Link su una discussione
molto importante su giochi militari e inquinamento
ambientale da metalli, la catastrofe della vita
naturale sulla terra:
http://www.luogocomune.net/site/modules/newbb/viewtopic.php?topic_id=2755&forum=6
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Ripristino della Tecnologica del Riciclo e della
Riparazione - Meno e
meglio
La decrescita felice per una società a rifiuti zero.
Di Alessandro Gatto (Responsabile del settore
rifiuti del WWF Campania)
Premessa
La società attuale può essere definita la società
dei consumi. Ogni teoria economica si basa
esclusivamente sulla visione produttiva a tutti i
costi. Possono cambiare le visioni politiche ma
l’obiettivo finale è sempre lo stesso: produrre,
produrre e sempre produrre. Anche con elementi di
scarsa qualità e arrivando a prodotti, molto spesso,
che hanno una vita insita spesso ridottissima, merci
che poi subito si trasformano in rifiuti. Tanti
rifiuti. Troppi rifiuti…che vanno a colmare le
discariche e che richiedono sempre più inceneritori
per far finta di farli scomparire. Ma, lo sappiamo,
tutto questo non potrà durare a lungo.
Per difendere il nostro pianeta abbiamo bisogno di
un’inversione di tendenza: una riconversione del
modo di pensare lo sviluppo. Qualche anno fa si
introdusse il binomio “Sviluppo Sostenibile” in cui
al termine già noto dello sviluppo si affiancava un
neologismo che introduceva un modo nuovo di pensare
alla crescita della produttività: una crescita che
teneva conto delle risorse esauribili offerte dalla
natura. Ma anche lo sviluppo sostenibile avocava a
sé un principio di base che sarebbe stato facilmente
strumentalizzato da coloro i quali, pur volendo
continuare sulla strada dell’ipersviluppo, volessero
apparire al tempo stesso coerenti con la realtà e
con le nuove regole dell’ecologia. Quindi non è
possibile più nascondersi dietro alle finte buone
regole dello sviluppo sostenibile che come è
effettivamente applicato è in sostanza un ossimoro.
Oggi c’è bisogno davvero di diminuire lo spreco
delle risorse naturali. In una sola parola si deve
dichiarare guerra al consumismo, tentando di
invertire il concetto stesso di benessere. Infatti
il modello consumistico ci è stato imposto come il
miglior modo di acquisire benessere e innalzamento
della qualità della vita. Ci siamo accorti, poi,
strada facendo, che tutto ciò rispondeva ai canoni
dell’insostenibilità.
La prima regola da seguire è quella della
riconversione degli acquisti, per poter operare una
vera e propria inversione dei ruoli.
Non siamo più elementi da “addestrare” a certi tipi
di consumi ma esseri pensanti che scelgono, laddove
è possibile, una nuova economia in cui prevalgono le
regole delle “decrescita felice” e del concetto di
“meno e meglio”. Cioè meno prodotti da acquistare ma
con una qualità insita che ne fanno prolungare la
vita. Quindi la prima regola da seguire per produrre
meno rifiuti è acquistare oggetti e beni che possano
avere una vita più lunga. In questa sede non
toccheremo l’argomento della progettazione di
oggetti fatti in modo da durare più a lungo perché
l’obiettivo del presente lavoro è quello di offrire
a tutti gli uomini e le donne di buona volontà degli
strumenti di riflessione per arrivare ad una
riconversione dei consumi partendo dal basso. Un
vademecum di base per offrire a tutti l’opportunità
di migliorare il proprio mondo a livello locale
essendo consapevole di dare un contributo alla
modifica di un sistema globale.
Ognuno di noi è una grande risorsa in questo
processo. Non solo nelle scelte che si fanno
quotidianamente ma anche nel saper coinvolgere i
propri prossimi ad un protagonismo attivo per una
riconversione felice dei consumi, nell’ottica del
risparmio delle risorse naturali e della difesa del
pianeta. Nuove regole servono anche per diminuire
l’inquinamento prodotto da uno sviluppo che entra in
crisi solo se non riesce a produrre e a smistare
tanti “pezzi” quanti ne aveva previsto di produrre a
crescita esponenziale. Ma il limite è stato
superato, e i campanelli d’allarme sono del tutto
evidenti: discariche stracolme, sistemi di
smaltimento che fanno finta di far sparire gli
scarti tentando di mistificare il concetto che sta
alla base delle scienze della natura.
Il principio che “in natura nulla si crea e nulla si
distrugge ma tutto si trasforma” è stato sovvertito
da chi ci propina la grande menzogna del chi compra
più cose meglio vive. Compriamo ogni giorno rifiuti
e non ce ne accorgiamo neanche più. Sprechiamo tanta
energia e non ce ne curiamo. Violentiamo
quotidianamente la nostra madre terra senza neanche
più essere consapevoli di farlo. E’ davvero una
perversione collettiva, un sistema schizofrenico che
pur essendo consapevole di essere dipendente
dall’unico pianeta in cui possiamo continuare a
vivere continua a modificarne non solo l’aspetto ma
tutti gli equilibri naturali raggiunti dopo milioni
di anni, in maniera repentina e violentissima.
