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Il morbo di
Alzheimer è una
demenza progressiva invalidante senile. Prende il nome dal
suo scopritore,
Alois Alzheimer.
La malattia o morbo di Alzheimer
è oggi definito come quel «processo degenerativo che
distrugge progressivamente le cellule cerebrali, rendendo a
poco a poco l'individuo che ne è affetto incapace di una
vita normale». In Italia ne soffrono circa 500 mila persone,
nel mondo 18 milioni, con una netta prevalenza di donne.
Definita anche "demenza di
Alzheimer", viene appunto catalogata tra le
demenze essendo un deterioramento cognitivo cronico
progressivo.
Le persone affette iniziano
dimenticandosi piccole cose, poi mano a mano le dimenticanze
aumentano e la perdita della memoria arriva anche a
cancellare i parenti e le persone care. Una persona colpita
dal morbo può vivere anche una decina di anni dopo la
comparsa della malattia.
Col progredire della malattia le
persone non solo dimenticano, ma perdono la capacità di
parlare e di muoversi autonomamente necessitando anche di
continua assistenza personale.
Nell'Alzhaimer si sono identificate mutazioni nei geni e si
e' arrivati all'identificazione di 2
enzimi responsabili del processo patologico (secretases
). Successivamente la malattia determina una
diffusa distruzione di
neuroni, causata principalmente dalla
betamiloide, una proteina che depositandosi tra i
neuroni agisce come una sorta di collante, inglobando
placche e grovigli "neurofibrillari".
La malattia è
quindi accompagnata da una forte diminuzione di
acetilcolina nel cervello, sostanza fondamentale per la
memoria ma anche per le altre facoltà intellettive. La
conseguenza di queste modificazioni cerebrali è
l'impossibilità per il neurone di trasmettere gli impulsi
nervosi e quindi la morte.
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Alzheimer: scoperta la proteina "killer" - 31 Gen.
2012
Scoperta la proteina killer "ritenuta" responsabile
dell’Alzheimer. Si tratta di una molecola che,
accumulandosi, soffoca i neuroni e fa svanire la memoria.
Sono le placche di beta amiloide, una catena di molecole che
provoca l’Alzheimer.
Merito della scoperta è dei ricercatori americani
dell’Università di Philadelphia. “Per ragioni che non ancora
non sono chiare, in alcune persone il 12/15-Lipoxygenase
inizia a lavorare troppo – spiega Domenico Pratico,
ricercatore italoamericano, docente di Farmacologia e di
Microbiologia.
Lo studio, e' stato pubblicato su “Annals of Neurology”.
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L'Alzheimer
si evolve lentamente e silenziosamente per
oltre 10 anni. Adnkronos Salute, Roma,
15 dic. 2008
Ma alcune 'spie' della
malattia, di tipo intellettivo, sono
presenti dai sei ai dodici anni prima che la
demenza si manifesti. Lo ha scoperto
un'equipe francese dell'Inserm di Bordeaux,
secondo la quale si potrebbe arrivare alla
diagnosi dieci anni prima rispetto a oggi.
I segni
premonitori sono legati a problemi di
concentrazione e di disturbi di memoria,
secondo la ricerca realizzata su 3.777
francesi e pubblicata sugli Annals of
Neurology. I ricercatori hanno tenuto sotto
osservazione i pazienti, tutti 'over 65'
all'inizio dello studio, per 14 anni, con
visite annuali o triennali. In tutto si sono
ammalate 350 persone. Dalle loro cartelle
cliniche è risultato evidente che i
risultati in 4 test di neuropsicologia
cominciavano a manifestare segni di declino,
rispetto alle persone non colpite da
demenze, dai 10 ai 13 anni prima della
diagnosi. Inoltre, alcuni che si sono
successivamente ammalati lamentavano
problemi di memoria e depressione 8-10 anni
prima della diagnosi. Mentre altri avevano
difficoltà a realizzare compiti poco
complessi, come telefonare o gestire un
farmaco, 5,5-6,5 anni prima della malattia.
In media i disturbi si sono manifestati
diversi anni prima di essere indirizzati a
centri specializzati.
Storia
Nel 1901, il dottor
Alois Alzheimer, uno
psichiatra tedesco, intervistò una sua paziente, la
signora Auguste D., di 51 anni. Le mostrò parecchi oggetti e
successivamente le chiese che cosa le era stato indicato.
Lei non poteva però ricordarsi. Inizialmente registrò il suo
comportamento come "disordine da
amnesia di scrittura", ma la sig.ra Auguste D. fu la
prima paziente a cui venne diagnosticata la malattia di
Alzheimer.
