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La benzina NON servira'
piu', perche' raffino i rifiuti al posto del Petrolio...
Un ingegnere genovese, titolare di brevetti
rivoluzionari, dalla chirurgia al riciclaggio, in
societa' con una biologa molecolare di 71 anni, ha
progettato e realizzato un impianto per produrre
bioetanolo che vale 3 volte quello ottenuto dai cereali.
L'ing. Luciano Patorno di 63 anni contitolare di una
societa' italiana, si e' occupato di
automazioni industriali per Caterpillar, Fiat e Sanofi-Aventis; ha anche brevettato un sistema per
riconvertire in idrocarburi 200 milioni di tonnellate di
pneumatici usati che ogni anno finiscono nelle
discariche...
Egli dice: "sono riuscito a rimpiazzare la
benzina con
l'etanolo ricavato dai
rifiuti urbani, che sono dei
giacimenti inesauribili"...!
La sua socia biologa ha
brevettato un
enzima partendo da un
lievito, quello utilizzato per produrre birra e
vino: il "saccharomyces
cerevisiae"
In Canada gia' funziona una
bioraffineria "made in Italy" che produce carburante che
viene acquistato dalla Shell; E85 e' il nome della pompa
del nuovo oro verde: 85% di etanolo + 15% di benzina,
una miscela per il momento, con un piccolo ritocco ai
motori, domani potra' essere utilizzato al 100% essendo
alcol etilico concentrato pressoche' anidro, cioe' privo
di acqua.
In Canada stiamo usando la
paglia; quel carburante NON affama i paesi del terzo
mondo, elimina il 70%75 di
anidride carbonica, azzera le
polveri sottili ed ha lo stesso prezzo
di produzione 290 Euri (tasse escluse) della benzina
verde, mentre ricavarlo dalle colture agricole (mais,
canna da zucchero, ecc.) costa il doppio
!
Bastano 100 impianti; Gli scarti cellulosici oggi si
sprecano, con quei 14. milioni di tonnellate gettati
oggi in discarica, si soddisfa il 30% del bisogno
energetico nazionale: 4,8 miliardi di litri. Il restante
70% da scorie industriali e piante adatte a terreni
agricoli, come il
miscanthus.
Questi impianti sembrano
essere arrivati all'Umanita' che e' per i rifiuti ormai
sull'orlo di un baratro.....ma le
multinazionali del petrolio cercano fare
di tutto, almeno in Italia, affinche' questi impianti
non vengano disclocati nelle varie province.....
In Italia si producono ogni
anno 100 milioni di tonnellate di rifiuti di cui il 35%
sono rifiuti cellulosici, cioe' carburante...buttiamo in
discarica 14 milioni di tonnellate, mentre potremmo
ricavare 4,8 miliardi di litri di etanolo, cioe' il 30%
del fabbisogno nazionale, visto che consumiamo ogni anno
16 miliardi di litri di benzina.
Per il restante 70% vi sono da sfruttare i residui
legnosi industriali (cassette della frutta, trucioli di
falegnameria, pallet, mobili, traversine ferroviarie,
bobine di cavi elettrici, imballaggi ecc. e se non
bastassero i residui delle potature degli alberi che
varrebbero anche loro 5 milioni di litri di bioetanolo,
ma potremmo utilizzare anche i terreni non coltivati, ve
ne sono 1 milione di ettari facendovi crescere il
miscanthus, o la canapa, i pioppi.
La raffineria NON provoca
odori, ne' fumi, ne' residui, perche' la fermentazione
avviene in
autoclave, che e' un sistema che richiede assenza di
aria e viene alimentata dai rifiuti raccolti; produce
residui: mangimi, fertilizzanti, polimeri della
plastica, lubrificanti, adesivi, tutti prodotti
vendibili sul mercato e non conteggiati nel sottostante
conteggio.
Abbisogna per un
funzionamento che deve essere 24 ore su 24 ore, di una
forza lavoro di circa 100 persone; l'energia per il
funzionamento della fabbrica viene endoprodotta;
abbisogna di un area che al massimo, per una grande
bioraffineria, e' di 65.000 m2
Costa 65 milioni di euri e fin dal primo anno con i
ricavi della vendita del carburante e l'extra utile
derivante dalla defiscalizzazione (l'etanolo ne ha il
20%), genera un guadagno netto (calcolando e deducendo
gli ammortamenti + i costi di produzione) di circa 44
milioni di euri !
L'Italia potrebbe, investendo 6.500 miliardi Euri
affrancarsi per sempre, dalla benzina !
l'11 marzo 2006 il governo italiano ha varato una legge
la n° 81 la quale prevede l'obbligo dell'integrazione di
bioetanolo nelle benzine in percentuali crescenti dai
320 milioni di litri nel 2006 fino ad arrivare ai 920
milioni di litri nel 2010, ma fino ad ora non si e'
fatto NULLA !
vedi:
Incentivi per acquisto di AUTO ECOLOGICHE
(Italy)
Il bioetanolo puo' essere
utilizzato da SUBITO dai propulsori
Flex Fuel montati ormai da numerosi modelli di nuove
auto. Le prestazioni della vettura migliorano ed il
motore rimane molto piu' pulito e quindi si usura di
meno.
Non si debbono aggiungere, come nella benzina, gli
indispensabili antidetonanti. Il bioetanolo e' inodore,
NON puzza come i biocarburanti.
Non affama i paesi del terzo mondo e non fa aumentare il
prezzo del grano, pasta, carne, latte perche' non
facogita le coltivazioni dei cereali destinale
all'alimentazione umana ed animale. e non dissipa acqua
che e' gia' una risorsa limitata in tutti il mondo.
Presenza anche il 30% in
piu' di energia dell'etanolo
tradizionale; elimina il 70-75% del gas serra, abbassa
del 5-10% le emissioni di
ossidi di azoto e di
zolfo; e' privo di metalli pesanti; azzera i
particolati ed e' totalmente biodegradabile,
liberando gran parte del pianeta dell'immondizia, che
oggi si brucia o si ripone in
discariche con le note problematiche che producono
questi sistemi obsoleti ed inquinanti.
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"La
benzina ? Non ci servirà mai più. Raffino i
rifiuti al posto del petrolio"
Intervista all'ingegnere L.
Patorno - 16/09/2007
Luciano Patorno, ingegnere, titolare di brevetti
rivoluzionari dalla chirurgia al riciclaggio. In società
con una biologa molecolare ha progettato un impianto per
produrre un bioetanolo che vale tre volte quello
ottenuto dai cereali
Un ingegnere genovese di 63 anni, insieme con una
biologa statunitense di 71, ha liberato il mondo dalla
schiavitù del petrolio e dalla morsa dell’inquinamento
per i secoli a venire.