Il finto sviluppo
Lo sviluppo, così come lo conosciamo, è ricco di
mistificazioni della verità. Per stare in piedi lo
sviluppo consumistico si deve basare su concetti
falsi, sul profilo di una crescita senza limiti
celebrati sull’altare del benessere e della
felicità: più hai e più sei felice, più compri e più
stai bene. E grazie ad un marketing utilizzato ad
arte e deviato siamo davvero felici di spendere e
lasciarci convincere da queste false promesse. A
volte non è neanche possibile evitare di essere
tratti in inganno e proprio da questa consapevolezza
si deve partire per eliminare la strumentalizzazione
in cui siamo caduti disarmati.
Uno sviluppo davvero rispettoso dei dettami dello
sviluppo sostenibile e delle regole della decrescita
felice deve tener conto della vita degli oggetti e
dei beni di consumo. Un oggetto è davvero
sostenibile se, una volta acquistato, potrà vivere
più a lungo possibile, cioè essere utilizzato quante
più volte possibile, oppure potrà essere riciclato
con il minore sforzo energetico.
La prima regola per una decrescita felice sta
proprio nel produrre meno rifiuti da imballaggi.
Infatti potendo riutilizzare più e più volte
contenitori di prodotti sfusi si potrà ridurre
tantissimo la produzione di rifiuti di plastica,
vetro, alluminio, acciaio, carta e cartone che
rappresentano i maggiori volumi dei rifiuti che
produciamo. Quindi un sistema da privilegiare è
quello in cui gli alimenti, i detersivi, e gli altri
prodotti di largo e quotidiano consumo siano
distribuiti con metodi alla spina, con despenser, o
sfusi ad “imballaggio zero”, siano autoprodotti ed a
basso impatto ambientale.
In questo modo ognuno di noi potrà riempire i propri
contenitori riutilizzabili teoricamente
all’infinito.
Altro presupposto indispensabile per la lotta al
finto sviluppo è quello di evitare di acquistare
sempre più i prodotti cosiddetti “usa e getta”. Un
altro finto benessere che ci sta portando in poco
tempo a sperperare le preziosissime ed esauribili
risorse naturali è il sistema importato dagli Stati
Uniti d’America del “usa e getta” che seppur
possedendo una superficiale cosiddetta “praticità”
e/o “comodità” sta deviando il corso della nostra
vita nell’ambiente terra. Purtroppo questo estremo
consumismo sta rovinando ed esaurendo in maniera,
talvolta irreversibile, le risorse naturali
arrecando dei danni incalcolabili non solo alla
generazione umana che vive oggi sulla terra ma anche
e soprattutto a quelle del futuro.
La scelta degli alimenti merita un approfondimento
specifico perché anche i consumi alimentari possono
modificare gli equilibri della natura. Perché la
“semplice” scelta di un frutto o di un ortaggio
semplicemente “fuori stagione” o “esotico” può
determinare lo spreco e/o la distruzione di enormi
porzioni di Natura.
La produttività anche in campo agricolo è sottoposta
alle regole di questo finto sviluppo e tutto viene
eseguito con l’obiettivo di produrre sempre di più,
spesso a scapito della qualità del prodotto agricolo
stesso. La realizzazione delle cose di buona qualità
viene sacrificata sull’altare della produzione di
grandi numeri di oggetti, con crescita esponenziale.
Ritorna inevitabilmente il paradigma del meno e
meglio. Questo può significare decrescita felice.
Usa e riusa
In un mondo dove s’impone il modello consumistico
dell’usa e getta si deve far fronte con la scelta di
oggetti usa e riusa, scegliendo sempre il prodotto
di migliore qualità che, a fronte di una spesa
apparentemente maggiore rispetto ad un oggetto di
scarsa qualità o peggio ancora pensato per durare
giusto il tempo dell’utilizzo, tende a far
risparmiare all’acquirente risorse naturali, in
primis, ma anche tempo e soldi in quanto non si deve
riacquistare più e più volte lo stesso oggetto.
Ad esempio si può prendere il classico ombrellino di
scarsa qualità, quello che viene venduto ad ogni
angolo di strada ogni volta che il tempo volge al
nuvoloso. Il prezzo di questi ombrellini talvolta è
davvero irrisorio ma puntualmente questi ombrelli
hanno una vita decisamente corta e quindi nell’arco
di un utilizzo o di un anno se ne buttano decine e
decine…tanto costano così poco.
