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Un episodio molto interessante è la situazione che emerge da un
articolo pubblicato su La Stampa nel 1994 (Ombre
sulla Lega Tumori. "Fa affari, non prevenzione"
p. 13). - vedi anche:
Telethon +
AIRC
Il soggetto in questione, in questo caso, è la Lega Tumori,
una di quelle associazioni che non incontrano difficoltà a reperire fondi pubblici e privati, disponibilità di personale
medico e non, sponsor e benefattori, con la
motivazione della necessità di sostenere la ricerca contro
il cancro. Ebbene il sottosegretario alla Sanità Publio Fiori, bocciò
il bilancio di previsione '93 della Lega Tumori, sostenendo una grave accusa: più del 90% delle spese non veniva destinato
alla ricerca o alla cura dei tumori, ma
all'investimento immobiliare e mobiliare.
L'accusa dell'onorevole Fiori, veniva supportata
da cifre di per sé eloquenti: la sede centrale
aveva destinato una minima parte dei mezzi finanziari di cui disponeva,
al raggiungimento degli obiettivi istituzionali, equivalenti a 810
milioni (nemmeno un miliardo!), mentre ben 9.360 milioni (quasi 10 miliardi
di lire !) sarebbero stati spesi per investimenti
patrimoniali.
Fiori sottolineava che la Lega
Tumori "tiene in piedi un'organizzazione che assorbe
costi amministrativi ammontanti a circa 2 mila milioni, dedita per la maggior parte ad investire in operazioni finanziarie,
consistenti in prevalenza in acquisto o rinnovo di
titoli di Stato". Una terapia veramente innovativa
per la cura del cancro, la speculazione in titoli !
Bocciati come benefattori,
non sembrano abili neppure come
amministratori, poiché da un cospicuo patrimonio
immobiliare, riuscivano ad ottenere un rendimento annuo di
soli 3 milioni di lire.
L'onorevole Fiori ha evidenziato nell'analisi che erano ben 745 i
milioni di interessi attivi che la Lega Tumori era
riuscita a raggiungere in un anno.
Gli altri dati, come per esempio i 2,3 miliardi di immobilizzazioni
tecniche ed i 10,1 miliardi di partecipazioni e
valori mobiliari, comprovano la validità delle
accuse mosse dal parlamentare.
E dimostrano in quali amorevoli mani sia, in
realtà affidata la cura dei malati di cancro !
Se dopo tutto questi fatti, che purtroppo riguardano anche altri
Paesi, ci soffermiamo a confrontare i dati forniti
dall'americano N.C.I. ed i finanziamenti investiti
inutilmente in tutti questi anni, ne segue una valutazione
immediata: non hanno ragione d'essere le lamentele di Garattini sugli
scarsi finanziamenti, perché meglio sarebbe per lo Stato italiano, non solo non stanziare più di quanto non abbia già fatto
finora, ma anzi esigere un reale, quanto
dettagliato e costante resoconto pubblico del procedere delle ricerche
e dei risultati conseguiti. Sembra però alquanto difficile pensare che possa prendere una simile decisione uno Stato succube
delle multinazionali farmaceutiche.
Non pare azzardata l'ipotesi di chi sospetta che, in tutta questa
attività di millantata pubblica (?) utilità ci
sia quanto meno una parvenza di interesse privato.
Soprattutto alla luce di alcune affermazioni che sono state
fatte dalla Guardia di Finanza di Roma, quando ha scoperto persino un'intensa attività di sperimentazione clinica negli
ospedali della capitale su pazienti ricoverati.
Il
Coordinamento per i Diritti dei Cittadini ha infatti
rimarcato come "uno degli aspetti più inquietanti sarebbe quello
che riguarda i finanziamenti da parte delle case
farmaceutiche alle strutture pubbliche che, come
prevede la legge, pagano le spese delle sperimentazioni cliniche,
oltre al fatto che la ricerca è sostanzialmente orientata solo su quei prodotti che possono garantire un vasto
mercato"
(L'Indipendente, 19 marzo 1996).