Luciano Patorno e Nancy Ho sono riusciti a rimpiazzare
la benzina con l’etanolo ricavato dai rifiuti urbani. Un
giacimento inesauribile. Lo so, detta così può ricordare
la più impraticabile delle trovate: mettere in moto
l’automobile dopo aver fatto pipì nel serbatoio.
Ma
questa non è una barzelletta.
In Canada già funziona una bioraffineria «made in Italy»
che produce il carburante e lo vende alla Shell. E85 è
il nome alla pompa del nuovo oro verde: 85% di etanolo,
15% di benzina. Una miscela, per il momento. Con un
piccolo ritocco ai motori domani potrà essere utilizzato
al 100%, essendo un alcol etilico concentrato pressoché
anidro, cioè privo d’acqua.
L’etanolo (bioetanolo, per l’esattezza) che la
professoressa Ho, docente universitaria di origine
cinese immigrata da molti anni negli Usa, è stata in
grado di fabbricare su larga scala grazie all’impianto
creato dall’ingegner Patorno, imprenditore trasferitosi
dalla Liguria a Modena, ha qualche altra caratteristica
talmente unica da farlo sembrare un inaspettato dono del
cielo all’umanità giunta sull’orlo del baratro: «Può
alimentare da subito i propulsori Flex fuel montati su
numerosi modelli di vetture.
Non affama il Terzo mondo e non fa aumentare i prezzi
del pane, della pasta, del latte, della carne perché non
fagocita le coltivazioni di cereali destinate
all’alimentazione umana e animale, anzi non le intacca
minimamente, e di conseguenza non dissipa le già
limitate risorse d’acqua del pianeta. Presenta un
contenuto netto di energia tre volte più alto
dell’etanolo tradizionale.
Elimina il 70-75% del peggiore dei gas serra, l’anidride
carbonica, principale responsabile dell’innalzamento
delle temperature. Abbatte del 5-10% le emissioni di
ossidi d’azoto e di zolfo. È privo di metalli pesanti.
Azzera i particolati, meglio noti come polveri sottili.
È totalmente biodegradabile.
Libera il globo da larga parte dell’immondizia. E,
ultimo ma non ultimo, ha un prezzo alla produzione di
0,30 euro il litro, 580 lire, esattamente come la
benzina verde. Mentre l’etanolo distillato dal mais o
dalla canna da zucchero costa il doppio».
Guardatevi intorno, o scoperchiate la pattumiera: tutta
roba buona per far marciare la vostra auto. Giornali,
riviste, involucri per alimenti, fogli di carta,
corrispondenza, cartoncini, cartoni, opuscoli. E poi la
lolla del riso e del frumento, i cartocci delle
pannocchie, le bagasse della canna da zucchero, gli
steli del mais, i residui e le eccedenze di coltivazioni
agricole, il legno, la segatura, l’erba, le ramaglie, i
rifiuti industriali delle cartiere. Insomma Patorno
tramuta in carburante per autotrazione tutto ciò che
contiene cellulosa.
Contitolare con un socio della Sipatech di Sassuolo,
laurea in ingegneria elettrotecnica e meccanica,
l’inventore s’è sempre occupato di automazioni
industriali: per la Caterpillar, per la New Holland
(Fiat), per la Hoechst (Sanofi-Aventis). In campo
biomedicale ha brevettato strumenti rivoluzionari, dall’Endofixer,
una suturatrice endovascolare che nell’aneurisma
dell’aorta consente di fissare un manicotto dentro
l’arteria senza intervenire chirurgicamente sul
paziente, all’Anastomosis, che ricollega elasticamente i
vasi sanguigni recisi in sala operatoria oppure dissecca
le vene varicose con le onde elettromagnetiche evitando
il bisturi.
Patorno è tornato alla sua antica passione, l’energia,
dal 1999, quando gli hanno chiesto d’escogitare un
sistema per il riciclaggio degli pneumatici usati. Nel
nostro Paese se ne accumulano 400.000 tonnellate l’anno:
metà finiscono in discarica e metà vengono trasformati
in gomme rigenerate, conglomerati per bitumazioni,
materiale per pavimenti antiscivolo. L’inventore ha
fatto anche qui il miracolo: un brevetto che li
riconverte negli idrocarburi d’origine.
Come c’è riuscito?
«Sono nato ingegnere. Mio padre era tecnico all’Ansaldo
di Genova. La nostra casa si trovava dentro lo
stabilimento. A 5 anni già giravo per i reparti. Ho
visto dal vivo l’infinità di sottoprodotti, almeno un
centinaio, che escono dal ciclo di depurazione del
carbon coke: benzolo, naftalina, etilene, catrame».
Com’è arrivato all’etanolo ricavato dai rifiuti
cellulosici?
«Mi ha contattato la Purdue University, che si trova a
West Lafayette, nell’Indiana, 200 chilometri da Chicago,
100 da Indianapolis. Avevano bisogno di alcuni sensori
particolari per le macchine dei loro laboratori. E là ho
incontrato Nancy Ho, biologa molecolare premiata al
Congresso dal presidente George Bush per aver messo a
punto dopo 14 anni di ricerche un enzima geneticamente
modificato. La professoressa è partita dai Saccharomyces
cerevisiae, microrganismi che hanno una funzione
fondamentale nelle fermentazioni da cui si ottengono il
vino e la birra».
Che cosa fa questo enzima?
«Trasforma il glucosio e lo xilosio, due zuccheri, in
etanolo. Invece chi distilla l’etanolo dai cereali non
riesce a modificare lo xilosio, e ciò riduce del 40% la
resa finale di carburante. Ma alla professoressa Ho
mancava l’impianto in grado di industrializzare il
processo. Ha chiesto a me di farlo. Così ho progettato
una raffineria di alcol, anziché di petrolio».
Vi siete messi in società.
«Per gli Usa il brevetto se lo gestiscono gli americani.
Per l’Europa io. Nel resto del mondo siamo partner».
Ma le bioraffinerie sono di là da venire.
«Non direi. Una è già stata aperta a Toronto dalla Iogen
corporation: da una tonnellata di paglia spreme 350
litri di etanolo. In quattro anni è già arrivata a 128
milioni di litri. Un’altra è in costruzione in
Pennsylvania. Torno adesso da un viaggio in Cina, dove
già operavo con la Aodevices per progettare stabilimenti
che purificano il silicio indispensabile alla produzione
di pannelli fotovoltaici in Europa e Medio Oriente. Gli
enti governativi di Pechino mi sono piombati addosso
come falchi. I cinesi sono affamati di energia».
