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RIFIUTI ed ALTRO
 

Cosa ci facciamo con i rifiuti ?
vedi:  Bioetanolo dai Rifiuti  +  Mattoni dai rifiuti + Protocollo riciclaggio +
Medici per l'ambiente PDF

Trenta nuovi inceneritori in Italia. La richiesta arriva dalle imprese che producono e utilizzano imballaggi in plastica (unite nel Corepla, il Consorzio per il riciclaggio ed il recupero della plastica) e dall'Istituto per l'Ambiente di Confindustria: "In Italia - si dice in un dettagliato studio sulla gestione dei rifiuti - servono da 24 a 38 nuovi impianti di termovalorizzazione".
L'obiettivo è di  ridurre l'accesso indiscriminato alle discariche e portare l'Italia ai livelli europei di termo-distruzione con recupero energetico. Un no deciso al progetto arriva però da Legambiente, la quale sostiene che una simile proliferazione di inceneritori, concentrata soprattutto al Sud, impedirebbe il decollo della raccolta differenziata proprio nelle regioni maggiormente arretrate nel riciclo.
"Noi non siamo contrari agli inceneritori in generale - spiegano gli ambientalisti - ma i numeri fatti ci sembrano troppo alti: per bruciare i rifiuti che non si possono riciclare basta riconvertire le centrali a carbone dell'Enel o i cementifici e analizzare caso per caso gli impianti che già esistono.
Riciclaggio rifiuti
I comuni Lombardi di Sesto San Giovanni, Cologno Monzese, Cormano, Pioltello e Segrate, si sono riuniti in un consorzio per riciclare i rifiuti urbani e trasformali in energia elettrica.
Il nuovo centro di smaltimento rifiuti verrà inaugurato domenica 21 aprile a Sesto s. Giovanni.


Protezione delle foreste in Nepal
Il Nepal è da prendere ad esempio. Le ultime politiche del governo di Kathmandu riguardo la salvaguardia del patrimonio forestale e il recupero delle foreste più degradate, stanno danno risultati eccezionali.
Gli appezzamenti di foresta vengono dati in gestione per 40 anni alle famiglie "sotto la soglia di povertà" (32,5 dollari all'anno). I funzionari della Forestale discutono con le famiglie un piano di rigenerazione, che prevede di piantare alberi per proteggere le fonti idriche e alberi a crescita rapida per fare legna da ardere e foraggio per gli animali (gli alberi vengono forniti dal governo).
Oggi il Programma di concessioni forestali coinvolge 11mila famiglie e circa settemila ettari di foreste a cui è stata ridata vita.

Smaltimento rifiuti
Il College universitario di Santa Monica (Los Angeles) ha deciso di trasformare gli avanzi di cibo prodotti dalla mensa (68 kg al giorno) in concime: vengono messi in un enorme contenitore dove ci sono 150 chili di lombrichi. I rifiuti vengono trasformati in terriccio organico che viene venduto agli agricoltori.

Sandali ecologici
A Korogocho, una baraccopoli in Kenya, si producono sandali riciclando pneumatici usati. L'iniziativa, partita nel 1995 grazie a Matthew Meyer, sta portando la speranza nel paese (Korogocho in dialetto locale significa "senza speranza").

Foreste
La più grande catena svizzera di vendite al dettaglio, la Migros, ha deciso di acquistare solo olio di palma proveniente da piantagioni che non hanno comportato la distruzione di foreste tropicali.
L'olio di palma è utilizzato in molti prodotti come la Margarina e i detergenti. Secondo il WWF, in Indonesia la conversione delle foreste a monocolture di questo tipo, assieme al taglio illegale di legname, è la causa principale della deforestazione.


Riciclaggio rifiuti
A Cuneo, in Piemonte, l'Azienda smaltimento rifiuti e la Pirelli Ambiente hanno firmato un accordo per la produzione di combustibile, riciclando i rifiuti urbani solidi, i pneumatici usati e le plastiche non clorurate. I rifiuti utilizzati saranno quelli dei 54 comuni aderenti all'Azienda di smaltimento, per un totale di 154 mila abitanti.
Il progetto costerà 5 miliardi di lire e inizierà a maggio di quest'anno.
 

Idrogeno
La prima "cittadella italiana dell'idrogeno", una centrale per la distribuzione del carburante pulito, nascerà nel quartiere Bicocca di Milano. Al progetto stanno lavorando la Bmw-Italia, impegnata in tutto il mondo nella presentazione della nuova berlina 750hL alimentata a idrogeno, la società Zincar del gruppo Aem e il Politecnico di Milano.
L'impianto sarà pronto entro cinque anni, ma già dal prossimo anno alcuni autobus pubblici saranno alimentati a idrogeno.

