Le conseguenze del trattamento antitumorale mediante
chemioterapia e radiazioni nei
sopravvissuti alla leucemia mieloide acuta contratta nell'età pediatrica
Le conseguenze del trattamento chemioterapico in bambini affetti da
leucemia
mieloide acuta, che sono sopravvissuti più di 10 anni, è stato studiato.
(NdR: Nota Bene: I
Vaccini producono proprio anche
questa malattia, la leucemia) !
Dei 77 sopravvissuti, 44 erano stati trattati con chemioterapia, 18 con
chemioterapia ed irradiazione della testa, e 15 con chemioterapia, irradiazione di tutto
il corpo e trapianto di midollo osseo allogenico.
Nel 51% dei bambini sono state trovate anomalie della crescita, nel 30% anomalie
neurocognitive, nel 28% epatite dovuta a trasfusione di sangue, nel 16% anomalie
endocrine, nel 12% cataratta, e nell'8% danni cardiaci.
Il rischio cumulativo stimato di una seconda malignità è risultato del 1.8%.
(Leung W et al, J Clin Oncol 2000; 18 :
3273-3279)
Consultare: www.ematologia.it -
www.e-oncologia.it (Xagena 2000)
Nota Bene: I
Vaccini
producono proprio anche
queste malattie !
vedi:
Protocollo della Salute +
Cancro +
Cancro e Medicina
Naturale +
Diagnosi precoce +
Terreno Oncologico
+
Statistiche ufficiali della Chemio
+
CHEMIO -
Radio terapia
+
COSTI del
CANCRO e della CHEMIO - RADIO Terapia
+
Chemioterapia.... fallimento
La chemio è tossica, fa cadere i capelli, fa venire
la nausea.
Ma sappiamo davvero tutto sulla tossicità dei farmaci
chemioterapici antiblastici (CA), quelli cioè che
vengono usati per curare il cancro ? Per approfondire il
problema della pericolosità di questi farmaci per la
salute del personale sanitario addetto alla loro
manipolazione, abbiamo condotto un’inchiesta grazie alla
quale viene fuori, forse per la prima volta, un quadro
impressionante circa il grado di tossicità dei più
diffusi farmaci antiblastici, che documenti ufficiali
prodotti dalle più prestigiose agenzie scientifiche,
definiscono addirittura "cancerogeni per l’uomo".
Che si possa curare il cancro con farmaci che rischiano
addirittura di causarlo può sembrare paradossale ai
profani, e non spetta a noi mettere in dubbio l’utilità
terapeutica della chemioterapia, cui molti pazienti
sanno di dovere la vita. Il problema è recente.
Fino al 1980 non esistevano informazioni sul grado di
rischio corso da medici, infermieri, ausiliari dei
reparti oncologici.
Ma scandagliando le 104 pagine del Rapporto Istisan n.
02/16 dell’Istituto Superiore di Sanità, intitolato
"Esposizione professionale a chemioterapici
antiblastici: rischi per la riproduzione e strategie per
la prevenzione", si scopre che ancora oggi gli
"incidenti che si rilevano tra gli operatori sanitari
contribuiscono ad aumentare il livello di attenzione
della comunità scientifica, delle istituzioni e dei
lavoratori stessi". Solo nel 1993 si scopriva che
l’Italia e altri paesi della Cee erano sprovvisti di
indicazioni per il personale sanitario, ad eccezione del
Portogallo che raccomandava di incenerire i farmaci
antiblastici a 1000 gradi.
Oggi, in Australia, Danimarca e Irlanda è vietato alla
lavoratrice incinta di manipolare questi farmaci. In
Danimarca le donne gravide non possono neppure occuparsi
di pazienti che li assumono. Altri organismi
raccomandano di evitare la manipolazione di antiblastici
alle gravide, alle donne che allattano e addirittura al
personale maschile e femminile che sta tentando di
concepire. Per avere un’idea della pericolosità dei CA
basta pensare che, riferendosi allo smaltimento delle
urine dei pazienti trattati, uno studio presentato a
Modena, recita che "queste ultime possono anche essere
causa di inquinamento ambientale par contaminazione del
sistema fognario".mL’impiego dei chemioterapici, sui
quali per decenni s’è arenata la ricerca contro il
cancro, risale agli anni ‘40 quando venne utilizzata per
la prima volta la mostarda azotata per curare la
leucemia.