Gli italiani no?
«In Italia è tutto difficile. Ho interpellato la Hera,
il gruppo quotato in Borsa che eroga elettricità e gas
ai Comuni dell’Emilia Romagna: parole. Ho interpellato
il Cpl, Consorzio productions logistics della Legacoop:
parole. Ho interpellato la Confcooperative coinvolta nel
rigassificatore di Brindisi: parole».
Ha interpellato le persone sbagliate.
«Non ho agganci politici. Ho interpellato le banche:
parole anche lì».
Siamo sicuri che esistano biomasse cellulosiche
sufficienti per estrarre l’etanolo?
«Mi offende. Ogni anno l’Italia produce 100 milioni di
tonnellate di rifiuti: 40 milioni sono urbani. Il 35% di
questi sono cellulosici, cioè carta, cartone e legni,
però non riciclabili. Quindi stiamo parlando di 14
milioni di tonnellate che oggi si buttano in discarica.
Si potrebbe ricavarne, con 30 dei miei impianti, 4,8
miliardi di litri di etanolo. Vale a dire il 30% del
fabbisogno nazionale, visto che gli italiani consumano
ogni anno 16 miliardi di litri di benzina».
E il restante 70% del fabbisogno?
«Ci sono da sfruttare i residui legnosi industriali:
cassette della frutta, trucioli di falegnameria,
segatura, mobili vecchi, pallet, traversine ferroviarie,
bobine di cavi elettrici, imballaggi. Una città di medie
dimensioni, come Perugia, sciupa ogni anno 15.000
tonnellate di potature. Valgono 5 milioni di litri di
bioetanolo. E poi pensi solo alla pulizia dei boschi».
Ma se ancora non bastassero?
«Ho letto l’intervista che Mauro Tedeschini, direttore
di Quattroruote, ha fatto col professor Carlo Rubbia nel
numero di settembre. In questo Paese vi sono un milione
d’ettari di terreni non coltivati, ha spiegato il premio
Nobel. Potremmo metterci a dimora piante non
commestibili la cui resa energetica è enorme. Il
miscanthus, per esempio. È una canna ricchissima di
cellulosa che cresce spontaneamente in Cina e in
Giappone. Supera i 4 metri d’altezza, la densità delle
foglie è tale che una persona non riesce a passarci in
mezzo, prospera nei climi temperati come il nostro,
richiede poca acqua, dura circa 15 anni e si raccoglie
d’inverno, un momento ideale per gli agricoltori. Idem
la canapa, adatta per i terreni aridi del nostro Sud.
Idem i pioppi. Un pioppeto lungo 10 chilometri e largo
altrettanto potrebbe alimentare all’infinito, col suo
ciclo vegetativo, la più grande delle bioraffinerie che
ho progettato, 160 milioni di litri di etanolo annui».
Bioraffineria che costerà un patrimonio, suppongo.
«È un investimento da 65 milioni di euro. Calcolati i
costi di produzione con l’ammortamento, i ricavi dalla
vendita del bioetanolo e l’extra utile derivante dalla
defiscalizzazione, fin dal primo anno genera un profitto
netto di quasi 44 milioni di euro. Tenga presente che in
Italia l’etanolo è defiscalizzato al 20%, ma dovrebbe
arrivare almeno al 47%, anche perché in Germania,
Spagna, Belgio e Slovacchia è al 100%, in Francia al
57%, in Finlandia al 55%. Mettiamo che lo Stato o l’Eni
aprissero 100 bioraffinerie: con un investimento di
12.500 miliardi di vecchie lire, circa un terzo della
manovra economica annunciata dal governo per il 2007,
avrebbero affrancato per sempre il Paese dalla benzina».
Non credo che gli sceicchi arabi siano molto contenti di
lei.
(Allarga le braccia).
Non teme per la sua vita?
«Le dirò: qualche timore ce l’ho».
Il petrolio è destinato a esaurirsi?
«Per forza. È un dato di fatto. O entro 20 anni o entro
50, ma finirà. Lo dimostra la speculazione sui prezzi:
oggi è a 80 dollari il barile, contro i 30 di tre anni
fa, mentre dovrebbe costarne non più di 55. E anche se
non si esaurissero i giacimenti, diventerebbe sempre più
difficile estrarlo. Per cui i costi, in termini di
energia impiegata nel pompaggio, supererebbero i ricavi.
Lo stesso dicasi se andassimo a cercarlo sul fondo degli
oceani».
Resta il fatto che di auto pronte per l’etanolo non se
ne vedono molte in circolazione.
«Più che altro mancano i distributori. Ma da fine luglio
è in vendita anche in Italia la Renault New Mégane
alimentabile a E85. Il gruppo Peugeot-Citroën sta per
presentare un’ampia gamma di modelli biocompatibili.
Saranno presto sul mercato Ford, Opel, Saab, Volvo e
Cadillac. Io stesso ho guidato da Chicago a Lafayette
una Ford che funzionava con miscela all’85% di alcol e
al 15% di benzina. Non c’è area di servizio d’America
dove manchi la colonnina dell’E85».
Una Ferrari che va etanolo?
«Perché no? Le prestazioni migliorano. La formula
chimica dell’etanolo è C2H5OH: nel radicale OH è
presente ossigeno, come in tutti gli alcoli. Equivale a
sovralimentare il motore. Per di più nell’etanolo non
occorre aggiungere gli antidetonanti, indispensabili
nella benzina. Un tempo la super veniva addizionata con
tetraetile di piombo, un inquinante micidiale. Oggi la
verde richiede il benzene, che inquina meno, però
inquina. Al traffico stradale si imputa il 93% delle
emissioni di ossido di carbonio, il 60% di quelle di
idrocarburi e ossidi di azoto e il 12% di quelle
d’anidride carbonica, c’è poco da fare».
Il professor Antonino Zichichi sostiene che l’anidride
carbonica è senz’altro aumentata da quando è iniziata
l’era industriale, ma che l’uomo incide solo per il 10%
sul clima, il resto dipende dai fenomeni naturali, a
cominciare dai raggi cosmici. In mezzo milione di anni
la Terra ha perso e ritrovato il Polo Nord e il Polo Sud
già quattro volte.
