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Record di
bimbi malformati, 15-07-2005
vedi anche:
Malattie in aumento nei bambini per i
Vaccini che li
rendono
iper sensibili
all'inquinamento atmosferico.
Studio della Regione Sicilia (IT): dove ci sono
raffinerie ci si ammala di più e si muore di più.
GELA - Dove volevano morire di cancro piuttosto
che morire di fame i veleni hanno portato altri orrori. Ed è
lì, solo lì tra le ciminiere che sputano fiamme che l'aria è
un morbo. E' in quella Sicilia che un tempo sognava per i
suoi giacimenti e per le sue trivelle che nascono bambini
malformati, tanti. Più che a Porto Marghera. Più che a
Taranto. Più che nell'inferno di Priolo e di Melilli. "Per
le ipospadie un dato così alto non si era mai ufficialmente
registrato in realtà industriali del mondo intero",
rivela la relazione che un'équipe di periti ha appena
consegnato alla magistratura di Gela. Sono numeri da paura.
Un'indagine scopre che su 13 mila nati tra il 1992 e il 2002
quasi 700 presentano malformazioni cardiovascolari, agli
arti, all'apparato digerente, ai genitali esterni
soprattutto. Queste ultime risultano superiori alla media
nazionale più del 250 per cento. "In letteratura non è
riportato nulla di simile, certi valori per le ipospadie si
erano sfiorati fino ad ora solo nell'area di Augusta",
spiega Fabrizio Bianchi, primo ricercatore del Cnr,
coordinatore italiano delle rete europea sulle malformazioni
congenite e anche uno degli esperti che sta "analizzando" i
danni provocati dai camini che buttano fumi mortali dentro e
intorno alla quinta città siciliana per abitanti, 100 mila,
una striscia di terra dove in certi giorni il mare davanti è
color dell'inchiostro. Ma paura fanno anche quegli altri
risultati venuti fuori da uno studio del Ministero della
Salute e dall'Osservatorio epidemiologico della Regione sui
"siti industriali" dell'isola, il "triangolo" a nord
di Siracusa, Milazzo, Biancavilla. Dove ci sono raffinerie
ci si ammala sempre di più, si muore sempre più facilmente,
l'incidenza dei tumori è del 50 per cento in più che nel
resto della Sicilia.
E' Gela il caso più spaventoso. Ed è a Gela che un'inchiesta
giudiziaria proverà a stabilire il nesso di causalità tra
veleni chimici e malformazioni.
Sono già state esaminate 50 mila cartelle cliniche,
un'esplorazione a vasto raggio sui bimbi nati male e
un'altra sulle morti sospette tra i 7 mila dipendenti
transitati nei reparti degli stabilimenti dell'Anic e
dell'Agip fin dal 1959, l'anno di apertura del
Petrolchimico, l'anno del signore in cui Gela e quella
Sicilia ammaliata da Enrico Mattei inseguirono il miraggio
dell'oro nero.
La ricerca sugli effetti tossici è stata ordinata dal
sostituto procuratore Alessandro Sutera Sardo, lo stesso che
nel 2002 fece chiudere quattordici serbatoi e due depositi
di carbone della raffineria. L'inchiesta procede sulla base
dei numeri che fornisce un pool di esperti: Fabrizio Bianchi
Cnr, Sebastiano Bianca, genetista, Pietro Comba, Iss,
Annibale Bigeri, statistico. Sono loro che hanno raccolto ed
elaborato i primi dati. "Ci sono picchi che lasciano
sgomenti", racconta il sostituto procuratore Alessandro
Sardo Sutera. La percentuale di bimbi malformati a Gela è di
40 su mille. Di quei 40 casi, 5 sono ipospadie. Ma tante
sono anche le malformazioni cardiovascolari.
Ecco un passo della relazione degli esperti trasmessa alla
procura: "L'eccesso di rischio osservato a Gela per i
difetti dei setti cardiaci e dei grandi vasi è consistente.
In particolare eccessi positivi sono stati riportati in
associazione con contaminazione di metalli pesanti e/o
solventi organoclorurati presenti nelle acque ad uso civico,
piombo in aree contaminate, solventi organici in ambiente
lavorativo o residenziale, composti fenolici, per
l'esposizione materna e paterna a pesticidi e per la
residenza vicina a discariche di rifiuti". Le sostanze
che appestano sono tante altre. Idrocarburi aromatici.
Diossine. Mercurio. Arsenico.
I quasi 700 bambini con handicap sono stati tutti
individuati, rintracciati e visitati. "E cinque di loro
sono stati salvati per miracolo, operati d'urgenza negli
ospedali di Catania", ricorda il magistrato di Gela. La
sua inchiesta scava sulle malformazioni ma punta anche a
verificare un collegamento "tra la presenza del
petrolchimico e i tumori". Una prima analisi ha
accertato quanti morti di cancro ci sono stati negli ultimi
40 anni tra i dipendenti: 641.