Lo spreco di risorse naturali ed energia per
realizzarli e distribuirli è davvero alta ma anche
lo spreco di soldi è davvero alto se lo si paragona
alla spesa di un solo buon ombrellino che è stato
pensato e commercializzato per durare più di un anno
o di una semplice stagione invernale. Questo esempio
lo si può traslare a tantissimi altri beni di
consumo che ognuno di noi può scegliere andando a
modificare non solo il destino del nostro pianeta ma
anche delle proprie tasche. Quindi il primo dovere
della persona che vuole seguire il modello della
decrescita felice è quello del preferire gli oggetti
e i beni che hanno una migliore qualità al fine di
allungarne la vita.
Per allungare la vita agli oggetti si deve anche
poterli riparare con facilità e in maniera
economicamente conveniente.
Oggi invece l’industria
ci propina una serie di prodotti, elettrodomestici
ad esempio, che non è più conveniente riparare
perché lo stesso prodotto di nuova fattura costa
poco più dei pezzi di ricambio o dei sistemi di
riparazione. In questo modo si stanno estinguendo
anche quei lavori artigianali che erano finalizzati
alla riparazione degli oggetti (arrotino,
radiotecnico, calzolaio, sarto, riparatore di
biciclette e moto,ecc.). Si deve passare dalla
cultura dell’usa e getta alla cultura dell’usa e
riusa con l’obiettivo chiaro ed esplicito della
difesa della Natura e di conseguenza la difesa di
tutta la vita sulla terra.
Il problema delle sostanze non biodegradabili (xenobiotiche)
L’aumento esponenziale della produzione di rifiuti
da parte della moderna società dei consumi viene
amplificata e diventa preoccupante da quando sono
state introdotte nel ciclo della materia le sostanze
non biodegradabili , le cosiddette materie
xenobiotiche (cioè sostanze estranee alla vita o
biosfera intesa nel senso ecologico del termine).
Questi materiali sono per lo più polimeri nati con
l’avvento delle filiere della trasformazione del
petrolio. Si tratta di materie plastiche e
sintetiche, cioè prodotti di sintesi estranei alla
natura e per questo non biodegradabili. Con il
termine “plastica” si intende una serie diversa di
polimeri che, una volta abbandonati nell’ambiente,
non riescono ad essere degradati o, per meglio dire,
trasformati in altre molecole utili alla vita di
piante o microrganismi che riescono a mettere in
circolo le molecole e gli atomi. In natura esistono
degli organismi viventi che in ecologia vengono
definiti “DECOMPOSITORI”, rappresentati da diverse
specie di batteri, funghi, ecc. che svolgono il
delicato quanto fondamentale ruolo della
biodegradazione delle molecole organiche complesse
in molecole meno complesse e facilmente
riutilizzabili da altri esseri viventi definiti,
sempre secondo l’ecologia, produttori (fotoautotrofi
e chemioautotrofi).
In altre parole la Natura ricicla tutto mentre non
tutti i prodotti antropici possono godere della
proprietà del riciclo naturale.
Ecco perché è indispensabile operare, quando è
possibile, a raccolte selezionate dei nostri scarti
con l’obiettivo di riciclarne le materie di cui sono
prodotti.
Con la scoperta del petrolio, in particolare, ma
anche con l’immissione di migliaia e migliaia di
molecole di sintesi ogni anno nell’ambiente stiamo
pericolosamente “sperimentando”, sulla pelle della
salute del nostro pianeta, quanto potranno
sopportare i sistemi naturali questa forzatura sulle
regole delle scienze naturali. Non è dato sapere
quanto tempo potrà reggere il sistema continuando di
questo passo, perché si alternano varie teorie di
esperti che comunque sono tutti concordi con
l’affermare che il sistema non potrà reggere a
lungo. Quindi il primo passo da compiere è di
eliminare o ridurre quanto più è possibile la
produzione di queste sostanze xenobiotiche
attraverso delle scelte di nuovi “STILI DI VITA” in
cui vengano privilegiate tutte quelle scelte non
solo commerciali in cui, come dicevamo, si
aboliscano i prodotti a perdere attraverso il
riutilizzo di imballaggi, come l’autoproduzione o
preferendo la distribuzione delle merci con metodi
alla spina, oppure merci vendute sfuse e allungando
la vita degli oggetti scegliendo con intelligenza i
prodotti a qualità più elevata. In questa sede ci
corre l’obbligo ricordare che un ruolo fondamentale
per ribaltare questa economia del consumismo deve
essere condotta da chi progetta i materiali e i
prodotti di largo consumo che vengono immessi nel
mercato ma questo contributo vuole avere il senso di
partire dalla base della piramide del sistema e non
dal vertice. Quindi solo invertendo le nostre scelte
quotidiane e preferendo sempre più e in numeri
sempre più elevati si può pensare di invertire il
senso di marcia degli attuali modelli di sviluppo.
Riparando le cose, ripariamo l’ambiente
Questo è il titolo di un bellissimo convegno
organizzato dal WWF in Lombardia nel maggio del 1995
ed è il titolo di un nuovo percorso da seguire per
aggiungere un nuovo tassello alla protezione della
Natura.
