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Mentre,
qualche anno fa, aggiornavo questi scritti, mia figlia
Daniela che
allora aveva
15 anni, mi fece leggere una sua osservazione scritta su questo tema, la
cosa mi colpì e volli introdurre queste poche righe:
"Nella
foresta pluviale, ogni giorno vengono sradicati migliaia di alberi...
Ancora molti per fortuna, sopravvivono, tra questi ne esistono due che
passano il loro tempo a parlare.
Non
si può più andare avanti in questo modo, ieri hanno ucciso mia cugina,
aveva solo 100 anni; era molto giovane replicò l’altro. ....Chissà a
cosa gli servivano, continuò il primo. Non lo capiscono proprio, che si
stanno distruggendo da soli. Scusa non capisco... Devi sapere che
l’uomo non sta facendo nessun progresso, al contrario di quello che
pensa... il vero progresso è quello di riuscire a vivere in sintonia
con i propri simili e con madre Natura...non fare guerre o distruggere
intere pianure ricoperte di alberi. Ma se non cambiano ? ...Vedrai un
giorno capiranno, ma fino a quel giorno dovremo sopportare... Ma non hai
paura ? ...
Fidati...alcuni di loro stanno cercando di aiutarci...
E
mentre parlava...., venne sradicata !
Da circa
cinquant’anni a questa parte abbiamo la possibilità di conoscere
molto meglio questo meraviglioso pianeta T...erra (il pianeta che
...erra nello spazio tridimensionale ed in quello dello
Spirito);
abbiamo potuto considerare statisticamente e fisicamente il nostro
apporto tecnologico sul globo, vedendo e verificando molte nostre scelte
"tecnologiche".
Purtroppo
abbiamo visto che quasi tutte le scelte effettuate all’insegna della
"tecnologia" e del "progresso" (che trasgrediscono
le Leggi della Manifestazione dell’UniVerso) hanno lasciato profonde
ferite nella Natura, che guariranno solamente se l’uomo
"Civilizzato e Tecnologico" invertirà la sua tendenza
(pentendosi) ridiventando "parassita" biologico e simbiotico,
piuttosto che divoratore di Vita biologica.
La
"Fisica" e la "Chimica" attuale sono basate su
assiomi sbagliati ed hanno preparato di conseguenza fisici, chimici,
farmacisti, medici,
incapaci
di comprendere che
esistono
anche negli organismi umani, i
Campi Psico Energetici Informati (CEI), le
"trasmutazioni atomiche a debole energia", pertanto essi hanno
prodotto per esempio farmaci tossici che una volta introdotti nei corpi
viventi entrano nel processo delle trasmutazioni atomico energetiche,
informando il Campo (CEI) con le loro sostanze tossiche, creando quindi
tanti disastri nei pazienti ed indebolendo il loro
Sistema Immunitario,
che a sua volta attraverso il DNA, indebolendo la specie umana e
rendendola facilmente malata in tenera e giovane età, nelle successive
generazioni.
Pensate
all’enorme inquinamento dell’aria e del Campo Psico Energetico
Informato del pianeta, da parte dell’apparato industriale, senza del
quale "dicono" non vi è civiltà... progresso... non solo, ma
a tutti mezzi di trasporto terrestre circolanti nel mondo con i loro
scarichi tossici; agli aerei che tutti i giorni percorrono i cieli del
mondo irrorando incessantemente l’atmosfera con i loro scarichi
inquinanti, oltre al rumore assordante che emettono ove passano; mentre
giacciono da 10 anni, senza che nessuno si voglia seriamente
interessare, brevetti già collaudati, uno dei quali per esempio, serve
per annullare
quasi COMPLETAMENTE i gas di scarico nocivi da qualsiasi mezzo
semovente terrestre mosso da motore alimentato a benzina; questo oggetto
elettro meccanico chimico, ottimizza la combustione producendo una miscela gassosa
arricchita di idrogeno, che elimina 80% degli scarichi; questo brevetto,
per ora, non interessa nessuna casa automobilistica (tutte sono state già
interpellate) perché si vogliono vendere le marmitte catalitiche;
queste ultime non solo non risolvono che in minima parte il problema
dell’inquinamento dell’aria, anche perché queste marmitte hanno dei
metalli tossici all’interno ed emettono anche della diossina (è stato
accertato da studi segreti della Mercedes in Germania); ciò avviene
perché le case costruttrici di automobili, non vogliono perdere gli
investimenti già fatti su quel tipo di marmitta e così il problema
ambientale rimane.
Le
centrali nucleari (circa 500 nel mondo) che emettono oltre
all’Idrogeno radioattivo responsabile delle piogge acide persistenti,
anche enormi quantità di vapore acqueo corresponsabile anch’esso
della variazione termica dell’atmosfera; i venti lo ricordiamo si
formano per le differenti polarità elettrotermiche, infatti anch’essi si
stanno modificando, come asseriscono ormai i contadini di
tutta la terra; fino all’inquinamento da rifiuti chimici,
urbani ed industriali dei mari e delle falde acquifere;
tutto ciò si traduce anche in ulteriore inquinamento dei
corpi degli esseri viventi che abitano la Terra, ma sopra
tutto si modula il
Campi Psico Energetico Informato terrestre.