Link su una discussione molto importante su giochi militari e inquinamento ambientale da metalli, la catastrofe  della vita naturale sulla terra: http://www.luogocomune.net/site/modules/newbb/viewtopic.php?topic_id=2755&forum=6

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Ripristino della Tecnologica del Riciclo e della Riparazione -
Meno e meglio
La decrescita felice per una società a rifiuti zero. Di Alessandro Gatto (Responsabile del settore rifiuti del WWF Campania)

Premessa
La società attuale può essere definita la società dei consumi. Ogni teoria economica si basa esclusivamente sulla visione produttiva a tutti i costi. Possono cambiare le visioni politiche ma l’obiettivo finale è sempre lo stesso: produrre, produrre e sempre produrre. Anche con elementi di scarsa qualità e arrivando a prodotti, molto spesso, che hanno una vita insita spesso ridottissima, merci che poi subito si trasformano in rifiuti. Tanti rifiuti. Troppi rifiuti…che vanno a colmare le discariche e che richiedono sempre più inceneritori per far finta di farli scomparire. Ma, lo sappiamo, tutto questo non potrà durare a lungo.
Per difendere il nostro pianeta abbiamo bisogno di un’inversione di tendenza: una riconversione del modo di pensare lo sviluppo. Qualche anno fa si introdusse il binomio “Sviluppo Sostenibile” in cui al termine già noto dello sviluppo si affiancava un neologismo che introduceva un modo nuovo di pensare alla crescita della produttività: una crescita che teneva conto delle risorse esauribili offerte dalla natura. Ma anche lo sviluppo sostenibile avocava a sé un principio di base che sarebbe stato facilmente strumentalizzato da coloro i quali, pur volendo continuare sulla strada dell’ipersviluppo, volessero apparire al tempo stesso coerenti con la realtà e con le nuove regole dell’ecologia. Quindi non è possibile più nascondersi dietro alle finte buone regole dello sviluppo sostenibile che come è effettivamente applicato è in sostanza un ossimoro. Oggi c’è bisogno davvero di diminuire lo spreco delle risorse naturali. In una sola parola si deve dichiarare guerra al consumismo, tentando di invertire il concetto stesso di benessere. Infatti il modello consumistico ci è stato imposto come il miglior modo di acquisire benessere e innalzamento della qualità della vita. Ci siamo accorti, poi, strada facendo, che tutto ciò rispondeva ai canoni dell’insostenibilità.
La prima regola da seguire è quella della riconversione degli acquisti, per poter operare una vera e propria inversione dei ruoli.
Non siamo più elementi da “addestrare” a certi tipi di consumi ma esseri pensanti che scelgono, laddove è possibile, una nuova economia in cui prevalgono le regole delle “decrescita felice” e del concetto di “meno e meglio”. Cioè meno prodotti da acquistare ma con una qualità insita che ne fanno prolungare la vita. Quindi la prima regola da seguire per produrre meno rifiuti è acquistare oggetti e beni che possano avere una vita più lunga. In questa sede non toccheremo l’argomento della progettazione di oggetti fatti in modo da durare più a lungo perché l’obiettivo del presente lavoro è quello di offrire a tutti gli uomini e le donne di buona volontà degli strumenti di riflessione per arrivare ad una riconversione dei consumi partendo dal basso. Un vademecum di base per offrire a tutti l’opportunità di migliorare il proprio mondo a livello locale essendo consapevole di dare un contributo alla modifica di un sistema globale.
Ognuno di noi è una grande risorsa in questo processo. Non solo nelle scelte che si fanno quotidianamente ma anche nel saper coinvolgere i propri prossimi ad un protagonismo attivo per una riconversione felice dei consumi, nell’ottica del risparmio delle risorse naturali e della difesa del pianeta. Nuove regole servono anche per diminuire l’inquinamento prodotto da uno sviluppo che entra in crisi solo se non riesce a produrre e a smistare tanti “pezzi” quanti ne aveva previsto di produrre a crescita esponenziale. Ma il limite è stato superato, e i campanelli d’allarme sono del tutto evidenti: discariche stracolme, sistemi di smaltimento che fanno finta di far sparire gli scarti tentando di mistificare il concetto che sta alla base delle scienze della natura.
Il principio che “in natura nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma” è stato sovvertito da chi ci propina la grande menzogna del chi compra più cose meglio vive. Compriamo ogni giorno rifiuti e non ce ne accorgiamo neanche più. Sprechiamo tanta energia e non ce ne curiamo. Violentiamo quotidianamente la nostra madre terra senza neanche più essere consapevoli di farlo. E’ davvero una perversione collettiva, un sistema schizofrenico che pur essendo consapevole di essere dipendente dall’unico pianeta in cui possiamo continuare a vivere continua a modificarne non solo l’aspetto ma tutti gli equilibri naturali raggiunti dopo milioni di anni, in maniera repentina e violentissima.

