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GUIDA  alla  SALUTE con la Natura

"Medicina Alternativa"   per  CORPO  e   SPIRITO
"
Alternative Medicine"
  for  BODY  and SPIRIT
 


 


CARBURANTE dai RIFIUTI  organici = Bioetanolo = Benzina ecologica
Auto ad acqua in Italia
 

La benzina NON servira' piu', perche' raffino i rifiuti al posto del Petrolio...

Un ingegnere genovese, titolare di brevetti rivoluzionari, dalla chirurgia al riciclaggio, in societa' con una biologa molecolare  di 71 anni, ha progettato e realizzato un impianto per produrre bioetanolo che vale 3 volte quello ottenuto dai cereali.
L'ing. Luciano Patorno di 63 anni contitolare di una societa' italiana, si e' occupato di automazioni industriali per Caterpillar, Fiat e Sanofi-Aventis; ha anche brevettato un sistema per riconvertire in idrocarburi 200 milioni di tonnellate di pneumatici usati che ogni anno finiscono nelle discariche...
Egli dice: "sono riuscito a rimpiazzare la benzina con l'etanolo ricavato dai rifiuti urbani, che sono dei giacimenti inesauribili"...!
La sua socia biologa ha brevettato un enzima partendo da un lievito, quello utilizzato per produrre birra e vino: il "saccharomyces cerevisiae"

In Canada gia' funziona una bioraffineria "made in Italy" che produce carburante che viene acquistato dalla Shell; E85 e' il nome della pompa del nuovo oro verde: 85% di etanolo + 15% di benzina, una miscela per il momento, con un piccolo ritocco ai motori, domani potra' essere utilizzato al 100% essendo alcol etilico concentrato pressoche' anidro, cioe' privo di acqua.

In Canada stiamo usando la paglia; quel carburante NON affama i paesi del terzo mondo, elimina il 70%75 di anidride carbonica, azzera le polveri sottili ed ha lo stesso prezzo di produzione 290 Euri (tasse escluse) della benzina verde, mentre ricavarlo dalle colture agricole (mais, canna da zucchero, ecc.) costa il doppio !
Bastano 100 impianti; Gli scarti cellulosici oggi si sprecano, con quei 14. milioni di tonnellate gettati oggi in discarica, si soddisfa il 30% del bisogno energetico nazionale: 4,8 miliardi di litri. Il restante 70% da scorie industriali e piante adatte a terreni agricoli, come il miscanthus.

Questi impianti sembrano essere arrivati all'Umanita' che e' per i rifiuti ormai sull'orlo di un baratro.....ma le multinazionali del petrolio cercano fare di tutto, almeno in Italia, affinche' questi impianti non vengano disclocati nelle varie province.....

In Italia si producono ogni anno 100 milioni di tonnellate di rifiuti di cui il 35%  sono rifiuti cellulosici, cioe' carburante...buttiamo in discarica 14 milioni di tonnellate, mentre potremmo ricavare 4,8 miliardi di litri di etanolo, cioe' il 30% del fabbisogno nazionale, visto che consumiamo ogni anno 16 miliardi di litri di benzina.
Per il restante 70% vi sono da sfruttare i residui legnosi industriali (cassette della frutta, trucioli di falegnameria, pallet, mobili, traversine ferroviarie, bobine di cavi elettrici, imballaggi ecc. e se non bastassero i residui delle potature degli alberi che varrebbero anche loro 5 milioni di litri di bioetanolo, ma potremmo utilizzare anche i terreni non coltivati, ve ne sono 1 milione di ettari facendovi crescere il miscanthus, o la canapa, i pioppi.

La raffineria NON provoca odori, ne' fumi, ne' residui, perche' la fermentazione avviene in autoclave, che e' un sistema che richiede assenza di aria e viene alimentata dai rifiuti raccolti; produce residui: mangimi, fertilizzanti, polimeri della plastica, lubrificanti, adesivi, tutti prodotti vendibili sul mercato e non conteggiati nel sottostante conteggio.

Abbisogna per un funzionamento che deve essere 24 ore su 24 ore, di una forza lavoro di circa 100 persone; l'energia per il funzionamento della fabbrica viene endoprodotta; abbisogna di un area che al massimo, per una grande bioraffineria, e' di 65.000 m2
Costa 65 milioni di euri e fin dal primo anno con i ricavi della vendita del carburante e l'extra utile derivante dalla defiscalizzazione (l'etanolo ne ha il 20%), genera un guadagno netto (calcolando e deducendo gli ammortamenti + i costi di produzione) di circa 44 milioni di euri !
L'Italia potrebbe, investendo 6.500 miliardi Euri affrancarsi per sempre, dalla benzina !
l'11 marzo 2006 il governo italiano ha varato una legge la n° 81 la quale prevede l'obbligo dell'integrazione di bioetanolo nelle benzine in percentuali crescenti dai 320 milioni di litri nel 2006 fino ad arrivare ai 920 milioni di litri nel 2010, ma fino ad ora non si e' fatto NULLA !

vedi: Incentivi per acquisto di AUTO ECOLOGICHE (Italy)

Il bioetanolo puo' essere utilizzato da SUBITO dai propulsori Flex Fuel montati ormai da numerosi modelli di nuove auto. Le prestazioni della vettura migliorano ed il motore rimane molto piu' pulito e quindi si usura di meno.
Non si debbono aggiungere, come nella benzina, gli indispensabili antidetonanti. Il bioetanolo e' inodore, NON puzza come i biocarburanti.
Non affama i paesi del terzo mondo e non fa aumentare il prezzo del grano, pasta, carne, latte perche' non facogita le coltivazioni dei cereali destinale all'alimentazione umana ed animale. e non dissipa acqua che e' gia' una risorsa limitata in tutti il mondo.

Presenza anche il 30% in piu' di energia dell'etanolo tradizionale; elimina il 70-75% del gas serra, abbassa del 5-10% le emissioni di ossidi di azoto e di zolfo;  e' privo di metalli pesanti; azzera i particolati ed e' totalmente biodegradabile, liberando gran parte del pianeta dell'immondizia, che oggi si brucia o si ripone in discariche con le note problematiche che producono questi sistemi obsoleti ed inquinanti.