Quasi la
metà del pianeta è assetata di acqua, questo allarme è stato lanciato
da qualche anno dalle organizzazioni internazionali che ora richiamano i
governi delle nazioni per arginare la gravissima crisi.
L’emergenza
acqua è stata provocata dalle disastrose opere "idrauliche" e
da consumi squilibrati.
Consumi
giornalieri di acqua per persona in Europa (anni 90):
Italia lt.
130; Austria lt. 131; Belgio lt. 108; Danimarca 194; Finlandia lt. 156;
Francia lt. 147; Germania lt. 146; Gran Bretagna lt. 132; Lussemburgo lt.
171; Olanda lt. 159; Svezia lt. 199; Svizzera lt. 264.
Le Dighe
per arginare l’acqua, che dovevano risolvere tutto, a parte pochissimi
casi, hanno realizzato più guai che benefici. I canali costruiti e che
sono costati fortune in miliardi di lire, hanno steso sul terreno o sui
campi coltivati uno strato di sale che li ha uccisi e per quelli
costruiti con il calcestruzzo negli stessi alveoli dei torrenti o dei
fiumi essi hanno ucciso la micro flora laterale di questi, impoverendo
tutte le zone agricole limitrofe e generando deserti invece di campi per
la coltivazione.
Vi sono
ora alcune zone della Terra che per avere dell’acqua, rischiano
conflitti.
Potremmo
continuare per pagine e pagine ad enunciare le malefatte di questo
"moderno progresso" di auto distruzione dell’uomo verso sé
stesso e verso l’ambiente nel quale sopravvive.
Molta
determinazione verso questi fatti distruttivi è sopravvenuta per aver
perso il patrimonio conoscitivo del passato, credendo stupidamente di
poter sostituire la Conoscenza acquisita in milioni di anni dalla Natura
e dall’uomo, con la "tecnologia" che invece data come
esperienza, da soli 150 anni circa, per di più serva del potere
finanziario ed dell’utile a tutti i costi.
A questa
incresciosa constatazione, si è mescolata la grande facilità di
potersi spostare facilmente ed in breve tempo sulla faccia del pianeta;
i mezzi di locomozione hanno aiutato il trasporto delle merci; ciò ha
favorito l’intensivo sfruttamento delle aree anche le più impervie,
credendo di poter sopperire all’impoverimento qualitativo
dell’ambiente, con l’approvvigionamento da altre aree non ancora
sfruttate.
Questa
"logica" è stata applicata a tutte le "risorse" non
rinnovabili tipo: minerali, petrolio, ecc., ed a quelle rinnovabili:
acqua, energia idrica, risorse alimentari ecc., ed in questo caso si è
assistito al libero scambio fra le aree geografiche anche lontane; ciò
ha prodotto uno sviluppo forte di singole produzioni, a danno di altre
che erano adatte all’ambiente locale, al clima ed alle condizioni
sociali del luogo; questo fatto ha portato inevitabilmente al degrado
dell’ecosistema.
Oggi le
"Fondazioni" (Finanziarie particolari, gestite dai
padroni
occulti del Mondo) che controllano le banche e le multinazionali, hanno
in mano il dominio della salute di quasi tutti gli esseri viventi del
pianeta, attraverso il controllo dell’alimentazione, facendo sì che i
cibi immessi sui mercati mondiali siano di tipo industrializzato o
preparato con ingegneria genetica di cui la Statunitense
Monsanto è la
più grande e la più nota, alterando quindi i processi biologici
naturali, di conseguenza creando cibi
privi
e
depauperati
dei
fattori
nutrizionali
essenziali alla
Perfetta Salute, fattori probiotici, che
poi "essi" tentano magari di rivendere attraverso le farmacie
o supermarkets
a prezzi decuplicati, oltre al fatto che i
Cibi industrializzati
sono altamente
inquinati
dai prodotti
chimici
che essi vendono e che l'agricoltura
industriale utilizza per le
proprie colture, le quali rischiano di
contaminare
anche
quelle Biologiche
e Biodinamiche,
oltre alle falde acquifere.
Il
controllo sulla psiche degli esseri lo ottengono raccontando (per mezzo
della casta
medica e dei politici a loro vicini) per esempio,
la bugia
che in certi casi per star bene occorre distruggere (con gli
antibiotici
e gli antivirali od altre tecniche tossiche) l’agente patogeno, che
invece è generato negli organismi, proprio da queste alterazioni
termico/nutrizionali (che determinano sempre
intossicazioni intra ed
extra cellulari e quindi
infiammazioni) per aiutare l’organismo a ritrovare la Salute.
Solo così,
cioè con le
bugie
o
le
mezze
verità, essi riescono a controllare le
popolazioni del mondo mantenendole in uno stato di
malessere continuo ed
a renderli e
mantenerli sempre
psicodipendenti da loro per cibo,
farmaci
e
Vaccini.
