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pH and Chemotherapy -
A., Raghunand N. B., Gillies RJ.
University of Arizona Health Sciences Center, Cancer
Center Division, Tucson 85724-5024, USA.
In vivo pH measurements by magnetic resonance
spectroscopy reveal the presence of large regions of
acidic extracellular pH in tumours, with the
intracellular pH being maintained in the
neutral-to-alkaline range.
This acid-outside plasmalemmal pH gradient acts to
exclude weak base drugs such as the anthracyclines and
vinca alkaloids, a behaviour that is predicted by the
decrease in octanol-water partition coefficients of
mitoxantrone and doxorubicin with decreasing solution pH.
This pH gradient can be reduced or eliminated in mouse
models of breast cancer by systemic treatment with
sodium bicarbonate..... PMID: 11727930
Il dott. Simoncini di Roma, con la collaborazione
dell’autore di questo trattato, sta conducendo ormai da
qualche anno degli studi su ammalati di cancro,
utilizzando una terapia a base di
acqua fisiologica + sali minerali (tamponi) per il
fatto che nella sua esperienza anch'egli si è accorto
che i cancri non proliferano in certi ambienti
fisiologici.
Il lodevole studio del dott.
T. Simoncini, viene introdotto nella nostra “Guida
alla Salute Naturale”, in quanto in completa
sintonia con i nostri punti di vista e le nostre
ricerche, iniziate decenni or sono con le quali siamo
arrivate ad avere le stesse conclusioni alle quali è
arrivato il dott. T. Simoncini e con lui collaboriamo da
qualche anno.
Questo studio di notevole
portata medico scientifica non è stato ancora pubblicato
su riviste scientifiche per le note resistenze che esse
pongono ad ogni ricerca che va contro gli indirizzi e le
finalità che esse ricevono da “chi” le finanzia. Qui di
seguito una sintesi dei suoi recenti studi e che per
interesse generale pubblichiamo, con la sua
autorizzazione. Egli afferma:
“La mia idea è che essi non dipendano da misteriose
cause genetiche, immunologiche, auto immunologiche, come
propone la medicina ufficiale, fatti mai dimostrati, ma
che piuttosto derivino da una semplice aggressione
fungina, non visualizzata, né studiata nella sua
dimensione intima connettivale. Durante i molti anni in
cui ho studiato i tumori, cioè le atipiche colonie
fungine, ho potuto constatare che l’unico mezzo per
distruggerle ed impedire che si rinnovino, consiste nel
somministrare forti concentrazioni di sali, in
particolare modo
Bicarbonato di Sodio, da far assumere in maniera
peculiare rispetto alla sede del cancro.
Non a caso, egli continua,
se si osserva bene il comportamento in natura dei
funghi, si nota che essi non attecchiscono mai in
prossimità di luoghi fortemente salini, ad esempio in
vicinanza di sacche idriche termali ecc.…….La mia
terapia, cioè il trattamento con i sali, è da combinare
con una terapia ricostituente contemporaneamente al
trattamento con i sali; i cancri sono derivati dai
funghi come la sclerosi multipla e la psoriasi ed oggi
li si può trattare solo con i sali”.
Estratto:
Il presente lavoro intende
richiamare l’attenzione sul possibile ruolo eziologico
dei funghi nella malattia tumorale, in particolare della
Candida Albicans.
Partendo difatti dalla loro
infinita capacità di adattamento a tutti i substrati
biologici, nonché dalla loro estrema potenzialità
patogena, di molto superiore ad ogni altro
micro-organismo, non risulta ormai più accettabile una
loro collocazione in quello spazio indefinito e
indefinibile che comprende i cosiddetti patogeni
occasionali.
Se, come è noto, i funghi
sono in grado di attaccare qualsiasi sostanza organica,
specialmente quella in via di degradazione, allora è
possibile ipotizzare un loro attecchimento nell’intimità
dei tessuti, laddove particolari condizioni contingenti
lo permettano.
Un trattamento finalizzato
alla loro eradicazione deve quindi tenere conto sia
della loro diffusibilità che della loro complessità
biologica, cosa che non può essere ottenuta oggi né con
le terapie oncologiche, né tantomeno con quelle
antimicotiche.
Vengono illustrati 7 casi,
trattati in maniera peculiare e risolutoria con il
bicarbonato di sodio, una sostanza alcalina molto
diffusibile e quindi notevolmente attiva contro la
Candida in tutte le sue manifestazioni; essi possono
indicare un nuovo modo di procedere in campo oncologico.
Solo abbandonando la tesi
oncologica universalmente condivisa, che il tumore cioè
derivi da un’anomalia riproduttiva cellulare, e
reimpostando tutta la ricerca in un’ottica infettiva
micotica, è lecito sperare nella definitiva sconfitta
del cancro.
Premessa:
Lo scritto che si propone
trova la sua ragione d’essere nella convinzione,
supportata da tanti anni di studi, osservazioni,
riscontri ed esperienze cliniche, che la causa
necessaria e sufficiente del tumore vada ricercata
nell’immenso mondo dei funghi, i micro-organismi più
adattabili, più aggressivi e più evoluti che si
conoscano in natura.
Varie volte ho tentato di
trovare ascolto presso gli organi istituzionali
competenti (Ministero della sanità, Istituto Nazionale
Tumori, Associazione oncologica medica italiana, ecc.)
esponendo il mio sistema di pensiero e di cura; non
essendo io risultato inquadrabile, però, in un contesto
convenzionale, e quindi non ritenuto credibile, sono
stato semplicemente accantonato.
Un areopago diverso da
quelli già sondati, rappresenta la speranza di avere la
possibilità di divulgare una concezione sulla salute
diversa da quelle del panorama medico attuale, sia dalle
posizioni ufficiali che da quelle definite collaterali.
Nella contrapposizione
difatti tra un ideale medico allopatico e un ideale che
si definisce di stampo prettamente ippocratico, esiste
oggi una situazione in cui agli uni viene addebitata
l’incapacità di considerare l’individuo in maniera
globale, con tutte le distorsioni e aberrazioni connesse
con un simile modo di vedere (superspecialismo,
aggressività terapeutica, superficialità, nocività
ecc.); agli altri viene rimproverato il carattere di non
scientificità, di genericità, di mancanza di incisività
terapeutica.
La posizione da me
propugnata invece rappresenta il punto di incontro tra
le due impostazioni sanitarie descritte, in quanto sotto
il profilo concettuale le valorizza e le sublima
entrambe, evidenziando come in realtà siano vittime di
un comune linguaggio conformista.
L’ipotesi difatti di una
eziopatogenesi fungina nelle malattie
cronico-degenerative del nostro tempo, essendo in grado
di congiungere i contenuti etici dell’individuo con lo
sviluppo di patologie specifiche, rende ragione delle
due anime della medicina, quella allopatica e quella
olistica, proponendosi così con forza come quell’anello
mancante della psicosomatica tanto ricercato da uno dei
suoi padri, Wiktor Von Weiszäcker, ma mai trovato.
Nella dimensione biologica
dei funghi ad esempio, è possibile rapportarne i diversi
gradi di patogenicità relativamente allo stato degli
organi, dei tessuti, delle cellule di un organismo
ospite, a sua volta dipendente anche e soprattutto dal
comportamento dell’individuo.
Ogni volta che si superano
le capacità di recupero di una determinata struttura
psicofisica, inevitabilmente, pur con le eventuali
concause accidentali, ci si espone all’aggressione (fin
nelle dimensioni più intime) di quegli agenti esterni
che altrimenti rimarrebbero innocui.
Esistendo quindi un nesso
indubitabile tra morale e malattia, non appare più
lecito tenere distinti due domini (allopatico e
naturopatico) che risultano ambedue indispensabili per
il miglioramento della salute degli individui.
La scissione platonica
dell’uomo in anima e corpo, rea dell’attuale nefasta
impostazione meccanicistica e fisicalista della medicina
attuale, così come pure la pessimistica posizione
Kantiana riguardo a un’integrazione tra contenuti
razionali e passionali dell’individuo ("il cielo
stellato sopra di me, la legge morale dentro di me"),
generatrice dell’attuale miope epistemologia medica,
hanno fatto ormai il loro tempo, e con esse tutti i
sistemi di pensiero derivati da simili impostazioni
teoriche restrittive e riduttive.
Candida Albicans: causa
necessaria e sufficiente del tumore:
Nell’affrontare il problema
medico odierno più urgente, il tumore, la prima cosa da
fare è riconoscere che ancora non si conosce la sua vera
causa.
Pur se trattato difatti in
vari modi, sia dalla medicina ufficiale che da quelle
collaterali, permane tuttora un alone di mistero sul suo
reale processo di generazione.