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"La benzina ?  Non ci servirà mai più. Raffino i rifiuti al posto del petrolio"
Intervista all'ingegnere L. Patorno - 16/09/2007

Luciano Patorno, ingegnere, titolare di brevetti rivoluzionari dalla chirurgia al riciclaggio. In società con una biologa molecolare ha progettato un impianto per produrre un bioetanolo che vale tre volte quello ottenuto dai cereali
Un ingegnere genovese di 63 anni, insieme con una biologa statunitense di 71, ha liberato il mondo dalla schiavitù del petrolio e dalla morsa dell’inquinamento per i secoli a venire.
Luciano Patorno e Nancy Ho sono riusciti a rimpiazzare la benzina con l’etanolo ricavato dai rifiuti urbani. Un giacimento inesauribile. Lo so, detta così può ricordare la più impraticabile delle trovate: mettere in moto l’automobile dopo aver fatto pipì nel serbatoio.

Ma questa non è una barzelletta.
In Canada già funziona una bioraffineria «made in Italy» che produce il carburante e lo vende alla Shell. E85 è il nome alla pompa del nuovo oro verde: 85% di etanolo, 15% di benzina. Una miscela, per il momento. Con un piccolo ritocco ai motori domani potrà essere utilizzato al 100%, essendo un alcol etilico concentrato pressoché anidro, cioè privo d’acqua.
L’etanolo (bioetanolo, per l’esattezza) che la professoressa Ho, docente universitaria di origine cinese immigrata da molti anni negli Usa, è stata in grado di fabbricare su larga scala grazie all’impianto creato dall’ingegner Patorno, imprenditore trasferitosi dalla Liguria a Modena, ha qualche altra caratteristica talmente unica da farlo sembrare un inaspettato dono del cielo all’umanità giunta sull’orlo del baratro: «Può alimentare da subito i propulsori Flex fuel montati su numerosi modelli di vetture.
Non affama il Terzo mondo e non fa aumentare i prezzi del pane, della pasta, del latte, della carne perché non fagocita le coltivazioni di cereali destinate all’alimentazione umana e animale, anzi non le intacca minimamente, e di conseguenza non dissipa le già limitate risorse d’acqua del pianeta. Presenta un contenuto netto di energia tre volte più alto dell’etanolo tradizionale.
Elimina il 70-75% del peggiore dei gas serra, l’anidride carbonica, principale responsabile dell’innalzamento delle temperature. Abbatte del 5-10% le emissioni di ossidi d’azoto e di zolfo. È privo di metalli pesanti. Azzera i particolati, meglio noti come polveri sottili. È totalmente biodegradabile.
Libera il globo da larga parte dell’immondizia. E, ultimo ma non ultimo, ha un prezzo alla produzione di 0,30 euro il litro, 580 lire, esattamente come la benzina verde. Mentre l’etanolo distillato dal mais o dalla canna da zucchero costa il doppio».
Guardatevi intorno, o scoperchiate la pattumiera: tutta roba buona per far marciare la vostra auto. Giornali, riviste, involucri per alimenti, fogli di carta, corrispondenza, cartoncini, cartoni, opuscoli. E poi la lolla del riso e del frumento, i cartocci delle pannocchie, le bagasse della canna da zucchero, gli steli del mais, i residui e le eccedenze di coltivazioni agricole, il legno, la segatura, l’erba, le ramaglie, i rifiuti industriali delle cartiere. Insomma Patorno tramuta in carburante per autotrazione tutto ciò che contiene cellulosa.
Contitolare con un socio della Sipatech di Sassuolo, laurea in ingegneria elettrotecnica e meccanica, l’inventore s’è sempre occupato di automazioni industriali: per la Caterpillar, per la New Holland (Fiat), per la Hoechst (Sanofi-Aventis). In campo biomedicale ha brevettato strumenti rivoluzionari, dall’Endofixer, una suturatrice endovascolare che nell’aneurisma dell’aorta consente di fissare un manicotto dentro l’arteria senza intervenire chirurgicamente sul paziente, all’Anastomosis, che ricollega elasticamente i vasi sanguigni recisi in sala operatoria oppure dissecca le vene varicose con le onde elettromagnetiche evitando il bisturi.
Patorno è tornato alla sua antica passione, l’energia, dal 1999, quando gli hanno chiesto d’escogitare un sistema per il riciclaggio degli pneumatici usati. Nel nostro Paese se ne accumulano 400.000 tonnellate l’anno: metà finiscono in discarica e metà vengono trasformati in gomme rigenerate, conglomerati per bitumazioni, materiale per pavimenti antiscivolo. L’inventore ha fatto anche qui il miracolo: un brevetto che li riconverte negli idrocarburi d’origine.
Come c’è riuscito?
«Sono nato ingegnere. Mio padre era tecnico all’Ansaldo di Genova. La nostra casa si trovava dentro lo stabilimento. A 5 anni già giravo per i reparti. Ho visto dal vivo l’infinità di sottoprodotti, almeno un centinaio, che escono dal ciclo di depurazione del carbon coke: benzolo, naftalina, etilene, catrame».
Com’è arrivato all’etanolo ricavato dai rifiuti cellulosici?
«Mi ha contattato la Purdue University, che si trova a West Lafayette, nell’Indiana, 200 chilometri da Chicago, 100 da Indianapolis. Avevano bisogno di alcuni sensori particolari per le macchine dei loro laboratori. E là ho incontrato Nancy Ho, biologa molecolare premiata al Congresso dal presidente George Bush per aver messo a punto dopo 14 anni di ricerche un enzima geneticamente modificato. La professoressa è partita dai Saccharomyces cerevisiae, microrganismi che hanno una funzione fondamentale nelle fermentazioni da cui si ottengono il vino e la birra».
Che cosa fa questo enzima?
«Trasforma il glucosio e lo xilosio, due zuccheri, in etanolo. Invece chi distilla l’etanolo dai cereali non riesce a modificare lo xilosio, e ciò riduce del 40% la resa finale di carburante. Ma alla professoressa Ho mancava l’impianto in grado di industrializzare il processo. Ha chiesto a me di farlo. Così ho progettato una raffineria di alcol, anziché di petrolio».
Vi siete messi in società.
«Per gli Usa il brevetto se lo gestiscono gli americani. Per l’Europa io. Nel resto del mondo siamo partner».
Ma le bioraffinerie sono di là da venire.
«Non direi. Una è già stata aperta a Toronto dalla Iogen corporation: da una tonnellata di paglia spreme 350 litri di etanolo. In quattro anni è già arrivata a 128 milioni di litri. Un’altra è in costruzione in Pennsylvania. Torno adesso da un viaggio in Cina, dove già operavo con la Aodevices per progettare stabilimenti che purificano il silicio indispensabile alla produzione di pannelli fotovoltaici in Europa e Medio Oriente. Gli enti governativi di Pechino mi sono piombati addosso come falchi. I cinesi sono affamati di energia».
Gli italiani no?
«In Italia è tutto difficile. Ho interpellato la Hera, il gruppo quotato in Borsa che eroga elettricità e gas ai Comuni dell’Emilia Romagna: parole. Ho interpellato il Cpl, Consorzio productions logistics della Legacoop: parole. Ho interpellato la Confcooperative coinvolta nel rigassificatore di Brindisi: parole».
Ha interpellato le persone sbagliate.
«Non ho agganci politici. Ho interpellato le banche: parole anche lì».
Siamo sicuri che esistano biomasse cellulosiche sufficienti per estrarre l’etanolo?