Dobbiamo
tagliare questo
cordone ombelicale che ci mantiene nella sofferenza e ritorniamo ad
essere Uomini, pensanti, ragionanti e finalmente
LIBERI di scegliere e
di fare quello che desideriamo per il nostro bene e per quello del pianEta Terra.
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ECOLOGIA
UMANA – UNA NUOVA ERA GEOLOGICA PER LA
TERRA
1. Arrivederci all’Olocene
La crudele competizione in corso tra i
mercati dell’energia e del cibo,
amplificata dalla speculazione
internazionale in beni e terre agricole,
è solo un modesto presagio del caos che
potrebbe presto crescere
esponenzialmente dalla convergenza tra
consumo delle risorse, ostinata
disuguaglianza e cambiamento climatico
Il nostro mondo, il nostro vecchio
mondo, quello che abbiamo abitato per
migliaia di anni, è giunto al termine,
anche se nessun giornale nordamericano o
europeo ha già provveduto a pubblicare
l’epitaffio scientifico.
Lo scorso febbraio, mentre le gru
sollevavano i rivestimenti protettivi
fino al 141esimo piano del grattacielo
Burj Dubai (che presto sarà alto il
doppio dell’Empire State Building), la
Commissione Stratigrafica della
Geological Society di Londra stava
aggiungendo la storia più alta e più
nuova alla colonna geologica.
La
Geological Society
di Londra è la più antica associazione
di scienziati della Terra, fondata nel
1807, e la sua Commissione giudica con
un collegio di massimi esponenti in
merito all’aggiudicazione della
datazione geologica.
Gli stratigrafi
(*)
fanno a fette la storia della Terra,
preservata in strati sedimentari,
dividendola in gerarchie di eoni, ere,
periodi ed epoche identificati dalle
“spighe d’oro” delle estinzioni di
massa, degli eventi relativi alle
evoluzioni di specie biologiche e dei
cambiamenti improvvisi della chimica
atmosferica.
(*)
NdR: Lo Stratigrafo studia i rapporti
geometrici fra i corpi sedimentari e la
ri-costruzione della storia geologica
della terra, identificando e studiando
macro e microfossili per determinare
l’età delle rocce sedimentarie, le
correlazioni stratigrafiche e le
ricostruzioni paleogeografiche,
paleo-ambientali e paleoclimatiche su
scala regionale e planetaria.
In geologia, come in biologia o in
storia, la periodizzazione è un’arte
complessa e controversa, e la battaglia
più amara della scienza britannica del
19esimo secolo – ancora conosciuta come
la “Grande Controversia Devoniana”
– fu combattuta su interpretazioni
divergenti circa le familiari Graywackes
del Galles e l’inglese Old Red Sandstone
[1]. In tempi più recenti, i geologi
hanno battagliato sul come individuare
stratigraficamente le oscillazioni
dell’era glaciale negli ultimi 2,8
milioni di anni.
Alcuni non sono mai
stai d’accordo con il fatto che il più
recente intervallo interglaciale tiepido
– l’Olocene
– dovrebbe essere considerato come
un’“epoca” vera e propria solo perché fa
parte della storia della civilizzazione.
Come conseguenza, gli stratigrafi
moderni hanno stabilito degli standard
alquanto rigorosi per addivenire ad una
pacifica individuazione di ogni nuova
suddivisione geologica. Nonostante
l’idea di “Antropocene”
– un’epoca della terra definita dalla
nascita della società urbana-industriale
come forza geologica – sia stata a lungo
dibattuta, gli stratigrafi si sono
rifiutati di riconoscere prove
fondamentali per stabilire il suo
avvento.
Almeno per quanto riguarda Geological
Society di Londra, quest’orientamento è
stato ora rivisitato. Alla domanda “Stiamo
vivendo adesso nell’Antropocene ?
”, i ventuno membri della Commissione
hanno risposto all’unanimità “sì”.
Essi forniscono solide prove circa il
fatto che l’epoca dell’Olocene - il
periodo interglaciale dal clima
inusualmente stabile che ha permesso la
rapida evoluzione dell’agricoltura e
della civilizzazione urbana – è giunto
al termine e che la Terra è entrata in
“un intervallo stratigrafico senza
precedenti negli ultimi milioni di
anni”. Oltre all’aumento dell’effetto
serra, gli stratigrafi menzionano la
trasformazione del paesaggio umano che
“ora supera in ordine di grandezza la
naturale produzione sedimentaria [annua]
“, la pericolosa acidificazione degli
oceani e l’inarrestabile distruzione del biota. (*)
(*) Il Biota è
l'insieme della
vita vegetale e
animale che caratterizzano una certa
regione o area (ad esempio biota
europeo). Viene usato dunque per
indicare l'insieme della
fauna e della
flora. Il biota della
Terra, nel suo insieme, è detto
biosfera.
