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ALTRE
PROVE LINGUISTICHE del VANGELO ARAMAICO
e di DOCUMENTI ARAMAICI, pre EVANGELICI
Cari amici,
in un intervento intitolato "Prove linguistiche del
Vangelo aramaico di
Matteo", del 18 dicembre 2003, ho cercato di
mostrare che nel Vangelo greco
di Matteo vi sono almeno otto espressioni o
termini che non si spiegano se
non ammettendo un'errata traduzione di un
originale aramaico.
In questo cercherò di mostrare che anche nei Vangeli di
Marco e di Luca vi
sono passi oscuri o incongruenti o contraddittori
o incompatibili con altri
passi o con altri dati certi provenienti da altre
fonti non evangeliche, che
sono il risultato di un'errata traduzione da un
originale aramaico. Come per
i passi del Vangelo di Matteo, anche per questi
passi del Vangelo di Marco e
del Vangelo di Luca la presenza di un'oscurità,
o incongruenza, o
contraddittorietà, o incompatibilità con altri
passi o altri dati, e
l'eliminazione di tale incongruenza, o
contraddittorietà, o incompatibilità
ricostruendo un originale aramaico dà un
fortissimo sostegno, io credo,
all'ipotesi dell'esistenza di un originale
aramaico che è andato perduto.
L'esistenza di un Vangelo in aramaico scritto
dall'apostolo Matteo è
sostenuta da numerosi autori tra la fine del
primo e il quarto secolo d. C.:
Papia (Esegesi dei detti del Signore, passo citato da
Eusebio, Hist. Eccl.
3,39,19); Ireneo (Adv. Haer. 1,26; 3,1); Clemente
Alessandrino (Stromata
1,21); Tertulliano (Adv. Marc. 4,2); Origene
(citato da Eusebio, Hist. Eccl.
6,25,3-4); Panteno (citato da Eusebio, Hist. Eccl.
5,10,3); Eusebio (Hist. Eccl. 3,24,5-6); Epifanio
(Panarion 29,9,4) Girolamo (De viris ill. 3).
E, anche se la posizione della maggior parte degli
studiosi è contraria,
numerosi sono gli studiosi e gli esegeti che
affermano l'esistenza di un
originale Vangelo aramaico di Matteo: P.
Vannutelli, 1933; P. Martinetti, 1964; P. Gaechter,
1964; J. A. T. Robinson, 1976; R. H. Gundry, 1983; J.
Carmignac,
1985; S. Ben Chorin 1985; R. A. Pritz, 1988; R. T.
France, 1989; A. J. Saldarini, 1994; M.-E. Boismard,
1994; H.-J. Schulz, 1996; P. Lapide, 1996; J. M. García,
2005. Le ricostruzioni dell'originale aramaico
qui presentate sono tratte da questi due ultimi autori,
P. Lapide (Bibbia tradotta Bibbia tradita, Dehoniane,
Bologna, 2000; ed. or. 1996) e J. M. García (La vita di
Gesù nel testo aramaico dei Vangeli, Rizzoli, Milano,
2005).
Spesso l'errore di traduzione dall'aramaico ha alla base
la nota polisemia di molti termini ebraici e aramaici:
il traduttore in greco ha dato a un determinato termine
un significato possibile in altri contesti, ma che esso
non aveva in quel contesto.
Il testo greco dei passi che saranno citati è quello di
Nestle-Aland dell'edizione internazionale The Greek New
Testament, che si trova nel libro "Nuovo Testamento
interlineare. Greco - latino - italiano", San
Paolo, Cinisello Balsamo, 1998. La traduzione è quella
letterale che si trova in quest'ultimo libro. Nelle
citazioni ho posto tra parentesi la traslitterazione del
greco che corrisponde all'espressione italiana o al
termine italiano sottolineati.
Nel Vangelo di Marco vi sono almeno cinque passi la cui
incongruenza, o contraddittorietà, o incompatibilità
con altri passi o con altri dati viene eliminata
ricostruendo l'originale aramaico, e che dunque sono il
risultato di una errata traduzione in greco
dell'originale aramaico.
1.
Mc 1,40-45: «Gli si avvicina un lebbroso e lo supplica
in ginocchio dicendogli: «Se vuoi, puoi purificarmi».