«Mi offende. Ogni anno l’Italia produce 100 milioni di tonnellate di rifiuti: 40 milioni sono urbani. Il 35% di questi sono cellulosici, cioè carta, cartone e legni, però non riciclabili. Quindi stiamo parlando di 14 milioni di tonnellate che oggi si buttano in discarica. Si potrebbe ricavarne, con 30 dei miei impianti, 4,8 miliardi di litri di etanolo. Vale a dire il 30% del fabbisogno nazionale, visto che gli italiani consumano ogni anno 16 miliardi di litri di benzina».
E il restante 70% del fabbisogno?
«Ci sono da sfruttare i residui legnosi industriali: cassette della frutta, trucioli di falegnameria, segatura, mobili vecchi, pallet, traversine ferroviarie, bobine di cavi elettrici, imballaggi. Una città di medie dimensioni, come Perugia, sciupa ogni anno 15.000 tonnellate di potature. Valgono 5 milioni di litri di bioetanolo. E poi pensi solo alla pulizia dei boschi».
Ma se ancora non bastassero?
«Ho letto l’intervista che Mauro Tedeschini, direttore di Quattroruote, ha fatto col professor Carlo Rubbia nel numero di settembre. In questo Paese vi sono un milione d’ettari di terreni non coltivati, ha spiegato il premio Nobel. Potremmo metterci a dimora piante non commestibili la cui resa energetica è enorme. Il miscanthus, per esempio. È una canna ricchissima di cellulosa che cresce spontaneamente in Cina e in Giappone. Supera i 4 metri d’altezza, la densità delle foglie è tale che una persona non riesce a passarci in mezzo, prospera nei climi temperati come il nostro, richiede poca acqua, dura circa 15 anni e si raccoglie d’inverno, un momento ideale per gli agricoltori. Idem la canapa, adatta per i terreni aridi del nostro Sud. Idem i pioppi. Un pioppeto lungo 10 chilometri e largo altrettanto potrebbe alimentare all’infinito, col suo ciclo vegetativo, la più grande delle bioraffinerie che ho progettato, 160 milioni di litri di etanolo annui».
Bioraffineria che costerà un patrimonio, suppongo.
«È un investimento da 65 milioni di euro. Calcolati i costi di produzione con l’ammortamento, i ricavi dalla vendita del bioetanolo e l’extra utile derivante dalla defiscalizzazione, fin dal primo anno genera un profitto netto di quasi 44 milioni di euro. Tenga presente che in Italia l’etanolo è defiscalizzato al 20%, ma dovrebbe arrivare almeno al 47%, anche perché in Germania, Spagna, Belgio e Slovacchia è al 100%, in Francia al 57%, in Finlandia al 55%. Mettiamo che lo Stato o l’Eni aprissero 100 bioraffinerie: con un investimento di 12.500 miliardi di vecchie lire, circa un terzo della manovra economica annunciata dal governo per il 2007, avrebbero affrancato per sempre il Paese dalla benzina».
Non credo che gli sceicchi arabi siano molto contenti di lei.
(Allarga le braccia).
Non teme per la sua vita?
«Le dirò: qualche timore ce l’ho».
Il petrolio è destinato a esaurirsi?
«Per forza. È un dato di fatto. O entro 20 anni o entro 50, ma finirà. Lo dimostra la speculazione sui prezzi: oggi è a 80 dollari il barile, contro i 30 di tre anni fa, mentre dovrebbe costarne non più di 55. E anche se non si esaurissero i giacimenti, diventerebbe sempre più difficile estrarlo. Per cui i costi, in termini di energia impiegata nel pompaggio, supererebbero i ricavi. Lo stesso dicasi se andassimo a cercarlo sul fondo degli oceani».
Resta il fatto che di auto pronte per l’etanolo non se ne vedono molte in circolazione.
«Più che altro mancano i distributori. Ma da fine luglio è in vendita anche in Italia la Renault New Mégane alimentabile a E85. Il gruppo Peugeot-Citroën sta per presentare un’ampia gamma di modelli biocompatibili. Saranno presto sul mercato Ford, Opel, Saab, Volvo e Cadillac. Io stesso ho guidato da Chicago a Lafayette una Ford che funzionava con miscela all’85% di alcol e al 15% di benzina. Non c’è area di servizio d’America dove manchi la colonnina dell’E85».
Una Ferrari che va etanolo?
«Perché no? Le prestazioni migliorano. La formula chimica dell’etanolo è C2H5OH: nel radicale OH è presente ossigeno, come in tutti gli alcoli. Equivale a sovralimentare il motore. Per di più nell’etanolo non occorre aggiungere gli antidetonanti, indispensabili nella benzina. Un tempo la super veniva addizionata con tetraetile di piombo, un inquinante micidiale. Oggi la verde richiede il benzene, che inquina meno, però inquina. Al traffico stradale si imputa il 93% delle emissioni di ossido di carbonio, il 60% di quelle di idrocarburi e ossidi di azoto e il 12% di quelle d’anidride carbonica, c’è poco da fare».
Il professor Antonino Zichichi sostiene che l’anidride carbonica è senz’altro aumentata da quando è iniziata l’era industriale, ma che l’uomo incide solo per il 10% sul clima, il resto dipende dai fenomeni naturali, a cominciare dai raggi cosmici. In mezzo milione di anni la Terra ha perso e ritrovato il Polo Nord e il Polo Sud già quattro volte.
«Sono d’accordo. Ma il nostro guaio è che, a causa del massiccio utilizzo dei combustibili fossili, per la prima volta nella storia dell’umanità l’anidride carbonica si accumula in tempi troppo veloci e si concentra nelle aree urbane e industrializzate. Ristagnasse sull’oceano, sarebbe diverso».
Però del Brasile, che fa il 48% dell’etanolo per autotrazione prodotto nel mondo, io ricordo il lezzo pestilenziale dei biocarburanti.
«Invece l’etanolo ricavato dagli scarti di cellulosa è inodore».
Ma ho letto che corrode i motori.
«Lo escludo. Ai metalli non può far nulla».
La sua bioraffineria non provoca odori e fumi?
«No. La fermentazione avviene in autoclave. È un sistema che richiede la mancanza di contatto con l’aria. Gli enzimi sono anaerobi, vivono solo in assenza di ossigeno».
Avrà bisogno di una discarica per i residui della lavorazione.
«Al contrario. Sono io che devo insediarmi vicino alle discariche per recuperare quanto di buono vi è contenuto».
La sua bioraffineria non produce scarti? Impossibile.
«Certo che li produce. Ma non li chiamerei scarti, bensì sottoprodotti: mangimi, fertilizzanti chimici per l’agricoltura, polimeri della plastica, lubrificanti, adesivi. Tutta roba che è fuori dal conto economico di cui le ho parlato prima e che va dunque ad ampliare il margine di guadagno».
Avrà bisogno di molti dipendenti e di tanta energia elettrica.
«La forza lavoro per il ciclo produttivo di 24 ore su 24 assomma a un centinaio di persone. L’energia me la produco da solo: il primo elemento da togliere nella fase di pretrattamento dei rifiuti cellulosici è la lignina, che ha un alto potere calorifero».
Avrà bisogno di una vasta area.
«La bioraffineria più grande si estende su 60.000 metri quadrati. È la superficie occupata dall’inceneritore di rifiuti urbani della città di Brescia, quello dipinto con i colori del cielo che si vede dall’autostrada A4».
Una direttiva europea fissava al 2% la quota di mercato dei biocarburanti che gli Stati membri erano invitati a raggiungere entro il 2005. Il quantitativo salirà al 5,75% nel 2010. L’Italia che cos’ha fatto?
«Niente. Però l’11 marzo 2006 il governo ha varato la legge 81 che prevede l’obbligatorietà dell’integrazione di bioetanolo nelle benzine in percentuali crescenti: dai 320 milioni di litri nel 2006 fino ad arrivare ai 920 milioni di litri nel 2010».
E quanti ne abbiamo prodotti finora?
«Neanche mezzo litro».
By
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it