Questa nuova era, spiegano, è definita
sia dai trend del riscaldamento del
pianeta (che trova un precedente forse
nella catastrofe conosciuta come il
Massimo Termale Paleocene Eocene,
56 milioni di anni fa) e dalla
previsione di instabilità radicale dei
futuri habitat. Con prosa grave, essi ci
avvisano che “la combinazione di
estinzioni, migrazioni globali delle
specie e la diffusa sostituzione della
vegetazione naturale con un’agricoltura
mono-colturale sta producendo un
distintivo contemporaneo segnale
biostratigrafico. Questi effetti sono
permanenti, visto che la futura
evoluzione avrà luogo a partire dalle
riserve sopravvissute (e spesso
antropogeneticamente rilocate)”.
L’evoluzione, in altre parole, è stata
costretta in una nuova traiettoria.
2. Decarbonizzazione Spontanea ?
La coronazione dell’Antropocene
fatta dalla Commissione coincide con
crescenti controversie scientifiche sul
4th Assessment Report
[2] rilasciato lo scorso anno dalla
Commissione Intergovernativa sui
Cambiamenti Climatici
(IPCC).
L’ IPCC ha il compito di stabilire linee
guida scientifiche per gli sforzi
internazionali finalizzati a contenere
il riscaldamento globale, ma alcuni dei
maggiori ricercatori del settore stanno
ora mettendo in discussione gli scenari
di riferimento criticandoli come
eccessivamente ottimistici, addirittura
come speranze vane.
I parametri attuali sono stati adottati
dall’IPCC nel 2000 per modellare le
future emissioni complessive basandosi
su diverse “trame” riguardanti la
crescita della popolazione e lo sviluppo
tecnologico ed economico. Alcuni degli
scenari principali della Commissione
sono ben noti ai
policymakers e agli attivisti
ambientalisti, ma pochi al di fuori
della comunità dei ricercatori ne hanno
realmente letto o compreso i dettagli,
in particolare la fiducia che l’IPCC
ripone nel fatto che una maggiore
efficienza energetica sarà una
conseguenza “automatica” dello sviluppo
economico futuro. In effetti tutti gli
scenari, anche le varianti del “business
secondo i canali tradizionali”, assumono
che almeno il 60 per cento delle future
riduzioni di carbonio avranno luogo a
prescindere dalle misure contenitive
dell’effetto serra.
Il Collegio, in effetti, ha scommesso
l’azienda, o meglio, il pianeta, su un
non pianificato progresso guidato dalle
strategie di mercato verso un’economia
mondiale post-carbonio, una transizione
che implicitamente richiede che la
ricchezza prodotta dal rincaro
energetico trovi alla fine la sua strada
verso le nuove tecnologie e le energie
rinnovabili. (L’
International Energy Agency
(LEA)
ha recentemente stimato che
costerebbe 45 miliardi di dollari
dimezzare le emissioni di gas serra
entro il 2050.)
Gli accordi tipo Kyoto e
i mercati del carbonio sono disegnati –
quasi in analogia con la teoria
Keynesiana del pump-priming [3]– per
colmare le deficienze tra la
decarbonizzazione spontanea e i target
di emissioni che ciascun parametro
richiede. Fortunatamente, ciò riduce i
costi per mitigare il riscaldamento
globale a livelli che si allineano con
quello che sembra, almeno in via
teorica, essere politicamente possibile,
come esposto nell’inglese
Stern Review on the
Economics of Climate Change
del 2006 e altri simili resoconti.
I critici obiettano, comunque, che
questo rappresenta un eroico salto di
fede, che minimizza radicalmente i costi
economici, gli ostacoli tecnologici e i
cambiamenti sociali richiesti per tenere
a bada Ia crescita dei gas serra. Le
emissioni di carbonio dell’Europa, per
esempio, continuano tutt’ora a crescere
(drammaticamente, in alcuni settori)
nonostante la preghiera dell’Unione
Europa nel 2005 di adottare un sistema
di permessi di emissione di CO2 [4].
Nello stesso modo, ci sono state poche
prove negli ultimi anni dell’automatico
progresso nell’efficienza energetica,
che rappresenta una "condicio sine qua
non" dei parametri dell’IPCC. Sebbene l’Economist
di solito si permetta di dissentire, la
maggior parte dei ricercatori in campo
energetico è convinta che, dal 2000,
l’intensità energetica sia di fatto
cresciuta; in altre parole, le emissioni
complessive di anidride carbonica sono
andate di pari passo, o addirittura
cresciute marginalmente in modo più
veloce, con l’uso dell’energia.
La produzione di carbone, in
particolare, sta affrontando una
drammatica rinascita, visto che il
19esimo secolo è tornato per creare
problemi al ventunesimo. Centinaia di
migliaia di minatori stanno ora
lavorando in condizioni che avrebbero
fatto rabbrividire Charles Dickens,
estraendo lo sporco minerale che
permette alla Cina di aprire due
centrali elettriche a carbone alla
settimana. Nel frattempo, si prevede che
il consumo complessivo dei combustibili
fossili aumenterà del 55% nel corso
della prossima generazione, con le
esportazioni internazionali di petrolio
che raddoppieranno di volume.
