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A.I.F.E.P -
ASSOCIAZIONE
BIOTERAPEUTI EUROPEI
vedi:
INFORMAZIONE, CAMPO
UNIVERSALE e SOSTANZA - Campi MORFOGENETICI
+ Biofotoni
+
Biofisica
+
Biofotoni e Bioterapia
Continua QUI:
Biofotoni +
Bioelettronica +
Cellule
1. I
Gurwitsch: la radiazione
mitogenetica
Negli anni 20, a Mosca, A.G. Gurwitsch
descrive alcuni esperimenti che paiono indicare una sensibile interazione
a distanza fra due sistemi viventi. L' esperimento di base del Gurwitsch: un emettitore, in
questo caso una radice di cipolla affacciato ad un ricevitore, il fusto di
una seconda cipolla; il Gurwitsch osserva una accelerazione dei processi
di moltiplicazione cellulare nel fusto della seconda cipolla risultante
dall'esposizione alla radice in oggetto. L'esperimento viene ripetuto con
differenti sistemi viventi.
Assume il Gurwitsch che dall'emettitore venga emessa una particolare
radiazione, capace di indurre mitosi nelle
cellule del ricevitore: appunto
la radiazione mitogenetica. Sulla base delle sue numerose osservazioni il Gurwithsch descrisse alcune possibili applicazioni della radiazione
mitogenetica e indicò anche possibili sviluppi di carattere terapeutico.
Gurwitsch fece l'ipotesi che l'agente della interazione mitogenetica fosse
di natura fisica; una radiazione elettromagnetica, una debole luce, che a
mezzo di filtri ottici, venne indicata di banda ultravioletta.
Questa ipotesi richiedeva una conferma fisica: trattandosi di radiazione
elettromagnetica, per intenderci un debole flusso di fotoni, materia ben
conosciuta dai fisici, appariva interessante rivelare e studiare la
radiazione direttamente con mezzi fisici.
Le punte di cipolla e gli altri ingredienti dell'effetto Gurwitsch furono
esaminati negli anni '30 da numerosi laboratori con i più svariati
strumenti dell'epoca, strumenti capaci di evidenziare la presenza di una
debole radiazione ultravioletta; peraltro i risultati furono assai scarsi
se non del tutto negativi: in effetti la più parte delle sperimentazioni
non diede evidenza di radiazione, mentre alcuni risultati apparivano
incerti e discutibili.
Peraltro i Gurwitsch, A.G. Gurwitsch e la moglie L.D. Gurwitsch
continuarono la loro sperimentazione; costruirono e diressero una clinica
in cui si operavano terapie di varia natura, basate sulla radiazione
mitogenetica.
Un compendio delle teorie e della sperimentazione venne pubblicato dalla
figlia, Anna Gurwitsch nel 1959 a Jena, per opera dei caratteri Fischer:
"Die Mitegenetische Strahlung".
L'esistenza della radiazione mitogenetica rimaneva peraltro non provata da
misure fisiche ed anche la possibile evidenza biologica rimase dubbia in
quanto in effetti il conteggio della mitosi indotta risultava spesso
affetto da grave incertezza statistica.
2. A
Milano
(I) si mette a punto la
rivelazione di singoli fotoni
L'autore di questa nota, negli anni 1950
ebbe l'occasione di poter sperimentare con un nuovo strumento, che allora
faceva il suo ingresso nel campo della rivelazione di deboli intensità
luminose: il fotomoltiplicatore.
Il fotomoltiplicatore é costituito da un involucro di vetro entro il
quale é vuoto spinto; la testa del tubo é ricoperta da una strato attivo
ad alta efficienza fotoelettrica: il fiotto di fotoni che incide su questo
fotocatodo produce con buona efficienza un fiotto di elettroni, i quali
vengono accelerati e diretti su una serie di elettrodi, i dinodi; nei
dinodi si riealizza il processo moltiplicativo degli elettroni; il fiotto
iniziale viene così amplificato, la corrente finale, raccolta sull'ultimo
elettrodo, l'anodo, é di intensità sufficiente per l'osservazione.
Il fotomoltiplicatore viene utilizzato per intensità luminose deboli, in
continuo e anche per fiotti di fotoni. All'uscita del fotomoltiplicatore
viene associato un circuito amplificatore e quindi un sistema di
rilevazione e di misurazione degli impulsi di corrente.
In quegli anni il fotomoltiplicatore entrava a far parte della
strumentazione di base delle misure nucleari: si associa al fotocatodo un
cristallo radiolumminescente capace di tradurre in un impulso di luce
parte dell'energia che una particella nucleare abbia a cedere alle
strutture atomiche del cristallo.
Ad esempio un polvere cristallina di solfuro di zinco, attivato con
argento, appare un ottimo rivelatore di particelle alfa di energia al di
sopra di qualche MeV, un plastico al terfenile é buon rivelatore di
radiazione beta, un monocristallo di ioduro di sodio permette di ottenere
righe spettrali corrispondenti all'energia dalla radiazione gamma.
Utilizzando un sistema di amplificazione sufficientemente elevato,
l'autore in collaborazione con Laura Colli e Angelo Rossi, riusciva a
mettere in evidenza e conteggiare impulsi prodotti da singoli fotoni.
Una debole intensità luminosa dà infatti luogo all'emissione di singoli
fotoelettroni dal fotocatodo, separati nel tempo e rivelati singolarmente
all'anodo del fotomoltiplicatore.
Questa sperimentazione richiedeva il superamento di due difficoltà:
-
il numero di impulsi rivelabili deve
essere superiore al rumore di fondo dell'apparecchio; il
fotomoltiplicatore, posto al buio assoluto, dà luogo ad un certo
numero di impulsi dovuti all'emissione spontanea di elettroni da
fotocatodo, questi elettroni, legati all'agitazione termica, si
presentano come impulsi singoli; la riduzione del numero di tali
impulsi potrà essere ottenuta raffreddando il fototubo ed in
particolare il fotocatodo stesso.
-
gli impulsi dovuti a singoli
fotoelettroni sono di ampiezza assai modesta; occorre una buona
amplificazione per rivelare questi impulsi al di sopra dal fondo della
catena elettronica.
Entrambe queste difficoltà furono superate e
fu approntato un sistema capace di rivelare e registrare deboli intensità
luminose, corrispondenti a pochi fotoni per secondo.
3. prime indagini:
La "luce di Gurwitsch" non si
vede. Essendo a conoscenza della sperimentazione del Gurwitsch, l'autore
esaminò la possibilità che, a mezzo del fotomoltiplicatore, fosse
possibile avere una qualche conferma delle ipotesi del Gurwitsch.
