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Chemioterapia : le statistiche ufficiali di
guarigione e di sopravvivenza -
Trieste, 21 aprile 2009
By Giuseppe Nacci
dal suo libro:
"Diventa Medico di Te Stesso" - Ed. Italo Svevo -
Riconoscimenti:
The best book of the year 2006
-
Riconoscimento del VFF "MARE
NOSTRUM ®" - Austria
vedi anche: Parte del libro di
Bonifacio - 40 casi di guarigione
- vedi: Articolo sul Piccolo (TS)
vedi: 18 casi
clinici di terapia Metabolica +
Trentatre casi +
Terapia G. Puccio, dimostrazioni effetti del Bicarbonato di
Sodio
Qualsiasi forma di Chemioterapia
causa un grave danno alle
condizioni fisiche di coloro che si espongono all’azione di
questi ”farmaci cito-tossici” che entrano nel circolo sanguigno
tramite iniezione e/o fleboclisi endovenosa (oppure per
assorbimento indiretto dallo stomaco o dalla mucosa
intestinale).
Questo tipo di trattamento è quindi diverso dalla Chirurgia o
dalla Radio-Terapia, che concentrano invece i loro effetti su
punti o aree specifici del corpo umano (terapie “mirate”).
Negli ospedali si fa ricorso alla Chemioterapia quando c’è la
possibilità che le cellule tumorali possano essere presenti in
altre zone dell’organismo oltre alla sede del tumore primario.
Ma raramente la Chemioterapia garantisce un periodo di
sopravvivenza di almeno 5 anni, indicato impropriamente come
”periodo di cura”.
La Chemioterapia, in genere, arresta temporaneamente l’anomala
crescita cellulare, oppure può alleviare il dolore per qualche
tempo, o allungare di poco il tempo di sopravvivenza.
Ciò vale anche nel caso di Chemioterapia a basso dosaggio
somministrata per bocca: la somministrazione orale di queste
pastiglie ha delle gravissime conseguenze, poiché il sistema
immunitario a livello gastro-intestinale è il più sviluppato di
tutti, dato il carico antigenico a cui l'organismo viene
esposto: la superficie cutanea è infatti soltanto di 2 metri
quadrati, la superficie polmonare è di 80 metri quadrati, mentre
la superficie gastro-intestinale raggiunge i 300 metri quadrati.
Il sistema immunitario gastro-intestinale, essendo estremamente
sviluppato, giustifica l'azione di molte vitamine date per via
orale allo scopo d'indurre una immuno-stimolazione specifica o
aspecifica verso particolari antigeni naturali presenti in
alcune specie di piante, ma spiega anche la sua
estrema vulnerabilità alla stessa chemioterapia, poichè questa
conduce ad una graduale alterazione dei tessuti della mucosa
intestinale (soprattutto del colon) a causa della morte dei
linfociti presenti nei linfonodi mesenterici, nelle Placche di
Peyer, nella Lamina propria. Questa alterazione determina non
solo la graduale alterazione della funzionalità del tessuto
linfatico presente sulla mucosa intestinale, ma anche il
graduale blocco delle strutture linfo-immunitarie poste a
distanza, con loro successivo esaurimento funzionale.
Raramente si può parlare di”
remissione”: ad esempio, nel
1986, sul British Medical Journal, Kearsley prendeva in
considerazione il cancro in fase avanzato del polmone,
dell’intestino, della mammella, della prostata, della testa e
del collo, della vescica, quello endometriale e infine quello
pancreatico, dimostrando già allora il sostanziale fallimento di
questo approccio terapeutico, essendo la Chemioterapia curativa
solo nel 6% dei casi su oltre 785.000 casi studiati, e nel 13%
di tutti i casi di cancri (356.250) considerati “curabili.
[Kearsley
J.H.: Cytotoxic chemotherapy for common adult malignancies:
“the emperor’s new clothes” revisited, British Medical
Journal, Vol. 293, 1986, pp.: 871-876
ALLEGATO 1
].
Esistono circa 60-70 farmaci
citotossici in commercio in tutto il mondo.
Alcuni di questi causano meno problemi di altri come: insonnia,
spossatezza, diarrea, alopecia, stomatite, leucopenia, piastrinopenia,
anemia, nausea, vomito…
Questi sono gli effetti collaterali
immediati e conosciuti perchè visibilmente riscontrabili.
Ciò di cui raramente si parla sono gli effetti più gravi e più
duraturi, le cui conseguenze deteriorano profondamente la vita
del paziente e il decorso stesso della sua malattia, rendendo
inutili persino le terapie basate sull’immuno-stimolazione dei
linfociti Natural Killer, sull’attività apoptosica e
detossificante di estratti di piante mediche.
Questi danni profondi e
irreversibili, di cui raramente si discute, sono i seguenti:
1)
grave riduzione,
stabile e duratura, del numero di particolari tipi e sottotipi
di globuli bianchi, indispensabili alla risposta immunitaria
specifica contro il tumore.
2) mutazioni cellulari di tipo somatico, con comparsa di altri
tumori secondari e/o metastasi
3) mutazioni cellulari di tipo germinale (testicoli oppure
ovaie), con comparsa di sterilità, aborti o di bimbi malformati
in quei casi di genitore sopravvissuto alla Chemioterapia e al
Cancro.
4) accelerazione della crescita del tumore, anzichè una sua
riduzione, con comparsa di resistenza crociata del tumore ad
altri veleni (pompa glicoproteica di membrana).
La
Chemioterapia è quindi controindicata in maniera assoluta in
qualsiasi forma di associazione alla Immuno-Terapia.
La Chemioterapia è infatti gravemente depletoria soprattutto nei
confronti dei linfociti, di cui è stata riconosciuta la buona
capacità di identificazione e di distruzione di masse tumorali
mediante Immuno-Terapia specifica anti-neoplastica.
Si può infatti affermare che saranno solo e soltanto le
difese immunitarie del paziente stesso a risolvere la patologia
neoplastica, portandolo così ad una completa guarigione dal
Cancro.
La Chirurgia e la Radioterapia devono essere considerate
soltanto come tecniche o metodiche d'appoggio capaci di
eliminare una certa quota della massa tumorale primitiva e delle
sue metastasi, fermo restando che nessuna di queste due
componenti deve essere considerata causa di guarigione finale
del paziente dal tumore: l'eventuale ed effettiva guarigione
del paziente dal proprio tumore dipenderà solo e soltanto dalla
capacità delle difese immunitarie (Immunoterapia) di riconoscere
e distruggere in maniera selettiva e radicale il tumore stesso.
L’Immunoterapia nega pertanto alla Chemioterapia qualsiasi
valenza curativa e di guarigione nei confronti del
tumore.
Da circa dieci anni si sta assistendo però alla commistione di
Immuno-Terapia associata con Chemioterapia: nella fattispecie,
impiegando Anticorpi Monoclonali prodotti per ingegneria
genetica dalle Multinazionali Chemio-farmaceutiche in
associazione con Chemioterapia…con risultati superiori alla
semplice Chemioterapia:
(Sobrero A.: Efficacy and safety of
Bevacizumab in combination with irinotecan and infusional
5-Fluorouracil treatment for patients with metastatic colorectal
cancer, Journal of Clinical Oncology, 2006, ASCO Annual
Meeting Supplement, pp: 3544 ; Axel Grothey: Bevacizumab
beyond first progression is associated with prolonged overall
survival in metastatic colorectal cancer: results from a large
observational cohort study, Journal of Clinical Oncology,
vol. 26, No.33, 2008, pp.: 5326-5334; Fairooz Kabbinavar :
Addition of Bevacizumab to bolus Fluorouracil and Leucovorin in
first-line metastatic colorectal cancer: results of a randomized
phase II trial, Journal of Clinical Oncology, vol. 23, No.
16, 2005, pp: 3697-3705 ).
Ma va ribadito che Anticorpi Monoclonali usati da soli in tumori
diffusi, senza Chemioterapia, ottengono in genere risultati
superiori. Ad esempio, nel 1999 venne addirittura dimostrato che
Anticorpi Monoclonali (anti HM1.24), usati senza Chemioterapia,
in animali affetti da Mieloma Multiplo, determinavano
l’attivazione di una efficace risposta immunitaria globale
contro il Mieloma Multiplo stesso (Maasaki,
Blood, vol.93, No.11, June 1, 1999, pp. 3922-3930), e capaci di
indurre, in animale, risposta immunitaria cito-tossica mediata
da linfociti, con regressione completa di malattia, anche se
presa in stato avanzato.
Gli Anticorpi Monoclonali (MoAbs) hanno però il limite, non
superabile in alcun modo, della loro scarsa capacità di
penetrazione nella massa tumorale a causa dell’elevata Pressione
di Fluido Interstiziale del tumore.
vedi:
Gli Anticorpi Monoclonali nella terapia
anti-cancro:
ALLEGATO 42
+ Allegato Anticorpi
monoclonali
La Cascata Immunitaria, indotta contro
il tumore, avviata attraverso l'utilizzo dei Globuli Bianchi (Natural
Killer) si è dimostrata di più riconosciuta sicurezza, con
l’estrazione dei Linfociti dal tumore, loro coltivazione in
ambiente sterile, e quindi loro successiva reinoculazione
endovenosa nel paziente. - vedi Le Scienze - Natural Killer:
ALLEGATO
PDF
A scopo di esempio si riportano gli ottimi risultati (Remissione
Totale o Parziale) ottenuti nel 24% dall’italiano F. Pizza su
circa 120 pazienti fra il 1986 e il 2001 (Pizza Giancarlo:
Immunotherapy of metastatic kidney cancer, Int. J. Cancer,
94, pp.109-120, 2001:
ALLEGATO 43)
- ALLEGATO PIZZA
Si può pertanto affermare che è
stato già dimostrato in letteratura medica il fallimento
sostanziale della Chemioterapia per quasi tutte le forme
tumorali: la Chemioterapia riduce la massa tumorale, sia pure al
gravissimo prezzo di arrecare danni estesi a tutti gli organi e
ai tessuti del paziente, determinando:
- insufficienza midollare (con la conseguenza di infezioni e di
caduta di difesa immunitaria contro il tumore stesso),
- insufficienza epatica e renale,
- possibile evoluzione in fibrosi
polmonare con insufficienza respiratoria, - danni cardiaci e ai
vasi ematici,
- leucemie e cancri secondari in
percentuale variabile.
In ogni caso, la ripresa neoplastica avviene quasi sempre,
spesso caratterizzata da resistenza crociata delle cellule
tumorali ad altri farmaci chemio-terapici, in cicli di
Chemioterapia successiva di seconda o terza linea, fino ad
essere definita alla fine, in termini del tutto inappropriati,
"Chemioterapia di salvataggio": in realtà una
Chemioterapia finale e distruttiva, eseguita con farmaci
chemioterapici di vario tipo, che non riescono mai a salvare
il paziente, né tanto meno a condurlo a guarigione effettiva."
Nel 1975, il prof. Hardin Jones,
dell’Università della California, dimostra per la prima volta,
in uno studio su ampia scala durato 23 anni, che per gli
ammalati di Cancro che si sono rifiutati di sottoporsi a
Chirurgia, Radio-Terapia, e Chemioterapia, (comunque con
alimentazione libera, senza diete particolari), la
sopravvivenza media è di 3-4 volte più alta, rispetto a quelli
che si sono sottoposti a trattamenti medici standard come
Chirurgia, Radio-Terapia e Chemioterapia [Walter Last, “The Ecologist, vol. 28, No. 2, marzo/aprile 1998].
Tale constatazione è stata confermata, da allora, più
volte nella letteratura medica, ad esempio per cancro della
mammella dove
la sopravvivenza media è di 12 anni e
mezzo.
