|
IPOTESI sulla PATOGENESI EPATICA del
DIABETE MELLITO
TIPO 2
PRESENTAZIONE
dell’AUTORE -
By Domenico Fico
La presente "Ipotesi
sulla patogenesi epatica del diabete mellito tipo
due" fu da me formulata nel lontano 1968, in
connessione con i miei studi sulla struttura e
funzione del fegato, che mi avevano consentito di
formulare nel 1967 l’altra mia ipotesi teorica
originale sulla zonazione morfologica e funzionale
del lobulo epatico (Ipotesi sulla settorialità delle
funzioni metaboliche epatiche. Boll. Soc. med. Chir.
Cremona. 3:161-191,1967).
All’epoca, l’assoluta
originalità di quello studio sul fegato indusse a
pareri ampiamente discordanti gli eminenti studiosi
ai quali avevo richiesto una valutazione. Così, si
andò dall’opinione ampiamente favorevole di
scienziati come Michele Bufano, V. Hoenig e Antonio
Ascenzi, alle valutazioni assai scettiche di altri
illustri studiosi, come Hans Popper, Giorgio
Dominici e Luigi Villa.
Mi fu, comunque, reso
impossibile effettuare le verifiche sperimentali che
avevo progettato, e non mi rimase che attendere che
il progredire della ricerca scientifica mondiale
giungesse a dimostrare la correttezza dell’ipotesi,
nella quale nutrivo assoluta fiducia.
Nel frattempo, portai a
termine l’elaborato sulla seconda ipotesi originale,
relativa alla patogenesi epatica del diabete mellito
tipo due, che i numerosi riscontri effettuati nel
corso dello studio sul fegato mi avevano consentito
di formulare. Ma tutte le rassegne scientifiche alle
quali mi rivolsi ne rifiutarono la pubblicazione,
sempre con vaghe ed inconsistenti motivazioni.
Anche questa volta,
avevo progettato una verifica sperimentale che
avrebbe potuto dimostrare pienamente la correttezza
dell’ipotesi, ed avevo organizzato l’équipe per
effettuarla, ma intervennero inspiegabili veti, che
riuscirono ad impedire la realizzazione
dell’esperimento. Ed inutili sono stati gli
innumerevoli tentativi da me fatti nei decenni
successivi per ottenere almeno la pubblicazione
dell’elaborato. Intanto, la ricerca mondiale, dopo
molti anni, era pervenuta alla dimostrazione
dell’esattezza della mia ipotesi teorica sulla
zonazione morfo-funzionale del lobulo epatico, e non
sono mancati autorevoli, seppur privati,
riconoscimenti del mio vecchio studio (vd. Allegati
3-
4-
5-
6),
che non sono però in alcun modo serviti a portarlo
all’attenzione della comunità scientifica, che
tuttora lo ignora.
Mi lamentai di questo
irremovibile, pluridecennale silenzio con il
Presidente dell’Ordine del Medici della provincia di
Genova, facendogli notare come questo silenzio fosse
iniquo, anche perché mi impediva di dare maggiore
autorevolezza all’ipotesi relativa al diabete
mellito, con grave danno per milioni di ammalati ,
ai quali viene inammissibilmente negata la
possibilità delle valide cure che quello studio
consentirebbe.
Il Presidente
dell’Ordine, dott. Sergio Castellaneta, sottopose
alla valutazione del prof. Roberto Testa,
dell’Università degli Studi di Genova, la mia
vecchia pubblicazione relativa alla "Ipotesi sulla
settorialità delle funzioni metaboliche epatiche",
assieme ad altra mia pubblicazione sullo stesso
argomento (Zonazione morfo-funzionale del lobulo
epatico. Prev. Soc. 1; 1978). Il prof. Testa non
poté non esprimere giudizi assai positivi sul mio
vecchio studio (vd.
allegato 2). Ma, anche questa valutazione
elogiativa è rimasta un fatto strettamente privato,
senza alcun valore per la Scienza e per gli
ammalati.
Intanto, pure la mia
ipotesi sulla patogenesi epatica del diabete mellito
aveva trovato una suggestiva conferma, a seguito dei
grandi progressi della chirurgia, che hanno
consentito il trapianto di fegato. Cosi, un recente
studio, riportato e commentato nella presente
pubblicazione, condotto su I7 diabetici con cirrosi
epatica, sottoposti a trapianto di fegato, ha
dimostrato il clamoroso miglioramento, ed a volte la
guarigione, della sindrome diabetica. Si trattava,
quindi, di uno studio che rappresentava una
effettiva e positiva verifica sperimentale
dell’ipotesi, che può pertanto essere oggi a buon
diritto considerata non più una "ipotesi", ma una
concreta realtà scientifica.
Stando così le cose, mi
sono rivolto nuovamente al Presidente dell’Ordine
dei Medici di Genova, pregandolo di sottoporre anche
l’ipotesi sul diabete alla valutazione di autorevoli
esperti della materia. La scoraggiata replica del
dott. Castellaneta (vd
allegato 1) è stata che lui e l’intero Consiglio
si erano rivolti per ben due volte a Colleghi
universitari, i quali avevano risposto negativamente
.Fatto gravissimo, che impone l’interrogativo di
quale possa essere il motivo per cui ad uno studio
di oggettivo grande interesse medico e scientifico,
ampiamente corredato di numerosi e concordanti dati
scientifici, debba essere negata la possibilità non
solo di essere sottoposto alla doverosa verifica
sperimentale, già progettata e di agevole
esecuzione, ma, addirittura, di ottenere una
corretta valutazione da parte di qualificati
studiosi della materia, e la pubblicazione su una
rassegna scientifica.
E questo interrogativo
diviene più urgente quando si prenda conoscenza di
molti altri accadimenti non meno incomprensibili ed
allarmanti. Ad esempio, ho recentemente rivolto
istanza a dieci Presidenti di Regione, ente pubblico
ai quale la legge demanda la prevenzione e la cura
del diabete mellito, di far valutare in modo serio e
competente il mio studio e le prospettive di
prevenzione e di cura che esso offre, così da
consentire finalmente ai diabetici, in atto ed a
coloro che potranno ammalare, di fruire dei grandi
benefici che a loro potrebbero derivarne. Nessuna
delle dieci Regioni ha dato una qualsivoglia
risposta. Ma, seppur senza darmene comunicazione, la
Regione Marche, riconoscendo la sua competenza e
responsabilità istituzionale nella materia, aveva
chiesto ad un diabetologo di esprimere il parere sul
mio studio. L’esperto, che ha formulato la relazione
(vd.
allegato 7) a mia insaputa, non esprime alcuna
valutazione sulla sostanza del mio studio, ma si
limita ad esporre diverse stravaganti osservazioni
personali, tra cui una, anche grossolanamente ed
incomprensibilmente erronea, sulla "anzianità" della
letteratura da me studiata .Fatto sorprendente ed
incomprensibile, ma ancor più incomprensibile, e
grave, appare il silenzio tuttora mantenuto dalla
Regione, anche dopo che ho informato il suo
Presidente dell’inammissibile erroneità di quella
osservazione, chiedendo un pubblico incontro con
l’esperto che l’aveva formulata, per chiarirne le
cause, il significato e le conseguenze.