Sono farmaci caratterizzati da una tossicità molto
elevata ma non selettiva e dunque agiscono pure sui
tessuti sani e vitali quali, tra gli altri, il midollo
osseo, le mucose e l’apparato riproduttivo. Non solo:
"Proprio a causa delle loro proprietà citotossiche e
immunosoppressive – si legge nel Rapporto – gli
antiblastici possono paradossalmente causare tumori
secondari. Infatti, non solo sono in grado di innescare
la trasformazione di cellule normali in maligne , ma
tendono a ridurre le difese endogene contro l’insorgenza
di neoplasie". Ma veniamo a un punto cruciale. Nel
documento si legge che "mentre per i pazienti tali
effetti tossici sono considerati ‘accettabili’ in vista
dei possibili benefici terapeutici, essi non dovrebbero
mai colpire i medici, i farmacisti, gli infermieri e gli
altri operatori. Invece, a partire dalla fine degli ’70
numerosi studi hanno dimostrato la pericolosità dei CA
per gli operatori sanitari". Mielodepressione, nausea,
vomito, mucositi, disturbi gastrointestinali, alopecia,
amenorrea, azoospermia, sterilità, neurotossicità,
epatotossicità e nefrotossocità, sono i principali
effetti tossici che colpiscono i pazienti.
Ma "alcuni di essi – si legge nel documento dell’Iss –
sono stati osservati anche in operatori sanitari e in
particolare in infermieri dei reparti oncologici" prima
che venissero introdotte le linee guida per la
manipolazione degli antiblastici.
Nonostante tutto, anche di recente sono stati rilevati,
vi si legge, disturbi a livello oculare, cutaneo,
respiratorio causati dai CA vescicanti; reazioni
allergiche da composti del platino e da altri CA;
possibili tumori causati dai CA cancerogeni; effetti
sull’apparato riproduttivo maschile e femminile con
riduzione della fertilità, aumento del numero degli
aborti spontanei e delle malformazioni congenite. Ma non
basta: "Ulteriori studi sperimentali – è la conclusione
dello studio – sarebbero auspicabili per valutare gli
effetti acuti e cronici di miscele complesse di CA a
basse dosi", cui gli operatori sono maggiormente
esposti.
Aberrazioni
cromosomiche
"Alcuni chemioterapici, a fronte di
rilevanti benefici terapeutici, costituiscono un
importante fattore di rischio per effetti collaterali,
non solo immediati, ma anche a lungo termine, aumentando
il rischio per tumori e per danni all’apparato
riproduttivo", osserva la biologa Irene Figà-Talamanca,
in uno dei documenti che compongono il Rapporto dell’Iss.
Solo vent’anni fa, dopo alcuni incidenti sul lavoro, "ci
si è chiesto se esisteva un rischio a lungo termine per
la salute degli operatori addetti alla preparazione e
somministrazione dei chemioterapici". E dunque? "La
preoccupazione era ben fondata, dato che gli studi
successivi hanno confermato effetti mutageni (ad esempio
aberrazioni cromosomiche, ndr.) e cancerogeni, oltre a
danni alla salute riproduttiva del personale femminile".
Anche se in questi ultimi anni si è fatto tanto, il
problema, insiste Figà-Talamanca, "non può essere
considerato superato" sia perché si è visto che dove le
esposizioni sono tuttora presenti, "il rischio di
patologia riproduttiva è rilevante, non solo per
esposizioni femminili, ma anche maschili", sia per la
scarsa efficacia degli studi fin qui condotti.
Come se non bastasse, i danni possono essere addirittura
trasmessi all’apparato riproduttivo dei figli degli
operatori sanitari.
Da un’indagine epidemiologica emerge poi che questi
lavoratori, essendo esposti a un rischio poco conosciuto
e i cui effetti sulla salute sono difficilmente
evidenziabili, "tendono a disinteressarsi della
specifica problematica sanitaria".
Eppure, "ripetute esposizioni accidentali possono
causare accumulo e indurre, nel lungo periodo, un
effetto cronico nel lavoratore". Il tutto deve fare
riflettere, spiega il Rapporto, "considerando che i
nuovi farmaci di cui ancora non è ben nota la tossicità
vengono continuamente introdotti nei protocolli
terapeutici", specie se si considera che i
chemioterapici sono usati per malattie anche non
tumorali e "che l’esposizione lavorativa coinvolge un
rilevante numero di infermieri".
Ma i problemi non mancano, visto che "il recente uso dei
farmaci antiblastici non ha consentito, a tutt’oggi, di
avere a disposizione sufficienti dati epidemiologici che
consentano di poter definire con certezza gli eventuali
effetti sulla salute".