Una seconda analisi ha selezionato 195 casi, quelli di
"elevata probabilità di ricondurre la morte all'esposizione"
dei veleni dello stabilimento. Gli esperti stanno lavorando
su questi 195 decessi. Per tumore al polmone se ne sono
andati in 60, 35 quelli morti per un male all'apparato
respiratorio e 34 per leucemia. Tutti gli altri per
mesoteliomi, nefropatie, morbo di Parkinson.
A Gela è stato riscontrato un tasso di mortalità superiore
alla media italiana del 57% in più per i tumori allo stomaco
per i maschi e del 74% in più al colon retto per le femmine,
più del 13% gli uomini e più del 25% le donne gelesi
decedute per malattie cardiovascolari, 20% in più le cirrosi
diagnosticate a maschi e femmine. "Fino a questo momento
abbiamo individuato 25 casi sicuri di persone colpite da
tumore che lavoravano là dentro", dice Sutera Sardo,
dipendenti del petrolchimico morti di petrolchimico.
Per le esalazioni di acido solforico e per l'amianto, per
l'ammoniaca respirata, per il benzene e per il benzolo, per
il mercurio. L'inchiesta giudiziaria sull'impianto di Gela
sarà probabilmente chiusa alla fine dell'anno. Ma già i
primi numeri raccontano quanto è costato il sogno
industriale siciliano.
By Attilio Bolzoni - Tratto da:
www.repubblica.it
Commento NdR: sono i
bambini vaccinati quelli piu' a rischio, perche' essi sono
stati gia' e fin da lattanti resi iper sensibili ed inquinati
da sostanze
pericolose contenute nei
Vaccini; ma non sono da meno anche gli
adulti super
vaccinati come l'attuale generazione (siamo alla 3°-4°
generazione di vaccinati) che sta figliando, i
quali trasmettono ai loro figli le
Mutazioni Genetiche che i
Vaccini da loro subiti, hanno
indotto !
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CAMBIAMENTI CLIMATICI
Le emissioni di
biossido di carbonio stanno in qualche modo
contribuendo sia ad un più rapido riscaldamento del
pianeta che all’acidificazione degli oceani.
Recentemente, il Dipartimento di Ecologia del Carnegie
Institution e l’Università delle Hawaii hanno reso noti
i risultati di un’approfondita ricerca per studiare le
conseguenze di questa variazione di acidità sugli
organismi marini.
I ricercatori Ken Caldeira e Richard Zeebe hanno
sottolineato come gli oceani abbiano assorbito circa il
40% del biossido di carbonio (Co2) emesso dalle attività
umane negli ultimi due secoli. “Se da un lato ciò ha
rallentato il riscaldamento globale, dall’altro non
possiamo ignorare che il biossido di carbonio in eccesso
ha causato una variazione del
pH medio della
superficie di circa 0,1 unità dall’era preindustriale”.
Numerosi esperimenti hanno mostrato che tale
acidificazione può danneggiare gli organismi marini:
variazioni di 0,2-0,3 unità possono influire sulla
capacità di organismi chiave come i coralli e alcune
specie di plancton di costruire il proprio scheletro,
costituito per la maggior parte dei casi da minerali di
carbonato di calcio sensibili al pH. “A differenza delle
previsioni sul cambiamento climatico globale, le
proiezioni sulla futura chimica globale degli oceani
sono indipendenti dal modello su una scala temporale di
alcuni secoli”, ricordano gli autori.
“Proprio perché la chimica del Co2 delle acque oceaniche
è ben nota e le variazioni nella chimica dei carbonati
nella superficie degli oceani riproduce le variazioni
atmosferiche di Co2”. Purtroppo, le già poco confortanti
previsioni degli americani sono state immediatamente
confermate da uno studio tutto italiano. I ricercatori
della Stazione Zoologica partenopea Anton Dohrn e quelli
della Seconda Università degli studi di Napoli hanno
condotto osservazioni che hanno consentito di andare ben
oltre il dato sperimentale, giacché conchiglie di
lumache marine ridotte ad un sottilissimo strato
trasparente e la contemporanea crescita di alghe di
ecosistemi del tutto estranei al mare di Ischia
rappresentano delle conseguenze certe e documentate
della variazione della chimica di alcuni punti del
Tirreno. Per troppo tempo il tema del riscaldamento del
Pianeta è stato utilizzato in chiave strumentale e
affrontato in maniera deliberatamente superficiale:
superato l’oscurantismo dell’ecologismo del “no” è
arrivato il momento di Fare. Se davvero si vuole
incidere sulle emissioni di carbonio partendo da quelle
prodotte dai combustibili fossili, accelerandone la
sostituzione, bisogna avere il coraggio di attuare
adesso una politica di incentivi che rafforzi quella
delle quote di abbattimento previste dal protocollo di
Kyoto e consenta di puntare con decisione sull’idrogeno.
By Eustachio Voza
- Tratto da: opinione.it
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