Intanto, in così
irremovibile silenzio delle pubbliche istituzioni,
milioni di diabetici sono costretti ingiustamente a
soffrire ed a morire, privati delle valide cure che
la conferma sperimentale dell’ipotesi renderebbe
rapidamente possibili.
Malamente si comprende,
perciò, quali possano essere i reali motivi
dell’implacabile ostracismo che impedisce una
ricerca scientifica di agevole ed economica
esecuzione, che, indubbiamente, si presenta di
grande interesse per la Scienza e per l’umanità.
IPOTESI sulla PATOGENESI
EPATICA del DIABETE MELLITO tipo 2
II diabete mellito tipo
2 appare in genere quando, per errore dietetico
protratto, si verifica un elevato scostamento
percentuale dal peso fisiologico, con elevato valore
della lipemia, colesterolemia, uricemia e con
alterato rapporto beta-alfa lipoproteine.
Negli individui che si trovano in queste condizioni
nutrizionali e metaboliche sono state rilevate curve
glicemiche a tipo prediabetico con una frequenza
superiore al 75% dei casi. Una tale situazione
dietetico metabolica è comune tanto all’insorgere
del diabete mellito 2 che all’instaurarsi di una
sofferenza epatica quale si ha, per esempio, nella
steatosi epatica, riscontro assai frequente nei
soggetti obesi. La metamorfosi grassa è stata
riscontrata epatobiopticamente nel 50% degli obesi,
così come la tolleranza al glucosio in un gruppo di
obesi è risultata diminuita nel 50% dei casi
studiati. Perciò, negli obesi si riscontrano, in
un’alta percentuale di casi, due ben definibili
situazioni patologiche: uno stato prediabetico, con
alterazioni plurimetaboliche, ed una steatosi
epatica con segni d’insufficienza dell’organo, con
ritenzione della bromosulfaleina
(1l), con diminuita tolleranza al glucosio e non
infrequente iperglicemia. Pertanto, queste due
situazioni patologiche sono evidentemente dipendenti
da un fattore etiologico comune - errore dietetico
ed eccesso ponderale - e, almeno in una certa fase
della malattia, i disturbi metabolici presenti nei
due stati morbosi sono praticamente sovrapponibili.
È stato osservato che il
diabete mellito o non si modifica o peggiora nel
corso di epatite. In apparente contrasto con tali
osservazioni, ve ne sono di più rare che indicano
come in malattie epatiche a varia etiologia e
decorso (epatiti, cirrosi epatica, tumori), può
aversi un transitorio o persistente miglioramento
della situazione metabolica del diabete o la
comparsa di brusche ipoglicemie in soggetti anche
non diabetici. Il Maranon riferisce di casi nei
quali ha potuto osservare, nel corso di cirrosi
epatica, inizialmente fenomeni ipoglicemici e,
tardivamente, comparsa di glicosuria. Altri AA hanno
prospettato l’esistenza di una cosiddetta glicosuria
da iperepatismo.
Nel corso del 1°
simposio internazionale sul diabete
(13), fu osservato come nelle malattie epatiche
spesso si manifesti un’insulino-resistenza, ed il
Magyar fece osservare che esiste un rapporto tra
insulino resistenza e quadro disprotidemico degli
epatopazienti, ma se, con opportune cure, si riesce
a diminuire il livello serico delle gammaglobuline
anche il fabbisogno di insulina diminuisce.
Siffatti fenomeni,
seppur apparentemente contrastanti, depongono pur
sempre per l’esistenza di evidenti rapporti tra
funzione epatica e diabete mellito.
Il Soskin dimostrò
sperimentalmente l’esistenza di un meccanismo
omeostatico del fegato mediante il quale
quest’organo interviene nella regolazione del
ricambio glucidico, anche mediante una temporanea
interruzione della cessione di glucosio, allorché la
glicemia aumenta.
L’esattezza
dell’esperimento del Soskin fu successivamente
dimostrata da Searle e Chalikoff mediante la tecnica
degli isotopi radioattivi.
Altro fenomeno che
indica l’importanza del fegato nell’economia del
metabolismo glucidico è lo shock ipoglicemico che
segue l’estirpazione del fegato, anche nel caso che
l’esperimento venga eseguito in animale
precedentemente pancreatectomizzato. Tali
esperimenti dimostrano che il fegato, oltre a
svolgere l’importantissimo compito della reazione
reversibile del glucosio in glicogene, regola anche
la liberazione del glucosio, l’immagazzinamento del
glicogene e il tasso glicemico, sia in situazioni
fisiologiche che patologiche.
Una parte di gran
rilievo nel metabolismo glucidico è riservata
all’insulina, per la sua azione rapidamente
ipoglicemizzante e per l’importanza che essa riveste
per l’utilizzazione del glucosio a livello
tessutale. Tuttavia, quest’ormone, per la sua grande
attività e per l’importanza che ha il mantenimento
del tasso glicemico entro stretti limiti di
tolleranza, deve essere necessariamente sottoposto
ad un meccanismo di controllo da parte dell’organo
omeostatico per eccellenza, qual è il fegato.
Pertanto, l’insulina neoincreta, prima di essere
immessa nel circolo generale, viene convogliata
dalla vena pancreatico duodenale al fegato, che
sembra svolgere una vera e propria azione di filtro,
così che solo una parte dell’ormone possa giungere
al circolo generale in forma attiva.
Inoltre:
a) - ricerche condotte
con iodo-insulina marcata, hanno dimostrato che
oltre il 70% dell’insulina presente in circolo viene
fermata a livello della cellula epatica e
trasformata in un’ora, e che ogni qual volta il
sangue attraversa il fegato, questi fissa circa il
40% dell’insulina presente;
b) - Pfeiffer fu il
primo a notare che quando si determina uno stimolo
all’insulinopoiesi, l’insulina si versa nella vena
pancreatica in forma libera, mentre nella vena
sovraepatica essa si trova prevalentemente in forma
coniugata con una proteina.