Il tentativo di superare lo
stato di impâsse attuale deve allora necessariamente
passare per due fasi: una critica, che metta a nudo i
limiti dell’attuale oncologia, l’altra propositiva che
esponga un sistema di cura basato su nuovi presupposti
teorici.
In accordo con le più
recenti impostazioni di filosofia della scienza, che
suggeriscono un atteggiamento controinduttivo (1)
laddove sia impossibile trovare una soluzione con gli
strumenti concettuali comunemente accettati, emerge,
come unica impostazione logica ammissibile, quella di
rifiutare il principio su cui si fonda l’oncologia, cioè
che il tumore sia determinato da un’anomalia
riproduttiva cellulare.
Se si mette in discussione
però una simile ipotesi di partenza, appare chiaro come
tutte le teorie che da essa derivano, risultano
inevitabilmente improponibili.
Ne consegue che sia un
processo autoimmunologico, secondo il quale gli elementi
preposti alle difese contro gli agenti esterni
indirizzano la propria capacità distruttiva nei
confronti dei costituenti interni, sia un’anomalia della
struttura genetica, che prevederebbe uno sviluppo
implicito in direzione autodistruttiva, risultano
inevitabilmente squalificati.
Tentare poi, come spesso
accade, di propugnare una teoria della pluricausalità
con effetto oncogeno sulla riproduzione cellulare, ha
più il sapore di un inane paravento dietro il quale
purtroppo non s’intravede via d’uscita, dal momento che
proporre infiniti motivi più o meno associati fra loro
significa in realtà non individuarne nessuno valido.
Invocare così di volta in
volta il fumo, l’alcool, le sostanze tossiche, le
abitudini alimentari, lo stress, gli influssi
psicologici ecc., in mancanza di direttive produce solo
confusione e rassegnazione, con il risultato di
ammantare di mistero una malattia che potrebbe essere
alla fin fine molto più semplice di come la si dipinge.
A titolo informativo è utile
svelare poi, una volta per tutte, il quadro delle
presunte influenze genetiche nello sviluppo dei processi
tumorali, così come sono descritte dai biologi
molecolari (di quegli studiosi cioè ai quali compete la
ricerca degli infinitesimi meccanismi cellulari vitali,
ma che in realtà non hanno mai visto un paziente), e sul
quale si basano tutti i sistemi medici attuali, e quindi
ahimè tutte le terapie attuali.
L’ipotesi portante di una
causalità genetica in senso neoplastico si riduce
essenzialmente al fatto che le strutture e i meccanismi
preposti alla normale attività riproduttiva cellulare,
per cause imprecisate assumono in un determinato momento
un atteggiamento autonomo e svincolato rispetto alla
globale economia tissutale.
I geni allora che
normalmente svolgono un ruolo positivo nella
riproduzione cellulare, vengono chiamati proto-oncogeni
in un ottica deviata; quelli che la inibiscono, sono
chiamati geni soppressori o oncogeni recessivi.
Fattori cellulari sia
endogeni (in realtà mai dimostrati), sia esogeni, cioè
tutti quegli elementi cancerogeni usualmente invocati,
vengono ritenuti responsabili della degenerazione
neoplastica dei tessuti.
Nello J. H. Stein (Milano
1995) viene riportato quanto segue:
I segnali mitogenici, dal
microambiente o da aree di influenza più distanti,
vengono comunicati alle cellule attraverso numerose
strutture recettoriali associate alla membrana
plasmatica.
Tra queste strutture, le più
esaurientemente studiate sono i recettori con un dominio
esterno per il legante, un dominio transmembrana e un
dominio citoplasmatico avente attività tirosinchinasi.
Oltre a questi si pensa che
almeno sette distinte classi di molecole partecipino
alla trasmissione del segnale mutageno:
1) Recettori accoppiati a
proteine G.
2) Canali ionici.
3) Recettori con attività
intrinseca guanilato ciclasi.
4) Recettori per molte
linfochine, citochine e fattori di crescita
(interleuchina, eritropoietina, ecc.).
5) Recettori per l’attività
fosfotirosina fosforilasi.
6) Recettori nucleari
appartenenti alla famiglia supergenica del recettore per
gli ormoni steroidei, estrogeni, tiroidei.
7) Infine prove sempre più
numerose suggeriscono che le molecole di adesione
espresse sulle superfici delle cellule comunicano con il
microambiente in modi che producono conseguenze molto
importanti sulla crescita e sulla differenziazione
cellulare.
Ad un analisi appena
superficiale di questo presunto quadro oncogeno, però,
sembra evidente come tutta questa irrefrenabile
iperattività genetica, partorita da elementi che stanno
al confine tra l’oscuro ed il mostruoso, e che quindi
fanno presagire chissà quali meccanismi abissali
decifrabili con meccanismi concettuali altrettanto
abissali, non può far altro che svelare l’abissale
idiozia che sta alla base di un simile modo di impostare
le cose.
Il fatto ancor più grave
poi, è che nessuno nel panorama sanitario attuale mette
in dubbio siffatte imbecillità, ma tutti gli addetti ai
lavori non fanno altro che ripetere la stantia litania
dell’anomalia riproduttiva cellulare su base genetica.
In questo stato di cose
allora, esibendo la teoretica medica attuale una
pochezza e una superficialità queste si abissali,
conviene cercare nuovi orizzonti e strumenti
concettuali, in grado di far emergere la reale ed unica
eziologia neoplastica.
Dopo tanti anni di
fallimenti e di sofferenze, è ora di svecchiare menti e
mentecatti (in senso etimologico), con linfa nuova e
produttiva: i misteriosi e complicati fattori genetici,
la mostruosa capacità riproduttiva di un’entità
patologica capace di scompaginare qualsiasi tessuto,
l’implicita ancestrale tendenza dell’organismo umano a
deviare in senso autodistruttivo o altre simili
argomentazioni, condite peraltro con una quantità di
"se" e di "forse" di valore esponenziale, hanno più il
sapore della farneticazione piuttosto che del sano
discorso scientifico.
Una volta però rifiutate
tutte le attuali prospettive oncologiche, è legittimo
chiedersi come debbano essere inquadrati i successi
ottenuti dalla medicina ufficiale ed eventualmente dalle
correnti alternative.
A tal proposito è utile
ricordare che l’odierna epistemologia ha dimostrato come
i contributi di causalità degli elementi contestuali e
co-testuali di una teoria, se indefinibili, sono
aleatori, specialmente nello spazio ultradimensionale.
Ciò significa in pratica che
i dati o facts positivi e ritenuti probanti riguardo a
un principio di base (ad esempio la citata anomalia
riproduttiva cellulare), ottenuti utilizzando un numero
di variabili ristretto rispetto alla complessità della
malattia umana, non sono affidabili, dal momento che
dipendono esclusivamente dalle condizioni iniziali
ipotizzate.
Laddove si ammette difatti
la possibilità di miglioramenti e guarigioni, sotto il
profilo logico non è ammissibile attribuirli a questo o
quel metodo di cura più o meno ufficiale, dal momento
che, non potendo essere specificate e comprese tutte o
la maggior parte delle componenti che entrano in giuoco
nell’oggetto uomo, non possono sussistere condizioni di
decidibilità assoluta.
Paradossalmente, l’eventuale
effetto positivo di ciascun sistema terapeutico potrebbe
discendere da elementi sconosciuti a tutti e non
preventivati, i quali però, potrebbero essere
influenzati o determinati in qualche misura da ognuno di
essi.
Ci si troverebbe cioè nella
condizione in cui tutti avrebbero a ragione il diritto
di magnificare il proprio punto di vista, pur non
conoscendo nessuno il vero motivo dei propri successi.
In questo caso allora anche
la più accurata e rigorosa sperimentazione assume un
carattere finzionale piuttosto che di vera
corrispondenza con la realtà, risultando alla fine come
una continua sterile petitio princìpi.
Accantonata completamente
perciò la cornice concettuale dell’odierna oncologia,
con tutte le varianti interpretative d’ordine genetico,
immunologico, tossicologico, rimane come unica via
logicamente esperibile, quella delle malattie infettive,
da guardare eventualmente, e da riconsiderare, con occhi
diversi da come è stata considerata fino ad oggi.
Confortano peraltro una
simile conclusione due considerazioni, una di ordine
storico e una di ordine epidemiologico: la prima risulta
dal fatto che nell’approccio terapeutico al malato il
salto di qualità, la possibilità cioè di curarlo
concretamente, è stato determinato quasi esclusivamente
dallo sviluppo della microbiologia; la seconda discende
dall’analisi del prolungamento della vita media
verificatosi negli ultimi decenni, il quale, essendo
associato a un inevitabile cambiamento nella reattività
degli individui, si può ipotizzare come un fattore
determinante nello sviluppo di patologie infettive
atipiche.
