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Medicina Alternativa"  
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GUIDA alla SALUTE NATURALE 

Manuale di MEDICINE ALTERNATIVE BIOLOGICO NATURALI  -  Manual of ALTERNATIVE MEDICINES

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CARBURANTE dai RIFIUTI = Bioetanolo = Benzina ecologica
Incentivi per acquisto di AUTO ECOLOGICHE
(Italy)
PROGETTO IDROGENO

Una TERRA SEMPRE MENO VERDE  
Ecologia a Sistema in Finlandia

Multinazionali  +  Agricoltura Naturale
Fotovoltaico  +  Energia termica Solare
NO ai Termovalorizzatori  +  Coleotteri distruttori
Energia a volonta' e gratis

I Termovalorizzatori
uno SPRECO inutile e DANNOSO, vedi:  YouTube - termovalorizzatori per morire
Il termine termovalorizzatore non esiste - Trattasi di Inceneritori: è stato coniato in Italia ma è un termine improprio in quanto un inceneritore produce energia in passivo (è più quella spesa per il processo che quella ottenuta) quindi non valorizza.
Il termine è stato coniato per non evocare la parola "cenere".
L'italia e' una specialista in conio di parole DISINFORMANTI
 

La benzina NON servira' piu', perche' raffino i rifiuti al posto del Petrolio...
Un ingegnere genovese, titolare di brevetti rivoluzionari, dalla chirurgia al riciclaggio, in societa' con una biologa molecolare  di 71 anni, ha progettato e realizzato un impianto per produrre bioetanolo che vale 3 volte quello ottenuto dai cereali.
L'ing. Luciano Patorno di 63 anni contitolare di una societa' italiana, si e' occupato di automazioni industriali per Caterpillar, Fiat e Sanofi-Aventis; ha anche brevettato un sistema per riconvertire in idrocarburi 200 milioni di tonnellate di pneumatici usati che ogni anno finiscono nelle discariche...
Egli dice: "sono riuscito a rimpiazzare la benzina con l'etanolo ricavato dai rifiuti urbani, che sono dei giacimenti inesauribili"...!La sua socia biologa ha brevettato un enzima partendo da un lievito, quello utilizzato per produrre birra e vino: il "saccharomyces cerevisiae"

In Canada gia' funziona una bioraffineria "made in Italy" che produce carburante che viene acquistato dalla Shell; E85 e' il nome della pompa del nuovo oro verde: 85% di etanolo + 15% di benzina, una miscela per il momento, con un piccolo ritocco ai motori, domani potra' essere utilizzato al 100% essendo alcol etilico concentrato pressoche' anidro, cioe' privo di acqua.

In Canada stiamo usando la paglia; quel carburante NON affama i paesi del terzo mondo, elimina il 70%75 di anidride carbonica, azzera le polveri sottili ed ha lo stesso prezzo di produzione 290 Euri (tasse escluse) della benzina verde, mentre ricavarlo dalle colture agricole (mais, canna da zucchero, ecc.) costa il doppio !
Bastano 100 impianti; Gli scarti cellulosici oggi si sprecano, con quei 14. milioni di tonnellate gettati oggi in discarica, si soddisfa il 30% del bisogno energetico nazionale: 4,8 miliardi di litri. Il restante 70% da scorie industriali e piante adatte a terreni agricoli, come il miscanthus.

Questi impianti sembrano essere arrivati all'Umanita' che e' per i rifiuti ormai sull'orlo di un baratro.....ma le multinazionali del petrolio cercano fare di tutto, almeno in Italia, affinche' questi impianti non vengano disclocati nelle varie province.....

In Italia si producono ogni anno 100 milioni di tonnellate di rifiuti di cui il 35%  sono rifiuti cellulosici, cioe' carburante...buttiamo in discarica 14 milioni di tonnellate, mentre potremmo ricavare 4,8 miliardi di litri di etanolo, cioe' il 30% del fabbisogno nazionale, visto che consumiamo ogni anno 16 miliardi di litri di benzina.
Per il restante 70% vi sono da sfruttare i residui legnosi industriali (cassette della frutta, trucioli di falegnameria, pallet, mobili, traversine ferroviarie, bobine di cavi elettrici, imballaggi ecc. e se non bastassero i residui delle potature degli alberi che varrebbero anche loro 5 milioni di litri di bioetanolo, ma potremmo utilizzare anche i terreni non coltivati, ve ne sono 1 milione di ettari facendovi crescere il miscanthus, o la canapa, i pioppi.

