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I
fumatori di marijuana ? "stanno facendo saltare
anche i loro
cervelli".
Fumare marijuana danneggia il
Dna
e predispone al
cancro.
Il nuovo studio Ricercatori
dell’Università di Leicester nel Regno Unito
avvertono che
fumare
cannabis altera il
DNA e
aumenta il rischi di cancro.
A seguito dello studio, gli scienziati affermano
di aver trovato le prove che il fumo di cannabis
è pericoloso per l’essere umano.
I risultati di questo nuovo studio, che getta
nuova luce sull’uso della cannabis come
stupefacente, sono stati pubblicati sulla
rivista "Chemical Research in Toxicology".
Per la ricerca, condotta da scienziati
provenienti dal Dipartimento di Studio sul
Cancro e Medicina Molecolare del
Karolinska
Institute di Stoccolma in Svezia, è stata
impiegata una
tecnica
ultrasensibile detta cromatografia liquida
e la spettrometria di massa tandem per trovare
chiare indicazioni sul possibile danno al Dna in
condizioni di laboratorio.
I ricercatori mettono l’accento sul fatto che il
fumo, in particolare quello di tabacco, è
notoriamente tossico. Di fatto, questo, contiene
oltre 4.000 sostanze chimiche di cui almeno 69
sono state classificate come cancerogene. La
marijuana per essere fumata viene , in genere,
mescolata con il tabacco poiché da sola è meno
combustibile. In virtù di questa sua
caratteristica,
la cannabis
contiene il 50% in più di policiclici aromatici
cancerogeni, idrocarburi compresi il naftalene,
benzantracene e benzopirene, che non il fumo di
tabacco.
In totale, il fumo di questa, contiene circa 400
composti, di cui 60 cannabinoidi.
Nell’articolo pubblicato, gli scienziati
forniscono i dati relativi all’analisi condotta
con la spettrometria per provare che, in
condizioni di laboratorio, il fumo di cannabis
danneggia il
Dna umano. La ricerca, in
particolare, si è concentrata sulla tossicità
dell’acetaldeide, una sostanza presente sia nel
tabacco che nella cannabis, sottolineano i
ricercatori.
Tratto da:
lastampa.it
Anche se la cannabis è la sostanza illecita più
utilizzata al mondo, gli effetti a lungo termine
sul cervello
sono ancora da appurare. Ora arriva il primo
studio che esamina l’influenza dell’uso della
cannabis sulla “girificazione” del cervello,
ossia la formazione dei giri e dei solchi
cerebrali, pubblicato da un team di ricercatori
spagnoli che hanno studiato la morfologia del
cervello in un campione di trenta ragazzi
utilizzando la Risonanza Magnetica encefalica,
per determinare se gli adolescenti e i giovani
che ne fanno uso abbiano anomalie cerebrali. I
ricercatori hanno confrontato la conformazione
strutturale dell’encefalo di questi ragazzi con
un gruppo di quarantaquattro volontari sani.
I risultati ottenuti
dalla ricostruzione della morfologia cerebrale,
pubblicati sulla rivista scientifica Brain
Research, hanno dimostrato che nei
consumatori di cannabis si assiste ad una
riduzione dei solchi cerebrali in entrambi gli
emisferi, oltre ad uno spessore corticale più
sottile nel lobo frontale destro. Fra i giovani
non consumatori, l'età gioca un ruolo importante
nella riduzione della girificazione e dello
spessore corticale, mentre fra i consumatori non
dipendeva ne' dall'età, ne' da quando si è
iniziato a consumare cannabis, ne'
dall'esposizione cumulativa alla sostanza.
Questo studio suggerisce che la cannabis, se
usata durante l'adolescenza o da giovani adulti,
possa provocare una prematura alterazione della
girificazione corticale simile a quella che
accade in età solitamente più avanzata nei non
consumatori. - Tratto da Aduc salute -
26/04/2010
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La cannabis
utilizzata per fumarla, aumenta il
rischio suicidio - Il consumo di cannabis
porta a pensieri suicidi – 29/09/2012
Lo dimostra uno studio neozelandese dal titolo
"Cannabis use and suicidal ideation", redatto
dall'Università
di Melbourne e presentato nei giorni scorsi
a una conferenza sull'argomento, che si è tenuta
nella città australiana.
Un team di ricercatori ha utilizzato i dati di
uno studio della "Christchurch
Health and Development Study" che analizzava
il comportamento dei
bimbi nati nel 1977 in Nuova Zelanda, al
fine di stabilire se esistesse una relazione
causale tra l'uso di cannabis ed eventuali
tendenze suicide.