Che dire della Francia, dove la Lega nazionale contro il
cancro è stata accusata di manipolazioni
finanziarie, vedendo coinvolti il presidente ed alcuni
ricercatori ? I finanziamenti della Campagna nazionale, vanno dai 60 ai 500 franchi francesi per persona, fino alle centinaia
di milioni di franchi che pervengono dai suoi tre
milioni di aderenti, cittadini in buona fede, ma
evidentemente male informati, che credono davvero di contribuire alla
vittoria sul cancro con un'offerta, oltre tutto deducibile dalle tasse.
Il presidente incriminato è Sacques
Crozemarie, dottore honoris
causa di una sconosciuta facoltà americana di
Charleston, per giunta consigliere della Direzione
generale del CNRS per la Ricerca sul cancro. Questa persona ha incassato
in tre anni, dal '90 al '93, dai 600 ai 700 mila franchi annui, a titolo di onorario, da una società americana di New
York, la Andara, la cui presidente è socia del
presidente di un'altra società che fornisce la carta all'ARC
per le sue pubblicazioni, ora sotto inchiesta della Corte dei Conti
francese. Ancora più interessante risulterebbe il fatto
che il sovvenzionatore di Crozemarie, risulti
essere un recapito postale, senza alcuna attività alle
spalle (Orizzonti della Medicina, n. 67, giugno 1996, p. 8).
Ed ecco le dichiarazioni di Ivan Cavicchi, a quel tempo coordinatore
del settore Sanità della Cgil, apparse su
Panorama del 14 novembre 1993 e riferite dalla
pubblicazione Flash-News n. 41, in cui afferma quanto segue:
"Un sistema marcio e corrotto, di cui
Poggiolini era solo il guardaportone. Qui
c'è la complicità dei ministri De Lorenzo in testa, ma anche del
Consiglio Superiore della Sanità, dei luminari del Comitato bioetico,
dei professori foraggiati dall'industria
farmaceutica: un'intera organizzazione finalizzata
a fare soldi sulla pelle dei cittadini".
Parole pesanti come macigni; ci aspettavamo delle
smentite o delle querele.
In effetti Cavicchi non è più responsabile del
settore: è stato promosso, è passato alla
Farmindustria
!
Tratto da
http://archiviostorico.corriere.it/1994/gennaio/12/LEGA_TUMORI_troppi_palazzi_poca_co_0_9401123406.shtml
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DOVE FINISCONO le VOSTRE OFFERTE
Un episodio molto
interessante è la situazione che emerge da un
articolo pubblicato su La Stampa nel 1994 (Ombre
sulla Lega Tumori. "Fa affari, non prevenzione"
p. 13).
Il soggetto in questione, in questo caso, è la
Lega Tumori, una di quelle associazioni che non
incontrano difficoltà a reperire fondi pubblici
e privati, disponibilità di personale medico e
non, sponsor e benefattori, con la motivazione
della necessità di sostenere la ricerca contro
il cancro.
Ebbene il sottosegretario alla Sanità, Publio
Fiori, bocciò il bilancio di previsione '93
della Lega Tumori, sostenendo una grave accusa:
più del 90% delle spese non veniva destinato
alla ricerca o alla cura dei tumori, ma
all'investimento immobiliare e mobiliare.
L'accusa dell'onorevole Fiori, veniva supportata
da cifre di per sé eloquenti: la sede centrale
aveva destinato una minima parte dei mezzi
finanziari di cui disponeva, al raggiungimento
degli obiettivi istituzionali, equivalenti a 810
milioni (nemmeno un miliardo!), mentre ben 9.360
milioni (quasi 10 miliardi!) sarebbero stati
spesi per investimenti patrimoniali.
Fiori sottolineava che la Lega Tumori "tiene in
piedi un'organizzazione che assorbe costi
amministrativi ammontanti a circa 2 mila
milioni, dedita per la maggior parte ad
investire in operazioni finanziarie, consistenti
in prevalenza in acquisto o rinnovo di titoli di
Stato". Una terapia veramente innovativa per la
cura del cancro, la speculazione in titoli !