L’ing. Giancarlo Salsi, responsabile del Servizio
Prevenzione e Protezione del Policlinico di Modena è
convinto dell’esigenza di realizzare un monitoraggio dei
rischi. Dice: "Siamo estremamente convinti di essere
all’interno delle previsioni normative, che da noi
vengono controllate in maniera spasmodica dalla
farmacista Benedetta Petocchi, farmacista del Centro
oncologico modenese, dove opera l’unità centralizzata
per la preparazione degli antiblastici. Ma varrebbe
sempre la pena avere dei dati oggettivi sull’esposizione
dei lavoratori". Dati che per ora non ci sono. Il prof.
Fabriziomaria Gobba, ricercatore in Medicina del Lavoro
presso l’Università di Modena e Reggio, è autore di
"Rischi professionali in ambito ospedaliero", un
autorevole manuale in materia, edito da Mc Graw-Hill.
Spiega: "E’ stato ampiamente dimostrato che solo
attraverso una conoscenza dei rischi è possibile offrire
una prevenzione efficace e che la prevenzione parte in
primo luogo dai comportamenti individuali dei soggetti
esposti". Le operazioni, assicura Salsi, vengono svolte
da personale dedicato, debitamente formato, equipaggiato
e, tra l’altro, dentro le cappe protettive previste
dalla legge.
Ma gli
infermieri sono consapevoli dei rischi ?
Molti chemioterapici anticancro pur
essendo riconosciuti dalla International Agency for
Research On Cancer (IARC) e da altre autorevoli agenzie,
come cancerogeni per l’uomo, non rientrano, essendo
farmaci, nel DL.vo 626/94 sulla sicurezza del lavoro.
Neppure la Ue ha ancora preso provvedimenti per farli
rientrare negli elenchi contrassegnati con le sigle R45
("può provocare il cancro") ed R49 ("può provocare il
cancro per inalazione"). Da qui una dura presa di
posizione:
"Se da un punto di vista scientifico assimilare i
farmaci antiblastici agli agenti cancerogeni e mutageni
è più che lecito, anzi doveroso, in base alla normativa
vigente non sembra altrettanto scontato", hanno
protestato Stefania Bertoldo e Antonio Bressan del
Servizio di Prevenzione e Protezione di Legnago in
occasione del convegno "Prevenzione e protezione da
agenti chimici pericolosi", tenuto dall’Ausl di Modena
il 27 settembre 2002. Fatto sta che ci si deve
accontentare di decreti che concernono la
classificazione, l’etichettatura, l’imballaggio di
sostanze chimiche pericolose. Ma "tali decreti escludono
di fatto dal loro ambito e in maniera esplicita le
‘specialità medicinali ad uso umano’".
Essendo farmaci, dunque, non è neppure previsto di
incollare sulle confezioni il segnale di pericolo. La
Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale nel 1995
raccomandava di includere nell’Allegato VIII del citato
decreto 626 tutte le attività che coinvolgono i farmaci
antiblastici, ma, insistono Bertoldo e Bressan, "a
tutt’oggi tale esortazione non risulta essere stata
recepita". Rimangono dunque soltanto linee guida e
raccomandazioni che, essendo prive di sanzioni, perdono
la propria efficacia. Da parte sua, l'Ispesl (Istituto
Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro)
ha suggerito nel 1999 alcune "linee guida" per una
corretta manipolazione dei chemioterapici. Secondo l’Ispesl,
intervenuto nel citato convegno dell’Ausl di Modena,
anche "l’ambiente può essere contaminato in ogni fase
della manipolazione dei farmaci, in particolare durante
lo stoccaggio, la preparazione, la somministrazione e
l'eliminazione dei residui". Stefania Pisa,
rappresentante sicurezza per la Cgil presso il
Policlinico di Modena, spiega: "Noi lavoratori
avvertiamo il problema della sicurezza.
Forse siamo inascoltati e tante volte ci sentiamo dire
che siamo esagerati. Quanto ai chemioterapici, lavoriamo
con metodologie avanzate contrariamente ad altri periodi
in cui gli antitumorali venivano preparati in vari
reparti non idonei". Quanto alle sanzioni, " in caso di
violazione dovrebbero essere inflitte dal personale di
vigilanza Usl e raramente le ho viste applicare".
Ma siete consapevoli di quello che si legge nei report
circa la tossicità degli antitumorali ? Fate corsi di
formazione specifici ?