Mosso a compassione (splanchnistheis),
Gesù stese la
mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato
!» Subito la lebbra si allontanò da lui e fu
purificato. Subito con tono severo lo rimandò via
dicendogli: «Bada di non dire niente a nessuno (medenì),
ma va' a mostrarti al sacerdote e offri per la tua
purificazione quanto prescritto da Mosè, a
testimonianza per loro».
Egli allora, allontanatosi, cominciò ad annunciare
insistentemente e a divulgare la parola (ton logon)».
La prima incongruenza o contraddittorietà di questo
brano sta nel fatto che Gesù, dopo aver guarito il
lebbroso, gli intima di non dire niente a nessuno e di
andare dal sacerdote per l'offerta, come prescriveva la
legge mosaica (Lv 14,1-32). Ma è impossibile che il
lebbroso non dica al sacerdote di essere stato guarito,
quando gli porterà l'offerta per la sua guarigione.
L'originale aramaico mal tradotto in greco con medenì
(a nessuno) era lebar 'anasá'. L'espressione bar 'anasá',
letteralmente «figlio dell'uomo», venne resa dal
traduttore come indicante genericamente «un uomo»; e
la preposizione le venne da lui considerata come
particella dativa negativa, per cui tradusse medenì. Ma
in questo caso la particella le era un dativo comodi,
traducibile con «in onore di» e bar 'anasá' indicava
«il figlio dell'uomo», espressione con cui moltealtre
volte nel Vangelo di Marco,
Gesù indica se stesso (Mc
2,10.28; 8,31.38; 9,12.31; 10,33.45; 13,26;
14,21.41.62). Per cui nell'originale aramaico la
frase di Mc 1,44 diceva: «Bada di non dire niente in
onore del Figlio dell'uomo».
La seconda incongruenza di questo brano sta nel fatto
che il lebbroso, una volta guarito, si mette a «divulgare
la parola». Ma chi gli aveva chiesto di farlo ? Gesù
non gli aveva affidato alcun incarico del genere. Né è
pensabile che egli, che non era stato un discepolo di
Gesù, si mettesse a proclamare la parola di Gesù.
Il termine aramaico tradotto erroneamente in greco con
logon era dabar, che può significare «parola», ma può
anche significare «fatto». Per cui l'originale
aramaico di Mc 1,45 diceva: «Cominciò ad annunciare
insistentemente e a divulgare il fatto».
In questo passo di Marco vi è un terzo elemento che
conferma, se ve ne fosse bisogno, che l'originale era
aramaico. Uno dei manoscritti pervenutoci, il D, o Beza,
del V secolo, in Mc 1,41 anziché splanchnistheis
(mosso a compassione) ha orgistheis (mosso ad ira). Dire
che Gesù ha guarito il lebbroso perché mosso da ira
sarebbe un'assurdità.
La sola soluzione possibile di questo problema testuale
è il ricorso a un originale aramaico, dove era presente
hemlah, che significa «compassione».
Il
traduttore in greco lo ha scambiato con hemah, che
significa «ira», perché non si è accorto della
lettera ebraica lamed. Il testo originale di Marco,
assai probabilmente, non conteneva splanchnistheis, ma
orgistheis, perché è normale che un copista, poi
seguito dagli altri, stupito del fatto che il testo
parlasse di ira, abbia trasformato «ira» in «compassione»,
mentre è molto improbabile che un copista abbia
trasformato, senza motivo e contro logica, «compassione»
in «ira». Il testo originale aramaico diceva dunque
che Gesù fu mosso a compassione, ma per una svista il
traduttore in greco ha scritto che Gesù fu mosso ad
ira.
2.
Mc 3,20-21: «Venne a casa e si radunò di nuovo tanta
folla, che non potevano neppure mangiare il pane. Udito
ciò, quelli con lui (oi par'autou) uscirono per
prenderlo (exelthon kratesai auton), poiché dicevano:
«È fuori di sé ! (exeste)»».
Questo brano presenta due gravi problemi. Il primo è
che sembra assurdo dire che «quelli con lui uscirono
per prendere lui». O erano con lui o erano altrove e
andarono da lui. Per risolvere questa seria difficoltà
del testo greco, la maggior parte degli esegeti
traducono l'espressione greca oi
par'autou con «i suoi», nel senso dei suoi familiari.