Si studiarono diversi sistemi viventi, fra quelli proposti dal biologo
russo, ma non si osservò alcuna emissione di fotoni almeno nei limiti di
sensibilità del sistema di osservazione.
Venne anche successivamente provato un fotomoltiplicatore con involucro di
quarzo, sensibile alla luce ultravioletta, ma anche ora con esito
negativo.
O la "luce di Gurwitsch" aveva intensità ancora più debole dei
limiti di sensibilità dello strumento messo a punto a Milano o la
"luce di Gurwitsch", se pur esisteva, non era composta di
fotoni.
In quell'epoca intercorse una certa corrispondenza con la figlia dei
Gurwitsch che era succeduta al padre ed era direttore dell'Istituto di
Mosca: Anna Gurwitsch ci chiedeva una qualche prova fisica dell'esistenza
della radiazione mitogenetica, prova che peraltro il nostro gruppo non
seppe trovare. La sperimentazione venne estesa ad altri sistemi alla ricerca di
deboli intensità luminose.
Fu osservato ad esempio come un blocchetto di plexiglas, irraggiato per
qualche ora con raggi gamma, diveniva emettitore di debole flusso di
fotoni, flusso che si riduceva nel tempo fino a scomparire nel volgere di
qualche decina di ore: un effetto di luminescenza ritardante indotta dalla
radiazione gamma.
Si osservò anche come foglie verdi di varia provenienza, se illuminate
dalla luce solare, divenivano a loro volta sorgenti di una debole
luminescenza, di breve durata.
4. I biofotoni
Nel seguito continuando la sperimentazione
su possibili sorgenti luminose di debole intensità, si ottennero
risultati interessanti: i semi germinanti di alcuni cereali e di alcune
leguminose, nella fase iniziale della germinazione, prima cioé che la
crescita della piantina fosse affidata ai processi clorofilliani, la fase
buia per intenderci, erano emettitori di una debole luce nella banda del
giallo-rosso.
Questa debole luce veniva rivelata da impulsi di singoli fotoni,
chiaramente osservabili dal sistema di misura messo a punto nel nostro
laboratorio: conteggi numerosi ben al di sopra del conteggio di fondo.
L'esperimento condotto per alcuni mesi, anche modificandosi le condizioni
operative, apparve di grande riproducibilità e di buona precisione; la
luce appariva aumentare con il crescere delle piantine; qualora tuttavia le piantine venivano esposte alla luce solare ed
appariva il colore verde dovuto alla formazione della clorifilla, i
biofotoni non venivano più osservati.
La sperimentazione fu condotta con differente semi di cereali: frumento,
mais, riso, e di leguminose: fagioli, lenticchie, ceci, evidenziandosi in
ogni caso l'emissione dei fotoni; campioni di semi di altre piante
peraltro non fornirono alcuna emissione di luce.
Mediante l'uso di filtri si poté indicare come la luce era prodotta nella
banda del giallo rosso.
Si associarono al gruppo alcuni colleghi (x): Mario Orsenigo oggi
professore di botanica all'Università di Milano, Guido Guidotti oggi
professore di patologia all'Università di Parma ed un biochimico, Osvaldo
Sommariva.
La sperimentazione si articolava studiando sia piantine integre, ma anche
danneggiando le piantine stesse: di fatto rompendo le piantine in più
punti l'intensità dei biofotoni aumentava sensibilmente, probabilmente
per il maggior contatto fra l'ossigeno dell'aria e i fluidi della pianta.
Si studiarono anche le emissioni di fotoni da estratti liquidi ottenuti
spremendo le piantine germinanti.
In questo caso la luce appariva assai intensa ma di intensità decrescente
con il tempo; d'altra parte rimescolando il liquido si ottenevano intensi
fiotti di luce, indicandosi anche in questo caso come il contatto diretto
con l'ossigeno dell'aria aveva a produrre una brusca crescita
dell'intensità della luce biologica; un risultato similare si ottenne
immettendo nell'estratto qualche goccia di perossido di idrogeno.
La nostra ricerca per vari motivi, fra cui la mancanza di un concreto
supporto, non andò oltre questi risultati ed il gruppo si sciolse.
La nostra storia finisce qui; possiamo osservare ed é ben noto come molti
organismi biologici, abbiano ad emettere luce: basti pensare alle
lucciole, ai batteri illuminescenti. Non era tuttavia nota l'emissione di
così esigue luminosità da parte di semi germinanti, nella fase oscura,
prima che i processi clorofilliani abbiano ad intervenire.
Recentemente numerosi ricercatori si
dedicano ai biofotoni
Per molti anni la tematica dei fotoni
emessi dai semi germinanti venne trascurata, fino a quando negli anni '80
alcuni gruppi di ricercatori, in Germania ed in Unione Sovietica non
ebbero a ripetere gli esperimenti milanesi. Fisici e biologici presero a
studiare con impegno la luce biologica dei semi, mettendo in campo mezzi e
persone e i lavori del gruppo che fa capo a Fritz-Albert Popp
I risultati delle ricerche di Popp sono raccolti in volume.
Nel gruppo degli sperimentatori russi ritroviamo Anna Gurwitsch.
Ricerche sui biofotoni sono condotte anche in Giappone.
In questi ultimi anni numerosi lavori sono prodotti anche da ricercatori
italiani, a Roma, gruppo di Nicola Rosato;
a Catania da A. Triglia, F. Grasso, F. Musumeci e collaboratori.
Lo studio della luce biologica prende corpo, se ne approfondiscono ed
estendono le proprietà, si definisce il comportamento dell'emissione
luminosa di semi di differente specie, in differenti condizioni
ambientali; viene studiata la dipendenza dell'emissione dalla temperatura.
La dipendenza dal vigore vegetativo della piantina stessa. Guido
Motolese a Milano mette a punto un luminometro automatizzato di grande
sensibilità con il quale si possa studiare in dettaglio l'emissione della
debole luce biologica sia essa diretta che susseguente ad un determinato
stimolo fisico.
L'esistenza della luce biologica é ormai generalmente accettata, ma non
tutti sono d'accordo sulla sua origine e quindi sul ruolo da attribuire a
queste emissioni.
Esiste infatti una linea di pensiero secondo la quale questa radiazione ha
un ruolo cruciale nella regolazione e nel controllo dello sviluppo dei
semi in oggetto ed é quindi intrinsecamente coerente. Tale coerenza si
rifletterebbe sia nelle statistiche di conteggio della radiazione
spontanea che nella cinetica di decadimento di quella stimolata.