[Morgan: The natural
history of breast carcinoma in the elderly: implications for
screening and treatment,
Cancer 2004; 100(9), pp.:1807-1813,
MORGAN_ cancer_no_chemio.pdf ],
mentre quelli che si sono sottoposti a trattamenti medici
standard (Chirurgia, Radio-Terapia e Chemioterapia), sono morti
in media entro 3 anni.
Ancora, nel 1990, il prof. Ulrich
Abel, dell'’Università di Heidelberg affermava:”…sebbene i
farmaci chemioterapici portino ad una “risposta”, cioè ad una
diminuzione di massa del tumore, questa riduzione non produce un
prolungamento della sopravvivenza del paziente; anzi, il cancro
ritorna più aggressivo di prima, poiché la Chemio favorisce la
crescita di ceppi tumorali resistenti. Inoltre la Chemio
danneggia gravemente le difese dell’organismo, tra cui il
sistema immunitario, spesso i reni e il fegato….”. Secondo
i dati presentati dal dott. Abel, i pazienti trattati con
Chemioterapia hanno risultati significativamente minori, in
termini di sopravvivenza, rispetto a pazienti trattati con la
medicina convenzionale, raggruppati e confrontati per tipo e
stadio di tumore.
Abel afferma:“…Un’analisi
bilanciata e imparziale della letteratura medica mostra un
indice di successi terapeutici quasi nullo nei trattamenti
impiegati convenzionalmente per la cura delle forme avanzate dei
tumori solidi”…
[Chemothrapy
of advanced epithelial cancer:
a critical survey.
HippokratesVerlag,
Stuttgart, 1990; Healing Journal, No.1-2, Vol.7, 1990];
[U. Abel,
Lancet, 10 agosto 1991].
Nel 1991, l’oncologo Albert
Braverman scrive: “…nessun tipo di tumore solido che era
considerato incurabile nel 1975 è curabile oggi. Molti oncologi
raccomandano la Chemioterapia per praticamente qualsiasi forma
di tumore, con aspettative che il sistematico fallimento non
scoraggia…” [A.
Braverman: Medical Oncology in the 90s, Lancet, 1991, vol. 337,
pp. 901].
Nel 1996,
così scriveva Edward G. Griffin su “World Without Cancer,
dell’American Media Publication: ”….i nostri protocolli
chemio più efficaci sono in realtà gravidi di rischi, di effetti
collaterali e di problemi. Dopo che tutti i pazienti che abbiamo
curato ne hanno pagato le conseguenze, solo un’esigua
percentuale di essi viene ricompensata da un effimero periodo di
regressione tumorale, generalmente parziale…”.
Quando la Chemioterapia è utile.
La Chemioterapia è utile soltanto nel 1,5% (uno virgola
cinque per cento) dei casi secondo una commissione OMS del 1980.
Secondo una rassegna di 1.500 pubblicazioni scientifiche
effettuate dal prof. Jones dell’Università della California,
tale percentuale di successo sale al 2%.
Molto più ottimista l’Istituto Gerson, che giunge a stimare una
percentuale di successo (sopravvissuti a cinque anni dalla
diagnosi) addirittura del 15%, con un fallimento sostanziale
però dell’85% dei casi, fallimento che sale al 93% nel caso dei
tumori dell’intestino, al 97% nel caso di tumore al fegato, al
99% di fallimento se tumore al pancreas (749, 750,
1360-1364) .
Ma secondo un recentissimo studio australiano pubblicato nel
2004
[Morgan G.: The
contribution of cytotoxic chemotherapy to 5-year survival in
adult malignancies, Clinical Oncol., 2004, 16, pp.: 549-560],
che ha analizzato tutti gli studi clinici condotti in Australia
e in America (USA), per ben 14 anni, cioè dal gennaio 1990 al
gennaio 2004, è risultato invece che la Chemioterapia è efficace
solo nel 2% dei casi. Questi risultati, usciti dallo spoglio di
un campione immenso e più che rappresentativo di circa 227.800
casi di tumore, sono a dir poco catastrofici.
MORGAN.PDF
Infine, secondo un recente lavoro del 2004 (1340), che ha preso
in considerazione oltre 42.000 pazienti, soltanto l’1,5% di loro
erano ancora vive dopo 5 anni dall’inizio della Chemio (Morgan
G.: The contribution of cytotoxic chemotherapy to 5-year
survival in adult malignancies, Clinical Oncol., 2004, 16, pp.:
549-560 MORGAN.PDF).
Validità dubbia
delle statistiche ufficiali
Le statistiche ufficiali di riuscita del successo
terapeutico delle terapie standard attuali non hanno alcun
fondamento :
Moss R.: “Questioning chemotherapy: a critique of the use of
toxic drugs in the treatment of cancer”, Equinox press,
1995, ISBN 188192525x
Anderson J.R.: Analysis and interpretation of the comparison
of survival by treatment outcome variable in cancer clinical
tirals, in: Cancer Treatment Rep., vol. 69, pp.: 1139-1144,
1985
Becker N.: Time trends in cancer mortality in the Federal
Republic of Germany: progress against cancer?, in : Int. J.
Cancer, vol. 43, pp.: 245-249, 1989
Berlin J.A.: An assessment of publication bias using a
sample of published clinical trials, in: J.AM.Statistic
Assoc., vol. 84, pp.: 381-392, 1989
Cohen M.H.: Prognostic factors may account for the increase
survival of advanced ovarian cancer patients receiving high dose
intensity chemotherapy, Abstract No. 614, in: Proc. Am. Soc.
Clin. Oncol. Vol. 9, pag. 158, 1990
J.E.: Interpreting cancer survival rates, in : Science,
vol. 195, pp.: 847-851, 1977
Hankey B.F.: Black/white differences in bladder cancer
patient survival, in: J. Chron Dis., vol. 40, pp.: 65-73
Hughes M.D.: Stopping rules and estimation problems in
clinical trials, in : Statist. In Med., vol. 7, pp.:
1231-1242.
Nel 1985, il prof. John Cairns
dell’università di Havard pubblica una critica devastante su
Scientific American:“…a parte rari tipi di leucemia, non è
possibile rilevare alcun significativo cambiamento
dell’incidenza di morti per cancro a seguito dell’uso su ampia
scala della Chemioterapia. Non ci sono evidenze scientifiche
che la Chemioterapia possa curare i vari tipi di cancro che oggi
affliggono la società…”.
Nel 1987, 42 parlamentari del
Congresso USA chiedono che si faccia chiarezza sulle terapie
alternative che potrebbero essere usate per la cura del Cancro.
Tra le altre cose, viene fatto notare che neanche la Chirurgia è
approvata come trattamento per il Cancro, poiché neanche uno
studio con il tradizionale gruppo di controllo è stato mai
effettuato per valutarne i risultati a lungo termine. Neanche
la Chemioterapia è approvata, ma è solo in fase sperimentale e
dura ormai da 50 anni.
In sostanza:
Buona “Incidenza di Risposta” vuol dire solo che il tumore si è
soltanto ridotto di volume, ma non vuol dire che è stato
debellato.
“Risposta”: vuol dire: diminuzione del volume della massa
tumorale nota.
“Incidenza di Risposta”: percentuale di pazienti in cui si
osserva, nei mesi successivi alla Chemioterapia, una
diminuzione della massa tumorale nota.
“Durata di Risposta”: vuol dire quanto tempo dura tale riduzione
di massa tumorale.
“Risposta Completa” massa tumorale non più rilevabile alle
indagini diagnostiche.
“Risposta Parziale”: riduzione della massa tumorale del 50%
Gli studi ECRI (Emergency
Care Research Institute) affermano che
l’”Incidenza di Risposta”, cioè la riduzione di massa tumorale a
seguito della Chemioterapia, non si correla affatto con il
“Prolungamento della sopravvivenza della vita del paziente”.
“Remissione” non significa affatto “sopravvivere più a
lungo”.
La letteratura medica inerente alla
Chemioterapia non usa mai termini quali:
“guarigione” e “qualità della vita”.
Viceversa, nella letteratura medica su Chemioterapia
Intensiva e Trapianto di Midollo Osseo per casi di cancro
con metastasi, le statistiche pubblicate fanno spesso apparire i
risultati come migliori di quanto lo siano in realtà.
Ad esempio, vengono esclusi dalle statistiche quei pazienti che
muoiono a causa delle infezioni subentrate subito dopo il
trapianto di midollo osseo, non attecchito, con fallimento
quindi del trapianto.
Questi pazienti vengono definiti dai ricercatori con il termine
di “decessi prematuri”.
Ad esempio, l’incidenza di decessi prematuri nelle donne con
metastasi alla mammella è stata riportata in 31 studi pubblicati
dal 1984 al 1994. La media era del 10% negli studi fatti dal
1992 al 1994. Viceversa sale al 17% considerando solo gli studi
del 1994.
In altri casi, i pazienti morti per un’infezione non risultano
morti per il cancro, e compaiono invece nel numero dei pazienti
“guariti”.
Costo economico della
Chemioterapia
Si ritiene che la Chemioterapia costi allo Stato italiano
DIVERSI miliardi di Euro l’anno.
STATISTICHE UFFICIALI
Analizziamo adesso i tempi di sopravvivenza, dopo
Chemioterapia, di vari tipi di tumori maligni (Astrocitomi di
quarto grado, Cancri del Capo e del Collo, Cancro del Polmone a
grandi e piccole cellule, Cancro della Mammella, Cancro dello
Stomaco, Cancro del Pancreas, Cancro del Rene, Cancro della
Prostata, Cancro dell’Ovaio, Cancro dell’Utero, Cancro del
Colon-Retto, Leucemie mieloidi e linfatiche, acute e croniche,
Mieloma Multiplo, Linfoma di Hodgkin/NON Hodgkin :
Tumori al cervello
La percentuale di sopravvivenza a 5 anni,
dopo Chemioterapia, nel caso di astrocitomi di quarto grado
(glioblastoma multiforme) è appena del 4-5%.
[McLendon R: Cancer,
98 (8), pp.: 1745-1748, 2003
ALLEGATO 2
]. In 30 anni, dice l’articolo scientifico, tale valore non è
migliorato di un solo punto.
Carcinomi della regione
testa/collo
Molti lavori dimostrano che la Chemioterapia post-operatoria
non apporta alcun prolungamento della vita rispetto ai pazienti
non trattati con Chemioterapia, comunque con alimentazione
libera, senza diete particolari
[Stell P.M.: Br. J. Cancer, vol. 61, pp. 779-787, 1990
ALLEGATO
3] ;
[Chalmers T. in: De Vita: "Cancro, principi e pratica
dell'oncologia", Lippincott and Co, Philadelphia , 4.a
edizione, pp 235-241, 1993].
Altri lavori dimostrano, su un
totale di 23 studi su Chemioterapia pre-operatoria e
Chemioterapia post-operatoria, che non c’è alcuna differenza fra
gruppi trattati e quelli non trattati (comunque con
alimentazione libera, senza diete particolari).
[Tannock I.F.: J.Clin. Oncol., Vol. 6,
pp.1337-1387, 1984];
[Clark J.R.: Seminars in Oncology, vol. 15, Suppl. 3, pp. 35-44,
1988];
[Dodion P.: Raven Press, New York, pp. 525-547, 1986];
[Choski A.J.: Seminars in Oncology, vol. 15, Suppl. 3,
pp. 45-49, 1998];
[Schantz S.P. : in : De Vita V. "Cancro, principi e pratica
dell'oncologia", Lippincott and Co, Philadelphia, 4 a.
edizione, pp. 574-630, 1993];
[Jacobs C.: J. Clin. Oncol., vol. 8 pp. 838-847, 1990
ALLEGATO 4].