Ma a parte che di per sé tale espressione non significa
«i suoi familiari», ma «quelli (che stavano) con lui»,
questa soluzione crea problemi ancora più gravi: porta
a dover ammettere che Maria, madre di Gesù, di cui si
parlerà nel versetto 31, pensava che Gesù fosse fuori
di sé; e non spiega come i suoi familiari, che vivevano
a Nazaret, abbiano potuto udire o venire a conoscenza
così in fretta di una situazione che accadeva in un
luogo lontano, molto probabilmente Cafarnao. Il secondo
grave problema del testo greco è l'affermazione che Gesù
era «fuori di sè»: è impensabile che Gesù fosse
fuori di sé perché non aveva ancora mangiato, o perché
la folla gli impediva di mangiare.
L'aramaico che sta dietro l'espressione greca exelthon
kratesai auton è stato da J. M. García ricostruito a
pag. 96 del suo libro e tradotto in italiano con: «Ne
portarono (pane) per fortificarlo». E il verbo greco
exeste è un'errata traduzione dell'aramaico min leb hu'
(letteralmente «senza cuore lui»), che può
significare o «è privo di ragione» o «è privo di
sensi o di forze». In questo caso il significato era
quest'ultimo. Il testo originale aramaico diceva dunque:
«Udito ciò, alcuni di quelli che stavano con lui ne
portarono (pane) per fortificarlo, poiché dicevano:
«È privo di forze»».
3.
Mc 3,31-32: «E giunsero sua madre e i suoi fratelli e,
stando fuori (exo), lo mandarono a chiamare. La folla
intanto gli stava seduta intorno. Gli dicono: «Ecco,
tua madre e tuoi fratelli, fuori (exo), ti cercano»».
Questo brano sembra ambientato in aperta campagna, con
la folla seduta intorno a
Gesù. La sua incongruenza sta
nel fatto che si dice che sua madre e i suoi fratelli
rimasero «fuori», lasciando pensare che Gesù fosse «dentro»
una casa. Del resto, è inverosimile che dentro una
casa, cioè dentro una delle piccole stanze delle case
del tempo, vi fosse una folla di persone sedute intorno
a qualcuno.
La soluzione di questo problema sta nel fatto che
l'avverbio exo traduce l'aramaico bara', che può
significare sia «fuori» sia «terreno incolto».
Quando bara' è preceduto dalla preposizione beth, che
può significare o «in» o «vicino a», quest'ultima,
iniziando con la stessa consonante, si può omettere
nella grafia. E così il traduttore in greco, non
avendola trovata, ha tradotto in entrambi i casi bara'
con exo. L'originale aramaico di questo passo diceva
invece: «E giunsero sua madre e i suoi fratelli e,
stando vicino al terreno incolto, lo mandarono a
chiamare. La folla intanto gli stava seduta intorno. Gli
dicono: «Ecco, tua madre e tuoi fratelli, vicino al
terreno incolto, ti cercano»».
4.
Mc 5,41-43: «Presa la mano della fanciulla, le disse:
«Talithà kum», che tradotto significa: «Fanciulla,
ti dico, alzati!» E subito la fanciulla si alzò e si
mise a camminare. Aveva infatti dodici anni. Furono
presi da grande stupore. E raccomandò loro
insistentemente che nessuno venisse a saperlo (medeis
gnoi touto) e disse di darle da mangiare».
Qui l'assurdità della richiesta finale di Gesù è
evidente: era impossibile per Giairo e sua moglie, che
erano entrati nella stanza con Gesù e i discepoli (Mc
5,40), fare in modo che nessuno venisse a sapere ciò
che era successo: la morte della fanciulla era nota a
tutti (Mc 5,35.38); quando fosse stata vista in città,
Giairo e la moglie non avrebbero potuto evitare di dire
che era risuscitata e che era stato Gesù, visto da
tutti entrare nella casa dov'era la fanciulla morta, a
risuscitarla.