Ebbene, nel campione osservato è risultato che
il 38 per cento delle femmine e il 31 per cento
dei maschi aveva avuto pensieri suicidi. L'età
media di insorgenza di tali pensieri è stata
fissata ai 17 anni per le femmine e 18 anni per
i maschi.
Inoltre, la probabilità di avere tali pensieri
nei consumatori giornalieri di cannabis è stata
rilevata nel 74,4 per cento per le femmine e del
51 per cento per i maschi. Mentre per i non
consumatori questo dato si fermava
rispettivamente al 35 e al 25,5 per cento.
"Questo studio, così come altri - ha dichiarato
l'esperto Giovanni Serpelloni - fa capire che
l'uso di cannabis soprattutto in persone
vulnerabili può incrementare il rischio di
mortalità per varie cause. E' risaputo infatti
che il Thc (principio attivo della cannabis) non
crea una mortalità diretta, ma non può essere
sottovaluto l'incremento di mortalità indiretta
dovuto all'aumento delle probabilità di
incidenti stradali, sui luoghi di lavoro,
domestici, criminali e non ultimi i suicidi
legati all'uso di cannabis".
"Porrei l'accento sulle ricadute sull'attenzione
e sulla stabilità psichica dei soggetti, in
relazione sia agli stati depressivi che
demotivazionali che la cannabis è in grado di
creare", prosegue il medico. "Altri studi prima
di questo avevano comunque già evidenziato che
chi utilizza la cannabis quotidianamente è
affetto da disturbi di ansia e depressivi e
quindi risulta essere più esposto al rischio di
suicidio".
Commento NdR:
questo studio pero’ non ha indagato su altri
importanti cofattori, i
vaccini e
l’utilizzo di
psicofarmaci, che anch’essi inducono
variazioni e turbe di comportamento, quando
addirittura non ledono
parti
del cervello, come nel
caso dei vaccini
- ricordiamo che tutti i
bambini dello studio sono stati tutti
super vaccinati
!
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La canapa NON deve essere fumata ma
utilizzata
per una miriade di altre possibilita'
vedi:
LA VERA STORIA della CANAPA
+
Marijuana: uccide le cellule cancerose
+
Cannabis in medicina
La depenalizzazione della droga ? «Fondata sulla più grande leggenda:
pensare che la cannabis sia innocua».
La miccia l’ha innescata Susan Greenfield, titolare della cattedra di Farmacologia Sinaptica della Oxford
University, autrice di 150 pubblicazioni nel campo sulle riviste
scientifiche internazionali più prestigiose, e membro non politico della
Camera dei Lord inglese. Greenfield prende la parola per bocciare dagli
scranni della Oxford University quella che lei chiama «l’idea tossica»
del governo di TonyBlair: degradare la marijuana a droga a basso rischio
in modo che il suo uso e possesso non sia più motivo di arresto.
La
definisce «una follia».
E spiega: «La marijuana ha
suo recettore nel cervello e si inserisce in delicatissimi meccanismi
neurochimici alla base delle funzioni cognitive. In più, crea dipendenza
psichica. I consumatori di cannabis devono assumere quantità sempre
maggiori per raggiungere gli effetti desiderati. Risultato: il
10 per cento non riesce a smettere, anche se vorrebbe».
Il membro della Camera dei Lord riassume così i risultati di parecchi
studi recenti sugli effetti neurologici della cannabis. In particolare, i
lavori più importanti portano la firma di Steven Goldberg e Gigi Tanda
del Nida, l’Istituto nazionale sull’abuso di droga americano, del cagliaritano Gaetano Di Chiara e di Beat Lutz del Max
Planck of Psychiatric di Monaco.
La ricerca del massimo istituto
americano di studi stilla droga, pubblicata pochi anni fa su “Nature
Neuroscience”, ha dimostrato che il principio della cannbis, il Delta 9
tetraidrocannabinolo, (Thc), ha gli stessi effetti neurologici della
cocaina. 0vvero produce delle precise rnodificazioni cerebrali, il che
sembra confermato dallo studio tedesco pubblicato sull’ ultimo) numero
di ‘Nature”. Beat Lutz e i suoi collaboratori hanno infatti visto cosa
accade stimolando due batterie di topi: un gruppo modificato geneticamente
in modo da non avere il recettore cerebrale del cannabinoide (ovvero ad
esservi insensibile) e un altro senza questa modifica genetica. Osservando
le reazioni dei topi modificati e di quelli normali, i ricercatori
tedeschi hanno dimostrato che il Thc e
molecole simili sono capaci di spazzare via dal cervello memorie
sgradevoli agendo proprio sui recettori della cannabis. Anche se Lutz
suggerisce che questa scoperta può aprire la strada alla formulazione di
farmaci ansiolitici, l’immediata conseguenza del lavoro è l’osservazione
di come i cannabinoidi abbiano un’azione neurologica creando un mondo
psicologico parallelo e innaturale di sensazioni, emozioni, memorie.
