ENERGIA =
MATERIA - 1
Informazioni, INTRODUZIONE
ENERGIA =
MATERIA =
Informazione
- 2
INDICE,
SOMMARIO, Articoli,
Studi
Prima
di introdurvi negli argomenti trattati, sarebbe
utile che leggeste queste pagine, per comprendere
successivamente e bene
cio' che esponiamo su
questo argomenti molto importanti !
Come Nasce la Malattia
?
+
Dove
e perché Nasce la Malattia ?
CONFLITTI
SPIRITUALI IRRISOLTI
Infiammazione
(conCausa
di tutte le malattie)
La
Bugia Pasteuriana
(di Pasteur)
+
Terrorismo
Mediatico
Falsita'
della medicina ufficiale
+
Pericolo
Farmaci
INFORMAZIONE, CAMPO
UNIVERSALE e SOSTANZA - Campi MORFOGENETICI
+
VuotoQuantoMeccanico
BioFISICA
MEDICA +
BioINFORMATICA
+
Il
Senso della VITA
Cosmologia, Cosmogonia +
Yin e Yang +
Le prime 7 parole della Genesi
+
Etere
+
Materia e Spirito
|
SPIRITO
e SALUTE = Mente sana in
Corpo Sano
PERDONARE
e NON TENERE RANCORE, FA BENE alla SALUTE
Un
gruppo di ricercatori hanno sperimentato con
successo la terapia del “perdono” di genitori
di vittime di omicidi in Irlanda del Nord; i
risultati della sperimentazione su 259 persone,
sono stati presentati al meeting dell’American
Psycological Association a San Francisco (USA) dallo psicologo Carl Thorensen della
Stanford University
in California, che ha tenuto a sottolineare che il
perdono deve essere inteso come rinuncia al
diritto di provare, esasperazione, rancore,
irritazione o desiderio di vendetta; un
carattere clemente, facilita anche l’amore ed i
rapporti intimi !!
INFORMATORE
SANITARIO
|
|
ENERGIA
L'energia E'
VIBRAZIONE = MOVIMENTO (del
Cronotopo = Spazio-Tempo, ovvero il
cambiamento di
posizione o stato di una "cosa" rispetto ad
un'altra, inclusi pensieri e cose astratte) =
MATERIA (Cimatica)
=
SOSTANZA =
SPIRITO
=
INFORMAZIONE (In-Form-Azione: cio che si
sta formando), Lo
Spirito crea attraverso il Verbo che
si manifesta attraverso il
Suono
=
Linguaggio
vedi:
INFORMAZIONE, CAMPO
UNIVERSALE e SOSTANZA - Campi MORFOGENETICI
+
Forme di energia
La parola Energia deriva dal tardo latino
energīa, a sua volta dal greco energheia,
parola usata da
Aristotele nel senso di azione efficace,
composta da en, particella intensiva, ed ergon,
capacità di agire. Fu durante il
Rinascimento che, ispirandosi alla poesia
aristotelica, il termine fu associato all'idea
di forza espressiva. Ma fu solo nel
1619 che
Keplero usò il termine nell'accezione
moderna di energia.
L'energia è definita
(in modo incompleto, nei dizionari di oggi) come la capacità di un
corpo o di un sistema di compiere
lavoro. Dal punto di vista strettamente
termodinamico
l'energia è definita come tutto ciò che può
essere trasformato in calore a bassa
temperatura.
La
Tecnologia
e'
capacità di un
corpo o di più corpi di svolgere
lavoro o di sviluppare
calore. L'energia si può manifestare in
movimento (energia
cinetica),
calore (energia
termica),
elettricità (energia
elettrica),
gravità (energia
potenziale) e in altri modi,
vigore
fisico ed
energie "sottili".
L'energia esiste in varie forme, ognuna delle
quali possiede una propria
equazione dell'energia.
Le principali forme di energia (non tutte
fondamentali) sono:(*)
Energia biochimica
Energia chimica
Energia elettrica
Energia eolica
Energia geotermica
Energia idraulica
Energia luminosa
Energia magnetica
Energia mareomotrice
Energia meccanica
Energia nucleare
Energia potenziale
Energia solare
Energia termica
Energie Sottili
Le energie sottili sono
sconosciute della
nostra attuale "scienza ufficiale", un po' come
ad es., la
materia oscura
dell'UniVerso.
Le energie sottili sono intorno e dentro di noi,
orientano e sono orientate dal nostro
corpo,
mente,
Coscienza.
Il nostro corpo fisico è reso vivo e vitale da
una struttura energetica generalmente
invisibile, ma reale, fatta di forza vitale,
ovvero di energia sottile.
Questa struttura, che possiamo chiamare corpo di
energia sottile (Eterea), è
il supporto della Coscienza (l'insieme di
informazioni che noi siamo) e quindi anche la
"mente", che ne e’ l’organo muscolo, con la
relativa memoria, che guidano o sono guidati il corpo fisico, i suoi
organi, i suoi sistemi.
Quando il corpo fisico è sano e carico di energia sottile,
noi siamo in uno stato di benessere.
Quando ci si
ammala, prima o poi, compaiono
sintomi
(Manifestazione di un'alterazione organica o
funzionale come segno caratteristico di una
malattia: avvertire i sintomi dell'influenza.
Sintomi obbiettivi,
quelli osservabili dall'esterno, spec. dal
medico; Sintomi soggettivi,
quelli avvertiti solo dal paziente) sgradevoli, malesseri ed infine malattie.
L'energia sottile è permeata e/o prodotta da ogni campo di
energia densa (Energia
elettrica,
Energia magnetica,
Energia luminosa,
Energia termica, ecc.) e quindi anche da ogni
tipo essere vivente.
Parlare di energia, studiare le sue leggi, è
senz'altro utile ed interessante, ma poterla
anche percepire è entusiasmante.
Parlare di energia e' comprendere TUTTE le
possibili varianti di essa, che in realta' sono
solo aspetti di una
UNICA Energia, la quale a seconda
delle necessita' della Vita (Progetto
Vita +
Chi siamo) e' utilizzabile e/o percepibile a
qualsiasi livello.
Il piano della "percezione"
appartiene al livello dello
Spirito
(informazione), e quindi al meccanismo di individuazioni di
queste energie: quelle dell'armonia (Accordo e
proporzione tra le parti che formano un tutto,
producente un effetto gradevole ai sensi - vedi
anche
consonanza e/o dissonanza), delle
emozioni, delle
iDee (parola contenente la radice della
parola Dei - vedi:
chi e' cosa e',
dov'e' dio ?), sensazioni, (impressione
prodotta da uno stimolo esterno o interno su un
organo di senso, trasmessa dai nervi al cervello
ed elaborata dalla coscienza: s. visiva,
olfattiva, auditiva, tattile, gustativa;
s. piacevole, spiacevole, viva, intensa, leggera;
la s. del freddo, del caldo, della luce, dei
colori.
Percezione di una modificazione fisica o
psichica avvenuta nel proprio organismo:
avvertire, provare una s. di fame, di
stanchezza, di malessere, di benessere;
avere la s. di cadere,
di volare) ecc., le quali TUTTE si
trasformano sul piano "fisico" in energie dense,
di cui abbiamo fatto precedentemente un piccolo
elenco (*)
Con la nostra modernita'
abbiamo purtroppo catalogato
e suddiviso i vari
piani-livelli dell'Energia, perdendo
di vista le sottigliezze
e gli innumerevoli suoi aspetti,
ecco la sintesi che
dobbiamo saper
ri-conoscere.
Per percezione sottile si intende la percezione
delle energie sottili anche tramite le mani; esse sono identificabili,
in parte con certi
strumenti elettronici.
Per poter esercitare la percezione sottile con
le mani, è molto importante prendere la cosa
come un gioco, come lo fanno i bambini; essi
vivono da piccoli, in un naturale stato di
percezione, uno stato di coscienza in cui le
loro percezioni sottili non sono ostacolate
dalla falsa razionalità degli adolescenti ed
adulti, i quali sono purtroppo ormai,
indottrinati dal sistema di disinformazione
ed indottrinamento
limitativo attuale, del potere costituito e
gestito dai
prePotenti
di questo Pianeta.
I fattori limitanti la percezione sottile sono:
1. essere ipercritici
2. essere troppo razionali
3. avere un basso livello energetico
4. essere tesi
5. essere preoccupati di non riuscire
Tutti gli esseri umani sono in grado di
sviluppare la percezione sottile, è solo
questione di volontà e allenamento.
- Come funzionano i campi d'energia vitale, i
chakra e le energie sottili di guarigione.
- Come circola l'energia sottile nell'organismo
e nelle abitazioni.
- Cosa e quali sono i corpi sottili dell'uomo.
- Le energie di trasmutazione.
- Come le cellule comunicano anche attraverso le
energie sottili.
- Come funziona la difesa energetica
dell'organismo e come potenziarla.
-
Principio di conservazione
-
Legge di conservazione dell'energia
-
Lavoro
-
Calore
MATERIA =
ENERGIA
Materia è tutto ciò che occupa spazio: le gocce
d'acqua e le particelle di polvere sono tipi di
materia, così come le piante, gli animali, i
pianeti.
La materia ha una
massa, che è una misura delle particelle (atomi
e
molecole) di cui è costituita.
Tali particelle possono aggregarsi in modi
diversi, realizzando strutture diverse: per
questo esistono molti tipi di oggetti materiali.
Tutte le forme di materia possono trovarsi però
in 4 soli
stati: solido, liquido, gassoso, plasmico.
La Materia e' Energia e
quindi Informazione, essa e' il mezzo ed il
meccanismo per acquisire Informazioni, Dati, per
Conoscere e quindi raggiungere la Consapevolezza
sul
Mistero della Vita, sul
Senso della Vita, e sul
Chi siamo.
Tratto in parte da: it.wikipedia
Che cos’è la
materia ?
Nel linguaggio
comune siamo abituati a designare con
l’aggettivo “materiale” tutto ciò che può cadere
sotto la percezione diretta dei nostri sensi
esterni: diciamo materiale quello che si vede,
si tocca, si odora, si gusta e di cui si può
udire il suono.
Al livello macroscopico, cioè quello della
nostra scala umana, questa è una definizione
operativa adeguata. Nel linguaggio comune
chiamiamo, poi, “corpi” gli oggetti (enti)
“materiali”, specialmente quelli solidi, ma in
senso ampio anche i liquidi e aeriformi, così
come quelli che si possono osservare
indirettamente mediante degli strumenti (cfr.
Artigas e Sanguineti, 1989, p. 3).
Con il termine «materia» viene indicata
indistintamente una sorta di tessuto costitutivo
dei corpi, indipendentemente da come esso si
differenzia nei diversi tipi di corpo.
La necessità di
introdurre una simile terminologia nasce, in
prima istanza, dall’esigenza di distinguere ciò
che causa un’esperienza sensoriale da ciò che è
all’origine di un’esperienza di natura diversa,
come quella interiore del pensare, del provare
emozioni, del ricordare e del volere, che si
presenta come fondamentalmente imponderabile,
immateriale.