Anche qui nell'originale aramaico vi era l'espressione
bar 'anasá', tradotta erroneamente con «nessuno»,
mentre si doveva tradurre con «il figlio dell'uomo». E
il verbo «sapere o conoscere» in aramaico viene usato
anche per indicare «ringraziare», poiché l'aramaico
non ha un verbo speciale che significhi «ringraziare».
Il testo originale aramaico di Mc 5,43, che elimina il
grave problema evidenziato nel testo greco, era: «E
raccomandò loro insistentemente che il Figlio dell'uomo
non fosse ringraziato per questo».
5.
Mc 8,14-17: «E dimenticarono di prendere dei pani (Kai
epelathonto labein artous) e non avevano che un solo
pane con sé nella barca. Ed egli li ammoniva dicendo:
«Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e
dal lievito di Erode !» E discutevano fra loro che non
hanno (ouk echousin) pani
(artous). Ma Gesù, accortosi di questo, disse loro: «Perché
discutete che non avete (ouk echete) pani (artous) ?
Ancora non intendete e non capite ? Avete il cuore
indurito ?»».
I problemi di questo passo sono due. Il primo è che non
si capisce cosa c'entrino i farisei nella discussione
relativa ai pani. Il secondo che non si comprende che
cosa i discepoli non capiscano e perché hanno il cuore
indurito.
È improbabile che non capiscano che
Gesù potrebbe
moltiplicare i pani, anche perché lo ha appena fatto e
loro lo hanno visto.
La soluzione sta nel fatto che le prime tre parole
greche del testo di Marco sono traduzioni errate di
altrettanti termini aramaici. La congiunzione kai
traduce la particella aramaica waw, che può avere
significato non solo copulativo («e»), ma anche
causale («poiché») o finale o avversativo. Il verbo
epelathonto traduce l'aramaico te'áh, che può
significare «avevano dimenticato» o «avevano vagato».
Il verbo labein traduce l'aramaico qabbel («ricevere,
accettare»), che era preceduto dalla preposizione le,
che può significare «senza». In Mc 8,16 e 8,17
troviamo il verbo greco avere. In ebraico e in aramaico
non esiste un verbo che significhi «avere». Il
concetto di possesso viene espresso da una costruzione
con il verbo essere, una preposizione dativa e il
possessore: per esempio, «non hanno» viene espresso
con «non sono per loro». Sia in Mc 8,16 che in Mc 8,17
il
traduttore in greco è stato tratto in inganno da questa
costruzione dell'aramaico, che ha tradotto usando il
verbo avere, mentre in questo caso avrebbe dovuto
tradurla letteralmente, lasciando il verbo essere. Se si
aggiunge che il termine artous («pani») può tradurre
un plurale di eccellenza, frequente in ebraico e
aramaico, in questo caso il pane miracoloso, che fa
pensare al «pane della vita» di cui nel Vangelo di
Giovanni (Gv 6,35) parla Gesù dopo la moltiplicazione
dei pani, il senso dell'originale aramaico di questo
passo diventa molto chiaro, ed è che per Gesù il pane
della vita è anche per i farisei. Ecco la ricostruzione
dell'originale aramaico di Mc 8,14-17: «Poiché (i
farisei) avevano vagato senza accettare il pane
miracoloso, benché non avessero nemmeno un solo pane
con sé nella barca, egli ammoniva loro (i discepoli)
dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei
farisei e dal lievito di Erode !» Ed essi dicevano fra
loro che non è per loro (per i farisei) il pane
miracoloso. Ma Gesù, accortosi di questo, disse loro:
«Perché dite: "il pane miracoloso non è per voi
(farisei)"? Ancora non intendete e non capite ?
Avete il cuore indurito ?»».
vedi anche:
Vangeli
+
Vangeli segreti +
Vangelo aramaico
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
Nel Vangelo di Luca vi sono almeno quattro passi in cui
sono presenti incongruenze o contraddittorietà o
incompatibilità con altri passi o dati, che vengono
eliminate quando si ricostruisce l'originale aramaico.
1.
Lc 2,1-5: «In quei giorni uscì un decreto di Cesare
Augusto che ordinava il censimento di tutta la terra.