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Il biocarburante volta pagina, ora si ricava dagli scarti
Il biofuel è sotto accusa, soprattutto negli Stati Uniti, per l’aumento dei prezzi delle materie prime agricole e dei prodotti alimentari. Ma la tecnologia va avanti e si aprono nuove prospettive di utilizzo di materiali organici per produrre benzine, senza incidere però sul mercato dei cereali e di altri prodotti utilizzati per l’alimentazione.
La proposta innovativa viene da un’azienda californiana che è stata inserita quest’anno tra i Technology Pioneers (le imprese che propongono soluzioni particolarmente innovative) dal World Economic Forum.
Questa societa' ha due centri di ricerca, uno a Signal Hill, in California, e un altro in Svezia. La sua prima installazione di rilievo è uno stabilimento nel Porto di Sacramento, che a partire dal 2009 produrrà circa 230 milioni di litri di biofuel l’anno da materie prime diverse. Per questo progetto Primafuel ha ottenuto il più elevato contributo fino ad ora erogato dal California Air Resources Board.
Con tre anni di vita alle spalle e un gruppo di venture capitalist nel suo azionariato, essa ha già definito le linee strategiche della sua attività. La prima, quella che già oggi assicura le risorse per lo sviluppo dell’azienda è l’integrazione di infrastrutture per la produzione e la distribuzione di prodotti energetici. «L’etanolo spiega Rahul Iyer, cofondatore della società non è tutto uguale. Quello prodotto da mais per esempio ha un impatto ambientale diverso da quello prodotto da canna da zucchero. In una logica di riduzione delle emissioni, la filiera che va dalla produzione alla distribuzione va riorganizzata in modo da ridurre al massimo le inefficienze e le emissioni. Noi stiamo lavorando a questo».
La seconda filiera è lo sviluppo di tecnologie che permettano agli impianti di produrre biofuel non solo a partire da materiali diversi, ma anche utilizzando materiali che oggi sono destinati a utilizzi marginali o alle discariche. «Con le nostre tecnologie è possibile produrre biofuel dalle acque nere delle fognature, dai rifiuti dell’industria casearia o degli allevamenti di bovini e di quelli di pollame, anche dalle alghe, che hanno un grande futuro in questo settore perché sono facili da coltivare ed estremamente economiche».
La scommessa di quest'azienda è produrre impianti piccoli, poco invadenti dal punto di vista paesaggistico, facili da collocare vicino alla fonte delle materie prime utilizzabili e capaci di avvicinarsi o di raggiungere l’obiettivo del riciclaggio completo, affrontando così a un tempo il problema delle energie alternative e quello dei rifiuti.
Gli impianti di questo tipo, in via di sperimentazione, sono dei moduli, ciascuno con la dimensione di un container e la capacità di produrre tra 12 e 20 milioni di litri di biofuel per unità. L’ipotesi di utilizzo è per le zone dove ci sono rilevanti concentrazioni di allevamenti di bovini o di pollame, dove ci sono grandi industrie casearie, e anche dove ci sono altri rifiuti dell’agricoltura, compresi i tralci delle viti o quel che resta dopo la spremitura delle olive. Un modulo può servire efficacemente anche una città di 500 mila abitanti con la produzione di biofuel dal riciclaggio dei rifiuti fognari.
«Il costo dell’impianto, secondo le nostre valutazioni attuali dice Iyer dovrebbe aggirarsi tra uno e due dollari per litro di capacità produttiva annuale, ed è ancora un po' alto, ma noi contiamo di ridurlo man mano che le unità andranno in produzione».
Secondo Iyer ciascun modulo sarà facilmente trasportabile, come qualsiasi container, vista la sua dimensione e struttura sarà facilmente inseribile nell’ambiente circostante e avrà costi di esercizio molto bassi.
La scommessa di quest'azienda punta da un lato sulla dimensione, sulla maneggevolezza della struttura e sul concetto del modulo, che consente l’utilizzo di questa tecnologia senza la necessità di grandi concentrazioni, dall’altro sulla capacità dello stesso impianto di riciclare tipologie diverse di rifiuti, consentendone un utilizzo più flessibile in aree dove, per esempio, i cicli stagionali dell’agricoltura, non garantirebbero una alimentazione regolare per tutto l’anno con un solo tipo di materiale.
L’ultimo asso nella manica è il riciclo integrale con la possibilità di commercializzare le produzioni collaterali del processo, dai fertilizzanti ad alto tasso di carbonio al silicio.
By Marco Panara - Tratto da repubblica.it