«Sono d’accordo. Ma il nostro guaio è che, a causa del
massiccio utilizzo dei combustibili fossili, per la
prima volta nella storia dell’umanità l’anidride
carbonica si accumula in tempi troppo veloci e si
concentra nelle aree urbane e industrializzate.
Ristagnasse sull’oceano, sarebbe diverso».
Però del Brasile, che fa il 48% dell’etanolo per
autotrazione prodotto nel mondo, io ricordo il lezzo
pestilenziale dei biocarburanti.
«Invece l’etanolo ricavato dagli scarti di cellulosa è
inodore».
Ma ho letto che corrode i motori.
«Lo escludo. Ai metalli non può far nulla».
La sua bioraffineria non provoca odori e fumi?
«No. La fermentazione avviene in autoclave. È un sistema
che richiede la mancanza di contatto con l’aria. Gli
enzimi sono anaerobi, vivono solo in assenza di
ossigeno».
Avrà bisogno di una discarica per i residui della
lavorazione.
«Al contrario. Sono io che devo insediarmi vicino alle
discariche per recuperare quanto di buono vi è
contenuto».
La sua bioraffineria non produce scarti? Impossibile.
«Certo che li produce. Ma non li chiamerei scarti, bensì
sottoprodotti: mangimi, fertilizzanti chimici per
l’agricoltura, polimeri della plastica, lubrificanti,
adesivi. Tutta roba che è fuori dal conto economico di
cui le ho parlato prima e che va dunque ad ampliare il
margine di guadagno».
Avrà bisogno di molti dipendenti e di tanta energia
elettrica.
«La forza lavoro per il ciclo produttivo di 24 ore su 24
assomma a un centinaio di persone. L’energia me la
produco da solo: il primo elemento da togliere nella
fase di pretrattamento dei rifiuti cellulosici è la
lignina, che ha un alto potere calorifero».
Avrà bisogno di una vasta area.
«La bioraffineria più grande si estende su 60.000 metri
quadrati. È la superficie occupata dall’inceneritore di
rifiuti urbani della città di Brescia, quello dipinto
con i colori del cielo che si vede dall’autostrada A4».
Una direttiva europea fissava al 2% la quota di mercato
dei biocarburanti che gli Stati membri erano invitati a
raggiungere entro il 2005. Il quantitativo salirà al
5,75% nel 2010. L’Italia che cos’ha fatto?
«Niente. Però l’11 marzo 2006 il governo ha varato la
legge 81 che prevede l’obbligatorietà dell’integrazione
di bioetanolo nelle benzine in percentuali crescenti:
dai 320 milioni di litri nel 2006 fino ad arrivare ai
920 milioni di litri nel 2010».
E quanti ne abbiamo prodotti finora?
«Neanche mezzo litro».
By
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it
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Il
biocarburante volta pagina, ora si
ricava dagli scarti
Il biofuel è sotto accusa,
soprattutto negli Stati Uniti, per l’aumento dei prezzi
delle materie prime agricole e dei prodotti alimentari.
Ma la tecnologia va avanti e si aprono nuove prospettive
di utilizzo di materiali organici per produrre benzine,
senza incidere però sul mercato dei cereali e di altri
prodotti utilizzati per l’alimentazione.
La proposta innovativa viene da
un’azienda californiana che è stata
inserita quest’anno tra i Technology Pioneers (le
imprese che propongono soluzioni particolarmente
innovative) dal World Economic Forum.
Questa societa' ha due centri di ricerca, uno a Signal Hill,
in California, e un altro in Svezia. La sua prima
installazione di rilievo è uno stabilimento nel Porto di
Sacramento, che a partire dal 2009 produrrà circa 230
milioni di litri di biofuel l’anno da materie prime
diverse. Per questo progetto Primafuel ha ottenuto il
più elevato contributo fino ad ora erogato dal
California Air Resources Board.
Con tre anni di vita alle spalle e un gruppo di venture
capitalist nel suo azionariato, essa ha già
definito le linee strategiche della sua attività. La
prima, quella che già oggi assicura le risorse per lo
sviluppo dell’azienda è l’integrazione di infrastrutture
per la produzione e la distribuzione di prodotti
energetici. «L’etanolo spiega Rahul Iyer, cofondatore
della società non è tutto uguale. Quello prodotto
da mais per esempio ha un impatto ambientale diverso da
quello prodotto da canna da zucchero. In una logica di
riduzione delle emissioni, la filiera che va dalla
produzione alla distribuzione va riorganizzata in modo
da ridurre al massimo le inefficienze e le emissioni.
Noi stiamo lavorando a questo».
La seconda filiera è lo sviluppo di tecnologie che
permettano agli impianti di produrre biofuel non solo a
partire da materiali diversi, ma anche utilizzando
materiali che oggi sono destinati a utilizzi marginali o
alle discariche. «Con le nostre tecnologie è possibile
produrre biofuel dalle acque nere delle fognature, dai
rifiuti dell’industria casearia o degli allevamenti di
bovini e di quelli di pollame, anche dalle alghe, che
hanno un grande futuro in questo settore perché sono
facili da coltivare ed estremamente economiche».
La scommessa di quest'azienda è produrre impianti piccoli,
poco invadenti dal punto di vista paesaggistico, facili
da collocare vicino alla fonte delle materie prime
utilizzabili e capaci di avvicinarsi o di raggiungere
l’obiettivo del riciclaggio completo, affrontando così a
un tempo il problema delle energie alternative e quello
dei rifiuti.
Gli impianti di questo tipo, in via di sperimentazione,
sono dei moduli, ciascuno con la dimensione di un
container e la capacità di produrre tra 12 e 20 milioni
di litri di biofuel per unità. L’ipotesi di utilizzo è
per le zone dove ci sono rilevanti concentrazioni di
allevamenti di bovini o di pollame, dove ci sono grandi
industrie casearie, e anche dove ci sono altri rifiuti
dell’agricoltura, compresi i tralci delle viti o quel
che resta dopo la spremitura delle olive. Un modulo può
servire efficacemente anche una città di 500 mila
abitanti con la produzione di biofuel dal riciclaggio
dei rifiuti fognari.
«Il costo dell’impianto, secondo le nostre valutazioni
attuali dice Iyer dovrebbe aggirarsi tra uno e due
dollari per litro di capacità produttiva annuale, ed è
ancora un po' alto, ma noi contiamo di ridurlo man mano
che le unità andranno in produzione».
Secondo Iyer ciascun modulo sarà facilmente
trasportabile, come qualsiasi container, vista la sua
dimensione e struttura sarà facilmente inseribile
nell’ambiente circostante e avrà costi di esercizio
molto bassi.