Questo primo censimento fu fatto quando era governatore
della Siria Quirinio (aute apografe prote egeneto
egemoneuontos tes Syrias Kyreniou). Andavano tutti a
farsi registrare, ciascuno nella propria città. Anche
Giuseppe dalla Galilea, dalla città di Nazaret, salì
nella Giudea, alla città di Davide, che si chiama
Betlemme, perché egli era della casa e della famiglia
di Davide, per essere registrato con Maria, sua sposa,
che era incinta».
Il problema posto da questo passo di Luca è notissimo:
secondo lo storico ebreo
Giuseppe Flavio, Quirinio fu
nominato governatore della Siria nel 6 d.C. (Antiquitates
iudaicae XVIII,1,1) e vi rimase fino al 7 d.C; il
censimento mentre egli era governatore della Siria
avvenne nel 6 d.C. (Ant.
XVII,355; XVIII,1-5). Per risolverlo, qualcuno ha
ipotizzato una doppia presenza di Quirinio in Siria,
quella del 6-7 d.C. e una precedente, nel 4-1 a.C.,
poiché negli anni 4-1 a.C. Giuseppe Flavio non dice chi
era il governatore della Siria: si passa da Quintilio
Varo (dal 6 al 4 a.C.) a Gaio Cesare (dall'1 a.C. al 4
d.C.). Si è cercato un sostegno a questa ipotesi in
un'iscrizione trovata nei pressi di Tibur, nota come
Titulus Tiburtinus, in cui si dice che un ufficiale
romano governò in Siria come legato in due epoche
diverse, ma non si specificano né tali epoche, né il
nome dell'ufficiale romano. Ma questa ipotesi non
risolve il problema, perché, anche se si ammettesse che
quell'ufficiale era Quirinio, si dovrebbe ammettere che
il primo censimento fu fatto tra il 4 e l'1 a.C., cioè
quando
Gesù era già nato ed Erode era già morto. E inoltre,
se un tale censimento fosse stato fatto al tempo di
Erode nel territorio da lui governato, sarebbe stato
realizzato con la supervisione di Erode stesso, e non di
un legato.
Alcuni hanno cercato di risolvere il problema affermando
che il greco protos che si trova nel testo di Luca
voglia dire proteros, cioè «precedente» e traducono
così: «Questo censimento fu precedente (a quello
fatto) quando era governatore della Siria Quirinio». Ma
anche questo tentativo di soluzione è insoddisfacente,
perché l'uso di protos nel senso di proteros non è
sufficientemente attestato nella letteratura greca e nei
documenti greci che possediamo.
Tutte queste difficoltà
hanno spinto alcuni autori, anche cattolici, a ritenere
che questo racconto sia una creazione di Luca per
affermare la discendenza davidica di
Gesù. Ma anche
questo crea un problema, perché per affermare una cosa
del genere non c'era alcun bisogno di inventarsi un
censimento: bastava dire quello che lo stesso Luca dice
al versetto 4, cioè che Giuseppe «era della casa e
della famiglia di Davide».
Nell'originale aramaico del controverso versetto 2 il
primo termine, «questo», tradotto aute, era un pronome
dimostrativo che costituiva il soggetto di una
proposizione nominale il cui predicato era «primo
censimento», tradotto apografe prote. Nel testo greco
segue il genitivo assoluto egemoneuontos Kyreniou. I
settanta traducono in greco col genitivo assoluto, tra
altre costruzioni dell'ebraico, quella che comprende la
preposizione beth seguita dall'infinitivo del verbo.
Poiché tra i significati di beth vi è «prima di»,
l'originale aramaico del versetto 2 diceva: «Questo è
un primo censimento, che fu fatto prima di essere
governatore della Siria Quirinio».
Molto probabilmente quello che Luca indica col termine
« apografe» fu un giuramento di fedeltà
all'imperatore Ottaviano Augusto, organizzato in tutte
le città della Palestina, in occasione del quale si
veniva registrati.