La raffineria NON provoca odori, ne' fumi, ne' residui, perche' la fermentazione avviene in autoclave, che e' un sistema che richiede assenza di aria e viene alimentata dai rifiuti raccolti; produce residui: mangimi, fertilizzanti, polimeri della plastica, lubrificanti, adesivi, tutti prodotti vendibili sul mercato e non conteggiati nel sottostante conteggio.

Abbisogna per un funzionamento che deve essere 24 ore su 24 ore, di una forza lavoro di circa 100 persone; l'energia per il funzionamento della fabbrica viene endoprodotta; abbisogna di un area che al massimo, per una grande bioraffineria, e' di 65.000 m2
Costa 65 milioni di euri e fin dal primo anno con i ricavi della vendita del carburante e l'extra utile derivante dalla defiscalizzazione (l'etanolo ne ha il 20%), genera un guadagno netto (calcolando e deducendo gli ammortamenti + i costi di produzione) di circa 44 milioni di euri !
L'Italia potrebbe, investendo 6.500 miliardi Euri affrancarsi per sempre, dalla benzina !
l'11 marzo 2006 il governo italiano ha varato una legge la n° 81 la quale prevede l'obbligo dell'integrazione di bioetanolo nelle benzine in percentuali crescenti dai 320 milioni di litri nel 2006 fino ad arrivare ai 920 milioni di litri nel 2010, ma fino ad ora non si e' fatto NULLA !

Il bioetanolo puo' essere utilizzato da SUBITO dai propulsori Flex Fuel montati ormai da numerosi modelli di nuove auto. Le prestazioni della vettura migliorano ed il motore rimane molto piu' pulito e quindi si usura di meno.
Non si debbono aggiungere, come nella benzina, gli indispensabili antidetonanti. Il bioetanolo e' inodore, NON puzza come i biocarburanti.
Non affama i paesi del terzo mondo e non fa aumentare il prezzo del grano, pasta, carne, latte perche' non facogita le coltivazioni dei cereali destinale all'alimentazione umana ed animale. e non dissipa acqua che e' gia' una risorsa limitata in tutti il mondo.

Presenza anche il 30% in piu' di energia dell'etanolo tradizionale; elimina il 70-75% del gas serra, abbassa del 5-10% le emissioni di ossidi di azoto e di zolfo;  e' privo di metalli pesanti; azzera i particolati ed e' totalmente biodegradabile, liberando gran parte del pianeta dell'immondizia, che oggi si brucia o si ripone in discariche con le note problematiche che producono questi sistemi obsoleti ed inquinanti.

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Il biocarburante volta pagina, ora si ricava dagli scarti