Per trovare allora
l’eventuale ens morbi cancerogeno nell’orizzonte della
microbiologia, appare utile risalire preliminarmente ai
concetti tassonomici di base della biologia, dove ci si
accorge che esiste un notevole grado di indecisione e di
indeterminazione.
Già nel secolo scorso
difatti un biologo tedesco, Ernesto Haeckele
(1834-1919), partendo dal concetto linneiano che fa dei
viventi due grandi regni –quello dei vegetali e quello
degli animali- aveva denunciato la difficoltà di
sistemazione di tutti quegli organismi microscopici che
per le loro caratteristiche e proprietà non potevano
essere attribuiti o al regno animale o a quello
vegetale, e per i quali aveva proposto un terzo regno
denominato dei Protisti.
“Questo vasto e complesso
mondo muove da entità a struttura subcellulare - siamo
al limite della vita- quali i viroidi e i virus, per
arrivare, attraverso i micoplasmi, ad organismi di più
elevata organizzazione: batteri, attinomiceti,
mixomiceti, funghi, protozoi e, se si vuole, anche
qualche alga microscopica.” (1).
L’elemento comune a questi
organismi è il sistema di alimentazione, che,
compiendosi (salvo poche eccezioni) per diretto
assorbimento di composti organici solubili, li
differenzia sia dagli animali, che si nutrono ingerendo
anche e soprattutto materiali organici solidi
trasformati poi con i processi della digestione, sia dai
vegetali capaci, partendo da composti minerali e
utilizzando energia luminosa, di sintesi della sostanza
organica.
La tendenza attuale dei
biologi riprende, sia pure perfezionato, il concetto del
terzo Regno; qualcuno però va ancora più oltre,
argomentando come in esso i Funghi debbano figurare in
una diversa sistemazione.
Se poniamo –così difatti
riferisce O. Verona (2)- nel primo regno gli organismi
pluricellulari dotati di capacità fotosintetiche
(piante) e nel secondo gli organismi sprovvisti di
pigmenti fotosintetici (animali), gli uni e gli altri
costituiti da cellule provviste di nucleo distinto (eucarioti);
e, in addizione, poniamo in altro regno (Protisti) gli
organismi monocellulari sprovvisti di clorofilla e con
cellule prive di nucleo distinto (procarioti), i Funghi
possono costituire un loro Regno per l’assenza di
pigmenti fotosintetici, l’essere mono ma anche
pluricellulari e, infine, possedere nucleo distinto.
Di più, rispetto a tutti gli
altri micro organismi possiedono una strana proprietà,
quella di avere una struttura di base microscopica
(l’ifa), e nel contempo la tendenza ad assumere notevoli
dimensioni (perfino di molti kg.), rimanendo invariata
la capacità di adattamento e di riproduzione ad ogni
livello di grandezza.
In questo senso perciò non
possono essere considerati propriamente come organismi,
ma come aggregati cellulari sui generis con
comportamento organismico, dal momento che ciascuna
cellula mantiene intatte le proprie potenzialità di
sopravvivenza e di riproduzione, indipendentemente dalla
struttura in cui è inserita.
Risulta chiaro, perciò, come
sia estremamente arduo identificare in tutti i suoi
processi biologici delle realtà viventi così complesse,
tant’è che permangono a tutt’oggi in micologia enormi
lacune e approssimazioni di carattere tassonomico.
Vale la pena allora
soffermarsi più approfonditamente su questo strano mondo
dalle caratteristiche così peculiari, cercando di
sottolineare quegli elementi in qualche modo attinenti
con una problematica oncologica.
1) I Funghi sono organismi
eterotrofi e pertanto abbisognano, con riferimento al
carbonio e all’azoto, di composti preformati, di cui i
carboidrati semplici, ad esempio i monosaccaridi
(glucosio, fruttosio, mannosio) sono gli zuccheri più di
altri utilizzati.
Ciò significa che nel loro
ciclo vitale dipendono da altri esseri viventi, che in
varia misura debbono essere sfruttati, sia in maniera
saprofitica ( nutrendosi di scorie organiche) che in
maniera parassitaria (attaccando direttamente i tessuti
dell’ospite), per esigenze alimentari.
2) Presentano una grande
varietà di manifestazioni riproduttive (sessuali,
asessuali, per gemmazione, spesso tutti osservabili in
un unico micete), unita a una grande varietà
morfostrutturale dei relativi organi, finalizzate alla
formazione delle spore cui è affidata la continuazione e
la diffusione della specie.
3) E’ possibile osservare
frequentemente in micologia un particolare fenomeno,
denominato etrocariosi, caratterizzato dalla coesistenza
di nuclei normali e nuclei mutati, in cellule che hanno
subito una fusione ifale.
Oggigiorno esiste una grossa
preoccupazione, da parte dei fitopatologi, per la
formazione di individui geneticamente anche molto
diversi dai genitori, attuatasi mediante tali cicli
riproduttivi definiti parasessuali.
L’uso indiscriminato di
fitofarmaci difatti ha spesso determinato mutazioni dei
nuclei di molti funghi parassiti, con conseguente
formazione di eterocarion talvolta particolarmente
virulenti nella loro patogenicità.(3).
4) Nella dimensione
parassitaria i funghi possono sviluppare dalle ife delle
strutture specializzate a forma di rostro più o meno
ristretto (l’appresssorio e l’austorio), che permettono
la penetrazione nell’ospite.
5) La produzione di spore
può essere così abbondante da comprendere sempre, ad
ogni ciclo, decine, centinaia e perfino migliaia di
milioni di elementi che possono essere dispersi a
notevole distanza dal punto di emissione (4) (basta ad
esempio un piccolo movimento, per determinarne
l’immediata diffusione).
6) Le spore possiedono una
resistenza enorme alle aggressioni esterne, essendo
capaci di rimanere dormienti, se le condizioni
ambientali non lo consentono, per molti anni,
conservando inalterate le potenzialità rigenerative.
7) Il coefficiente di
sviluppo degli apici ifali, dopo la germinazione è
estremamente veloce (100 micron al minuto in ambiente
ideale), con una capacità di ramificazione e quindi con
la comparsa di una nuova regione apicale che in qualche
caso si aggira sull’ordine dei 40-60 secondi (5).
8) La forma del fungo non è
mai definita, essendo imposta dall’ambiente in cui si
sviluppa.
E’ possibile osservare ad
esempio uno stesso micelio allo stato di semplici ife
isolate in ambiente liquido, oppure in forma di
aggregazioni via via sempre più solide e compatte, fino
alla formazione di pseudoparenchimi (stromi) e di
filamenti e cordoni miceliari (rizomorfe).(6)
Parimenti è possibile
constatare in funghi diversi la stessa forma, laddove si
debbano uniformare allo stesso ambiente (è il
cosiddetto fenomeno del dimorfismo).
9) La parziale o totale
sostituzione delle sostanze nutritive induce frequenti
mutazioni nei funghi, che testimoniano l’accentuata
adattabilità a tutti i substrati.
10) Quando esistono
condizioni nutrizionali precarie molti funghi reagiscono
con la fusione ifale (tra funghi vicini), che consente
loro di esplorare più facilmente e con processi
fisiologici più completi il materiale a disposizione.
Tale proprietà, che
sostituisce alla competizione la cooperazione, li fa
distinguere da ogni altro micro organismo e per questo
Buller li chiama organismi sociali.(7)
11) Nel caso in cui una
cellula invecchi o venga danneggiata (ad esempio da
sostanze tossiche), molti funghi i cui setti
intercellulari sono dotati di un poro, reagiscono con
l’attuazione di un processo di difesa chiamato flusso
protoplasmatico, mediante il quale trasferiscono il
nucleo e il citoplasma della cellula danneggiata in una
altra sana, conservando inalterate le proprie
potenzialità biologiche.
12) I fenomeni di
regolazione dello sviluppo di ramificazione ifale,
tuttora sconosciuti (8), consistono o in uno sviluppo
ritmico o nella comparsa di settori, che, pur prendendo
origine dal sistema ifale, sono autoregolati (9), cioè
indipendenti dalla regolazione e dal comportamento del
resto della colonia.
13) I funghi sono in grado
attuare un’infinità di modificazioni al proprio
metabolismo per vincere i meccanismi di resistenza
dell’ospite, rappresentati da azioni plasmatiche e
biochimiche, oltre che da aumento volumetrico
(ipertrofia) e numerico (iperplasia) delle cellule
colpite.(10)
14) Sono dotati di una tale
aggressività da attaccare oltre che piante, tessuti
animali, derrate alimentari, altri funghi, anche
protozoi, amebe e nematodi.