L’insulina legata rappresenterebbe una pronta
riserva per le necessità metaboliche. Ciò sarebbe
confermato dal fatto che, quando aumenta la
concentrazione ematica del glucosio, si verifica un
aumento dell’insulina libera ed una diminuzione
dell’insulina legata. Usando insulina marcata, è
stato constatato che a digiuno l’ormone si
distribuisce quasi uniformemente tra le bande delle
beta e delle gamma globuline, mentre dopo carico di
glucosio l’insulina migra con le alfa-globuline,
evidentemente a seguito dell’avvenuta scissione del
legame che univa l’insulina alla proteina. E qui,
conviene ricordare anche l’osservazione del Magyar,
precedentemente riferita, sull’esistenza di un
rapporto tra insulino-resistenza e quadro
disprotidemico degli epatopazienti, per cui se si
riesce a diminuire il livello serico delle
gammaglobuline, anche il fabbisogno insulinico
diminuisce. Nel diabetico la quota d’insulina libera
a digiuno è uguale o anche superiore a quanto si
vede nel normale, ma dopo carico di glucosio la
quota libera non aumenta a spese della quota legata,
come avviene nel normale;
c) - Meythaler e Stahnke
(9) esclusero il sangue refluo pancreatico dal
circolo portale, deviando la vena
pancreatico-duodenate nella vena renale, così che
l’insulina neoincreta non venisse immediatamente a
contatto con la cellula epatica. Il risultato fu un
accentuato abbassamento della glicemia a digiuno ed
un’accentuata ipoglicemia reattiva dopo carico di
glucosio;
d) - somministrando
insulina per via orale non si ottiene di solito
alcun effetto ipoglicemizzante evidente, e ciò
perché l’ormone viene inattivato dai fermenti
digestivi. Però, alcuni AA hanno sostenuto che
l’insulina non viene distrutta dalla pepsina o dalla
tripsina, ma solo inattivata momentaneamente.
Infatti, dopo 24 ore di contatto con la tripsina a
24° C, sarebbe stato possibile recuperare
l’insulina. L’aggiunta di bile di bue all’insulina
dovrebbe, inoltre, svolgere azione antitriptica,
così come l’aggiunta di determinate sostanze
coloranti organiche riuscirebbe a proteggere
l’insulina dall’azione dei succhi gastrici.
Lasch e coll. supponevano che una tale miscela,
somministrata per os, dovesse attraversare la mucosa
intestinale senza decomporsi. Ma la clinica dimostra
che tutti i tentativi in tal senso non hanno
ottenuto alcun pratico risultato;
e) - secondo la
maggioranza degli studiosi, le sulfalinuree
esplicherebbero la loro azione ipoglicemizzante
attraverso una diretta stimolazione delle
betacettule, con conseguente neoproduzione
d’insulina. Tuttavia, ulteriori studi hanno portato
a concludere che questa non sarebbe la sola modalità
di azione delle sulfalinuree. È stato, per esempio,
dimostrato che le sulfalinuree non agiscono in
animali epatectomizzati, e che piccole dosi
d’insulina iniettate nella vena porta risultano
ipoglicemizzanti solo se associate ad una dose di
tolbutamide, di per se non ipoglicemizzante. La
tolbutamide, secondo i ricercatori, potrebbe perciò
svolgere la sua azione ipoglicemizzante solo in
presenza d’insulina ed a mezzo dell’attività
epatica.
Colwell
(3) ed Hasselblatt
(7) hanno prospettato un possibile differente
meccanismo d’azione delle sulfalinuree, che potrebbe
essere rappresentato da un’attivazione da parte
della talbutamide dell’insulina inattiva (insulina
legata) mediante il dissolvimento del supposto
legame con la proteina, fenomeno che, come si è
visto, non sembra verificarsi nei diabetici,
contrariamente a quanto avverrebbe nei soggetti
sani;
f) - reperti clinici e
sperimentali dimostrano che non vi è una perfetta
identità tra le conseguenze metaboliche
dell’ipoglicemia insulinica e quella da tolbutamide.
Ad es., mentre l’ipoglicemia insulinica provoca
aumento dei depositi di glicogeno del muscolo,
l’ipoglicemia determinata dalla tolbutamide provoca
un aumento del glicogene del fegato.
Un tale fenomeno potrebbe essere spiegato col fatto
che, mentre l’insulina esogena, entrando
direttamente nel grande circolo, giunge
primitivamente ai tessuti periferici, l’insulina
endogena, versandosi nel circolo portale, giunge
primitivamente al fegato;
g) - ricerche eseguite
da Creatzfeldt -Marigo hanno concluso per una
funzione insulare presso che normale in
epatopazienti con alterate curve di tolleranza al
glucosio.
VALUTAZIONE dei DATI
Tutti i dati - disponibili da gran tempo - che si
sono ricordati in precedenza, sembrano indicare
abbastanza chiaramente l’origine, l’instaurarsi e
l’evoluzione del diabete mellito 2 come naturale e
progressiva conseguenza di un errore dietetico
protratto che determina un grave disturbo
plurimetabolico, cui si accompagna frequentemente
steatosi epatica, con segni evidenti di
insufficienza funzionale dell’organo, con elevati
valori della lipemia, della colesterolemia,
dell’uricemia, con alterato rapporto beta/alfa
lipoproteine e con diminuita tolleranza al glucosio.
Essendo il fegato organo
omeostatico per eccellenza, e svolgendo un ruolo
centrale e di fondamentale importanza nel
metabolismo glucidico, ad esso deve essere
necessariamente affidato anche il controllo della
quantità di insulina attiva circolante. Tale
controllo sembra esplicarsi con la inattivazione
reversibile dell’ormone che il pancreas produce in
eccesso rispetto al fabbisogno reale. L’inattivazione
avverrebbe mediante coniugazione dell’insulina in
eccesso con una proteina, legame che verrebbe
dissolto in caso di aumentato bisogno di insulina.