Bocciati come benefattori, non sembrano abili
neppure come amministratori, poiché, da un
cospicuo patrimonio immobiliare, riuscivano ad
ottenere un rendimento annuo di soli 3 milioni.
L'onorevole Fiori ha evidenziato nell'analisi
che erano ben 745 i milioni di interessi attivi
che la Lega Tumori era riuscita a raggiungere in
un anno. Gli altri dati, come per esempio i 2,3
miliardi di immobilizzazioni tecniche ed i 10,1
miliardi di partecipazioni e valori mobiliari,
comprovano la validità delle accuse mosse dal
parlamentare. E dimostrano in quali amorevoli
mani sia, in realtà, affidata la cura dei malati
di cancro !
Se dopo tutto questi fatti, che purtroppo
riguardano anche altri Paesi, ci soffermiamo a
confrontare i dati forniti dall'americano N.C.I.
ed i finanziamenti investiti inutilmente in
tutti questi anni, ne segue una valutazione
immediata: non hanno ragione d'essere le
lamentele di Garattini sugli scarsi
finanziamenti, perché meglio sarebbe per lo
Stato italiano, non solo non stanziare più di
quanto non abbia già fatto finora, ma anzi
esigere un reale, quanto dettagliato e costante
resoconto pubblico del procedere delle ricerche
e dei risultati conseguiti. Sembra però alquanto
difficile pensare che possa prendere una simile
decisione uno Stato succube delle multinazionali
farmaceutiche.
Non pare azzardata l'ipotesi di chi sospetta
che, in tutta questa attività di millantata
pubblica (?) utilità, ci sia quanto meno una
parvenza di interesse privato. Soprattutto alla
luce di alcune affermazioni che sono state fatte
dalla Guardia di Finanza di Roma, quando ha
scoperto persino un'intensa attività di
sperimentazione clinica negli ospedali della
capitale su pazienti ricoverati.
Il Coordinamento per i Diritti dei Cittadini ha
infatti rimarcato come "uno degli aspetti più
inquietanti sarebbe quello che riguarda i
finanziamenti da parte delle case farmaceutiche
alle strutture pubbliche che, come prevede la
legge, pagano le spese delle sperimentazioni
cliniche, oltre al fatto che la ricerca è
sostanzialmente orientata solo su quei prodotti
che possono garantire un vasto mercato"
(L'Indipendente, 19 marzo 1996).
Che dire della Francia, dove la Lega nazionale
contro il cancro è stata accusata di
manipolazioni finanziarie, vedendo coinvolti il
presidente ed alcuni ricercatori ?
I finanziamenti della Campagna nazionale, vanno
dai 60 ai 500 franchi francesi per persona, fino
alle centinaia di milioni di franchi che
pervengono dai suoi tre milioni di aderenti,
cittadini in buona fede, ma evidentemente male
informati, che credono davvero di contribuire
alla vittoria sul cancro con un'offerta, oltre
tutto deducibile dalle tasse.
Il presidente incriminato è Jacques Crozemarie,
dottore honoris causa di una sconosciuta facoltà
americana di Charleston, per giunta consigliere
della Direzione generale del CNRS per la Ricerca
sul cancro. Questa persona ha incassato in tre
anni, dal '90 al '93, dai 600 ai 700 mila
franchi annui, a titolo di onorario, da una
società americana di New York, la Andara, la cui
presidente è socia del presidente di un'altra
società, che fornisce la carta all'ARC per le
sue pubblicazioni, ora sotto inchiesta della
Corte dei Conti francese. Ancora più
interessante risulterebbe il fatto che il
sovvenzionatore di Crozemarie, risulti essere un
recapito postale, senza alcuna attività alle
spalle (Orizzonti della Medicina, n. 67, giugno
1996, p. 8).