Il biofuel è sotto accusa, soprattutto negli Stati Uniti, per l’aumento dei prezzi delle materie prime agricole e dei prodotti alimentari. Ma la tecnologia va avanti e si aprono nuove prospettive di utilizzo di materiali organici per produrre benzine, senza incidere però sul mercato dei cereali e di altri prodotti utilizzati per l’alimentazione.
La proposta innovativa viene da un’azienda californiana che è stata inserita quest’anno tra i Technology Pioneers (le imprese che propongono soluzioni particolarmente innovative) dal World Economic Forum.
Questa societa' ha due centri di ricerca, uno a Signal Hill, in California, e un altro in Svezia. La sua prima installazione di rilievo è uno stabilimento nel Porto di Sacramento, che a partire dal 2009 produrrà circa 230 milioni di litri di biofuel l’anno da materie prime diverse. Per questo progetto Primafuel ha ottenuto il più elevato contributo fino ad ora erogato dal California Air Resources Board.
Con tre anni di vita alle spalle e un gruppo di venture capitalist nel suo azionariato, essa ha già definito le linee strategiche della sua attività. La prima, quella che già oggi assicura le risorse per lo sviluppo dell’azienda è l’integrazione di infrastrutture per la produzione e la distribuzione di prodotti energetici. «L’etanolo spiega Rahul Iyer, cofondatore della società non è tutto uguale. Quello prodotto da mais per esempio ha un impatto ambientale diverso da quello prodotto da canna da zucchero. In una logica di riduzione delle emissioni, la filiera che va dalla produzione alla distribuzione va riorganizzata in modo da ridurre al massimo le inefficienze e le emissioni. Noi stiamo lavorando a questo».
La seconda filiera è lo sviluppo di tecnologie che permettano agli impianti di produrre biofuel non solo a partire da materiali diversi, ma anche utilizzando materiali che oggi sono destinati a utilizzi marginali o alle discariche. «Con le nostre tecnologie è possibile produrre biofuel dalle acque nere delle fognature, dai rifiuti dell’industria casearia o degli allevamenti di bovini e di quelli di pollame, anche dalle alghe, che hanno un grande futuro in questo settore perché sono facili da coltivare ed estremamente economiche».
La scommessa di quest'azienda è produrre impianti piccoli, poco invadenti dal punto di vista paesaggistico, facili da collocare vicino alla fonte delle materie prime utilizzabili e capaci di avvicinarsi o di raggiungere l’obiettivo del riciclaggio completo, affrontando così a un tempo il problema delle energie alternative e quello dei rifiuti.
Gli impianti di questo tipo, in via di sperimentazione, sono dei moduli, ciascuno con la dimensione di un container e la capacità di produrre tra 12 e 20 milioni di litri di biofuel per unità. L’ipotesi di utilizzo è per le zone dove ci sono rilevanti concentrazioni di allevamenti di bovini o di pollame, dove ci sono grandi industrie casearie, e anche dove ci sono altri rifiuti dell’agricoltura, compresi i tralci delle viti o quel che resta dopo la spremitura delle olive. Un modulo può servire efficacemente anche una città di 500 mila abitanti con la produzione di biofuel dal riciclaggio dei rifiuti fognari.
«Il costo dell’impianto, secondo le nostre valutazioni attuali dice Iyer dovrebbe aggirarsi tra uno e due dollari per litro di capacità produttiva annuale, ed è ancora un po' alto, ma noi contiamo di ridurlo man mano che le unità andranno in produzione».
Secondo Iyer ciascun modulo sarà facilmente trasportabile, come qualsiasi container, vista la sua dimensione e struttura sarà facilmente inseribile nell’ambiente circostante e avrà costi di esercizio molto bassi.
La scommessa di quest'azienda punta da un lato sulla dimensione, sulla maneggevolezza della struttura e sul concetto del modulo, che consente l’utilizzo di questa tecnologia senza la necessità di grandi concentrazioni, dall’altro sulla capacità dello stesso impianto di riciclare tipologie diverse di rifiuti, consentendone un utilizzo più flessibile in aree dove, per esempio, i cicli stagionali dell’agricoltura, non garantirebbero una alimentazione regolare per tutto l’anno con un solo tipo di materiale.
L’ultimo asso nella manica è il riciclo integrale con la possibilità di commercializzare le produzioni collaterali del processo, dai fertilizzanti ad alto tasso di carbonio al silicio.
By Marco Panara - Tratto da repubblica.it

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Biocombustibili dagli scarti agricoli - Etanolo dai rifiuti
Secondo le dichiarazioni dei ricercatori, a pieno regime il processo Zymetis potrebbe arrivare a una produzione di 75 miliardi di galloni – pari a 280 miliardi di litri – all’anno di etanolo

Una ricerca svoltasi presso l’Università del Maryland e cominciata con i batteri provenienti dalla Baia di Chesapeake ha portato alla scoperta di un processo chimico in grado di convertire grandi volumi di prodotti vegetali di ogni sorta, dalla carta usata fino agli scarti della produzione della birra, in etanolo e altri biocombustibili alternativi al gasolio e alla benzina.

I cosiddetti biocombustibili cellulosici possono infatti essere prodotti a partire da tutti i vegetali che non si presentano in forma di grani o semi e risultano quindi di grande importanza ecologica, da momento che possono essere ottenuti da materiali che non hanno alcun valore alimentare, come i prodotti di scarto dell’agricoltura, inclusi paglia, tutoli e brattee del mais.

Il processo è stato messo a punto anche grazie alla collaborazione con la piccola società Zymetis: il suo segreto è lo sfruttamento del batterio S. degradans, che si trova abitualmente nelle foglie di erba della pampa (Hymenachne amplexicaulis)  della Baia di Chesapeake, il più grande estuario degli Stati Uniti, compreso tra gli stati della Virginia e del Maryland.