Su questo fondamentale aspetto della questione,
prospettato particolarmente dall’Antoniades
(1), si è molto dibattuto, e sono state
sollevate molteplici obiezioni, specialmente da
Berson e Yalow
(2), ma senza definitive conclusioni. Tuttavia,
che il diabete tipo 2 trovi la sua patogenesi in
un’alterata funzione epatica può dedursi, come si è
visto, da molte osservazioni: dalla coesistenza
frequente, in soggetti chiaramente diabetici, di
iperinsulinemia e di iperglicemia, con assenza di
riscontrabili lesioni a carico del tessuto
pancreatico endocrino; dal fatto che il diabete tipo
2 insorge solitamente dopo protratto errore
nutrizionale con conseguenti alterazioni
dismetaboliche, comuni all’epatopatia ed alla
sindrome diabetica; dal fatto che l’insulina
neoincreta in eccesso rispetto al reale fabbisogno
deve essere resa inattiva, e che l’insulina esogena
si dimostra attiva solo se somministrata per via
parenterale; dal fatto che la deviazione della vena
pancreatico-duodenale nella vena renale provoca un
accentuato abbassamento della glicemia a digiuno e
un’accentuata ipoglicemia reattiva dopo carico di
glucosio, come dimostrò l’esperimento di Meythaler e
Stahnke
(9) del 1930; dal fatto, su cui richiama
l’attenzione l’osservazione del Magyar,
dell’esistenza di un rapporto tra
insulino-resistenza e quadro disprotidemico degli
epatopazienti, e della possibilità di diminuire il
fabbisogno insulinico ove si riesca a far diminuire
con adeguata terapia il livello serico delle
gammaglobuline; dal fatto che un meccanismo d’azione
della talbutamide risiederebbe proprio nella sua
capacità di dissolvere il legame dell’insulina con
la proteina. A tutte queste osservazioni, da lungo
tempo note, se ne aggiungono ora di recenti,
particolarmente utili per l’interpretazione che qui
si ritiene di poter dare a questo grande problema di
fisiopatologia. Esse sono relative ai trapianti di
fegato, alle conseguenze che, dopo questo grande
intervento chirurgico, si manifestano in relazione
alla sindrome diabetica, ed agli studi relativi ai
rapporti esistenti tra diabete mellito tipo 2,
cirrosi epatica e risultati del trapianto di fegato
in pazienti con cirrosi epatica e diabete mellito.
Una recente
comunicazione di Gentile S. e al.
(6) richiama l’attenzione sui seguenti fatti:
a) che è stato osservato
che frequentemente si manifesta un diabete mellito
"de novo" dopo il trapianto di fegato, sebbene esso
sia di solito transitorio e correlato alla
somministrazione di farmaci immunosoppressivi.
Sembrerebbe, in proposito, del tutto legittimo
ricondurre le transitorie manifestazioni cliniche,
riportabili ad uno stato diabetico, ad una
presumibile condizione di sofferenza epatica post
trapianto. Ed il fatto che un fegato sicuramente
sofferente generi, con una certa frequenza, una
sindrome riferibile a diabete mellito, che
regredisce, però, consensualmente alla sofferenza
epatica post-trapianto, sembra un altro suggestivo
elemento di valutazione relativamente alla stretta
connessione tra funzionalità epatica e diabete
mellito 2;
b) che la comparsa e
l'incidenza di alterata tolleranza al glucosio e di
diabete manifesto sono significativamente più alte
nei cirrotici scompensati che in quelli ben
compensati. È questa una osservazione che ancora una
volta testimonia, in modo assai evidente, la stretta
correlazione esistente tra funzionalità epatica e
sindrome diabetica;
c) che, per studiare la
possibile correlazione tra mutamento dello stato
nutrizionale dopo trapianto di fegato e tolleranza
al glucosio, furono esaminati 17 pazienti
malnutriti, affetti da diabete mellito 2 e HCV - Ab
+ cirrosi epatica, prima del trapianto di fegato e
durante 24 mesi dopo. I pazienti avevano un’età
pre-trapianto di 52+/- 3 anni; la durata conosciuta
del diabete era di 9+/- 2,4 anni, senza
significative complicanze; il 29,4% dei pazienti
aveva almeno un parente di primo grado con diabete,
e tutti erano sotto trattamento insulinico con 59+/-
12 U pro die. La diagnosi di diabete mellito 2 era
basata sulla loro necessità per insulino-terapia/
farmaci antidiabetici orali o sui livelli di
glucosio a digiuno > 140 mg/dl in tre consecutive
volte, in assenza di chetoacidosi in anamnesi.
Tra i dati riportati
dagli AA, rilevati per finalità diverse, mancano
purtroppo i dati relativi ai livelli insulinemici
nelle varie fasi e condizioni dell’osservazione. Ma
sembra legittimo ritenere che si trattasse di casi
di diabete in cui i livelli insulinemici erano
bassi. Quindi, sindromi diabetiche non lievi.
Pertanto, acquistano significato di particolare
rilevanza i parametri generali, oltre a quelli
relativi alla glicemia ed al fabbisogno insulinico,
riportati nella tavola 2 della comunicazione, e che
consentono di raffrontare i dati precedenti al
trapianto con quelli relativi all’osservazione dopo
24 mesi: bilirubina totale da mg/dl 3,9 +/- 1,5 a mg
0,7 +/- 0,4; proteine totali da g5,8 +/- 08 a g 7.,8
+/- 6,4; albumina da mg 2.,2 +1- 07 a mg 3,6 +/-
0.6; glicemia media da mg 160 +/- 42 a mg 109 +/-
15; trattamento insulinico, dose giornaliera, da U
59 +/- 12 a U 18 +/- 11; U/kg totale peso corporeo
da 0,9 +/- 0,4 a 0,2+/- 02. Risulta evidente da tali
parametri che l’indiscutibile miglioramento che si
constata a 24 mesi dall’avvenuto trapianto di fegato
riguarda complessivamente tutti gli indici riportati
nella tavola, tra i quali non appare meno favorevole
l’evoluzione della glicemia e del fabbisogno
insulinico .Pertanto, il miglioramento netto del
metabolismo glucidico e, quindi, della sindrome
diabetica, non sembra giustificare la conclusione,
cui giungono gli AA, che la riduzione dell’insulino-resistenza
constatata dopo il trapianto di fegato sia da
attribuire all’incremento della massa muscolare ed
al ruolo primario svolto dai ricettori muscolari
dell’insulina, più che a una possibile influenza del
mutamento del metabolismo del glucosio dovuto a
modificazione dei meccanismi del fegato
neoimpiantato. Invece, tutti i dati e tutte le
considerazioni precedenti depongono chiaramente per
la stretta connessione esistente tra l’evidente
miglioramento della funzione epatica ed il
miglioramento di tutti i parametri organici dei
pazienti in osservazione, tra i quali vi sono anche
i parametri del metabolismo glucidico. Inoltre, uno
studio molto recente di Nizar N. e al.
(10) fornisce altri dati di grande interesse per
l’ipotesi, qui formulata, della patogenesi epatica
del diabete mellito tipo 2. Gli A.A. osservano che
"the prevalence of diabetes was significatly greater
among patients with hepatitis C - or alcohol-related
cirrhosis compared with those with colestatic liver
disease" e che "the increased risk of diabetes has
also been reported in a retrospective study of
patients with hepatitis C without liver cirrhosis
(5), supporting the role of hepatitis C virus in
the pathogenesis of diabetes." Interpretando questa
conclusione alla luce dell’ipotesi che il diabete
mellito 2 sia la conseguenza diretta del danno
epatocellulare causato dalla malattia fondamentale
che ha provocato la cirrosi di fegato, appare
assolutamente chiaro il motivo per il quale il
diabete sia significativamente più frequente tra i
pazienti con cirrosi del fegato correlata a epatite
C o ad abuso di alcool in raffronto ai pazienti con
malattie colestatiche.