Una linea di pensiero contrapposta asserisce invece che tale radiazione é
un mero prodotto dei decadimenti di livelli elettronici eccitati e priva
di alcuna relazione con gli aspetti funzionali del sistema biologico.
Appare quindi importante esaminare le connessioni esistenti fra la
radiazione e lo stato dei sistemi biologici. Una ricerca condotta a
Catania sull'emissione di luce da parte di semi integri e di semi
danneggiati (posti a temperature elevate per un certo tempo) ha permesso
di mostrare come semi di soia avessero a rispondere differentemente nei
due casi.
Risulta evidente una correlazione inversa fra i due parametri mostrandosi
così una rilevanza del processo luminoso con i fattori di crescita della
piantina.
Notiamo infine come il gruppo di Catania abbia esteso la sperimentazione a
tessuti animali ed umani, utilizzando un sistema di rivelazione assai
sensibile, con fotocatodo raffreddato e con basso rumore di fondo.
By Prof.
Ugo Facchini - Tratto da AIFEP
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BIOTERAPIA: CONFINE e
FRONTIERA della SCIENZA
Dr.
Pietro M. BOSELLI
1)
BIOTERAPIA: un argomento di ricerca scientifica ?
Tra
i tanti temi che oggi rappresentano il limite e la frontiera della scienza
vi è quello che, con recente proprietà di linguaggio, viene definito con
il termine di bioterapia. Chiari sono i significati di limite e di
frontiera: la bioterapia è uno degli avamposti scientifici sui quali
molte domande restano ancora senza risposta.
Due
sono i punti di partenza:
- La
bioterapia appartiene alla scienza in quanto fenomeno indagabile,
quindi va studiata con metodo scientifico
-
Ogni
sperimentazione deve essere pensata, programmata, pianificata e
condotta a termine secondo i corretti criteri d'un protocollo il
quale, basandosi su una aprioristica ipotesi zero, deve sia indicarne
le precise finalità, sia analizzarne i risultati per stabilire
analiticamente, tra le variabili, tutte le possibili correlazioni.
Affinché sia effettivamente corretto, il protocollo non solo deve
condurre alla conferma o alla smentita dell'ipotesi zero, ma anche
alla smentita od alla conferma del suo contrario.
- La
bioterapia esiste da secoli, è un fenomeno praticato che ha dato, e
tuttora dà, risultati evidenti.
-
Sarebbe
tuttavia inutile imboccare la via del metodo scientifico nel caso in
cui il tema della ricerca risultasse una pura fantasia. La bioterapia,
che nel corso dei secoli è stata praticata in differenti forme ed è
stata di volta in volta definita con termini diversi, impropri e
parziali, rappresenta un dato di fatto sperimentato e tuttora
sperimentabile. Essa può costituire un aiuto valido, a volte
determinante, alla medicina ufficiale, universalmente riconosciuta.
2)
BIOTERAPIA: una branca della medicina ?
Quale
definizione si può dare della bioterapia ? Dapprima occorre fare un passo
indietro per rispondere ad altre domande e chiarire quali significati
debbano essere attribuiti convenzionalmente alle parole che stiamo per
usare. Per terapia in genere intendiamo una modalità di cura contro uno
stato morboso o malattia. Una terapia può essere specifica, quando la
cura è diretta alle cause della malattia, oppure sintomatologica, quando
non agisce sulle cause ma su alcuni o su tutti i sintomi. Se si escludono
i trattamenti chirurgici, che quasi sempre hanno carattere d'estremo
rimedio o d'urgenza, ed i trattamenti sostitutivi, che suppliscono alle
carenze ed alle inefficienze funzionali di alcuni organi vitali,
l’approccio farmacologico ha acquisito grande rilievo soprattutto a
partire dalla fine del secondo conflitto mondiale. E poiché, a seconda
dei casi, può essere preventivo, specifico, sintomatologico, esso ha
conquistato un ruolo decisivo ed insostituibile che ben difficilmente potrà
tramontare.
Così
come la chirurgia è strettamente legata al progresso delle nuove
metodiche ed agli strumenti più adatti all'intervento e la terapia
sostitutiva alla continua evoluzione degli organi artificiali e delle
tecnologie di applicazione, la farmacologica è una terapia connessa allo
sviluppo della chimica, perché si basa sull'azione che alcune strutture
chimiche, sintetiche o estrattive, esercitano e/o manifestano una volta
entrate in contatto con l'organismo vivente. Mentre nelle prime due
terapie citate prevale l'aspetto cruento sul malato ed un certo carattere
d'irreversibilità dell'esito positivo o negativo comunque ottenuto (che
peraltro può essere modificato soltanto mediante un nuovo intervento), la
terapia farmacologica non comporta l'irreversibilità degli effetti (basta
infatti sospendere la somministrazione), ma il rischio degli effetti
collaterali, che a priori non possono essere completamente conosciuti
nella loro qualità, quantità e persino nei tempi d'insorgenza e di
durata.
A tale proposito vale solo il dato statistico rilevato su un
significativo campione, sul quale il farmaco è stato sperimentato ed
anche quello, sempre più veritiero, di una casistica aggiornata relativa
agli utilizzatori del farmaco a livello mondiale.
Esistono
terapie di natura fisica, utilizzate principalmente nella riabilitazione
motoria, che si basano sull'esercizio attivo (es. ginnastica) o passivo
(es. massaggi, irradiazioni ecc.) del paziente all'uso di determinate
parti del corpo con o senza l'aiuto di strumenti.
La
psicoterapia invece cura i disturbi psichici utilizzando procedure che si
fondano sull'interazione tra il terapeuta ed il paziente. Contrariamente
alle terapie precedentemente descritte, per le quali il mezzo terapeutico
costituisce il vero tramite tra terapeuta e paziente, nella psicoterapia
il vero tramite è l'interazione stessa tra i due.
Esistono
altre terapie che difficilmente possono essere ricondotte ad un tipo puro
di appartenenza. Già la loro natura può risultare complessa o le modalità,
se non del tutto approfondite, essere mediate da altre diverse terapie.
Inoltre l'influenza della medicina orientale (presupposti teorici e
tradizione) e l'attuale livello di conoscenza dei fenomeni psichici hanno
accresciuto la consapevolezza che il legame tra psiche e soma sia
fondamentale ed imprescindibile ai fini del mantenimento dello stato di
salute. Per la qual cosa risulta sempre più arduo, oltre che artificioso,
stabilire netti confini (tra la natura e/o le diverse modalità delle
terapie) che abbiano un reale significato. Una classificazione, comunque
utile e necessaria, va tentata tenendo presente che possiede soltanto un
valore convenzionale per scopi analitici.