La scommessa di quest'azienda punta da un lato sulla
dimensione, sulla maneggevolezza della struttura e sul
concetto del modulo, che consente l’utilizzo di questa
tecnologia senza la necessità di grandi concentrazioni,
dall’altro sulla capacità dello stesso impianto di
riciclare tipologie diverse di rifiuti, consentendone un
utilizzo più flessibile in aree dove, per esempio, i
cicli stagionali dell’agricoltura, non garantirebbero
una alimentazione regolare per tutto l’anno con un solo
tipo di materiale.
L’ultimo asso nella manica è il riciclo integrale con la
possibilità di commercializzare le produzioni
collaterali del processo, dai fertilizzanti ad alto
tasso di carbonio al silicio.
By Marco Panara - Tratto da repubblica.it
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Biocombustibili
dagli scarti agricoli -
Etanolo dai rifiuti
Secondo le dichiarazioni dei ricercatori, a pieno regime
il processo Zymetis potrebbe arrivare a una produzione
di 75 miliardi di galloni – pari a 280 miliardi di litri
– all’anno di etanolo
Una ricerca svoltasi presso
l’Università
del Maryland e cominciata con i batteri provenienti
dalla Baia di Chesapeake ha portato alla scoperta di un
processo chimico in grado di convertire grandi volumi di
prodotti vegetali di ogni sorta, dalla carta usata fino
agli scarti della produzione della birra, in etanolo e
altri biocombustibili alternativi al gasolio e alla
benzina.
I cosiddetti biocombustibili
cellulosici possono infatti essere prodotti a partire da
tutti i vegetali che non si presentano in forma di grani
o semi e risultano quindi di grande importanza
ecologica, da momento che possono essere ottenuti da
materiali che non hanno alcun valore alimentare, come i
prodotti di scarto dell’agricoltura, inclusi
paglia, tutoli e brattee del mais.
Il processo è stato messo a
punto anche grazie alla collaborazione con la piccola
società Zymetis: il suo segreto è lo sfruttamento del
batterio
S.
Degradans, che si trova abitualmente nelle
foglie di erba della pampa (Hymenachne amplexicaulis)
della Baia di Chesapeake, il più grande estuario degli
Stati Uniti, compreso tra gli stati della Virginia e del
Maryland.
Tale ceppo batterico,
infatti, produce un enzima che permette la conversione
di materiale vegetale in zucchero, che a sua volta può
essere convertito in biocombustibile.
In realtà i ricercatori
della Zymetis non sono stati in grado di isolare il
batterio in natura, ma hanno scoperto come produrre
l’enzima in laboratorio. Il risultato è un composto
chimico chiamato Ethazyme, che degrada le resistenti
pareti delle cellule dei materiali cellulosici e
converte direttamente l’intero materiale vegetale in
zuccheri pronti per la trasformazione in biocombustibile,
con un costo significativamente inferiore e con minore
utilizzo di composti tossici rispetto al metodo
convenzionale.
Secondo le dichiarazioni dei
ricercatori, a pieno regime il processo Zymetis potrebbe
arrivare a una produzione di 75 miliardi di galloni –
pari a 280 miliardi di litri – all’anno di etanolo.
Stando alle proiezioni, il mercato degli enzimi per
biocombustibili potrebbe arrivare a un valore
complessivo di 5 miliardi di dollari, tenuto conto anche
dell’energy bill, la legge approvata dal Senato degli
Stati Uniti e che dà mandato alle compagnie petrolifere
di produrre 21 miliardi di galloni di etanolo ricavato
dalla cellulosa entro il 2022. (fc)
Carburanti del futuro -
Dai
biocombustibili al mico-diesel
G. Roseum può produrre
idrocarburi direttamente dalla cellulosa, il principale
composto che si trova nelle fibre vegetali
Il suo nome scientifico è
Gliocladium roseum, è un fungo che ha una
particolarità: è in grado di produrre composti chimici
che fanno parte del comune gasolio utilizzato come
combustibile.
Scoperto nella foresta pluviale, l’insolito organismo
potrebbe un giorno rivelarsi utile proprio come fonte di
energia pulita, almeno se i ricercatori riusciranno a
sfruttarne il potenziale, come ipotizzato in un articolo
pubblicato sulla rivista “Microbiology”, che riporta il
resoconto della scoperta.
"Si tratta dell’unico organismo noto finora con una
simile capacità di produrre un’importante combinazione
di sostanze combustibili a partire da una serie di
composti del carbonio e dell’idrogeno”, ha commentato
Gary Strobel della
Montana State University, coautore dello studio. "Il
fungo, può produrre tali composti anche dalla cellulosa,
che così diventerebbe la migliore sorgente di
biocombustibili utilizzabile attualmente.”
Come riferito nell’articolo, G. roseum vive all’interno
dell’albero di olmo nella foresta pluviale della
Patagonia. I ricercatori stavano cercando di scoprire
nuove specie di funghi su questo albero esponendo i suoi
tessuti ad antibiotici in forma volatile tratti del
fungo Muscodor albus. Con sorpresa, si è riscontrato
come G. Roseum potesse crescere in presenza di questi
gas, sebbene la maggior parte degli altri funghi testati
ne venissero uccisi.
Così, quando si è proceduto a esaminare la composizione
chimica di G. Roseum si è trovato, con ulteriore
sorpresa, che esso è costituito da una serie di
idrocarburi e di sostanze da essi derivate, per i quali
è stato proposto il nome di complessivo di “mico-diesel”.
Tale circostanza era del tutto inaspettata anche se
molti microbi producono idrocarburi. I funghi che vivono
nel legno sembrano poter offrire un’ampia gamma di
composti potenzialmente di grande utilità pratica.
G. Roseum in particolare
produce diverse catene di idrocarburi e le altre
molecole biologiche. Inoltre, quando coltivati in
laboratorio sembrano essere in grado di sintetizzare
composti ancora più simili a quelli che costituiscono il
carburante dei motori diesel.
"Quando i vegetali sono utilizzati per produrre
biocombustbili devono essere elaborati prima che possano
essere convertiti in composti utili per il metabolismo
dei microbi”, ha concluso Strobel. "G. Roseum può
produrre mico-diesel direttamente dalla cellulosa, il
principale composto che si trova nelle fibre vegetali:
ciò, evidentemente, potrebbe evitare uno stadio di
lavorazione.” (fc)
Tratto da: lescienze.espresso.repubblica.it
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AEREI a BIOCOMBUSTIBILI -
Jet a spazzatura
Uno studio su Science apre la strada alla conversione
efficiente ed economica della cellulosa in idrocarburi
per alimentare gli aerei. Intanto la British Airways
prevede una flotta “bio”.