Ed ecco le dichiarazioni di Ivan Cavicchi, a
quel tempo coordinatore del settore Sanità della
Cgil, apparse su Panorama del 14 novembre 1993 e
riferite dalla pubblicazione Flash-News n° 41,
in cui afferma quanto segue: "Un sistema marcio
e corrotto, di cui Poggiolini era solo il
guardaportone. Qui c'è la complicità dei
ministri De Lorenzo in testa, ma anche del
Consiglio Superiore della Sanità, dei luminari
del Comitato bioetico, dei professori foraggiati
dall'industria farmaceutica: un'intera
organizzazione finalizzata a fare soldi sulla
pelle dei cittadini".
Parole pesanti come macigni; ci aspettavamo
delle smentite o delle querele. In effetti
Cavicchi non è più responsabile del settore: è
stato promosso, è passato alla
Farmindustria !
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Beneficenza, fondi
Airc: alla ricerca solo la metà -
13 agosto 2009
Più di 90 milioni di entrate nel 2008, ai
laboratori destinati 45 milioni e mezzo L’anno
scorso quasi 23 milioni dirottati verso fondi di
investimento e obbligazioni.
Viaggio nel lato oscuro della beneficenza - Dove
finiscono i soldi ?
LEGISLAZIONE Sta per arrivare un regola
Milano - Fanno il bene, ma non
sempre fanno bene. Bussano alle nostre tasche,
proponendo mille cause nobili: la lotta senza
quartiere ad una malattia inguaribile, l'aiuto
ai bambini malati, una crociata contro le
infinite piaghe della nostra società.
Non sempre, però, i soldi che finiscono nelle
mani di enti e organizzazioni vengono spesi con
i migliori criteri. Sprechi, inefficienze, il
peso soffocante della burocrazia che uccide
anche i migliori sentimenti, quando non
ammanchi, ruberie, truffe delle più odiose. Il
mondo della carità, o della solidarietà, è una
foresta dove si trova di tutto. Straordinari
esempi di altruismo e storie di furbizia e di
cinismo che fanno a pugni con la nostra
coscienza.
Per questo, il Giornale è entrato in questo
mondo e l'ha esplorato, isolando alcune storie
esemplari che vi racconteremo nei prossimi
giorni. Abbiamo analizzato e smontato le più
grandi macchine raccogli soldi dell'Italia col
cuore in mano e abbiamo posto domande scomode a
trecentosessanta gradi. Non certo per
scandalizzare, ma per capire se i nostri soldi
sono in buone mani. Abbiamo cercato di
verificare le destinazione finale ed effettiva
di quel che quotidianamente diamo per le cause
più disparate. Vogliamo sapere come vengono
spese le nostre offerte, fino alla virgola e
fino al centesimo.
Attenzione: non si tratta di
spiccioli, ma di una montagna di denari. Solo il
5 per mille, scelto nel 2007 dal 61 per cento
degli italiani, vale quasi trecento milioni di
euro; e solo le grandi campagne di solidarietà,
che spesso passano con messaggi martellanti
attraverso la televisione, raccolgono 100-150
milioni di euro l'anno. Ma quei 400-450 milioni
di euro sono solo una parte di una torta molto
più grande. I soldi che circolano sono molti,
molti di più. E non sempre la carità è
trasparente.
Il Giornale ha messo il naso in questo mondo.
Abbiamo fatto le pulci all'Airc, la benemerita e
blasonata Associazione italiana per la ricerca
sul cancro. Abbiamo letto e controllato i
bilanci e siamo andati a vedere quanti soldi
finiscono effettivamente nella ricerca e quanti
si fermano prima: per pagare stipendi, computer,
telefoni, bollettini postali, comitati
regionali. Le sorprese non mancheranno.
Il Giornale ha verificato anche i conti dell'Anlaids,
l'associazione nazionale per la lotta all'Aids.
Nel week end di Pasqua le piazze d'Italia sono
un tripudio di alberelli nani, ornati col
fiocchetto rosso. In cambio, gli acquirenti
lasciano un'offerta. Dove va in concreto questa
offerta ?