La caccia a questi ultimi ad esempio si attua con
particolari modificazioni ifali che costituiscono delle
vere e proprie trappole miceliari, ad intreccio,
vischiose, o ad anello, che portano all’immobilizzazione
dei vermi e alla susseguente invasione ifale.
In certi casi la potenza aggressiva fungina è così alta
da consentire, a un anello cellulare formato da sole tre
unità, di stringere, imprigionare ed uccidere una preda
in poco tempo malgrado i suoi disperati scuotimenti.
Dalle brevi notazioni suesposte dunque, sembra giusto
dedicare una maggiore attenzione al mondo dei funghi,
specialmente in considerazione del fatto che biologi e
microbiologi in quasi tutte le descrizioni e
interpretazioni sulla loro forma, fisiologia e
riproduzione, evidenziano costantemente delle lacune e
dei vuoti di conoscenza di vaste proporzioni.
Una causa vera perciò, estremamente logica della
proliferazione neoplastica, sembra risiedere proprio in
un fungo, nel più potente cioè e nel più organizzato
micro organismo che si conosca, e probabilmente in quei
Funghi Imperfetti (così denominati a motivo della
disconoscenza e dell’incomprensione dei loro processi
biologici), la cui prerogativa essenziale risiede nella
loro capacità fermentativa.
Entro l’esiguo raggruppamento dei funghi patogeni,
dunque, si può nascondere la più grave malattia per
l'uomo, localizzabile ormai solo con alcune facili
deduzioni in grado di concludere il cerchio fino alla
soluzione.
Considerando perciò, tra le specie parassite umane, che
Dermatofiti e Sporotrichum dimostrano una morbosità
troppo specifica, e che Attinomiceti, Toluropsis e
Histoplasma per esperienza entrano in un contesto
patologico molto raramente, ecco che emerge nitidamente
la Candida Albicans, come unico responsabile della
proliferazione tumorale. E in effetti, riflettendo un
momento sulle sue caratteristiche, non poche analogie
emergono con la malattia neoplastica, quali tra le più
evidenti:
1) Attecchimento ubiquitario;
non viene risparmiato praticamente nessun organo o
tessuto.
2) Costante assenza di
iperpiressia.
3) Sporadico e indiretto
coinvolgimento dei tessuti differenziati.
4) Invasività di tipo quasi
esclusivamente focale.
5) Debilitazione
progressiva.
6) Refrattarietà di fronte a
qualsiasi trattamento.
7) Proliferazione favorita
da una molteplicità di concause indifferenti.
8) Configurazione
sintomatologica di base con struttura tendente alla
cronicizzazione.
Esiste quindi una
potenzialità patogena eccezionalmente alta e
diversificata in questo micete di pochi micron che, pur
se non rintracciabile con gli attuali strumenti
sperimentali, non può essere disconosciuta dal punto di
vista clinico.
Di certo poi non può soddisfare la sua attuale
sistemazione nosologica perché, non tenendo conto delle
infinite possibili configurazioni parassitiche, risulta
in pratica troppo semplicistica e riduttiva.
Si deve ipotizzare perciò che la Candida, nel momento in
cui viene attaccata dal sistema immunologico dell'ospite
oppure da un trattamento antimicotico convenzionale, non
reagisce secondo gli usuali schemi codificati, ma si
difende trasformandosi in elementi sempre più piccoli e
indifferenziati ancorché integralmente fecondi, fin
quasi a occultare la propria presenza, sia all'organismo
parassitato, sia ad eventuali indagini diagnostiche. Il
suo comportamento si può considerare un po' come ad
elastico:
Quando sussistono condizioni favorevoli di
attecchimento, si espande florida su un epitelio; non
appena si innesca la reazione tissutale, si trasforma
massivamente in una forma meno produttiva ma non
attaccabile, la spora; qualora poi, si determinino delle
soluzioni di continuo sub epiteliali, coniugate con una
sopraggiunta areattività, in quel momento la spora si
insinua approfondendosi nel connettivo sottostante, in
un tale stato di inattaccabilità da risultare
irreversibile.
In pratica cioè, la Candida si avvale di una
intercambiabilità strutturale, che utilizza a seconda
delle difficoltà presenti nella propria nicchia
biologica:
Così, nel suolo, nell'aria, nell'acqua, nella
vegetazione ecc., vale a dire laddove non è prevista
alcuna reazione anticorpale, è libera di espandersi in
una forma vegetativa matura; negli epiteli invece assume
una forma mista, ridotta alla sola componente
sporificata quando penetra nei piani più profondi, dove
tende di nuovo ad espandersi in presenza di condizioni
di areattività tissutale.
Iniziale passo obbligato di una ricerca approfondita
sarebbe allora quello di capire se e in quali dimensioni
trascende la spora, quali meccanismi mette in moto per
nascondersi, o, ancora, se conserva sempre la sua
caratteristica di parassita oppure si dispone in una
posizione di neutra quiescenza, difficile se non
impossibile da rilevare da parte del sistema
immunitario.
Per queste e per altre simili domande, purtroppo oggi
non ci si può avvalere di presidi adatti, né teorici né
tecnici, dimodoché gli unici suggerimenti validi possono
pervenire solo dalla clinica e dall'esperienza, capaci,
se non di fornire soluzioni immediate, almeno di
stimolare ulteriori domande.
Ammettendo dunque che la
Candida Albicans sia l’agente responsabile dello
sviluppo tumorale, una terapeutica mirata dovrebbe
tenere conto non solo delle sue manifestazioni
macroscopiche e statiche, ma anche di quelle
ultramicroscopiche, specialmente nella loro valenza
dinamica, cioè riproduttiva.
Ed è molto probabilmente nei
punti di transizione dimensionale, cioè, che vanno
individuati i siti d'attacco, in una bonifica che
comprenda tutto lo spettro dell'espressione biologica
parassitaria, vegetativa, sporale ed eventualmente
ultradimensionale, al limite virale.
Se ci si sofferma invece
solo ai fenomeni più evidenti, si rischia di
somministrare pomate e unguenti a vita (nelle
dermatomicosi o nella psoriasi), o di aggredire
maldestramente (con chirurgia, radioterapia e
chemioterapia) le enigmatiche masse tumorali, con il
risultato di favorirne esclusivamente la propagazione,
peraltro già di per sé così esaltata nelle forme
fungine.
Perché, ci si domanda però,
si dovrebbe supporre una diversa e esaltata attività
della Candida Albicans, dal momento che è stata
descritta abbondantemente nelle sue manifestazioni
patologiche?
La risposta risiede nel
fatto che essa è stata studiata solo in un ambito
patogeno, cioè solo in rapporto ai tessuti di
rivestimento di un organismo; in realtà la Candida
possiede una valenza aggressiva diversificata in
funzione del tessuto interessato; è solo nel connettivo
o nell’ambiente connettivale difatti, e non nei tessuti
differenziati che trova le condizioni di un‘espansione
illimitata.
Questo peraltro emerge
riflettendo un attimo sulla principale funzione del
tessuto connettivo, che è proprio quella di veicolare e
di rifornire di sostanze nutritive le cellule di tutto
l’organismo.
E’ in questa sede, difatti,
da considerare come un ambiente esterno sui generis
rispetto alle cellule più differenziate (nervose,
muscolari, ecc.), che si verifica la competizione
alimentare:
da una parte gli elementi
cellulari dell’organismo che cercano di scalzare ogni
forma di invasione, dall’altra le cellule fungine che
tentano di assorbire sempre maggiori quantità di
sostanze nutritive, obbedendo alla necessità biologica
della specie di tendere alla formazione di masse e
colonie sempre più grandi e diffuse.
Dalla combinazione di vari
fattori inerenti l’ospite e l’aggressore, è possibile
dunque ipotizzare l’evoluzione di una candidosi:
1°Stadio. Epiteli integri, assenza di fattori
debilitanti.
La Candida può
rimanere solo come saprofita.
2°Stadio. Epiteli non
integri (erosioni, abrasioni ecc.), assenza di fattori
debilitanti, condizioni transitorie
inusuali
(acidosi, dismetabolismo, dismicrobismo ecc.).
La Candida si
espande superficialmente (micosi classica, esogena ed
endogena).
3°Stadio. Epiteli non
integri, presenza di fattori debilitanti (tossici,
radianti, traumatici, neuropsichici
ecc.).
La Candida si
approfondisce nei piani sub epiteliali, da cui
eventualmente viene veicolata in
tutto
l’organismo tramite il sangue e la linfa (micosi
intima). (11)
Gli stadi 1 e 2 sono quelli
più studiati e conosciuti, mentre lo stadio 3, pur
descritto nella sua diversità morfologica, viene
ricondotto a una silente forma di saprofitismo.