Il Programma di Sviluppo delle Nazioni
Unite, che ha compiuto in proprio degli
studi sugli obiettivi dell’energia
sostenibile, mette in guardia dal fatto
che sarà necessaria “una riduzione del
50% delle emissioni di gas serra in
tutto il mondo entro il 2050 contro i
livelli del 1990” per mantenere
l’umanità fuori dalla zona del
riscaldamento incontrollato (normalmente
definito come maggiore dell’aumento di
due gradi centigradi in questo secolo).
L’ International Energy Agency
prevede che, con ogni probabilità,
queste emissioni subiranno in questo
periodo un reale incremento di circa il
100% – sufficienti gas serra per
spingerci oltre molti punti di svolta
decisivi.
Nonostante il rincaro
dell’energia stia portando
all’estinzione dei SUV e stia attirando
più capitali nell’orbita delle energie
rinnovabili, esso sta altresì aprendo il
vaso di Pandora della più cruda
produzione di petrolio dalle terre
canadesi ricche di catrame e del
petrolio pesante venezuelano. Come ha
ammonito uno scienziato inglese,
l’ultima cosa che dovremmo desiderare
(sotto il falso slogan
dell’”indipendenza energetica”) è la
nuova frontiera della produzione di
idrocarburi che sollecita “l’abilità
umana nell’accelerare il riscaldamento
globale” e rallenta la transizione verso
“cicli energetici senza carbonio o
chiusi al carbonio”.
3. Il Boom della Fine del Mondo
Che fiducia dovremmo riporre nella
capacità dei mercati di riallocare gli
investimenti dalle vecchie alle nuove
energie o, per esempio, dalle spese per
le armi ad un’agricoltura sostenibile?
Siamo vittime di pubblicità incessanti
(soprattutto nella TV di stato) che ci
mostrano come compagnie enormi quali
Chevron,
Pfizer Inc. ed
Archer Daniels Midland stiano
lavorando duro per salvare il pianeta
reinvestendo i loro profitti in ricerche
ed esplorazioni che assicurino
combustibili con poco carbonio, nuovi
vaccini e colture più resistenti alla
sete. Come dimostra chiaramente
l’attuale boom dell’etanolo derivato dal
mais, che ha spostato 100 milioni di
tonnellate di semi dalle diete umane
principalmente verso i motori delle
macchine americane, il “biofuel” può
essere un eufemismo utilizzato per
finanziare i ricchi e affamare i poveri.
Allo stesso modo il “carbone pulito”,
nonostante lo strenuo sostegno del
senatore
Barack Obama (che supporta anche
l’etanolo) è, allo stato, puramente una
grande illusione: una campagna
pubblicitaria e di lobbying da 40
milioni di dollari per una tecnologia
ipotetica che il Business Week ha
descritto come “lontana decenni
dall’utilizzabilità commerciale”.
Inoltre ci sono preoccupanti segnali del
fatto che le compagnie di energia e di
servizi stiano violando le loro promesse
circa l’impegno pubblico per lo sviluppo
di tecnologie cattura-carbonio ed
energie alternative.
Il “progetto
dimostrativo” dell’amministrazione
Bush, FutureGen, è stato
cancellato
quest’anno dopo che l’industria del
carbone si è rifiutata di pagare la sua
quota di “partnership” di questo
programma pubblico-privato; allo stesso
modo, diverse iniziative private
americane di estrazione del carbone sono
recentemente state cancellate. In
Inghilterra, nel frattempo, la
Shell ha appena presentato il più
grande progetto mondiale sull’energia
eolica, il
London Array.
Nonostante gli eroici livelli di
pubblicità, le compagnie operanti nel
campo dell’energia, come i gruppi
farmaceutici, preferiscono appropiarsi
dei beni comuni, lasciando che siano le
tasse, non i profitti, a pagare per
qualunque ricerca urgente, lasciata a
lungo in sospeso, che venga ora
intrapresa.
Dall’altro lato, il bottino derivante
dai prezzi elevati dell’energia continua
ad essere convogliato in proprietà
immobiliari, grattacieli e investimenti
finanziari. Anche se non siamo proprio
sulla sommità del picco di Hubbert -
proprio quel picco del petrolio -
indipendentemente dall’esplosione finale
della bolla del caro-petrolio, quello di
cui probabilmente ci stiamo rendendo
testimoni è il più grande trasferimento
di ricchezza della storia moderna. Un
eminente oracolo di Wall Street, il
McKinsey Global Institute, ha
previsto che se i prezzi al barile del
petrolio grezzo rimangono sopra i 100
dollari al barile – al momento rasentano
i 140 – i sei paesi membri del Concilio
di Cooperazione del Golfo da soli
“collezioneranno un bonus di almeno 9
miliardi di dollari entro il 2020”.
Come
negli anni ’70, l’Arabia Saudita e i
suoi vicini del Golfo, il cui prodotto
interno lordo è almeno duplicato negli
ultimi tre anni, stanno sguazzando nella
liquidità: 2,4 miliardi in banche e
fondi d’investimento, secondo una
recente stima dell’ Economist.