Infatti, mentre nei
primi due stati morbosi la necrosi degli epatociti è
precoce, diffusa e grave, con conseguente danno
della funzione insulino-regolatrice da parte del
fegato, nelle cirrosi da malattie colestatiche il
danno epatocellulare e tardivo e meno accentuato,
trattandosi di cirrosi biliare primaria, o colangite
sclerosante primaria. Inoltre, questa patogenesi del
diabete spiega altrettanto chiaramente anche perché
l’epatite C renda maggiore il rischio di diabete
anche senza cirrosi
(5), poiché appare logico che l’epatite C, per
la sua capacità aggressiva verso il parenchima
epatico, produce estese lesioni anatomo-funzionali
che alterano la fondamentale funzione
insulino-regolatrice del fegato. Perciò, appare
ingiustificata la considerazione espressa dagli A.A:
"A recent retrospective study
(8) that ineluded 1117 patients wich chronic
viral hepatitis showed a 21% prevalance rate of
diabetes in patients with chronic HCV", e che "the
pathogenesis of diabetes in patients with hepatitis
C or alcohol associated cirrhosis is not well
understood. Features that are present in these 2
disorders and absent from cholestatic liver disease
are likely to provide clues to the pathogenesis of
hepatic diabetes. Increased fat and iron deposition
in the liver are common features among patients with
hepatitis C virus infection and those with alcoholic
liver disease
(4)".Infatti, la patogenesi del diabete nei
pazienti con cirrosi associata ad epatite C o ad
abuso di alcool appare assai chiara e comprensibile,
se si valutano i fenomeni alla luce dell’ipotesi
sull’alterazione del delicato meccanismo di
controllo dell’attività dell’insulina da parte del
fegato, a seguito dell’aggressione da parte del
virus dell’epatite C o da parte dell’alcool.
Inoltre, l’ipotesi rende assai evidente anche quali
siano le "features that are present " nelle malattie
provocate dal virus dell’epatite C e dall’alcool e
che sono "absent from cholestatic liver disease"
Esse sono, come si è detto in precedenza, il danno
degli epatociti, fortemente presente e precoce nelle
prime due malattie ed assai meno presente nelle
malattie colestatiche, caratterizzate
fondamentalmente dalla cirrosi biliare primaria e
dall’accumulo di grasso, o steatosi epatica, che,
come conseguenza dell’errore dietetico protratto, è
solitamente presente all’instaurarsi della sindrome
diabetica. E ciò rende facilmente comprensibile
anche il motivo per il quale il diabete mellito è
più frequente e grave nelle cirrosi scompensate che
in quelle compensate, come si è precedentemente
rilevato
(6).
L’articolo di Nizar e al.(10)
si chiude con una considerazione problematica di
grande interesse per l’ipotesi qui formulata :"In
summary, our results suggest the underlyng cause of
liver cirrhosis is an important determinant of the
risk of diabetes. The cause of diabetes in patients
with hepatitis C or alcoholic cirrhosis is not
clear. Direct viral-induced injury, insulin
resistance related to excess liver fat, or excess
iron deposition may have a role need to investigated
in future studies. If the findings of this study are
confirmed in future investigations, diabetes should
not be included in the clinical spectrum of liver
cirrhosis; however, il should be added to the list
of extrahepatic manifestations of hepatitis C and
alcoholic liver cirrhosis."
Ma l’ipotesi teorica
sulla patogenesi epatica del diabete mellito indica
in modo del tutto convincente che il fattore
fondamentale del rischio di diabete nella cirrosi
epatica correlata al virus dell’epatite C,
all’eccesso di alcool o a protratto errore
dietetico, consista sempre nel danno anatomico e
funzionale che questi meccanismi lesivi provocano al
parenchima epatico.
CONCLUSIONI
La grande quantità di dati scientifici
concordanti, riportati e commentati nel presente
articolo, sembrano giustificare ampiamente l’ipotesi
che il diabete mellito di tipo 2 sia la diretta
conseguenza della profonda alterazione del
metabolismo glucidico dovuta ad un danno anatomico e
funzionate del fegato con conseguente profonda
alterazione del suo fondamentale ruolo di
regolazione dell’attività dell’insulina. Ciò
comporta importanti conseguenze sulle possibilità di
prevenzione, di diagnosi precoce e di terapia, anche
chirurgica, del diabete mellito:
Prevenzione. Conoscendo
i meccanismi etio-patogenetici del diabete mellito
tipo due, la prevenzione della malattia deve essere
ovviamente indirizzata verso tutti i fattori
alimentari, infettivi e tossici che possono svolgere
azione patogena sul fegato.
Diagnosi precoce. Ancor
prima della comparsa di diminuita tolleranza al
glucosio, si manifesta, come si è osservato, il
fenomeno patogenetico caratteristico del diabete
mellito, ossia, l’aumento dell’insulina inattiva
circolante e la diminuzione della sua riattivazione
in occasione dell’aumentato fabbisogno insulinico.
La rilevazione di questo fenomeno patognomonico può
essere, quindi, utilizzato in modo assai proficuo
nei soggetti considerati a rischio di diabete
mellito (obesi, forti consumatori di alcool,
soggetti con pregressa infezione da virus
dell’epatite C) per evidenziare precocemente
l’instaurarsi del diabete. Ciò, permetterebbe di
assumere assai precocemente ed efficacemente tutte
le misure igieniche, dietetiche e terapeutiche
necessarie.
Terapia. La terapia del
diabete mellito nella sua fase più precoce sarà
logicamente rivolta ai provvedimenti dietetici ed ai
trattamenti epatoprotettori, tendenti ad arrestare e
correggere la disfunzione epatica responsabile della
inattivazione dell’insulina. Ma quando il diabete è
già evoluto, tanto da richiedere la terapia
insulinica, può allora trovare indicazione il
trattamento chirurgico, consistente nella deviazione
totale o parziale dal circolo portale del sangue
refluo pancreatico, e quindi dell’insulina endogena,
mediante la deviazione delle vene
pancreatico-duodenali nella vena renale, o altra
vena non tributaria del sistema portale.
La deviazione totale o
parziale del sangue refluo pancreatico (da decidere
dopo attenta valutazione della residua funzionalità
pancreatica, dell’insulinemia e del rapporto
esistente tra insulina attiva ed insulina inattiva
circolante), consentirebbe all’insulina endogena di
sfuggire, in tutto o in parte, alla inibizione
patologica da parte del fegato, e di svolgere perciò
la sua nominale attività fisiologica. Intervento
che, se ben calibrato, correggerebbe il grave
disturbo del metabolismo glucidico che caratterizza
la sindrome diabetica. Ovviamente, questa terapia
chirurgica che io propongo per le forme più evolute
di diabete, se effettuata su animali diabetici,
rappresenterebbe anche la verifica sperimentale
della mia ipotesi originaele.