È la domanda chiave di questa inchiesta. Va bene
dare, ma anche la generosità ha i suoi
parametri, i suoi standard ottimali, le sue
regole virtuose. Il Giornale ha interpellato il
professor Stefano Zamagni, presidente
dell'Agenzia per le onlus (Organizzazioni non
lucrative di utilità sociale), il cuore del non
profit italiano. E Zamagni ha spiegato limiti e
prospettive di questo mondo.
Nelle prossime settimane, finalmente, l'Agenzia
pubblicherà le linee guida. Sarà una piccola,
importante rivoluzione che costringerà il mondo
del volontariato a un passo più spedito: «Almeno
il 70 per cento dei soldi raccolti - ha spiegato
Zamagni al Giornale - dovrà andare al
beneficiario. Alle onlus è concesso il 30 per
cento, che è già molto».
Insomma, avremo finalmente un punto di
riferimento preciso per valutare la serietà e
l'efficienza del progetto di solidarietà che ci
viene proposto e in base a quello potremo
orientare le nostre donazioni.
E presto sarà finalmente pronto il decreto della
presidenza del Consiglio che darà finalmente
all'Agenzia i mezzi e i poteri per controllare
le onlus. Pare incredibile, ma il regolamento
finora non è arrivato. E senza uno straccio di
decalogo, si accalora Zamagni, l'Agenzia può
fare poco.
Molto poco. «È come se la Finanza
fosse mandata a scovare gli evasori senza dirle
se può ammanettarli o no». In ogni caso, pur con
mezzi limitati, l'Agenzia ha controllato
centinaia di sigle e ha inviato altrettanti
pareri all'Agenzia delle entrate: il più delle
volte positivi, ma in qualche caso di bocciatura
senza appello.
Nel cestone del volontariato abbiamo trovato di
tutto. E di tutto daremo conto, privilegiando
sprechi e ruberie. Senza tabù: dedicheremo
spazio anche alla Fao. E ci occuperemo anche
dell'opaca gestione dei generi alimentari,
destinati alle popolazioni più sfortunate,
colpite da calamità naturali. Il ministro Zaia
ha voluto vederci chiaro. E noi con lui.
Scandalo - 13/08/2009
Numerosi imprenditori di successo arricchiscono
la composizione dei 17 comitati regionali. Un
parterre consolidato di grandi aziende (Rai e
Mediaset, Intesa e Unicredit, Tim e Vodafone,
Starwood ed Esselunga) assicurano stabilità nel
tempo. Gli ultimi due spot istituzionali sono
firmati dal regista Ferzan Ozpetek e hanno come
protagoniste Isabella Ferrari e Valeria Golino.
Le iniziative promozionali entrano in tutte le
case italiane: l'Azalea della ricerca, le Arance
della salute, la Giornata nazionale. E ancora
feste, mercatini, concerti, pubblicazioni
scientifiche. E soprattutto l'Ifom (Istituto
Firc di oncologia molecolare), fondato nel 1998
dalla Fondazione italiana per la ricerca sul
cancro, un centro di studio e ricerca non profit
ad alta tecnologia.
Dare soldi all'Airc è come metterli nel
salvadanaio regalato dai nonni: sono al sicuro.
Un nome, una garanzia. Infatti l'associazione
raccoglie una montagna di denaro: nel 2008,
informa il bilancio appena pubblicato, sono
arrivati 90.542.066 euro dall'attività di
raccolta fondi. Arance e azalee, quote
associative e bollettini postali, auguri e
donazioni hanno fruttato 58 milioni e rotti di
euro cui si aggiungono oltre 32 milioni dal 5
per mille. Per avere dei paragoni, Actionaid ha
proventi per 44 milioni di euro, Telethon 30
milioni, Emergency 22 milioni, Telefono azzurro
7 e mezzo.
