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Manuale di MEDICINE ALTERNATIVE BIOLOGICO NATURALI  -  Manual of ALTERNATIVE MEDICINES

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Morte fisica e morte metafisica

In un precedente articolo ho accennato alla difficoltà dell’uomo contemporaneo di affrontare il tema della morte. Qualcuno mi ha fatto notare come ciò non sia sempre vero, in quanto numerosi soggetti affrontano regolarmente questo argomento: il medico, il biologo, il demografo, lo psicologo, ecc.. È vero, la morte è oggetto di studio tanto della medicina quanto della teologia, tanto della demografia quanto della psicologia, ecc..; diversi approcci disciplinari, ciascuno con proprie caratteristiche e peculiarità.

Occorre però mettere in luce e tenere ben presente una importante distinzione: quella tra un approccio empirico e uno meta-empirico alla morte, in corrispondenza rispettivamente del suo significato biologico e di quello simbolico. È evidente a tutti che tra una visione della morte in senso fisico e una sua considerazione in senso metafisico ed esistenziale, c’è una bella distanza: interpretata sul versante fisico, dalla scienza positiva, la morte offre un’immagine di sé ben diversa da quella risultante da una sua considerazione svolta a livello filosofico, teologico, morale.

Dal punto di vista della scienza biologica e medica, ad esempio, la morte è un problema come un altro. In quanto evento appartenente all’ordine naturale, essa è la semplice cessazione dell’attività vitale: è quel processo che ha inizio con la perdita delle funzioni vitali più importanti e che si conclude quando tutte le cellule sono morte. Già qui possiamo notare una curiosa contraddizione, segnalata anche dallo storico della scienza e della medicina, Mirko Grmek: se sul versante ontologico, infatti, la morte non può che essere un evento, dal punto di vista medico e biologico invece la morte non è, evidentemente, un evento istantaneo, ma un processo, che si sviluppa in diverse e distinte fasi.

Al di là comunque di questa differenza, è  alquanto evidente che nell’ambito delle scienze mediche - le quali hanno a che fare semplicemente con la morte come decesso - non possa trovare spazio alcuna mitologizzazione della morte né alcun significato meta-empirico di essa. Anche la morte umana - essendo l’uomo un organismo biologico – è ridotta ad un insieme di eventi e processi fisici; come tale, essa  si iscrive nelle condizioni e nelle leggi che governano l'organismo.

Il punto di vista che stiamo qui adottando vuole distinguere il semplice approccio empirico alla morte da  uno meta-empirico, che ne consideri cioè gli aspetti metafisici ed esistenziali. Da questo punto di vista credo si possano fare alcune interessanti osservazioni anche sull’approccio tanatologico della scienza biomedica. Ma di ciò parleremo alla prossima occasione.

By Salvatore Iacopino

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La morte e la scienza medica

A proposito dell’approccio della scienza medica al tema della morte (vedi articoli correlati), credo si possano fare almeno due osservazioni generali. La prima. La cornice di riferimento concettuale sottesa alla pratica medica contemporanea sembra radicarsi nella scissione cartesiana fra mente e materia. È nota a tutti la distinzione operata da Descartes tra "res cogitans" e "res extensa", cioè tra spirito pensante (identificabile con il pensiero) e corpo, inteso come macchina, come meccanismo perfetto in grado di funzionare autonomamente. Ovviamente, nessuno vuole sostenere che la teoria e la pratica contemporanee della medicina sottovalutino la fondamentale interconnessione di mente e corpo; pare però che il dualismo antropologico cartesiano – al quale va riconosciuto il merito di aver dato un enorme impulso alle ricerche fisiologiche e anatomiche – possa spiegare, almeno in parte, la concentrazione quasi esclusiva della scienza medica sugli aspetti fisici della salute e la sua tendenza a considerare  la morte come la banale interruzione della funzionalità di una macchina.
Una volta separata la "res cogitans" dal corpo, inteso come macchina naturale, la morte diventa semplicemente il totale arresto di questo corpo macchina. Anche da qui deriva, dunque, per l’orizzonte di senso della medicina, l’estraneità a qualsiasi qualificazione della morte in termini filosofici, esistenziali, ecc..

La seconda osservazione riguarda il fatto che per la scienza medica in generale oggetto di indagine non è mai propriamente il che cosa della morte, ma semplicemente il suo come; e  forse non potrebbe essere altrimenti. L’indagine medica non riguarda tanto l’essenza della morte (sia pure in senso fisico), quanto i processi e le modalità del morire, i segni della morte.
Se ponessimo ad un biologo la domanda “che cos’è la morte?”, questi non soltanto potrebbe cavarsela con una semplice risposta del tipo: “La morte è la cessazione dell'attività vitale negli organismi animali e vegetali”, ma probabilmente comincerebbe a parlare di cessazione dei movimenti respiratori, di arresto del battito cardiaco, di scomparsa dell'attività riflessa, ecc.
In sostanza, cominciando ad articolare la sua risposta, lo scienziato biologo non risponderebbe più alla domanda originaria (Che cos’è la morte?), ma ad un'altra, e cioè: “Quali sono i segni della morte?”. Insomma, il vasto mondo della medicina moderna non sembra occuparsi propriamente della morte. Fa eccezione, ovviamente, la figura del medico legale, il quale, com’è noto, è costretto non solo ad occuparsi dell’accertamento del decesso, ma spesso è chiamato anche a valutarne l’ora, sulla base di parametri, quali lo stato generale del cadavere, la comparsa delle macchie ipostatiche, lo stato di rigidità cadaverica (che inizia 4-6 ore dopo il decesso, a partire dai muscoli del capo per concludersi nell’arco di 48 ore), ecc..