Questo dal punto di vista
logico non è accettabile, poiché nessuno può dimostrare
l’innocuità delle cellule fungine presenti nelle parti
più intime dell’organismo.
Assumere difatti che la
Candida possa avere lo stesso comportamento di saprofita
osservabile sugli epiteli integri allorquando è riuscita
ad insinuarsi nei piani più profondi, è un’operazione a
dir poco rischiosa, poiché dovrebbe essere sostenuta da
concetti assolutamente aleatori .
Non solo difatti si dovrebbe
ammettere a priori l’inidoneità dell’ambiente
connettivale sotto il profilo nutritivo per la Candida,
ma anche, nel contempo, l’onnipotenza sempre e comunque
delle difese ospiti nei confronti di una struttura
organica di per sé invasiva, che dovrebbe risultare poi
del tutto inerme nei tessuti più profondi.
Per quanto riguarda il primo
punto però, è difficile immaginare che un micro
organismo così capace di adattarsi a qualsiasi
substrato, non riesca a trovare elementi di sussistenza
nella sostanza organica umana; parimenti azzardato
sembra ipotizzare un‘efficienza difensiva totale
dell’organismo umano in ogni momento dell’esistenza.
Riguardo infine ad una
presunta tendenza ad uno stato di quiescenza e di
vulnerabilità di un agente patogeno qual è il fungo, del
micro organismo cioè più invasivo e più aggressivo che
esiste in natura, tutto ciò ha piuttosto il sapore
dell’incoscienza.
Urge pertanto, in base alle
considerazioni suesposte, una rapida presa di coscienza
sulla pericolosità di un tale agente patogeno capace di
assumere con disinvoltura le più svariate configurazioni
biologiche, sia biochimiche che strutturali, in funzione
delle condizioni degli organismi parassitati.
Il gradiente d’espansione
fungino, difatti, è tanto più alto quanto meno eutrofico
e quindi reattivo è il tessuto sede di invasione
micotica.
Nel corpo umano quindi, ogni
elemento, esterno o interno, che determina una
diminuzione dello stato di benessere di un organismo, di
un organo o di un tessuto, possiede una potenzialità
oncogena, non tanto per un’eventuale intrinseca capacità
lesiva, quanto per una generica proprietà di favorire
l’attecchimento fungino, cioè tumorale.
La rete causale allora, così
spesso invocata nell’odierna oncologia, in cui entrano
fattori tossici, genetici, immunologici, psicologici,
geografici, morali, sociali ecc., in realtà trova una
giusta collocazione solo in un’ottica infettiva micotica,
dove la sommazione aritmetica e diacronica di elementi
nocivi funge da co-fattore all’aggressione esterna.
Dimostrata così in via
teorica l’equivalenza tumore = fungo, è chiaro come la
sua chiave interpretativa ponga una serie di
interrogativi sulle attuali terapie, sia oncologiche
(utilizzate senza indici di riferimento), sia
antimicotiche (utilizzate solo a livello superficiale).
Quale strada conviene
percorrere oggi, allora, di fronte a un malato di
cancro, dal momento che i trattamenti oncologici
convenzionali, non essendo eziologici, possono portare
effetti positivi solo in via occasionale?
In un’ottica fungina,
difatti, l’efficacia della chirurgia risulta
notevolmente ridotta dal carattere di estrema
diffusibilità e invasività di un aggregato miceliale,
cosicché un suo potere risolutorio è legato al caso,
alle condizioni cioè in cui si ha la fortuna di
asportare completamente tutta la colonia (la qual cosa
spesso è resa possibile da uno stato di incistazione
sufficiente).
La chemioterapia e la
radioterapia poi, possono produrre quasi esclusivamente
effetti negativi, sia per la loro inefficacia specifica,
sia per l’alta tossicità e lesività nei confronti dei
tessuti, che in ultima analisi favorisce maggiormente
l’aggressività micotica.
Una terapia antifungina -
antitumorale specifica, invece, dovrebbe tenere conto
dell’importanza del tessuto connettivo unitamente alla
complessità riproduttiva dei funghi; solo attaccandoli
in tutte le bande d’esistenza nella sede nutritizia a
loro più confacente, è possibile sperare di eradicarli
dall’organismo umano.
Il primo passo da compiere
perciò è quello di rafforzare il malato di cancro con
misure ricostituenti generiche (alimentazione,
integratori, regolazione dei ritmi e delle funzioni
vitali), in grado di potenziare già da sole
aspecificamente le difese dell’organismo.
Riguardo poi alla
possibilità di disporre di quei farmaci risolutori che
purtroppo oggi non esistono, appare utile, nel tentativo
di trovare una sostanza antifungina molto diffusibile e
quindi efficace, di considerare l’estrema sensibilità
della Candida nei confronti del bicarbonato di sodio (ad
esempio nella candidosi orale dei lattanti), la qual
cosa peraltro si accorda con la sua accentuata capacità
di riprodursi in ambiente acido.
Teoricamente perciò,
escogitando dei trattamenti in cui si riesca a mettere
il fungo a contatto con alte concentrazioni di
bicarbonato, si dovrebbe assistere alla regressione
delle masse tumorali interessate.
E questo è quanto avviene in
molti tipi di tumore, specialmente quello dello stomaco
e quello del polmone, il primo suscettibile di
regressione proprio per la sua posizione anatomica
"esterna", il secondo per la notevole diffusibilità del
bicarbonato nel sistema bronchiale e per la sua alta
responsività alle misure ricostituenti generali.
Applicando dunque una simile
impostazione terapeutica, è stata possibile in alcuni
pazienti la completa remissione della sintomatologia e
la normalizzazione dei dati strumentali.
Vengono riportati qui di
seguito alcuni casi (quelli più nitidi, sopravvissuti da
più di 10 anni).
Caso 1) Una paziente di 70
anni, con diagnosi di adenocarcinoma dello stomaco,
supportata dai comuni tests oncologici (Tac, biopsia,
ecc.), due giorni prima dell'operazione fissata,
accettando il consiglio di tentare una strada meno
cruenta, esce dall'ospedale.
Per il periodo di un mese
le viene somministrato bicarbonato di sodio (1
cucchiaino abbondante in un bicchiere d'acqua) da
assumere mezz'ora prima della colazione, cioè a stomaco
vuoto, con lo scopo di potenziarne al massimo
l'attività.
Dopo circa due mesi avviene
la normalizzazione della funzionalità gastrica con
attenuazione e poi perdita di tutta la sintomatologia
connessa con la patologia neoplastica (inappetenza,
pesantezza digestiva, spossatezza, accessi lipotimici,
ecc.)
Dopo un esame endoscopico
eseguito a distanza di un anno dall'inizio della
terapie, attestante la completa remissione della
formazione neoplastica, la paziente rifiuta ulteriori
ricerche.
E' tuttora vivente a
distanza di 15 anni dal trattamento.
Caso 2) Paziente di 67 anni,
con una storia di ulcera gastrica alle spalle, al quale
essendo diagnosticato in ambiente ospedaliero nel tumore
dello stomaco, viene consigliata una gastrectomia.
Egli, convinto che la sua malattia sia solo
un'esacerbazione dell'ulcera, spinto perciò a trovare
alternative all'intervento chirurgico, si sottopone a
terapia con bicarbonato, attuata come nel caso 1, la
quale determina in pochi mesi la regressione della
sintomatologia neoplastica.
Dopo un periodo di circa 18 mesi, durante il quale non
viene effettuato nessun controllo, in seguito ad una
ripresa della sintomatologia viene riproposta
l'assunzione di bicarbonato come in precedenza, con cui
in breve tempo viene ristabilita la funzionalità
gastrica, mantenuta peraltro per circa 8 anni, fino a
quando cioè si perdono le tracce del paziente stesso.
Caso 3) Paziente di 58 anni,
affetto da carcinoma dello stomaco, diagnosticato
tramite esame istologico eseguito su reperto
endoscopico.
Escluse per scelta personale le vie ufficiali, vengono
accettate le indicazioni terapeutiche attuate nei due
casi precedenti, da cui esita una normalizzazione del
quadro sintomatologico per circa tre anni, vale a dire
fino a quando vengono sospese ulteriori visite di
controllo.
Caso 4) Paziente di 71 anni,
che si presenta, ad un controllo effettuato in ambiente
ospedaliero nel settembre 1983, in un grave stato di
emaciazione determinata dal notevole calo ponderale
(dell'ordine di 15 Kg) sopraggiunto negli ultimi mesi.
Essendo stata diagnosticata una neoplasia dello stomaco
e approntato uno schema terapeutico oncologico
combinato, ne viene data notizia ai parenti, i quali
inoltre vengono messi al corrente delle difficoltà e
dei rischi di un simile trattamento, da attuare in un
malato estremamente defedato.