Gli eventuali episodi
ipoglicemici che dovessero manifestarsi in
conseguenza di una eccessiva riduzione o
dell’abolizione del controllo epatico sull’attività insulinica, non dovrebbero comunque rappresentare un
problema clinico di grande significato, come è stato
dimostrato dallo studio di Redmon e al.
(12) in relazione alla sindrome ipoglicemica che
si riscontra come complicanza nel 30-50% dei
trapiantati di pancreas. Sindrome probabilmente
causata dalla modalità e sede della reinserzione
della vena pancreatico-duodenalc effettuata nel
corso del trapianto.
Le vene pancreatiche si
dirigono alla superficie esterna del pancreas e, nel
loro maggior numero, si accollano alle arterie e si
immettono in parte nella lienale o in una delle
meseraiche, in parte nel tronco stesso della vena
porta.
In corrispondenza della
testa del pancreas d’ordinario esistono, come per le
arterie, due arcate venose pancreatico-duodenali che
uniscono l’uno all’altra il tronco della vena porta
e la vena piccolo meseraica.
[vedi
immagine]
REFERENCES
1). Antoniades H.N., J.A. Bougas,
R. Camerini-Davalos, H.M. Pile. Insulin regulatory
mechanism and diabetes mellitus. Diabetes. 13:
230-240, 1964
2).
Berson S.A., and R.S.
Yalow. Some current controversies in diabetes
research. Diabetes. 14: 549-572, 1965
3).
Colwell A.R. Jr
Potentiation of insulin action on the liver by
tolbutamide. Metabolism. 13: 1310-1317, 1964
4).
Fiore G. Fera G. Napoli N.
Vella F Schiraldi O. Liver steatosis and chronic
hepatitis C: a spurious association? Eur J
Gastroenterol Hepatol 8: 125-129, 1996
5).
Fraser GM. Harman 1.
Meller N. Niv Y. Porath A. Diabetes mellitus is
associated with chronic hepatitis C but not chronic
hepatitis B infection. Isr J Med Sci 32: 526-530,
1996.
6).
Gentile S., S. Turco, R.
Torella. Diabetes mellitus after liver
transplantation: a possible relation with the
nutritional status. Diabetes res Clin Pract. 41:
203-205, 1998
7).
Hasselblatt A. Liberation
of insulin bound to serum protein by tolbutamide.
Metabolism. 12: 302-310, 1963
8).
Mason AL. Lau JY. Hoang N.
Qian K. Alexander GJ. Xu L et al. Association of
diabetes mellitus and chronic hepatitis C virus
infection. Hepatology. 29: 328-333, 1999
9).
Meythaler F., E. Stahnke.
Die Wirkung des Pankreashormons bei experimenteller
Umgehung der physiologischen Leberpassage. Arch exp
Path Pharm. 152: 185-197, 1930
10).
Nizar N.Zein, Ahmad S
Abdulkarim, Russel H Wiesner et al. Prevalence of
diabetes mellitus in patients with end-stage liver
cirrhosis due to hepatitis C, alcohol, or
cholestatic disease. J Hepatol 32: 209-217, 2000.
11).
Popper H. and F Schaffner.
In: Fegato struttura efunzione, edited by I1
Pensiero Scientifico Ed. Roma 1961, pag. 1257-1259
12).
Redmon JB, Teuscher AU,
Robertson RP. Hypoglycemia after pancreas
transplantation. Diabetes Care 21: 1944-1950, 1998
13).
1º Simposio Internazionale
sul Diabete, Modena 21-22 settembre 1963, Atti
ALLEGATI
Allegato 1 [fotocopia
documento originale]
ORDINE PROVINCIALE DEl
MEDICI CHIRURGHI E DEGLI ODONTOIATRI GENOVA Prot. N
95 SC/gb
10121 GENOVA 31/1/2000 - Piazza della Vittoria 12-4
Tel.
010/587848 Fax 010/
583558
Egregio Dottore,
in riferimento alla Sua del 24 dicembre u.s., ho
sottoposto la Sua nota ad un esperto in materia, il
quale è del parere che la Sua interpretazione
fisiopatologica è superata in considerazione dei
dati scientifici disponibili.
Comprendo appieno la Sua amarezza nel constatare che
i suoi studi vengono sistematicamente ignorati dalla
Medicina Ufficiale.
Purtroppo, come Ordine, non ho la competenza per
esprimere giudizi tecnico.. scientifici sui lavori
di altri, per cui la prego di capire la posizione
mia e dell’intero Consiglio: ci siano rivolti per
ben due volte a Colleghi universitari, i quali ci
hanno risposto negativamente.
Cordiali saluti.
Il Presidente Dott. Sergio Castellaneta
Allegato 2 [fotocopia
documento originale]
Università degli studi
di Genova - DIPARTIMENTO DI MEDICINA INTERNA -
28/05/1998
Egr. Dr. Sergio Castellaneta - Presidente Ordine
Provinciale dei Medici Chirurghi a degli Odontoiatri
Genova
Chiar.mo Presidente,
Come da Sua richiesta ho esaminato le due
pubblicazioni del Dott. Domenico Fico: "Ipotesi
sulla settorialità delle funzioni metaboliche
epatiche" (Boll. SMC Cremona 1967) e "Zonazione
morfo-funzionale del lobulo epatico" (Prev. Soc.
1978).
Si tratta di due "Rassegne Letterarie" con cui si
tende alla dimostrazione "logica" delle ipotesi
formulate dell’Autore della "specializzazione" di
cellule o di "zone cellulari" dell’unità funzionale
del fegato. Per l’epoca, 30 e 20 anni fa, in cui
l’Autore le ha formulate, queste ipotesi sono
pregevoli, in quanto successivamente, almeno in
parte, dimostrate ed acquisite dalla "cultura
epatologica". A tale proposito il concetto di
zonazione ed eterogeneità funzionale del fegato è
chiaramente esplicato nel capitolo: ‘Metabolic
zonation and liver function" di J.J. Gumucio and
P.G. Traber (Oxford Textbook of Clinical Hepatologv,
N. McIntyre, S P. Benhamon, J. Bircher, M. Rizzetto,
J. Rodes, Oxford University Press 1991). La
molteplicità delle substrutture funzionali delle
cellule epatiche e la diversa prevalenza zonale
nell’unità funzionale epatica sono state acquisite
con tecniche di fluorescenza, microdissezione zonale
e tecniche istochimiche. Questi problemi funzionali
cellulari sono trattati estesamente in "The Liver,
Biology and Pathobiology" (I. M. Arias, J.L. Bayer,
N. Fausto, W.B. Jakaby, D. Schachter, D.A. Shafritz.
Raven Press 1994).