Infine, secondo un recente lavoro
del 2004, che ha preso in considerazione oltre 7.500 pazienti,
soltanto il 2,5% di loro erano ancora vivi dopo 5 anni
dall’inizio della Chemio
(Morgan G.: The contribution of
cytotoxic chemotherapy to 5-year survival in adult malignancies,
Clinical Oncol., 2004, 16, pp.: 549-560
MORGAN.PDF )
Carcinoma del polmone a cellule
non piccole
Per il carcinoma del polmone a cellule non piccole in stadio
avanzato non esistono indicazioni di un evidente influsso sulla
prognosi esercitato dalla sola Chemioterapia
[Abel U.: Biomed and Pharmacother, vol. 46, 1992, aggiorn. 1995,
pp. 439-452].
Nel caso del carcinoma bronchiale a cellule non piccole,
vengono evidenziati in alcuni studi miglioramenti della
sopravvivenza non significativi statisticamente, che sono così
limitati che non giustificano l’impiego di terapie tossiche come
da Chemio.
Ad esempio, non si evidenzia alcun vantaggio significativo tra
Chemioterapia precoce aggressiva e Chemioterapia ritardata,
essendole mediane di sopravvivenza di appena 193 giorni contro
175 giorni.
[Lad T.E.:
Immediate versus postponed combination chemotherapy (CAMP) for
unresectable Non-Small Cell Lung Cancer: a randomized trial,
Cancer Treatment Reports, Vol. 65, No.11-12, 1981
ALLEGATO 5].
Queste valutazioni sono condivise
anche dagli autori di numerosi altri lavori:
[Bakowski M.T.: Cancer Treatments Reviews,
vol.10, pp. 159-172, 1983,
ALLEGATO 6];
[Mitrou P.S.: Atemw.-Lungenkrhk., vol. 12, pp.
544-549, 1986];
[Rankin E.M.: Slevin and Staquet, Studi randomizzati del
cancro: un inventario critico per locazioni, Raven Press, New
York, pp. 447-492, 1986];
[Liu R.J.: Seminars in Oncol., vol. 20, pp. 296-301, 1993];
[Hansen: J.Clin. Oncol., vol. 5, pp. 1711-1712, 1987];
[Browen M.: in: Rosenthal S.: "Supporto medico del paziente
con cancro", W.B. Saunders Co, Philadelphia, pp. 200-215,
1987].
Anche in tempi recenti, le
percentuali di sopravvivenza non cambiano: in un lavoro
giapponese del 2002, su 41 pazienti, sottoposti a Chemioterapia
con impiego di Radio-Terapia, la sopravvivenza a 3 anni è di 24%
e a 5 anni è del 10% [Ikuo Semine: Phase II study of
twice-daily high-dose thoracic radiotherapy alternating with
Cisplatin and Vindesine for unresectable stage III
Non-Small-Cell Lung Cancer : Japan Clinical Oncology Group Study
9306, Journal of Clinical Oncology, Vol. 20, No.3, 2002,
pp.: 797-803].
In un altro lavoro successivo,
sempre giapponese, del 2004, su 70 pazienti indagati, sottoposti
a Chemioterapia e a Radio-Terapia, una Completa Risposta si
evidenziò solo in 2 pazienti, con una percentuale di
sopravvivenza, per tutti i pazienti, a 2 anni del 33%.
[Yukito
Ichinose: Uracil/Tegafur plus Cisplatin with concurrent
Radioterapy for locally advanced Non-Small-Cell Lung Cancer: a
Multi-institutional Phase II Trial, Clinical Cancer Research,
Vol. 10, 2004, pp.: 4369-4373 -
ALLEGATO 28].
In un lavoro olandese, del 2004, su
57 pazienti sottoposti a Chemioterapia da sola, senza
Radio-Terapia, i risultati finali non cambiano: il 50% dei
pazienti era ancora vivo dopo 4 mesi circa; la percentuale di
sopravvissuti dopo un anno era però già scesa al 32% e nel
dicembre del 2002, dopo 2 anni e mezzo dall’inizio della
terapia, erano già tutti morti.
[F.M. Wachters: Phase II
Study of docetaxel and carboplatin as second-line treatment in
NSCLC, Lung Cancer, 2004, Vol. 45, pp.255-262 -
ALLEGATO 29]
Carcinoma bronchiale a piccole
cellule
George e altri, nel 1986 scrivevano:”…con solo modeste
percentuali di remissione, incapacità a lungo termine di azione
palliativa (contenimento dei sintomi di malattia), ed un
modestissimo numero di sopravvissuti a 2-3 anni di distanza
anche tra i pazienti presi negli stadi iniziali di malattia,
nessun trattamento con Chemio può essere considerato standard
per il carcinoma del polmone a piccole cellule
[George TK, in : Cancer, vol. 58, pp. 1193-1198, 1986,
ALLEGATO 7].
Nel decennio successivo, Klastersky
(1995) fece un riassunto dei più importanti studi che
erano stati eseguiti:“…recentemente, sono stati tentati
numerosi diversi regimi chemioterapici, nella speranza di
migliorare i risultati aumentando l’intensità della dose.
Tutti questi sforzi, dal più estremo (Chemioterapia
con trapianto di midollo osseo) al più semplice
(raddoppiamento delle dosi), sono falliti.
Nessun risultato significativo è stato ottenuto per
aumento delle dosi chemioterapiche nel trattamento del
carcinoma del polmone a piccole cellule, né per
combinazione di singoli agenti…” [Klastersky
J., in Seminars in Oncology, vol. 22, Suppl. 2, pp. 11-12,
1995].
Kokron (1982) osservava: …”nel
gruppo di controllo non trattato con Chemioterapia
(comunque con alimentazione libera, senza diete particolari,
n.d.t.), evidenti vantaggi erano relativi alla qualità
della vita a seguito dell’assenza degli effetti
collaterali dei chemioterapici e della più breve durata
della fase terminale della malattia…”
[Kokron
O., in : Onkologie , vol. 5, pp. 56-59, 1982].
Secondo un recente lavoro del 2004,
che ha preso in considerazione circa 28.000 pazienti, (sia
cancro a piccole cellule che cancro non a piccole
cellule), solo il 2% di loro era ancora vivo dopo 5 anni
dall’inizio della Chemio
(Morgan G.: The
contribution of cytotoxic chemotherapy to 5-year survival in
adult malignancies, Clinical Oncol., 2004, 16, pp.: 549-560
MORGAN.PDF ).
Cancro della mammella
La letteratura medica è piena di lavori che dimostrano la
sostanziale inutilità della Chemioterapia nella cura del
carcinoma mammario
[Chlebowski
R.T.: A decade of breast cancer clinical investigation:
results as reported in the program/proceedings of the American
Society of Clinical Oncology, Journal of Clinical Oncology,
Vol. 12, No.9, 1994, pp.: 1789-1795
ALLEGATO 8];
[A
prospective randomized trial comparing Epirubicin
monochemotherapy to two Fluorouracil, Cyclophosphamide, and
Epirubicin regimens differing in Epirubicin dose in advanced
breast cancer patients,
Journal of Clinical Oncology, vol.9, No.2, 1991, pp.: 305-312
ALLEGATO
9];
[Hoogstraten
B.: Combination chemotherapy and adriamycin in patients with
advanced breast cancer, a Southwest Oncology Group Study,
Cancer, 38, pp.. 13-20, 1976
ALLEGATO 10];
[Petru
E.: No relevant influence on overall survival time in
patients with metastatic breast cancer undergoing combination
chemotherapy, J.Cancer Res.Clin.Oncol., 1988, No: 114, pp.:
183-185
ALLEGATO 11];
[Romero
A: Vinorelbine as first-line Chemotherapy for metastatic
breast Carcinoma, Journal of Clinical Oncology, Vol. 12,
No.2, 1994, pp.:336-341];
[Walters
R.S.: Arandomized trial of two dosage schedules of mitomycin
C in advanced breast carcinoma, Cancer,1992, Vol. 69, No.2,
pp.:476-481
ALLEGATO 12].
A fronte di tutto ciò, studi
multicentrici di sperimentazioni cliniche su donne affette da
cancro al seno, pubblicati nel 2003-2004, in merito agli esiti
di combinazioni varie di Chemio-Terapie, riportano esiti
totalmente inconcludenti: ad esempio con tempo libero di
malattia di circa 5 mesi, e mediana di sopravvivenza di 15 mesi
[Fumoleau
P.:
Multicentre, phase
II study evaluating capecitabine monotherapy in patients with
anthracycline and taxane-pretreated metastatic breast cancer,
Eur. J.Cancer, 2004; 40(4), pp:536-542
ALLEGATO 13],
oppure, nella cosiddetta “chemio di salvataggio”,
con mediane di sopravvivenza libera di soli 8 mesi, con tempo
medio di risposta di 4 mesi, e una progressione di malattia
entro 5 mesi
[Full
dose paclitaxel plus vinorelbine as salvage chemotherapy
anthracycline-resistant advanced breast cancer: a phase II study,
J.Chemother. 2003,15(6),pp.:607-612],
oppure, con tempi di sopravvivenza libera da
progressione di malattia di 3 anni con mediana di sopravvivenza
di circa 1 anno
[Humphreys:
Phase II study of docetaxel in combination with epirubicin an
protracted venous infusion 5-fluorouracil (ETF) in patients with
recurrent or metastatic breast cancer. A Yorkshire breast cancer
research group study,
Br.J.Cancer, 2004, 90(11),pp.:2131-2134,
ALLEGATO 14],
oppure con mediana di sopravvivenza di 2 anni [Capecitabine
plus paclitaxel as front-line combination therapy for metastatic
breast cancer: a multicenter phase II study,
J.Clin.Oncol.2004,22(12),pp: 2321-2327],
oppure con sopravvivenza libera da progressione di
malattia di 8-10 mesi, con mediana di sopravvivenza di 18-19
mesi
[Phase
III study of intravenous vinorelbine in combination with
epirubicin versus epirubicin alone in patients with advanced
breast cancer: a Scandinavian Breast Group Trial,
J.Clin.Oncol.2004, 22(12),pp.:2313-2320].
Infine, l’impiego
“compassionevole” della Chemioterapia somministrata per bocca:
“…An open-label, non randomized, compassionate-use study was
carried…”[Oral
capecitabine in anthracycline and taxane-pretreated
advanced/metastatic breast cancer,
Acta Oncol.,2004,43(2), pp.:186-189].
Secondo il dott. Ulich Abel, non vi
è nessuna evidenza diretta che la Chemioterapia prolunghi la
sopravvivenza; ciò è particolarmente degno di nota, poichè tutte
le donne affette da tumore al seno vengono sottoposte a Chemio
sia prima che dopo il trattamento chirurgico [Chemotherapy of
advanced epithelian cancer, Healing Journal, No.1-2, Vol. 7,
1990, Gerson Institute. ]
Il dott. Nelson Erlick, direttore
dell’ECRI (Emergency Care Research Institute),
effettuò nel marzo 1996 un’approfondita analisi degli
studi pubblicati dalla letteratura medica sul cancro
della mammella fino all’anno 1994. Furono studiati 1.500
lavori scientifici.
Basandosi su tutti i dati disponibili, risultò che:
1). Nella fase iniziale della Chemioterapia c’è una
“Incidenza di Risposta” più elevata con Chemioterapia
Intensiva e Trapianto di Midollo Osseo che con la
Chemioterapia standard. Cioè: la massa del tumore
diminuisce (“Incidenza di Risposta”). Però la “Risposta”
non dura a lungo e il cancro ricomincia successivamente
a progredire.
2) La Chemioterapia standard offre alle pazienti con
metastasi del cancro alla mammella un “Tempo di
Risposta” più lungo (cioè il numero di mesi nel quale
la diminuzione della massa tumorale dura più a lungo),
e inoltre più pazienti sopravvivono per un anno
rispetto a quelli trattati con Chemioterapia Intensiva
e Trapianto di Midollo Osseo.
