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NSA
PROGETTA L'INTERCETTAZIONE DEL WEB
Il Web 2.0 e' il terreno di caccia per
l'intelligence americana. Lo rivela il New
Scientist, che avverte: l'intelligence americana
inizia a ravanare nei social network. Lo spettro
del programma Total Information Awareness
URL:
http://punto-informatico.it/pi.asp?id=1526853
OCCIDENTE
motore della Censura on-Line
Uno
studio accademico promosso da OpenNet Initiative
precipita anche il Myanmar nel gruppo dei paesi
autoritari che filtrano e censurano Internet.
Questi paesi - dicono gli esperti - usano
tecnologie occidentali
Cambridge
(UK) - L'ultimo rapporto stilato da
OpenNet
Initiative sulla
situazione
di Internet nel Myanmar delude le speranze di
chi sogna un cammino congiunto per libertà
individuali e diffusione delle nuove tecnologie di
comunicazione.
L'associazione,
che riunisce i prestigiosi atenei di
Cambridge,
Harvard
e
Toronto,
ha precipitato questa inossidabile dittatura
asiatica in compagnia di Iran,
Cina ed
Arabia
Saudita: i quattro paesi rappresentano,
nell'opinione degli esperti, la punta di diamante
nel panorama globale del controllo
sistematico della Rete e della libertà
d'espressione.
I
risultati delle indagini di ONI sono inquietanti:
il governo dell'ex Birmania filtra quasi l'85% dei
servizi gratuiti di posta elettronica e circa l'84%
di siti stranieri che contengono informazioni
su tematiche fondamentali come politica
e promozione dei diritti
umani. "È uno dei sistemi di censura
e controllo più rigidi che abbiamo mai
studiato", sostiene Ronald J. Deibert,
direttore del Centro Studi Internazionali
dell'Università di Toronto e collaboratore di ONI.
Aung
San Suu Kyi, leader clandestino del vietatissimo
partito democratico del Myanmar, è convinto che
il regime dittatoriale miri all'eliminazione di
qualsiasi forma d'opposizione politica grazie al pugno
di ferro su Internet.
I due ISP nazionali, entrambi sotto il controllo
dello Stato, si avvalgono di leggi vaghe e
durissime per esercitare il loro potere
liberticida su una popolazione online di appena 30.000
utenti, paralizzati da un reddito medio pro
capite pari a 180 dollari mensili.
La totalità delle pubblicazioni online che
promuovono la democrazia per il Myanmar, fornito
di connettività a banda larga nelle zone più
urbanizzate, sono messe
all'indice grazie all'uso estensivo di filtri
software prodotti in occidente. Lancia
l'allarme anche John Palfrey, giurista di Harvard
che si interessa dello sviluppo della Rete nel
mondo: "Le tecnologie di controllo stanno
diventando sempre più precise e sofisticate,
grazie soprattutto alle aziende occidentali che si
arricchiscono grazie alla censura".
E l'industria IT degli Stati Uniti guadagna una
nuova maglia
nera: i ricercatori hanno identificato la
giovane azienda
Fortinet
come il principale
fornitore di tecnologie censorie. Un nuovo
record negativo per gli USA, recentemente scossi
dal cosiddetto
scandalo
Yahoo !, impresa accusata di aiutare la
Repubblica Popolare Cinese nella sua massiccia
opera di
controllo
dell'informazione digitale.
Fortinet, ma si fa anche il nome di Cisco,
è ormai da tempo il partner per eccellenza di
regimi e dittature che intendono tenere sotto
torchio l'opinione pubblica locale. La compagnia,
che produce un sistema speciale chiamato
Fortiguard, si difende dicendo di "rispettare
gli accordi internazionali siglati da
Washington" e che non mantiene relazioni
commerciali con "paesi colpiti da embargo per
ragioni politiche".