I jet andranno a bio-carburanti. È la promessa che si
legge tra le righe di uno studio pubblicato su
Science: i ricercatori dell’Università
del Wisconsin-Madison, hanno infatti sviluppato un
processo economico per convertire gli scarti agricoli
negli stessi idrocarburi liquidi che si usano oggi per
alimentare gli aerei.
Le piante sono una immensa riserva di combustibile
potenziale perché composte per la maggior parte di
cellulosa, molecola che può essere “spezzata” in
zuccheri e altri composti che, a loro volta, possono
essere convertiti in carburanti.
La prima parte di
questo processo è stata già realizzata dai ricercatori
del Laboratorio Nazionale Pacific Northwest del
Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, che sono
riusciti a convertire la cellulosa in Hmf (nome chimico:
5-idrossimetilfurfurale), un composto intermediario
della produzione di surrogati “naturali” del petrolio (vedi
Galileo).
James Dumesic, chimico dell’ateneo statunitense, aveva
invece trovato un modo di realizzare la seconda fase.
Dumesic aveva infatti trasformato l’HMF in alcheni,
alcuni degli idrocarburi che si trovano nella benzina.
Ma la trasformazione richiedeva intermediari costosi.
Altro inconveniente: il processo non si arrestava da
solo una volta ottenuto l’HMF, ma il composto continua a
reagire per trasformarsi in due più stabili, l’acido
levulinico e formico.
L’intuizione dei ricercatori è stata ora quella di non
tentare di fermare la reazione all’HMF, ma di sfruttare
i due acidi finali per trasformarli ancora in altri
piccoli composti a forma di anello, chiamati
gamma-valerolattoni (GVL, molecole oggi prodotte in
piccole quantità che ritroviamo come additivo alimentare
o nei profumi), che a loro volta possono essere
trasformate facilmente e a basso costo nel gas butene.
Più molecole di butene, poi, sono unite per ottenere
proprio gli alcheni liquidi voluti.
Al contrario di come può sembrare, il processo completo
è in realtà molto semplice e, soprattutto, riesce a
trattenere il 95 per cento dell’energia di partenza
(questione affatto secondaria dal momento che l’etanolo
ha solo i due terzi dell’energia della benzina).
Questo processo produce anche anidride carbonica che
però - sottolineano i ricercatori - ha delle
caratteristiche tali per cui può essere trasformata, per
esempio, in metanolo o ‘sequestrata’ all’ambiente più
facilmente rispetto a quella che si libera in seguito
alla combustione del carbone, mitigando così l’effetto
delle emissioni di gas nell’atmosfera.
“La più grande barriera è il costo del GVL, perché fino
ad oggi - spiega Dumesic - non c’è stato alcun incentivo
a produrre in massa questa molecola. Ora che abbiamo
invece dimostrato che è possibile convertire il GVL in
carburante dovremo migliorare i metodi di produzione per
poterlo ricavare direttamente da fonti rinnovabili come
legno, scarti agricoli, e rifiuti alimentari”.
Intanto è di questi giorni la notizia che la British
Airways (BA) sta preparando per il 2014 una flotta che
andrà proprio a spazzatura.
La compagnia aerea britannica ha già firmato infatti un
contratto con la società americana Solena, per
l’istallazione (a partire del 2011) ad est di Londra di
quattro impianti in grado di trasformare rifiuti
industriali e domestici organici in kerosene sintetico,
sfruttando un processo chiamato Fisher Tropsch che
consiste nel convertire monossido di carbonio e idrogeno
(ricavati dalla ‘gassificazione’ dei rifiuti) in
carburanti liquidi.
La Solena prevede infatti di convertire 500.000
tonnellate di rifiuti l’anno in oltre 60 milioni di
litri di bio-carburante, risparmiando all’atmosfera il
95 per cento dei gas serra che sarebbero emessi
utilizzando il normale carburante (qui
l'intervista video). (f.p.)
Tratto da galileonet.it - Riferimento: Science
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Un fungo,
conosciuto sin dagli anni '40 perche' "ghiotto" di
uniformi e tende militari, potrebbe essere uno strumento
utilissimo per la produzione di biocombustibili.
Almeno queste sembrano essere le conclusioni di uno
studio pubblicato sulla rivista
Nature Biotechnology realizzato da ricercatori dei
Los Alamos National Laboratory, del Department of Energy
e del Genome Institute. I ricercatori hanno sequenziato
il genoma del
Tricoderma reesei
e hanno scoperto importanti
meccanismi di come questo piccolo organismo riesca a
rompere la cellulosa delle fibre vegetali e a
trasformarle in zucchero. La scoperta potrebbe portare
alla realizzazione di un sistema molto piu' efficiente
di produzione dell'etanolo
da fonte vegetale rispetto ai metodi fin qui messi a
punto.
AGI - Londra, 5 mag. 2008
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ECCO la PIANTA dell'ENERGIA PULITA - E' il
Miscanthus: facile da coltivare, garantisce
rese più elevate.
Come ben noto, la stragrande
maggioranza dell'energia primaria dell'Europa è di
origine fossile, all'incirca per metà petrolio ed il
restante, in parti circa eguali, metano e carbone.
Particolarmente critico è l'uso del petrolio nei
trasporti, il componente a più rapida crescita e per il
quale combustibili sostitutivi sono oggi praticamente
inesistenti, nonostante l'aumento dei costi e la
preoccupazione di una progressiva insufficienza dei
consumi, sempre più concentrata in pochi Paesi dell'Opec/Medio-
Oriente.
In Italia oggi circolano più
di 500 veicoli per ogni mille abitanti, un record di
quasi 30 milioni di mezzi di tutti i generi con un
consumo pari a 42 milioni (2002) di tonnellate di
petrolio equivalente (Tep), costituito all'incirca in
parti eguali da benzina e gasolio.
Gli aumenti continui
dei consumi (+25% dal 1990 al 2002) sono in stridente
contrasto con le preoccupazioni per un crescente
scollamento tra domanda e offerta mondiali.
Fortunatamente si sta oggi preparando una vera e propria
rivoluzione nel campo dei combustibili rinnovabili
alternativi: il nostro Paese deve rapidamente prepararsi
allo sviluppo di nuovi bio-carburanti e all'uso
dell'etanolo in sostituzione ai fossili.