Possiamo
ora definire la bioterapia come quel metodo di cura esclusivamente
naturale che trae origine dalle interrelazioni tra gli esseri viventi (in
quanto tali, capaci di produrre energia radiante), le quali possono
produrre effetti benefici evidenti e significativi, senza l'ausilio di
altri strumenti.
La bioterapia, nell'accezione aggiornata del termine, non
prevede infatti:
-
alcuna
somministrazione di farmaci o di altre sostanze xenobiotiche, naturali
o sintetiche
-
alcun
intervento di natura fisica sul paziente come massaggi, pressioni,
punture con aghi, stimolazioni sturumentali, irradiazioni con onde di
varia natura ed energia prodotte da macchine generatric
-
alcuna
interazione diretta tra terapeuta e paziente.
La definizione stessa, quindi, esclude che si instauri un equivoco tra la
bioterapia e la farmaco terapia, la fisioterapia, la psicoterapia. Ciò,
tra l'altro, non vieta ai terapeuti di ricercare il massimo beneficio
possibile nel paziente servendosi di un metodo mediato con i diversi
contributi d'altre terapie o, meglio, ricercando collaborazioni e sinergie
con altri terapeuti, esperti in tutti quei trattamenti che, per validi
motivi, siano ritenuti necessari dal medico curante.
Il problema diventa etico. E la sua soluzione deve essere trovata in
limiti rigorosi, dettati da una parte dall'assoluta ricerca i ciò che è
bene per il paziente e dall'altra dalla preparazione, dalla competenza e
dal corretto uso del metodo da parte del terapeuta.
3)
BIOTERAPIA: principi, metodi, effetti.
Se
vogliamo tentare una classificazione, dobbiamo collocare la bioterapia tra
i metodi di cura di tipo fisico. Ma tale sistemazione è approssimativa
perché, mentre nelle terapie fisiche in genere l'energia fornita al
paziente ha origine strumentale, nella bioterapia l'energia ha origine
biologica.
Inoltre non è tanto importante l'energia fornita al paziente quanto
quella che il paziente stesso è in grado d'assorbire e di utilizzare per
il miglioramento o per la remissione.
Questa considerazione può fornire
indizi sui motivi di molti insuccessi delle terapie fisiche soprattutto
radianti. Per ottenere un miglioramento o la guarigione, non basta fornire
una determinata energia ad un paziente, neppure se mirata ad un
particolare bersaglio, perché un qualsiasi effetto biologico può
ottenersi soltanto a patto che il paziente sia in grado non solo di
assorbirla, ma di non disperderla e di utilizzarla. L'utilizzo
"proprio" dell'energia costituisce il fattore favorente il
ripristino delle funzionalità cellulare, tessutale, organica.
In ogni sistema che, come l'essere vivente, obbedisce ai principi della
termodinamica, ad una diminuzione della capacità di produrre lavoro
corrisponde uno stato di maggior entropia. E perché possa tornare ad un
livello di maggiore organizzazione (di minor entropia), il sistema dovrà
ricevere energia, per contrastare e risalire, almeno parzialmente, il
percorso spontaneo del decadimento.
Nel vivente tale fornitura d'energia
costituisce la condizione necessaria ma non sufficiente. Infatti se, per
assurdo, essa fosse davvero sufficiente, basterebbe fornire una
determinata quantità di energia, sotto una qualsiasi forma, per ottenere
la guarigione del malato.
Tutto ciò non accade.
Una delle ipotesi può essere quella che la bioterapia metta in gioco il
trasferimento e/o la ridistribuzione solo di quell'energia che il paziente
sia in grado di utilizzare: l'esperienza ha fin qui escluso tanto il
rischio derivante da un eventuale sovradosaggio quanto il rischio
dell'insorgere d'effetti collaterali, derivanti dal surplus d'energia
assorbita ma dissipata all’interno dell'organismo, perché non
utilizzata.
L'energia
biologica non è un'energia qualsiasi. Le terapie farmacologiche
sostitutive, ad esempio, pur fornendo al paziente le stesse molecole che
l'organismo sintetizza nel suo specifico ciclo metabolico, non si
dimostrano del tutto equivalenti e non si mantengono altrettanto efficaci
nel tempo, agli stessi dosaggi fisiologici. La bioenergia non ha origine
esterna al vivente , ma interna ed è il risultato osservabile di un
meccanismo che si è andato perfezionando e sul quale l'essere vivente
trae ogni spunto vitale.
Se confrontata con le energie esterne, fornite al vivente in modo
discontinuo, la bioenergia appare come un'energia debole fornita però con
continuità.
Essa origina dai processi biochimici e biofisici ed ancora attraverso
processi biochimici e biofisici viene utilizzata per instaurare equilibri
che il vivente regola e, a volte, retro regola, attraverso sistemi di
controllo fine. Il divenire della vita è straordinario proprio perché
precario, assolutamente improbabile. L'equilibrio complessivo è dato
dalla composizione di infiniti stati di equilibrio parziale. Ma questi
piccoli e modestissimi contributi e le innumerevoli reazioni, che
singolarmente possono sembrare trascurabili e insignificanti, conducono ad
un risultato finale che è, nel suo insieme, così consistente da rendere
appunto possibile la vita.
Su tale base, se con la bioterapia è possibile influenzare o stimolare un
processo mirante ad un riequilibrio nel paziente e se la quota d'energia
messa in gioco è maggiormente condizionata dallo stato del paziente che
non da quello del terapeuta, un miglioramento potrà ottenersi
gradualmente ed autonomamente quindi anche a distanza di tempo dal
trattamento.
Questa non è un'affermazione gratuita. E' invece un'ipotesi suffragata
dalla sperimentazione. L'indagine scientifica dovrà accertarne o meno la
veridicità.
L'organismo
vivente è capace d'instaurare equilibri squilibrati (impossibili
spontaneamente) che vengono mantenuti nel tempo e sui quali, ad esempio,
alcune strutture cellulari esercitano la propria funzione di trasporto nei
confronti di determinate sostanze. Ciascun equilibrio parziale
contribuisce al raggiungimento di un equilibrio più generale definito
allo stato stazionario, cioè a quello stato a partire dal quale
l'equilibrio rimane stabile. Se volessimo tradurre il concetto dinamico
degli equilibri in un'immagine, forse non del tutto adeguata ma
sicuramente più comprensibile, potremmo pensare ad un sistema di bilancio
tra entrata ed uscita, come quello d'una vasca nella quale entra ed esce
l'acqua regolata da due diverse costanti di velocità. Gli equilibri
singoli sono determinati negli istanti, che si succedono gli uni agli
altri, nei quali il flusso di entrata e quello d'uscita variano non solo
nel tempo ma anche tra loro.