Oggi non si può più pensare di salvaguardare le
specie animali e vegetali in via di estinzione senza
avere chiaro come si sta distruggendo il
meraviglioso patrimonio di biodiversità sul nostro
pianeta. Non è più possibile fare la lotta contro
l’inquinamento, eliminare il problema dei rifiuti
solidi, liquidi e gassosi, senza andare ad incidere
in maniera sostanziale sui processi produttivi
legati al modello di sviluppo attuale. Il peggio
sembra che avanzi inesorabile. Sono le nuove
economie emergenti a tenere banco. Uno sviluppo in
antitesi al sistema che vorremmo sia del meno e
meglio che va appunto nella perversa direzione del
tanto e peggio.
In effetti sembra che, in questi ultimi decenni lo
sviluppo industriale, voglia premiare chi produce
tanto per produrre quanti più oggetti possibile,
senza curarsi troppo della qualità non solo degli
oggetti stessi ma della qualità di vita di chi li
produce, della pessima qualità ambientale derivata
dagli insediamenti industriali che non tengono in
considerazione nessuna o minime regole di ecologia e
di igiene ambientale. Tutto fatto con l’obiettivo
ossessivo della crescita, di una crescita ove non
c’è posto nemmeno per collocare l’oggetto o la merce
prodotta. Una sola regola vige: aumentare il PIL di
questo o di quel Paese che viene definito
“emergente”. Ma questa è una corsa al massacro, è
una imbecillità autorizzata ed applaudita dai più
autorevoli sistemi capitalistici che intravedono una
sorta di scappatoia legale alle modalità di
produzione non consentite e non consentibili.
Si continua ad accelerare una sorta di grande
esperimento globale con l’obiettivo di scoprire
quale capacità di sopportazione potrà avere la terra
a queste continue ed aumentate pressioni. Da qui
nasce il problema della non convenienza della
riparabilità di tantissimi oggetti che un tempo,
invece, godevano di maggiori attenzioni e venivano
portati dall’artigiano che ne riusciva, molto
spesso, a ridare una nuova vita. Oggi non più.
Perché se si rompe l’elettrodomestico, piuttosto che
la scarpa o altro qualsivoglia oggetto è più
“economico” buttarlo via e comprarne uno stesso
nuovo, piuttosto che riparalo e regalargli una nuova
vita. Riutilizzandolo ancora per tanto altro tempo.
E’ più “economico” buttare via un oggetto rotto
perché innanzitutto quello stesso oggi viene
prodotto in quei Paesi dove sia l’ambiente, sia la
manodopera viene sfruttata all’ennesima potenza.
Dove tutto è possibile e morale, tanto non c’è
nessuno che controlla l’eticità delle produzioni. E
dove tante industrie anche famose trovano comodo e
conveniente poter inserirsi in questo meccanismo
perverso ed insostenibile sotto il profilo
ecologico, umano e sociale. Quindi è possibile
invertire un po’ questa tendenza modificando i
nostri stili di vita. Solo così sarà possibile
introdurre la nuova cultura della decrescita felice.
Sembra poco ma ognuno di noi può, ogni giorno,
orientare delle scelte attraverso i propri
comportamenti. Dal basso può partire una nuova
politica che già sta iniziando, seppur in fase
embrionale, a dare segni di vita. Si pensi ai gruppi
di acquisto solidali o alle mille altre forme di
commercio equo e solidale che sta pian piano
prendendo forma e contenuto. Così facendo,
probabilmente in futuro potremo assistere a nuove
forme di pubblicità e di propaganda di oggetti e
prodotti, non più seguendo dei canoni di sviluppo
consumistico bensì mettendo in evidenza la
durevolezza, la qualità e che sono facilmente e
convenientemente riparabili per allungarne la vita
con l’obiettivo di proteggere la Natura e con la
consapevolezza della qualità dei prodotti utilizzati
per assemblare l’oggetto che si sta acquistando. Già
oggi nel campo alimentare e farmaceutico, per
esempio, la scelta del prodotto di qualità è
sinonimo di benessere.
Oltre alla riparabilità ed alla possibilità di fare
manutenzione degli oggetti è importante anche il
capitolo della riciclabilità delle materie prime. In
ogni caso la possibilità di riciclare alcune
molecole o alcuni polimeri può essere oggetto di
discussione e di approfondimento. In particolare le
molecole non biodegradabili, già accennate in
precedenza, derivate da petrolio o dalla sintesi di
laboratorio chimico meritano un momento di
riflessione soprattutto sul bilancio energetico e
sul bilancio di risorse naturali indispensabili per
la loro creazione, sia de novo, sia riciclate. A tal
proposito sarebbe interessante pensare alla
possibilità di preferire l’utilizzo di materiali
diversi e che siano più facilmente biodegradabili,
se proprio non è possibile ridurne il loro utilizzo.