3) La ricerca scientifica su Chemioterapia Intensiva e
Trapianto di Midollo Osseo non ha ancora identificato alcun
sotto-gruppo della popolazione in cui tale trattamento può
garantire un periodo di non-progressione del cancro che sia
maggiore di quello dei gruppi di controllo.
Fino ad ora, la letteratura medica
non ha mai affermato che la Chemioterapia Intensiva e Trapianto
di Midollo Osseo possa comportare la guarigione da cancro della
mammella.
La Chemioterapia Intensiva e
Trapianto di Midollo Osseo comporta però un guadagno di circa
150-200 mila Euro-dollari per ogni trapianto di midollo osseo.
Senza considerare però l’elevata percentuale di decessi nei
mesi successi al trapianto di midollo osseo, a causa di
infezioni mortali da germi, sopravvenute nelle pazienti prive,
in quel momento, di difese immunitarie adeguate, causa la
pesante Chemioterapia effettuata e la mancanza di midollo osseo
attivo, poiché non ancora attecchito, nonostante il trapianto
effettuato nelle settimane precedenti. Su questo fatto, è
importante far rilevare che sul Wall Street Journal del
17 novembre 1994, in un articolo di copertina che descriveva la
pressione politica esercitata sulle compagnie assicurative,
affinché pagassero per i trapianti di midollo osseo in caso di
tumore al seno di stadio avanzato, gli esperti fornivano anche
qui rapporti totalmente negativi su questo tipo di approccio.
Sempre a proposito invece di tumori
della mammella in fase iniziale, Phillip Day, nel suo celebre
libro “Cancro: se vuoi la vita prepara la verità”, alle
pagine 20 e 21 riporta l’incredibile testimonianza del Dott.
Irwin Bross del Roswell Memorial Park Institute di New York,
testimonianza che si riporta per intero:
“…Se si è una donna, alla quale è stato diagnosticato un tumore
al seno in fase iniziale (cioè senza evidenza di metastasi), c’è
un semplice dato scientifico che bisognerebbe conoscere. Quando
un patologo diagnostica una lesione del tipo “tumore al seno in
stadio iniziale”, più della metà delle volte il patologo sta
commettendo un errore, ossia non si tratta realmente di tumore
al seno. Quello che la maggioranza delle donne ha realmente, è
un tumore che, visto al microscopio illuminato, somiglia al
cancro per il patologo.
Esistono possibilità che tale tumore non abbia la capacità di
metastatizzare…cosa che caratterizza il cancro vero e proprio.
Il primo trial clinico controllato al mondo, riguardante le
terapie coadiuvanti per il tumore al seno, fu condotto nel mio
dipartimento. Il dott. Lesile Blumenson ed io facemmo una
sorprendente scoperta: più della metà delle pazienti avevano un
tumore, ma essi, all’apparenza, si presentavano piuttosto come
lesioni benigne.
La nostra scoperta non risultò popolare tra i medici
professionisti. Essi non avrebbero potuto mai sopportare di
ammettere la verità scientifica perché, a quel tempo, la terapia
consisteva nella mastectomia radicale. Ammettere la verità
avrebbe potuto condurre le donne, che avevano perso una mammella
a causa di una diagnosi scorretta, ad intraprendere azioni
legali per imperizia. I medici del National Cancer Institute,
furiosi, ci allontanarono dalla ricerca.
Probabilmente riuscirono ad insabbiare le nostre scoperte e a
bloccare nuove pubblicazioni. Il tumore al seno e il cancro
della prostata sono statisticamente gemelli: quando le funzioni
dei due organi sessuali interessati diminuiscono, le cellule
spesso divengono anormali e appaiono come cellule tumorali. Il
Journal of the American Medical Association ha riferito di
valori di sopravvivenza sorprendentemente alti in cancri della
prostata non trattati, il che dimostra che 7 tumori su 8 NON
erano cancri. Non c’è quindi motivo per le donne di entrare
in panico nel momento in cui sentono pronunciare la parola
“cancro”. E’ il panico invece a renderle facili vittime….”
Infine, secondo un recente lavoro del 2004 (1340), che ha preso
in considerazione oltre 42.000 pazienti, soltanto l’1,5% di loro
erano ancora vive dopo 5 anni dall’inizio della Chemio (Morgan
G.: The contribution of cytotoxic chemotherapy to 5-year
survival in adult malignancies, Clinical Oncol., 2004, 16, pp.:
549-560 MORGAN.PDF).
Viceversa, in donne con cancro mammario iniziale (cioè senza
metastasi sistemiche ad altri organi o apparati [tranne che,
eventualmente, ai linfonodi ascellari o mammari interni]), dopo
solo e soltanto il solo intervento chirurgico (con o senza
svuotamento dei linfonodi ascellari), senza Radio-Terapia od
Ormono-Terapia, il numero totale di pazienti sopravvissute, in
assenza di malattia a 5 anni dall’intervento, è del 50% (se
donne non ancora entrate in menopausa) e del 70% (se donne già
entrate in menopausa); questo almeno secondo la letteratura
medica corrente (Ramsey P: Medical Therapeutics, Saunders,
Harcourt Brace Jovanovich, Inc, 1995).
L’Ormono-Terapia, in questo contesto, potrebbe quindi essere
utile nelle donne non ancora entrate in menopausa, essendo per
queste il rischio di recidiva di circa il 50% (Ramsey P: Medical
Therapeutics, Saunders, Harcourt Brace Jovanovich, Inc, 1995).
Stesse pazienti con medesimo quadro clinico, se sottoposte a
Radio-Terapia post-operatoria (con o senza Ormono-Terapia)
raggiungono percentuali di sopravvivenza libera da malattia
superiori al 90%: la Radio-Terapia dopo Chirurgia conservativa
(es.: Quadrantectomia) è infatti diretta su microfocolai
subclinici, nemmeno dimostrabili con la Mammografia, ma
potenzialmente presenti dato il carattere generalmente
multicentrico della neoplasia mammaria e la
possibile incompletezza dell’atto chirurgico. La dose erogata
varia tra i 5.000 e i 6.000 RAD (centi-Gray) in 30-40 giorni,
pari cioè a 2-2,3 Unità di CDE (Crono-Dose-Eritema, - vedi
ALLEGATO 44: La
Crono-Bio-Dose nella Radio-Terapia Esterna).
Tale valore di 2-2,3 CDE risulta essere un dosaggio di tipo
curativo, cioè di radicalità di cura terapeutica nel 91%
(Novantuno per Cento) dei casi clinici, e NON curativo nel
restante 9% dei casi, in cui si assisterà invece alla recidiva
neoplastica entro 5 anni.
Estendere o meno i campi erogativi radioterapici dalla sola
mammella post-chirurgica al complesso ascellare (axillo-mammario)
dipenderà poi dalla entità dello svuotamento chirurgico dei
linfonodi ascellari e dallo stadio patologico
riscontrato negli stessi linfonodi dopo successiva indagine di
studio istologico sugli stessi.
In questo contesto, la Chemio-Terapia (condotta prima o dopo
l’intervento chirurgico) vede abbassarsi, in queste pazienti, le
probabilità di sopravvivenza libera da malattia a 5 anni,
scendendo a circa il 75% di sopravvivenza libera da malattia,
anche nel caso di Chemio-Terapia di nuova generazione come i
Taxani (vedi ALLEGATO
Ellis, LANCET, 2009).
Carcinoma dello stomaco
Kingston valutò l’efficacia dei chemioterapici rispetto a
placebo (comunque con alimentazione libera, senza diete
particolari), in pazienti con carcinoma gastrico inoperabile. Il
gruppo di 95 pazienti sottoposti a Chemioterapia dimostrò di
avere un tempo di sopravvivenza medio del tutto sovrapponibile a
quello dei pazienti trattati con placebo [Kingston R.D.:
Clinical Oncology, vol. 4, pp. 55-69, 1978].
L’unanime valutazione di molti altri autori è che la letteratura
medica non evidenzia alcun prolungamento della vita attraverso
la Chemioterapia, nel caso dei carcinomi dello stomaco:
[Moertel CG.: Cancer, vol. 36, pp. 675-682,
1975];
[Queiber W.: Onkologie, vol. 9, pp. 319-331, 1986];
[Hockey M.S.: Slevin and Staquet, Raven Press, New York, pp.
221-240, 1986];
[Mc Donald: Seminars in Oncology, vol. 15, Suppl. 3, pp.
42-49, 1988]
Dodici studi randomizzati, che
hanno confrontato la Chemioterapia post-operatoria con pazienti
di controllo (comunque con alimentazione libera, senza diete
particolari), hanno dimostrato la sovrapposizione dei tempi di
sopravvivenza :
[Alexander H.L. .in:DeVita: Cancro, principi e pratica
dell'oncologia, Lippincott and Co., Philadelphia, 1993, 4.a
ediz.];
[Kelsen D.: Seminars in Oncol., vol. 18, pp.
543-559, 1991];
[Hermans J.: J.Clin.Oncol. Vol. 11, pp. 1441-1447, 1993,
ALLEGATO 15];
[Hallissey M.T.: The Lancet, vol. 343,
pp. 1309-1312, 1994].
Negli ultimi 10 anni le cose non
sono migliorate. Ad esempio, considerando un recente lavoro
giapponese, del 2004, in cui sono stati presi in considerazione
circa 500 pazienti, dal 1985 al 1997, la sopravvivenza fu
dell’8% a 2 anni dall’inizio della terapia, e di appena il 2% a
5 anni dall’inizio della Chemio.
[Yoshida M.: Long-term survival and
prognostic factors in patients with metastatic gastric cancers
treated with chemotherapy in the Japan Clinical Oncology Group
study, Jpn J. Clin. Oncol. 2004, 34, pp.: 654-9, Free full
text article at : jjco.oupjournals.org ].
In altri lavori recenti, le Risposte
Complete riguardano sempre e comunque pochissimi casi; ad
esempio, in un lavoro americano del 2005, in cui si prendono in
considerazione 43 pazienti con cancro dello stomaco e
dell’esofago, viene documentata una sola Risposta Completa e 5
Risposte Parziali, con sopravvivenza al 50% dopo circa 6 mesi,
al 20% dopo 15 mesi, al 12% dopo 2 anni…
[Enzinger PC. : A phase II trial of irinotecan
in patients with previously untreated advanced esophageal and
gastric adenocarcinoma, Dig. Dis. Sci. 2005, 50, pp.:
2218-2223 - ALLEGATO 30].
In un altro lavoro del 2006,
italiano, su 52 pazienti trattati, la metà era ancora viva dopo
un anno dall’inizio della terapia, ma si erano registrati 3 soli
casi di Risposta Completa e 15 casi di Risposta Parziale. Siamo
in attesa di conoscere la percentuale di sopravvissuti a 2 e 5
anni
[Felici A.: Bi-weekly
chemotherapy with cisplatin, epirubicin, folinic acid and
5-fluiorouracil continuous infusion plus g-csf in advanced
gastric cancer: a multicentric phase II study, Cancer
Chemother. Pharmacol., 2006, 57,
pp.: 59-64 - ALLEGATO 31].
Un altro lavoro, coreano, su 30
pazienti sottoposti a Chemio, si è avuta una sola Risposta
Completa e 13 Risposte Parziali, con una mediana di
sopravvivenza per tutti i pazienti di 11 mesi.
[Lee SH: Combination
chemotherapy with epirubicin, docetaxel and cisplatin (EDP) in
metastatic or recurrent, unresectable gastric cancer, Br. J.
Cancer, 2004, 91, pp.: 18-22].