Come l’Autore potrà verificare, molti dei suoi
ragionamenti, espressi nelle rassegne inviate, hanno
trovato conferma dalle ricerche sperimentali
successive. Verosimilmente proprio a causa della
mancanza di dati sperimentali il lavoro dell’Autore
non ha avuto riconoscimento scientifico (oltre che
per i limiti ovvi di una pubblicazione locale in
lingua italiana).
Peraltro il lavoro di ricerca del Dott. Fico è
ammirevole sia per le intuizioni fisiopatologiche
espresse sia per l’evidente dedizione profusa
nell’affrontare e tentare di risolvere un problema
di conoscenza medica.
Confidando di aver svolto correttamente l’impegno
che mi ha affidato, Le porgo i miei più cordiali
saluti.
Prof. Roberto Testa -
U.O. Gastroenterologia - DI.M.I. - Università degli
Studi di Genova- Viale Benedetto XV n. 6 - 16132
Genova, Italy
Allegato 3
[fotocopia
documento originale]
CONSIGLIO NAZIONALE
DELLE RICERCHE - I.T.B.A. ISTITUTO DI TECNOLOGIE
BIOMEDICHE AVANZATE - Milano, 14 Marzo 1996
Egregio Dott. Fico
Ho letto con interesse la Sua recente lettera e la
documentazione che mi ha inviato.
Io penso che Lei dovrebbe essere felice di aver
apportato il Suo contributo allo sviluppo della
biologia moderna, come è stato riconosciuto da
scienziati valenti, e a cui io mi associo. È un
peccato che non abbia potuto sviluppare le Sue idee
nella direzione della biologia cellulare, biochimica
e molecolare, che avrebbero certamente chiarificato
ulteriormente il significato delle Sue osservazioni,
permettendone l'ulteriore sviluppo.
Con tanti auguri e i migliori saluti,
Prof. Renato Dulbecco
Allegato 4
[fotocopia
documento originale]
Università degli Studi
di Milano - Scuola di Specializzazione In Malattie
del Fegato e del Ricambio
Via Pace 9 - 20122 Milano - telefono
02 5469329 - Direttore
prof. Nicola Dioguardi - Milano, 24/11/1995
Egregio Dott. Fico,
La ringrazio per 1a Sua lettera, che rivela quanto
Ella sia un gentiluomo.
Ho letto con molto interesse i Suoi due lavori che,
senza dubbio, preannunziano la divisione in zone del
lobulo epatico. Purtroppo il tempo, pur avendoLe
dato ragione, non è stato galantuomo con Lei.
Il Prof. Villa, nella sua lettera, Le disse di
avermi passato gli estratti che Ella gli aveva, ma
le assicuro che la cosa non fu mai fatta. Purtroppo
in quegli anni, il nostro Professore non era sempre
"compos sui"
Quanto alle domande molto precise e competenti che
Ella mi pone circa l'eguaglianza di tutti gli
epatociti, anche se appartenenti ad aree metaboliche
diverse, sta nel fatto che nel loro genoma è
contenuta la possibilità di essere attivati, ove
opportunamente stimolati per ogni funzione, a
seconda della zona.
La ringrazio ancora per la Sua lettera che mi
consente di aver contattato, ripeto, un gentiluomo e
Le invio i più cordiali saluti.
Suo Nicola Dioguardi
Allegato 5
[fotocopia
documento originale]
INSTITUT FUR PATHOLOGIE
DER UNIVERSITAT BASEL - Basilea, 19.4.1990
Egr.Dott. FICO,
Grazie tanto per la Sua gentile lettera del 24 marzo
assieme colla Sua interessante pubblicazione:
"Ipotesi sulla settorialità delle funzioni
metaboliche epatiche", ed una copia della lettera
del Professore Hans Popper del 1. dicembre 1979.
Davvero, la Sua ipotesi oggi è generalmente
accettato e Lei veramente è stato un protagonista in
questo campo scientifico.
Riguardando adesso la Sua domanda, io non mancherò
di comunicare alla FALK Foundation la Sua
pubb1icazione. Ma devo anticipare che il Dott. FALK
nel suo Servizio Letteratura Medica registra solo
pubblicazioni recentissime. Il servizio infatti
serve d’informare medici e specialista del fegato
sulle attualità pubblicati nelle Riviste periodiche
perché per un medico in pratica non è più possibile
di rimanere à jour.
Personalmente, io sono grato per la Sua lettera.
Nelle mie lezioni per gli studenti voglio dimostrare
la Sua opera come esempio di una ricerca cui
talvolta deve aspettare anni o decenni finché, sarà
valutata! Penso che è un osservazione importante per
i giovani che aspettano sempre il successo subito.
Le porgo i miei saluti
sinceri.
Leonardo BIANCHI - Prof. Dr. med.
Allegato 6
[fotocopia
documento originale]
THE MOUNT SINAI MEDICAL
CENTER - December 1, 1979
Dear Dr. Fico:
Thank you very much for sending me your recent
reprints.
I reread my letter of 1968 and must concede that I
was apparently wrong in my opinion at that time. I
had in my youth been fascinated by the old studies
of Forsgren which subsequently were no more accepted,
but recent studies from all sides are convincing in
showing the validity of the functional variation
throughout the acinus or lobule, not only on the
basis of the studies of Rappaport, but of some
others. I feel now that you are perfectly right in
your opinion and encourage you to continue your
work.
With best wishes, Very sincerely yours,
Hans Popper, M.D. HP : lk
Allegato 7 [fotocopia
documento originale]
I.N.R.C.A.
Istituto Nazionale di Riposo e Cura per Anziani V.E.
II
Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico
U.O. Malattie Metaboliche e Diabetologia
Primario Prof. Paolo
Fumelli
IN RIFERIMENTO ALL’IPOTESI ETIOPATOGENETICA DEL
DIABETE MELLITO DI TIPO 2 FORMULATA DAL DOTT. FICO.
SI POSSONO FARE LE SEGUENTI OSSERVAZIONI
• La letteratura
mondiale in tema di diabete mellito di tipo 2 è
immensa ed enormemente più recente di quella
riferita dal dott. Fico che mediamente ha una
anzianità di 30 anni!! Nessuna rivista scientifica
accoglierebbe un lavoro senza una bibliografia
recente
• La letteratura attuale
è rivolta soprattutto agli aspetti genetici della
malattia in questione e i meccanismi biochimici che
la correlano con l'obesità.
