro corpo, terza illusione su cui poggiamo la nostra
identità, lo prostituiamo al Medico, quando ci ammaliamo,
perché riteniamo che questo sia in grado di capire il
motivo secondo cui il corpo non funziona più.
La
nostra Medicina (ufficiale) assediata da circa
seicento anni non fa altro che eliminare il Sintomo,
spegnere il campanello d’allarme che a volte ci allarma
per tutta una vita senza che siamo riusciti a sentirlo una
sola volta.
Il
medico, quale meccanico della Giostra del Vuoto, a sua
volta non ha nessun rapporto col trascendente, infatti, si
rivolge ai sistemi religiosi in auge, i ministri di tali
sistemi a loro volta si ammalano e si rivolgano al medico
di turno che cerca di dare giorni di vita o meglio di
“sopravvivenza”.
Nessuno
si preoccupa di dare vita ai giorni di riempirli di
Significato, di Valore, d’Amore.
Per
uscire da una prigione, a parte tutti gli accorgimenti
pratici, occorre prima di tutto avere la consapevolezza di
esserci, se non c’è la coscienza di una prigione, non
c’è neppure la possibilità di potersi liberare.
Un
giorno, forse, i nostri nipoti si sconcerteranno delle
tante piccole cose su cui noi oggi poggiamo le nostre
certezze e confidiamo con tanta fermezza.
Un
giorno, quando non teniamo più prigionieri i nostri figli
in un angusto palazzo, per tutta la mattina ed oltre,
riempiendogli la testa d’inutili e anacronistiche
nozioni o infarcendoli di psicofarmaci, quando l’uomo si
sarà liberato dalla paura che lo costringe ad una pseudo
schiavitù, per più d’otto ore al giorno, quel giorno
quando nasceranno bambini nella coscienza dell’Amore
ritrovato, ci accorgeremo che quei bambini liberi di
vivere e d’Amare forse non sono solo lattanti, ma
messaggeri divini.
Conclusioni
Parecchi
professionisti in erba dedichi alla Pedagogia,
anelerebbero ad un riconoscimento istituzionale: non
riescono a comprendere il motivo, per cui tutti oggi si
occupano d’educazione all’infuori dei preposti che
hanno fatto un corso di studi specifico.
L’istituzione
tende, per sua natura, a mantenere e trasmettere la stessa
forma mentre, la Pedagogia intesa come processo evolutivo:
Trans-forma.
Passa attraverso la forma per giungere all’essenza.
Un percorso indubbiamente pericoloso per coloro che hanno
interesse a rimanere in-formati
in una posizione di supremazia.
L’obiettivo
di una Pedagogia che può definirsi degna di tale nome, è
sicuramente quello di pulire l’individuo dalle sovrastrutture culturali e farlo brillare
della propria luce
interiore, restituendo al soggetto la sua
irrinunciabile individualità e integrazione di corpo,
mente, spirito.
Al
contrario, una Pedagogia disposta a sottomettersi alle
politiche riduzionistiche, non sarà mai Pedagogia, ma il
duplicato di un’altra delle fantasiose e inutili scienze
inanimate.
Le
prescrizioni religiose stanno mettendo
al bando le discipline alternative e le relative
associazioni che si occupano dello studio della natura
umana in maniera nuova, integrata e incondizionata.
Dichiarate
demoniache da tali imposizioni dogmatiche, le nuove correnti di
pensiero continuano a germinare dietro un recinto ingiustezza, ponendosi reciprocamente gli uni, i
tradizionalisti, contro gli altri, i
progressisti, dalla parte del bene.
Continuando
però ad eliminare il
diverso, non facciamo altro che portare avanti la
via della separazione e della
competizione, alimentando
sofferenza e conflitto.
La
divisione in sé non porterà mai armonia, poiché sarà
sempre manchevole di una parte. La nostalgia della parte
mancante impone all’anima una continua ricerca di senso
che sarà spettanza e appannaggio dei detentori del polo
spirituale.
Fin
dalle origini della storia dell’uomo ai giorni nostri,
il vecchio adagio “dividi e impera” trova valido riscontro. Dividendo la
coscienza, si riesce ad eliminarla o neutralizzarla, per
capitanarla deliberatamente a proprio tornaconto. L’idea
che esista un Creatore ed una Creatura è talmente
stratificata nella nostra coscienza per cui risulta
difficile pensare una natura
indifferenziata in cui il singolo sia parte del tutto
e viceversa.
Questa ferita originaria ci fa sentire soli e sconnessi
dal mondo. Ci obbliga a cercare qualcuno o qualcosa con
cui religere.
Non
credo che la Pedagogia debba cercare riconoscimento
dall’istituzione, non potrà ottenerlo eccetto che
negando se stessa, ed anche negando se stessa non
riuscirebbe ed esistere se non come cosa
“altra”.
Il fallimento della psicologia testimonia ciò che è
rimasto di un sapere senza anima.
Al
contrario la Pedagogia dovrà avere il coraggio di
abbracciare le differenze, cercare un punto focale di
confronto, andando incontro ad un processo
d’integrazione coerente e consapevole.
Una
nuova Pedagogia che sappia essere
olistica nella sua più intima natura, capace di
spaziare nella vastità degli opposti, portando in sé non
il bisogno di un riconoscimento servile, né l’impeto di
un rifiuto ma la responsabilità di un dialogo adulto e
bilanciato che osi integrare le divergenze epistemologiche
e le fratture sapienziali.
Tratto da:
http://www.europeanconsumers.it/articolo1.asp?art=2720
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