Per cinque motivi: 1) il termine
greco apografe significa propriamente «registrazione»
di uomini o cose; 2) Giuseppe Flavio informa che, nel
7-6 a.C., Augusto pretese da Erode che facesse fare a
tutti i suoi sudditi un giuramento di fedeltà
all'imperatore; 6000 farisei si rifiutarono di giurare;
Erode escluse gli esseni da tale giuramento (Ant. XV,371);
3)
Orosio afferma nelle sue Historiae che Augusto nel 25°
anno del suo regno, cioè nel 6 a.C., ordinò un
"censimento"; 4) nel 7-6 a.C. l'imperatore non
poteva ordinare un censimento a fini fiscali, di
tassazione, nei territori governati da Erode, perché
essi non erano sottoposti alla tassazione romana
diretta, come avverrà a partire dal 6 d.C., quando la
Palestina divenne provincia romana; 5) possediamo
un'iscrizione ritrovata a Ganga nei pressi del Mar Nero,
che dice che nel 3 a.C. gli abitanti di quella regione
prestarono un giuramento di fedeltà all'imperatore
romano, che contiene la formula di tale giuramento e che
afferma che esso fu prestato in ogni città.
Dunque, il decreto di Augusto di cui parla Luca in Lc
2,1 ci fu realmente, così come ci fu l'apografe di cui
parla Luca in 2,2, cioè una registrazione, ma non a
fini fiscali, ma per un giuramento di fedeltà
all'imperatore.
È probabile, infatti, che al giuramento vero e proprio
si associasse una registrazione di quelli che
giuravano.
Ed è probabile che tale registrazione con giuramento,
per motivi organizzativi, fu fatta solo nelle città e
non anche nei villaggi, come era Nazareth a quel tempo.
Ed è anche probabile che
fu fatta prima a Gerusalemme e poi nelle altre città;
e, considerati i tempi per l'organizzazione, si fece a
Betlemme nel 5 a.C.
Ma perché Giuseppe e Maria andarono a farsi registrare
a Betlemme e non in una città più vicina al villaggio
di Nazareth, come Tiberiade, o Magdala, o Cana ? Si
possono fare al riguardo due ipotesi. La prima è che il
decreto di Augusto diceva che il giuramento doveva farsi
nella città nella quale, o nei dintorni della quale, si
possedevano proprietà (e questo direbbe il versetto 3
con «ciascuno nella propria città»), e Giuseppe e/o
Maria possedevano qualche piccola proprietà a Betlemme.
La seconda è quella avanzata da J. M. García (alle
pagg. 60-62 del libro citato), secondo il quale il
motivo del viaggio a Betlemme Luca lo accenna nel
versetto 4, ma non lo esplicita: «perché egli era
della casa e della famiglia di Davide». Secondo García,
dietro il viaggio di Giuseppe e Maria c'erano le autorità
di Betlemme, che pensavano di guadagnare il favore di
Erode e che il giuramento avrebbe acquisito più
solennità se a esso avessero partecipato i membri
betlemiti della discendenza di Davide, come Giuseppe, a
cui essi chiesero di venire a Betlemme da Nazareth, dove
sapevano che era andato per il suo lavoro. Questa
ricostruzione sarebbe confermata, secondo García, dal
fatto che la «katalymati» di cui si parla in Lc 2,7
non significa «albergo», ma «grande stanza», come in
Lc 22,11 dove è usato l'identico termine greco, e
questa grande stanza in cui alloggiarono Giuseppe e
Maria, con adiacente la «mangiatoia» in cui deposero
Gesù (Lc 2,7), faceva parte, come ha ipotizzato già
nel 1970 P. Benoit, della casa paterna di Giuseppe a
Betlemme.
2.
Lc 16,8: «Il padrone lodò (epenesen)
quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con
scaltrezza (phronimos)».
Questa frase che Gesù pronuncia a chiusura della
parabola di Lc 16,1-8 ha da sempre creato seri problemi
agli esegeti. Riassumiamo brevemente i versetti 1-7
della parabola. Un uomo ricco accusa il suo
amministratore di infedeltà e lo licenzia. Questi, non
essendo in grado di fare lavori manuali e rischiando di
dover fare il mendicante, chiama quelli che avevano
debiti col suo padrone e riduce ad ognuno una parte
consistente del suo debito, falsificando i certificati
di debito, allo scopo di farsi accogliere da loro dopo
il licenziamento. A questo punto leggiamo il versetto 8.