Le cose si complicano quando si passa ad
un’analisi più dettagliata che coinvolge
fenomeni come la luce, o ambiti di ricerca come
il mondo microscopico, quello biologico, o
quello della mente umana. Solo un esame più
attento permette, come vedremo, di comprendere
meglio le caratteristiche di questi “mondi” e di
precisare il significato del termine “materia”
anche in rapporto ad essi.
Storicamente si sono venuti a costituire due
approcci al problema della materia: un approccio
che possiamo chiamare “filosofico-metafisico” e
un approccio che oggi qualifichiamo come
“scientifico”. Ciascuno di questi due modi di
accostare il problema, se condotto
correttamente, ci offre degli elementi molto
significativi per rispondere alla domanda «che
cos’è la materia?», che sono tra loro
complementari in quanto colgono lo stesso
oggetto da punti di vista diversi: quello
“quantitativo-relazionale” (scientifico) e
quello “entitativo” (filosofico). Vediamo di
esaminarli entrambi, per quanto ci è possibile.
II. La materia come concetto
filosofico-teologico
In questa sezione cercheremo di prendere in
considerazione la diversificazione
“qualitativa”, diciamo meglio “metafisica”, tra
diversi modi di accostare l’indagine sulla
materia e di indicare anche quegli aspetti che
riguardano più direttamente la teologia e
vengono trattati con ampiezza in altre voci ad
essi dedicati alle quali rinvieremo.
1. L’approccio
fisico.
Nell’antichità classica, quando ancora scienza e
filosofia non erano distinte e incominciò a
costituirsi il pensiero razionale e dimostrativo
(circa attorno al VI secolo a.C.), oltre la
cultura del mito, che si proponeva di comunicare
delle verità fondamentali più che di analizzare
la struttura del cosmo, i filosofi ionici — come
Talete, Anassimene, Anassimandro, ecc. — poi
chiamati anche “fisici”, in quanto studiosi
della natura (gr. physis), si posero il problema
di ricercare quali fossero gli “elementi
costitutivi” del mondo che cade sotto i nostri
sensi (cfr. Daumas, 1969, pp. 42-43, 181-184).
L’esigenza della mente umana era, allora come
oggi, quella di ricondurre la descrizione del
mondo a pochi elementi costitutivi unificanti.
Come oggi i fisici ritengono che i quarks del
“modello standard” (cfr. H. Firetzsch, 1983;
Cohen-Tannoudji e Spiro, 1988; Campi, forze,
particelle, 1991) siano i componenti
fondamentali — anche se sono pronti a cambiare
modello se questo si dimostrasse inadeguato e se
ne trovasse uno migliore — questi antichi
indagatori del mondo fisico pensarono, più
semplicemente, alla terra, all’acqua, all’aria e
al fuoco (i “quattro elementi”), in modo da
descrivere, con un dosaggio più o meno rarefatto
di ciascuno di questi elementi, ogni gradazione
possibile di densità e pesantezza
sperimentabili, oltre alle differenti proprietà
qualitative.
Empedocle pensò piuttosto ad una miscela
opportunamente dosata di questi stessi elementi.
Per quanto oggi questa descrizione suoni ingenua
e, comunque troppo “qualitativa”, essa non
differisce, nella sostanza, dal punto di vista
filosofico e metodologico, dal nostro modo di
procedere attuale. Infatti, allora come oggi, si
ricercavano degli elementi costitutivi che
fossero “omogenei” rispetto a ciò che si doveva
descrivere e spiegare.
Noi chiamiamo “riduzionistico” questo metodo,
che è quello, in fondo, più semplice da
adottare. Per spiegare la natura dei diversi
corpi li pensiamo come formati a loro volta di
corpi più piccoli (microscopici) che si
aggregano tra loro e che non sono altro che
frazioni minime di elementi che possono essere
trovati, in natura, anche in quantità
macroscopiche. Per questi antichi studiosi del
mondo fisico una particella di “terra” era fatta
della stessa “terra” che potevano calpestare,
così come, per noi, una particella è “materia”
allo stesso modo del tavolo su cui poggiamo un
libro da leggere.
Nessuno direbbe che un protone
o un quark non sono materia! Il problema,
piuttosto, sarà quello di capire qual è la
natura di questa materia che è comune agli
oggetti microscopici e a quelli macroscopici, se
essa è un costituente primario e irriducibile, o
se è, a sua volta, effetto di qualcos’altro.
Non a caso i
costituenti elementari vengono detti, talvolta,
anche i “mattoni” di cui è fatto l’Universo.
E i mattoni sono della stessa materia della casa
intera.
A riprova di questa sostanziale
omogeneità di impostazione sta una certa
affinità che oggi uno scienziato prova per un
pensatore come Democrito (460 ca.-370 a.C.) che
ideò la prima teoria atomica della materia.
2. L’approccio
matematico.
La posizione di Pitagora (570-490 ca. a.C.) e
dei suoi seguaci è particolarmente interessante,
anche dal punto di vista moderno, perché
introduce la matematica alla base della
spiegazione della natura (cfr. Daumas, 1969,
p. 183). In luogo degli “atomi”, in questo caso,
compaiono i “punti” che ci riportano ad una
descrizione geometrica dello spazio fisico. Noi
saremmo condotti a pensare ai “punti materiali”
della moderna meccanica razionale, ma i
pitagorici non avevano la preoccupazione di
descrivere l’aspetto ponderabile della natura,
quanto quella di coglierne l’ordine e l’armonia,
la “musicalità”, attraverso i rapporti numerici.
In questo senso essi compirono un passaggio da
una descrizione “materialista” ad una
descrizione “astratta” o “ideale” del cosmo. E,
dal momento che i pitagorici conoscevano la
corrispondenza tra i punti di una retta e i
numeri, la descrizione era nel contempo
geometrica e aritmetica, o come si suol dire “aritmo-geometrica”.
La crisi dei numeri “irrazionali”, però, non fu
pienamente superata che secoli più tardi e
questa impostazione matematizzante, che aveva
fondato l’intero sistema di vita e di pensiero
dei pitagorici, entrò in crisi e si bloccò per
molto tempo.
3. L’approccio
metafisico. A questo punto era maturo il
passaggio dall’approccio fisico e/o matematico
all’approccio metafisico.
La domanda con cui il problema della
comprensione della realtà fu affrontata, adesso,
non era più: «Quali sono gli elementi
costitutivi ?», ma «come è possibile il
cambiamento nelle cose ?», il divenire.
Noi facciamo esperienza della variabilità delle
cose e nel contempo della loro identità. La
ricerca sposta il suo obiettivo dall’indagine
sui costituenti (“mattoni”) dell’UniVerso, ai
“princìpi” che ne spiegano l’esistenza e il
mutamento.
Questi princìpi non sono riconducibili a dei
componenti corporei, e quindi osservabili, ma
sono di natura diversa da quella dei corpi.
Eppure vanno ipotizzati per ragioni di ordine
logico, per poter spiegare il comportamento
delle cose e dei corpi in particolare. Anzi
alcuni di essi si presentano come irrinunciabili
ai fini della comprensione della realtà, in
quanto, provando a prescinderne si giunge a
delle contraddizioni, o almeno, a non essere in
grado di procedere oltre un certo grado di
conoscenza (Metafisica, I).
Ogni corpo — e ciò è
particolarmente evidente nei viventi — durante
la sua esistenza, in parte si trasforma e in
parte si mantiene inalterato, e conserva la
propria identità. Se vi fosse un solo principio
alla base dell’essere, se vi fossero solo i
“mattoni” (materia), sostituendo questi con
altri mattoni, il corpo non sarebbe più lo
stesso. Così non si potrebbe più dire che un
uomo, o un vivente, è sempre lo stesso vivente
durante la sua vita, dal momento che le
particelle che lo costituiscono si ricambiano
più volte nel corso della sua esistenza. Allora
occorre un altro principio, oltre alla materia,
che garantisca l’identità, il permanere al di là
del cambiamento dei costituenti materiali.
Aristotele (384-322 a.C.) chiamò “forma
sostanziale” questo principio, di tipo diverso
dalla materia, che fa sì che un ente sia quello
che è e rimanga tale per tutta la sua esistenza.
Probabilmente il nostro concetto di
informazione è ciò che più si avvicina a quello
aristotelico di forma.
Ci troviamo, così di
fronte ad una descrizione dei corpi che li vede
come la sintesi (sinolo), la risultanza di due
princìpi costitutivi (co-princìpi, in quanto
operanti insieme) che non sono essi stessi
corpi, ma sono di altra natura, non sono degli
“osservabili”, non sono omogenei con i corpi, ma
ne rendono possibile l’esistenza e il mutamento:
la “materia” che è come la base comune della
corporeità e la “forma” che immette nella
materia le informazioni necessarie a far sì che
essa divenga quel dato corpo, con quelle date
proprietà.
Ecco la base della teoria “ilemorfica” (per
approfondimenti cfr. Artigas e Sanguineti, 1989,
cap. 3; Coggi, 1997, cap. 3).
A questo punto occorre una precisazione che è
anche linguistica. Finora abbiamo impiegato il
termine «materia» per indicare qualcosa che è
della stessa natura, della stessa “stoffa” dei
corpi, mentre con Aristotele fa la sua comparsa
una materia che è un “principio” di natura
diversa, una pura potenzialità di ricevere il
principio attivo, informativo che è la forma.
Allora occorre distinguere tra questi due tipi
di materia: bisogna, dunque, parlare di una
“materia prima” che è il “principio” (la pura
potenzialità di ricevere le forme) e di una
“materia seconda” che è quella già attuata dalla
forma ed è della stessa natura dei corpi
osservabili, ne è il tessuto costitutivo.
Questa “materia seconda” non è altro che ciò che
noi oggi chiamiamo semplicemente “materia”, sia
nel linguaggio comune che in quello scientifico:
essa è omogenea ai corpi, è una “cosa” (ens quod),
mentre la “materia prima” (come anche la
“forma”) non è una “cosa”, ma un principio
mediante il quale (ens quo) le cose sono tali.
Questo tipo di
ricerca metafisica dei costituenti del mondo
corporeo richiede di concepire l’ente secondo
modi differenziati ( Analogia) come ens quod
oppure come ens quo e non in maniera omogenea
(univoca) come l’essere sempre identico a se
stesso e privo di mutamento di Parmenide, o il
puro divenire di Eraclito, privo di un’identità
che permane, ma una gradualità di modi di essere
ente che comprende principi “potenziali”, come
la materia prima, princìpi “attivi” come la
forma e “cose” già attuate in varia misura.
4. Materia
e
Spirito:
aspetti filosofico-teologici. La filosofia, a
differenza della fisica e delle scienze
naturali, ha visto comparire nel suo panorama
storico, al fianco dello studio dei corpi
sensibili, anche l’analisi dell’esperienza
interiore dell’uomo, caratterizzata
fondamentalmente dalla sua intelligenza e
volontà.
Quest’analisi ha condotto ad introdurre, oltre
al concetto di materia, prima o seconda, anche
un principio totalmente immateriale, denominato
solitamente spirito, così come il termine
anima. Aristotele aveva già impiegato il
termine “anima” per indicare la forma
sostanziale dei viventi distinguendo in essa una
facoltà vegetativa, una sensitiva (che l’uomo ha
in comune con gli altri esseri viventi) e una
razionale propria dell’uomo.