In ogni caso, il quesito al quale la scienza medico-biologica può tentare di fornire una risposta è soltanto:
 “Di che cosa si muore ?”. La domanda invece di gran lunga più radicale per l’uomo è quella inerente il senso della morte (perché si muore ?) piuttosto che la causa; e questa domanda per la medicina non è pertinente.
Insomma, è innegabile che molti aspetti della morte siano di dominio quasi esclusivo della scienza medico-biologica: la nostra condizione generale di esseri viventi non ci consente, infatti, di ignorare neppure per un attimo la connotazione biologica della morte. Allo stesso tempo però è altrettanto evidente che c’è una bella differenza tra la morte oggetto della medicina, della fisiologia o anche della demografia, della sociologia, e la morte  ‘vissuta’.
Come scrisse Vladimir Jankélévitch (Pensare la morte ?, Raffaello Cortina, Milano, 1995), "Per il medico, la morte diventa molto rapidamente qualcosa di banale. Un morto è presto sostituito: la vita man mano richiude i vuoti. Tutti sono sostituibili: qualcuno scompare, un altro occupa il suo posto". Da questo punto di vista si tratta di un problema come tanti altri.
By Salvatore Iacopino

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La morte e il morire nella civilta' tecnologica

“Dammi ancora del tempo” dice il Cavaliere Antonius Block alla morte che è venuta a prenderlo. “Tutti lo vorrebbero” – risponde lei – “ma non concedo tregua” (da Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, nella foto). Da sempre il problema della morte incombe su ogni essere pensante; in ogni tempo e in ogni tipo di società l’uomo ha tentato di rappresentarsi la morte, di immaginarla, di comprenderla intellettualmente, riflettendo sulla sua origine, sul suo significato, sulle sue conseguenze, ed escogitando diversi sistemi di credenze e varie strategie di comportamento per proteggersi dall’angoscia nei suoi confronti.

Anche quando non sembra suscitare una attiva e consapevole riflessione, il pensiero della morte non è per questo assente: agisce nascostamente negli uomini, influenzandone comportamenti, usi e costumi. L’uomo è quasi di continuo accompagnato da questa invisibile e muta compagna, che opera a vari livelli di consapevolezza; essa si rende presente in modo fulmineo in quel senso di vertigine che coglie l’uomo quando di tanto in tanto si sorprende a pensarsi mortale, a pensare, con rinnovato stupore, il proprio annientamento totale e irreversibile. È l’interazione immaginaria con questa inquietante compagna che attribuisce una tonalità emotiva particolarmente nostalgica all’esperienza vissuta. Insomma, la presenza della morte sovrasta – in maniera manifesta o latente - i sentimenti più profondi di molte persone. 

Qualcuno forse si stupirà del desiderio di scrivere su un argomento del genere; un argomento certo importante e complesso, ma dai più giudicato triste e lugubre. In realtà, fondamentale oggetto di interesse di chi scrive è l’uomo e la sua vita, ma dato che l’immagine della morte influisce sull’immagine di sé e sull’interpretazione della propria condizione esistenziale, qualunque riflessione che voglia avvicinarsi alla comprensione dell'uomo si vede obbligata ad un confronto più o meno esplicito con la problematica tanatologica. Riflettere sull’atteggiamento attuale di fronte alla morte può contribuire a farci capire come l’uomo contemporaneo pensi a se stesso, come interpreti la propria condizione umana.

Eppure, nonostante negli ultimi cinquant’anni si siano moltiplicati gli studi su questo tema, parlare oggi della morte, tentando di farla rientrare nei discorsi sulla vita, rimane ancora piuttosto difficile. Ciò sembra dipendere da quell’atteggiamento di “rimozione collettiva” della morte che proprio i numerosi studi della letteratura socio-antropologica indicano concordemente come tratto culturale distintivo della nostra epoca.  Del resto, basta l’evidenza empirica per farci constatare come per la generalità degli uomini moderni la morte sia sempre lontana, perennemente rimandata in un tempo futuro e occultata con ogni mezzo. Prevalendo l’impulso individuale e sociale alla rimozione, il pensiero sulla morte viene sospinto sempre più ai margini della riflessione: la morte è, per quanto possibile, negata, rifiutata, nascosta.
By Salvatore Iacopino - salvatore.iacopino@gmail.com 
Tratto da: http://www.voceditalia.it
vedi: Morte cosa sei ? - 1

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