Sempre in un altro lavoro coreano,
del 2005, 43 pazienti furono sottoposti a chemioterapia dal
gennaio 2002 a novembre 2002: anche qui la lenta discesa della
curva dei sopravvissuti è sovrapponibile a molti altri lavori:
40% circa di sopravvissuti a 9 mesi dall’inizio della terapia,
20% circa di sopravvissuti a 14 mesi dall’inizio della terapia,
lieve stabilizzazione del numero di sopravvissuti a 20 mesi
circa dall’inizio della terapia, con circa il 18% di
sopravvissuti, successiva discesa a meno del 5% dei pazienti
ancora vivi dopo 2 anni e mezzo dall’inizio della terapia
[Do-Youn: Docetaxel +
5-Fluorouracil + Cisplatin 3 day combination chemotherapy as a
first-line treatment in patients with unresectable Gastric
Cancer, Japanes Journal Clin.
Oncol., 2005, 35, pp.: 380-385 -
ALLEGATO 32] .
In un altro lavoro, svizzero, del
2004, su 52 pazienti si ebbe una sola Risposta Completa con il
50% dei pazienti ancora vivi dopo 9 mesi, il 24% circa dopo 18
mesi, il 20% dopo 20 mesi, il 18% circa dopo 24-30 mesi,
assestandosi intorno al 10% dopo 2 anni. Non riportate, da
pubblicazioni successive dello stesso autore, le percentuali di
sopravvivenza attuali, a 4 anni
[Roth AD:
5-Fluorouracil as protracted continuous intravenous infusion can
be added to full-dose docetaxel (Taxotere)-cisplatin in advanced
gastric carcinoma: a phase I-II trial, Ann.
Oncol. 2004, 15, pp.: 759-764
- ALLEGATO 33].
In un altro lavoro coreano del 2002,
su 35 pazienti sottoposti a Chemioterapia, dal 1999 al 2001, si
ebbe una sola Risposta Completa e ben 19 Risposte Parziali; ma
la percentuale di sopravvissuti ancora vivi dopo dieci mesi era
già sceso del 50%, calando poi al 20% dopo 18 mesi. Non
riportate, da pubblicazioni successive, le percentuali di
sopravvivenza a 5 anni
[Eun Kyung Cho: Epirubicin,
Cisplatin, and Protracted venous infusion of 5-Fluorouracil for
advanced gastric carcinoma, Journal Korean Med. Sci., 2002,
17, pp.. 348-52 - ALLEGATO
34].
Infine, secondo un recente lavoro
del 2004, che ha preso in considerazione circa 5.000 pazienti
con cancro allo stomaco, soltanto lo 0,7% di loro erano ancora
vivi dopo 5 anni dall’inizio della Chemio. Viceversa, sempre
nello stesso lavoro, su 2.500 pazienti con cancro dell’esofago,
circa il 5% di loro erano ancora vivi dopo 5 anni dall’inizio
della Chemio
(Morgan G.: The contribution of
cytotoxic chemotherapy to 5-year survival in adult malignancies,
Clinical Oncol., 2004, 16, pp.: 549-560 MORGAN.PDF
).
Carcinoma del pancreas
Il tempo medio di sopravvivenza è di 3 mesi, in pazienti
sottoposti a Chemioterapia, mentre nei pazienti di controllo
(comunque con alimentazione libera, senza diete particolari),
non sottoposti a Chemio, il tempo medio di sopravvivenza è di
circa 4 mesi [Frey C., Cancer, vol. 47, pp. 27-31, 1981].
Mediante Chemioterapia si raggiunsero percentuali di risposta
(riduzione della massa tumorale) di oltre il 30%
[Scheithauer W.: Tumor
Diagnostik and Therapie, vol. 5, pp. 44-48, 1984;
O’Connel: Seminars in Oncol., vol. 3, pp.
1032-1039, 1985;
Meyer: Tumor Diagnostic and Therapie,
vol. 8, pp. 54-58, 1987;
Brennan: .in:DeVita "Cancro, principi e pratica
dell'oncologia", Lippincott and Co, Philadelphia, 4 a.
edizione, pp. 849-882, 1993].
Ma il tempo di sopravvivenza, rispetto a pazienti NON
trattati con Chemio (comunque con alimentazione libera, senza
diete particolari), non cambia.
Volendo considerare lavori
scientifici molto più recenti, il discorso non cambia più di
tanto; ad esempio, usando nuovi chemioterapici come il
Gemcitabine in associazione al Docetaxel, nel 2006, su 43
pazienti tedeschi, soltanto 3 di essi dimostrarono di ottenere
una Remissione Completa, ma soltanto 6 pazienti,
complessivamente, erano ancora vivi, su 43 iniziali, dopo appena
1 anno dall’inizio della terapia… ma è anche noto che la
sopravvivenza a 2 anni e a 5 anni si riduce ulteriormente [Ridwelski
K.: Multicenter phase-I/II study using a combination of
gemcitabine and docetaxel in metastasized and unresectable,
locally advanced pancreatic carcinoma, Eur. J. Surg. Oncol.,
2006, 32, pp.: 297-302].
In un altro lavoro del 2005, si
presero in considerazione 46 pazienti spagnoli, sottoponendoli a
Gemcitabine in associazione, questa volta, a 5 Fluro-Uracile,
(5 F-U); la media di sopravvivenza libera da malattia fu di soli
3 mesi e mezzo, con il decesso di circa il 75 dei pazienti già
dopo il primo anno dall’inizio della terapia; ma anche qui non è
dato di sapere la sopravvivenza a 2-5 anni.
[Santasusana JM: A
phase II trial of gemcitabine and weekly high-dose 5
fluorouracil in a 48 hours continuous-infusion schedale in
patients with advanced pancreatic carcinoma.
A study of the Spanish Cooperative Group for Gastroinstinal
Tumour Therapy, Clin.
Transl. Oncol. 2005, 7, 493-498, Full Text Article at Clin.
Transl. Oncol.].
In altro lavoro scientifico recente,
della European Organisation for Research and Treatment of
Cancer Gastrointestinal Group, la
sopravvivenza ad un anno è di circa il 30%, ma con successive
percentuali di sopravvivenza di circa il 10% a 16 mesi e di
circa 1-2% a 2 anni.
[Lutz MP. Docetaxel
plus gemcitabine or docetaxel plus cisplatin in advanced
pancreatic carcinoma: randomized phase II study 40984 of the
European Organisation for Research and Treatment of Cancer
Gastrointestinal Group, J. Clin.
Oncol., 2005, 23, pp.: 9250-6, Full text article at
www.jco.org].
In un altro, invece, vengono fornite
le percentuali, che sono anche qui del 30% ad 1 anno dall’inizio
della terapia, 10% circa a 18 mesi, stabilizzandosi attorno al
2% dopo 2 anni [Ko A: Phase II study of fixed dose rate
gemcitabine with cisplatin for metastatic adenocarcinoma of the
pancreas, J. Clin. Oncol. 2006, 24, pp.379-385].
Neanche con microembolizzazione ed
infusione di Cisplatino, Mitoxantrone e Mitomicina si sono
ottenuti risultati migliori: infatti, su 265 casi trattati in
Germania in 10 anni, dal 1995 al 2005, si è avuta una media di
sopravvivenza del 42-58% ad un anno, ma con caduta al 20% dopo 2
anni, calo al 10% dopo 4 anni e stabilizzazione finale della
percentuale dei sopravvissuti sotto il 5% dopo 5-6 anni [K.
Aigner: Celiac axis infusion and microembolization for
advanced stage III/IV pancreatic cancer – a phase II study on
265 cases, Anticancer Research, 25, pp.: 4407-4412, 2005,
ALLEGATO 16].
In un altro lavoro, su 68 casi
trattati, si ebbe un solo caso di Risposta Completa, 2 Risposte
Parziali, con una mediana di sopravvivenza di 8 mesi, in
particolare, la mediana di sopravvivenza per pazienti con
metastasi epatiche fu di 6 mesi circa, mentre nei pazienti senza
metastasi epatiche fu di 9 mesi circa. Nei casi con
carcinomatosi peritoneale, la media di sopravvivenza fu di 7
mesi e mezzo, contro i circa 9 mesi dei pazienti senza carcinosi
peritoneale. Anche qui non viene però riportata la percentuale
di sopravvissuti totali a 2 e 5 anni. Si dice solo che a 54 mesi
dall’inizio della terapia (cioè a 4 anni e mezzo) vi era un solo
caso di Risposta Completa e 2 soli casi di Risposta Parziale
[Oman M.: Phase I/II trial of intraperitoneal 5-Fluorouracil
with and without intravenous vasopressin in non-resectable
pancreas cancer, Cancer Chemother. Pharmacol., 2005, 56, pp.
603-609 - ALLEGATO 35).
In un altro recente lavoro, su 565
pazienti trattati con Chemio, la sopravvivenza libera da
progressione fu in media di soli 4 mesi [Oettle
H.: A phase III trial of pemetrexed plus gemcitabine versus
gemcitabine in patients with unresectable or metastatic
pancreatic cancer, Ann.
Oncol., 2005, 16, pp.: 1639-1645; Full text
article at :
http://www.annonc.oupjournals.org ].
La Chemio data per bocca non ha
avuto risultati migliori: in un recente lavoro del 2005, su 58
pazienti, trattati con Rubitecan per via orale, la percentuale
di sopravvissuti a 6 mesi era ancora del 17%, ma ad un anno era
già calata al 9% [Burris HA: Phase II Trial of
Oral Rubitecan in previously treated pancreatic cancer patients,
The Oncologist 2005, 10, pp.. 183-190.
www.TheOncologist.com].
In un lavoro del 2004, su 48
pazienti sottoposti a terapia dal North Central Cancer
Treatment Group, USA, solo il 20% era ancora vivo dopo 9
mesi dall’inizio della terapia, stabilizzandosi leggermente nei
mesi successivi, ma per poi lentamente decrescere fino ad
assestarsi al 10% al termine dello studio, 2 anni dopo. Siamo in
attesa di sapere la percentuale finale di sopravvissuti a 5
anni. [Alberts SR.:
Gemcitabine and ISIS-2503 for patients with locally advanced or
metastatic pancreatic adenocarcinoma: a North Central Cancer
Treatment Group Phase II Trial, vol. 22, No.24, 2004, pp.:
4944-4950].
Viceversa, secondo un recente lavoro
del 2004, che ha preso in considerazione oltre 5.000 pazienti,
nessuno di loro era ancora vivo dopo 5 anni dall’inizio
della Chemio (Morgan G.: The contribution of
cytotoxic chemotherapy to 5-year survival in adult malignancies,
Clinical Oncol., 2004, 16, pp.: 549-560
MORGAN.PDF ).
In un ultimo lavoro del 2005,
italiano, in cui vennero presi in considerazione 94 pazienti, la
curva di sopravvivenza (figura 1) è risultata anche qui un vero
fallimento [F. Di Costanzo : Gemcitabine with
or without continuous infusion 5-FU in advanced pancreatic
cancer: a randomised phase II trial of the Italian oncology
group for clinical research (GOIRC), British Journal of
Cancer, No. 93, pp. 185-189, 2005,
ALLEGATO 17]
Cancro renale
La sopravvivenza a due anni dalla diagnosi è notoriamente
ritenuta “caso anedottico” (anedoctal cases), o comunque
con percentuali di sopravvivenza molto basse, già a due anni
dalla diagnosi (10-20%), se sottoposti a Chemioterapia
[Gattinoni L.: Renal cancer treatment: a review of the
literature, Tumori, 2003, 89(5), pp.: 476-484; Flaningan
RC.: Metastatic renal cell carcinoma, Curr. Treat.
Options Oncol. 2003, 4(5), pp.: 385-390].
Secondo un recente lavoro del 2004,
che ha preso in considerazione circa 6.000 pazienti, nessuno
di loro era ancora vivo dopo 5 anni dall’inizio della Chemio (Morgan
G.: The contribution of cytotoxic chemotherapy to 5-year
survival in adult malignancies, Clinical Oncol., 2004, 16,
pp.: 549-560
MORGAN.PDF ).