Il termine "spirito",
poi, verrà utilizzato prevalentemente in senso
generico, mentre il termine «anima»,
sempre più frequentemente utilizzato per
designare l’anima
umana, denota il principio spirituale di cui è
dotato un individuo di natura razionale, come
una persona umana. Ancora, il termine
Spirito
è impiegato in filosofia e teologia per indicare
la natura di esseri superiori all’uomo e
totalmente immateriali quali gli angeli
e Dio.
Rinviamo alle voci corrispondenti per una
trattazione approfondita di questi argomenti,
così come del loro rapporto con la materia.
Nella storia della
cultura umana, nei suoi rapporti col pensiero
religioso, la materia è stata sovente
considerata un elemento legato alla corruzione,
al degrado, al male, vista in opposizione allo
spirito e alle realtà immateriali in genere.
La filosofia di Platone non era estranea a
questa visione: il corpo, ad esempio, è visto
come “prigione” dell’anima. Uno degli apporti
originali del cristianesimo, che riprende in
questo l’ebraismo, è considerare la bontà
intrinseca della materia.
La dialettica fra il bene e il male viene
trasferita dal paradigma spirito/materia, in
qualche modo estrinseco alla dimensione morale,
al cuore dell’uomo, cioè alla sua interiorità. È
nota in proposito la riflessione dei
Padri
della Chiesa (Ireneo, Tertulliano, Agostino)
contro il manicheismo e le dottrine dualiste in
genere.
La materia e la corporeità sono buone, perché
create, come le realtà spirituali, da un unico
Dio (Creazione, III.1).
Il valore “teologico” della materia ed il suo
ordinamento a Dio si riflettono poi nella stessa
opera di santificazione della
Chiesa, che affida alla “materia” dei
sacramenti il compito di significare in modo
efficace l’ordine della grazia, come ad es.
l’acqua nel sacramento del battesimo, o anche di
attualizzarlo, come accade nella
transustanziazione della materia del pane e del
vino nel sacramento dell’ Eucaristia.
In prospettiva
filosofico-teologica, la materia può venire a
volte riduttivamente associata all’idea di
materialismo, dalla quale va però
opportunamente distinta. L’assorbimento degli
attributi dello spirito nella materia o, al
contrario, la spiritualizzazione della materia,
possono poi condurre a varie forme di panteismo.
Negli insegnamenti del magistero ecclesiastico
si incontrerà l’esortazione a non ritenere che
tutto nel mondo sia materia, disponendosi a
riconoscere anche le opere dello
Spirito.
Queste ultime, pur realizzandosi attraverso la
visibilità e la sensibilità della materia, nella
loro origine la trascendono.
III. L’indagine
scientifica sulla materia
La scienza moderna,
che si fonda sul metodo galileiano, abbandona
l’approccio metafisico per riprendere,
rifondandoli e in un certo senso unificandoli,
sia l’approccio fisico dei filosofi ionici che
quello matematico dei pitagorici.
Scopo di questa sezione non è tanto riproporre
una descrizione completa delle diverse teorie
scientifiche della materia, quanto quello di
mettere in rilievo i mutamenti di concezione
della materia che i passaggi da un paradigma
all’altro hanno comportato (per il concetto,
ormai classico, di “paradigma”, cfr. Kuhn,
1969).
1. La teoria atomica
della materia.
Il successo della meccanica galileiana e
newtoniana sembra suggerire, in maniera
naturale, una descrizione di tipo meccanico
(meccanicismo) di tutta la natura corporea. In
quest’ottica lo schema unificante più semplice,
in grado di rendere conto delle diverse densità
dei corpi, dai solidi ai liquidi ai gas, era
offerto dall’atomismo di Democrito. Dopo che
Dalton (1766-1844) fornì la prima prova
sperimentale probante della teoria atomica, essa
ebbe la dignità scientifica per affiancarsi alla
meccanica di Newton già ben affermata. Così,
mentre la teoria atomica forniva una descrizione
della “struttura della materia”, sulla base
della quale si sviluppò tutta la chimica, la
meccanica newtoniana rappresentava lo strumento
per descriverne la “dinamica”, l’evoluzione nel
tempo; sulla base di quest’ultima si
svilupparono la teoria cinetica dei gas e, più
in generale, la meccanica statistica, che
fornirono il modello meccanico microscopico di
quella teoria macroscopica che è la
termodinamica. Lo sviluppo della fisica classica
può essere dunque esaminato da due diversi punti
di vista: quello che riguarda la “struttura”
della materia, di cui ci stiamo occupando in
questa voce, e quello che riguarda la sua
“dinamica” ( Meccanica).
2. Materia e
radiazione.
La fisica classica si è trovata, successivamente
(a partire dal XIX secolo), di fronte anche ad
altri fenomeni da indagare, come la luce,
l’elettricità e il magnetismo. Qual è la natura
fisica della luce ?
È essa stessa costituita da
corpuscoli di materia, in questo caso di massa
estremamente piccola, tanto da apparire
pressoché immateriale all’osservatore ?
La teoria
corpuscolare di Newton (1642-1727) proponeva
questo modello materiale della luce, ma non si
accordava del tutto con l’esperienza (le
esperienze di misura della velocità della luce,
ad esempio evidenziavano che essa si propaga in
un mezzo rifrattivo con velocità c/n, dove c @ 3
¥ 108 m/sec è la sua velocità nel vuoto e n
l’indice di rifrazione del mezzo, anziché con
velocità cn come avrebbe richiesto la teoria
newtoniana).
La teoria ondulatoria della luce di Huygens (1629-1695) proponeva, invece di
spiegare il fenomeno luminoso come una
vibrazione meccanica, periodica, che si propaga
attraverso un “etere” pressoché imponderabile e
prevedeva (oltre alla corretta velocità di
propagazione nei mezzi rifrattivi) i fenomeni di
interferenza poi effettivamente osservati
(esperimento di Young, 1810).
Le equazioni di Maxwell (1831-1879), che
governano i fenomeni elettrici e magnetici,
consentirono di interpretare la natura della
luce sì come un fenomeno ondulatorio, ma anziché
di tipo meccanico, di tipo elettromagnetico.
Ora, se la natura della luce era ricondotta a
quella di un’onda elettromagnetica, il problema
si spostava dalla meccanica all’indagine sulla
natura dell’elettricità e del magnetismo,
unificati da Maxwell.
Incomincia a farsi
strada, con l’elettromagnetismo, il concetto di
«campo»,
come veicolo che trasporta energia in una forma
non riducibile, concettualmente, all’energia
cinetica della meccanica delle particelle, anche
se convertibile con questa. Il concetto di
radiazione viene prima ad affiancarsi e poi a
contrapporsi a quello di materia e così pure il
concetto di energia, associata alla radiazione,
si contrappone a quello di materia.
Si incomincia a parlare di
energia non più come proprietà “di
qualcosa”, come un attributo del campo che la
trasporta, ma come “qualcosa”, come fosse
un’entità autonoma quanto lo è la materia e di
natura in certo modo diversa da quest’ultima.
Questo modo di concepire l’energia è favorito
anche dal fatto che essa è soggetta ad una legge
di conservazione come la massa: se «nulla si
crea e nulla si distrugge», come aveva stabilito
Lavoisier (1743-1794) per la massa-materia, ciò
era vero anche per l’energia che si conserva pur
trasformandosi da una forma all’altra.
In che cosa differiscono materia ed energia
nella fisica classica dell’Ottocento ?
Certamente
per due caratteristiche facilmente
individuabili. La prima di esse è che la materia
è dotata di una “massa”, mentre l’energia no;
anzi è questa proprietà che consente di definire
la materia stessa, interpretando la massa come
“quantità di materia”.
La materia è ciò che è dotato di massa, mentre
l’energia può sussistere anche autonomamente
dalla materia sotto forma di
campo
elettromagnetico, che non ha una massa, oltre
che essere trasportata dalle masse sotto forma
di energia cinetica.
In secondo luogo, la
materia si presenta sotto forma “discreta”, come
atomi e particelle (ioni, elettroni), mentre
l’energia si presenta come un “continuo”, sia
quando è associata al moto di una particella
(energia cinetica) che quando assume la forma
della
radiazione.
3. Le
teorie della relatività di Einstein.
Con la teoria della «relatività ristretta»
(1905) di Albert Einstein (1879-1955) viene
stabilita la famosa equivalenza tra massa ed
energia ( Relatività, teoria della, I),
quantificata dalla formula E = m c2 e, così, la
prima, delle due proprietà sopra enunciate, che
distingueva la materia dall’energia, come veniva
intesa allora, viene a cadere.
Da un lato la “massa” di una particella in
quiete (massa a riposo) viene a presentarsi essa
stessa come una forma “concentrata” di energia
(energia a riposo), dall’altro lato la stessa
energia raggiante dimostra un carattere
materiale, dal momento che possiede proprietà
inerziali e gravitazionali attraverso la massa
E/c2 ad essa associata. Contemporaneamente,
l’abolizione dell’etere di Lorentz da parte di
Einstein, in quanto non osservabile e la sua
sostituzione con il “vuoto”, fa acquisire
all’energia un carattere di autosufficienza
ancora più marcato. L’energia della radiazione
non ha più bisogno di un supporto, di un veicolo
che la trasporta (sostanzializzazione
dell’energia).
La teoria della
«relatività generale» (1916) compie un altro
passo molto interessante ai fini di un discorso
sulla materia.
Essa associa le proprietà
“metriche” (curvatura) dello spazio-tempo — già
unificati nella rappresentazione geometrica
spazio-temporale della relatività ristretta,
operata da Minkowski — alla distribuzione di
massa-energia presenti nello spazio-tempo
stesso, sotto forma di materia e di campi non
gravitazionali (Relatività, teoria della, II).
Lo spazio e il tempo assoluti di Newton, intesi
come contenitori vuoti e preformati, nei quali
viene a collocarsi successivamente la materia,
sono sostituiti con uno spazio-tempo le cui
proprietà metriche sono definite dalla presenza
della materia stessa.
Già con la relatività ristretta lo spazio e il
tempo non venivano più descritti come due entità
indipendenti, ma come un’unica struttura
geometrica a quattro dimensioni (di cui tre
spaziali e una temporale); con la relatività
generale lo spazio-tempo viene “incurvato”, in
prossimità delle masse, e descritto non più
mediante la geometria di Euclide bensì grazie a
quella di Riemann (1826-1866), in maniera tale
che le traiettorie inerziali (geodetiche) dei
corpi celesti, che in esso si collocano, siano
le stesse che si avrebbero in uno spazio-tempo
privo di curvatura, in cui è presente però la
gravità. In tal modo la curvatura viene a
sostituire e quindi a descrivere gli stessi
effetti della gravità.
4. La
meccanica quantistica.
La meccanica quantistica — pur portando con sé
ancora molti problemi da chiarire, legati ai
paradossi che essa suscita (cfr. ad esempio,
Selleri, 1987) — compie ulteriori passi di
unificazione. Da un lato, già la formulazione
non relativistica della meccanica quantistica,
con l’equazione proposta nel 1926 da Schrödinger
(1887-1961) attribuisce proprietà ondulatorie
anche alla materia, seguendo la via aperta nel
1922 da De Broglie (1892-1987); dall’altro, la
formulazione relativistica della meccanica
quantistica, introduce, con il concetto di
«fotone», la discretizzazione dello spettro
dell’energia del
campo elettromagnetico (elettrodinamica
quantistica) — già ipotizzata da Einstein nella
sua celebre interpretazione dell’effetto
fotoelettrico (1905) che gli valse il premio
Nobel — e dei campi in genere (teoria
quantistica dei campi).