Le produzioni annuali di bio-etanolo degli Usa e del
Brasile sono state nel 2004 di 16.2 e 16.5 miliardi di
litri rispettivamente, equivalenti ad un totale di 20
milioni di Tep di petrolio, la metà dei trasporti
italiani. Negli Usa oggi il 13% della produzione di
cereali è usata per i trasporti, ma rappresenta
solamente il 3% dei consumi. Chiaramente nuovi metodi
sono necessari al fine di arrivare alla sostituzione del
30% dei fossili per il trasporto entro il 2030 previsto
dal US Department of Energy (Doe), senza mettere in
pericolo la produzione agricola per l'uomo e gli
animali.
Un grande vantaggio, almeno
teorico, della bio-massa è legato al fatto che, con la
crescita, la pianta estrae la CO2 presente nell'aria.
Con la susseguente combustione, la CO2 è restituita
all'atmosfera e quindi l'effetto complessivo dovuto
all'effetto serra è zero. In realtà il processo
complessivo, quello che si definisce «dalla sorgente
alle ruote» (dall'inglese «from well to wheel») è più
complesso e quantità apprezzabili di CO2 sono prodotte
indirettamente nel processo (fertilizzanti, aratura,
raccolta, trasformazione in etanolo, ecc.).
Tradizionalmente, le biomasse sono prodotte a partire da
legname dalle foreste, da scarti e residui e da raccolti
energetici specifici dell'agricoltura. Il sistema
attuale va rapidamente e profondamente modificato per
aumentare le quantità e le qualità del prodotto. Ad
esempio, la pianta della colza produce circa due o tre
volte l'energia necessaria per fabbricarla, ma con un
handicap importante: una produttività troppo debole. Un
campo di colza produce annualmente raramente più di
1.500 litri all'ettaro, il che significa che per
alimentare un' automobile è necessario disporre in media
di un ettaro di piantagione. Il bio-etanolo fabbricato a
partire dall'amido o dallo zucchero, oggi dominante, ha
un rendimento migliore. Un campo di betterave (la pianta
oggi più efficiente) può procurare 6.000 litri
all'ettaro, con dei massimi di 8.000 litri.
Ciononostante, per quanto riguarda la CO2 prodotta, il
bilancio energetico «from well to wheel», oggi è ancora
controverso ed è probabilmente solamente marginalmente
positivo.
Ma si stanno attualmente sviluppando ben
più ricchi bio-etanoli di seconda generazione. Prodotti
a partire da materiali legno-cellulosici (tessuti di
sostegno dei vegetali, steli, foglie, ecc.), queste
piante hanno un bilancio energetico altamente positivo:
sono capaci di produrre fino a 15 volte l'energia
consumata. Un tipico esempio è il
Miscanthus
giganteum. Questo robusto
arbusto, originario dal Giappone, Cina (Taiwan) e isole
del Pacifico, con foglie verdi larghe 3 cm, cresce in
luoghi soleggiati e suoli moderatamente umidi e fertili
e non abbisogna di fertilizzanti apprezzabili, e vive
anche in suoli «marginali», troppo poveri per le colture
tradizionali.
Le piante possono essere sia
semplicemente bruciate con un'elevata efficienza
energetica (60 % del carbone) o convertite in etanolo,
in sostituzione della benzina. Si producono così
annualmente 12 tonnellate/ettaro di piante secche pari a
36 barili di petrolio. Ma negli Usa, all'Università
dell'Illinois, si è riusciti a quintuplicare la resa e
raggiungere le 60 tonnellate/ettaro (180 barili di
petrolio/ettaro). Convertita in etanolo, la produzione
di Miscanthus
è correntemente di 14.000 litri/ettaro e potrà arrivare,
grazie ai menzionati miglioramenti, fino a 35.000
litri/ettaro e cioè più di ventitre volte quelli della
colza e quasi sei volte quelli delle betterave.
Oggetto
delle ultime messe a punto, questo
Miscanthus
dovrebbe essere interamente
commercializzabile in alcuni anni.
Un'altra alternativa è il popolare pioppo, una
pianta a rapida crescita che può raggiungere in sei anni
ben 27 metri di altezza.
Una trentina di specie diverse crescono su di un vasto
intervallo climatico, dalle regioni subtropicali della
Florida alle zone subalpine del- l'Alaska, nel nord del
Canada e dell' Europa. La produttività annuale è di 25
tonnellate per ettaro, corrispondenti a 6.500 litri di
etanolo. Con modifiche genetiche, la resa salirebbe a
circa 10.000 litri/ettaro.
Se piantate ad esempio nei 45 milioni di ettari di
terreni coltivabili ma non utilizzati negli Usa, esse
potrebbero rimpiazzare l'80 % dei fossili per il
trasporto (la cosiddetta miscela EA85).
L'Europa (EU25) ha 300 milioni di ettari coltivati e 200
milioni di veicoli.
Con 15.000 litri/ettaro (Miscanthus),
la superficie coltivata per una idealizzata e totale
sostituzione rinnovabile rappresenterebbe il 7% del
totale !
A questo riguardo, queste
piante non sono dunque niente altro che dei «captori
solari», che convertono la luce del sole in etanolo con
emissioni di CO2 teoricamente nulle e in pratica fino a
10-15 volte inferiori a quelle dei fossili: il
rendimento di conversione energetico a partire dalla
luce solare ricevuta nel campo supera il 2%, un
risultato straordinario se si pensa che ad esempio il
fotovoltaico ha un rendimento pratico dell'ordine del
8-10%. La biomassa, sia grazie a nuovi arbusti come ad
esempio il
Miscanthus, e ad alberi a rapida crescita come i
pioppi, offre quindi una straordinaria possibilità di
una concreta sostituzione ecologica e rinnovabile della
benzina in tempi relativamente brevi e senza grandi
cambiamenti nella tecnica (il contenuto energetico dell'
etanolo è il 70% di quello della benzina), specialmente
in quelle attività come ad esempio nei trasporti, in cui
oggi quest'ultima ha un assoluto monopolio. In contrasto
con le piante agricole oggi dominanti, questi nuovi
metodi assicurano non solo una produttività
considerevolmente maggiore ma anche la completa
separazione tra la produzione agricola per l'uomo e gli
animali -
oggetto questo di crescente preoccupazione soprattutto
per i Paesi in via di sviluppo - e la sostituzione nei
trasporti con un liquido molto vicino all'ordinaria
benzina.