Ma quanti di questi denari raccolti finiscono
effettivamente ai ricercatori che devono
sconfiggere il cancro? La risposta, contenuta
nel medesimo bilancio, è sorprendente: poco più
della metà. Nel 2008 l'Airc ha destinato
43.892.390 euro (il 48,5 per cento) a «progetti
di ricerca, borse di studio e interventi vari»,
altri 1.146.497 euro (1,3 per cento) ad
«attività istituzionale d'informazione
scientifica "Notiziario fondamentale" e sito
internet», infine 577.339 euro (0,6 per cento)
ad altre attività istituzionali. In totale,
l'«attività istituzionale di sviluppo della
ricerca oncologica e informazione scientifica» è
costata all'Airc 45.616.226 euro: il 50,4 per
cento delle somme raccolte presso gli italiani.
Percentuale che scenderebbe al 49,4 se, invece
che limitarsi ai fondi donati, considerassimo il
totale dei mezzi disponibili (raccolta fondi più
proventi finanziari).
E l'altra metà della mietitura, dove finisce? È
una ricostruzione complessa. Raccogliere soldi
costa, e costa caro. Per comprare e distribuire
le arance della salute si spendono un milione
373mila euro (ricavo netto due milioni409mila),
i 700mila cestini delle azalee della ricerca
assorbono quattro milioni 774mila (per un
guadagno di cinque milioni 638mila). E poi la
spedizione dei bollettini postali, l'attività
dei comitati, le campagne pubblicitarie e di
sensibilizzazione. Complessivamente, gli oneri
direttamente legati al «fundraising» ammontano a
16.333.434 euro: come dire che per ogni euro
raccolto, 18 centesimi sfumano in spese vive.
A questo calcolo vanno aggiunti i costi
generali, cioè quelli sostenuti per tenere in
piedi la complessa macchina dell'associazione:
stipendi (cinque dirigenti, 72 impiegati, 5
collaboratori), gestione soci, attrezzature,
computer, telefoni, comitati regionali. Questa
voce si porta via 5.864.642 euro. E fanno 22
milioni 200mila euro di spese: un quarto delle
entrate. Sono cifre paragonabili al bilancio di
una media azienda italiana.
Ricapitoliamo.
Nel 2008 l'Associazione per la ricerca sul
cancro ha avuto a disposizione 92.285.542 euro,
di cui 90.542.066 donati direttamente dagli
italiani in varie forme. Una quantità di soldi
strabiliante. I vertici dell'Airc ne hanno
destinato soltanto metà alla ricerca oncologica,
scopo istituzionale dell'organismo. Per
pareggiare i conti, manca l'ultimo quarto: 24
milioni e mezzo di euro.
Che sono stati iscritti in bilancio come
«risultato gestionale dell'esercizio». Un utile
accantonato e non utilizzato. Un ottimo
risultato, se paragonato alla perdita di quasi
quattro milioni di euro registrata nel 2007.
Secondo l'articolo 20 dello statuto dell'Airc,
gli avanzi di gestione «saranno destinati, negli
esercizi successivi, agli scopi istituzionali»:
in ogni caso non viene distribuito nessun utile.
Ma nel frattempo, come vengono impiegati ?
Vengono investiti in titoli e fondi comuni di
investimento. In attesa di tempi migliori nei
quali aprire nuovi fronti di lotta al cancro, l'Airc
mette in banca i soldi versati con tanta
generosità dagli italiani.
Il dettaglio è contenuto nella nota integrativa
al bilancio. Al 31 dicembre 2008 risultavano
titoli di stato italiani (20.220.000 euro contro
i 698mila del 2007), fondi comuni monetari
(573mila, un anno prima erano 5.802.000),
obbligazioni di società italiane (20mila),
titoli di Stato estero denominati in euro
(5.054.000 euro).
Le disponibilità liquide ammontavano a
22.965.000 euro.
Tra interessi e cedole, questa serie di
investimenti ha reso un milione scarso.