Il P.I.L. un indicatore da rivedere
La sigla P.I.L. sta ad indicare il Prodotto Interno
Lordo di una Nazione e ne decreta la buona salute se
è incrementale e lo stato di crisi se dovesse
scendere di punteggio. Ma questo è un indicatore di
benessere effimero, in quanto tiene conto solo della
crescita della produzione dei beni e dei prodotti di
qualsiasi genere ed in qualsiasi modo. In altri
termini si vuole ancora proseguire sulla strada
della “rapina” delle risorse naturali, facendo finta
di non sapere che esiste un limite a questo tipo di
sviluppo e che se si prosegue su questa strada,
prima o poi, la Natura presenterà il suo amaro
conto. Che sarà tanto più amaro quanto più a lungo
continueremo a “tagliare il ramo sul quale siamo
seduti”.
La soluzione è quella di individuare, il prima
possibile, la vera strada da seguire, che possa
ribaltare completamente il modo di fare sviluppo
così come è stato inteso fino ad oggi. Sicuramente
la costruzione di un sistema che tenga in grande
considerazione le filiere del recupero della materia
e della manutenzione di oggetti e prodotti può
rappresentare un accordo economico da preferire ma
anche molte e più complesse strategie di produzione
possono essere messe in campo. La regola di base da
seguire è che lo sviluppo deve tenere in debita
considerazione la Natura e quindi si deve introdurre
un nuovo sistema di contabilizzazione della
ricchezza di un Paese, che non sia legata al
riduzionista indicatore P.I.L.
Compostaggio domestico
Laddove è possibile le operazioni di compostaggio
domestico svolgono un altro ruolo fondamentale nella
serie di processi che si devono implementare per
raggiungere “l’asintotico” obiettivo di “RIFIUTI
ZERO”.
Tutti i prodotti organici biodegradabili che
quotidianamente immettiamo nell’ambiente vengono
fortunatamente trasformati, come già detto, da
quegli organismi che in ecologia vengono definiti
decompositori (batteri, funghi,ecc) che, alcuni in
presenza di ossigeno (biodigestione aerobica o
compostaggio) ed altri in assenza di ossigeno (biodigestione
anaerobica) operano e vivono trasformando le
molecole complesse in molecole meno complesse e più
facilmente riutilizzabili nel ciclo degli elementi.
In ecologia si parla di ciclo del carbonio, ciclo
dell’azoto, ciclo dello zolfo, del fosforo e così
via.
La natura, lo ripetiamo, ricicla tutto quello
che è di sintesi naturale altrimenti lo rigetta e
non riesce a rimettere in circolo.
Per definizione sono considerati composti organici
quelle molecole costituite da atomi di carbonio e
idrogeno; convenzionalmente, invece, si considerano
organiche tutte le sostanze provenienti da organismi
viventi, biodegradabili.
Il compost si può definire come una sorta di
terricciato, ottenuto da scarti organici di vario
genere e natura: frazione organica degli RSU, scarti
di macellazione ecc. Il compost si ottiene
attraverso il compostaggio, una tecnica utilizzata
in agricoltura per consentire di restituire al
terreno le sostanze organiche, che sono asportate
con il raccolto.
I vegetali terrestri assorbono dall’aria, dalla
terra, attraverso le radici, una serie di sostanze
inorganiche, quali acqua, anidride carbonica,
nitrati e fosfati. La pianta utilizzando la luce
solare, le trasforma in sostanze organiche quali
zuccheri, grassi, proteine, necessarie alla sua
crescita e alla riproduzione dei vegetali e degli
organismi viventi in genere. Il cerchio si chiude
attraverso l’intervento dei microrganismi
decompositori (batteri, funghi) che “attaccano” i
corpi morti (vegetali ed animali) per ottenere
energia e materie prime, ma in questo modo liberano
di nuovo le sostanze inorganiche necessarie al
terreno, e direttamente assimilabili alle piante.
Anche la raccolta (separata dalle altre tipologie di
rifiuti) dei rifiuti organici assume un aspetto
importante per la soluzione definitiva del problema.
Quanto migliore è la qualità del rifiuto organico
(ossia quanto maggiore è il suo grado di purezza)
tanto migliore sarà il prodotto finale del processo
di trasformazione di tale rifiuto, ossia il
cosiddetto compost.
Vediamo brevemente quali sono le fasi del processo
di compostaggio. Il processo di trasformazione,
ossidazione, aerobica del materiale organico ha una
prima fase di destrutturazione e igienizzazione del
prodotto. La velocità con cui questa prima fase,
caratterizzata dallo sviluppo di temperature sui 60°
- 70° C, si sviluppa dipende essenzialmente dai
seguenti fattori:
• Composizione sostanze di partenza.
• Dimensione e forma del cumulo.
• Struttura del materiale e porosità.
• Aereazione del cumulo.
• Contenuto idrico.
La prima fase termofila si attiva rapidamente, con
raggiungimento della temperatura massima in 1 – 2
giorni.