Tale ceppo batterico, infatti, produce un enzima che permette la conversione di materiale vegetale in zucchero, che a sua volta può essere convertito in biocombustibile.

In realtà i ricercatori della Zymetis non sono stati in grado di isolare il batterio in natura, ma hanno scoperto come produrre l’enzima in laboratorio. Il risultato è un composto chimico chiamato Ethazyme, che degrada le resistenti pareti delle cellule dei materiali cellulosici e converte direttamente l’intero materiale vegetale in zuccheri pronti per la trasformazione in biocombustibile, con un costo significativamente inferiore e con minore utilizzo di composti tossici rispetto al metodo convenzionale.

Secondo le dichiarazioni dei ricercatori, a pieno regime il processo Zymetis potrebbe arrivare a una produzione di 75 miliardi di galloni – pari a 280 miliardi di litri – all’anno di etanolo. Stando alle proiezioni, il mercato degli enzimi per biocombustibili potrebbe arrivare a un valore complessivo di 5 miliardi di dollari, tenuto conto anche dell’energy bill, la legge approvata dal Senato degli Stati Uniti e che dà mandato alle compagnie petrolifere di produrre 21 miliardi di galloni di etanolo ricavato dalla cellulosa entro il 2022. (fc)
Tratto da: http://lescienze.espresso.repubblica.it


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Un fungo, conosciuto sin dagli anni '40 perche' "ghiotto" di uniformi e tende militari, potrebbe essere uno strumento utilissimo per la produzione di biocombustibili.
Almeno queste sembrano essere le conclusioni di uno studio pubblicato sulla rivista Nature Biotechnology realizzato da ricercatori dei Los Alamos National Laboratory, del Department of Energy e del Genome Institute. I ricercatori hanno sequenziato il genoma del Tricoderma reesei e hanno scoperto importanti meccanismi di come questo piccolo organismo riesca a rompere la cellulosa delle fibre vegetali e a trasformarle in zucchero. La scoperta potrebbe portare alla realizzazione di un sistema molto piu' efficiente di produzione dell'etanolo da fonte vegetale rispetto ai metodi fin qui messi a punto.
AGI - Londra, 5 mag. 2008

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ECCO la PIANTA dell'ENERGIA PULITA - E' il Miscanthus: facile da coltivare, garantisce rese più elevate.

Come ben noto, la stragrande maggioranza dell'energia primaria dell'Europa è di origine fossile, all'incirca per metà petrolio ed il restante, in parti circa eguali, metano e carbone. Particolarmente critico è l'uso del petrolio nei trasporti, il componente a più rapida crescita e per il quale combustibili sostitutivi sono oggi praticamente inesistenti, nonostante l'aumento dei costi e la preoccupazione di una progressiva insufficienza dei consumi, sempre più concentrata in pochi Paesi dell'Opec/Medio- Oriente.

In Italia oggi circolano più di 500 veicoli per ogni mille abitanti, un record di quasi 30 milioni di mezzi di tutti i generi con un consumo pari a 42 milioni (2002) di tonnellate di petrolio equivalente (Tep), costituito all'incirca in parti eguali da benzina e gasolio. Gli aumenti continui dei consumi (+25% dal 1990 al 2002) sono in stridente contrasto con le preoccupazioni per un crescente scollamento tra domanda e offerta mondiali. Fortunatamente si sta oggi preparando una vera e propria rivoluzione nel campo dei combustibili rinnovabili alternativi: il nostro Paese deve rapidamente prepararsi allo sviluppo di nuovi bio-carburanti e all'uso dell'etanolo in sostituzione ai fossili.
Le produzioni annuali di bio-etanolo degli Usa e del Brasile sono state nel 2004 di 16.2 e 16.5 miliardi di litri rispettivamente, equivalenti ad un totale di 20 milioni di Tep di petrolio, la metà dei trasporti italiani. Negli Usa oggi il 13% della produzione di cereali è usata per i trasporti, ma rappresenta solamente il 3% dei consumi. Chiaramente nuovi metodi sono necessari al fine di arrivare alla sostituzione del 30% dei fossili per il trasporto entro il 2030 previsto dal US Department of Energy (Doe), senza mettere in pericolo la produzione agricola per l'uomo e gli animali.