By
Tommaso Lombardi
Tratto
da:
http://punto-informatico.it/p.asp?i=55557&r=PI
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Il Governo
Italiano vara la Internet Tax
Qualsiasi attività web dovrà registrarsi al ROC,
ossia al Registro degli operatori di
Comunicazione...
21-10-2007 - In pieno agosto è stato sparato il
siluro: una proposta normativa che se diverrà
legge costringerà qualunque sito o prodotto
editoriale, anche senza fini di lucro, a
rigistrarsi al ROC.
Il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera.
La novità è presto
detta: qualsiasi attività web dovrà registrarsi
al ROC, ossia al Registro degli operatori di
Comunicazione, se il disegno di legge si
tradurrà in una norma a tutti gli effetti.
Registrazione che porta con sé burocrazia e
procedure. Il testo parte bene, spiega che "La
disciplina prevista dalla presente legge in tema
di editoria quotidiana, periodica e libraria ha
per scopo la tutela e la promozione del
principio del pluralismo dell'informazione
affermato dall'articolo 21 della Costituzione e
inteso come libertà di informare e diritto ad
essere informati".
Bene, anche perché esplicita che si parla di
editoria e non, ad esempio, di pubblicazioni
spurie prive di intenti editoriali, come può
esserlo un sito personale.
Il problema, come
osserva Spataro, è che poi il testo si
contraddice quando va a definire cosa è un
prodotto editoriale.
Una definizione che chi legge Punto Informatico
da almeno qualche anno sa essere già oggi molto
spinosa e che, con questo disegno governativo,
assume nuovi inquietanti connotati:
"Per prodotto
editoriale si intende qualsiasi prodotto
contraddistinto da finalità di informazione, di
formazione, di divulgazione, di intrattenimento,
che sia destinato alla pubblicazione, quali che
siano la forma nella quale esso è realizzato e
il mezzo con il quale esso viene diffuso" (art
2, comma 1). Chi avesse ancora dei dubbi su cosa
sia prodotto editoriale può leggere il comma
seguente del medesimo articolo, che stabilisce
cosa non è prodotto editoriale:
"Non costituiscono prodotti editoriali quelli
destinati alla sola informazione aziendale, sia
ad uso interno sia presso il pubblico".
Chi ritenesse che
questa definizione non si applichi, per esempio,
al proprio blog personale dove pubblica di
quando in quando un post, dovrà ricredersi
passando al comma successivo dell'articolo 2, il
terzo comma, che recita:
La disciplina della presente legge non si
applica ai prodotti discografici e audiovisivi.
Il Governo, nel redigere questo disegno di
legge, non si è dimenticato, peraltro, dei
prodotti editoriali integrativi o collaterali
che sono quei prodotti, compresi quelli
discografici o audiovisivi, che siano "diffusi
unitamente al prodotto editoriale principale".
Rimarrebbe una
scappatoia, quella delle pubblicazioni, on e off
line, che sono sì di informazione o
divulgazione, o formazione o intrattenimento, ma
non sono a scopo di lucro. Rimarrebbe se solo il
Governo non ci avesse pensato. Ed invece dedica
alla cosa l'intero articolo 5:
"Per attività editoriale si intende ogni
attività diretta alla realizzazione e
distribuzione di prodotti editoriali, nonché
alla relativa raccolta pubblicitaria.
L'esercizio dell'attività editoriale può essere
svolto anche in forma non imprenditoriale per
finalità non lucrative".
Un paragrafo che dunque non lascia scampo ai
"prodotti" non professionali, lasciando forse,
ma è una questione accademica, un
micro-spiraglio a chi non ottiene o non cerca
pubblicità di sorta sulle proprie pubblicazioni.
Qualcuno potrebbe
pensare che il solleone ad agosto abbia giocato
brutti scherzi. In realtà all'articolo 7 viene
raccontato il motivo del provvedimento. Con
espresso riferimento a quanto pubblicato online,
si spiega che l'iscrizione al ROC serve "anche
ai fini delle norme sulla responsabilità
connessa ai reati a mezzo stampa".