In questo quadro la
materia delle onde-particelle e l’energia delle
onde-fotoni, appaiono concettualmente
indistinguibili.
Ma la meccanica quantistica presenta ora un
criterio di distinzione, nuovo, per la sua
formulazione matematica, e antico per il suo
contenuto filosofico (cfr. Cohen-Tannoudji e
Spiro, 1988, pp. 131-132). Dal punto di vista
matematico il criterio è fornito dalle diverse
statistiche alle quali obbediscono le
onde-particelle. Alcune di esse («fermioni»,
particelle di spin semintero), che seguono la
statistica di Fermi-Dirac — a differenza delle
altre («bosoni», particelle di spin intero) che
seguono invece la statistica di Bose-Einstein —
sono soggette al «principio di esclusione» di
Pauli che non permette a due particelle uguali,
in uno stesso istante e nella stessa posizione,
di avere gli stessi numeri quantici.
Questo fatto viene interpretato come
l’impossibilità per i fermioni di compenetrarsi
ed è riconosciuto, filosoficamente parlando,
come una proprietà caratteristica della materia,
mentre i bosoni che non sono soggetti a questo
vincolo si comportano come la radiazione.
Tra i fermioni, infatti, troviamo le tipiche
particelle costitutive della materia (protoni,
neutroni, elettroni, ecc.), mentre tra i bosoni
troviamo le particelle di campo, che trasportano
l’energia di interazione (fotoni, gluoni,
particelle W e Z0, e gravitoni dei quali ancora
non si conosce sperimentalmente l’esistenza).
Vale la pena notare
che, tra le altre importanti conseguenze della
meccanica quantistica relativistica, vi fu la
previsione dell’esistenza delle «antiparticelle»
— la cosiddetta antimateria — sulla quale a
volte si è molto fantasticato.
La previsione fu opera di Paul Dirac
(1902-1984), che trovò, oltre alla soluzione
della sua famosa equazione, corrispondente
all’elettrone, sperimentalmente ben nota, anche
una soluzione che risultava identica a quella
dell’elettrone purché si cambiasse il segno del
tempo (stesse proprietà: massa, carica
elettrica, spin, ecc.). In un primo momento si
interpretò questa soluzione come un elettrone
che viaggiava all’indietro nel tempo ( Tempo,
II.3).
Quest’interpretazione, tuttavia, si rivelò non
fisica; infatti ci si accorse che, in
alternativa, si poteva interpretare la stessa
soluzione come una particella, identica
all’elettrone, che viaggiava correttamente nel
tempo ma possedeva una carica elettrica di segno
opposto.
Questo elettrone positivo, o positrone, fu
effettivamente scoperto sperimentalmente. Più
tardi si trovarono delle antiparticelle
corrispondenti a tutte le particelle conosciute,
anche per le particelle elettricamente neutre,
che possedevano tuttavia altri numeri quantici
di segno opposto ed erano capaci di
“annichilarsi” con le rispettive particelle,
trasformandosi in energia raggiante.
Rimase comunque il problema di comprendere
perché il nostro
UniVerso fosse costituito quasi
esclusivamente di materia piuttosto che di
antimateria.
Questo problema della “rottura della simmetria”
è forse uno dei problemi più indagati dalla
teoria delle particelle e della cosmologia
di questi ultimi decenni.
5. Organizzazione
della materia:
informazione e complessità. Lo studio della
materia nei viventi è l’oggetto proprio della
biologia.
Tuttavia i raccordi con la chimica e la fisica
sono sempre stati notevoli, per diversi motivi.
Anzitutto perché una certa metodologia
riduzionista imponeva di ricondurre il più
possibile tutte le scienze naturali alla fisica,
scienza galileiana per antonomasia
( Riduzionismo). E a questo scopo l’anello di
congiunzione tra biologia e fisica non poteva
essere rappresentato che dalla chimica organica.
In secondo luogo perché le grandi scoperte
sperimentali e teoriche della biologia
molecolare, come il codice genetico del
DNA ed
il modello a doppia elica di Watson e Crick
(1953) costituivano una conferma di grande
rilievo in tal senso.
Recentemente, cioè
da quando i fisici e i matematici hanno ripreso
sistematicamente lo studio dei sistemi non
lineari — studio iniziato da Poincaré e poi
abbandonato per decenni dopo la sua morte (cfr.
Cini, 1994, pp. 51-55) — ed è nata la scienza
della complessità, che gradualmente ha
coinvolto tutte le scienze con le sue
problematiche, il processo riduzionista ha
conosciuto una battuta di arresto e il rapporto
tra fisica e biologia è cambiato radicalmente.
In certo senso oggi è la biologia che incomincia
a proporre un modello epistemologico alla fisica
e non più viceversa (cfr. Cini, 1994, cap. 3).
Il fatto che in
un’equazione differenziale non lineare la somma
di due o più soluzioni non sia una generalmente
soluzione costituisce la base matematica della
crisi del riduzionismo, in quanto proibisce di
decomporre una soluzione che descrive una
struttura complessa, o il “tutto” in soluzioni
più semplici che ne descrivono le “parti” come
isolate. Questo primo ed elementare carattere
non riduzionistico dei sistemi non lineari della
fisica, trova un corrispettivo praticamente in
tutte le scienze (vedi infra, VII).
Altri aspetti della complessità riguardano
invece la dinamica dei sistemi che, a causa
della non linearità, presentano il carattere
della “impredicibilità” e, se sono dissipativi,
possono dimostrarsi capaci di
“auto-organizzazione”, grazie al fatto di essere
sistemi aperti interagenti con il mondo esterno
con il quale scambiano materia, energia ed
entropia (cfr. Nicolis e Prigogine, 1991 e Cini,
1994, pp. 127-139).
Un ruolo decisivo
sembra essere giocato dalla informazione
che, inserendosi ai diversi livelli di
organizzazione della materia determina, in
ciascuno di essi, dei caratteri che si
diversificano anche qualitativamente e non solo
per aggiunte quantitative, divenendo in questo
modo irriducibili l’uno all’altro.
6. La materia e la
mente.
Un altro problema scientifico che coinvolge la
materia vivente e che ha conosciuto un grande
sviluppo in tempi recenti è quello del rapporto
mente-corpo: si tratta di un’indagine che
riguarda direttamente le scienze come la
biologia, la fisiologia, la psicologia insieme
alla filosofia e la teologia, in un quadro
interdisciplinare che va sotto il nome, ormai
divenuto d’uso abituale, di «scienze cognitive».
Parallelamente al rapporto mente-corpo troviamo
anche la problematica della cosiddetta
intelligenza artificiale che coinvolge, in
luogo delle scienze della materia vivente,
l’informatica e la teoria della informazione.
Le scienze cognitive
si occupano di come si forma la conoscenza
intelligente nella nostra mente, nel suo
rapporto con il cervello e più in generale con
il corpo, in vista di una sua almeno parziale
riproduzione mediante il computer.
È evidente come i problemi scientifici legati a
queste ricerche pongano in maniera ineludibile
delle domande filosofiche, con implicazioni
teologiche, di grande importanza. Ne indichiamo
due che appaiono essere tra le più rilevanti:
a) È possibile che un cervello corporeo (o un
computer) possa, con le sole risorse possedute
dalla materia, formare concetti universali
astratti e quindi pensare come un essere umano ?
Oppure occorre richiedere l’intervento di una
funzione non materiale esercitata da una "anima"
spirituale ?
b) È possibile che un cervello corporeo (o un
computer) possa con le sole risorse possedute
dalla materia, essere consapevole delle attività
che sta compiendo e quindi possedere
un’autocoscienza come un essere umano ?
Oppure occorre far intervenire una funzione non
materiale esercitata da un’anima spirituale ?
Le due domande
precedenti, ormai, sono oggetto della
discussione scientifica e metascientifica di
fisici, matematici, ingegneri, informatici, ma
anche di filosofi e teologi. Dal punto di vista
di un approccio filosofico esse coinvolgono
direttamente i classici problemi
dell’“astrazione” e della “riflessione”,
funzioni che la mente umana esercita
abitualmente (vedi infra, VIII).
IV. Tra scienza e
filosofia
Cerchiamo ora di
approfondire alcuni aspetti filosofici, legati
alle teorie scientifiche, come sono emersi nella
sezione precedente, precisando anche il
significato dei termini e mettendo in guardia da
frequenti equivoci legati ad un uso improprio
delle terminologie che insorgono facilmente
quando si passa dall’ambito scientifico a quello
filosofico e viceversa.
Una prima
osservazione riguarda il metodo delle scienze.
Il XX secolo ha visto un passaggio
particolarmente significativo per quanto
riguarda il metodo scientifico che ha avuto
ripercussioni notevoli anche al riguardo del
modo di concepire la materia. Si tratta del
passaggio da un atteggiamento fondamentalmente
positivista ad un atteggiamento di revisione dei
fondamenti delle teorie scientifiche. Questo
mutamento di posizione, in alcuni casi, è stato
una libera scelta, altre volte è stato imposto
in qualche modo, dallo stesso evolversi della
ricerca scientifica.
Un esempio del primo
tipo, in cui il cambiamento di atteggiamento
metodologico è stato frutto di una attenta
riflessione e di una libera scelta, ci è offerto
da Albert
Einstein.
L’Einstein della «relatività ristretta» è un’“operazionista”,
nel senso in cui Bridgman ha teorizzato
l’operazionismo. Il padre della teoria della
relatività introduce le grandezze di cui fa uso
definendole mediante le operazioni che
consentono di darne la misura sperimentale. Le
ipotesi da cui parte per costruire la relatività
ristretta non sono altro che codificazioni, in
termini di leggi, di ciò che risulta
dall’esperienza.
L’esperimento di Michelson-Morley (1887) non ha
evidenziato alcuna modifica delle leggi
dell’elettromagnetismo dovute al moto di
traslazione della terra rispetto all’etere,
dunque: a) Il principio di relatività galileiano
vale non solo per i fenomeni meccanici ma anche
per quelli elettromagnetici; b) la velocità
della luce è invariante per traslazione uniforme
del sistema di riferimento dell’osservatore.
Il motivo per cui Lorentz (1853-1928), che pure
aveva dedotto le trasformazioni corrette, non
era riuscito ad arrivare alla teoria completa
della relatività risiede nel fatto che egli
aggiunge, inconsapevolmente, ai due principi
precedenti, anche altri elementi non derivati
dall’esperimento, come la spiegazione meccanica
della contrazione dei regoli durante il moto.
La «relatività
generale» nasce, invece non da problemi
sperimentali impellenti, in quanto la teoria
della gravitazione di Newton si accordava bene
con l’esperienza (non a caso le verifiche
sperimentali della relatività generale
richiedono misurazioni estremamente fini), ma da
un’esigenza di revisione dei fondamenti della
meccanica newtoniana, revisione che non era
stata compiuta neppure dalla relatività
ristretta.