Un grande vantaggio, almeno teorico, della bio-massa è legato al fatto che, con la crescita, la pianta estrae la CO2 presente nell'aria. Con la susseguente combustione, la CO2 è restituita all'atmosfera e quindi l'effetto  complessivo dovuto all'effetto serra è zero. In realtà il processo complessivo, quello che si definisce «dalla sorgente alle ruote» (dall'inglese «from well to wheel») è più complesso e quantità apprezzabili di CO2 sono prodotte indirettamente nel processo (fertilizzanti, aratura, raccolta, trasformazione in etanolo, ecc.). Tradizionalmente, le biomasse sono prodotte a partire da legname dalle foreste, da scarti e residui e da raccolti energetici specifici dell'agricoltura. Il sistema attuale va rapidamente e profondamente modificato per aumentare le quantità e le qualità del prodotto. Ad esempio, la pianta della colza produce circa due o tre volte l'energia necessaria per fabbricarla, ma con un handicap importante: una produttività troppo debole. Un campo di colza produce annualmente raramente più di 1.500 litri all'ettaro, il che significa che per alimentare un' automobile è necessario disporre in media di un ettaro di piantagione. Il bio-etanolo fabbricato a partire dall'amido o dallo zucchero, oggi dominante, ha un rendimento migliore. Un campo di betterave (la pianta oggi più efficiente) può procurare 6.000 litri all'ettaro, con dei massimi di 8.000 litri. Ciononostante, per quanto riguarda la CO2 prodotta, il bilancio energetico «from well to wheel», oggi è ancora controverso ed è probabilmente solamente marginalmente positivo.

Ma si stanno attualmente sviluppando ben più ricchi bio-etanoli di seconda generazione. Prodotti a partire da materiali legno-cellulosici (tessuti di sostegno dei vegetali, steli, foglie, ecc.), queste piante hanno un bilancio energetico altamente positivo: sono capaci di produrre fino a 15 volte l'energia consumata. Un tipico esempio è il Miscanthus

giganteum. Questo robusto arbusto, originario dal Giappone, Cina (Taiwan) e isole del Pacifico, con foglie verdi larghe 3 cm, cresce in luoghi soleggiati e suoli moderatamente umidi e fertili e non abbisogna di fertilizzanti apprezzabili, e vive anche in suoli «marginali», troppo poveri per le colture tradizionali.

Le piante possono essere sia semplicemente bruciate con un'elevata efficienza energetica (60 % del carbone) o convertite in etanolo, in sostituzione della benzina. Si producono così annualmente 12 tonnellate/ettaro di piante secche pari a 36 barili di petrolio. Ma negli Usa, all'Università dell'Illinois, si è riusciti a quintuplicare la resa e raggiungere le 60 tonnellate/ettaro (180 barili di petrolio/ettaro). Convertita in etanolo, la produzione di Miscanthus è correntemente di 14.000 litri/ettaro e potrà arrivare, grazie ai menzionati miglioramenti, fino a 35.000 litri/ettaro e cioè più di ventitre volte quelli della colza e quasi sei volte quelli delle betterave. Oggetto delle ultime messe a punto, questo Miscanthus dovrebbe essere interamente commercializzabile in alcuni anni.
Un'altra alternativa è il popolare pioppo, una pianta a rapida crescita che può raggiungere in sei anni ben 27 metri di altezza.
Una trentina di specie diverse crescono su di un vasto intervallo climatico, dalle regioni subtropicali della Florida alle zone subalpine del- l'Alaska, nel nord del Canada e dell' Europa. La produttività annuale è di 25 tonnellate per ettaro, corrispondenti a 6.500 litri di etanolo. Con modifiche genetiche, la resa salirebbe a circa 10.000 litri/ettaro.
Se piantate ad esempio nei 45 milioni di ettari di terreni coltivabili ma non utilizzati negli Usa, esse potrebbero rimpiazzare l'80 % dei fossili per il trasporto (la cosiddetta miscela EA85).
L'Europa (EU25) ha 300 milioni di ettari coltivati e 200 milioni di veicoli.
Con 15.000 litri/ettaro (Miscanthus), la superficie coltivata per una idealizzata e totale sostituzione rinnovabile rappresenterebbe il 7% del totale !