Senza contare la
montagna di introiti extra che il Registro
otterrebbe con questa manovra, ne consegue che
la giustificazione che viene addotta a questo
abominio nuovo provvedimento sia la necessità di
tutelare dalla diffamazione. Come se fino ad
oggi chiunque avesse avuto mano libera nel
diffamare chiunque altro. Il che non è, tanto
che più volte siti non professionali e altre
pubblicazioni online, anche del tutto personali
come dei blog, e anche senza alcuna finalità di
lucro, si sono ritrovati coinvolti in un
processo per diffamazione.
"Potessero, -
conclude Spataro - chiederebbero la carta
d'identità a chiunque parla in pubblico. Su
internet il controllo è più facile. E imporre
procedure burocratiche per l'apertura di un blog
sarà il modo migliore per far finire l'internet
Italiana".
Vista l'enormità di
quanto sta producendo questo Governo, visto
anche l'impegno profuso da Punto Informatico e
da decine di migliaia di utenti negli anni
scorsi per cercare di tenere lontani dalla rete
i tentacoli del controllo editoriale
tradizionale, mi sembra doveroso lasciar qui
alcune righe.
Ci troviamo dinanzi
ad un provvedimento che non andrà lontano. I
suoi scopi sono altri, i primi articoli del
testo sono scritti malissimo: verranno
riscritti, è facile prevederlo, forse persino
prima che il New York Times titoli qualcosa tipo
"Italia nel Medioevo" come fece quando fu
approvata la legge sulle staminali.
La dimensione
macroscopica dell'errore del Governo è tale, e
capace di nuocere alla rimanente parte del
disegno di legge, che con un colpo di bianchetto
verrà consegnato all'oblìo nel più rigoroso
silenzio mediatico. Presto non ne sentiremo più
parlare. È già successo, si può aver fiducia che
accada di nuovo.
Il punto è, evidentemente, un altro.
Sopravvivere al
numero di oggi di Punto Informatico non è
facile, richiede quella stessa capacità di
controllo di quando si versano le imposte nelle
mani della casta perché ci faccia ciò che crede:
c'è Marco Calamari che fa il punto su come le
diverse leggi sulla pedopornografia negli ultimi
8-10 anni abbiano provocato una compressione
delle libertà individuali, c'è Valentino Spataro
che spiega a tutti come sia capitato che il
Governo abbia imposto una tassa (e una serie di
procedure) in capo a qualunque pubblicazione
online di qualsiasi genere anche senza finalità
di lucro, e c'è Francesco Rutelli che fa sapere,
vivaddio, di non poterne più, lui, di Italia.it.
Come dicevo,
sopravvivere è difficile. In un solo giorno
vengono condensati i risultati di fallimenti
plateali e costosi, sia in termini economici che
di libertà individuali, nati dalla ostinata
ignoranza di chi alberga nella stanza dei
bottoni, ignoranza almeno riguardo alle cose
della rete, volendoci limitare a quelle.
Quando andavo a
scuola e sbagliavo una frase importante in una
versione di greco, il mio insegnante non mancava
mai di metterci sotto due righe a penna con due
o persino tre "x rosse", e di conseguenza
abbassava in modo sostanziale il voto finale che
assegnava alla mia traduzione. Non contento, le
correzioni si eseguivano sempre tutti insieme
pubblicamente, ognuno cosciente e informato
degli errori degli altri.
Nel caso del
Governo, una penna rossa riscriverà quegli
articoli ma nessun brutto voto verrà emesso.
Chi è riuscito a scrivere quegli obbrobri non
dovrà ammettere il proprio errore, né sarà
chiamato a risponderne. Il Consiglio dei
ministri che ha letto e approvato quel testo non
verrà certo messo in croce per
l'irresponsabilità dimostrata e l'allarme
inutilmente causato. Nessuno dirà nulla a quegli
esponenti governativi che parlano di riforma
eccellente.
Così vanno le cose in Italia.
L'unica speranza è che noi si possa continuare a
raccontarle.