"Ne facciamo tanti, tuttavia a noi rappresentanti non
arriva il contenuto specifico, ma solo il titolo delle
lezioni". Secondo Davide Ferrari, medico, responsabile
del Servizio di Medicina del Lavoro dell’Ausl di Modena,
negli ultimi dieci anni s’è verificato un solo caso di
neoplasia denunciata da un lavoratore della sanità come
addebitabile a causa di servizio. Ma "queste malattie –
ammette – hanno lunghi tempi di latenza ed è difficile
provare il nesso di causa. I rischi sono molto gravi ma
i lavoratori sono a conoscenza del problema".
Balle
statistiche
Secondo l’oncologo Umberto Tirelli,
intervenuto in un convegno, "i giornali e i programmi
televisivi danno notevole risalto agli aspetti negativi
dei trattamenti terapeutici e ne ingigantiscono gli
effetti collaterali". Ma i risultati della nostra
inchiesta dimostrano, semmai, una disattenzione dei
media in materia. D’altra parte, è difficile ottenere
dall’oncologia informazioni univoche circa l’effettiva
utilità della chemio nella cura del cancro. Le
statistiche sanitarie, poi, non sono sempre trasparenti
anche perché spesso i dati della chirurgia vengono
mischiati con quelli della medicina. Ma se per capire di
più utilizzassimo le dichiarazioni ufficiali, il quadro
non sarebbe molto positivo.
Circa l’efficacia delle terapie convenzionali in un
diffuso tipo di cancro, ecco cosa si legge negli atti
ministeriali della sperimentazione Di Bella, al
Protocollo n. 3, diretto da Pier Franco Conte, direttore
del Dipartimento di Oncologia e Ematologia
dell’Università di Modena: "La sopravvivenza mediana
attesa dalle pazienti con carcinoma mammario metastatico
trattate con una prima linea chemioterapia e/ormonoterapica
è superiore ai 24 mesi e circa il 15-20 per cento delle
pazienti è viva a 5 anni dalla diagnosi di metastasi.
[...] La sopravvivenza mediana delle pazienti trattate
con chemioterapia di seconda linea per la malattia
metastatica varia nei vari studi clinici dai 6 agli 11
mesi".
Il farmacologo Silvio Garattini ha ammesso, sulla
rivista Le Scienze: "Nonostante la mole di ricerche e i
conseguenti impegni economici, si deve riconoscere che i
risultati nel trattamento del cancro sono ancora
relativamente modesti.
Il miglior trattamento, quando sia possibile, rimane
ancora la chirurgia, mentre tutto l’insieme dei
trattamenti antitumorali (chemioterapia, immunologici e
radianti) arriva a malapena a determinare una guarigione
(più di cinque anni di sopravvivenza) in circa il 10 per
cento dei pazienti trattati". Paul Goss, direttore del
Breast Cancer Prevention and Research di Toronto, a
giugno 2004 presso lo IEO di Umberto Veronesi, ha
ammesso una verità sconsolante. E cioè che la comunità
scientifica ha sottostimato il rischio di ricaduta cui
sono sottoposte le donne considerate “guarite” dalal
scienza medica.
In un’intervista a Daniela Minerva sull’Espresso del 26
giugno 2004, Gross ha spiegato che “sia le donne che i
clinici non sembrano volerci fare attenzione.
Quindi noi viviamo nel mito che dopo un certo periodo di
follow up, la paziente sia salva. Ma non è così”. In
genere i pazienti vengono considerati guariti dopo
cinque anni liberi da malattia. Continua Goss: “Il
nostro studio ha seguito le donne oltre i cinque anni
canonici e dimostrato questa terrribile realtà”. Il
professor Vittorio Staudacher, membro del Comitato Etico
dell’Istituto Nazionale dei Tumori, già chirurgo e
clinico all’Università di Milano e membro del Consiglio
direttivo della Scuola Europea di Oncologia, ha
affermato sul Corriere della sera: "La chemioterapia,
con l’eccezione delle leucemie e dei linfomi, è incapace
di guarire i tumori. E mette l’inferno in corpo ai
malati". Poi si è chiesto: "La chemioterapia ha mai
guarito qualcuno da un tumore come quello all’esofago,
dell’intestino, del colon, del cervello? La
chemioterapia, che ha dimostrato di poter colpire il
bersaglio nei tumori di origine ematica (leucemie e
linfomi), negli altri tumori controlla la proliferazione
per un po’ in misura maggiore o minore, ma non
guarisce". Ma i pazienti conoscono la vera portata degli
effetti collaterali cui vanno incontro ? "Il consenso
informato dovrebbe essere una prassi consolidata",
assicura il dottor Davide Ferrari.