L'Airc spiega che un avanzo di gestione di tali
dimensioni è dovuto al 5 per mille sui redditi
2005, solo parzialmente utilizzato. «Il
consiglio direttivo ha dato mandato alla
Commissione consultiva scientifica di
predisporre il piano strategico per l'utilizzo
delle eccezionali risorse pervenute e che
perverranno negli esercizi futuri.
Possibile che l'associazione non avesse idea di
quanto avrebbe incassato ?
E che non abbia progetti, borse di studio o
iniziative pronte per essere lanciate ?
Il Giornale avrebbe voluto porre queste e altre
domande a Piero Sierra, presidente dell'Airc, il
quale però era già partito per le vacanze
lontano dall'Italia dove non è stato possibile
telefonargli.
By S. Filippi - Tratto da: ilgiornale.it
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La
sigla è una delle più conosciute dalle famiglie
italiane:
Airc, Associazione italiana per la ricerca sul
cancro. È il male del secolo, ed è una malattia
ancora oscura. I fondi da investire negli studi
non sono mai abbastanza. E la macchina per
raccogliere denaro è enorme.
L’associazione ha una lunga storia alle spalle:
nacque nel 1965 da una costola dell’Istituto dei
tumori di Milano. Conta su un milione 700mila
soci in tutta Italia che ne confermano la
vastissima fiducia.
Ha l’appoggio di testimonial famosi (attori,
campioni dello sport, intellettuali) che
invitano a fare testamento a favore della
ricerca.
Un nome di spicco della medicina italiana,
quello dell’oncologo Umberto Veronesi, senatore
ed ex ministro, è garanzia di serietà.
Lo staff è composto da un comitato
tecnico-scientifico che vigila sull’impiego dei
fondi e un gruppo di 250 scienziati stranieri
che valuta i progetti di ricerca.
Numerosi imprenditori di successo arricchiscono
la composizione dei 17 comitati regionali. Un
parterre consolidato di grandi aziende (Rai e
Mediaset, Intesa e Unicredit, Tim e Vodafone,
Starwood ed Esselunga) assicurano stabilità nel
tempo. Gli ultimi due spot istituzionali sono
firmati dal regista Ferzan Ozpetek e hanno come
protagoniste Isabella Ferrari e Valeria Golino.
Le iniziative promozionali entrano in tutte le
case italiane: l’Azalea della ricerca, le Arance
della salute, la Giornata nazionale.
E ancora feste, mercatini, concerti,
pubblicazioni scientifiche. E soprattutto l’Ifom
(Istituto Firc di oncologia molecolare), fondato
nel 1998 dalla Fondazione italiana per la
ricerca sul cancro, un centro di studio e
ricerca non profit ad alta tecnologia.
Dare soldi all’Airc
è come metterli nel salvadanaio regalato dai
nonni: sono al sicuro.
Un nome, una garanzia. Infatti l’associazione
raccoglie una montagna di denaro: nel 2008,
informa il bilancio appena pubblicato, sono
arrivati 90.542.066 euro dall’attività di
raccolta fondi. Arance e azalee, quote
associative e bollettini postali, auguri e
donazioni hanno fruttato 58 milioni e rotti di
euro cui si aggiungono oltre 32 milioni dal 5
per mille. Per avere dei paragoni, Actionaid ha
proventi per 44 milioni di euro, Telethon 30
milioni, Emergency 22 milioni, Telefono azzurro
7 e mezzo.
Ma quanti di questi denari raccolti finiscono
effettivamente ai ricercatori che devono
sconfiggere il cancro ?
La risposta, contenuta nel medesimo bilancio, è
sorprendente: poco più della metà. Nel 2008 l’Airc
ha destinato 43.892.390 euro (il 48,5 per cento)
a «progetti di ricerca, borse di studio e
interventi vari», altri 1.146.497 euro (1,3 per
cento) ad «attività istituzionale d'informazione
scientifica “Notiziario fondamentale” e sito
internet», infine 577.339 euro (0,6 per cento)
ad altre attività istituzionali.