Il finto sviluppo
Lo sviluppo, così come lo conosciamo, è ricco di mistificazioni della verità. Per stare in piedi lo sviluppo consumistico si deve basare su concetti falsi, sul profilo di una crescita senza limiti celebrati sull’altare del benessere e della felicità: più hai e più sei felice, più compri e più stai bene. E grazie ad un marketing utilizzato ad arte e deviato siamo davvero felici di spendere e lasciarci convincere da queste false promesse. A volte non è neanche possibile evitare di essere tratti in inganno e proprio da questa consapevolezza si deve partire per eliminare la strumentalizzazione in cui siamo caduti disarmati.
Uno sviluppo davvero rispettoso dei dettami dello sviluppo sostenibile e delle regole della decrescita felice deve tener conto della vita degli oggetti e dei beni di consumo. Un oggetto è davvero sostenibile se, una volta acquistato, potrà vivere più a lungo possibile, cioè essere utilizzato quante più volte possibile, oppure potrà essere riciclato con il minore sforzo energetico.
La prima regola per una decrescita felice sta proprio nel produrre meno rifiuti da imballaggi. Infatti potendo riutilizzare più e più volte contenitori di prodotti sfusi si potrà ridurre tantissimo la produzione di rifiuti di plastica, vetro, alluminio, acciaio, carta e cartone che rappresentano i maggiori volumi dei rifiuti che produciamo. Quindi un sistema da privilegiare è quello in cui gli alimenti, i detersivi, e gli altri prodotti di largo e quotidiano consumo siano distribuiti con metodi alla spina, con despenser, o sfusi ad “imballaggio zero”, siano autoprodotti ed a basso impatto ambientale.
In questo modo ognuno di noi potrà riempire i propri contenitori riutilizzabili teoricamente all’infinito.
Altro presupposto indispensabile per la lotta al finto sviluppo è quello di evitare di acquistare sempre più i prodotti cosiddetti “usa e getta”. Un altro finto benessere che ci sta portando in poco tempo a sperperare le preziosissime ed esauribili risorse naturali è il sistema importato dagli Stati Uniti d’America del “usa e getta” che seppur possedendo una superficiale cosiddetta “praticità” e/o “comodità” sta deviando il corso della nostra vita nell’ambiente terra. Purtroppo questo estremo consumismo sta rovinando ed esaurendo in maniera, talvolta irreversibile, le risorse naturali arrecando dei danni incalcolabili non solo alla generazione umana che vive oggi sulla terra ma anche e soprattutto a quelle del futuro.
La scelta degli alimenti merita un approfondimento specifico perché anche i consumi alimentari possono modificare gli equilibri della natura. Perché la “semplice” scelta di un frutto o di un ortaggio semplicemente “fuori stagione” o “esotico” può determinare lo spreco e/o la distruzione di enormi porzioni di Natura.
La produttività anche in campo agricolo è sottoposta alle regole di questo finto sviluppo e tutto viene eseguito con l’obiettivo di produrre sempre di più, spesso a scapito della qualità del prodotto agricolo stesso. La realizzazione delle cose di buona qualità viene sacrificata sull’altare della produzione di grandi numeri di oggetti, con crescita esponenziale. Ritorna inevitabilmente il paradigma del meno e meglio. Questo può significare decrescita felice.

Usa e riusa
In un mondo dove s’impone il modello consumistico dell’usa e getta si deve far fronte con la scelta di oggetti usa e riusa, scegliendo sempre il prodotto di migliore qualità che, a fronte di una spesa apparentemente maggiore rispetto ad un oggetto di scarsa qualità o peggio ancora pensato per durare giusto il tempo dell’utilizzo, tende a far risparmiare all’acquirente risorse naturali, in primis, ma anche tempo e soldi in quanto non si deve riacquistare più e più volte lo stesso oggetto.
Ad esempio si può prendere il classico ombrellino di scarsa qualità, quello che viene venduto ad ogni angolo di strada ogni volta che il tempo volge al nuvoloso. Il prezzo di questi ombrellini talvolta è davvero irrisorio ma puntualmente questi ombrelli hanno una vita decisamente corta e quindi nell’arco di un utilizzo o di un anno se ne buttano decine e decine…tanto costano così poco.
Lo spreco di risorse naturali ed energia per realizzarli e distribuirli è davvero alta ma anche lo spreco di soldi è davvero alto se lo si paragona alla spesa di un solo buon ombrellino che è stato pensato e commercializzato per durare più di un anno o di una semplice stagione invernale. Questo esempio lo si può traslare a tantissimi altri beni di consumo che ognuno di noi può scegliere andando a modificare non solo il destino del nostro pianeta ma anche delle proprie tasche. Quindi il primo dovere della persona che vuole seguire il modello della decrescita felice è quello del preferire gli oggetti e i beni che hanno una migliore qualità al fine di allungarne la vita.
Per allungare la vita agli oggetti si deve anche poterli riparare con facilità e in maniera economicamente conveniente.
Oggi invece l’industria ci propina una serie di prodotti, elettrodomestici ad esempio, che non è più conveniente riparare perché lo stesso prodotto di nuova fattura costa poco più dei pezzi di ricambio o dei sistemi di riparazione. In questo modo si stanno estinguendo anche quei lavori artigianali che erano finalizzati alla riparazione degli oggetti (arrotino, radiotecnico, calzolaio, sarto, riparatore di biciclette e moto,ecc.). Si deve passare dalla cultura dell’usa e getta alla cultura dell’usa e riusa con l’obiettivo chiaro ed esplicito della difesa della Natura e di conseguenza la difesa di tutta la vita sulla terra.