Ciò che appariva insoddisfacente era il fatto
che le leggi della meccanica newtoniana non
fossero del tutto indipendenti dalla scelta
dell’osservatore, come invece accadeva per le
leggi dell’elettromagnetismo, ma fossero legate
all’inerzialità del sistema di riferimento.
In che modo si potevano rendere equivalenti
tutti i sistemi di riferimento ?
Renderli tutti equivalenti avrebbe voluto dire
renderli, in un senso opportunamente
generalizzato, tutti “inerziali”. La soluzione
matematica fu trovata nell’idea
dell’incurvamento dello
spazio-tempo, facendo
ricorso alla geometria riemanniana che rendeva
possibile un moto per inerzia lungo traiettorie
geodetiche che non sono più rette in senso
euclideo.
Anche Werner
Heisenberg (1901-1976), all’origine della sua
“meccanica delle matrici”, adottò il metodo
operazionista: nella teoria dovevano comparire
solo grandezze osservabili. Un criterio
senz’altro sicuro, tuttavia non assolutizzabile,
in quanto alcune variabili che non possono
essere osservate, a volte sono richieste per la
consistenza logica della teoria. E questi, nella
meccanica di Heisenberg, sono i vettori della
base ortonormale dello spazio funzionale l2 che
corrispondono alle condizioni iniziali delle
autofunzioni di Schrödinger. In questo caso, a
rinunciare al criterio assoluto dell’esclusione
di quantità non osservabili, Heisenberg fu
condotto dalla struttura stessa della teoria
piuttosto che da una riflessione epistemologica.
Le precedenti
considerazioni rimandano in definitiva la tema
dei fondamenti metafisici delle teorie
scientifiche. Ogni teoria scientifica, con il
suo formalismo matematico, stabilisce delle
“relazioni” (equazioni, leggi) che legano tra
loro delle “quantità” (grandezze): relazioni e
quantità non sono altro che “proprietà” degli
oggetti fisici che si vogliono descrivere. Il
fatto che un oggetto fisico abbia certe
proprietà piuttosto che altre è sufficiente ad
escludere un determinato modo di concepire
l’oggetto stesso nel suo complesso.
E questo perché “quantità” e “relazioni” non
sono oggetto solo delle scienze, ma anche della
metafisica, che le considera in quanto enti e,
in particolare in quanto “proprietà” (accidenti)
di altri enti (sostanze). Così possiamo dire che
una teoria scientifica può accordarsi, più o
meno bene, con una certa “metafisica” ed
escluderne altre.
Gli elementi della metafisica (metascienza) con
cui una teoria scientifica meglio si accorda
costituiscono contemporaneamente:
a) il quadro dei fondamenti filosofici (logici e
ontologici) che essa implicitamente presuppone,
b) il quadro filosofico entro il quale si
concepisce quella che solitamente viene chiamata
l’“interpretazione” della teoria stessa.
Nelle prossime
sezioni cercheremo di esaminare alcuni aspetti
metafisici presupposti e utili
all’interpretazione delle teorie scientifiche
della materia, alle quali abbiamo fatto
riferimento nella sezione precedente (cfr.
Artigas e Sanguineti, 1989, pp. 60-71).
V. Materia e massa,
campo ed energia
1. La tendenza alla
sostanzializzazione di massa ed energia nella
fisica classica. L’interpretazione meccanicista
della fisica classica vede, da un punto di vista
filosofico, una confusione molto frequente fra
“sostanza” e “accidente”, cioè tra gli oggetti
fisici e loro proprietà. Dal punto di vista
filosofico, ad esempio, la materia è “sostanza”
in quanto capace di sussistere per se stessa.
La massa e l’energia, invece non sono delle
“cose”, non sono esse stesse sostanze, ma
proprietà della materia, vale a dire
“accidenti”. Con l’apparire del concetto di
campo e la sua interpretazione come qualcosa di
reale e non solo matematico, nella fisica
classica, c’è stata la tendenza ad identificare
il campo elettromagnetico stesso che si propaga
(radiazione) con la sua energia, trattando
quest’ultima come se essa fosse il campo stesso,
cioè fosse una sostanza e non una semplice
proprietà del campo.
Ciò può essere anche legittimo, se si vuole,
chiamare la radiazione con la denominazione di
«energia elettromagnetica», ma bisogna fare
attenzione a chiarire quando, con il termine
«energia», si intende designare l’energia in
quanto “proprietà posseduta dal campo”, oppure
il campo stesso.
Una terminologia equivoca è sempre rischiosa,
soprattutto se si vuole fare scienza. Del resto
prima ancora della sostanzializzazione del
concetto di energia vi era stata,
nell’interpretazione della fisica classica, già
la sostanzializzazione del concetto di massa che
spesso veniva intesa come sinonimo di “quantità
di materia”.
La quantità è ciò che vi è di misurabile nella
sostanza, è l’osservabile per eccellenza ed è
facile identificarla con l’oggetto, con la
sostanza stessa. In questo modo abbiamo la
massa-materia, da una parte, e
l’energia-radiazione dall’altra. L’energia si
viene a trovare con una doppia faccia: è
trattata come “accidente” in quanto energia
cinetica di cui sono dotate le masse materiali e
come “sostanza” quando si trova sotto forma di
radiazione. La massa, viceversa esiste solo
sotto forma di materia in quanto la radiazione
ne è priva.
L’estremizzazione di
questi processi di interpretazione
ontologizzante, della massa-materia da un lato,
e dell’energia-radiazione dall’altro, ha indotto
un duplice riduzionismo:
verso il materialismo prima, e verso
l’energetismo poi. Tutto ciò ha una motivazione
storica.
Cominceremo da
alcune considerazioni sul materialismo.
Come bene osservava R. Masi, nel suo classico
studio sulla struttura della materia (Masi,
1957, cap. 3), «Il concetto di forma che è alla
base della dottrina ilemorfica e di tutta la
fisica aristotelica era stato frainteso dalla
scolastica della decadenza: la forma che nel
pensiero genuino di Aristotele e di Tommaso
d’Aquino è una realtà incompleta e parziale, un
“ens quo”, veniva, invece descritta come una
sostanza completa, un “ens quod”, implicando
così una sequela di contraddizioni» (p. 85).
Il pensiero nominalista dell’antica scuola di
Oxford (sec. XIII) aveva, ormai scalzato
completamente la nozione di analogia, rendendo
univoca la ricerca dei principi su cui fondare
la comprensione dell’universo. Da questo punto
di vista il metodo dell’indagine era stato, di
fatto, ricondotto al punto dal quale partirono i
filosofi ionici, anche se gli strumenti di
osservazione e quelli matematici erano
evidentemente ad uno stadio molto più avanzato.
Per cui, respinta la nozione univocizzata e non
più genuinamente aristotelica di “forma”, i
nuovi “filosofi della natura”, come allora si
chiamavano, non ebbero altra alternativa che
adottare come principio interpretativo
dell’universo fisico la “materia”, intesa
altrettanto univocamente. Di conseguenza la
fisica newtoniana non poteva che nascere
“materialista” per quanto riguarda l’aspetto
della descrizione strutturale del cosmo,
“meccanicista” per quanto riguarda la
spiegazione dinamica e causale del suo divenire
e, infine, “riduzionista” per il modo di
affronto del rapporto tra il tutto e le parti.
Il pensiero aristotelico e tomistico, così
frainteso, non potevano diventare che il nemico
principale da combattere, ai fini di una scienza
rigorosa e certa, che non poteva essere che
sperimentale e matematizzata. «Di fronte
all’oscurità delle forme aristoteliche il
meccanicismo rappresentava una chiarezza senza
pari: tutti i fenomeni naturali venivano
concepiti come combinazione di particelle di
materia, collegate tra di loro e in moto
reciproco: l’universo diventava una grande
macchina, scomponibile in tante piccole
macchine» (ibidem, p. 86).
Con lo svilupparsi della termodinamica il
concetto di energia acquistava un rilievo
notevole, in parallelo a quello di materia, ma
la riconduzione della termodinamica a meccanica,
operata dalla teoria cinetica riaffermava il
primato della materia e del suo movimento.
La vera alternativa
al materialismo della meccanica newtoniana è
legata all’elettromagnetismo di Maxwell:
«Il concetto di campo viene costruito senza
adoperare il concetto di particella; il
campo di Maxwell non è fatto di particelle, pur
essendo reale» (ibidem, p. 91).
Il fatto di sostanzializzare l’energia del campo, che darà luogo
all’«energetismo», comporta gli equivoci e gli
errori di concezione di cui abbiamo parlato
sopra, ma non solo: da un certo momento in poi
ci sarà la tendenza, nell’ambito della fisica
classica, a ribaltare la direzione del riduzionismo
che mira a spiegare tutto in termini di materia
e moto di particelle, verso un nuovo
riduzionismo che tende ad assumere, invece,
l’energia come principio fondante al quale
ricondurre anche la nozione di materia,
concepita come una forma condensata di energia.
Nasce l’energetismo il cui primo sostenitore fu
il chimico W. Ostwald (1895):
«Il carattere distintivo dell’energetismo è
l’abbandono del dualismo che ha regnato sino ad
ora tra materia ed energia. L’energia prende il
posto del concetto più generale. Non soltanto la
materia deve sopportare il prevalere
dell’energia, come si vede nei trattati moderni
di scienze naturali, ma le deve cedere il posto
senza condizioni» (cit. in Masi, 1957, p. 92).
2. La relatività
ristretta, con l’equivalenza tra massa ed
energia, ristabilisce la simmetria: non solo la
materia, ma anche la radiazione (campo
elettromagnetico) è dotata di “massa” e questa
si manifesta attraverso proprietà inerziali e
gravitazionali (si pensi alla deflessione dei
raggi luminosi in un campo gravitazionale).
Si è
sentito parlare più volte di trasformazione di
materia in energia, e viceversa, nei processi
nucleari. Se si intende, con questo, che una
“sostanza” (una frazione o tutta la materia di
alcune particelle) si è convertita in un
“accidente” (una certa quantità di energia) si
fa un uso filosoficamente scorretto della
terminologia, in quanto una proprietà
(accidente) come l’energia non può esistere se
non come proprietà di qualcosa, e la materia
(sostanza) può convertirsi in un’altra sostanza
(mutazione sostanziale), non in un accidente
(una proprietà senza soggetto: un’energia di che
cosa ?).
È corretto, invece, affermare che vi è stata una
mutazione in cui alcune particelle hanno ceduto
una frazione o tutta la loro “massa a riposo” ai
prodotti di reazione (altre particelle e/o
radiazione) che si è trasformata in energia
cinetica ed energia elettromagnetica.
Gli equivoci sono
ingenerati da un duplice errore di concezione:
il primo consiste nel concepire il campo
elettromagnetico come qualcosa che non è
“sostanza materiale”; il secondo consiste
nell’attribuire un carattere “sostanziale”
all’energia, in luogo della sostanzialità
rimossa dal campo.
3. La meccanica
quantistica. Se la relatività ristretta ha
unificato le due proprietà (accidenti) della
massa e dell’energia, la meccanica quantistica,
nella sua versione relativistica di “teoria
quantistica dei campi”, tende a comporre l’unità
di materia e radiazione, in quanto ci presenta
un complesso di onde-particelle in cui la
distinzione tra ciò che classicamente si
denotava come “materia” e ciò che si denotava
come “radiazione”, si assottiglia drasticamente.