In totale, l’«attività istituzionale di sviluppo
della ricerca oncologica e informazione
scientifica» è costata all’Airc 45.616.226 euro:
il 50,4 per cento delle somme raccolte presso
gli italiani. Percentuale che scenderebbe al
49,4 se, invece che limitarsi ai fondi donati,
considerassimo il totale dei mezzi disponibili
(raccolta fondi più proventi finanziari).
E l’altra metà della
mietitura, dove finisce ? È una ricostruzione
complessa.
Raccogliere soldi costa, e costa caro. Per
comprare e distribuire le arance della salute si
spendono un milione 373mila euro (ricavo netto
due milioni409mila), i 700mila cestini delle
azalee della ricerca assorbono quattro milioni
774mila (per un guadagno di cinque milioni
638mila). E poi la spedizione dei bollettini
postali, l’attività dei comitati, le campagne
pubblicitarie e di sensibilizzazione.
Complessivamente, gli oneri direttamente legati
al «fundraising» ammontano a 16.333.434 euro:
come dire che per ogni euro raccolto, 18
centesimi sfumano in spese vive.
A questo calcolo vanno aggiunti i costi
generali, cioè quelli sostenuti per tenere in
piedi la complessa macchina dell’associazione:
stipendi (cinque dirigenti, 72 impiegati, 5
collaboratori), gestione soci, attrezzature,
computer, telefoni, comitati regionali. Questa
voce si porta via 5.864.642 euro. E fanno 22
milioni 200mila euro di spese: un quarto delle
entrate. Sono cifre paragonabili al bilancio di
una media azienda italiana.
Ricapitoliamo. Nel
2008 l’Associazione per la ricerca sul cancro ha
avuto a disposizione 92.285.542 euro, di cui
90.542.066 donati direttamente dagli italiani in
varie forme. Una quantità di soldi strabiliante.
I vertici dell’Airc ne hanno destinato soltanto
metà alla ricerca oncologica, scopo
istituzionale dell’organismo. Per pareggiare i
conti, manca l’ultimo quarto: 24 milioni e mezzo
di euro.
Che sono stati iscritti in bilancio come
«risultato gestionale dell’esercizio».
Un utile accantonato e non utilizzato. Un ottimo
risultato, se paragonato alla perdita di quasi
quattro milioni di euro registrata nel 2007.
Secondo l’articolo 20 dello statuto dell’Airc,
gli avanzi di gestione «saranno destinati, negli
esercizi successivi, agli scopi istituzionali»:
in ogni caso non viene distribuito nessun utile.
Ma nel frattempo, come vengono impiegati ?
Vengono investiti in titoli e fondi comuni di
investimento. In attesa di tempi migliori nei
quali aprire nuovi fronti di lotta al cancro, l’Airc
mette in banca i soldi versati con tanta
generosità dagli italiani.
Il dettaglio è contenuto nella nota integrativa
al bilancio. Al 31 dicembre 2008 risultavano
titoli di stato italiani (20.220.000 euro contro
i 698mila del 2007), fondi comuni monetari
(573mila, un anno prima erano 5.802.000),
obbligazioni di società italiane (20mila),
titoli di Stato estero denominati in euro
(5.054.000 euro). Le disponibilità liquide
ammontavano a 22.965.000 euro. Tra interessi e
cedole, questa serie di investimenti ha reso un
milione scarso.
L’Airc spiega che un avanzo di gestione di tali
dimensioni è dovuto al 5 per mille sui redditi
2005, solo parzialmente utilizzato. «Il
consiglio direttivo ha dato mandato alla
Commissione consultiva scientifica di
predisporre il piano strategico per l’utilizzo
delle eccezionali risorse pervenute e che
perverranno negli esercizi futuri. Possibile che
l’associazione non avesse idea di quanto avrebbe
incassato? E che non abbia progetti, borse di
studio o iniziative pronte per essere lanciate ?
Il Giornale avrebbe voluto porre queste e altre
domande a Piero Sierra, presidente dell’Airc, il
quale però era già partito per le vacanze
lontano dall’Italia dove non è stato possibile
telefonargli.
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