Tratto da: vincenzobrancatisano.it
Le
case farmaceutiche
non sono obbligate a pubblicare TUTTI i risultati delle
loro ricerche....-
Gen. 2009
«Dalle sperimentazioni risulta che il risultato
complessivo della nuova generazione di antidepressivi è
sotto la soglia consigliata dei criteri clinicamente
significativi», scrivono gli scienziati. Kirsch
sottolinea, inoltre, la necessità di cambiare il sistema
attuale, che permette alle
case farmaceutiche di non
pubblicare una parte dei dati delle loro
sperimentazioni:
«La frustrazione sta in questo - dice Kirsch -. Rende
difficile determinare se i farmaci funzionino. Le
case
farmaceutiche dovrebbero essere obbligate, quando
commercializzano un nuovo prodotto, a pubblicare
tutti i dati». Stavolta, per accedere alle informazioni,
gli scienziati si sono avvalsi del Freedom of
Information Act, la legge sulla trasparenza.
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.aspID_blog=38&ID_articolo=607&ID_sezione=243&sezione=News
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Il Cancro nasce in sintesi
e secondo la
Medicina naturale,
perche' l’organismo del canceroso e'
intossicato,
e la
microcircolazione,
nei
tessuti
intossicati, viene ad essere alterata, producendo, a valle di essa,
nelle
cellule
dei
tessuti investiti da quel processo: malfunzione
cellulare,
(nutrimento ed eliminazione =
respirazione cellulare
alterata =
metabolismo
alterato = malnutrizione cellulare e tissutale assicurata), producendo
successivamente
infiammazione nei tessuti
e
stress ossidativo
cellulare e per caduta
immunodepressione,
e parallelamente alterazione anche del sistema
enzimatico
per la precedente alterazione della
flora batterica,
pH digestivo
non regolare (e quindi l'organismo e' mancante di
minerali
e
vitamine
ed in stato di
acidosi),
in quelle condizioni esso e' molto facilmente parassitato da certi,
parassiti,
batteri
e
funghi
(candida)
i quali producono anche tossine ed ulteriori
infiammazioni:
Ma tutto cio' e' "gestito" come Causa primordiale dai
Conflitti Spirituali
(consci ed inconsci) e dall'intenso
stress
del vissuto.
Il Cancro quindi e' una malattia MULTIFATTORIALE.
Quindi il medico, il terapeuta od il soggetto stesso DEVONO operare
seguendo la stessa strada percorsa per l'ammalamento.
Cioe' devono lavorare per
disintossicare
il malato +
disinfiammare
l'organismo ed i tessuti interessati, ripristinare il pH
digestivo,
e normalizzare le
digestioni
+ il
malassorbimento
sempre presente
nel
malato ed
eliminare
quei
parassiti, batteri e funghi, che hanno proliferato in modo
abnorme, per mancanza dei loro antagonisti +
rinforzare
il
sistema immunitario
SEMPRE
compromesso in TUTTI i malati, cancerosi compresi ed
eliminare i
Conflitti Spirituali
(quali Vere Cause) e lo
stress
esistenti, oltre a lavorare sul
metabolismo
alterato per ridurre ed eliminare lo
stress ossidativo
cellulare
e quindi quello
tissutale,
sempre presenti in qualsiasi malattia e specie nel cancro, per i danni
alla
microcircolazione
indotti dalle
intossicazioni
piu’ o meno intense.
E
tuttavia, laddove ci sia anche una piccola
volontà e speranza di vivere, un’adeguata
terapia fito-nutrizionale (NdR: anche via
endovena con soluzioni
mineral -
vitaminiche - vedi
QUI il
medico che utilizza con successo questo sistema
- l'ideale e utilizzare quelli non di sintesi chimica, ma di
estrazione naturale - assieme all'assunzione via
orale di
fermenti lattici appropriati a seconda del
paziente ed
enzimi) può rendere normale il
guarire naturalmente dal tumore, cosa che oggi
vogliono farci ritenere impossibile o puramente
miracoloso (vedi quei
medici che
alle volte preferiscono
spedire il malato a Lourdes piuttosto che
permettergli di curarsi naturalmente).
Nutriterapia Biologica Metabolica x il Cancro e
non solo
Guarisce dal Cancro
con la dieta Vegana utilizzata per 1 anno
http://informatitalia.blogspot.it/2014/12/guarisce-da-tumore-esteso-e-metastasi.html
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