Indipendentemente dall’andamento dei
prezzi, l’International Energy Agency
prevede che “quantitativi sempre
maggiori di petrolio proverranno da
sempre meno paesi, soprattutto dai
membri centro est dell’OPEC
[Organizzazione dei Paesi Esportatori di
Petrolio]."
Dubai, che ha da sola poche entrate
di petrolio, è diventata il cuore
finanziario regionale per quest’ampia
piscina di ricchezza, con ambizioni che
alla fine competono con
Wall Street e la
City di Londra. Durante il primo
shock petrolifero degli anni ’70, gran
parte del surplus dell’OPEC è stato
riciclato attraverso acquisti militari
in America ed Europa, o parcheggiato in
banche straniere per trasformarsi in
mutui “subprime” che in ultimo hanno
devastato l’America latina.
A seguito
degli attacchi dell’11
settembre, i paesi del
Golfo sono diventati più cauti
nell’affidare le loro ricchezza a stati,
come l’America, governati da fanatici
religiosi. All’epoca stavano ricorrendo
ai fondi sovrani per raggiungere un
possesso più attivo nelle istituzioni
finanziarie straniere, mentre
investivano incredibili somme di
proventi del petrolio per trasformare le
sabbie dell’Arabia in città iperboliche,
paradisi dello shopping e isole private
per rock star inglesi e gangster russi.
Due anni fa, quando i prezzi del
petrolio erano la metà di adesso, il
Financial Times ha stimato che i
progetti per le nuove costruzioni in
Arabia Saudita e negli
Emirati già superavano il miliardo
di dollari. Oggi potrebbero avvicinarsi
al miliardo e mezzo, una cifra
considerevolmente maggiore al valore
complessivo del commercio mondiale di
prodotti per l’agricoltura.
La maggior
parte delle città-stato del Golfo stanno
costruendo grattacieli abbaglianti - e,
tra di essi, Dubai è la star indiscussa.
In poco meno di una decade ha innalzato
500 grattacieli e attualmente noleggia
un quarto di tutte le gru per lavori
d’altezza del mondo.
Questo super-pompato boom del Golfo, che
il celebre architetto Rem Koolhaas dice
stia “dando una nuova configurazione al
mondo”, ha portato gli sviluppatori di
Dubai a proclamare l’avvento di uno
“stile di vita ai massimi livelli”,
rappresentato da hotel a sette stelle,
isole private e yacht J-class. Non
sorprende, allora, che gli Emirati Arabi
e i loro vicini abbiano il più alto
risparmio energetico pro capite del
pianeta.
Intanto, i legittimi proprietari della
ricchezza petrolifera araba, le masse
accatastate negli angusti sobborghi di
Baghdad, del Cairo, di Amman e di
Khartoum, ne ottengono come magra
conseguenza la nascita di impieghi nel
campo del petrolio e di madrasse
sovvenzionate dall’Arabia. Mentre gli
ospiti si godono stanze da 5 mila
dollari a notte in Burj Al-Arab, il
famoso hotel di Dubai a forma di nave,
la classe operaia del Cairo si batte per
le strade per il prezzo troppo alto del
pane.
4. Possono i Mercati Affrancare le Masse
?
Gli ottimisti delle emissioni,
naturalmente, guarderanno con il sorriso
a questi sentimenti pessimistici ed
evocheranno l’imminente miracolo del
commercio del carbonio. Ciò che essi non
tengono in considerazione è la
possibilità reale che un esteso mercato
di compensazione del carbonio possa
emergere, come già pronosticato,
producendo tuttavia solo un minimo
miglioramento nel bilancio complessivo
del carbonio, visto che non ci sono
meccanismi per far dare atto a riduzioni
nette reali dell’uso dei combustibili
fossili.
Nelle discussioni popolari sui sistemi
di scambio che ruotano attorno al
diritto (delle industrie) alle emissioni
inquinanti, è cosa normale confondere le
ciminiere per alberi. Ad esempio, la
ricca enclave del petrolio di
Abu Dhabi (come Dubai, partner degli
Emirati) si vanta di aver piantato più
di 130 milioni di alberi – ciascuno dei
quali adempie al suo dovere assorbendo
anidride carbonica dall’atmosfera.
Comunque, questa foresta artificiale nel
deserto consuma altresì grandi quantità
di acqua d’irrigazione prodotta o
riciclata da costose centrali di
desalinizzazione.
Questi alberi permetteranno allo sceicco
Khalifa bin Zayed di portare un’aura
durante i meeting internazionali, ma la
cruda realtà è che essi sono un nastro
di bellezza che pesa dal punto di vista
energetico, come la maggior parte del
cosiddetto capitalismo verde. E, mentre
noi ci siamo dentro, chiediamoci
semplicemente: cosa succede se la
compravendita di crediti di carbonio e i
tentativi di compensazione
dell’inquinamento falliscono
nell’abbassare il termostato?