Il problema delle sostanze non biodegradabili (xenobiotiche)
L’aumento esponenziale della produzione di rifiuti da parte della moderna società dei consumi viene amplificata e diventa preoccupante da quando sono state introdotte nel ciclo della materia le sostanze non biodegradabili , le cosiddette materie xenobiotiche (cioè sostanze estranee alla vita o biosfera intesa nel senso ecologico del termine). Questi materiali sono per lo più polimeri nati con l’avvento delle filiere della trasformazione del petrolio. Si tratta di materie plastiche e sintetiche, cioè prodotti di sintesi estranei alla natura e per questo non biodegradabili. Con il termine “plastica” si intende una serie diversa di polimeri che, una volta abbandonati nell’ambiente, non riescono ad essere degradati o, per meglio dire, trasformati in altre molecole utili alla vita di piante o microrganismi che riescono a mettere in circolo le molecole e gli atomi. In natura esistono degli organismi viventi che in ecologia vengono definiti “DECOMPOSITORI”, rappresentati da diverse specie di batteri, funghi, ecc. che svolgono il delicato quanto fondamentale ruolo della biodegradazione delle molecole organiche complesse in molecole meno complesse e facilmente riutilizzabili da altri esseri viventi definiti, sempre secondo l’ecologia, produttori (fotoautotrofi e chemioautotrofi).
In altre parole la Natura ricicla tutto mentre non tutti i prodotti antropici possono godere della proprietà del riciclo naturale.
Ecco perché è indispensabile operare, quando è possibile, a raccolte selezionate dei nostri scarti con l’obiettivo di riciclarne le materie di cui sono prodotti.
Con la scoperta del petrolio, in particolare, ma anche con l’immissione di migliaia e migliaia di molecole di sintesi ogni anno nell’ambiente stiamo pericolosamente “sperimentando”, sulla pelle della salute del nostro pianeta, quanto potranno sopportare i sistemi naturali questa forzatura sulle regole delle scienze naturali. Non è dato sapere quanto tempo potrà reggere il sistema continuando di questo passo, perché si alternano varie teorie di esperti che comunque sono tutti concordi con l’affermare che il sistema non potrà reggere a lungo. Quindi il primo passo da compiere è di eliminare o ridurre quanto più è possibile la produzione di queste sostanze xenobiotiche attraverso delle scelte di nuovi “STILI DI VITA” in cui vengano privilegiate tutte quelle scelte non solo commerciali in cui, come dicevamo, si aboliscano i prodotti a perdere attraverso il riutilizzo di imballaggi, come l’autoproduzione o preferendo la distribuzione delle merci con metodi alla spina, oppure merci vendute sfuse e allungando la vita degli oggetti scegliendo con intelligenza i prodotti a qualità più elevata. In questa sede ci corre l’obbligo ricordare che un ruolo fondamentale per ribaltare questa economia del consumismo deve essere condotta da chi progetta i materiali e i prodotti di largo consumo che vengono immessi nel mercato ma questo contributo vuole avere il senso di partire dalla base della piramide del sistema e non dal vertice. Quindi solo invertendo le nostre scelte quotidiane e preferendo sempre più e in numeri sempre più elevati si può pensare di invertire il senso di marcia degli attuali modelli di sviluppo.

Riparando le cose, ripariamo l’ambiente
Questo è il titolo di un bellissimo convegno organizzato dal WWF in Lombardia nel maggio del 1995 ed è il titolo di un nuovo percorso da seguire per aggiungere un nuovo tassello alla protezione della Natura.
Oggi non si può più pensare di salvaguardare le specie animali e vegetali in via di estinzione senza avere chiaro come si sta distruggendo il meraviglioso patrimonio di biodiversità sul nostro pianeta. Non è più possibile fare la lotta contro l’inquinamento, eliminare il problema dei rifiuti solidi, liquidi e gassosi, senza andare ad incidere in maniera sostanziale sui processi produttivi legati al modello di sviluppo attuale. Il peggio sembra che avanzi inesorabile. Sono le nuove economie emergenti a tenere banco. Uno sviluppo in antitesi al sistema che vorremmo sia del meno e meglio che va appunto nella perversa direzione del tanto e peggio.
In effetti sembra che, in questi ultimi decenni lo sviluppo industriale, voglia premiare chi produce tanto per produrre quanti più oggetti possibile, senza curarsi troppo della qualità non solo degli oggetti stessi ma della qualità di vita di chi li produce, della pessima qualità ambientale derivata dagli insediamenti industriali che non tengono in considerazione nessuna o minime regole di ecologia e di igiene ambientale. Tutto fatto con l’obiettivo ossessivo della crescita, di una crescita ove non c’è posto nemmeno per collocare l’oggetto o la merce prodotta. Una sola regola vige: aumentare il PIL di questo o di quel Paese che viene definito “emergente”. Ma questa è una corsa al massacro, è una imbecillità autorizzata ed applaudita dai più autorevoli sistemi capitalistici che intravedono una sorta di scappatoia legale alle modalità di produzione non consentite e non consentibili.
Si continua ad accelerare una sorta di grande esperimento globale con l’obiettivo di scoprire quale capacità di sopportazione potrà avere la terra a queste continue ed aumentate pressioni. Da qui nasce il problema della non convenienza della riparabilità di tantissimi oggetti che un tempo, invece, godevano di maggiori attenzioni e venivano portati dall’artigiano che ne riusciva, molto spesso, a ridare una nuova vita. Oggi non più. Perché se si rompe l’elettrodomestico, piuttosto che la scarpa o altro qualsivoglia oggetto è più “economico” buttarlo via e comprarne uno stesso nuovo, piuttosto che riparalo e regalargli una nuova vita. Riutilizzandolo ancora per tanto altro tempo.
E’ più “economico” buttare via un oggetto rotto perché innanzitutto quello stesso oggi viene prodotto in quei Paesi dove sia l’ambiente, sia la manodopera viene sfruttata all’ennesima potenza. Dove tutto è possibile e morale, tanto non c’è nessuno che controlla l’eticità delle produzioni. E dove tante industrie anche famose trovano comodo e conveniente poter inserirsi in questo meccanismo perverso ed insostenibile sotto il profilo ecologico, umano e sociale. Quindi è possibile invertire un po’ questa tendenza modificando i nostri stili di vita. Solo così sarà possibile introdurre la nuova cultura della decrescita felice.
Sembra poco ma ognuno di noi può, ogni giorno, orientare delle scelte attraverso i propri comportamenti. Dal basso può partire una nuova politica che già sta iniziando, seppur in fase embrionale, a dare segni di vita. Si pensi ai gruppi di acquisto solidali o alle mille altre forme di commercio equo e solidale che sta pian piano prendendo forma e contenuto. Così facendo, probabilmente in futuro potremo assistere a nuove forme di pubblicità e di propaganda di oggetti e prodotti, non più seguendo dei canoni di sviluppo consumistico bensì mettendo in evidenza la durevolezza, la qualità e che sono facilmente e convenientemente riparabili per allungarne la vita con l’obiettivo di proteggere la Natura e con la consapevolezza della qualità dei prodotti utilizzati per assemblare l’oggetto che si sta acquistando. Già oggi nel campo alimentare e farmaceutico, per esempio, la scelta del prodotto di qualità è sinonimo di benessere.
Oltre alla riparabilità ed alla possibilità di fare manutenzione degli oggetti è importante anche il capitolo della riciclabilità delle materie prime. In ogni caso la possibilità di riciclare alcune molecole o alcuni polimeri può essere oggetto di discussione e di approfondimento. In particolare le molecole non biodegradabili, già accennate in precedenza, derivate da petrolio o dalla sintesi di laboratorio chimico meritano un momento di riflessione soprattutto sul bilancio energetico e sul bilancio di risorse naturali indispensabili per la loro creazione, sia de novo, sia riciclate. A tal proposito sarebbe interessante pensare alla possibilità di preferire l’utilizzo di materiali diversi e che siano più facilmente biodegradabili, se proprio non è possibile ridurne il loro utilizzo.