«Se si vuoi capire quali sono gli effetti della marijuana sul nostro
cervello, basta andare a vedere come sono distribuiti i suoi recettori,
concentrati nelle parti limbiche dove hanno sede le emozioni e le funzioni
cognitive», spiega Gaetano Di Chiara, ordinario di farmacologia
dell’università di Cagliari, presidente del Fens, Federazione europea
delle società di neuroscienza.
Di Chiara studia da sempre il problema e ha scritto una serie di studi
pubblicati da “Nature” e “Science”, l’ultimo qualche mese fa,
dove ha dimostrato che il principio attivo della cannabis, il Thc, ha la
capacità (come i principi attivi delle droghe più pesanti, compresa
l’eroina e la cocaina) di aumentare i livelli di una sostanza chimica,
la dopamina, che serve per trasmettere le informazioni tra le cellule
cerebrali.
«Il Thc,» aggiunge, «attraverso
questa proprietà provoca dipendenza in individui che ne facciano uso
ripetuto.
La prova è che ad Amsterdam, nelle numerose cliniche di
disintossicazione da cannabis, i medici riportano numerosi casi di
dipendenza».
Annota il farmacologo: «La marijuana incide in maniera profonda nelle
funzioni che noi consideriamo squisitamente umane». Come a dire che
modifica radicalmente l’azione del nostro cervello facendoci agire
diversamente da come faremmo senza averla assunta. E, aggiunge Di Chiara:
«Considerarla innocua in nomedi un’idea di libertà, significa abdicare
al nostro stesso libero arbitrio». Insomma gli studi neurologici ci impongono
di rivedere il vecchio tabù della sinistra che ha regalato alla
“maria” la patina di droga libertaria e non dannosa. Ma, avverte
Gabriella Zorzi, pedagogista trainer del Maya Liebl Institute, con sedi a
Livorno e Washington Dc, autrice del saggio «Universi Diversi” (Belforte
editore):
«Bisognaguardarsidallaparola ‘leggere” come da un silenziatore che
davanti a una rivoltella, attutisce solo il fragore. L’effetto,
più lento e subdolo, arriva puntuale». E non riguarda solo pochi reduci
degli anni Settanta.
Anzi, l’ultima indagine Espad (European School
Survey Project on Alchool and Other Drugs) fatta in 250 scuole fra la
popolazione degli istituti secondari italiani, nella fascia d’età 15-19
anni ha registrato nel 2001 un abbassamento ulteriore dell’età della
prima iniziazione alla droga: 11 anni.
In aumento, invece, nei ragazzi delle scuole medie superiori, la
percentuale di chi ha consumato marijuana almeno una volta in vita sua:
dal 25 per cento del 1995 al 32,7 del 2001: praticamente un terzo della
popolazione giovanile.
• Ma il dato che conferma la rilevanza del fenomeno emerge da un’altra
indagine, la prima effettuata in Italia nella popolazione generale che ha
interessato la fascia d’étà tra i 15 e 44 anni. I risultati contenuti
nella relazione annuale presentata lo scorso mese al Parlamento sullo
stato delle tossicodipendenze, indicano che il 28 per cento degli italiani
tra i 15 e 44 anni dichiara di aver fatto uso, almeno una volta nella
vita, di cannabis. In particolare, colpisce il fatto che sia i 15 e 24
anni il 12,7 per cento dei maschi (1 maschio su 8) e il 9,2 delle femmine
(1 su 11) affermi di aver fumato almeno uno spinello negli ultimi 30
giorni.
Un fenomeno, quello dell’abuso di cannabjs, che da anni ha anche una
rilevanza psichiatrica. «Il fatto è che la marijuana amplifica in modo
smisurato nella struttura psichica stati emotivi non controllati che vanno
contro un proprio sentire»: spiega lo psichiatra Giovanni Castellano,
coordinatore negli anni Ottanta di un progetto poliennale per prevenzione
delle tossicodipendenze per conto dei provveditorati agli studi in scuole
di vari ordine e grado.
«La percezione del vivere non è più
reale, ma non per via delle allucinazioni. Ma perché non corrisponde più
all’assetto interno della personalità». Risultato: in presenza di una
difficoltà esistenziale chi ha fatto uso di droghe, compresa la cannabis,
invece di reagire o accettare la sofferenza, prende la scorciatoia.