Patogenesi
Dall' analisi post-mortem di tessuti cerebrali di pazienti
affetti da Alzheimer, si è potuto riscontrare un accumulo
extracellulare di una proteina, chiamata beta-amiloide. Nei
soggetti sani la beta-amiloide viene prodotta dalla APP
(proteina progenitrice dell' amiloide) in una reazione
biologica catalizzata dall'alfa-secretasi che produce una
beta-amiloide costituita da 40 ammioacidi. Per motivi non
totalmente chiariti, nei soggetti malati l'enzima che
interviene sull' APP non è l'alfa-secretasi, bensì una sua
variante, la beta-secretasi che porta alla produzione di una
beta-amiloide anomala, costituita da 42 amminoacidi invece
che 40. Tale beta amiloide non presenta le caratteristiche
biologiche della forma naturale, e tende a depositarsi in
aggregati extracellulari sulla membrana dei
neuroni.
Tali placche neuronali innescano un processo infiammatorio
che richiama
macrofagi e
neutrofili i quali produrranno citochine, interleuchine
e TNF alfa che danneggiano irreversibilmente i neuroni.
Ulteriori studi mettono in evidenza che nei malati di
Alzheimer interviene un ulteriore meccanismo patologico:
all'interno dei neuroni, una proteina tau, fosforilata in
maniera anomala, si accumula in aggregati neurofibrillari o
Ammassi neurofibrlillari. I neuroni particolarmente
colpiti dal processo patologico sono quelli colinergici e in
particolare le zone cerebrali più interessate sono le aree
corticali,sottocorticali e tra queste ultime le aree
ippocampali.In particolare l' ippocampo interviene nell'
apprendimento e nei processi di memorizzazione. La
distruzione dei neuroni di queste zone è la causa della
perdita di memoria dei malati.
Terapia
Sfruttando perciò il fatto che nell'Alzheimer si ha
diminuizione dei livelli di
acetilcolina, l'idea è stata quella di ripristinarne i
livelli. L'aceticolina non può essere usata, è troppo
instabile e ha un effetto limitato. Gli agonisti colinergici
invece avrebbero effetti sistemici e darebbero troppi
effetti collaterali,non sono perciò utilizzabili. Possiamo
invece usare inibitori della colinesterasi,l'enzima che
metabolizza l'acetilcolina: inibendo tale
enzima, aumentiamo la quantità di acetilcolina nel vallo
sinaptico.
Tratto da:
http://it.wikipedia.org/wiki/Alzheimer
Commento NdR: secondo la
medicina naturale oltre a seguire il
Protocollo della
Salute occorre far assumere della
Pappa reale (vedi
Prodotti dell'Alveare) ricca in
“acetilcolina” naturale.
Ricordiamo che assumere il
Ginkgo non serve: Il Ginkgo biloba non
previene l’Alzheimer.
La più ampia indagine clinica mai condotta,
pubblicata questa settimana su Jama (Journal of the
American Medical Association), sembra mettere la parola fine
ai dibattiti sui benefici che la pianta avrebbe contro la
perdita progressiva della memoria nei casi di demenza senile
e in altre patologie neurodegenerative.
Lo studio è stato svolto da
Steven DeKosky, decano della School of Medicine presso l’Università
della Virginia, e si basa su una serie di test condotti
tra il 2000 e il 2008 su oltre tremila persone dai 75 anni
in su. La metà dei partecipanti ha assunto quotidianamente
120 milligrammi di estratto di ginkgo, mentre all'altra metà
è stato somministrato un placebo.
Degli oltre 500 pazienti
in cui è stata diagnosticata una forma di Alzheimer a sei
anni dall’inizio della sperimentazione, 277 avevano seguito
la terapia con il ginkgo .
Una possibile azione preventiva di questa pianta nei
confronti del morbo di Alzheimer era stata suggerita da
diversi studi di laboratorio, ma i test condotti sui
pazienti non avevano mai fornito risultati soddisfacenti.
“L’esito di questa indagine ci permette di affermare che il
ginkgo non è efficace contro l’Alzheimer”, ha commentato
Bill Thies, vice presidente alle relazioni
medico-scientifiche per l’Alzheimer
Association, “anche se c’è chi continua a promuoverlo”.
Tanto che negli Stati Uniti si spendono più di 100 milioni
di dollari l’anno per integratori a base di questa pianta. (ga.c.)
Ricordiamo
anche che le alterazioni degli
enzimi, della
flora, del
pH digestivo e della
mucosa
intestinale influenzano la salute, non
soltanto a livello intestinale, ma anche a
distanza in qualsiasi parte dell'organismo.