Che un padrone possa lodare un amministratore che prima
è stato disonesto, poi gli ha sottratto averi a
beneficio di altri, poi ha falsificato documenti, sembra
inverosimile, ed è assolutamente poco credibile che Gesù
abbia detto che un caso di frode e di corruzione è
qualcosa da lodare. Né si può affermare, come hanno
fatto alcuni aggrappandosi sugli specchi, che
l'imbroglione e disonesto viene lodato non per i suoi
imbrogli e la sua disonestà, ma per la sua abilità,
perché significherebbe approvare di fatto imbrogli e
corruzioni.
La soluzione sta nel ricercare i termini originali
tradotti in greco con epenesen e con phronimos. Il verbo
barech può significare «lodare», ma anche «maledire».
E il termine arum può significare «furbo, scaltro»,
ma anche «astuto, perfido». Il testo originale diceva
dunque: «Il padrone maledisse quell'amministratore
disonesto, perché aveva agito con perfidia».
3.
Lc 24,27: «E cominciando (arxamenos) da Mosè e da
tutti i profeti, spiegò (diermeneusen) loro ciò che si
riferiva a lui in tutte le Scritture».
L'incongruenza di questo versetto, che fa parte del
racconto dell'incontro di Gesù risorto con i due
discepoli sulla via per Emmaus, sta nel dire che Gesù
spiegò quanto lo riguardava nelle Scritture «cominciando
da Mosè e da tutti i profeti». Ci si aspetterebbe che
Gesù cominciò da Mosè e continuò con tutti i
profeti.
La ricostruzione dell'aramaico originale in questo caso
è aiutata dal fatto che in alcuni manoscritti (Sinaitico
originale, Beza, Freer) non c'è il passato «diermeneusen»,
ma l'infinito. Se questa variante era l'originale, la
presenza di un participio (arxamenos) e di un infinito (ermeneuein)
era la traduzione letterale di una costruzione aramaica
perifrastica; e la frase in italiano si può rendere: «E
spiegò loro, da Mosè a tutti i profeti, ciò che si
riferiva a lui in tutte le Scritture».
4.
Lc 24,46-47: «E disse loro: «Così (Outos) sta
scritto: il Cristo doveva patire e il terzo giorno
risuscitare dai morti; e nel suo nome saranno predicati
a tutte le genti la conversione e la remissione dei
peccati»».
Queste parole di Cristo risorto e apparso ai discepoli a
Gerusalemme fanno nascere un grave problema: in quale
Scrittura si annuncia che nel nome di Cristo saranno
predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono
dei peccati ? Non esiste passo della Bibbia ebraica
esistente al tempo di Gesù in cui si affermi qualcosa
del genere.
La soluzione si trova ancora una volta ricorrendo a un
originale aramaico.
Il termine tradotto con l'avverbio greco Outos era bdh,
che fu interpretato come l'unione della preposizione
beth con il dimostrativo dah; a beth il traduttore diede
il significato di «come», a dah il significato di «ciò».
Ma già questa era una forzatura, perché il
dimostrativo dah è femminile e non neutro. Egli
tradusse «come ciò, in questo modo, così». Poiché
nella grafia ebraica la lettera yod può essere omessa,
in questo caso si sarebbe dovuto leggere bydh, cioè
l'unione della preposizione beth col significato di «circa,
riguardo a», del sostantivo yad, «opera», e del
suffisso di terza persona maschile singolare.
L'originale aramaico, cioè, diceva: «E disse loro ciò
che è scritto circa la sua opera: che il Cristo doveva
patire e il terzo giorno risuscitare dai morti, e che
nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la
conversione e la remissione dei peccati».
Questa ricostruzione risolve il problema, perché non
pone in bocca a Gesù una frase che non può aver
detto.
Ma è l'autore del testo a rimandare a un altro testo
scritto esistente nel momento in cui egli scrive, e
certamente noto ai lettori, nel quale testo è scritto
ciò che Gesù disse allora. Questo testo non può che
essere il Vangelo aramaico di Matteo, e in particolare
la sua conclusione (Mt 28,18-20), in cui Gesù invita a
fare discepole tutte le genti e a battezzarle.