A questo punto la moglie, rifiutando le strade
ufficiali, decide di riportare il marito a casa e di
tentare l'alternativa "innocua" del bicarbonato, la
somministrazione del quale (ad una dose leggermente
inferiore ai casi precedenti), restaura un appetito e
una funzionalità digestiva soddisfacente.
Per circa 8 mesi si assiste ad una certa fatica a
riacquistare peso; dopo tale periodo la ripresa diviene
man mano più evidente fino al recupero quasi totale dei
chili perduti (entro 24 mesi), con un sensibile
miglioramento delle condizioni generali.
Caso 5) Paziente di 51 anni
con diagnosi (fine 1983) di carcinoma bronchiale in sede
lombare inferiore destra, al quale, espletati gli
accertamenti oncologici di routine (con Tac nettamente
positiva, ma con aspirato bronchiale negativo), viene
proposto intervento chirurgico.
Dopo una consultazione avvenuta tra i familiari,
essendosi deciso di rimandare di qualche tempo quanto
stabilito dai sanitari, viene tentato il trattamento con
bicarbonato.
Esami radiologici effettuati a distanza di circa 18
mesi, durante i quali non si verificano gli episodi
emoftoici di inizio malattia, evidenziano ancora la
presenza di una massa nodulare nel lobo inferiore
destro, le sue dimensioni però appaiono più piccole e i
suoi contorni più regolari.
Caso 6) Paziente di 48 anni,
con tumore al lobo medio del polmone, attestato da tutte
le ricerche oncologiche, messo in lista d'attesa (inizio
1983) per intervento chirurgico, la cui modalità
d'esecuzione risulta peraltro non essere completamente
definita a motivo di un dubbio sconfinamento della massa
neoplastica. Uscito dall'ospedale contro il volere dei
sanitari (da sottolineare che per mesi è stato ricercato
dagli addetti ospedalieri), si sottopone a terapia a
base di bicarbonato, che in breve tempo ristabilisce
condizioni ottimali di salute
In un esame Rx eseguito dopo circa 9 mesi, è possibile
osservare, al posto della massa neoplastica, una tenue
linea trasversale alla base del lobo medio, da
interpretare verosimilmente come residuo cicatriziale.
E' tuttora vivente.
Caso 7) Paziente di 55 anni
affetto da neoplasia del retto, evidenziatasi
sintomatologicamente (1981) con disturbi all'evacuazione
e emissione franca di sangue, e a livello strumentale
mediante esame endoscopico.
Consigliato dai sanitari di sottoporsi a resezione
rettale con conseguente instaurazione di ano
preternaturale, egli, nel tentativo di evitare una
penosa mutilazione, si sottopone a terapia locale di
bicarbonato, eseguita mediante clisteri contenenti una
soluzione molto concentrata (8 cucchiaini in un litro).
A distanza di 3 anni era ancora vivente.
Considerazioni critiche:
Dal sistema di pensiero e dai casi brevemente
illustrati, sembra opportuno analizzare gli spunti nuovi
e nel contempo concreti che possano emergere, in chiave
sia critica che autocritica, nella patologia
neoplastica.
A ben guardare il metodo terapeutico proposto, difatti,
ci si accorge che esso possiede già in sé,
indipendentemente dalla reale efficacia, un suo valore
teorico innovativo, primo perché mette in discussione i
metodi attuali e i suoi presupposti concettuali, secondo
perché rappresenta una proposta alternativa concreta a
tutta la congerie di posizioni magniloquenti ma troppo
generiche, e quindi inefficaci, oggi esistenti.
Identificare invece una sola causa tumorale, pur se con
tutti i possibili impliciti condizionamenti d'ordine
generale, rappresenta un passo avanti indispensabile per
uscire da quella forma di passività determinata dalla
mancanza di risultati, responsabile di comportamenti
troppo fideistici e quindi sfiduciati.
Il dato di fatto dunque che un approccio medico non
convenzionale possa apportare in alcuni pazienti
benefici sotto ogni profilo superiori ai trattamenti
ufficiali, dimostrando anche un valore risolutivo,
dovrebbe indurre a ricercarne le ragioni di fondo,
cercando di evitare atteggiamenti di sufficienza
limitativi e improduttivi.
Si può discutere perciò se è il bicarbonato il fautore
delle guarigioni o invece l'insieme delle condizioni
instaurate, oppure l'intervento di fattori neuropsichici
inidentificati, o altro ancora; quello che rimane
indiscusso però è il fatto che un certo numero di
persone, deviando dai metodi convenzionali, è potuto
ritornare alla normalità di vita senza sofferenze e
senza mutilazioni.
Il messaggio che ne deriva perciò è un appello a
ricercare quelle soluzioni che si accordino con il
semplice presupposto Ippocratico del "benessere"
dell'uomo, vale a dire è uno stimolo a valutare
criticamente le terapie oncologiche odierne, in grado di
garantire indubitabilmente solo sofferenze.
Una cosa è certa, oggi non è più lecito, in preda al
panico e alla "sindrome del tumore", tollerare delle
carneficine effettuate su scala mondiale, ammantate per
di più dal "misericordioso" obbligo di dover aiutare e
di essere aiutati, senza il supporto di fondamenti
eziologici certi.
Mettendosi difatti per un attimo in una diversa
prospettiva, tentando di vedere il pianeta tumore con
occhi più naturali, ipotizzando cioè una genesi più
semplice della proliferazione neoplastica, al limite
quella fungina, si rimane sbalorditi e nello stesso
tempo atterriti dalla profana mano della medicina
ufficiale, armata di un cinismo e di una superficialità
abissali.
I casi negativi, si potrebbe
argomentare però, rappresentano l'inevitabile prezzo da
pagare per salvare qualcuno.
Se le sofferenze e i decessi autorizzati stanno in un
rapporto enormemente negativo nei confronti di eventuali
guarigioni (queste sì riconducibili al caso o a fattori
estranei alle terapie), allora non è più ammissibile
voler operare a tutti i costi, in quanto così facendo si
delinea solo la possibilità di fare del male.
Ma le guarigioni avvenute in seguito ai protocolli
oncologici attuali, si ribatterebbe, non sono poi in
numero così esiguo, anzi in certe specie di tumore sono
riscontrabili in alta percentuale.
Simili risultanze però, è facile rilevare, non sono
altro che l'esito di atteggiamenti propagandistici
sostenuti da argomentazioni surrettizie volte a
distribuire indistintamente luce impropria a tutto il
panorama delle entità nosologiche tumorali.
Raggruppare allora nello stesso cespite tumori maligni
occasionalmente o mai guariti (come quello del polmone o
dello stomaco), insieme a quelli al limite della
benignità (come la maggior parte dei tiroidei o dei
prostatici ecc.), oppure insieme a quelli che hanno
un'evoluzione positiva autonoma malgrado la
chemioterapia (ad esempio le leucemie dell'infanzia),
appare un'operazione subdola e mistificatoria che ha
l'unico scopo di coagulare quei consensi impossibili da
ottenere con un comportamento intellettualmente
corretto.
Se ad esempio su un certo numero di specie di tumore,
solamente uno risulta suscettibile di regredibilità, non
è lecito costruire un diagramma nosologico che informi
sulla incidenza globale della terapeutica applicata
indistintamente sulla totalità delle neoplasie; sarebbe
più corretto al contrario denunciarne l'inutilità, anzi
la dannosità, lasciando, per quanto riguarda
l'eteroplasia che denota un andamento positivo, un
dominio aperto di ipotesi alternative.
Ritornando allora, ad esempio, alle leucemie
dell'infanzia, la loro frequente fausta evoluzione,
potrebbe essere messa in correlazione con elementi
estranei alle terapie somministrate, come ad esempio con
quelle terapie di sostegno comunemente apportate, da
considerare particolarmente efficaci in organismi
giovani, oppure con la proprietà del tessuto connettivo
di acquisire, in una determinata epoca di sviluppo,
quella maturazione necessaria al potenziamento di
un'attività immunologica dimostratasi, in un determinato
momento della vita, intrinsecamente insufficiente.
Accade spesso difatti, in medicina, che alcune malattie
scompaiano da sole senza motivi apparenti, ma solo in
correlazione con determinati passaggi di maturazione
organica.
Tanto per rimanere in tema oncologico - micologico, è
noto come alcune micosi dell'infanzia croniche e
recidivanti refrattarie a qualsiasi trattamento,
improvvisamente ad un certo stadio dello sviluppo
scompaiano senza lasciare residui.