Il P.I.L. un indicatore da rivedere
La sigla P.I.L. sta ad indicare il Prodotto Interno Lordo di una Nazione e ne decreta la buona salute se è incrementale e lo stato di crisi se dovesse scendere di punteggio. Ma questo è un indicatore di benessere effimero, in quanto tiene conto solo della crescita della produzione dei beni e dei prodotti di qualsiasi genere ed in qualsiasi modo. In altri termini si vuole ancora proseguire sulla strada della “rapina” delle risorse naturali, facendo finta di non sapere che esiste un limite a questo tipo di sviluppo e che se si prosegue su questa strada, prima o poi, la Natura presenterà il suo amaro conto. Che sarà tanto più amaro quanto più a lungo continueremo a “tagliare il ramo sul quale siamo seduti”.
La soluzione è quella di individuare, il prima possibile, la vera strada da seguire, che possa ribaltare completamente il modo di fare sviluppo così come è stato inteso fino ad oggi. Sicuramente la costruzione di un sistema che tenga in grande considerazione le filiere del recupero della materia e della manutenzione di oggetti e prodotti può rappresentare un accordo economico da preferire ma anche molte e più complesse strategie di produzione possono essere messe in campo. La regola di base da seguire è che lo sviluppo deve tenere in debita considerazione la Natura e quindi si deve introdurre un nuovo sistema di contabilizzazione della ricchezza di un Paese, che non sia legata al riduzionista indicatore P.I.L.
Compostaggio domestico
Laddove è possibile le operazioni di compostaggio domestico svolgono un altro ruolo fondamentale nella serie di processi che si devono implementare per raggiungere “l’asintotico” obiettivo di “RIFIUTI ZERO”.
Tutti i prodotti organici biodegradabili che quotidianamente immettiamo nell’ambiente vengono fortunatamente trasformati, come già detto, da quegli organismi che in ecologia vengono definiti decompositori (batteri, funghi,ecc) che, alcuni in presenza di ossigeno (biodigestione aerobica o compostaggio) ed altri in assenza di ossigeno (biodigestione anaerobica) operano e vivono trasformando le molecole complesse in molecole meno complesse e più facilmente riutilizzabili nel ciclo degli elementi.
In ecologia si parla di ciclo del carbonio, ciclo dell’azoto, ciclo dello zolfo, del fosforo e così via.
La natura, lo ripetiamo, ricicla tutto quello che è di sintesi naturale altrimenti lo rigetta e non riesce a rimettere in circolo.
Per definizione sono considerati composti organici quelle molecole costituite da atomi di carbonio e idrogeno; convenzionalmente, invece, si considerano organiche tutte le sostanze provenienti da organismi viventi, biodegradabili.
Il compost si può definire come una sorta di terricciato, ottenuto da scarti organici di vario genere e natura: frazione organica degli RSU, scarti di macellazione ecc. Il compost si ottiene attraverso il compostaggio, una tecnica utilizzata in agricoltura per consentire di restituire al terreno le sostanze organiche, che sono asportate con il raccolto.
I vegetali terrestri assorbono dall’aria, dalla terra, attraverso le radici, una serie di sostanze inorganiche, quali acqua, anidride carbonica, nitrati e fosfati. La pianta utilizzando la luce solare, le trasforma in sostanze organiche quali zuccheri, grassi, proteine, necessarie alla sua crescita e alla riproduzione dei vegetali e degli organismi viventi in genere. Il cerchio si chiude attraverso l’intervento dei microrganismi decompositori (batteri, funghi) che “attaccano” i corpi morti (vegetali ed animali) per ottenere energia e materie prime, ma in questo modo liberano di nuovo le sostanze inorganiche necessarie al terreno, e direttamente assimilabili alle piante.
Anche la raccolta (separata dalle altre tipologie di rifiuti) dei rifiuti organici assume un aspetto importante per la soluzione definitiva del problema. Quanto migliore è la qualità del rifiuto organico (ossia quanto maggiore è il suo grado di purezza) tanto migliore sarà il prodotto finale del processo di trasformazione di tale rifiuto, ossia il cosiddetto compost.
Vediamo brevemente quali sono le fasi del processo di compostaggio. Il processo di trasformazione, ossidazione, aerobica del materiale organico ha una prima fase di destrutturazione e igienizzazione del prodotto. La velocità con cui questa prima fase, caratterizzata dallo sviluppo di temperature sui 60° - 70° C, si sviluppa dipende essenzialmente dai seguenti fattori:
• Composizione sostanze di partenza.
• Dimensione e forma del cumulo.
• Struttura del materiale e porosità.
• Aereazione del cumulo.
• Contenuto idrico.
La prima fase termofila si attiva rapidamente, con raggiungimento della temperatura massima in 1 – 2 giorni.
E’ pertanto opportuno ottenere una buona triturazione e miscelazione del materiale. Per ottimizzare i tempi di trattamento e l’efficienza del processo, con rapida decomposizione delle sostanze organiche e distruzione dei patogeni primari, occorre mantenere la temperatura del materiale abbastanza costante in ogni suo punto per almeno tre giorni tra i 50° e 60° C.
Questo avviene con insufflamento d’aria e continui rivoltamenti. Il tempo di permanenza del prodotto nel digestore o bioreattore deve essere di tre giorni ad una temperatura superiore ai 55° C. La seconda fase (difficilmente evitabile) di fermentazione (fase anaerobica) si ha quando entrano in attività i microrganismi mesofili che destrutturano, in tempi più lunghi, le parti più resistenti, quali la cellulosa e lignina. Quindi si ha una fase di maturazione in cui si ripolimerizzano le parti destrutturate. Terminato il processo, in un tempo di tre mesi circa, si ottiene il prodotto finale denominato compost, che può essere utilizzato sia come componente dei fertilizzanti organici, sia come ammendante.