E’ pertanto opportuno ottenere una buona
triturazione e miscelazione del materiale. Per
ottimizzare i tempi di trattamento e l’efficienza
del processo, con rapida decomposizione delle
sostanze organiche e distruzione dei patogeni
primari, occorre mantenere la temperatura del
materiale abbastanza costante in ogni suo punto per
almeno tre giorni tra i 50° e 60° C.
Questo avviene con insufflamento d’aria e continui
rivoltamenti. Il tempo di permanenza del prodotto
nel digestore o bioreattore deve essere di tre
giorni ad una temperatura superiore ai 55° C. La
seconda fase (difficilmente evitabile) di
fermentazione (fase anaerobica) si ha quando entrano
in attività i microrganismi mesofili che
destrutturano, in tempi più lunghi, le parti più
resistenti, quali la cellulosa e lignina. Quindi si
ha una fase di maturazione in cui si ripolimerizzano
le parti destrutturate. Terminato il processo, in un
tempo di tre mesi circa, si ottiene il prodotto
finale denominato compost, che può essere utilizzato
sia come componente dei fertilizzanti organici, sia
come ammendante.
Prevenire e minimizzare la produzione dei rifiuti
con iniziative prioritarie quali:
- Prevenzione: riduzione delle quantità e nocività
per l’ambiente.
- la riduzione del numero di imballaggi e dei
contenitori ed il loro riutilizzo, promuovendo il
ripristino del sistema del vuoto a rendere a
cominciare dai settori della ristorazione, ricezione
e distribuzione;
- l’incentivazione ed il sostegno ad aziende e
distributori che convertono almeno il 30% del
proprio prodotto venduto (ad es. latte fresco, acqua
minerale, detersivi, ecc.) in contenitori a rendere
con cauzione o attraverso il principio della
distribuzione “alla spina” (merci sfuse) non solo
per i generi alimentari;
- riciclaggio e sulla sistematica estrazione ad
oltranza dei materiali riutilizzabili rinvenibili
nei rifiuti stessi;
- la responsabilizzazione delle varie utenze:
utenze domestiche – il passaggio da tassa a tariffa
diventa strumento indispensabile e prioritario per
la incentivazione del cittadino a produrre meno
rifiuti, iniziative di educazione ambientale,
incentivazione all’autocompostaggio, laddove è
possibile (vedi realtà agricole e piccoli e medi
comuni);
utenze attività produttive - promozione di accordi
di programma e/o incentivi per l’attuazione di
strategie rivolte alla riduzione degli scarti e alla
commercializzazione di merci durature;
utenze commerciali - promozione di accordi di
programma e/o incentivi per l’attuazione di
strategie rivolte non solo alla riduzione e
riutilizzo degli imballaggi, ma anche
all’identificazione e alla vendita di prodotti sfusi
e con materiali più sostenibili in fase di recupero
e smaltimento;
utenze uffici - iniziative di educazione ambientale,
promozione della carta riciclata, ecc.;
utenze pubbliche - attuazione all’interno delle
pubbliche amministrazioni di misure di riduzione
degli imballaggi, raccolta differenziata, politica
di acquisti verdi; favorire la proliferazione di
impiantistica dolce quali le riciclerie, centri di
nobilitazione di materiali recuperati; rendere più
conveniente l’uso di prodotti riciclati anche con
politiche fiscali (tassa sulle materie vergini).
2. Incentivare la raccolta differenziata spinta
(cioè con percentuali di intercettazione superiori
al 60 %).
E’ necessaria l’elaborazione di PIANI PROVINCIALI di
pianificazione e sviluppo della raccolta
differenziata sostenute da adeguati finanziamenti.
L’amministrazione regionale della Campania deve
impegnarsi affinché vengano introdotti obiettivi
crescenti di RD, raggiungendo e poi superando il
limite imposto dalla normativa vigente del 35%, (che
si sarebbe dovuto raggiungere entro la fine del
2003) e utilizzando un metodo omogeneo di raccolta
differenziata su tutto il territorio al fine di
arrivare per lo meno ad un 60 % di intercettazione
dei rifiuti differenziati, sotto un’attenta regia
delle 5 province della Campania. Tale metodo
dovrebbe essere gestito nella tariffazione e nella
raccolta dei dati da un sistema informativo
territoriale e pianificato e controllato negli
obiettivi quali/quantitativi annuali da un sistema
di qualità.
E’ indispensabile attivare campagne periodiche e
frequenti rivolte a coinvolgere:- i cittadini
(informazioni, inchieste, convegni);- i manager e
politici (convegni, seminari, ecc.). Le campagne
pubblicitarie (comunicati stampa, utilizzo di reti
radio televisive regionali e locali, depliant,
manifesti, striscioni, ecc) vanno accompagnate da
analisi di scenario (simulazioni) con periodici
aggiornamenti;
- integrazione del circuito della raccolta
differenziata (non meramente aggiuntivo) che deve
essere portato il più vicino possibile all’utenza
(raccolte porta a porta e condominiali) prevedendo
forme di occupazione aggiuntiva a quella già
presente (da garantire e qualificare).