Cancro della Prostata
Il 4 novembre 1995, la rivista scientifica The
Lancet annuncia:”…il 90% dei casi di cancro alla
prostata non diventano mai significativi, clinicamente.
La percentuale di sopravvivenza a 10 anni tra i
pazienti che non avevano ricevuto alcun trattamento (né
Chirurgia, né Radio-Terapia, né Chemioterapia, né
Ormono-Terapia) era del 91,5%, contro il 77% dei
pazienti sottoposti a Radio-Terapia…”.
Nota: la Radio-Terapia, come noto, distrugge anche le difese
immunitarie locali, in primo luogo i linfonodi vicini al
tumore, ricchi di Linfociti Natural-Killer,
purtroppo estremamente sensibili alle radiazioni.
Sempre il The
Lancet, rincara la dose il 9 dicembre 1995 con
l’annuncio-shock: “….la chirurgia totale per il
trattamento del cancro alla prostata riesce. solo a far
diffondere la malattia: monitorando 14 interventi
chirurgici consecutivi, furono scoperte nel sangue di 12
pazienti cellule tumorali provenienti dalla prostata a
seguito dell’operazione. Quegli stessi pazienti non
avevano però mostrato alcuna cellula tumorale in circolo
nel sangue prima dell’intervento chirurgico….”
Secondo un recente lavoro del 2004,
che ha preso in considerazione circa 32.000 pazienti, nessuno
di loro era ancora vivo dopo 5 anni dall’inizio della Chemio (Morgan
G.: The contribution of cytotoxic chemotherapy to 5-year
survival in adult malignancies, Clinical Oncol., 2004, 16,
pp.: 549-560 MORGAN.PDF
).
Carcinoma ovario
101 donne trattate con dose standard di Cisplatino hanno
mostrato un eguale tempo di sopravvivenza di altre 306 donne
trattate invece con elevato dosaggio di Cisplatino
[Bella M.: Abstract No. 706, in: Proc. Amer. Soc.
Clin. Oncol., vol.11, pp.223, 1992] ;
[Colombo N.: Abstract No. 614, in: Proc. Amer. Soc. Clin.
Oncology, vol. 12, pp 255, 1993].
Altri studi confermano questi
risultati
[Conte P.F.: Abstract No. 880, in:
Proc. Amer. Soc. Clin. Oncol. 12, pp 273, 1993];
[Ozols R.F, “Journal of Clinical Oncology”, Vol.
5, pp 641-647, 1987.];
[ Ozols R.F.: Seminars in Oncol., vol. 21, Suppl.
2, pp. 1-9, 1994].
Infine, secondo un recente lavoro del 2004, che ha preso in
considerazione circa 4.200 pazienti, solo il 9% di loro era
ancora viva dopo 5 anni dall’inizio della Chemio (Morgan
G.: The contribution of cytotoxic chemotherapy to 5-year
survival in adult malignancies, Clinical Oncol., 2004, 16,
pp.: 549-560 MORGAN.PDF
)
Carcinoma dell’utero e
dell’endometrio
Nel caso di metastasi curate con diverse associazioni di
chemioterapici si riesce a indurre una percentuale di risposta
parziale del tumore di oltre il 40%, ma da studi randomizzati
non deriva alcun prolungamento del tempo di sopravvivenza
[Williams, C.J.: Raven Press, New York, pp.
417-446, 1986];
[Thigpen J.T.: Cancer, Vol. 60, pp. 2104-2116, 1987,
ALLEGATO 18];
[Hoskins WJ.in:DeVita:Cancro, principi e pratica
dell'oncologia, Lippincott and Co, Philadelphia, 4.a
edizione, pp. 1125-1152, 1993];
[Omura G.A.: Seminars in Oncol. Vol. 21,pp. 54-62, 1994];
[Bonomi P.: J.Clin.Oncol., vol.3, pp. 1079-1085, 1985].
Addirittura, in un vasto studio su 260 donne allo stadio IIb e
IV, un’associazione di Chemioterapia e di Radio-Terapia si è
dimostrata addirittura peggiore della sola Radioterapia
[Tattersall M.H.: J.Clin. Oncol., Vol. 13, pp. 444-451, 1995,
ALLEGATO 19].
Infine, secondo un recente lavoro
del 2004, che ha preso in considerazione circa 6.000 pazienti,
nessuna di loro era ancora viva dopo 5 anni dall’inizio
della Chemio. Viceversa, sempre nello stesso lavoro, nel caso
del cancro della cervice uterina, su circa 2.500 pazienti, ben
il 12% di loro erano ancora vive dopo 5 anni dall’inizio della
Chemio (Morgan G.: The contribution of
cytotoxic chemotherapy to 5-year survival in adult malignancies,
Clinical Oncol., 2004, 16, pp.: 549-560
MORGAN.PDF )
Carcinoma colon-rettale
Secondo Nicholls [Nicholls J.: in : Slevin and Staquet,
Studi randomizzati del cancro: un inventario critico per
locazioni, Raven Press, New York, pp. 241-271, 1986] e Kane
[Kane M.J.: Seminars in Oncology, vol. 18, pp. 421-442, 1991], i
gruppi di pazienti non trattati con Chemioterapia (ma comunque
con alimentazione libera, senza diete particolari), dimostrano
di avere una sopravvivenza superiore a quella dei pazienti
sottoposti a Chemioterapia.
Hine, nel 1984, riscontra una percentuale di sopravvivenza a 5
anni come pari a zero, nel caso di circa 50 pazienti sottoposti
a Chemio-Terpia preventiva post-intervento chirurgico [Hine
K.R.: Prospective randomised trial of early cytotoxic therapy
for recurrent colorectal carcinoma detected by serum CEA,
Gut 25, pp.: 682-688, 1984,
ALLEGATO 20].
Anche i risultati raggiunti su 1.523
pazienti, mediante applicazione di Chemioterapia in infusione
epatica, non dimostrano alcun vantaggio nella sopravvivenza e,
in contrasto con l’effettiva intenzione di questi studi,
dimostrano addirittura un incremento di metastasi al fegato.
[Soybel D.L.: Current Problems in Cancer, vol. 11, pp. 257-356,
1987];
[Weber W.: SAKK Anticancer Research, Vol.
13, pp. 1839-1840, 1993];
[Moertel CG.: The New Engl. J. Med., vol. 330, pp.
1136-1142, 1994].
A distanza di quasi 20 anni da
allora, la situazione non è migliorata: in un lavoro americano
del 2005, su 110 pazienti considerati, si ebbe un solo caso di
Remissione Parziale, con una media di sopravvivenza per tutti i
pazienti di circa 6 mesi; più impressionante la discesa a
cascata a meno del 20% circa dei pazienti liberi da progressione
di malattia, che si assesta al 15% circa dopo 4 mesi, per
scendere a meno del 5% a 7-8 mesi dall’inizio della terapia; da
altro grafico riportato si osserva la lenta, inesorabile discesa
dei sopravvissuti a 5, 10 15 e 20 mesi, con percentuali di
sopravvivenza finale di circa il 10% dopo 18 mesi [Rothenberg ML:
Randomized phase II trial of the clinical and biological
effects of two dose levels of gefitinib in patients with
recurrent colorectal adenocarcinoma, J. Clin. Oncol., 2005,
23, pp.: 9265-74, Full Text article at:
www.jco.org].
Infine, secondo un recente lavoro
del 2004, che ha preso in considerazione circa 30.000 pazienti
con cancro del colon-retto, soltanto l’1-3% di loro era ancora
vivo dopo 5 anni dall’inizio della Chemio (Morgan G.: The
contribution of cytotoxic chemotherapy to 5-year survival in
adult malignancies, Clinical Oncol., 2004, 16, pp.: 549-560
MORGAN.PDF )
Leucemia Linfatica Cronica
In questa patologia, in un recente studio polacco effettuato
su 229 pazienti sottoposti a Chemioterapia, la mediana di
sopravvivenza (50%) è di circa 3-4 anni, con la curva di
sopravvivenza che si stabilizza leggermente negli anni
successivi, con valori di sopravvivenza a 8-9 anni del 30% (per
pazienti di età superiore a 65 anni) e del 15-20% per pazienti
di età meno anziana, ma comunque adulta.
[T. Robak: The effect
of subsequent therapies in patients with chronic lymphocytic
leucemia previously treated with prednisone and either
cladribine or chlorambucil, Haematologica, 90, pp.: 994-996,
2005].
In un altro lavoro recente durato 10
anni, 78 pazienti su un totale di 134 pazienti originari, furono
successivamente seguiti nella seconda fase di terapia, poichè
ritenuti ancora idonei per proseguire la Chemio; di essi, la
sopravvivenza libera da progressione di malattia risultò essere
comunque inferiore ai 3-4 anni per oltre il 75% di questi 78
pazienti. La maggior parte dei 56 pazienti, che non furono
dichiarati idonei a proseguire il trial sperimentale con questi
78 pazienti, vennero esclusi per i seguenti motivi: infezione da
virus dell’epatite B, da Listeria monocytogenes, da Zoster
virus, citopenia persistente, anemia emolitica autoimmune,
neoplasia non ematologia, emorragia cerebrale, transaminasi
persistentemente alte.
[F.R. Mauro: Fludarabine + prednisone +
alfa-interferon followed or not by alfa-interferon maintenance
therapy for previously untreated patients with chronic
lymphocytic leucemia: long term results of a randomized study,
Haematologica 88(12), pp.1348-1355, 2003]
Nota: queste esclusioni dai
protocolli di cura con Chemio sono molto comuni e tendono a
“falsare” i risultati finali.
Leucemia
linfoblastica Acuta nell’Adulto
Lavori recenti di Chemioterapia di salvataggio per pazienti
primariamente refrattari o in ricaduta da Leucemia Linfoblastica
Acuta su 135 adulti dimostrano che le percentuali di
sopravvivenza tendono a linearizzarsi soltanto dopo il primo
anno dalla Chemio, con percentuali di sopravvivenza inferiori al
20%. Dopo 24 mesi, la percentuali di pazienti ancora in vita è
inferiore al 10% circa [Camera A.: GIMELA ALL –Rescue 97: a
salvage strategy for primary refractory or relapsed adult acute
lymphoblastic leucemia, Haematologica, 89(2), pp.145-155,
2004.
http://www.haematologica.org ]
Leucemia
linfatica Acuta nei
bambini
La Leucemia Linfatica Acuta nei Bambini, trattata con
Chemio, ha una prognosi meno pesante rispetto agli adulti. Nei
bambini, infatti, studi recenti del 1998, su casistiche molto
estese (2038 bambini), riferiscono percentuali di sopravvivenza
variabili fra il 42% e il 66,8% a 10-12 anni di distanza dal
trattamento chemioterapico, con stabilizzazione della curva di
mortalità verso il quinto-sesto anno dalla cura con Chemio
[R. Consolini: Clinical relevance of CD10 expression in childhood
ALL, Haematologica 83, pp.: 967-973, 1998]
Nota: poiché la Chemio è
notoriamente inefficace su gran parte dei tumori, ci si chiede
come mai la Chemio risulti essere così efficace nella Leucemia
Linfatica Acuta. Si rammenta che molti farmaci possono
erroneamente dare quadri ematologici simili alla Leucemia
Linfatica Acuta, al Linfoma di Hodgkin o a quello Non Hodgkin.
Ma anche la stessa risposta immunitaria del paziente contro
germi o virus (es: Mononucleosi) può erroneamente condurre alla
diagnosi di tumore. (vedi dopo).