Che cosa esattamente motiverà i governi
e le multinazionali ad affiancarsi
spalla a spalla nella crociata per
ridurre le emissioni attraverso la
regolamentazione e la tassazione ?
La diplomazia sul clima nello stile di
Kyoto parte dal presupposto che
tutti i maggiori attori, una volta
accettata la scienza contenuta nei
rapporti dell’IPCC, riconosceranno un
supremo interesse comune nel guadagnare
controllo sul fuggevole effetto serra.
Ma il riscaldamento globale è cosa
diversa dalla Guerra dei Mondi, nella
quale i marziani invasori annientano
tutta l’umanità, senza distinzioni. Il
cambiamento climatico, invece, produrrà
inizialmente impatti diseguali nelle
regioni e tra le classi sociali.
Rinforzerà, non diminuirà
l’ineguaglianza geopolitica e il
conflitto.
Come ha sottolineato il Programma di
Sviluppo della Nazioni Unite nel suo
rendiconto dell’anno scorso, il
riscaldamento globale è la principale
delle minacce per i poveri e i non nati,
le “due facce della società con poca o
nessuna voce politica”.
Un’azione
globale coordinata in loro favore
presuppone quindi o un’attribuzione di
potere rivoluzionaria (uno scenario non
considerato dall’IPCC) o la
trasmutazione dell’interesse verso se
stesse delle nazioni e delle classi
ricche in un’illuminata “solidarietà”
senza precedenti nella storia. Da una
prospettiva di attore razionale, il
secondo risultato sembra realistico solo
se può essere dimostrato che i gruppi
privilegiati non hanno opzioni di
“uscita” preferenziale, che la pubblica
opinione internazionale guida le
decisioni di policy-making negli stati
chiave e che la riduzione dell’effetto
serra possa essere raggiunta senza
grossi sacrifici per i costosi standard
di vista dell’Emisfero Nord – nessuna
delle opzioni sembra altamente
plausibile.
E cosa succede se le crescenti
turbolenze ambientali e sociali invece
di galvanizzare un’eroica innovazione e
una cooperazione internazionali
semplicemente orienteranno le elite
pubbliche verso tentativi ancora più
frenetici di barricarsi fuori dal resto
dell’umanità ? La mitigazione globale,
in questo scenario inesplorato ma non
improbabile, sarebbe tacitamente
abbandonata (come, del resto, è in
qualche modo già successo) in favore di
accelerati investimenti a favore di
adattamenti selettivi per passeggeri di
prima classe della Terra. Qui si parla
della prospettiva di creare oasi verdi e
recintate di costante prosperità su un
pianeta altrimenti sofferente.
Sicuramente continueranno ad esserci
trattati, fondi per il carbonio,
assistenza per gli affamati, acrobazie
umanitarie e forse anche la completa
conversione di alcune città europee in
piccoli paesi ad energie alternative. Ma
il passaggio ad uno stile di vita con
emissioni basse o pari a zero sarebbe
comunque impensabilmente costoso. (In
Gran Bretagna, costa attualmente 200
mila sterline in più costruire una casa
a zero emissioni di carbonio, “livello
6”, rispetto a un’abitazione standard
nella stessa zona).
E ciò diverrà probabilmente ancor più
inimmaginabile dopo forse il 2030,
quando gli effetti convergenti del
cambiamento climatico, il caro petrolio,
il caro acqua e 1,5 miliardi di persone
sul pianeta potrebbero seriamente
cominciare a soffocare la crescita.
5. Il Debito Ecologico del Nord
La vera domanda è questa: le nazioni
ricche mobilizzeranno davvero la volontà
politica e le risorse economiche per
raggiungere davvero gli obiettivi dell’IPCC
o per quanto riguarda ciò, aiuteranno i
paesi più poveri ad adattarsi
all’inevitabile, già “commissionato”
quoziente di surriscaldamento che sta
arrivando fino a noi attraverso la lenta
circolazione dell’oceano mondiale ?
Per dirla con toni più caldi: gli
elettori delle nazioni ricche si
sbarazzeranno della loro bigotteria e
dei loro confini murati per ammettere i
rifugiati provenienti dai menzionati
epicentri della siccità e della
desertificazione come il
Maghreb, il
Messico, l’Etiopia
e il
Pakistan ? Vorranno gli americani,
il popolo più misero per quanto riguarda
gli aiuti stranieri pro capite, imporre
a se stessi delle tasse per aiutare a
dare una sistemazione a milioni di
individui che potrebbero essere spazzati
via da regioni ad alta densità come il
Bangladesh ?
Gli ottimisti orientati al mercato,
ancora una volta, faranno riferimento a
programmi di compensazione del carbonio
come il
Clean Development Mechanism,
che, essi sostengono, permetterà al
capitale verde di volare verso il terzo
mondo.