L'equilibrio allo stato stazionario, nonostante i valori diversi dei
flussi porta ad ottenere nella vasca un livello costante d'acqua.
Così potremmo avere vasche allo stato stazionario, ciascuna attestata su
valori differenti del livello d'acqua. La vita, dunque, si caratterizza
non tanto per i processi passivi e spontanei che obbediscono alle grandi
leggi chimico-fisiche, ma soprattutto per i processi attivi che
necessitano di energia, utilizzata ancora seguendo le stesse leggi, ma la
cui natura deriva dalla prerogativa del vivere che solo l'essere vivente
ha.
Come
è possibile l'interrelazione tra esseri viventi sulla base della
bioenergia debole ?
E' ormai accertato che gli organismi viventi, vegetali inclusi, emettano
quote di bioenergia sotto forma radiante, prevalentemente dalle estremità
Una componente, quella termica, risulta peraltro evidente. L'altra
componente fondamentale scaturisce dal complesso dei fenomeni biologici a
carattere elettrico ed insieme magnetico. Vale la simmetria tra
elettricità e magnetismo: le cariche elettriche in movimento (correnti)
generano un campo magnetico così come i fenomeni magnetici producono
correnti elettriche. In natura, gli effetti magnetici sono di gran
lunga più importanti perché quelli elettrici, dovuti all'esistenza di
cariche di segno opposto, sono trascurabili in virtù della rigorosa parità
tra il numero delle cariche positive e quello delle negative (ovvero la
sommatoria delle cariche è sempre nulla).
In realtà ogni fenomeno deriva dagli effetti delle correnti elettroniche
degli atomi pur risultando, questi ultimi, assolutamente neutri.
Sia le variazioni dei flussi delle cariche (variazioni di correnti) sia le
variazioni del campo elettrico nel tempo determinano la formazione di un
campo magnetico anch'esso variabile.
L'essere vivente è dunque
naturalmente dotato di un proprio campo magnetico in grado di perturbare e
di essere perturbato, qualora fosse posto nella condizione di una
vicinanza tale da interferire con altri campi. Ogni variazione del
campo, indotta dalla interrelazione tra i due soggetti, si traduce in una
variazione d'energia debole, o meglio in una differente ridistribuzione di
questa. A queste differenze d'energia corrisponderebbe una emissione di
biofotoni.
Da
quanto fin qui riferito, si può affermare che due siano le principali
linee metodologiche sulle quali la bioterapia si rende praticabile:
- Metodica
di scambio.
-
Consiste
in un sistema di scambio tra il terapeuta, che ha le funzioni di
donatore, ed il paziente, che ha le funzioni di accettore. La metodica
si basa sulla proprietà naturale, perciò comune, della bioemissione
che ,tuttavia, nel terapeuta è più alta che nel paziente, cosi che
l'equilibrio venga raggiunto con un trasferimento d'energia a senso
unico, dal donatore all'accettore. Un esempio tipico di questa
metodica può essere fornito da un terapeuta nella bioemissione del
quale sia prevalente la componente termica.
- Metodica
di modulazione.
-
In
questo caso non si verifica un trasferimento dal donatore all'accettore.
L'energia, che scaturisce dall'interazione dei campi biomagnetici,
viene spontaneamente ridistribuita andando a colmare le deficienze.
La
condizione indispensabile che garantisce la validità di entrambe le
metodiche è data dall'analisi del livello delle bioemissioni. In altre
parole, al di là della qualità, cioè del fatto che prevalga una
componente piuttosto che un'altra, il bioterapeuta può esercitare solo se
possiede un livello naturale di bioemissione superiore al livello normale,
in quanto questo indica anche un migliore stato energetico. Soltanto
così la metodica di scambio è possibile e quella di modulazione, in ogni
caso possibile, può essere utilizzata dal paziente.
Dal
punto di vista pratico, il trattamento bioterapico avviene mediante
l'apposizione delle mani del terapeuta (va ricordata la bioemissione
ottimale delle estremità) sulla superficie corporea del paziente.
La distanza delle mani dalla superficie corporea, che può variare da una
decina di centimetri a zero (leggero contatto) dipende oltre che dalle
condizioni energetiche del terapeuta, dalla metodica bioterapica adottata
e dalle opportune considerazioni più generali (fatte dal medico curante),
aventi lo scopo, inoltre, di consigliare un trattamento generalizzato o,
viceversa, mirato.
Altre caratteristiche delle metodiche bioterapiche (come la mobilità o la
staticità; la distensione o la compattezza; la posizione, la forma, il
reciproco rapporto che le mani devono avere; il tempo di applicazione alle
zone e la frequenza dei trattamenti, la postura del paziente, ...)
dipendono, oltre che dalle necessità del paziente, dalla preparazione
scientifica, dall'impostazione culturale e dalla esperienza del terapeuta.
A tale proposito bisogna dire che non sempre l'esperienza deve essere
ritenuta valida a qualsiasi costo. Quella più vera non è acritica e
risponde ai requisiti del rigore delle osservazioni, alla obiettività
delle annotazioni scritte circa gli esiti ottenuti (casistica).
Quali
effetti si sono avuti fino ad oggi sotto il profilo clinico ?
La casistica riferisce complessivamente una serie di effetti positivi, dal
miglioramento fino alla normalizzazione ed alla remissione, correlati
soprattutto all'azione di stimolazione del sistema immunitario, alla
normalizzazione degli squilibri endocrini, all'azione antiflogistica e a
quella analgesica. Sono stati osservati incrementi significativi
della frazione monocito-macrofagica, dei componenti basofili e degli
eosinofili del sangue periferico, sull'animale sottoposto a trattamento
bioterapico.
Con trattamenti prolungati, su pazienti affetti dal morbo di Basedow
(ipertiroidismo) si sono avuti miglioramenti mentre nei casi di
ipotiroidismo si sono ottenute anche delle complete normalizzazioni.
Nella insufficienza corticosurrenalica primitiva cronica (morbo di Addison)
e nell'iperfunzione surrenalica (nella sindrome di Cushing), i
miglioramenti incostanti ottenuti diventavano più apprezzabili e costanti
quando la bioterapia veniva praticata a supporto della terapia
tradizionale.