• Non si discute che il
fegato abbia una funzione importante nel metabolismo
glicidico, ma non si può sostenere che sia
prioritario nei confronti del pancreas!!
• Nessuno d’altra parte
può pensare che tutta la ricerca mondiale abbia dei
preconcetti nei confronti delle ipotesi del dott.
Fico (ipotesi tra l’altro solo teoriche e desunte da
una letteratura estremamente datata)
• Se dunque i
ricercatori di tutto il mondo orientano diversamente
i loro interessi, c’è solo da pensare che abbiano
giusti motivi per farlo ed è altrettanto onesto e
giusto rispettarli.
• La libertà nella
ricerca è un elemento fondamentale per la riuscita
della ricerca stessa
• Il dott. Fico può, se
vuole, formulare un progetto di ricerca preciso da
sottoporre a qualche istituto qualificato e non
limitarsi a lamentare il mancato accoglimento della
sua richiesta. Ritengo che questa possa essere la
soluzione del problema. perché ogni argomento logico
non verrà certamente accolto.
By Domenico Fico
Tratto da:
http://www.diabetenews.8m.com:80/EPATICA.htm
Commento NdR:
Ricordarsi
che le alterazioni degli
enzimi, della
flora, del
pH
digestivo e quelle della
mucosa intestinale
influenzano la salute, non soltanto
a livello intestinale, ma anche a distanza in qualsiasi
parte dell'organismo e quindi producendo (esempio) nel caso
del
Diabete,
malassorbimento, malnutrizione
(*) ed
intossicazione del
pancreas con il risultato di alterare la produzione
di
insulina ed anche e contemporaneamente
l'alterazione del
metabolismo
degli
zuccheri
e quindi della
glicemia
e quella del DNA nei
mitocondri all'interno delle
cellule.
(*)
Per
Malnutrizione in campo
medico è
la conseguenza prolungata nel tempo
di difetti di
nutrizione, ovvero una
diminuzione di sintetizzazione
(preparazione), assunzione od
assorbimento di
protidi,
minerali,
vitamine
od altre
sostanze anche quelle
regolatrici del
metabolismo.
E’ il risultato conseguito a causa
di:
- Inadeguata assunzione o anomala
assimilazione delle sostanze immesse
nella circolazione dal metabolismo.
- Eccessivo dispendio energetico.
- Alterato metabolismo
con annesse patologie intrinseche.
A conferma di cio' che la
Medicina Naturale insegna,
recenti studi di ricercatori
pubblicati su
Lancet, hanno scoperto
e dimostrato che l'intestino secerne
delle sostanze, che hanno chiamato "incretine"
che promuovono la sintesi dell'insulina
e quindi il consumo di
zuccheri.
Gli incretinomimetici hanno delle
caratteristiche interessanti =
agiscono regolando la
glicemia, ma evitano che gli
zuccheri nel sangue scendano troppo
rapidamente e che quindi il
diabetico si senta male o vada in
coma.
Essi
hanno scoperto che quando la
glicemia aumenta molto di piu'
quando si iniettano zuccheri
direttamente in vena rispetto a
quando ne si assimila, attraverso la
bocca, la stessa quantita' e quindi
hanno scoperto che vi e' un
meccanismo regolatorio di insulina e
zuccheri nell'intestino.
Questo meccanismo vale per tutti gli
altri organi e sistemi !
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
Egregio dr. Vanoli,
Il mio commento al
suo Commento (NdR) è ovvio : l'
imbecillità umana non ha limiti.
C' è uno studio
originale che dimostra come sarebbe possibile
guarire il diabete tipo due, grave e diffusa
malattia (i diabetici sono attualmente
centocinquanta milioni), ricca di devastanti
complicanze ed attualmente non suscettibile di
guarigione.
C è un giornalista onesto ed intelligente che ne
dà larga comunicazione, ma il tutto cade nel
vuoto, nel silenzio criminale che vuole soltanto
tutelare gli interessi commerciali degli
spacciatori dell' inutile insulina e dagli altri
inutili farmaci oggi destinati a quel vasto
popolo di malati. E c'è soprattutto quel vasto
popolo di malati gravi, che potrebbero
agevolmente guarire ma che vengono invece
condannati a lunghe sofferenze ed a morte
precoce dalla imbecillità e dalla criminalità
umana. E l' aspetto più grave di questa
indecente faccenda è rappresentato dal criminale
silenzio delle pubbliche Istituzioni, ossia il
Ministero della Sanità e quello della Ricerca
scientifica, ai quali ho inviato lo studio
chiedendone la valutazione critica senza avere
alcun cenno di risposta. Non è stata mossa
alcuna critica a quell'ineccepibile studio scientifico,
che ha così esaltanti prospettive, perché
nessuna critica negativa può essere espressa.
Pertanto si continua a perseguire col silenzio
ciò che non si può ottenere con la
ragionevolezza: impedire che i centocinquanta
milioni di diabetici guariscano mandando in
rovina il florido commercio degli inutili
farmaci ad essi destinati dalla potente
industria che li produce. E perché i succitati
Ministeri continuano a tacere ? Per imbecillità
? per incompetenza ? per corruzione ?
Una risposta è doverosa, io ed il popolo dei
diabetici l'aspettiamo e la sollecitiamo con
forza.
Informo intanto di avere ora nuovamente
sollecitato quel ministero a dare la doverosa
risposta. Forse la sollecitazione a rispondere,
se venisse anche da Voi, avrebbe maggior
possibilità di successo.
Cordiali saluti
dott. Domenico Fico
Inoltre: ......occorre far di tutto affinché la
notizia che il diabete due può essere
facilmente guarito, sia diffusa al massimo. Da
parte mia, ho poco fa inviato il testo del mio
studio al prof. Giovanni Simonetti @UNIROMA2.it
chiedendone la valutazione critica.
Sono certo di non aver risposta, come al solito.
Veda Lei se può dargli una sollecitazione.
Vedendo che si muove la stampa, forse penserà
che sia più opportuno dare una
qualche risposta..
Al ministero va richiesto di dare la doverosa
valutazione critica dello studio che ho
inviato lì ripetutamente, senza aver mai un
qualche cenno di risposta.
Batti e ribatti, qualcosa dovrà pur muoversi.
Cordiali saluti
dott. Domenico Fico
|
"Questo sito
WEB vi informa"
Non siamo
responsabili della correttezza e/o della solvibilità
degli inserzionisti del ns. Network
Webmaster
- Copyright © 1998, Publisher Bamico ltd - All rights reserved
Tutti i diritti riservati - Vietata
la copia anche parziale dei contenuti, se non viene citata la fonte |
|
|