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Biocombustibili dagli scarti agricoli - Etanolo dai rifiuti
Secondo le dichiarazioni dei ricercatori, a pieno regime il processo Zymetis potrebbe arrivare a una produzione di 75 miliardi di galloni – pari a 280 miliardi di litri – all’anno di etanolo

Una ricerca svoltasi presso l’Università del Maryland e cominciata con i batteri provenienti dalla Baia di Chesapeake ha portato alla scoperta di un processo chimico in grado di convertire grandi volumi di prodotti vegetali di ogni sorta, dalla carta usata fino agli scarti della produzione della birra, in etanolo e altri biocombustibili alternativi al gasolio e alla benzina.
I cosiddetti biocombustibili cellulosici possono infatti essere prodotti a partire da tutti i vegetali che non si presentano in forma di grani o semi e risultano quindi di grande importanza ecologica, da momento che possono essere ottenuti da materiali che non hanno alcun valore alimentare, come i prodotti di scarto dell’agricoltura, inclusi paglia, tutoli e brattee del mais.

Il processo è stato messo a punto anche grazie alla collaborazione con la piccola società Zymetis: il suo segreto è lo sfruttamento del batterio S. Degradans, che si trova abitualmente nelle foglie di erba della pampa (Hymenachne amplexicaulis)  della Baia di Chesapeake, il più grande estuario degli Stati Uniti, compreso tra gli stati della Virginia e del Maryland.
Tale ceppo batterico, infatti, produce un enzima che permette la conversione di materiale vegetale in zucchero, che a sua volta può essere convertito in biocombustibile.

In realtà i ricercatori della Zymetis non sono stati in grado di isolare il batterio in natura, ma hanno scoperto come produrre l’enzima in laboratorio. Il risultato è un composto chimico chiamato Ethazyme, che degrada le resistenti pareti delle cellule dei materiali cellulosici e converte direttamente l’intero materiale vegetale in zuccheri pronti per la trasformazione in biocombustibile, con un costo significativamente inferiore e con minore utilizzo di composti tossici rispetto al metodo convenzionale.
Secondo le dichiarazioni dei ricercatori, a pieno regime il processo Zymetis potrebbe arrivare a una produzione di 75 miliardi di galloni – pari a 280 miliardi di litri – all’anno di etanolo. Stando alle proiezioni, il mercato degli enzimi per biocombustibili potrebbe arrivare a un valore complessivo di 5 miliardi di dollari, tenuto conto anche dell’energy bill, la legge approvata dal Senato degli Stati Uniti e che dà mandato alle compagnie petrolifere di produrre 21 miliardi di galloni di etanolo ricavato dalla cellulosa entro il 2022. (fc)

Carburanti del futuro - Dai biocombustibili al mico-diesel
G. Roseum può produrre idrocarburi direttamente dalla cellulosa, il principale composto che si trova nelle fibre vegetali
Il suo nome scientifico è Gliocladium roseum, è un fungo che ha una particolarità: è in grado di produrre composti chimici che fanno parte del comune gasolio utilizzato come combustibile.

Scoperto nella foresta pluviale, l’insolito organismo potrebbe un giorno rivelarsi utile proprio come fonte di energia pulita, almeno se i ricercatori riusciranno a sfruttarne il potenziale, come ipotizzato in un articolo pubblicato sulla rivista “Microbiology”, che riporta il resoconto della scoperta.

"Si tratta dell’unico organismo noto finora con una simile capacità di produrre un’importante combinazione di sostanze combustibili a partire da una serie di composti del carbonio e dell’idrogeno”, ha commentato Gary Strobel della Montana State University, coautore dello studio. "Il fungo, può produrre tali composti anche dalla cellulosa, che così diventerebbe la migliore sorgente di biocombustibili utilizzabile attualmente.”

Come riferito nell’articolo, G. roseum vive all’interno dell’albero di olmo nella foresta pluviale della Patagonia. I ricercatori stavano cercando di scoprire nuove specie di funghi su questo albero esponendo i suoi tessuti ad antibiotici in forma volatile tratti del fungo Muscodor albus. Con sorpresa, si è riscontrato come G. Roseum potesse crescere in presenza di questi gas, sebbene la maggior parte degli altri funghi testati ne venissero uccisi.
Così, quando si è proceduto a esaminare la composizione chimica di G. Roseum si è trovato, con ulteriore sorpresa, che esso è costituito da una serie di idrocarburi e di sostanze da essi derivate, per i quali è stato proposto il nome di complessivo di “mico-diesel”.
Tale circostanza era del tutto inaspettata anche se molti microbi producono idrocarburi. I funghi che vivono nel legno sembrano poter offrire un’ampia gamma di composti potenzialmente di grande utilità pratica.
G. Roseum in particolare produce diverse catene di idrocarburi e le altre molecole biologiche. Inoltre, quando coltivati in laboratorio sembrano essere in grado di sintetizzare composti ancora più simili a quelli che costituiscono il carburante dei motori diesel.