La
denuncia, allo stesso modo di quella neurofarmacologa inglese Susan
Greenfield, è contro una «cultura favorevole all’uso della droga».
A
partire dall’ambiente scolastico che, sostiene lo psichiatra, a partire
dagli anni Ottanta ha dato una visione
distorta «non così allarmante» dell’uso della cannabis. «Il problema
è che l’adolescenza è un momento delicato di ricerca dell’identità.
L’atteggiamento del mondo esterno è importantissimo. Se il ragazzo non
avverte un fortissimo messaggio di condanna, sceglie la droga», conclude
lo psichiatra.
Anche dati dall’osservatorio delle tossicodipendenze di
Lisbona, (www.emcdda.org), confermano che si inizia presto a consumare
cannabis. E ciò aggrava la situazione giacché, spiega ancora Castellano:
«La gravità degli effetti della marijuana dipende dall’età di
iniziazione alla sostanza. Se si cominciano a fumare spinelli quando la
struttura psichica è già formata l’effetto è minore. Ma se si assume
marijuana nella prima adolescenza, la personalità si costruisce in
funzione della sostanza».
L’imbroglio più grande ? Per il professore
far credere ai ragazzi che scoprano se stessi anche attraverso la cannabis.
«In realtà la droga non fa scoprire niente. Semplicemente dà
l’illusione di risolvere un malessere. Malessere che deriva dal fatto di
non stare vivendo una pienezza della propria
vita».
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struttura molecolare del Thc |

una foglia di marijuana al
microscopio |
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pianta di canapa indiana
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Contro
il dolore c’è di meglio
COLLOQUIO con l'oncologo Dino AMADORI
Marijuana
a scopo terapeutico: sì o no ? Lo abbiamo chiesto
a Dino Amadori, direttore del dipartimento di
oncologia dell’azienda sanitaria locale di Forlì,
già redattore scientifico per l’allora ministro
della Sanità Rosy Bindi della cosiddetta “legge
sul dolore”, la norma che ha finalmente permesso
la somministrazione di farmaci adeguati a pazienti
terminali o gravemente sofferenti.
La cannabis è consigliabile nella terapia del
dolore ?
"No. Non dà risultati superiori alla
codeina, che usiamo di solito, mentre invece
produce effetti collaterali sul sistema nervoso
centrale. Siccome la terapia anti-dolore dura a
lungo l’uso dei cannabinoidi che possono
provocare vertigini, allucinazioni, paranoia,
mutamento dell’umore è sconsigliabile. E non
devono essere utilizzati nél dolore acuto
post-operatorio. Secondo uno studio
del 2002 apparso su “Movement Desorder”,-poi,
non hanno dimostrato nessuna efficacia nel caso di
sindromi spastiche distoniche"
Per i malati di cancro può essere utile ?
"Secondo uno studio compiuto su 1.366
pazienti e pubblicato sul “British Medical
Journal” nel 2001 la marijuana contiene dei
componenti che hanno dimostrato una certa
efficacia contro la nausea e il vomito causati
dalla chemioterapia. Il derivato della cannabis
risulta migliore rispetto ad altri farmaci, come
il Plasil"
Come si somministra la cannabis ?
"I derivati della marijuana vengono
utilizzati per via orale o intramuscolare. Questo
va distinto dall’abitudine al fumo di marijuana
che nel suo uso prolungato può avere effetti
avversi sia fisici che neuropsichiatrici.
In alcuni talk show si sono sentite testimonianze
di persone che parlavano di effetti terapeutici
straordinari.
Si è visto persino un malato di epilessia dire
che quando fumava marijuana gli passavano le
crisi.
Cio'
significa che comunque su questo argomento occorre
studiare di piu' e fare dei seri test !
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La tomografia
a positroni dei
cervelli di un non fumatore
(A) e di consumatore di cannabis (B) |
La
CANNABIS DANNEGGIA
le GENGIVE
SYDNEY - 02/02/08 - I fumatori abituali
di cannabis non danneggiano soltanto i
polmoni e la memoria, ma anche le
gengive, facendole recedere e nei casi
peggiori causando la perdita dei denti.
Lo indica una ricerca neozelandese della
Scuola di Medicina di Dunedin, che ha
seguito oltre 900 persone di età fra 18
e 32 anni, monitorando regolarmente il
loro consumo di cannabis e i controlli
dentari. Lo studio, pubblicato
sull'ultimo numero della rivista
dell'American Medical Association,
indica che la malattia peridentaria
colpisce più severamente chi fuma più
spesso: in questo gruppo una persona su
quattro ha contratto una condizione
cronica entro l'età di 32 anni.