A questo riguardo, queste piante non sono dunque niente altro che dei «captori solari», che convertono la luce del sole in etanolo con emissioni di CO2 teoricamente nulle e in pratica fino a 10-15 volte inferiori a quelle dei fossili: il rendimento di conversione energetico a partire dalla luce solare ricevuta nel campo supera il 2%, un risultato straordinario se si pensa che ad esempio il fotovoltaico ha un rendimento pratico dell'ordine del 8-10%. La biomassa, sia grazie a nuovi arbusti come ad esempio il Miscanthus, e ad alberi a rapida crescita come i pioppi, offre quindi una straordinaria possibilità di una concreta sostituzione ecologica e rinnovabile della benzina in tempi relativamente brevi e senza grandi cambiamenti nella tecnica (il contenuto energetico dell' etanolo è il 70% di quello della benzina), specialmente in quelle attività come ad esempio nei trasporti, in cui oggi quest'ultima ha un assoluto monopolio. In contrasto con le piante agricole oggi dominanti, questi nuovi metodi assicurano non solo una produttività considerevolmente maggiore ma anche la completa separazione tra la produzione agricola per l'uomo e gli animali - oggetto questo di crescente preoccupazione soprattutto per i Paesi in via di sviluppo - e la sostituzione nei trasporti con un liquido molto vicino all'ordinaria benzina.
Il Corriere della Sera, 3 maggio 2007 - Greenplanet.net - La rete del biologico su internet dal 1995
Tratto da:
http://www.greenplanet.net


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Verso un biocombustibile sostenibile

I ricercatori stanno ora cercando di sperimentare nuove biomasse per alimentare i microrganismi che dovrebbero fermentare gli zuccheri in etanolo: il materiale più conveniente è la biomassa lignocellulosica che include i residui del legno, la carta riciclata e i materiali di scarto di coltivazioni dedicate alla produzione di energia

Gli organismi microscopici - batteri, cianobatteri, funghi e microalghe, sono fattori biologici che stanno dimostrando di essere fonti efficienti di biocombustibili a basso impatto ambientale che potrebbero rappresentare come alternativa al petrolio, secondo una ricerca presentata al convegni dell’American Society for Microbiology in corso a Boston.
Il principale biocombustibile attualmente sul mercato è l’etanolo, prodotto per la maggior parte negli Stati Uniti a partire dalla fermentazione degli zuccheri del mais. Questo tipo di produzione è ora oggetto di aspre critiche per l’aumento dei prezzi dei beni alimentari che determina.

I ricercatori stanno ora cercando di sperimentare nuove biomasse per alimentare i microrganismi che dovrebbero fermentare gli zuccheri producendo etanolo.
Il materiale più conveniente è la biomassa lignocellulosica, che include i residui del legno, la carta riciclata e i materiali di scarto di coltivazioni dedicate alla produzione di energia (come i tutoli del mais coltivato per produrre biocombustibili).
In questo caso il problema è che gli zuccheri necessari per la fermentazione sono intrappolati all’interno della cellulosa del legno. Govind Nadathur e colleghi dell’Università di Puerto Rico stanno cercando ecosistemi inusuali dotati di organismi rari in grado di produrre enzimi che consentono di estrarre questi zuccheri.
"Il legno finisce nell’oceano: che cosa degrada tutta questa biomassa ? Abbiamo trovato che alcuni molluschi che consumano il legno sono in grado di farlo con l’aiuto di batteri che vivono nel loro stomaco, che producono enzimi in grado di scindere le molecole di cellulosa. E si trova qualcosa di analogo anche nelle termiti", ha commentato Nadathur. L’obiettivo pertanto è quello di utilizzare questi enzimi come passo fondamentale per costruire sistemi chiusi e integrati che potrebbero produrre etanolo.

La ricerca è cominciata cercando di sfruttare la canna da zucchero e i fiori di ibisco che cresce nelle coltivazioni locali di Puerto Rico, che producono grandi quantità di biomassa. Utilizzando diversi enzimi, Nadathur e i suoi colleghi ritengono di poter estrarre gli zuccheri contenuti nella biomassa e di farli fermentare per ottenere etanolo, intrappolando il biossido di carbonio che viene prodotto nel corso del processo. (fc)
Tratto da: lescienze.espresso.repubblica.it
 

   

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