Materia e radiazione (nel senso lato di campo di
interazione: gravitazionale, elettromagnetico,
forte e debole, di cui si cerca l’unificazione)
costituiscono più che due entità contrapposte,
due modi di attuarsi, se vogliamo due “specie”,
di un’unica realtà, dotata di massa-energia, che
ne è in certo modo il “genere”.
Dal punto di vista della tradizione filosofica,
sembrerebbe naturale chiamare questo unico
genere con il nome di materia, intendendo che
esso può attuarsi nelle due specie che
obbediscono alle due statistiche quantiche: i
fermioni, dotati di spin semintero, che
rappresentano la materia nel senso classico del
termine e i bosoni, di spin intero, che
costituiscono il campo d’interazione.
Dal punto di vista della fisica è più usuale
denotare questo “genere” come “campo”, che si
attua nelle due “specie” dei campi fermionici e
dei campi bosonici.
VI. Vuoto, materia
ed energia
Compare,
inevitabilmente, a questo punto della
discussione, anche un altro antico problema:
quello del “vuoto”
(cfr. A. Strumia, Il problema della creazione e
le cosmologie scientifiche, 1992). Che cos’è il
vuoto ? Può esistere ?
La precisazione nell’uso dei termini può
risparmiare molti equivoci che più di una volta
hanno tratto in inganno anche personaggi
illustri.
Dal punto di vista metafisico il
vuoto, in senso assoluto, è “vuoto di ente” e
come tale si identifica con il “nulla” (“non
ente”, “ni-ente”), un concetto coniato per
identificare ciò che non esiste.
Metafisicamente il vuoto non esiste per
definizione, perché ciò che esiste, per il fatto
che esiste è un ente. Il vuoto, inteso in senso
assoluto, è dunque una negazione assoluta,
totale dell’ente. Il vuoto in un senso relativo,
non come negazione assoluta, ma solo relativa, è
la “privazione” di qualcosa in un certo soggetto
e non la negazione totale del soggetto.
In questo caso il vuoto è, ad esempio, “assenza
di materia”, ma non di qualcos’altro. Spesso
nelle scienze si fa uso del termine “vuoto” in
questo senso “privativo”: in questo caso, però,
non è legittimo il passaggio da questo
significato relativo a quello assoluto, per
trarre conclusioni di carattere filosofico e
teologico che risultano logicamente non
conseguenti.
Per la fisica
classica il vuoto è, nell’ambito della pura
meccanica, una regione dello spazio in cui è
assente la materia (vuoto di materia): dove non
sono presenti atomi e particelle c’è il vuoto.
Il modello planetario dell’atomo di Rutherford
conferma il fatto che lo spazio vuoto è
prevalente nel mondo fisico.
Dove non c’è
materia, la fisica classica ammette, comunque,
che possa esservi lo spazio, come pura
estensione vuota e non, dunque, il nulla.
Lo spazio acquista una sua identità, diviene una
sorta di sostanza, che può esistere anche senza
la presenza di materia, anzi ne è il
contenitore, in qualche modo preesistente. È la
concezione newtoniana dello spazio assoluto.
L’elettromagnetismo riempie questo spazio vuoto
con l’etere
che supporta il campo, responsabile delle
interazioni elettromagnetiche tra la particelle
materiali cariche e veicola l’energia
elettromagnetica della radiazione.
Il vuoto è, allora, un “vuoto di materia”, ma
non un vuoto assoluto, in quanto è riempito
dall’etere.
vedi:
VUOTOQUANTOMECCANICO
La relatività
ristretta elimina sia l’etere che lo spazio
assoluto di Newton, ristabilendo il vuoto come
“qualcosa” che, comunque ha la proprietà di
trasmettere la radiazione. Anzi, il vuoto è, in
certo senso il miglior “mezzo” in quanto,
attraverso di esso, tutti i segnali viaggiano
alla massima velocità consentita c, che è
appunto la velocità della luce nel vuoto. Il
vuoto della relatività ristretta è, dunque, un
“vuoto di materia”, ma non di “radiazione”. È un
vuoto che ha almeno una proprietà: quella di
trasmettere la radiazione, e come tale, non è il
nulla, perché ciò che ha delle proprietà è un
ente sostanziale.
Esso tuttavia non è l’etere, né lo spazio
assoluto, in quanto le misure di spazio e di
tempo non sono più assolute come nella fisica
non relativistica.
È in qualche modo il campo
stesso, che non è mai rigorosamente nullo, a
causa della presenza dei corpi, tra i quali il
vuoto si estende, e che si scambiano
continuamente le loro mutue interazioni. E se
non esistessero né corpi né campi la relatività
ristretta ci permetterebbe di affermare che il
vuoto di entrambi è comunque qualcosa di reale ?
Ricordiamo che la relatività ristretta è una
teoria che definisce operazionisticamente i suoi
concetti: se non esistessero né corpi né campi
non sarebbe possibile definire né l’osservatore,
né la misura, perché questi richiedono corpi per
identificare gli assi coordinati, regoli per le
misure di lunghezza, orologi a luce per le
misure di tempo. Il vuoto di materia e di campi
non sarebbe osservabile e definibile, sarebbe un
ente di ragione.
La relatività
generale identifica il campo gravitazionale con
le proprietà metriche dello spazio-tempo
(tensore metrico) e fa dipendere queste ultime
dalla distribuzione della massa-energia, cioè
dalla presenza della materia e dei campi non
gravitazionali. In tal modo le proprietà
geometriche dello
spazio-tempo sono determinate
dai corpi e dai campi esterni (che
significativamente vengono detti cumulativamente
“materia”) e dal loro moto.
Una concezione dello
spazio e del tempo molto lontana da quella
newtoniana e, come è stato sottolineato da
diversi autori, molto più vicina a quella
aristotelica.
Nella visione aristotelica, infatti, lo spazio è
definito mediante la nozione di contatto (oggi
parliamo di interazione) tra corpi, che permette
di introdurre il concetto di distanza e il tempo
è definito come numero che misura il moto.
Evidentemente le due concezioni non sono
raffrontabili sul piano matematico, ma
qualitativo e metafisico.
Qualcosa del genere si ritrova in Lobacevskij:
«Il “contatto” costituisce l’attributo
caratteristico dei corpi; ad esso i corpi
debbono il nome di corpi geometrici, non appena
noi teniamo fissa l’attenzione su questa
proprietà, e non consideriamo invece tutte le
altre proprietà, siano esse essenziali o
accidentali.
In questo modo noi possiamo
concepire tutti i corpi della natura come parti
di un unico corpo globale, che noi chiamiamo
spazio» (Lobacevskij, 1974, p. 73).
La relatività
generale non solo non è compatibile con lo
spazio e il tempo assoluti di Newton (e con loro
trasposizione filosofica operata da Kant), come
non lo è la relatività ristretta: in più essa ci
dice che lo spazio e il tempo sono determinati
dalla presenza della materia, dai corpi e dalle
loro mutue interazioni.
Che cos’è allora il
“vuoto” per la relatività generale ?
Il
vuoto è “vuoto di materia”, dove con materia
si intendono sia i corpi che i campi non
gravitazionali. Il vuoto è il campo
gravitazionale libero descritto come uno
spazio-tempo riemanniano: di fatto è una pura
astrazione perché l’universo è riempito dalla
materia-radiazione; tuttavia le equazioni di
Einstein della relatività generale possono
essere scritte anche eliminando la presenza di
materia e di campi esterni, per il campo
gravitazionale libero. E ammettono anche la
soluzione in cui il campo gravitazionale è
nullo, che corrisponde alla metrica dello
spazio-tempo della relatività ristretta che,
così, si ritrova come caso particolare.
Ma in assenza di corpi e di campi, come si è già
osservato, non è possibile parlare né di
osservatore né di misura e quindi non è
possibile parlare di spazio-tempo, per cui il
vuoto così inteso appare una pura astrazione, o
comunque un concetto limite.
L’elettrodinamica
quantistica e la teoria quantistica dei campi
sostanzializzano ulteriormente il vuoto, in
quanto lo concepiscono come un’entità nella
quale sono “virtualmente” presenti coppie di
particelle e antiparticelle che possono essere
portate allo stato osservabile (reale) a spese
di un’opportuna quantità di energia.
Il vuoto così inteso non è certo il nulla, ma
semplicemente “vuoto di materia osservabile”.
Grazie al principio di indeterminazione di
Heisenberg, tale materia può divenire
osservabile a patto che l’energia DE richiesta
allo scopo, venga estratta dal vuoto stesso in
un tempo non superiore a h/DE, dove h è la
costante di Planck Heisenberg, III). Una simile
fluttuazione quantistica del vuoto, secondo
alcuni autori, sarebbe responsabile della
generazione dell’intero universo dal “vuoto
quantistico”, che ben inteso non è il “nulla”,
ma è un ente preesistente, in cui sono
virtualmente presenti sia le coppie di
particelle-antiparticelle (materia) che l’atto
necessario ad estrarle Creazione, III).
Qualcuno ha voluto
riconoscere nel vuoto quantistico la “materia
prima” di Aristotele, ma non sembra questo il
caso, se non altro perché la materia prima,
oltre a non avere estensione in quanto non
ancora “segnata” dalla quantità, a differenza
del vuoto che è comunque una regione
spazio-temporale, è pura potenza e richiede una
causa adeguata “esterna” ad essa per essere
attuata in “materia seconda”, mentre il vuoto
quantistico sembrerebbe racchiudere in sé anche
la capacità di attuare la materia.
VII. La materia e il
problema del tutto e delle parti
Dal punto di vista
dell’analisi metafisica della struttura della
materia le problematiche che sorgono dalla
fisica dei sistemi non lineari, e più in
generale dalle scienze della complessità, ci
riportano direttamente al classico problema del
“tutto” e delle “parti” (per approfondimenti
cfr. Sanguineti, 1986, parte III, cap. 2;
Righetti e Strumia, 1998, pp. 73-76).
Gli altri aspetti legati alla complessità, come
l’“impredicibilità”, il “caos deterministico” e
l’“auto-organizzazione” riguardano
prevalentemente la “dinamica” evolutiva della
materia (omplessità, V;
Determinismo/indeterminismo, II; Universo, IV.1).
1. Posizione e
problematicità degli approcci. Il problema del
“tutto” e delle “parti”, così come oggi emerge
dalle scienze (nelle quali non di rado compare
come problema dell’«olismo») si può formulare in
prima istanza nel modo seguente. Consideriamo un
dato oggetto (tutto) che chiameremo “complesso”
in quanto si presenta a noi molto articolato e
difficile da esaminare nel suo insieme;
scomponiamo (sulla base di una regola assegnata)
l’oggetto di partenza in altri oggetti che
chiamiamo “parti”, che risultano più semplici da
esaminare perché già noti all’indagine
scientifica. Si danno due possibilità
alternative: a) l’oggetto complesso viene
spiegato esaurientemente, almeno entro certi
limiti, dall’indagine sulle sue parti prese come
se fossero a se stanti; b) l’oggetto complesso
presenta proprietà e comportamenti che non si
spiegano mediante il solo studio delle sue parti
componenti.