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Medicina, italiani scoprono
proteina per Alzheimer
Fonte: ANSA, Milano,
12 marzo 2009 – Identificata, presso l’Istituto Besta di
Milano, una forma mutata di beta-proteina in grado di
bloccare, in vitro e per ora non in vivo, la produzione
delle placche amiloidi che, si pensa per ora, siano alla
base dell’Alzheimer.
La scoperta, che dovrà essere verificata sugli animali prima
ancora che sull'uomo, è stata oggetto di uno studio
pubblicato sulla rivista "Science",
eseguito in collaborazione con il centro Mario Negri,
l'Università di Milano e il Nathan Kline Institute di
Orangeburg, New York.
L'Alzheimer, più comune forma di demenza tutt'oggi
inguaribile, in Italia interessa 450mila persone (6 milioni
in Europa) ma la cifra è destinata a raddoppiare entro il
2050 a causa dell'atteso aumento del numero di anziani, che
ne sono i più colpiti.
La malattia si pensa sia causata dall'accumulo nel cervello
di un frammento proteico chiamato “beta-proteina” che si
aggrega generando depositi insolubili, le placche amiloidi.
Ora questo studio verra’ applicato al modello animale e se
fornira’ risultati utili anche quindi sull’uomo, ma
passeranno ancora una diecina di anni prima che si possa
dire se e’ stata trovato un farmaco per questa grave
malattia.
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Curcuma, un toccasana contro l'Alzheimer
Mangiare un curry indiano una o
due volte a settimana potrebbe aiutare a prevenire la
demenza senile e l'Alzheimer, secondo una ricerca americana.
Il segreto ? Uno dei tanti ingredienti del mix di spezie che
compongono il curry: la curcuma, che, grazie al contenuto di
curcumina, appare in grado di prevenire la diffusione delle
placche di proteine amiloidi che, insieme ai grovigli di
fibre nervose, sono la causa, stando alle conoscenze
attuali, della demenza.
Il professor Murali Doraiswamy, della
Duke
University in North Carolina, afferma che le persone
che mangiano piatti a base di curry una o due volte a
settimana hanno un rischio più basso di demenza; ora la sua
equipe sta studiando quale sia l'effetto dell'assunzione di
dosi più alte - e non solo contro la demenza, ma anche per
prevenire altre malattie, come artrite e
cancro.
"Ci sono prove evidenti a conferma che la curcumina si lega
alle placche e le ricerche condotte sugli animali hanno
dimostrato i benefici apportati da questa sostanza",
dichiara il professor Doraiswamy.
"Si può modificare geneticamente un topo in modo che a 12
mesi il suo cervello sia pieno di placche. Se a questo punto
si nutre il topo con una dieta ricca di curcumina, le
placche si dissolvono. La stessa dieta ha evitato in topi
piu' giovani la formazione delle placche. Il prossimo passo
sarà testare la curcumina sulla formazione delle placche
amiloidi nell'uomo".
Un trial clinico è già in fase di avvio alla
University
of California, Los Angeles, per verificare gli
effetti della curcumina su pazienti con Alzheimer.
Ovviamente, mangiare curcuma non è l'unico toccasana contro
la demenza, occorre in generale una vita sana.
Ma, dice il professore, "se si segue un'alimentazione
bilanciata e si svolge attività fisica, mangiare curry
regolarmente potrebbe prevenire la demenza".
In futuro possiamo anche aspettarci una pillola alla
curcumina, il professore non lo esclude. La comunità
scientifica non è completamente d'accordo con Doraiswamy.
Rebecca Wood, dell'Alzheimer's
Research Trust britannico, fa notare che le ricerche
del professore americano sono state condotte solo su animali
e che "occorrerebbe mangiare molto curry - oltre 100 grammi
di curcuma - per assumere una dose clinicamente rilevante di
curcumina".
Tuttavia la dottoressa Susanne Sorensen, dell'Alzheimer's
Society, sempre in Uk, ammette: "Le popolazioni indiane, che
mangiano la curcuma regolarmente, hanno un'incidenza
particolarmente bassa di Alzheimer e il motivo non ci è
ancora noto. Siamo perciò interessati a esplorare i
potenziali benefici della curcumina e stiamo conducendo
anche noi ricerche in questa direzione". Tratto da:
news.paginemediche.it
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Un legame tra
le diete
iperproteiche e il Morbo di Alzheimer ? -
By Allie
Montgomery - 27 Ottobre 2009
Fin dagli anni '60
le diete iperproteiche sono molto popolari, e tutt'oggi
continuano ad attirare l'attenzione di milioni di persone
che desiderano dimagrire.