"Quando i vegetali sono utilizzati per produrre biocombustbili devono essere elaborati prima che possano essere convertiti in composti utili per il metabolismo dei microbi”, ha concluso Strobel. "G. Roseum può produrre mico-diesel direttamente dalla cellulosa, il principale composto che si trova nelle fibre vegetali: ciò, evidentemente, potrebbe evitare uno stadio di lavorazione.” (fc)
Tratto da: lescienze.espresso.repubblica.it

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AEREI a BIOCOMBUSTIBILI - Jet a spazzatura
Uno studio su Science apre la strada alla conversione efficiente ed economica della cellulosa in idrocarburi per alimentare gli aerei. Intanto la British Airways prevede una flotta “bio”.
I jet andranno a bio-carburanti. È la promessa che si legge tra le righe di uno studio pubblicato su Science: i ricercatori dell’Università del Wisconsin-Madison, hanno infatti sviluppato un processo economico per convertire gli scarti agricoli negli stessi idrocarburi liquidi che si usano oggi per alimentare gli aerei.
Le piante sono una immensa riserva di combustibile potenziale perché composte per la maggior parte di cellulosa, molecola che può essere “spezzata” in zuccheri e altri composti che, a loro volta, possono essere convertiti in carburanti.
La prima parte di questo processo è stata già realizzata dai ricercatori del Laboratorio Nazionale Pacific Northwest del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, che sono riusciti a convertire la cellulosa in Hmf (nome chimico: 5-idrossimetilfurfurale), un composto intermediario della produzione di surrogati “naturali” del petrolio (vedi Galileo).
James Dumesic, chimico dell’ateneo statunitense, aveva invece trovato un modo di realizzare la seconda fase. Dumesic aveva infatti trasformato l’HMF in alcheni, alcuni degli idrocarburi che si trovano nella benzina. Ma la trasformazione richiedeva intermediari costosi. Altro inconveniente: il processo non si arrestava da solo una volta ottenuto l’HMF, ma il composto continua a reagire per trasformarsi in due più stabili, l’acido levulinico e formico.
L’intuizione dei ricercatori è stata ora quella di non tentare di fermare la reazione all’HMF, ma di sfruttare i due acidi finali per trasformarli ancora in altri piccoli composti a forma di anello, chiamati gamma-valerolattoni (GVL, molecole oggi prodotte in piccole quantità che ritroviamo come additivo alimentare o nei profumi), che a loro volta possono essere trasformate facilmente e a basso costo nel gas butene. Più molecole di butene, poi, sono unite per ottenere proprio gli alcheni liquidi voluti.
Al contrario di come può sembrare, il processo completo è in realtà molto semplice e, soprattutto, riesce a trattenere il 95 per cento dell’energia di partenza (questione affatto secondaria dal momento che l’etanolo ha solo i due terzi dell’energia della benzina).
Questo processo produce anche anidride carbonica che però - sottolineano i ricercatori - ha delle caratteristiche tali per cui può essere trasformata, per esempio, in metanolo o ‘sequestrata’ all’ambiente più facilmente rispetto a quella che si libera in seguito alla combustione del carbone, mitigando così l’effetto delle emissioni di gas nell’atmosfera.
“La più grande barriera è il costo del GVL, perché fino ad oggi - spiega Dumesic - non c’è stato alcun incentivo a produrre in massa questa molecola. Ora che abbiamo invece dimostrato che è possibile convertire il GVL in carburante dovremo migliorare i metodi di produzione per poterlo ricavare direttamente da fonti rinnovabili come legno, scarti agricoli, e rifiuti alimentari”.
Intanto è di questi giorni la notizia che la British Airways (BA) sta preparando per il 2014 una flotta che andrà proprio a spazzatura.
La compagnia aerea britannica ha già firmato infatti un contratto con la società americana Solena, per l’istallazione (a partire del 2011) ad est di Londra di quattro impianti in grado di trasformare rifiuti industriali e domestici organici in kerosene sintetico, sfruttando un processo chiamato Fisher Tropsch che consiste nel convertire monossido di carbonio e idrogeno (ricavati dalla ‘gassificazione’ dei rifiuti) in carburanti liquidi.
La Solena prevede infatti di convertire 500.000 tonnellate di rifiuti l’anno in oltre 60 milioni di litri di bio-carburante, risparmiando all’atmosfera il 95 per cento dei gas serra che sarebbero emessi utilizzando il normale carburante (qui l'intervista video). (f.p.)
Tratto da galileonet.it - Riferimento: Science

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Un fungo, conosciuto sin dagli anni '40 perche' "ghiotto" di uniformi e tende militari, potrebbe essere uno strumento utilissimo per la produzione di biocombustibili.
Almeno queste sembrano essere le conclusioni di uno studio pubblicato sulla rivista Nature Biotechnology realizzato da ricercatori dei Los Alamos National Laboratory, del Department of Energy e del Genome Institute. I ricercatori hanno sequenziato il genoma del Tricoderma reesei e hanno scoperto importanti meccanismi di come questo piccolo organismo riesca a rompere la cellulosa delle fibre vegetali e a trasformarle in zucchero. La scoperta potrebbe portare alla realizzazione di un sistema molto piu' efficiente di produzione dell'etanolo da fonte vegetale rispetto ai metodi fin qui messi a punto.
AGI - Londra, 5 mag. 2008

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ECCO la PIANTA dell'ENERGIA PULITA - E' il Miscanthus: facile da coltivare, garantisce rese più elevate.
Come ben noto, la stragrande maggioranza dell'energia primaria dell'Europa è di origine fossile, all'incirca per metà petrolio ed il restante, in parti circa eguali, metano e carbone. Particolarmente critico è l'uso del petrolio nei trasporti, il componente a più rapida crescita e per il quale combustibili sostitutivi sono oggi praticamente inesistenti, nonostante l'aumento dei costi e la preoccupazione di una progressiva insufficienza dei consumi, sempre più concentrata in pochi Paesi dell'Opec/Medio- Oriente.

In Italia oggi circolano più di 500 veicoli per ogni mille abitanti, un record di quasi 30 milioni di mezzi di tutti i generi con un consumo pari a 42 milioni (2002) di tonnellate di petrolio equivalente (Tep), costituito all'incirca in parti eguali da benzina e gasolio.
Gli aumenti continui dei consumi (+25% dal 1990 al 2002) sono in stridente contrasto con le preoccupazioni per un crescente scollamento tra domanda e offerta mondiali. Fortunatamente si sta oggi preparando una vera e propria rivoluzione nel campo dei combustibili rinnovabili alternativi: il nostro Paese deve rapidamente prepararsi allo sviluppo di nuovi bio-carburanti e all'uso dell'etanolo in sostituzione ai fossili.
Le produzioni annuali di bio-etanolo degli Usa e del Brasile sono state nel 2004 di 16.2 e 16.5 miliardi di litri rispettivamente, equivalenti ad un totale di 20 milioni di Tep di petrolio, la metà dei trasporti italiani. Negli Usa oggi il 13% della produzione di cereali è usata per i trasporti, ma rappresenta solamente il 3% dei consumi. Chiaramente nuovi metodi sono necessari al fine di arrivare alla sostituzione del 30% dei fossili per il trasporto entro il 2030 previsto dal US Department of Energy (Doe), senza mettere in pericolo la produzione agricola per l'uomo e gli animali.