Leucemia
Mieloide Cronica
Si riportano i seguenti dati, estrapolati su 1.084 pazienti,
tutti sottoposti a Chemioterapia, e quasi tutti trapiantati con
cellule staminali del midollo osseo: rispetto alla Leucemia
Mieloide Acuta, la mediana di sopravvivenza è migliore, con
circa il 60% dei pazienti ancora vivi a 24 mesi e una curva di
sopravvivenza che tende a stabilizzarsi su valori leggermente
inferiori negli anni successivi. Diversa invece la situazione
nei pazienti con Leucemia Mieloide Cronica in fase progressiva,
dove il 50% dei pazienti risulta essere ancora vivo dopo soli 12
mesi, percentuale che scende a circa il 35 % dopo 24 mesi,
stabilizzandosi successivamente intorno al 30% circa
[De Souza:
Validation of the EBMT risk score in chronic myeloid leucemia
in Brazil and allogeneic transplant outcome, Haematologica,
90, pp.: 232-237, 2005.
http://www.haematologica.org -
ALLEGATO 36 ]
Leucemia
Mieloide Acuta
Negli anziani, in studio recente del 2004, su 621 pazienti
anziani, di età superiore a 60 anni, tutti sottoposti a
Chemioterapia, risulta che la mediana di sopravvivenza (50%) è
di appena 5-7 mesi. Con una Chemioterapia aggressiva, meno del
10% risultavano ancora vivi dopo 20 mesi; viceversa, con un
approccio conservativo (Chemio a basso dosaggio), dopo 20 mesi
era vivo ancora il 20% circa dei pazienti, che però calava
anch’esso al 10% dopo ulteriori 20 mesi. Entrambe le curve
declinano a meno del 2-5% di sopravvissuti nei mesi successivi
[Pulsioni A.: Survival of elderly patients with acute myeloid
leukaemia, Haematologica, 89, pp.: 296-303, 2004;
http://www.haematologica.org -
ALLEGATO 37].
In un altro studio recente del 2004,
su 258 pazienti anziani, sempre affetti da Leucemia Mieloide
Acuta e sottoposti a Chemioterapia con autotrapianto di cellule
staminali, la mediana di sopravvivenza (50%) sale ad appena 8
mesi, e a 24 mesi risulta essere vivo circa il 23-24% di tutti i
pazienti. Tale percentuale declina quindi ulteriormente a 36
mesi e a 48 mesi (4 anni), dove sembra finalmente stabilizzarsi
sul 10% circa di sopravvissuti
[Oriol A.:
Feasibility and results of autologous stem cell transplantation
in de novo acute myeloid leukemia in patients over 60 years old.
Results of the CETLAM AML-99 protocol,
Haematologica, 89, pp.: 791-800, 2004;
http://www.haematologica.org -
ALLEGATO 38].
Mieloma Multiplo
Circa il 25% dei pazienti sopravvive al quinto anno dal
trattamento con Chemioterapia, meno del 5% è ancora vivo dopo 10
anni [Kenneth C. Anderson: Management of
Multiple Myeloma Today, Seminars in Hematology, vol. 36,
No.1, suppl.3, 1999,
ALLEGATO 21.
Infine, un recente lavoro del 2004,
che ha preso in considerazione circa 2.700 pazienti, nessuno
di loro era ancora vivo dopo 5 anni dall’inizio della Chemio
(Morgan
G.: The contribution of cytotoxic chemotherapy to 5-year
survival in adult malignancies, Clinical Oncol., 2004, 16,
pp.: 549-560 MORGAN.PDF
)
Linfoma di Hodgkin
In un recente lavoro del 2003, si sono presi in
considerazione 97 pazienti, tutti sottoposti a Chemioterapia,
Radio-Terapia e a trapianto di cellule staminali, in un arco di
tempo di 18 anni: dal 1982 al 2000. Nei pazienti con Linfoma
chemio-resistente, la mediana di sopravvivenza (50%) è solo di 2
anni, con stabilizzazione della curva di sopravvivenza al 30%
dopo il quinto anno dal trattamento. Nei pazienti, invece, con
Linfoma chemio-sensibile, si assiste ad una lenta discesa della
curva di sopravvivenza che però si stabilizza molto bene al
sesto anno, con percentuale di sopravvissuti del 60%, e
permanendo invariata nei 10 dieci anni successivi. Si ritiene
che tale curva non tenda a modificarsi ulteriormente
[P.L. Zinzani: High-dose therapy with autologous
transplantation for Hodgkin’s disease: the Bologna experience,
Haematologica, 88,(05), pp.: 522-528, 2003;
http://www.haematologica.org].
Nota: poiché la Chemio è
notoriamente inefficace su gran parte dei tumori, ci si chiede
come mai la Chemio risulti essere così efficace nel Linfoma di
Hodgkin. Si rammenta che molti farmaci possono erroneamente dare
quadri ematologici simili alla Leucemia Linfatica Acuta, al
Linfoma di Hodgkin o a quello Non Hodgkin. Ma anche la stessa
risposta immunitaria del paziente contro germi o virus (es:
Mononucleosi) può erroneamente condurre alla diagnosi di tumore.
Estremamente importante la dimostrazione che le cellule di Reed
Sternberg sono caratteristiche non solo del Linfoma di Hodgkin,
ma anche della Mononucleosi infettiva del virus di Epstein Barr
[ J.Kurtin: Interfollicolar Hodgkin’s disease, Society
for Hematopathology, Hematopathology Specialty Conference, 1996,
Discussion, - Case # 5, Mayo Clinic, Rochester, Minnesota,USA
http://researchpath.hitchcock.org/socforheme/specialty/Spechem965.html
]
In questo lavoro di dieci anni fa si
dichiarava, già allora, che le cellule di Reed-Sternberg sono
diverse da quelle del Linfoma di Hodgkin. Sotto vetrino, con
reazione di immuno-perossidasi in sezioni paraffinate, le
cellule di Reed-Sternberg, presenti nel Linfoma di Hodgkin
interfollicolare, sono fenotipicamente identiche a quelle di
Hodgkin nei linfomi in stadio di: sclerosi nodulare, cellularità
mista, o di depressione linfocitaria. Infatti esibiscono tutte
sia positività ad anticorpi anti-CD 15 (Leu-M1), sia ad
anticorpi anti-CD30 (Ber-H2), sia ad anticorpi anti-CD45
(antigene comune dei leucociti), sia ad anticorpi anti-KiB3
[Wilson CS: Malignant lymphomas that mimic
benign lymphoid lesion: a review of four lymphomas, Semin.
Diag. Pathos. 1995, 12(1), pp: 77-86];
[Fellbaum C.: Monoclonal antibodies k1B3 and Leu-M1
discriminate giant cells of infectious mononucleosis and of
Hodgkin’s disease, Hum Pathos. 1988, 19, pp:
1168-1173].
Le cellule di Reed-Sternberg sono linfociti altamente
reattivi che elaborano una varietà di citokine e di fattori di
crescita. Secondo questo articolo, è convincente l’ipotesi che
l’iperplasia follicolare sia indotta dalle cellule di
Reed-Sternberg come parte di una risposta reattiva al Linfoma di
Hodgkin).
Secondo Doggett [Doggett R.:
Interfollicular Hodgkin’s disease, Am. J. Surg.
Pathos. 1983, 7, pp.: 145-149,
ALLEGATO
22], la fase di malattia
interfollicolare di Hodgkin, dev’essere vista come un riflesso
di involuzione parziale del nodulo malato, e non come un
sotto-tipo distintivo della malattia. In biopsie eseguite su
pazienti, si vedono stadi diversi di linfonodi: sclerosi
nodulare, cellularità mista, e aree interfollicolari. Le forme
di Linfoma di Hodgkin con quadro di iperplasia follicolare
devono essere quindi differenziate da diverse malattie, fra cui,
in particolare, le “reazioni immunoblastiche para-corticali” :
1.a) reazioni immunitarie contro vari virus, incluso
quello di Epstein Barr [Child CC: Infectious
Mononucleosis. The spectrum of morphologic
changes simulatine lymphoma in lymph nodes and tonsils.
Am.J.Surg.Pathol. 1987; 11(2), pp.: 122-132
ALLEGATO 23];
1.b) linfoadeniti post-vaccinali [Hartsock
RJ.: Postvaccinial lymphadenitis: Hyperplasia of lymphoid
tissue that simulates malignant lymphomas, Cancer 1968, 21,
pp.: 632-649];
1.c) linfoadenopatie di disordini auto-immunitari come la
malattia di Still dell’adulto [Valente RM:
Characterization of lymph node histology in adult onset Still’s
disease. J.Rheumatol. 1989, 16,
pp.: 349-354];
1.d) Lupus Eritematoso Sistemico (LES)
1.e) linfoadenopatia associata a ipersensibilità a farmaci
[Abbondanzo SL: Dilantin-associated
lymphadenopathy. Spectrum of histopatholologic features, Am.
J. Surg. Pathol. 1995, 19(6), pp.: 675-686];
[Saltstein SL: Lymphadenopathy induced by anticonvulsant drugs
and mimicking clinically and pathologically malignant lymphomas,
Cancer 1959, 12, pp: 164-182].
Tutte queste patologie possono
essere associate ad iperplasia para-corticale e follicolare.
Tutte queste condizioni di patologia benigna devono essere
separate dal linfoma inter-follicolare di Hodgkin.
Ma nella Mononucleosi infettiva, un subset di immunoblasti può
avere caratteristiche citologiche virtualmente identiche alle
cosiddette cellule di Reed-Sternberg
La diagnosi di Linfoma di Hodgkin è supportata dalla positività
al test immuno-reagente degli anticorpi anti CD-15, e dalla
negatività al test immuno-reagente fatto con gli anticorpi
anti-CD 45.
Nel Linfoma di Hodgkin dove vi sono le cellule di Reed-Sternberg,
la immuno-reattività all’anticorpo anti- CD 15 è di circa il
15-20%. Viceversa, tutte le reazioni immuno-blastiche benigne
viste precedentemente, risultano essere negative con il test
anti-CD15, e viceversa positive con il test anti-CD 45.
Immunoblasti atipici, reattivi al virus di Epstein Barr, sono
però simili fenotipicamente alle cellule del Linfoma di Hodgkin
secondo Reynolds (1301), che ha osservato che la
distinzione tra Mononucleosi infettiva e Linfoma di Hodgkin è
fattibile in base ai seguenti 3 punti :
1.a) Immuno-reattività al CD15 (se Linfoma di Hodgkin)
1.b) Assenza di immunoreattività al CD15 per gli immunoblasti
reattivi al virus di Epstein Barr.
2.a) Presenza di piccoli linfociti T a “collarette”
attorno alle cellule di Hodgkin.
2.b) Assenza dei piccoli linfociti T a “collarette” nella
Mononucleosi infettiva da virus di Epstein Barr.
3.a) presenza di proteina di Epstein Barr nelle infezioni
virali.
[Reynolds DJ: New
characterization of infectious mononucleosis and a phenotypic
comparison with Hodgkin’s disease, Am J. Pathos.
1995, 146(2), pp.: 379-388,
ALLEGATO 24]
L’immuno-fenotipo delle cellule di
Reed–Sternberg è molto variabile, ciò dovrebbe indurre
cautela ad interpretare la presenza di queste cellule in
relazione alla diagnosi di Linfoma di Hodgkin o Linfoma NON
Hodgkin essendo stata provata la poca affidabilità, nello stesso
paziente, dell’utilizzo di anticorpi CD-3, DAKO-M1 (CD15), L26 (CD
20), BerH2 (CD 30), MT1 (CD 43), DAKO-LCA (CD45RB), UCHL1
(CD45R0), LN2 (CD74) e DAKO-EMA
[Wei-Sing Chu:
Inconsistency of the immunophenotype of Reed-Sternberg cells in
simultaneous and consecutive specimens from the same patients,
American Journal of Pathology, vol. 141, No.1, 1992, pp: 11-17ALLEGATO
25].