Tuttavia, prima di lanciarvi in una dieta di questo tipo, ci
sono alcune cose che dovreste prendere in considerazione.
Le diete con un tasso elevato di proteine possono produrre
una perdita rapida del peso iniziale, ma la maggior parte
dei chili persi deriva dalla perdita di acqua piuttosto che
dalla perdita dei grassi.
Inoltre, molte diete alimentari ricche di proteine sono
anche ricche di grassi saturi e povere di fibre, una
combinazione che può aumentare il tasso di colesterolo e
aumentare il rischio di affezioni cardiache e di incidenti
di ordine vascolare cerebrale (AVC).
Delle ricerche hanno stabilito che tali diete causano una
secrezione di calcio superiore al normale nelle urine, cosa
che, a lungo termine, può aumentare il rischio di
osteoporosi e di sviluppare calcoli renali.
Uno studio recente pubblicato nella rivista "Molecular
Neurodegeneration" avanza l'ipotesi che una dieta
ricca di proteine possa determinare il restringimento del
cervello e un aumento del rischio di sviluppo e progressione
del morbo di Alzheimer.
Questa scoperta è apparsa in una ricerca avente per oggetto
gli effetti di varie diete su cavie passibili di sviluppare
il morbo di Alzheimer (il MIO). Le cavie sono state
sottoposte a una dieta normale, con un tasso elevato di
grassi e con pochi zuccheri, a una dieta personalizzata, con
un alto tasso di proteine e pochi carboidrati, e a una dieta
con un alto tasso di glucidi e pochi grassi.
Nel corso dello studio sul
cervello e sul peso corporeo delle cavie, combinato allo
studio sull'accumulo delle placche e sulle diverse parti del
cervello implicate nella perdita di memoria, è emerso,
inaspettatamente, che il cervello delle cavie che seguivano
una dieta con un tasso elevato di proteine e basso di
glucidi era del 5 % più leggero del cervello degli altri
roditori, e che le sezioni dell ippocampo erano meno
sviluppate. La spiegazione più plausibile è stata che una
dieta ricca di proteine potrebbe esporre maggiormente i
neuroni al morbo di Alzheimer.
Le diete iperproteiche sono
finalizzate generalmente al controllo del peso e combinate
ad altre diete già ricche di grassi. Questa pratica potrebbe
rivelarsi doppiamente dannosa qualora l'aumento
dell'ingerimento di alimenti con un alto contenuto di grassi
e proteine dovesse sensibilizzare le cellule nervose al
veleno liberato dalle placche. Questo è quanto ha dichiarato
l'autore principale, Sam Gandy, professore al Mount Sinai
School of Medicine e neurologo al James J. Peters veterans
Affairs Medical Center di New York.
Secondo il dott. Gandy, per quanto riguarda l'associazione
delle diete ricche di proteine con l'invecchiamento dei
neuroni, già presa in considerazione dalla ricerca, il
punto è quello di capire se una determinata alimentazione,
ingerita a una determinata età, possa incidere sulla
comparsa e/o sulla progressione del morbo di Alzheimer.
Gandy ritiene che per accertare le supposte implicazioni
delle diete per il cervello umano sono necessarie ulteriori
ricerche. Aggiunge, inoltre, che sono necessarie ulteriori
sperimentazioni affinché gli scienziati siano in grado di
fornire delle raccomandazioni specifiche sui rischi
alimentari associati al morbo di Alzheimer.
Ricordiamo che delle ricerche precedenti hanno già
dimostrato che una dieta alimentare di tipo mediterraneo (a
debole tasso di calorie, povera di grassi saturi, ricca di
verdure, frutta e pesce) potrebbe rallentare la progressione
del morbo di Alzheimer.
Il morbo di Alzheimer porta
all'accumulo di lesioni cerebrali, chiamate placche
amiloidi, che distruggono le cellule cerebrali, causando la
perdita di memoria e problemi comportamentali
sufficientemente gravi da influire sul lavoro, sulla vita
sociale e anche sulla capacità di far fronte alla vita
quotidiana per il paziente. Con il passare del tempo, il
morbo di Alzheimer peggiora e diventa mortale.
Attualmente, non esiste nessuna cura risolutiva, (NdR:
secondo la medicina
allopatica) ma in tutto il mondo i ricercatori
continuano a investigare il modo migliore per curare la
malattia, ritardare la sua comparsa e impedire il suo
sviluppo.
Tratto da:
http://it.healthnews.com/salute-news/disturbi-e-malattie/ricerca-un-legame-tra-le-diete-iperproteiche-e-il-morbo-di-alzheimer-2185.ht
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