Prevenire e minimizzare la produzione dei rifiuti con iniziative prioritarie quali:
- Prevenzione: riduzione delle quantità e nocività per l’ambiente.
- la riduzione del numero di imballaggi e dei contenitori ed il loro riutilizzo, promuovendo il ripristino del sistema del vuoto a rendere a cominciare dai settori della ristorazione, ricezione e distribuzione;
- l’incentivazione ed il sostegno ad aziende e distributori che convertono almeno il 30% del proprio prodotto venduto (ad es. latte fresco, acqua minerale, detersivi, ecc.) in contenitori a rendere con cauzione o attraverso il principio della distribuzione “alla spina” (merci sfuse) non solo per i generi alimentari;
- riciclaggio e sulla sistematica estrazione ad oltranza dei materiali riutilizzabili rinvenibili nei rifiuti stessi;
- la responsabilizzazione delle varie utenze:
utenze domestiche – il passaggio da tassa a tariffa diventa strumento indispensabile e prioritario per la incentivazione del cittadino a produrre meno rifiuti, iniziative di educazione ambientale, incentivazione all’autocompostaggio, laddove è possibile (vedi realtà agricole e piccoli e medi comuni);
utenze attività produttive - promozione di accordi di programma e/o incentivi per l’attuazione di strategie rivolte alla riduzione degli scarti e alla commercializzazione di merci durature;
utenze commerciali - promozione di accordi di programma e/o incentivi per l’attuazione di strategie rivolte non solo alla riduzione e riutilizzo degli imballaggi, ma anche all’identificazione e alla vendita di prodotti sfusi e con materiali più sostenibili in fase di recupero e smaltimento;
utenze uffici - iniziative di educazione ambientale, promozione della carta riciclata, ecc.;
utenze pubbliche - attuazione all’interno delle pubbliche amministrazioni di misure di riduzione degli imballaggi, raccolta differenziata, politica di acquisti verdi; favorire la proliferazione di impiantistica dolce quali le riciclerie, centri di nobilitazione di materiali recuperati; rendere più conveniente l’uso di prodotti riciclati anche con politiche fiscali (tassa sulle materie vergini).