Il primo caso
costituisce l’assunzione tipica dell’approccio
riduzionistico:
il tutto viene spiegato completamente attraverso
le sue parti componenti. Potremmo anche dire con
una formula che scientificamente ha senso solo
quando se ne definiscono esattamente i termini,
ma che ha comunque una sua forza espressiva, che
“il tutto è la somma delle parti”. Il secondo
caso evidenzia l’insufficienza, o
l’impossibilità, dell’approccio riduzionistico
rinviando ad un approccio di tipo olistico.
Distinguiamo “insufficienza” e “impossibilità”
perché possono presentarsi entrambe queste due
situazioni.
L’insufficienza
compare quando si prende atto che il tutto
complesso non risulta spiegabile esaurientemente
mediante lo studio delle sue parti componenti in
quanto possiede delle proprietà che potremmo
chiamare “d’insieme”, che sfuggono all’indagine
se non si considera il tutto nel suo complesso,
perché non sono rinvenibili nelle singole parti
separate.
Si può dire allora, con una formula schematica,
che in questo caso “il tutto è più della somma
delle sue parti”, ovvero contiene delle
informazioni nuove, rispetto a quelle contenute
nelle parti, informazioni che lo caratterizzano
come “tutto” nel suo insieme.
Nello schema aristotelico si direbbe che il
tutto possiede una forma che lo rende “uno”, con
delle proprietà nuove che nelle parti
giustapposte non sono presenti: non a caso il
termine “forma” sta ricomparendo nel linguaggio
dei biologi e dei matematici (cfr. ad es., Thom,
1980), insieme ad un interesse rinascente per
gli scritti di Aristotele.
Ci si imbatte
nell’impossibilità quando il tutto complesso non
è divisibile in parti più semplici, in quanto
qualche parte, o addirittura ogni parte, ha
proprietà identiche, o comunque, di un grado di
complessità confrontabile con quello del
“tutto”, per cui la suddivisione non comporta
nessuna semplificazione.
È un po’ quanto accade
ad una calamita che, divisa in due parti, non
risulta semplificata nella sua struttura, ma dà
luogo a due nuove calamite simili a quella
originaria.
Con una formula schematica possiamo dire che, in
questo caso, “il tutto è contenuto nelle sue
parti”, e in un certo senso è “replicato in
tutte le sue parti”.
È interessante notare come
queste parti non sono necessariamente identiche,
ma possiedono delle somiglianze che consentono
di applicare al tutto e alle parti la stessa
definizione. In linguaggio filosofico diremmo
che le parti hanno la stessa natura del tutto.
Chiaramente queste
dichiarazioni di insufficienza dell’approccio
riduzionistico non vanno spinte
all’esasperazione: c’è sempre una certa
legittimità nel riduzionismo, altrimenti sarebbe
impossibile all’uomo la conoscenza, perché
l’intelligenza umana ha bisogno di dividere e
comporre per conoscere: non è sempre
indispensabile studiare tutto l’universo nel suo
insieme per fare scienza su una sua parte, anche
se in certi casi ciò si rende necessario. Ne
offre un esempio la recente tendenza a
collaborare della cosmologia con la fisica delle
particelle elementari quando l’indagine si
spinge verso i cosiddetti “primi istanti”
dell’universo (Cosmologia, III, VI.1).
2. Alcuni esempi
tratti da diverse scienze. Data la sua
importanza sia per l’analisi interna alle
scienze stesse, sia per le loro potenzialità di
dialogo con altre forme di sapere, deliniamo
brevemente come la tematica del tutto e delle
parti viene riconosciuta ed affrontata in alcune
delle principali discipline scientifiche.
La biologia si trova
da sempre di fronte al fatto che il vivente
mostra delle proprietà che, anche dal punto di
vista chimico-fisico, sono nuove rispetto a
quelle del non vivente. Il vivente, anche il più
semplice, non è descrivibile interamente
mediante l’analisi delle sue parti componenti.
Un’affermazione del genere, vista nell’ottica
riduzionistica era considerata con sospetto e
tacciata di vitalismo perché sembrava introdurre
un fattore animistico nella vita.
Ma non è questo il vero problema: il punto è
piuttosto quello di vedere se,
nell’organizzazione della materia, una volta
raggiunto un certo grado di strutturazione
organica (complessità) la materia stessa, se
opportunamente sollecitata da una causa esterna
adeguata, tenda a manifestare un livello nuovo
di ordine non presente, di per sé, nei
componenti presi separatamente. A questo livello
non basta più l’analisi delle parti componenti
— che è stata comunque utile e necessaria fino a
questo punto — ma occorre un’indagine del nuovo
livello d’insieme, del nuovo “tutto”.
Lo studio
approfondito della molecola, più o meno
complessa, così come quello dei reticoli
cristallini nei solidi e dei conduttori
elettrici (per citare solo pochi esempi), hanno
messo in evidenza come anche nella chimica del
non vivente le proprietà d’insieme di una
struttura composta complessa non siano del tutto
deducibili dalle proprietà degli atomi
componenti. L’esistenza di orbitali molecolari
con elettroni completamente condivisi non
permette di pensare più ad elettroni che
appartengono ad un atomo singolo. In un
conduttore elettrico gli elettroni di conduzione
vengono condivisi addirittura tra tutti gli
atomi. Esistono, dunque, anche a livello chimico
delle proprietà d’insieme che il progredire
delle ricerche rivela essere sempre più
significative.
Nell’ambito della
fisica dobbiamo tenere presenti i due classici
aspetti che le sono propri: quello inerente lo
“strumento matematico” in se stesso e quello
relativo alla “spiegazione dell’osservazione”.
Dal punto di vista matematico, dal momento che
la fisica si serve sempre di più della
matematica per formulare le sue leggi sotto
forma di equazioni, i problemi sono esplosi come
conseguenza dei nuovi risultati della matematica
che ha dato risposte inaspettate ai quesiti
della fisica.
Ne parleremo perciò tra poco, trattando della
matematica. Dal punto di vista dell’accordo tra
ipotesi ed osservazione ci troviamo di fronte
contemporaneamente ad una vasta gamma di
problemi che da sempre sono stati considerati
non risolti, o forse insolubili, nell’ambito
della meccanica classica, perché ritenuti troppo
complicati. Nell’ambito della meccanica
quantistica rimangono poi quei problemi che, pur
trovando in essa degli strumenti di calcolo
approssimato, che danno risultati attendibili,
sono fonte di paradossi nella loro formulazione
e comprensione.
Nella meccanica
classica basti pensare, ad esempio, alla
complessità dei moti turbolenti nei fluidi: il
classico modello di Landau (1959) che sovrappone
più moti convettivi associati a frequenze sempre
maggiori non prevede correttamente la
transizione alla turbolenza che si presenta come
una proprietà del tutto nuova rispetto alla
convezione. Nella meccanica quantistica alcuni
eventi si presentano come “non separabili” anche
se avvengono a grandi distanze. Sembra trattarsi
di uno di quei casi in cui il tutto pare
trovarsi in ognuna delle parti.
Nell’ambito
della matematica il problema del tutto e delle
parti si presenta con molta chiarezza sotto
entrambi gli aspetti prima accennati. Per quanto
riguarda l’aspetto dell’insufficienza, i
problemi legati alla non riducibilità del tutto
alla somma delle parti acquistano una
formulazione chiara per il fisico teorico e per
il matematico quando osserva che le leggi
evolutive che regolano la quasi totalità dei
processi della fisica sono formulate in termini
di equazioni differenziali non lineari.
Ora, per le equazioni “lineari” la somma di due
o più soluzioni (chiamiamole “parti”) è ancora
una soluzione (chiamiamola “tutto”) del sistema,
e viceversa, una generica soluzione (tutto) si
può scrivere come somma di più soluzioni
(parti); in fisica questa legge è conosciuta
anche come “principio di sovrapposizione”, ben
noto ad esempio nel caso delle onde che
interferiscono sommando le loro oscillazioni.
Per le equazioni “non lineari” la precedente
affermazione non è in generale più vera, per cui
si può dire, nel senso sopra indicato, che il
tutto non è ottenibile generalmente come somma
di parti.
Questo accenno basti a indicare i legami tra
tutti i comportamenti inerenti alle teorie non
lineari e che costituiscono aspetti diversi di
un’unica problematica.
Ecco che le
considerazioni che stiamo svolgendo ci conducono
verso il secondo aspetto del problema, quello
dell’impossibilità di operare una riduzione
adeguata o, anche, dell’indistinguibilità delle
parti dal tutto: il tutto si ritrova replicato
in ogni sua parte.
Un esempio tipico di questo secondo aspetto ci è
offerto dalla «geometria frattale» (cfr. Peitgen
e Richter, 1987).
I "frattali",
tra le altre proprietà, hanno quella di essere “autosimilari”,
cioè di riprodurre all’infinito, in ogni loro
parte, forme geometriche simili a quella del
tutto; per cui non è possibile, suddividendoli
in parti sempre più piccole, isolare delle forme
che siano strutturalmente meno complesse del
tutto. È interessante notare come, in certi,
casi come ad esempio nell’insieme di Mandelbrot,
la forma delle parti non è esattamente identica,
ma è simile a quella del tutto e ne conserva il
grado di complessità, che in questo caso, può
essere quantificato mediante la cosiddetta
“dimensione frattale”.
Nella logica il
problema del rapporto tra il tutto e le parti si
presenta principalmente nel secondo dei due
aspetti già menzionati, quello per cui il tutto
è rinvenibile, in qualche modo, come parte di se
stesso. Questo discorso ha a che fare con la
“logica delle collezioni”.
La collezione di tutte le collezioni è il tipico
esempio di una collezione che contiene se stessa
come elemento: in questo caso una parte della
collezione coincide con il tutto. In un primo
tempo la logica delle classi, sviluppata
da Russell e Whitehead ha aggirato il problema
escludendo dalla definizione di “classe” le
collezioni che contengono se stesse come
elemento, per evitare le tipiche contraddizioni
che possono insorgere dallo loro considerazione.
È noto il paradosso di Russell che nasce quando
si tenta di definire un oggetto come «il
catalogo dei cataloghi che non citano se
stessi». Tuttavia non tutte le collezioni che
contengono se stesse come elemento sono
contraddittorie, come ad esempio «l’insieme di
tutti gli insiemi». Sembra dunque possibile
costruire una logica delle collezioni che
contengono se stesse come elementi.
Spetta tuttavia forse all’informatica il merito
di aver reso attuali le ormai classiche
problematiche di logica matematica, come quelle
legate al teorema di Gödel sulla coerenza e la
completezza dei sistemi assiomatici (Gödel, III),
così come a rendere rappresentabili sullo
schermo di un computer degli insiemi — che fino
a quel momento erano sembrati dei veri e propri
“mostri” matematici, a causa del loro contorno,
infinitamente tortuoso — come gli insiemi di
Julia prima che se ne vedesse la bellezza e
l'eleganza su un video a colori.