Dai check-up più recenti è risultato che
appena il 6,5% dei non fumatori di
cannabis mostrava forti sintomi di
infiammazione e di deperimento dei
tessuti associati con affezione
peridentaria. La proporzione sale però
all'11% fra chi fuma spinelli
occasionalmente, ed al 24% fra chi ha
ammesso di fumarli regolarmente sin
dall'età di 18 anni. Nell'insieme, fra i
fumatori abituali, cioé chi fuma in
media 41 o più spinelli l'anno, fra 18 e
32 anni, il rischio di contrarre la
malattia è del 60% superiore alla media
della popolazione, anche escludendo
altri fattori possibili come la placca
dentaria. Studi precedenti avevano già
legato la malattia peridentaria al fumo
di tabacco, ma questo è il primo che la
lega all'uso di marijuana.
"Le autorità sanitarie, i dentisti e i
medici dovrebbero intervenire per
sollevare la consapevolezza della forte
probabilità che chi fuma regolarmente
cannabis causa danno ai tessuti che
sostengono i denti", scrive Murray
Thomson che ha guidato la ricerca. La
malattia peridentaria, normalmente
considerata una condizione della mezza
età, è la seconda causa di perdita dei
denti dopo le cavità.
Tratto da: ANSA.it
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Nonostante in letteratura esistano numerose
evidenze che suggeriscono come l’assunzione
prolungata di cannabis sia associata alla
comparsa di alcuni eventi avversi, molti
utilizzatori sono convinti che questa sostanza
sia relativamente pericolosa per la salute e
che, quindi, dovrebbe essere legalmente
disponibile.
Nei Paesi sviluppati, la cannabis rappresenta la
droga maggiormente utilizzata: negli Stati
Uniti, per esempio, secondo stime recenti, gli
utilizzatori sarebbero circa 15 milioni in un
mese e, di questi, circa 3,4 milioni
assumerebbero la cannabis quotidianamente per
almeno un anno.
Tuttavia, ad oggi, la maggior parte degli studi
è stata condotta in modelli animali e dai
risultati ottenuti è emerso come una
somministrazione a lungo termine di cannabinoidi
sia in grado di indurre cambiamenti neurotossici
nell’ippocampo, inclusa una diminuzione del
volume neuronale, della densità neuronale e
sinaptica, e della lunghezza dei dendriti dei
neuroni piramidali.
Volumi minori
Per questa ragione, un gruppo di ricercatori
australiani ha indagato gli effetti di un
consumo elevato (oltre 5 dosi al giorno) e
prolungato (più di 10 anni) di cannabis in 15
soggetti con un’età media di 39,8 anni e in 16
controlli. Dal campione in esame sono stati
esclusi i pazienti affetti da disturbi mentali e
neurologici e chi presentava una storia di abuso
di molteplici droghe.
In particolare, sono state prese in
considerazione ippocampo e amigdala, due regioni
cerebrali ricche di recettori per i cannabinoidi,
e, tramite risonanza magnetica a elevata
risoluzione, sono state misurate le eventuali
variazioni volumetriche di queste aree.
I ricercatori hanno, così, osservato che i
consumatori di cannabis mostravano una riduzione
bilaterale del volume sia dell’ippocampo, sia
dell’amigdala (rispettivamente del 12% e del
7,1%) e hanno identificato un’associazione
inversa tra il volume ippocampale dell’emisfero
sinistro e l’esposizione alla droga durante il
decennio precedente.
Inoltre, i soggetti che assumevano la cannabis,
rispetto agli appartenenti al gruppo di
controllo, ottenevano una performance più scarsa
per quanto riguardava l’apprendimento verbale ed
erano esposti a un rischio più elevato di
insorgenza di sintomi psicotici.
Conferme per l`uomo
I risultati ottenuti confermano quanto osservato
in vivo, dimostrando come l’assunzione
prolungata di elevate dosi di cannabis induca
una significativa riduzione del volume
dell’ippocampo e dell’amigdala.
Infatti, con elevata probabilità, la mancanza di
effetti osservata in alcuni studi precedenti era
dovuta all’impiego di tecniche di imaging
caratterizzate da basso potere risolutivo o da
un periodo di esposizione alla sostanza
stupefacente troppo breve.
Tuttavia, resta da chiarire l’eziologia delle
riduzioni volumetriche osservate, in quanto
potrebbero essere dovute a una perdita di glia o
neuroni, a un cambiamento delle dimensioni
cellulari o a una diminuzione della densità
sinaptica, come suggeriscono i dati emersi da
alcune ricerche eseguite in modelli murini.
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