2. Incentivare la raccolta differenziata spinta (cioè con percentuali di intercettazione superiori al 60 %).
E’ necessaria l’elaborazione di PIANI PROVINCIALI di pianificazione e sviluppo della raccolta differenziata sostenute da adeguati finanziamenti.
L’amministrazione regionale della Campania deve impegnarsi affinché vengano introdotti obiettivi crescenti di RD, raggiungendo e poi superando il limite imposto dalla normativa vigente del 35%, (che si sarebbe dovuto raggiungere entro la fine del 2003) e utilizzando un metodo omogeneo di raccolta differenziata su tutto il territorio al fine di arrivare per lo meno ad un 60 % di intercettazione dei rifiuti differenziati, sotto un’attenta regia delle 5 province della Campania. Tale metodo dovrebbe essere gestito nella tariffazione e nella raccolta dei dati da un sistema informativo territoriale e pianificato e controllato negli obiettivi quali/quantitativi annuali da un sistema di qualità.
E’ indispensabile attivare campagne periodiche e frequenti rivolte a coinvolgere:- i cittadini (informazioni, inchieste, convegni);- i manager e politici (convegni, seminari, ecc.). Le campagne pubblicitarie (comunicati stampa, utilizzo di reti radio televisive regionali e locali, depliant, manifesti, striscioni, ecc) vanno accompagnate da analisi di scenario (simulazioni) con periodici aggiornamenti;
- integrazione del circuito della raccolta differenziata (non meramente aggiuntivo) che deve essere portato il più vicino possibile all’utenza (raccolte porta a porta e condominiali) prevedendo forme di occupazione aggiuntiva a quella già presente (da garantire e qualificare).

I. Incentivazione della raccolta differenziata tramite l’introduzione della tariffa sui rifiuti modulata sulla quantità d’indifferenziato conferito al servizio di raccolta cittadino; iniziative d’incentivazione (sgravi e riduzioni fiscali) per quanti attuano raccolta differenziata, compostaggio e conferimento alle isole ecologiche promosse dai Comuni;
II. raccolta differenziata della frazione umida e verde omogenea, sia per le grandi utenze (mercati, mense, ristoranti ecc.) che per tutta la popolazione della Regione Campania
III. eliminazione di tutti i contenitori stradali multiutente dei rifiuti indifferenziati, in modo da poter applicare e controllare con efficacia la tariffa puntuale sui conferimenti a domicilio o all’isola ecologica.
IV. immediata costruzione di più impianti di compostaggio/biodigestione (con eventuale recupero del biogas, prodotto dalla digestione anaerobica, ad uso energetico) per il compost di qualità, dislocati su tutto il territorio regionale ;
V. promozione ed incentivazione della pratica del compostaggio domestico (ove possibile) allo scopo del suo recupero;
VI. sostegno all’impiego in agricoltura e nella gestione del verde pubblico del compost di qualità derivante dalla raccolta differenziata domiciliare della frazione umida e verde.

3. Puntare ad una gestione dei rifiuti che contenga la pianificazione ed il controllo dell’intero ciclo produttivo
Questo obiettivo appare primario ai fini di una messa in chiaro da parte delle istituzioni delle fasi e delle problematiche del ciclo rifiuti. Esso appare importante anche ai fini di una piena utilizzazione del sistema produttivo della Campania, di un incremento dell’occupazione, del collegamento tra pubblico e privato, con i criteri di massima trasparenza amministrativa.
Quest’ultimo punto appare fondamentale ai fini di evitare speculazioni nel settore dei rifiuti.
Vanno compresi nel tema anche accordi chiari con imprese locali per il riutilizzo del raccolto (organico, carta, vetro, plastiche, legno a scelta).
A livello industriale, è auspicabile che la stessa Azienda incaricata del pubblico servizio gestisca impianti finalizzati al riuso ed al riciclo dei materiali raccolti.

4. Trasparenza nella gestione del fondo derivante dal tributo per il conferimento dei rifiuti in discarica. Destinazione prioritaria delle risorse derivanti non solo dal tributo, ma anche da altri finanziamenti (Regione,UE ecc) per la realizzazione di progetti atti a:
- garantire politiche pubbliche tese a creare strutture di raccolta, stoccaggio, trasformazione e collocamento dei materiali recuperati;
- promuovere e finanziare l’occupazione locale finalizzata ai vari segmenti della filiera per il riciclaggio (raccolta porta a porta, isole ecologiche, siti di stoccaggio, riutilizzo);
- promuovere il recupero della frazione umida e verde (con raccolta differenziata o con compostaggio domestico, laddove possibile) e l’impiego del compost da esso derivante.

5. In merito alla produzione di rifiuti va verificata, a livello regionale, la necessaria certificazione relativa alla produzione di rifiuti da parte delle imprese campane.
Gli evidenti cambiamenti tecnologici e settoriali, comportano l’utilizzo di sostanze di sintesi, spesso inquinanti e talmente nuove da essere al di fuori degli attuali livelli normativi. A queste novità si aggiunge naturalmente la situazione pregressa, ancora ignota, se non per stime, dei rifiuti speciali e pericolosi, per i quali permangono problemi di impatto ambientale incontrollati e di tutela della salute dei cittadini.