Il trattamento bioterapeutico portava spesso alla guarigione, verificata
attraverso controlli ecotomografici, nella mastopatia fibrocistica, nelle
neoformazioni mammarie benigne, nelle affezioni cistiche alle ovaie
(escluse quelle che implicavano l'intervento chirurgico). Nei fibromi
dell'utero, la bioterapia dava risultati variabili tra un rallentamento
dello sviluppo ed una completa regressione.
Nei disturbi del ciclo mestruale, i miglioramenti ottenuti si
accompagnavano ad una normalizzazione dei valori degli ormoni ipofisari ed
ovarici.
Nell'adenoma della prostata, buoni i risultati. Migliori quando la
bioterapia era di supporto alla terapia tradizionale.
Modesti i risultati nella patologia dell'ipotalamo. Insufficienti nei casi
di diabete.
La bioterapia ha dato ottimi esiti (dal miglioramento del quadro
sintomatologico con la scomparsa del dolore, al recupero del quadro
funzionale) nelle artrosi a carico della colonna vertebrale e delle
articolazioni; nell'idrarto; nella fibromiosite.
Sono stati osservati effetti antisettici e batteriostatici.
Un particolare rilievo merita l'effetto antidolorifico dovuto alla
bioterapia. E' stato osservato che il trattamento bioterapico, nella
grande maggioranza dei casi, porta alla scomparsa del dolore. Notevoli ed
incoraggianti esiti sono stati ottenuti in tal senso sui malati terminali.
Anche se, ovviamente, la casistica dovrà essere arricchita, già oggi si
deve affermare che la bioterapia non costituisce una soluzione per tutti i
mali. Se nessun effetto sembra avere sulle malattie d'origine allergica,
altrettanto inefficace si è dimostrata sulle neoplasie maligne.
Anche in
questi casi, tuttavia, essa può essere considerata come adiuvante delle
terapie chirurgica e/o chemioterapica e/o radiante, ottenendo comunque
effetti antialgici, antiinfiammatori e neuromiotonici.
Quali
i possibili meccanismi d'azione ?
A questo proposito poco è stato fatto, proprio a causa del mancato
interesse fino ad oggi mostrato. Ciononostante incominciano ad essere
cospicui i lavori pubblicati che riferiscono i risultati di esperimenti
condotti in-vitro ed in-vivo.
*
Dato che il sistema monocito-macrofagico ha un ruolo di modulazione delle
funzioni dei linfociti (B e T) e dei granulociti, un effetto anche locale,
prodotto su questo sistema, può interagire nella formazione d'una
risposta immunitaria e/o antiinfiammatoria. In particolare, un incremento
dei monociti nel sangue periferico, verificato negli animali sottoposti a
bioterapia, provoca un aumento della risposta dei linfociti agli stimoli
aspecifici, mantiene o potenzia l'attività antibatterica e fungicida,
stimola la secrezione d'interferone.
*
Sull'uomo, va dimostrato che la bioterapia possa stimolare l'attività
immunopoietica del midollo delle ossa lunghe e del timo. Se così fosse
sarebbe forse più semplice spiegare alcuni positivi risultati clinici
ottenuti col trattamento bioterapico di alcuni squilibri endocrini. E'
noto infatti come alcune malattie di natura endocrina siano accompagnate
da alterazioni linfocitarie e viceversa.
*
Non è ancora possibile formulare alcuna ipotesi circa un probabile
meccanismo secondo il quale la bioterapia possa arrestare i processi
flogistici e ripararne le eventuali concomitanze (ad esempio il
riassorbimento degli edemi). In talune circostanze, quando l'infiammazione
causa una sintomatologia dolorosa, quest'ultima regredisce di pari passo
con il regredire della flogosi.
*
Al contrario, è possibile formulare un'ipotesi circa uno dei meccanismi
con cui la bioterapia manifesta un effetto analgesico. E' noto che
l'organismo produce ormoni, le endorfine, che esplicano attività
analgesica legandosi a particolari recettori, i medesimi sui quali si lega
la morfina. Pertanto il livello di endorfine determina il valore soglia,
al di sopra del quale l'organismo avverte il dolore.
La bioterapia
potrebbe indurre un aumento delle endorfine che si tradurrebbe in un
aumento della soglia. (Per quanto riguarda la percezione del dolore, il
discorso è più complesso: l'aumento delle endorfine di per sè non
esclude che il dolore possa essere ancora percepito). Pur considerando le
molteplici variabili in gioco, sarebbe comunque importante conoscere se ed
in che misura il livello delle endorfine varia prima, durante e dopo il
trattamento bioterapico e se, all'eventuale scomparsa del dolore,
corrisponde un aumento di endorfine. Va ricordato che il trattamento di
zone troppo prossime al punto dolente non stimola la produzione di
endorfine.
*
E’ importante sottolineare che l'analgesia ottenuta con trattamenti
bioterapici sui pazienti affetti da sindromi algiche di varia natura non
è nè un effetto placebo, in quanto non viene somministrata alcuna
sostanza chimica (es.: eccipienti inattivi dal punto di vista
farmacologico) nè l'effetto di una sorta d'ipnosi o di uno stato di
suggestione. In quest'ultimo caso, infatti, la scomparsa del dolore non
potrebbe durare a lungo, dopo il trattamento. Inoltre tanto l'ipnosi
quanto la suggestione non hanno effetto sugli animali (che, come gli
uomini, possono trarre benefici dalla bioterapia) e neppure possono
esercitare un'azione diretta a livello recettoriale.
*
La bioterapia interferisce, probabilmente, anche nel trasporto delle
cariche a livello delle membrane.
*
La sua azione sull'acqua è stata ampiamente documentata. L'acqua
sottoposta al trattamento non solo conferma di possedere differenti
caratteristiche chimico-fisiche che determinano in essa una diversa
sedimentazione dei colloidi rispetto all'acqua non trattata, ma di
mantenere tali caratteristiche anche se mescolata con acqua non trattata. (14)
La differente modalità di sedimentazione potrebbe essere considerata come
una prova indiretta di un cambiamento avvenuto nella struttura dell'acqua
dovuto alla alterazione dei legami deboli che ne tengono unite le molecole
(es. :ponti a idrogeno).
*
E' da segnalare inoltre che la bioenergia è in grado di modificare la
velocità di eritrosedimentazione di campioni di sangue umano intero.