Dalle brevi notazioni
critiche esposte, moltiplicabili inutilmente
all'infinito, il panorama della malattia tumorale
risulta dunque estremamente vario e complesso, talché
assumere posizioni esclusive o preclusive sia in senso
convenzionale che anticonvenzionale può risultare indice
di ristrettezza mentale, specialmente in ragione del
fatto che il terreno su cui ci si muove è in gran parte
sconosciuto e quindi non inquadrabile in maniera univoca
o standardizzata.
Laddove infatti ci si addentra nello spazio occupato da
elementi non visibili e ultramicroscopici, dovendosi
inevitabilmente la strutturazione della conoscenza
appoggiare sulla costruzione di una molteplicità di
entità teoriche, il rischio di uno slittamento da un
inquadramento reale in uno funzionale può trasformarsi
in un dato di fatto pernicioso.
Il fatto poi che in pratica la medicina odierna, non
solo non fornisca dei criteri interpretativi
sufficienti, ma adotti metodiche pericolose, dannose e
insensate, anche se in buona fede, deve spingere
chiunque alla ricerca di alternative logiche ed umane e,
in via subordinata, a guardare con attenzione e con
occhi disponibili qualsiasi teoria e posizione che osi
alzare la testa, sempre con logicità, contro quel giogo
così mostruoso ed inumano che è il tumore.
In una prospettiva alternativa, allora, bisognerebbe
programmare ex-novo la sperimentazione in campo
oncologico, predisponendo le ricerche (epidemiologiche,
eziologiche, patogenetiche, cliniche e terapeutiche), in
linea con i concetti di una microbiologia e di una
micologia rinnovata, che porterebbero con molta
probabilità alle conclusioni già esposte, e cioè che il
tumore è un fungo, la Candida Albicans.
L’eventuale riscontro poi, che non solo i tumori, ma che
la maggior parte delle malattie cronico-degenerative
possa ricondursi a una causalità micotica, dove
eventualmente possa rientrare uno spettro più ampio dei
parassiti fungini (ad esempio le malattie del
connettivo, la sclerosi multipla, la psoriasi, il
diabete II, ecc.), rappresenterebbe quel salto di
qualità che, aprendo la via ad una rivoluzione del
pensiero medico, potrebbe migliorare enormemente
l’aspettativa di vita, sia in senso qualitativo che
quantitativo.
Per concludere, se fino ad
oggi il mondo dei funghi, cioè dei micro organismi più
complessi e più aggressivi che si conoscono, è potuto
passare inosservato, la speranza del presente lavoro è
che si possa prendere rapidamente coscienza della loro
pericolosità, in modo da veicolare le risorse della
ricerca medica non in vicoli ciechi, ma contro i veri
nemici dell’organismo umano, gli agenti infettivi
esterni.
Sommario:
Il presente lavoro intende
richiamare l’attenzione sul possibile ruolo eziologico
dei funghi nella malattia tumorale, in particolare della
Candida Albicans.
Partendo difatti dalla loro infinita capacità di
adattamento a tutti i substrati biologici, nonché dalla
loro estrema potenzialità patogena, di molto superiore
ad ogni altro micro organismo, non risulta ormai più
accettabile una loro collocazione in quello spazio
indefinito e indefinibile che comprende i cosiddetti
patogeni occasionali.
Se, come è noto, i funghi sono in grado di attaccare
qualsiasi sostanza organica, specialmente quella in via
di degradazione, allora è possibile ipotizzare un loro
attecchimento nell’intimità dei tessuti, laddove
particolari condizioni contingenti lo permettano.
Un trattamento finalizzato alla loro eradicazione deve
quindi tenere conto sia della loro diffusibilità che
della loro complessità biologica, cosa che non può
essere ottenuta oggi né con le terapie oncologiche, né
tantomeno con quelle antimicotiche.
I 7 casi illustrati,
trattati in maniera peculiare e risolutoria con il
bicarbonato di sodio, una sostanza alcalina molto
diffusibile e quindi notevolmente attiva contro la
Candida in tutte le sue manifestazioni, possono indicare
un nuovo modo di procedere in campo oncologico.
Solo abbandonando la tesi oncologica universalmente
condivisa, che il tumore derivi cioè da un’anomalia
riproduttiva cellulare, e reimpostando tutta la ricerca
in un’ottica infettiva micotica, è lecito sperare nella
definitiva sconfitta del cancro.
Note bibliografiche:
1) Verona O., “Il
vasto mondo dei funghi”, Bologna 1985, pag.1
2) Ivi, pag.2
3) Rambelli A.,
“Fondamenti di micologia”, Bologna 1981, pag.35
4) Ibidem
5) Ivi, pag.28
6) Verona O., cit. pag.5
7) Rambelli A., cit.
pag.31
8) ivi, pag.28
9) ivi, pag.29
10) ivi, pag.266
11) ivi, pag.273
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Cancer
Res 1989 Aug 15;49(16):4373-84 Related Articles, Books, LinkOut
Acid
pH in tumors and its potential for therapeutic exploitation.
Tannock
IF, Rotin D. - Department of Medicine, Ontario Cancer Institute,
Toronto, Canada.
Measurement
of pH in tissue has shown that the microenvironment in tumors is
generally more acidic than in normal tissues. Major mechanisms which
lead to tumor acidity probably include the production of lactic acid and
hydrolysis of ATP in hypoxic regions of tumors. Further reduction in pH
may be achieved in some tumors by administration of glucose (+/- insulin)
and by drugs such as hydralazine which modify the relative blood flow to
tumors and normal tissues. Cells have evolved mechanisms for regulating
their intracellular pH. The amiloride-sensitive Na+/H+ antiport and the
DIDS-sensitive Na+-dependent HCO3-/Cl- exchanger appear to be the major
mechanisms for regulating pHi under conditions of acid loading, although
additional mechanisms may contribute to acid extrusion. Mitogen-induced
initiation of proliferation in some cells is preceded by cytoplasmic
alkalinization, usually triggered by stimulation of Na+/H+ exchange;
proliferation of other cells can be induced without prior alkalinization.
Mutant cells which lack Na+/H+ exchange activity have reduced or absent
ability to generate solid tumors; a plausible explanation is the failure
of such mutant cells to withstand acidic conditions that are generated
during tumor growth. Studies in tissue culture have demonstrated that
the combination of hypoxia and acid pHe is toxic to mammalian cells,
whereas short exposures to either factor alone are not very toxic. This
interaction may contribute to cell death and necrosis in solid tumors.
Acidic pH may influence the outcome of tumor therapy. There are rather
small effects of pHe on the response of cells to ionizing radiation but
acute exposure to acid pHe causes a marked increase in response to
hyperthermia; this effect is decreased in cells that are adapted to low
pHe. Acidity may have varying effects on the response of cells to
conventional anticancer drugs. Ionophores such as nigericin or CCCP
cause acid loading of cells in culture and are toxic only at low pHc;
this toxicity is enhanced by agents such as amiloride or DIDS which
impair mechanisms involved in regulation of pHi. It is suggested that
acid conditions in tumors might allow the development of new and
relatively specific types of therapy which are directed against
mechanisms which regulate pHi under acid conditions.
Potenziamento
della terapia agendo sul pH dei liquidi dei tessuti del tumore
Il
Ph dei tumori solidi è significativamente più acido dei tessuti
normali.
Un
basso pH in vitro riduce la citotossicità dei chemioterapici debolmente
basici, contribuendo ad una resistenza.
Il
bicarbonato di sodio, si riporta nel lavoro, amplifica
significativamente l’effetto della doxorubicina.
Questo
lavoro rappresenta la dimostrazione in vivo (in pazienti neoplastici),
della resistenza, già ben documentata in vitro e in via teorica, verso
i chemioterapici debolmente basici.
Br
J Cancer 1999 Jun;80(7):1005-11 Related Articles, Books, LinkOut
Enhancement
of chemotherapy by manipulation of tumour pH.
Raghunand
N, He X, van Sluis R, Mahoney B, Baggett B, Taylor CW, Paine-Murrieta G,
Roe D, Bhujwalla ZM, Gillies RJ. - Arizona Cancer Center, Tucson
85724-5024, USA.
The
extracellular (interstitial) pH (pHe) of solid tumours is significantly
more acidic compared to normal tissues. In-vitro, low pH reduces the
uptake of weakly basic chemotherapeutic drugs and, hence, reduces their
cytotoxicity. This phenomenon has been postulated to contribute to a 'physiological'
resistance to weakly basic drugs in vivo. Doxorubicin is a weak base
chemotherapeutic agent that is commonly used in combination chemotherapy
to clinically treat breast cancers. This report demonstrates that MCF-7
human breast cancer cells in vitro are more susceptible to doxorubicin
toxicity at pH 7.4, compared to pH 6.8. Furthermore 31P-magnetic
resonance spectroscopy (MRS) has shown that the pHe of MCF-7 human
breast cancer xenografts can be effectively and significantly raised
with sodium bicarbonate in drinking water. The bicarbonate-induced
extracellular alkalinization leads to significant improvements in the
therapeutic effectiveness of doxorubicin against MCF-7 xenografts in
vivo. Although physiological resistance to weakly basic
chemotherapeutics is well-documented in vitro and in theory, these data
represent the first in vivo demonstration of this important phenomenon.