I. Incentivazione della raccolta differenziata
tramite l’introduzione della tariffa sui rifiuti
modulata sulla quantità d’indifferenziato conferito
al servizio di raccolta cittadino; iniziative
d’incentivazione (sgravi e riduzioni fiscali) per
quanti attuano raccolta differenziata, compostaggio
e conferimento alle isole ecologiche promosse dai
Comuni;
II. raccolta differenziata della frazione umida e
verde omogenea, sia per le grandi utenze (mercati,
mense, ristoranti ecc.) che per tutta la popolazione
della Regione Campania
III. eliminazione di tutti i contenitori stradali
multiutente dei rifiuti indifferenziati, in modo da
poter applicare e controllare con efficacia la
tariffa puntuale sui conferimenti a domicilio o
all’isola ecologica.
IV. immediata costruzione di più impianti di
compostaggio/biodigestione (con eventuale recupero
del biogas, prodotto dalla digestione anaerobica, ad
uso energetico) per il compost di qualità, dislocati
su tutto il territorio regionale ;
V. promozione ed incentivazione della pratica del
compostaggio domestico (ove possibile) allo scopo
del suo recupero;
VI. sostegno all’impiego in agricoltura e nella
gestione del verde pubblico del compost di qualità
derivante dalla raccolta differenziata domiciliare
della frazione umida e verde.
3. Puntare ad una gestione dei rifiuti che contenga
la pianificazione ed il controllo dell’intero ciclo
produttivo
Questo obiettivo appare primario ai fini di una
messa in chiaro da parte delle istituzioni delle
fasi e delle problematiche del ciclo rifiuti. Esso
appare importante anche ai fini di una piena
utilizzazione del sistema produttivo della Campania,
di un incremento dell’occupazione, del collegamento
tra pubblico e privato, con i criteri di massima
trasparenza amministrativa.
Quest’ultimo punto appare fondamentale ai fini di
evitare speculazioni nel settore dei rifiuti.
Vanno compresi nel tema anche accordi chiari con
imprese locali per il riutilizzo del raccolto
(organico, carta, vetro, plastiche, legno a scelta).
A livello industriale, è auspicabile che la stessa
Azienda incaricata del pubblico servizio gestisca
impianti finalizzati al riuso ed al riciclo dei
materiali raccolti.
4. Trasparenza nella gestione del fondo derivante
dal tributo per il conferimento dei rifiuti in
discarica. Destinazione prioritaria delle risorse
derivanti non solo dal tributo, ma anche da altri
finanziamenti (Regione,UE ecc) per la realizzazione
di progetti atti a:
- garantire politiche pubbliche tese a creare
strutture di raccolta, stoccaggio, trasformazione e
collocamento dei materiali recuperati;
- promuovere e finanziare l’occupazione locale
finalizzata ai vari segmenti della filiera per il
riciclaggio (raccolta porta a porta, isole
ecologiche, siti di stoccaggio, riutilizzo);
- promuovere il recupero della frazione umida e
verde (con raccolta differenziata o con compostaggio
domestico, laddove possibile) e l’impiego del
compost da esso derivante.
5. In merito alla produzione di rifiuti va
verificata, a livello regionale, la necessaria
certificazione relativa alla produzione di rifiuti
da parte delle imprese campane.
Gli evidenti cambiamenti tecnologici e settoriali,
comportano l’utilizzo di sostanze di sintesi, spesso
inquinanti e talmente nuove da essere al di fuori
degli attuali livelli normativi. A queste novità si
aggiunge naturalmente la situazione pregressa,
ancora ignota, se non per stime, dei rifiuti
speciali e pericolosi, per i quali permangono
problemi di impatto ambientale incontrollati e di
tutela della salute dei cittadini.
6. Introduzione di criteri ambientali nei capitolati
di appalto per la fornitura di beni e servizi da
parte della Pubblica Amministrazione che favoriscano
la minimizzazione, il riutilizzo e recupero dei
rifiuti, il risparmio energetico ed idrico,
l’assenza di sostanze tossiche nei processi di
lavorazione, il possesso dell’ecolabel europeo.
Le semplici autorizzazioni di utilizzo del suolo
pubblico per feste, sagre, ecc. devono comprendere
limiti nella produzione di rifiuti.
7. Una politica rivolta alla prevenzione, raccolta
differenziata e trattamento dei rifiuti (allo scopo
del recupero di materia) si pone, di fatto, in
competizione con la scelta degli inceneritori a
recupero energetico. Infatti, tali impianti hanno
bisogno di un continuo apporto di rifiuti da
smaltire per garantire la continuità del loro
funzionamento, e questo contrasta visibilmente con
le politiche di riduzione a monte e con una seria
raccolta differenziata spinta, imposte dalla
normativa nazionale vigente, impegnandosi anche di
andare oltre.