4)
CONSIDERAZIONI FINALI
Soprattutto
nei casi di trattamento prolungato, si stabilisce un rapporto umano tra
terapeuta e paziente che potrebbe per così dire inficiare il dato sulla
validità della bioterapia. Se tale influenza fosse esercitata su un
risultato bioterapeutico positivo certo, si otterrebbe, alla fine, un
potenziamento o una neutralizzazione dell'effetto, senza la possibilità
di dubitare della bioterapia. In realtà noi non possiamo partire
dall'assunto di un effetto sicuro dovuto di per sè alla bioterapia, ma
dai risultati ottenuti. Se negativi, la discriminazione tra effetto
presente, ma neutralizzato, ed effetto del tutto assente non ci deve
interessare. Quando sono positivi, siamo invece mossi dalla curiosità di
sapere se lo sono in virtù del rapporto terapeuta-paziente, della
bioterapia o di entrambi.
Si è già accennato all'impossibilità d'un
effetto placebo ed all'improbabilità della suggestione.
E’ improbabile
che, per se stesso, il rapporto tra terapeuta e paziente possa dare
risultati: spesso i miglioramenti appaiono fin dalle prime applicazioni
(es. :frequenza settimanale), ed anche a distanza di tempo. Inoltre, gli
effetti positivi della bioterapia sono stati dimostrati sull'animale.
E'
comunque importante spendere due parole sull'atteggiamento del terapeuta e
quello del paziente, ben sapendo che le persone indirizzate,
spontaneamente o su consiglio, al bioterapeuta sono spesso deluse dagli
insuccessi, ansiose, depresse, cariche di attese. Questo rappresenta il
vero e grande ostacolo: il paziente, anche senza rendersene conto,
attribuisce al bioterapeuta poteri che non ha, attendendosi da lui in
breve tempo ciò che dai medici non ha avuto. E’ la peggiore
impostazione che possa esistere.
Perciò il terapeuta serio ha il dovere preliminare di accertare insieme
al paziente le motivazioni iniziali e di valutare con lui la possibilità
di effettuare la bioterapia.
Il bioterapeuta deve essere consapevole, preparato, disponibile ad aiutare
il malato, senza presunzione ed in stretta collaborazione con il medico.
Deve dunque rifiutare la bioterapia in quelle patologie e in tutti quei
casi nei quali essa fosse a priori inutile. D'altra parte il paziente deve
sì nutrire speranza ma deve combattere l'ansia delle eccessive attese.
E’ davvero assurdo pretendere dalla bioterapia e dal bioterapeuta esiti
che non sono stati raggiunti in precedenza nemmeno con mezzi considerati
più idonei.
5)
DISCUSSIONE
Nel
corso della storia l'uomo ha saputo rispondere a molti quesiti, risolvere
problemi. Anche se, a volte, con notevole ritardo rispetto alle attese,
tutto ciò deve essere considerato positivo in quanto parte del progresso
globale dell’umanità.
E’ di fondamentale importanza che la conoscenza proceda comunque verso
nuovi traguardi, indipendentemente dal tempo necessario e sufficiente per
raggiungerli. L’ansia della verità, che è immediata e persistente, non
solo tradisce il grande desiderio della comprensione e del dominio d'ogni
fenomeno ma diviene in larga misura anche una ragione della ricerca
scientifica.
Sia chiaro: l'ansia della verità non è la sola ragione della ricerca,
ma, tra tutte, è l'unica che può corrispondere all'esigenza primaria che
l'uomo ha di far luce sui fondamentali perché della vita e della morte,
del dolore e della sofferenza. Le altre motivazioni, pur valide, non sono
altrettanto convincenti.
Qualcuno può affermare che la ragione della ricerca sia la conoscenza
intesa non come processo di acquisizione di nuove cognizioni ma come
scienza e ricchezza di dottrina. Ma la conoscenza che non servisse
all'uomo come formatrice di cultura, di saggezza e di intelligenza, quindi
di comportamento, che non provocasse cambiamento alcuno nel modo di
interpretare la realtà e la vita, sarebbe una conoscenza finalizzata a se
stessa. Alimenterebbe una tale sopravvalutazione di sè da rendere l'uomo
come un involucro saccente, separato e distante dalla via della ricerca,
via che si caratterizza oltre che per la perseveranza anche per l'umiltà.
Ecco
perché il credere nella ricerca, al di là delle mode e degli interessi,
è oltre che scomodo anche molto rischioso: la ricerca è incerta. Quando
scopriamo qualcosa, noi in realtà sveliamo ciò che già esiste. Tuttavia
non è assolutamente sicura nè la scoperta delle cose esistenti nè
l'esistenza delle cose che immaginiamo.
E dobbiamo essere pronti ad accettare un risultato diverso da quello
ipotizzato, perciò nuovamente incomprensibile.
Allora l'approccio più serio si fonda tanto sulla scienza quanto
sull'arte, come elementi inseparabili della conoscenza tanto sulla
razionalità quanto sull'intuizione, tanto sulla misura quanto
sull'osservazione, perché l'uomo, a maggior ragione nell'esprimere il
massimo impegno possibile, non può dimenticare l'unità del suo essere e
non deve sminuire alcuno degli strumenti conoscitivi dei quali è dotato.
Bisogna evitare un equivoco. Non è incerta l'esistenza delle cose che
esistono, ma la ricerca delle cose che già esistono ossia la possibilità
di scoprirle e di comprenderle. Fintanto che una cosa esistente non viene
svelata noi possiamo ancora considerarla o esistente o inesistente.
Fondamentale è il rapporto tra i nostri schemi concettuali e la realtà.
La realtà può essere compresa soltanto attraverso il cambiamento del
punto di vista, ricordando che anche gli schemi concettuali apparentemente
antitetici possono appartenere alla medesima realtà. Infatti i diversi
punti di vista sono schemi concettuali alternativi che non si eliminano
tra loro.
Molti
esempi, fin troppo noti per essere riferiti, hanno dimostrato l'assoluta
necessità di questo binomio. Spesso, attraverso un percorso quasi
obbligato, l'intuizione ha sostituito la razionalità scientifica là dove
quest'ultima non avrebbe potuto giocare il proprio ruolo, per poi
lasciarle il passo non appena si fosse impadronita degli strumenti e della
teoria.
Dunque esiste sempre almeno un ambito scientifico nel quale è richiesto
uno specifico approccio intuitivo così che l'intuizione, unica modalità
diretta della conoscenza, debba essere considerata a pieno titolo
appartenente alla scienza stessa.
L’intuizione é una percezione sintetica che fa séguito ad una
riorganizzazione dei dati e che consiste in una interpretazione nuova ed
immediata della medesima realtà.