6. Introduzione di criteri ambientali nei capitolati di appalto per la fornitura di beni e servizi da parte della Pubblica Amministrazione che favoriscano la minimizzazione, il riutilizzo e recupero dei rifiuti, il risparmio energetico ed idrico, l’assenza di sostanze tossiche nei processi di lavorazione, il possesso dell’ecolabel europeo.
Le semplici autorizzazioni di utilizzo del suolo pubblico per feste, sagre, ecc. devono comprendere limiti nella produzione di rifiuti.
7. Una politica rivolta alla prevenzione, raccolta differenziata e trattamento dei rifiuti (allo scopo del recupero di materia) si pone, di fatto, in competizione con la scelta degli inceneritori a recupero energetico. Infatti, tali impianti hanno bisogno di un continuo apporto di rifiuti da smaltire per garantire la continuità del loro funzionamento, e questo contrasta visibilmente con le politiche di riduzione a monte e con una seria raccolta differenziata spinta, imposte dalla normativa nazionale vigente, impegnandosi anche di andare oltre.
In questo senso bisogna da subito investire nell’analisi merceologica delle quattro frazioni residue che vanno a smaltimento (frazione secca residua, ingombranti, spazzatura stradale e sovvalli da frazioni secche riciclabili), per proporre per ognuna delle iniziative che, con azioni mirate di feedback, permettano di migliorare il processo di raccolta e ridurre le quantità dei rifiuti, fino al riciclo totale, cioè rifiuti zero.

Conclusioni
In definitiva si propone, dunque, di puntare su politiche di riduzione della produzione dei rifiuti, incentivando stili di vita intelligenti (ad esempio vuoto a rendere dei contenitori per acqua e alimenti); incentivando, al contempo, fortemente la raccolta differenziata, rivolta al riciclaggio della materia prima seconda, di tutti i rifiuti domestici che non siamo riusciti ad evitare di produrre (plastiche, vetro, alluminio, organico, carta-cartoni-stracci, legno, metalli, farmaci scaduti, pile esaurite, oli da cucina esausti, ecc.) ed industriali.
Le Amministrazioni comunali stanno proponendo alle proprie cittadinanze il sistema della raccolta differenziata per tentare di arginare il problema dei rifiuti che in questi ultimi anni ha assunto proporzioni spaventose per lo stato di continua emergenza delle discariche e dell’abusivismo incontrollato che esiste soprattutto nelle nostre zone. In primo luogo la cittadinanza deve prestare attenzione alle nuove proposte di smaltimento differenziato dei rifiuti, invitando tutti i cittadini a gettare i rifiuti negli appositi contenitori dopo averli adeguatamente separati. E’ importante adottare il sistema delle 4R (Riduci, Ripara, Riusa, Ricicla) che rappresenta la proposta operativa per combattere il CONSUMISMO, la vera causa dei tanti mali della nostra società, non solo di natura ambientale. La proposta delle 4 R è rivolta a tutti noi per far cambiare il nostro stile di vita entrando in un’ottica di risparmio di tutte le risorse della terra. La vera battaglia, per migliorare il nostro futuro, è proprio quella che va contro il modello di sviluppo consumistico che ci è stato “imposto” dalle grandi leggi dell’economia mondiale dominante.
Le 4 R diventano, quindi, un’alternativa concreta per combattere il consumismo, partendo dal basso! Si può, ad esempio, rivalutare l’oggetto antico o quello d’epoca.. Dobbiamo preferire gli oggetti più longevi. Logicamente è meglio se l’oggetto è antico o d’epoca in modo che possa acquistare anche un fascino particolare legato all’epoca in cui esso è stato costruito.
Un altro sistema che può essere semplicemente adottato da tutti per migliorare la qualità della nostra vita e quello del “vuoto a rendere” delle bottiglie di vetro dell’acqua minerale o di altri alimenti e prodotti di largo consumo liquidi. In questo caso i benefici per il consumatore rispettoso dell’ambiente si traduce anche nel miglioramento qualitativo del prodotto contenuto nel vetro rispetto a quello contenuto nella plastica che talvolta può essere anche pericoloso per la salute umana.
Al posto di usare dissennatamente le posate, i bicchieri ed i piatti in plastica sarebbe meglio ritornare alle vecchie posate in metallo, ai bicchieri di vetro ed ai piatti in porcellana, anche per riacquistare la gioia di gustare i sapori delle pietanze.
Ancora, invece di usare i sacchetti di plastica “usa e getta” per il trasporto dei generi alimentari acquistati quotidianamente si potrebbe ritornare ad usare la cara vecchia borsa della spesa che dura un’eternità. Questi sono solo dei piccolissimi esempi di azioni concrete che possiamo mettere in atto per modificare il nostro comportamento consumistico ed inquinante, riducendo il nostro impatto sull’ambiente.

RICICLARE E’ BENE RIDURRE E’ MEGLIO !!!
Cosa possiamo fare come cittadini e come istituzioni per ridurre i rifiuti:
1) prestare maggiore attenzione ai nostri acquisti orientandoci sempre, quando è possibile, verso prodotti in “contenitore a rendere” e, più in generale,con imballo nullo o minimo (ad esempio vendita di prodotti alimentari e non con il metodo alla “spina” e/o sfusi).
2) portare da casa la borsa per la spesa.
3) Privilegiare l’acquisto di prodotti sfusi.
4) privilegiare, anche fra uguali prodotti in vuoto a rendere, quelli confezionati in vetro.
5) sollecitare il proprio negoziante perchè si fornisca di prodotti con vuoti a rendere, introducendo il principio della cauzione dei vuoti.
6) preferire i negozi o i supermercati che dispongono di un maggior numero di prodotti sfusi, distribuzioni alla “spina” e con il meccanismo del vuoto a rendere.
7) Preferire sempre l’acquisto di oggetti con una vita media più lunga possibile.
Tratto da: 9online.it