In questo senso bisogna da subito investire
nell’analisi merceologica delle quattro frazioni
residue che vanno a smaltimento (frazione secca
residua, ingombranti, spazzatura stradale e sovvalli
da frazioni secche riciclabili), per proporre per
ognuna delle iniziative che, con azioni mirate di
feedback, permettano di migliorare il processo di
raccolta e ridurre le quantità dei rifiuti, fino al
riciclo totale, cioè rifiuti zero.
Conclusioni
In definitiva si propone, dunque, di puntare su
politiche di riduzione della produzione dei rifiuti,
incentivando stili di vita intelligenti (ad esempio
vuoto a rendere dei contenitori per acqua e
alimenti); incentivando, al contempo, fortemente la
raccolta differenziata, rivolta al riciclaggio della
materia prima seconda, di tutti i rifiuti domestici
che non siamo riusciti ad evitare di produrre
(plastiche, vetro, alluminio, organico,
carta-cartoni-stracci, legno, metalli, farmaci
scaduti, pile esaurite, oli da cucina esausti, ecc.)
ed industriali.
Le Amministrazioni comunali stanno proponendo alle
proprie cittadinanze il sistema della raccolta
differenziata per tentare di arginare il problema
dei rifiuti che in questi ultimi anni ha assunto
proporzioni spaventose per lo stato di continua
emergenza delle discariche e dell’abusivismo
incontrollato che esiste soprattutto nelle nostre
zone. In primo luogo la cittadinanza deve prestare
attenzione alle nuove proposte di smaltimento
differenziato dei rifiuti, invitando tutti i
cittadini a gettare i rifiuti negli appositi
contenitori dopo averli adeguatamente separati. E’
importante adottare il sistema delle 4R (Riduci,
Ripara, Riusa, Ricicla) che rappresenta la proposta
operativa per combattere il
CONSUMISMO, la vera causa dei tanti
mali della nostra società, non solo di natura
ambientale. La proposta delle 4 R è rivolta a tutti
noi per far cambiare il nostro stile di vita
entrando in un’ottica di risparmio di tutte le
risorse della terra. La vera battaglia, per
migliorare il nostro futuro, è proprio quella che va
contro il modello di sviluppo consumistico che ci è
stato “imposto” dalle grandi leggi dell’economia
mondiale dominante.
Le 4 R diventano, quindi, un’alternativa concreta
per combattere il consumismo, partendo dal basso! Si
può, ad esempio, rivalutare l’oggetto antico o
quello d’epoca.. Dobbiamo preferire gli oggetti più
longevi. Logicamente è meglio se l’oggetto è antico
o d’epoca in modo che possa acquistare anche un
fascino particolare legato all’epoca in cui esso è
stato costruito.
Un altro sistema che può essere semplicemente
adottato da tutti per migliorare la qualità della
nostra vita e quello del “vuoto a rendere” delle
bottiglie di vetro dell’acqua minerale o di altri
alimenti e prodotti di largo consumo liquidi. In
questo caso i benefici per il consumatore rispettoso
dell’ambiente si traduce anche nel miglioramento
qualitativo del prodotto contenuto nel vetro
rispetto a quello contenuto nella plastica che
talvolta può essere anche pericoloso per la salute
umana.
Al posto di usare dissennatamente le posate, i
bicchieri ed i piatti in plastica sarebbe meglio
ritornare alle vecchie posate in metallo, ai
bicchieri di vetro ed ai piatti in porcellana, anche
per riacquistare la gioia di gustare i sapori delle
pietanze.
Ancora, invece di usare i sacchetti di plastica “usa
e getta” per il trasporto dei generi alimentari
acquistati quotidianamente si potrebbe ritornare ad
usare la cara vecchia borsa della spesa che dura
un’eternità. Questi sono solo dei piccolissimi
esempi di azioni concrete che possiamo mettere in
atto per modificare il nostro comportamento
consumistico ed inquinante, riducendo il nostro
impatto sull’ambiente.
RICICLARE E’ BENE RIDURRE E’ MEGLIO !!!
Cosa possiamo fare come cittadini e come istituzioni
per ridurre i rifiuti:
1) prestare maggiore attenzione ai nostri acquisti
orientandoci sempre, quando è possibile, verso
prodotti in “contenitore a rendere” e, più in
generale,con imballo nullo o minimo (ad esempio
vendita di prodotti alimentari e non con il metodo
alla “spina” e/o sfusi).
2) portare da casa la borsa per la spesa.
3) Privilegiare l’acquisto di prodotti sfusi.
4) privilegiare, anche fra uguali prodotti in vuoto
a rendere, quelli confezionati in vetro.
5) sollecitare il proprio negoziante perchè si
fornisca di prodotti con vuoti a rendere,
introducendo il principio della cauzione dei vuoti.
6) preferire i negozi o i supermercati che
dispongono di un maggior numero di prodotti sfusi,
distribuzioni alla “spina” e con il meccanismo del
vuoto a rendere.
7) Preferire sempre l’acquisto di oggetti con una
vita media più lunga possibile.
Tratto da: 9online.it