Se
è vero che la comprensione d'un fenomeno si basa, in ordine logico, prima
sull'osservazione poi sulla misura e sulla quantificazione delle sue
variabili (tanto che, alla fine, lo si potrà ripetere tutte le volte che
lo si vorrà in quanto completamente scoperto e descritto in ogni minimo
dettaglio) va anche detto che, mentre normalmente l'osservazione è sempre
possibile, in molti casi l'identificazione dei parametri e ancor più la
loro misura può essere impossibilitata dalla inadeguatezza degli
strumenti. Il non possedere gli strumenti adatti, se non è avvertito o
se, in mala fede, non è considerato dallo sperimentatore come un fattore
invalidante la prova, può portare al totale fraintendimento del fenomeno,
fino all'assurdo di negare il fenomeno stesso soltanto perché non si è
in grado di spiegare le osservazioni fatte.
La comprensione dei fenomeni richiede che vengano chiariti sia gli aspetti
qualitativi sia quelli quantitativi, le cui variazioni devono poter essere
misurate. Se da un lato l'osservazione può, a pieno titolo, segnalarne
l'esistenza, dall'altro, soltanto attraverso la misura dei parametri
quantitativi potrà ottenersi una esauriente comprensione dei fenomeni.
La
risposta, ad un fenomeno che resta oscuro, sovente diventa una risposta di
rilevanza sociale.
Dinanzi alle difficoltà della comprensione (che non sono un limite delle
cose, ma che sono un limite propriamente umano) anche tra gli scienziati
c'è chi abbandona deluso la ricerca, chi guarda con scetticismo il
coraggioso tentativo d'altri e chi ancora sceglie di escludere dall'ambito
scientifico il problema. Tutti questi atteggiamenti drastici
inesorabilmente condannano i fenomeni ancora inspiegati ad essere relegati
nello spazio occupato dall'esoterismo e quindi ad essere sia un terreno
abbandonato per sempre dal pensiero scientifico sia un terreno fertile per
speculazioni ed imbrogli perpetrati da professionisti incompetenti e/o da
millantatori d'ogni sorta.
6)
CONCLUSIONI
La
scienza soffre degli stessi mali degli scienziati. E' stato detto, nelle
premesse, che la ricerca per definizione non può essere sostenuta da
alcuna certezza che non sia quella dell'approssimarsi alla verità. Una
difficoltà, che quest'affermazione offre, è quella di natura
finanziaria. Invece che stimolare l'intensificarsi degli sforzi,
l'incertezza dei risultati può convincere ad abbandonare o a rifiutare le
stesse finalità. Se poi, sui risultati, vengono puntati gli interessi
economici, appare chiaro quanto un condizionamento di diversa ed esterna
natura possa, in ogni istante, rimuovere o bloccare le motivazioni
originali, a maggior ragione in coincidenza d'una sfavorevole congiuntura.
Inoltre anche la ricerca scientifica subisce il fascino delle mode. Così,
per fasi alterne, vengono privilegiati alcuni studi piuttosto che altri.
Anche questo, in ultima analisi, è un fattore limitante riconducibile a
quello economico.
Esistono poi i limiti umani del tutto simili a quelli che si riscontrano
in altri settori. Possono essere riassunti nella chiusa e miope difesa del
potere e del ruolo che gli uomini esercitano singolarmente ed ancor più
se protetti dalle strutture.
In altre parole, la ricerca scientifica può essere sì avviata e sospesa
in funzione dei finanziamenti, ma anche quando vi fosse la disponibilità
finanziaria, una ricerca, che gettasse un'ombra di dubbio o implicasse
rischi circa il ruolo, la fama, il potere, certamente non verrebbe mai
intrapresa.
Dunque, quando i rischi d'insuccesso sono grandi, anche la scienza
preferisce reagire con la rinuncia alla sperimentazione scientifica o,
altre volte, con l'esclusione e la negazione del problema. In mancanza di
oggettive argomentazioni e prove contrarie, il potere scientifico spesso
attua una sorta di strategia di difesa attraverso forme più sottili di
manipolazione, ma non per questo meno violente: sono esse quelle che
accusano l'interlocutore o di non possedere il suo stesso linguaggio
(viene così negata, sul nascere, ogni possibilità di comunicazione)
oppure di non essere sufficientemente preparato per accogliere mutamenti e
novità (accusa ben più grave della precedente in quanto non usa alcun
pretesto per rifiutare il confronto e passa a screditare il prossimo
ponendolo ad un livello più basso).
Ogni
argomento lasciato nell'ignoranza costituisce un substrato ideale per lo
sfruttamento. Se poi accade che prosperino economie ed interessi sommersi,
invece di dire che il fatto non lo riguarda, ogni scienziato dovrebbe
interrogarsi per comprendere se, in qualche misura, ciò non sia dipeso
anche da una sua parziale omissione. Perciò relegare i fenomeni
dimostrabili non ancora chiariti, come la bioterapia, in ambiti non
scientifici diventa un alibi, oltre che sciocco, favorente la bassa
cultura.
E'
ormai tempo che la scienza si riappropri della
bioenergia come parte della
biofisica e della bioterapia come branca della medicina.
E' maturo il tempo di un riconoscimento legislativo che colmi, in tal
senso, le lacune dell'Italia nel contesto internazionale.
E' auspicabile, in tempi brevi, una legge che affranchi i bioterapeuti
dagli imbroglioni e riservi loro uno spazio all'interno del servizio
sanitario nazionale. La bioterapia deve essere considerata come cura
coadiuvante e di prevenzione.
E' da sollecitare e da sostenere un'adeguata e specifica preparazione
mediante corsi (2 o 3 anni successivi alla maturità) obbligatori ed il
cui superamento abiliti all'esercizio della professione.
E', infine, necessario chiarire che il bioterapeuta è un professionista
che pratica la bioterapia e non altro, nel pieno rispetto di rigorose
norme che ne disciplinano il comportamento nei confronti delle singole
persone così come verso lo Stato.
La maturità dei tempi può essere un'opinione non condivisa ed i motivi
per opporvisi possono essere numerosi e tutti validi. Ma se ciascuno
pensasse, più che alla paura di perdere qualcosa, alla grande utilità
sociale che l'esercizio della professione può rendere nell’ambito
esclusivo della propria competenza, allora non solo crescerebbe il
desiderio di operare insieme per il bene comune ma si comprenderebbe la
maturità dei tempi giustificandola con la maturità degli uomini.
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