Fluorescence
ratio imaging of interstitial pH in solid tumours: effect of glucose on
spatial and temporal gradients.
Dellian
M, Helmlinger G, Yuan F, Jain RK. - Edwin L Steele Laboratory,
Department of Radiation Oncology, Massachusetts General Hospital,
Harvard Medical School, Boston 02114, USA.
Tumour
pH plays a significant role in cancer treatment. However, because of the
limitations of the current measurement techniques, spatially and
temporally resolved pH data, obtained non-invasively in solid tumours,
are not available. Fluorescence ratio imaging microscopy (FRIM) has been
used previously for noninvasive, dynamic evaluation of pH in neoplastic
tissue in vivo (Martin GR, Jain RK 1994, Cancer Res., 54, 5670-5674).
However, owing to problems associated with quantitative fluorescence in
thick biological tissues, these studies were limited to thin (50 microns)
tumours. We, therefore, adapted the FRIM technique for pH determination
in thick (approximately 2 mm) solid tumours in vivo using a pinhole
illumination-optical sectioning (PIOS) method. Results show that (1)
steep interstitial pH gradients (5 microns resolution), with different
spatial patterns, exist between tumour blood vessels; (2) pH decreased
by an average of 0.10 pH units over a distance of 40 microns away from
the blood vessel wall, and by 0.33 pH units over a 70 microns distance;
(3) the maximum pH drop, defined as the pH difference between the
intervessel midpoint and the vessel wall, was positively correlated with
the intervessel distance; (4) 45 min following a systemic glucose
injection (6 g kg-1 i.v), interstitial pH gradients were shifted to
lower pH values by an average of 0.15 pH units, while the spatial
gradient (slope) was maintained, when compared with preglucose values.
This pH decrease was not accompanied by significant changes in local
blood flow. pH gradients returned to near-baseline values 90 min after
glucose injection; (5) interstitial tumour pH before hyperglycaemia and
the glucose-induced pH drop strongly depended on the local vessel
density; and (6) sodium bicarbonate treatment, either acute (1 M, 0.119
ml h-1 for 3 h i.v.) or chronic (1% in drinking water for 8 days), did
not significantly change interstitial tumour pH. Modified FRIM may be
combined with other optical methods (e.g. phosphorescence quenching) to
evaluate non-invasively the spatial and temporal characteristics of
extracellular pH, intracellular pH and pO2 in solid tumours. This will
offer unique information about tumour metabolism and its modification by
treatment modalities used in different cancer therapies.
J
Pain Symptom Manage 1996 Jul;12(1):11-7 Related Articles, Books, LinkOut
Comment
in: J Pain Symptom Manage.
1997 Jun;13(6):316-8
Effects
of induced metabolic alkalosis on perception of dyspnea during
flow-resistive loading.
Taguchi
N, Ishikawa T, Sato J, Nishino T. - Department of Anesthesiology, School
of Medicine, Chiba University, Japan.
Treatment
of dyspnea in patients with advanced cancer is an important issue. The
purpose of the present study was to assess the effect of
induced-metabolic alkalosis produced by administration of sodium
bicarbonate on dyspneic sensation. In seven healthy subjects, dyspnea
was induced by having them breathe with a flow-resistive load (24 cm
H2O/L/sec) for 6 min before and after administration of sodium
bicarbonate (0.5 mmol/kg, per os+2 mmol/kg, IV). The intensity of
dyspnea was rated using a visual analogue scale (VAS). The VAS scores
and minute ventilation during loaded breathing after administration of
sodium bicarbonate were significantly lower than those before
administration of sodium bicarbonate. These results indicate that
induced metabolic alkalosis may alleviate the intensity of dyspneic
sensation by a reduction in ventilatory drive.
Diminuzione
del volume in presenza di -HCO3 in cellule di osteosarcoma
Si
registra simultaneamente la variazione di voume e di Ph intracellulare,
per studiare il ruolo di HCO3- nella diminuzione del volume cellulare.
L’aumento
di Ph intracellulare – risulta – coincide con una diminuzione del
volume cellulare.
Appare
evidente, in questo modo, il coinvolgimento del Na+ (HCO3-) nella
regolazione del volume cellulare.
J
Biol Chem 1992 Sep 5;267(25):17665-9 Related Articles, Books, LinkOut
Regulatory
volume decrease in the presence of HCO3
- by single osteosarcoma cells
UMR-106-01.
Star
RA, Zhang BX, Loessberg PA, Muallem S. - Department of Medicine,
University of Texas Southwestern Medical Center, Dallas 75235-9040.
The
technique for the simultaneous recording of cell volume changes and pHi
in single cells was used to study the role of HCO3- in regulatory volume
decrease (RVD) by the osteosarcoma cells UMR-106-01. In the presence of
HCO3-, steady state pHi is regulated by Na+/H+ exchange, Na+ (HCO3-)3
cotransport and Na(+)-independent Cl-/HCO3- exchange. Following swelling
in hypotonic medium, pHi was reduced from 7.16 +/- 0.02 to 6.48 +/- 0.02
within 3.4 +/- 0.28 min. During this period of time, the cells performed
RVD until cell volume was decreased by 31 +/- 5% beyond that of control
cells (RVD overshoot). Subsequently, while the cells were still in
hypotonic medium, pHi slowly increased from 6.48 +/- 0.02 to 6.75 +/-
0.02. This increase in pHi coincided with an increase in cell volume
back to normal (recovery from RVD overshoot or hypotonic regulatory
volume increase (RVI)). The same profound changes in cell volume and pHi
after cell swelling were observed in the complete absence of Cl- or Na+,
providing HCO3- was present. On the other hand, depolarizing the cells
by increasing external K+ or by inhibition of K+ channels with quinidine,
Ba2+ or tetraethylammonium prevented the changes in pHi and RVD. These
findings suggest that in the presence of HCO3-, RVD in UMR-106-01 cells
is largely mediated by the conductive efflux of K+ and HCO3-. Removal of
external Na+ but not Cl- prevented the hypotonic RVI that occurred after
the overshoot in RVD. Amiloride had no effect, whereas pretreatment with
4,4'-diisothiocyanostilbene-2,2'-disulfonic acid (DIDS) strongly
inhibited hypotonic RVI. Thus, hypotonic RVI is mediated by a Na+(out)-dependent,
Cl(-)-independent and DIDS-inhibitable mechanism, which is indicative of
a Na+(HCO3-)3 cotransporter. This is the first evidence for the
involvement of this transporter in cell volume regulation. The present
results also stress the power of the new technique used in delineating
complicated cell volume regulatory mechanisms in attached single cells.
Effetto
dell’alcalosi artificiale nell’attività del cervello e nelle
cellule del sangue in pazienti oncologici: Vengono
studiati 40 pazienti oncologici, di differenti istotipi, sedi e
dimensioni.
Il
lavoro evidenzia che i pazienti hanno un’acidosi intracellulare
generalizzata, che può essere diminuita con l’alcalinizzazione del
plasma.
Vestn
Ross Akad Med Nauk 1995;(4):24-5 Related Articles, Books, LinkOut
[Characteristics
of the effects of artificial alkalosis on electrical activity of the
brain and ultrastructure of blood cells in oncologic patients].
[Article in
Russian]
Davydova
IG, Kassil' VL, Filippova NA, Barinov MV.
The
authors examined 40 patients with malignant tumors of various
histogenesis, sites and extent, as well as 5 patients with benign tumors
and other non-tumorous diseases. They also studied their
electroencephalography and peripheral blood lymphocytic and erythrocytic
ultrastructure in metabolic alkalosis temporarily induced by intravenous
sodium hydrogen carbonate. In cancer patients without late metastases,
alkalosis caused a transient normalization of previously altered
electroencephalography, erythrocyte disaggregation and substantially
reduced the count of killer cells in small and middle lymphocytes. These
findings suggest that patients with malignant neoplasms have a
generalized intracellular acidosis which can be temporarily abolished by
plasma alkalinization.
Cancer
Res 1989 Jan 1;49(1):205-11 Related Articles, Books, LinkOut
Requirement
of the Na+/H+ exchanger for tumor growth.
Rotin
D, Steele-Norwood D, Grinstein S, Tannock I. - Department |