Passi l'essere italiani, ma non ci ridurremo
certo ad agire come omertosi
Paolo De Andreis
- Tratto da:
www.punto-informatico.it
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Silenzio ! Al
Congresso parla il papà del Web
La Camera
dei Rappresentanti ascolta Tim Bernes-Lee, che
spiega ai deputati perché la rete debba rimanere
senza padroni. Una lezione che dovrebbe entrare
in tutti i Parlamenti.
Washington (USA) -
Molti si riempiono la bocca di
net neutrality e altri insistono sulla
necessità di garantire la libertà di espressione
e di accesso alle informazioni online, come
Amnesty o
Eric Schmidt, CEO di Google Inc. Ma quando a
parlare è
Sir Timothy Berners-Lee, inventore del World
Wide Web e fondatore del
World Wide Web Consortium, le dichiarazioni
sulla neutralità della rete come conditio sine
qua non per la crescita della società
dell'informazione acquistano un senso tutto
speciale.
Lee
parla di fronte ai deputati della House of
Representatives statunitense, nell'ambito di una
serie di incontri che hanno l'obiettivo di
suggerire ai politici le strade migliori da
seguire per mettere ordine nel settore delle
telecomunicazioni e dei media digitali.
Unico invitato all'audizione The Future of the
World Wide Web, il pioniere del network globale
ha definito la necessità di "essere certi che il
web stesso sia un foglio di lavoro bianco, una
tela vuota, qualcosa che non limita
l'innovazione che è dietro l'angolo".
"Posso dire di credere che una Internet non
discriminatoria sia molto importante per una
società basata sul world wide web" dice Lee,
sostenendo che i mezzi di comunicazione sono un
fattore così importante per la collettività che
"dobbiamo trattarli in maniera speciale".
Internet rimarrà un punto nodale per la crescita
delle nazioni finché sussisteranno le condizioni
di accesso paritario per tutti,
indipendentemente dall'hardware e dal software
utilizzato, dall'ISP fornitore dell'accesso,
dalla lingua parlata, dalle disabilità o dalle
caratteristiche culturali specifiche di ognuno,
sentenzia il papà del web.
Dichiarazioni che non piacciono a chi vuole
scardinare la neutralità, agganciando tariffe
maggiorate per l'accesso a contenuti frutto di
accordi economici che leghino internet provider
e content provider, destinati ad incidere sulla
prioritizzazione delle risorse di rete. E
dinanzi a loro ha parlato Berners-Lee, facendo
così sponda anche a Edward Markey, deputato
Democratico del Massachusetts ed organizzatore
dell'incontro, tra i
promotori principali di una normativa
federale che possa preservare Internet da colpi
di mano.
Berners-Lee, definito dai convenuti uno dei rari
individui che "ha davvero reso il mondo un posto
diverso e migliore", ha poi espresso i suoi
convincimenti sulla sempre calda questione delle
tecnologie DRM. Lee crede fermamente
nell'impiego di standard comuni basati su
sistemi royalty-free, citando l'esempio della
protezione da copia di Apple,
criticata dallo stesso Jobs in tempi
recenti, come uno dei fattori che maggiormente
hanno inibito la crescita della vendita di
musica online.
"Come potrebbero essere compensati i creatori in
un mondo privo di DRM?" ha poi chiesto a Lee il
deputato Repubblicano Mary Bono: secondo il
tecnologo, un approccio migliore sarebbe quello
di ideare software capaci di individuare se un
utente possiede o meno un particolare file. "Non
ti fermerebbe, ma ti farebbe sapere se stai
ascoltando musica che non dovresti ascoltare"
risponde Lee. Qualcosa insomma di molto simile
al meccanismo di watermarking
appena brevettato da Digimarc o alle
proposte di
iDRM di
Dmin.it.
Su Google Video è disponibile l'intera
audizione. Dura più di due ore, ma le vale
tutte.
By Alfonso Maruccia - Tratto da:
http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1913745
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