Un grande vantaggio, almeno teorico, della bio-massa è legato al fatto che, con la crescita, la pianta estrae la CO2 presente nell'aria. Con la susseguente combustione, la CO2 è restituita all'atmosfera e quindi l'effetto  complessivo dovuto all'effetto serra è zero. In realtà il processo complessivo, quello che si definisce «dalla sorgente alle ruote» (dall'inglese «from well to wheel») è più complesso e quantità apprezzabili di CO2 sono prodotte indirettamente nel processo (fertilizzanti, aratura, raccolta, trasformazione in etanolo, ecc.). Tradizionalmente, le biomasse sono prodotte a partire da legname dalle foreste, da scarti e residui e da raccolti energetici specifici dell'agricoltura. Il sistema attuale va rapidamente e profondamente modificato per aumentare le quantità e le qualità del prodotto. Ad esempio, la pianta della colza produce circa due o tre volte l'energia necessaria per fabbricarla, ma con un handicap importante: una produttività troppo debole. Un campo di colza produce annualmente raramente più di 1.500 litri all'ettaro, il che significa che per alimentare un' automobile è necessario disporre in media di un ettaro di piantagione. Il bio-etanolo fabbricato a partire dall'amido o dallo zucchero, oggi dominante, ha un rendimento migliore. Un campo di betterave (la pianta oggi più efficiente) può procurare 6.000 litri all'ettaro, con dei massimi di 8.000 litri. Ciononostante, per quanto riguarda la CO2 prodotta, il bilancio energetico «from well to wheel», oggi è ancora controverso ed è probabilmente solamente marginalmente positivo.

Ma si stanno attualmente sviluppando ben più ricchi bio-etanoli di seconda generazione. Prodotti a partire da materiali legno-cellulosici (tessuti di sostegno dei vegetali, steli, foglie, ecc.), queste piante hanno un bilancio energetico altamente positivo: sono capaci di produrre fino a 15 volte l'energia consumata. Un tipico esempio è il Miscanthus

giganteum. Questo robusto arbusto, originario dal Giappone, Cina (Taiwan) e isole del Pacifico, con foglie verdi larghe 3 cm, cresce in luoghi soleggiati e suoli moderatamente umidi e fertili e non abbisogna di fertilizzanti apprezzabili, e vive anche in suoli «marginali», troppo poveri per le colture tradizionali.

Le piante possono essere sia semplicemente bruciate con un'elevata efficienza energetica (60 % del carbone) o convertite in etanolo, in sostituzione della benzina. Si producono così annualmente 12 tonnellate/ettaro di piante secche pari a 36 barili di petrolio. Ma negli Usa, all'Università dell'Illinois, si è riusciti a quintuplicare la resa e raggiungere le 60 tonnellate/ettaro (180 barili di petrolio/ettaro). Convertita in etanolo, la produzione di Miscanthus è correntemente di 14.000 litri/ettaro e potrà arrivare, grazie ai menzionati miglioramenti, fino a 35.000 litri/ettaro e cioè più di ventitre volte quelli della colza e quasi sei volte quelli delle betterave.
Oggetto delle ultime messe a punto, questo
Miscanthus
dovrebbe essere interamente commercializzabile in alcuni anni.
Un'altra alternativa è il popolare pioppo, una pianta a rapida crescita che può raggiungere in sei anni ben 27 metri di altezza.
Una trentina di specie diverse crescono su di un vasto intervallo climatico, dalle regioni subtropicali della Florida alle zone subalpine del- l'Alaska, nel nord del Canada e dell' Europa. La produttività annuale è di 25 tonnellate per ettaro, corrispondenti a 6.500 litri di etanolo. Con modifiche genetiche, la resa salirebbe a circa 10.000 litri/ettaro.
Se piantate ad esempio nei 45 milioni di ettari di terreni coltivabili ma non utilizzati negli Usa, esse potrebbero rimpiazzare l'80 % dei fossili per il trasporto (la cosiddetta miscela EA85).
L'Europa (EU25) ha 300 milioni di ettari coltivati e 200 milioni di veicoli.
Con 15.000 litri/ettaro (Miscanthus), la superficie coltivata per una idealizzata e totale sostituzione rinnovabile rappresenterebbe il 7% del totale !

A questo riguardo, queste piante non sono dunque niente altro che dei «captori solari», che convertono la luce del sole in etanolo con emissioni di CO2 teoricamente nulle e in pratica fino a 10-15 volte inferiori a quelle dei fossili: il rendimento di conversione energetico a partire dalla luce solare ricevuta nel campo supera il 2%, un risultato straordinario se si pensa che ad esempio il fotovoltaico ha un rendimento pratico dell'ordine del 8-10%. La biomassa, sia grazie a nuovi arbusti come ad esempio il Miscanthus, e ad alberi a rapida crescita come i pioppi, offre quindi una straordinaria possibilità di una concreta sostituzione ecologica e rinnovabile della benzina in tempi relativamente brevi e senza grandi cambiamenti nella tecnica (il contenuto energetico dell' etanolo è il 70% di quello della benzina), specialmente in quelle attività come ad esempio nei trasporti, in cui oggi quest'ultima ha un assoluto monopolio. In contrasto con le piante agricole oggi dominanti, questi nuovi metodi assicurano non solo una produttività considerevolmente maggiore ma anche la completa separazione tra la produzione agricola per l'uomo e gli animali - oggetto questo di crescente preoccupazione soprattutto per i Paesi in via di sviluppo - e la sostituzione nei trasporti con un liquido molto vicino all'ordinaria benzina.
Il Corriere della Sera, 3 maggio 2007 - Greenplanet.net - La rete del biologico su internet dal 1995
Tratto da:
http://www.greenplanet.net