Il Corriere della Sera, 3 maggio 2007 - Greenplanet.net
- La rete del biologico su internet dal 1995
Tratto da:
http://www.greenplanet.net
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Verso un
biocombustibile sostenibile
I ricercatori stanno ora cercando di sperimentare nuove
biomasse per alimentare i microrganismi che dovrebbero
fermentare gli zuccheri in etanolo: il materiale più
conveniente è la biomassa lignocellulosica che include i
residui del legno, la carta riciclata e i materiali di
scarto di coltivazioni dedicate alla produzione di
energia
Gli organismi microscopici -
batteri, cianobatteri, funghi e microalghe, sono fattori
biologici che stanno dimostrando di essere fonti
efficienti di biocombustibili a basso impatto ambientale
che potrebbero rappresentare come alternativa al
petrolio, secondo una ricerca presentata al convegni
dell’American
Society for Microbiology in corso a Boston.
Il principale biocombustibile attualmente sul mercato è
l’etanolo, prodotto per la maggior parte negli Stati
Uniti a partire dalla fermentazione degli zuccheri del
mais. Questo tipo di produzione è ora oggetto di aspre
critiche per l’aumento dei prezzi dei beni alimentari
che determina.
I ricercatori stanno ora cercando di sperimentare nuove
biomasse per alimentare i microrganismi che dovrebbero
fermentare gli zuccheri producendo etanolo.
Il materiale più conveniente è la biomassa
lignocellulosica, che include i residui del legno, la
carta riciclata e i materiali di scarto di coltivazioni
dedicate alla produzione di energia (come i tutoli del
mais coltivato per produrre biocombustibili).
In questo caso il problema è che gli zuccheri necessari
per la fermentazione sono intrappolati all’interno della
cellulosa del legno. Govind Nadathur e colleghi dell’Università
di Puerto Rico stanno cercando ecosistemi inusuali
dotati di organismi rari in grado di produrre enzimi che
consentono di estrarre questi zuccheri.
"Il legno finisce nell’oceano: che cosa degrada tutta
questa biomassa ? Abbiamo trovato che alcuni molluschi
che consumano il legno sono in grado di farlo con
l’aiuto di batteri che vivono nel loro stomaco, che
producono enzimi in grado di scindere le molecole di
cellulosa. E si trova qualcosa di analogo anche nelle
termiti", ha commentato Nadathur. L’obiettivo pertanto è
quello di utilizzare questi enzimi come passo
fondamentale per costruire sistemi chiusi e integrati
che potrebbero produrre etanolo.
La ricerca è cominciata cercando di sfruttare la canna
da zucchero e i fiori di ibisco che cresce nelle
coltivazioni locali di Puerto Rico, che producono grandi
quantità di biomassa. Utilizzando diversi enzimi,
Nadathur e i suoi colleghi ritengono di poter estrarre
gli zuccheri contenuti nella biomassa e di
farli fermentare per ottenere etanolo, intrappolando il
biossido di carbonio che viene prodotto nel corso del
processo. (fc)
Tratto da: lescienze.espresso.repubblica.it
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Microalghe modificate per produrre
biocombustibili
Gli organismi sono stati
modificati geneticamente
per minimizzare il numero di molecole di clorofilla
necessarie per sfruttare la radiazione luminosa
Anche le
microalghe potrebbero presto entrare come materia
prima in un ciclo produttivo di biocombustibile: è la
proposta avanzata in un numero speciale dedicato
all’energia della rivista on-line ad accesso libero
“Optics Express”, edito dalla
Optical Society of America (OSA) dai ricercatori
dell’Università
della California a Berkeley.
Nel corso dello studio, questi organismi sono stati
modificati geneticamente per minimizzare il numero di
molecole di
clorofilla necessarie per sfruttare la radiazione
luminosa senza compromettere il processo di
fotosintesi all’interno delle cellule.
Con questa modifica, invece di produrre una quantità
maggiore di molecole di zucchero, le microalghe
potrebbero produrre
idrogeno o
idrocarburi.
I ricercatori di Berkeley hanno identificato le
istruzioni genetiche nel genoma di una specie di alga
responsabili del dispiegamento di circa 600 molecole di
clorofilla nelle 'antenne' che, nelle cellule, sono
predisposte alla raccolta della luce. Per questa
operazione, essi ritengono che ne possano bastare solo
130.
L’obiettivo degli scienziati è quello di modificare la
normale funzione di fotosintesi convertendola dalla
generazione di biomassa alla sintesi di sostanze quali
lipidi, idrocarburi e idrogeno.
Tasios Melis, uno dei coautori dell’articolo, sostiene
che le antenne che contengono
clorofilla nelle alghe aiutano tali organismi a
competere per l’assorbimento della luce del sole e a
sopravvivere in ambienti in cui essa è spesso limitata.
Le microalghe sono organismi ideali per questo tipo di
sfruttamento grazie al loro alto tasso di fotosintesi:
esse, infatti, sono circa 10 volte più efficienti delle
specie vegetali che vivono sulla terraferma come la
canna da zucchero, il mais e il panico verga (Panicum
virgatum), spesso considerate fonti possibili di
biocombustibili. (fc)
Tratto da:
lescienze.espresso.repubblica.it
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Una nuova
tecnica per ottenere biocarburanti dai batteri – 08
Feb 2012
Per ottenere butanolo, e quindi energia, da un batterio,
“basta” invertire il processo biochimico con il quale
normalmente le cellule bruciano i grassi – la beta
ossidazione. Per lo meno questa è la strada intrapresa
dai ricercatori della
Rice University di Houston, in Texas, che in uno
studio pubblicato su
Nature ci sono riusciti modificando una dozzina di
geni del Dna di Escherichia coli.
Di solito i biotecnologi che lavorano per ottenere
biocarburanti cercano di copiare il processo con cui le
cellule metabolizzano, ovvero costituiscono, le lunghe
catene di acidi grassi. Tuttavia si tratta di un
procedimento meno efficiente rispetto a quello di beta
ossidazione che, al contrario, le spezzetta per ottenere
molecole più semplici e utilizzabili dall’organismo.
Questo il motivo per cui gli studiosi hanno deciso di
provare questa strada, mettendo in pratica anni di studi
di ingegneria genetica. Con risultati decisamente
sorprendenti: il processo messo a punto dal team, di cui
fa parte anche
Clementina Dellomonaco (prima firma dello studio) è
dieci volte più veloce rispetto a quelli realizzati
finora per scopi simili.
Riferimenti: Clementina
Dellomonaco, James M. Clomburg, Elliot N. Miller e Ramon
Gonzalez - Engineered reversal of the β-oxidation cycle
for the synthesis of fuels and chemicals; DOI:
10.1038/nature10333
Tratto da: galileo.net
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