La maggior parte del terzo mondo,
comunque, preferirebbe forse che il
Primo Mondo riconoscesse la confusione
ambientale a cui ha dato vita e si
prendesse le responsabilità necessarie
per sistemarla. Giustamente si schierano
contro la nozione che l’onere più
gravoso di adattamento all’epoca dell’Antropocene
dovrebbe ricadere su coloro i quali
hanno contribuito in misura del tutto
marginale all’emissione di carbonio e
hanno conseguito i minimi benefici da
200 anni di industrializzazione.
In uno studio serio recentemente
pubblicato su
Proceedings of the [US] National Academy
of Science, un gruppo di ricerca
ha tentato di calcolare i costi
ambientali della
globalizzazione economica dal
1961 esprimendoli in deforestazione,
cambiamento climatico, pesca in eccesso,
buco dell’ozono, conversione delle
mangrovie ed espansione
dell’agricoltura.
Dopo aver adattato gli
attinenti oneri economici, essi hanno
scoperto che le nazioni più ricche, con
le loro attività, hanno generato il 42
per cento della degradazione ambientale
attorno al mondo, e si sono accollate
solo il 3 per cento dei relativi costi.
I radicali del Sud faranno giustamente
notare che esiste un altro debito. Per
trent’anni, le città dei paesi in via di
sviluppo sono cresciute ad una velocità
rapidissima, senza un equivalente
investimento pubblico in servizi
infrastrutturali, alloggi o sanità
pubblica. In gran parte ciò rappresenta
il risultato dei debiti esteri contratti
dai dittatori, dei pagamenti pretesi dal
Fondo Monetario Internazionale e dei
settori pubblici portati alla rovina
dagli accordi di “modificazione
strutturale” della
Banca Mondiale.
Questo deficit planetario di opportunità
e giustizia sociale è ben ritratto dal
fatto che più di un milione di persone,
secondo l’UN-Habitat,
vivono oggi nei bassifondi e il numero
di questi si prevede duplicherà entro il
2030. Un numero pari, o forse superiore,
brancolano nel cosiddetto settore
informale (un eufemismo creato dal primo
mondo per indicare la disoccupazione di
massa). L’incondizionato impeto
demografico, nel frattempo, aumenterà la
popolazione urbana mondiale di 3
miliardi di persone nei prossimi 40 anni
(9 per cento nelle città povere) e
nessuno – proprio nessuno – può
immaginare come un pianeta di quartieri
poveri con crescenti crisi alimentari ed
energetiche potrà trovare un posto per i
loro sopravvissuti biologici, e ancor
meno per le loro inevitabili aspirazioni
ad un minimo di felicità e dignità.
Se questo sembra ingiustamente
apocalittico, si consideri che la
maggior parte dei progetti sui modelli
climatici rinforzerà incredibilmente
l’attuale geografia di ineguaglianza.
Uno degli analisti pionieri
dell’economia del riscaldamento globale,
il professore William R. Cline del
Petersen Institute, ha
recentemente pubblicato uno studio
condotto paese per paese sui
probabili effetti del
cambiamento climatico sull’agricoltura
nelle ultime decadi di questo secolo.
Anche nelle simulazioni più
ottimistiche, il sistema agricolo del
Pakistan (per il quale di prevede una
diminuzione del 20 per cento
dell’attuale produzione agricola) e
l’India nord orientale (riduzione del 30
percento) saranno facilmente distrutti,
insieme a gran parte del Medio Oriente,
del Maghreb, della cintura di Sahel,
della parte più meridionale dell’Africa,
dei Carabi e del Messico. Ventinove
paesi in via di sviluppo perderanno il
20 percento o più della loro produzione
agricola a causa del riscaldamento del
pianeta, mentre l’agricoltura nel già
prosperoso nord subirà potenzialmente,
in media, una spinta dell’8 per cento.
Alla luce di questi studi, la crudele
competizione in corso tra i mercati
dell’energia e del cibo, amplificata
dalla speculazione internazionale in
beni e terre agricole, è solo un modesto
presagio del caos che potrebbe presto
crescere esponenzialmente dalla
convergenza tra consumo delle risorse,
ostinata disuguaglianza e cambiamento
climatico.
Il vero pericolo è che la solidarietà
umana, come un blocco di ghiaccio
dell’Antartico, possa improvvisamente
fratturarsi e scomporsi in migliaia di
cocci.
By Mike Davis - The Nation
Mike Davis è l’autore di
In Praise of Barbarians:
Essays against Empire
(Haymarket Books, 2008) e di
Buda's Wagon: A Brief
History of the Car Bomb
(Verso, 2007). Attualmente sta lavorando
ad un libro sulle città, la povertà e il
cambiamento globale.
Altro a questo link
NOTE DEL TRADUTTORE
[1] Trattasi di tipi diversi di arenaria
[2] Letteralmente, “4° rapporto di
valutazione”
[3] Provvedimenti per il rilancio
dell'economia, investimenti pubblici per
la ripresa economica
[4] Nel testo originale, l’espressione è
‘cap-and-trade system’
Titolo originale: "Human Ecology" -
Fonte: thenation.com - 27.06.2008
Traduzione di Rachele Materassi per
comedonchisciotte.org
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