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Verso un biocombustibile sostenibile
I ricercatori stanno ora cercando di sperimentare nuove biomasse per alimentare i microrganismi che dovrebbero fermentare gli zuccheri in etanolo: il materiale più conveniente è la biomassa lignocellulosica che include i residui del legno, la carta riciclata e i materiali di scarto di coltivazioni dedicate alla produzione di energia

Gli organismi microscopici - batteri, cianobatteri, funghi e microalghe, sono fattori biologici che stanno dimostrando di essere fonti efficienti di biocombustibili a basso impatto ambientale che potrebbero rappresentare come alternativa al petrolio, secondo una ricerca presentata al convegni dell’American Society for Microbiology in corso a Boston.
Il principale biocombustibile attualmente sul mercato è l’etanolo, prodotto per la maggior parte negli Stati Uniti a partire dalla fermentazione degli zuccheri del mais. Questo tipo di produzione è ora oggetto di aspre critiche per l’aumento dei prezzi dei beni alimentari che determina.

I ricercatori stanno ora cercando di sperimentare nuove biomasse per alimentare i microrganismi che dovrebbero fermentare gli zuccheri producendo etanolo.
Il materiale più conveniente è la biomassa lignocellulosica, che include i residui del legno, la carta riciclata e i materiali di scarto di coltivazioni dedicate alla produzione di energia (come i tutoli del mais coltivato per produrre biocombustibili).
In questo caso il problema è che gli zuccheri necessari per la fermentazione sono intrappolati all’interno della cellulosa del legno. Govind Nadathur e colleghi dell’Università di Puerto Rico stanno cercando ecosistemi inusuali dotati di organismi rari in grado di produrre enzimi che consentono di estrarre questi zuccheri.
"Il legno finisce nell’oceano: che cosa degrada tutta questa biomassa ? Abbiamo trovato che alcuni molluschi che consumano il legno sono in grado di farlo con l’aiuto di batteri che vivono nel loro stomaco, che producono enzimi in grado di scindere le molecole di cellulosa. E si trova qualcosa di analogo anche nelle termiti", ha commentato Nadathur. L’obiettivo pertanto è quello di utilizzare questi enzimi come passo fondamentale per costruire sistemi chiusi e integrati che potrebbero produrre etanolo.

La ricerca è cominciata cercando di sfruttare la canna da zucchero e i fiori di ibisco che cresce nelle coltivazioni locali di Puerto Rico, che producono grandi quantità di biomassa. Utilizzando diversi enzimi, Nadathur e i suoi colleghi ritengono di poter estrarre gli zuccheri contenuti nella biomassa e di farli fermentare per ottenere etanolo, intrappolando il biossido di carbonio che viene prodotto nel corso del processo. (fc)
Tratto da: lescienze.espresso.repubblica.it

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Microalghe modificate per produrre biocombustibili
Gli organismi sono stati modificati geneticamente per minimizzare il numero di molecole di clorofilla necessarie per sfruttare la radiazione luminosa

Anche le microalghe potrebbero presto entrare come materia prima in un ciclo produttivo di biocombustibile: è la proposta avanzata in un numero speciale dedicato all’energia della rivista on-line ad accesso libero “Optics Express”, edito dalla Optical Society of America (OSA) dai ricercatori dell’Università della California a Berkeley.
Nel corso dello studio, questi organismi sono stati modificati geneticamente per minimizzare il numero di molecole di clorofilla necessarie per sfruttare la radiazione luminosa senza compromettere il processo di fotosintesi all’interno delle cellule.
Con questa modifica, invece di produrre una quantità maggiore di molecole di zucchero, le microalghe potrebbero produrre idrogeno o idrocarburi.
I ricercatori di Berkeley hanno identificato le istruzioni genetiche nel genoma di una specie di alga responsabili del dispiegamento di circa 600 molecole di clorofilla nelle 'antenne' che, nelle cellule, sono predisposte alla raccolta della luce. Per questa operazione, essi ritengono che ne possano bastare solo 130.
L’obiettivo degli scienziati è quello di modificare la normale funzione di fotosintesi convertendola dalla generazione di biomassa alla sintesi di sostanze quali lipidi, idrocarburi e idrogeno.
Tasios Melis, uno dei coautori dell’articolo, sostiene che le antenne che contengono clorofilla nelle alghe aiutano tali organismi a competere per l’assorbimento della luce del sole e a sopravvivere in ambienti in cui essa è spesso limitata.
Le microalghe sono organismi ideali per questo tipo di sfruttamento grazie al loro alto tasso di fotosintesi: esse, infatti, sono circa 10 volte più efficienti delle specie vegetali che vivono sulla terraferma come la canna da zucchero, il mais e il panico verga (Panicum virgatum), spesso considerate fonti possibili di biocombustibili. (fc)
Tratto da:
lescienze.espresso.repubblica.it

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Una nuova tecnica per ottenere biocarburanti dai batteri – 08 Feb 2012
Per ottenere butanolo, e quindi energia, da un batterio, “basta” invertire il processo biochimico con il quale normalmente le cellule bruciano i grassi – la beta ossidazione. Per lo meno questa è la strada intrapresa dai ricercatori della Rice University di Houston, in Texas, che in uno studio pubblicato su Nature ci sono riusciti modificando una dozzina di geni del Dna di Escherichia coli. 
Di solito i biotecnologi che lavorano per ottenere biocarburanti cercano di copiare il processo con cui le cellule metabolizzano, ovvero costituiscono, le lunghe catene di acidi grassi. Tuttavia si tratta di un procedimento meno efficiente rispetto a quello di beta ossidazione che, al contrario, le spezzetta per ottenere molecole più semplici e utilizzabili dall’organismo.
Questo il motivo per cui gli studiosi hanno deciso di provare questa strada, mettendo in pratica anni di studi di ingegneria genetica. Con risultati decisamente sorprendenti: il processo messo a punto dal team, di cui fa parte anche Clementina Dellomonaco (prima firma dello studio) è dieci volte più veloce rispetto a quelli realizzati finora per scopi simili.

Riferimenti: Clementina Dellomonaco, James M. Clomburg, Elliot N. Miller e Ramon Gonzalez - Engineered reversal of the β-oxidation cycle for the synthesis of fuels and chemicals; DOI: 10.1038/nature10333
Tratto da: galileo.net