Le indagini sulla cosiddetta intelligenza
artificiale hanno permesso di comprendere che
l’informazione si può annidare a vari livelli e
che esistono delle gerarchie di informazione: il
livello inferiore risiede nella struttura
hardware della macchina, i livelli superiori nel
software; il linguaggio di programmazione, a sua
volta, contiene informazioni, significative per
il programmatore, che ricadono in istruzioni di
livello inferiore eseguibili meccanicamente dai
circuiti senza percepirle come significative; il
programma stesso nel suo insieme contiene
un’informazione di livello superiore legata allo
scopo per cui è stato scritto, che risiede nella
mente del programmatore e in quella dell’utente,
e così via.
In tutte le scienze,
dunque, sembra comparire una struttura
gerarchizzata di informazioni legate al grado di
complessità e quindi di unitarietà della
struttura chiamata in causa. Nell’ambito della
filosofia aristotelico-tomista, come si è già
detto, il principio unitario di un ente è la
forma, nel senso che è stato precisato. Anche se
non è ancora chiaro il percorso che faranno le
scienze, sembra abbastanza indicativo lo
spostamento dallo schema univocista del
riduzionismo verso quello di una nuova visione
più soddisfacente.
Oggi assistiamo, curiosamente, ad un
interessante mutamento, a causa del quale la
stessa matematica, e con essa le altre scienze,
sembrano mostrare un concreto interesse verso un
ampliamento della razionalità che apre loro
l’orizzonte, finora disdegnato, della analogia.
VIII. Materia,
intelligenza e astrazione
Le scienze cognitive
si occupano di come si forma la conoscenza
intelligente nella nostra mente, nel suo
rapporto con il cervello e più in generale con
il corpo, anche in vista di una sua almeno
parziale riproduzione mediante il computer
( Intelligenza artificiale e Mente-Corpo,
Rapporto).
Osservando, per esempio, la
metodologia delle ricerche scientifiche attuali
sull’intelligenza artificiale, dal punto di
vista filosofico, ci troviamo subito di fronte
ad un duplice approccio: schematicamente
possiamo parlare di una via “platonica” e una
“aristotelica”, facendoci perdonare un uso un
po’ schematico, ma molto significativo di questa
terminologia di lavoro. Come ha osservato
suggestivamente A. Koyré: «Se tu reclami per la
matematica uno stato superiore, se per lo più le
attribuisci un valore reale e una posizione
dominante nella fisica, sei platonico. Se invece
vedi nella matematica una scienza astratta che
ha perciò un valore minore di quelle — fisica e
metafisica — che trattano dell’essere reale, se
in particolare affermi che la fisica non ha
bisogno di altra base che l’esperienza e deve
essere costruita direttamente sulla percezione,
che la matematica deve accontentarsi di una
parte secondaria e sussidiaria, sei un
aristotelico. In questo dibattito non si pone in
discussione la certezza — neppure gli
aristotelici avrebbero dubitato della certezza
delle dimostrazioni geometriche — ma l’Essere; e
neppure l’uso della matematica nella scienza
fisica — nemmeno gli aristotelici avrebbero mai
negato il nostro diritto di misurare ciò che è
misurabile e contare ciò che è numerabile —
bensì la struttura della scienza e quindi la
struttura dell’Essere. […] È evidente che per i
discepoli di Galileo, come per i suoi
contemporanei e predecessori, matematica
significa platonismo» (Koyré, 1973, pp. 160,
163).
Dal punto di vista
tecnico saranno i risultati ottenuti a
suggerire, in futuro, quale tipo di approccio
preferire e come correggerlo per migliorarlo.
a) L’affronto che
chiamiamo, in qualche modo, “platonico” è anche
riduzionistico: si fonda su una teoria della
conoscenza come “anamnesi”, ricordo di idee
innate che vengono risvegliate dall’impatto con
l’esperienza sensibile.
In quest’ottica l’intelligenza è ricondotta a
quell’operazione che porta in primo piano la
“memoria” fino ad una sovrapposizione, almeno
approssimata, dell’idea con il dato sensibile
dell’esperienza. Dal punto di vista informatico
questa concezione suggerisce la tecnica
dell’immissione, da parte dell’operatore, di
quante più informazioni sia possibile,
nell’hardware della macchina: queste giocano un
ruolo simile a quello di idee innate, o come si
preferisce chiamarle, in questo caso, di
concetti.
Non si può negare che il termine “concetto” è
impiegato più di una volta in maniera piuttosto
ambiziosa da quanti si occupano di intelligenza
artificiale e spesso sta ad indicare
semplicemente una qualche codifica immagazzinata
nella memoria, che renda possibile il
riconoscimento di oggetti non proprio del tutto
identici tra loro, ricordando vagamente la
nozione di universale. Con questa strategia il
sistema funziona bene fino a che non ci si
allontana dall’insieme dei dati immagazzinati,
ma non sa riconoscere certe somiglianze e non
riesce a stabilire analogie. Si ottiene uno
scarso livello di universalità dei cosiddetti
concetti.
b) Una seconda
modalità di approccio si basa su una metodologia
capovolta rispetto alla precedente e più simile
alla concezione “aristotelica”, o almeno a
quella empirista, in quanto si fonda
sull’ipotesi che la conoscenza non è innata, ma
viene appresa dall’esperienza mediante un
processo che va dai sensi esterni al cervello e
alla mente. Si tratta di una metodologia che
tenta di mettere a punto delle tecniche di
“apprendimento” di concetti da parte della
macchina.
Ma che cos’è un
concetto? In entrambi i precedenti approcci c’è
la tendenza a far ricorso a due tecniche, quella
dell’approssimazione da un lato, e della
modellizzazione dall’altro. La “tecnica
dell’approssimazione” si ricollega, in qualche
modo, alla nozione empiristica del concetto che
si ritrova nella filosofia di David Hume
(1711-1776): il concetto sarebbe come una sorta
di dato “singolare sfumato” e si cerca di
realizzare questa sfumatura del singolare in
vista di una sua generalizzazione introducendo
un margine di errore permesso, che consente di
fare rientrare dentro lo schema rappresentativo
più oggetti, anziché uno solo.
La “tecnica della modellizzazione” è certamente
meno rudimentale di quella dell’approssimazione
e si fonda su un processo di vera e propria
“astrazione” (compiuta però in precedenza
dall’uomo) volto ad identificare gli elementi
comuni a più dati singolari.
Sembra utile, oltre
che interessante, un confronto con la scienza
cognitiva di Tommaso d’Aquino, fondata su quella
di Aristotele. Questa identificava, basandosi
sull’esperienza comune, tre operazioni proprie
dell’intelligenza umana: la prima operazione
veniva detta simplex apprehensio e potremmo
convenire di traslitterare questa dizione in
italiano come “semplice apprensione”; la seconda
operazione è il “giudizio” (iudicium); la terza
è il “ragionamento” (ratiocinium).
Ciascuna di queste operazioni agisce su un
materiale di partenza ed elabora un proprio
prodotto che è oggetto di studio della logica.
La semplice apprensione parte dal dato sensibile
fornito dai sensi e dal cervello, diciamo
complessivamente dal corpo, e fornisce come
risultato finale (o prodotto) il concetto. Il
giudizio ha come materiale di partenza il
prodotto della prima operazione e opera
collegando insieme opportunamente i concetti
elaborando una proposizione o enunciazione.
Infine il ragionamento collega insieme le
enunciazioni elaborate dalla seconda operazione,
seguendo delle regole di inferenza che
garantiscono la correttezza della deduzione
(cfr. ad esempio, In “Peri hermeneias”, Proemio,
n. 1).
La teoria dell’astrazione si colloca al livello
della prima operazione, in quanto per
“astrazione” si intende quel processo che la
mente compie sul dato elaborato dal corpo,
partendo da un elemento sensibile singolare
estraendone un prodotto informativo universale,
quale è, secondo questa teoria, il concetto
(cfr. Summa theologiae, I, q. 85, a. 1).
Questa operazione di
carattere cognitivo, che svincola, in qualche
modo, l’informazione dal segnale fisico che la
trasporta, dalla rappresentazione fisiologica
che si trova nel corpo e nel cervello, dal punto
di vista logico ha l’effetto di fornire il dato
nella forma di un “universale” (concetto),
rimuovendolo dal contesto materiale che lo
delimitava e lo rendeva un “singolare” concreto.
Ed è proprio questa sua caratteristica di
universalità a qualificare il concetto come un
principio di conoscenza, di natura
qualitativamente diversa da quella del dato
sensibile materiale presente nei sensi, nei
nervi, nel cervello, come una polarizzazione
elettrica, come un’alterazione chimica, o altro,
o in un circuito elettronico come uno stato di
un sistema binario.
Il concetto si presenta con una natura diversa,
non riducibile a dato sensibile materiale: esso
è un contenuto informativo caratterizzato dalla
sua universalità e non materialità, non
riducibile ad uno stato cerebrale, anche se
legato a questo. In quest’ottica l’universalità
non è ottenibile come genericità, nel senso di
indeterminatezza, alla Hume: l’universale non è
un singolare approssimato, con un margine di
errore nei suoi contorni, ma è qualcosa di
qualitativamente diverso, essendo
un’informazione non materiale.
Il contenuto
dell’informazione (NdR: in-form-azione =
cio' che si sta formando) non coincide
propriamente con il segnale che la trasporta,
anche se non può prescindere da un veicolo
fisico (di natura elettrica, chimica, o altro).
Per essere conosciuta dalla mente umana
l’informazione richiede di essere in qualche
modo estratta (“astratta”) dal suo veicolo per
essere posseduta dalla mente in forma
immateriale (“intenzionale”).
Si pone allora il problema di come debba essere
fatta la mente per compiere questa operazione di
astrazione di un’informazione non materiale,
universale, dal dato sensibile elaborato fino al
suo stato cerebrale.
La risposta che viene data, nell’ambito di
questa teoria, è che per compiere un’operazione
di astrazione di un principio non materiale,
come l’informazione, occorre una mente non
materiale, per ragioni di causalità adeguata.
Tutto questo si fonda sulla concezione
dell’universale come informazione immateriale,
in quanto la materia è per se stessa
individualizzante (principio di individuazione).
Se questo modo di accostare il problema è
corretto non sembra che un computer da solo, in
quanto è materiale — o un cervello da solo, in
quanto è materiale — possa elaborare un concetto
universale e astratto, anche se può gestire
delle informazioni ad esso legate, in tanto in
quanto viene fatto lavorare da un operatore che
è dotato di una mente immateriale. Ciò che la
macchina, il corpo-cervello possono al più
produrre è una rappresentazione
elettromagnetica, o elettrochimica o altro che
non contiene certamente la materia dell’oggetto
osservato, ma che è comunque ancora legata alla
materia-energia di un segnale fisico e come tale
non è ancora universale.
Nella concezione aristotelico-tomista questa
rappresentazione veniva detta "phantasma" e
l’astrazione del concetto universale dal
phantasma particolare non poteva essere compiuta
da un organo corporeo, materiale, ma doveva
essere opera di un intelletto immateriale, che
in quanto compiva tale operazione veniva detto
"intelletto agente".
La macchina, può comunque manipolare dei simboli
(singolari) che per l’operatore hanno un
significato universale fornendo elaborazioni di
ragionamenti e calcoli, mentre i processi
dell’intelligenza dell’uomo paiono non essere
riducibili a processi di calcolo (cfr. Penrose,
1996).
By Alberto Strumia
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Tratto da : disf.org
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