Un altro lavoro che documenta la
problematica diagnostica delle cellule di Reed-Sternberg nel
Linfoma di Hodgkin versus Mononucleosi infettiva, è
quello di Bitsori.
[Bitsori M.: Reed-Sternberg cells in atypical primari EBV
infection, Acta Pediatrica, Vol. 90, No.2, 2001, pp:
227-229,3].
In particolare, la stessa
distribuzione dell’anticorpo Leu MI (CD15) non è affidabile.
[Sewell
HF: Reaction of monoclonal antiLeu M1 - a myelomonocytic
marker (CD15) –with normal and neoplastic epithelia 1987,
Journal of pathology, Vol. 151, No.4, pp.: 279-284
ALLEGATO 26]
Infine, si riporta la questione
della diagnosi differenziale fra Sarcoidosi e gli stessi
linfomi, essendo la prima, molto spesso una conseguenza della
Chemio
[Dickerman Hollister: Sarcoidosis
mimicking progressive Lymphoma, Journal of Clinical Oncology,
2005, pp.: 8113-8116].
Linfoma NON Hodgkin
In un recente lavoro del 2005, si sono presi in
considerazione 374 pazienti, tutti sottoposti a Chemioterapia.
In base alla International Prognostic Index (IPI), sono
stati suddivisi in 4 gruppi: a basso rischio, a basso-intermedio
rischio, ad alto-intermedio rischio, e infine ad alto rischio.
Le diverse curve di sopravvivenza ottenute non si discostano
significativamente da quanto già noto in letteratura medica:
1) mediana di sopravvivenza (50%) di circa 1 anno per i pazienti
ad alto rischio, con percentuale di sopravvissuti di
circa il 10% dopo il quinto anno, con curva ancora in calo negli
anni successivi;
2) mediana di sopravvivenza (50%) di circa 3 anni per i pazienti
a rischio alto-intermedio, con percentuale di
sopravvissuti di circa il 25% dopo il sesto anno ;
3) mediana di sopravvivenza (50%) di circa 4 anni per i pazienti
a rischio basso-intermedio, con percentuale di
sopravvissuti di circa il 40% dopo il sesto anno; di circa il
37% dopo il settimo anno;
4) mediana di sopravvivenza (50%) di circa 8 anni per i pazienti
a basso rischio, con percentuale di sopravvissuti
leggermente più bassa negli anni successivi.
[M.van Agthoven: Cost determinants in aggressive
non-Hodgkin’s lymphoma, Haematologica, 90(5), pp.: 661-672,
2005].
Nota: poiché la Chemio è
notoriamente inefficace su gran parte dei tumori, ci si chiede
come mai la Chemio risulti essere così efficace nel Linfoma NON
Hodgkin. Si rammenta che alcuni farmaci possono erroneamente
dare quadri ematologici simili alla Leucemia Linfatica Acuta, al
Linfoma di Hodgkin o a quello Non Hodgkin. Ma anche la stessa
risposta immunitaria del paziente contro germi o virus (es:
Mononucleosi) può erroneamente condurre alla diagnosi di tumore.
Si riporta a titolo d’esempio quanto scritto su un recente libro
di Medicina, Savagno L.: I linfomi Non Hodgkin, Piccin
Editore, pp.: 202,
ALLEGATO 27
“…la traslocazione è necessaria ma
non sufficiente per la trasformazione neoplastica dei linfociti
B. Il lettore deve concordare che la monoclonalità sia in genere
un segnale di malignità; tuttavia questa non rappresenta una
regola assoluta e priva di eccezioni: infatti abbiamo già
rilevato come all’inizio di una intensa e specifica reazione
immune (difensiva), i linfociti proliferano esprimendo
un’attivazione uniforme, e solo un freno che interviene
fisiologicamente più tardi rende autolimitante la proliferazione
reattiva.
Un esempio clinico illuminante viene dal caso di FR, un giovane
di 28 anni, che per una tonsillite necrotizzante con adenopatie
satelliti venne sottoposto a biopsia nel 1984. La diagnosi di 3
diversi patologi suggeriva un linfoma maligno con qualche
marginale differenza classificativi tra l’uno e l’altro. Uno di
questi patologi aveva anche riscontrato la monoclonalità dei
linfociti tonsillari. Quando l’oncologo medico lo vide, esisteva
ancora – prima di qualsiasi trattamento antiblastico o radiante
– un linfonodo di 2 cm di diametro al gonion, mentre la lesione
tonsillare si era spontaneamente ripianata, durante un
trattamento sulfamidico.
Un citoaspirato linfonodale dimostrò un tappeto omogeneo di
linfoblasti atipici e spesso in mitosi, con aspetto francamente
maligno. Due giorni dopo, al momento di dare la risposta, il
linfonodo si era ridotto, ed aveva un diametro massimo di mezzo
centimetro; si praticò allora un nuovo citoaspirato, che
dimostrò che a questo punto non vi erano più i linfoblasti
atipici e vivacemente proliferanti, ma a quelli si era
sostituita una popolazione cellulare completamente diversa,
formata quasi interamente da plasmacellule mature.
Questo fatto
(l’evoluzione tipica dei linfociti in blasti, che poi si
trasformavano in plasmacellule) fece interpretare correttamente
tutto l’episodio come una malattia flogistico-reattiva, e non
neoplastica; si desistette perciò da qualsiasi trattamento
antitumorale e il giovane sta ora avviandosi tranquillamente
all’età matura senza traccia di linfoma, ad oltre dieci anni
dall’episodio.
Morale: la monoclonalità è una caratteristica
quasi costante nelle neoplasie, ma da sola non basta per una
diagnosi di assoluta sicurezza…”
Conclusione
Paul Wintre mostra una visione più cruda dei fatti e spiega
così la dinamica del sistema: “E’ improbabile che qualche medico
interrompa consapevolmente una terapia oncologica per proteggere
i suoi affari o la sua carriera. Ma ogni medico ha le sue idee
in merito al miglior trattamento, sulla base di quanto ha
appreso.
Tuttavia, le Multinazionali Chemio-farmaceutiche hanno
un’influenza estremamente marcata su quanto viene insegnato ai
medici. I medici hanno troppo da fare per approfondire le
statistiche sui trattamenti del cancro, e danno per scontato che
ciò che viene loro insegnato all’Università, o ciò che viene
dimostrato nelle pagine delle riviste di aggiornamento, sia il
miglior trattamento possibile, poiché scientificamente
dimostrato.
Né possono permettersi il sospetto che tali
trattamenti rappresentino la cosa migliore solo per le
Multinazionali Chemio-farmaceutiche, che esercitano la loro
influenza sulle “istituzioni culturali mediche di livello
elevato”, a loro appartenenti …”
(Winter, Paul: the cacell Home page,
http://www.best.com/handpen/Cancell/cancell.htm ).
Così, sostenendo la tesi che la
Chemioterapia NON è curativa e che
realmente ha scarsa efficacia sulle forme più diffuse
di cancro, il dott. Martin F. Shapiro affermava sul Los Angeles
Times, il 9 gennaio 1991: “…mentre alcuni oncologi informano
i loro pazienti sulla mancanza di prove che la terpia abbia
efficacia, altri potrebbero essere stati sviati da documenti
scientifici che esprimono ottimismo senza garanzie sulla
Chemioterapia. Altri ancora sono sensibili agli incentivi
economici. I medici possono guadagnare molto più denaro portando
avanti pratiche di Chemioterapia di quanto possano apportando
sollievo e conforto a pazienti in fin di vita e alle loro
famiglie…”.
E il dott. Samuel Epstein, il 4
febbraio 1992, dichiara: “…esprimiamo la preoccupazione che
il sistema generosamente fondato per la lotta contro il cancro,
il National Cancer Institute (NCI), l’American Cancer Society (ACS)
e circa altri venti centri per il trattamento del cancro,
abbiano sviato e confuso il pubblico e il Congresso (degli Stati
Uniti) attraverso ripetute dichiarazioni in base alle quali si
starebbe per vincere la guerra al cancro…”.
Di fronte alla Chemioterapia,
l’autore del presente lavoro non può che rivendicare, per
proprio contrario convincimento clinico, fondato su innumerevoli
prove scientifiche, il diritto alla piena libertà di terapia e
all’assoluta autonomia tecnica (art. 12 del Codice di
Deontologia Medica), nella responsabile scelta e applicazione di
presidi diagnostici e terapeutici ritenuti più idonei,
richiamandosi a quanto soventemente espresso anche in
letteratura giuridica, in particolare nel testo di Amedeo
Santosuosso (Libertà di cura e libertà di terapia. La
medicina tra razionalità scientifica e soggettività del malato,
Il Pensiero Scientifico Editore, 1998, pagina 57), dove, a
commento dell’articolo 19 del Codice di Deontologia Medica, si
legge:
“…La libertà di valutazione del medico trova
la sua norma di chiusura nell’articolo 19, intitolato “Rifiuto
d’opera professionale”: secondo questo articolo, che riproduce
sostanzialmente il testo del precedente Codice deontologico, il
medico, qualora venga richiesto di interventi sanitari che
contrastino con la sua Coscienza o con il suo Convincimento
Clinico, può rifiutare la propria opera, a meno che questo
atteggiamento non sia di grave e immediato nocumento al paziente…”
E’ degna di nota la particolare
ampiezza e rigidità di questa norma. Essa consente infatti
l’obiezione di coscienza non solo nei casi esplicitamente
previsti dalla legge e secondo quelle procedure, ma a
trecentosessanta gradi. Inoltre essa autorizza il rifiuto di
terapie anche per il solo convincimento clinico, pure quando non
siano coinvolte questioni di coscienza. L’unico limite posto
riguarda situazioni estreme, quelle cioè nelle quali il paziente
riceva un nocumento grave e immediato.
Del resto, in favore dell’autonomia
del medico nelle scelte terapeutiche, ancor più esplicitamente
si esprime la Corte di Cassazione che, in una propria sentenza
del 2001 (Sezione IV, sent. n. 301/2001), così argomenta:
“…è corretto valorizzare l’autonomia
del medico nelle scelte terapeutiche, perché l’arte medica,
mancando per sua natura di protocolli scientifici a base
matematica, spesso prospetta diverse pratiche o soluzioni che
l’esperienza ha dimostrato efficaci, da scegliere con attenta
valutazione di una quantità di varianti che solo il medico può
apprezzare; tale valore di libertà nelle scelte terapeutiche non
può essere avventata né fondata su semplici esperienze
personali. Una volta effettuata la scelta, il medico deve
restare vigile osservatore dell’evolversi della situazione, in
modo da poter intervenire immediatamente in caso di urgenza,
qualora capisca che la scelta fatta non era quella appropriata;
quanto tutto ciò sia stato realizzato, il medico non può
rispondere di un eventuale insuccesso; il giudice, per valutare
la correttezza della scelta terapeutica operata dal medico e
l’eventuale imperizia del suo operato, deve operare un giudizio
“ex ante”, collocandosi cioè mentalmente nel momento in cui il
medico viene chiamato a operare la scelta e considerando anche
la consistenza scientifica di questa...”.
Tratto dal capitolo 2 del libro on-line “Mille Piante
per guarire dal Cancro senza Chemio”- maggio 2009
By dott. Giuseppe Nacci
IMPORTANTE:
Come Portale segnaliamo vari personaggi che hanno avuto
contrasti con le autorita' mediche, e per
essere precisi, affermiamo che
NON condividiamo in toto
le loro terapie
(quelle monoterapeutiche), in
quanto per noi, seguaci della
Medicina Naturale
la
malattia
(cancro compreso) e'
MULTIFATTORIALE, quindi
NESSUN prodotto puo', da solo, guarire dalla
malattia della quale si e' malati !
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