Il fatto che in questi nove passi (cinque del Vangelo di
Marco e quattro del Vangelo di Luca), come negli otto
del Vangelo di Matteo esaminati nel precedente studio,
sia possibile eliminare le incongruenze o
contraddittorietà o incompatibilità con altri dati
attraverso la ricostruzione di un testo originale
aramaico che è stato mal tradotto dall'evangelista
rende, credo, estremamente probabile, a parte i dati
della patristica che ne parlano, ricordati all'inizio,
l'esistenza di questo originale aramaico del Vangelo di
Matteo, che è andato perduto.
Al Vangelo aramaico di Matteo hanno attinto sia il
redattore del Vangelo greco di Matteo, sia Marco, sia
Luca.
Ciò è dimostrato dal fatto che degli otto passi di
Matteo per i quali si può ricostruire un originale
aramaico esaminati in precedenza, quattro si ritrovano
identici, con la stessa
locuzione o parola ritradotta, in Marco (Mt 7,29 = Mc
1,22b; Mt 19,24 = Mc 10,25; Mt 26,6 = Mc 14,3; Mt 28,7 =
Mc 16,7); e in Luca due si ritrovano identici (Mt 19,24
= Lc 18,25; Mt 24,51 = Lc 12,46b) e uno molto simile (Mt
7,29 = Lc 4,32b). Ed è dimostrato anche dal fatto che
dei cinque passi di Marco per i quali si può
ricostruire un originale aramaico appena esaminati, due
si ritrovano identici, cioè con la stessa locuzione o
parola ritradotta, in Matteo (Mc 1,44 = Mt 8,4; Mc 3,31
= Mt 12,46) e un altro si ritrova quasi identico
in Matteo (Mc 8,14-17 = Mt 16,5-8).
Ma occorre anche osservare che, tra i passi di Marco e
Luca appena esaminati, un passo di Mc (3,20-21) non ha
paralleli in Matteo e tre passi di Luca (2,1-5; 16,8;
24,27) fanno parte di pericopi (Lc 2,1-7; 16,1-8;
24,13-35) che non hanno paralleli in Matteo. Ciò non
esclude che tali passi facessero parte del Vangelo
aramaico di Matteo e non siano stati tradotti dal
redattore del Vangelo greco di Matteo, mentre sono stati
tradotti dagli autori dei Vangeli di Marco e di Luca.
Tuttavia, credo sia più probabile che queste pericopi,
e in particolare quelle del Vangelo di Luca, non si
trovassero nel Vangelo aramaico di Matteo, ma si
trovassero in altri documenti scritti in aramaico, che
riportavano altre tradizioni orali; e gli autori di
Marco e di Luca, oltre che attingere, come l'autore di
Matteo, al Vangelo aramaico di Matteo, hanno attinto
anche a questi altri documenti aramaici preevangelici.
Del resto, è lo stesso Luca a dire, all'inizio del suo
Vangelo, che egli, per scrivere la sua opera, ha fatto
una ricerca accurata e ha usato diverse fonti: «Molti
hanno posto mano a esporre un racconto circa gli eventi
verificatisi tra noi, così come ce li hanno trasmessi
coloro che fin dall'inizio furono testimoni oculari e
divennero servitori della Parola. E anch'io, dopo aver
indagato accuratamente ogni cosa fin dall'origine, mi
sono deciso a scrivertene con ordine, eccellentissimo
Teofilo» (Lc 1,1-3).
Riguardo alla datazione del Vangelo aramaico di Matteo,
si può pensare agli anni tra il 40 e il 45 d.C., sulla
base dei seguenti dati: 1) secondo Clemente
Alessandrino, l'apostolo Matteo predicò in Palestina,
dopo l'ascensione di Cristo, per 15 anni, cioè fino al
45 d.C. (Paed. II,1); 2) secondo Girolamo, l'apostolo
Matteo scrisse il suo Vangelo in aramaico nel terzo anno
di Caligola, cioè nel 41 d.C. (recensione al Chronicon
di Eusebio, Patrologia Latina XXVII,577-578); 3) secondo
Ireneo, l'apostolo Matteo scrisse il suo Vangelo in
aramaico «tra gli ebrei», cioè mentre era ancora in
Palestina (citato in Eusebio, Hist. Eccl. 5,8,2); 4)
secondo Eusebio, l'apostolo Matteo scrisse il Vangelo in
aramaico «quando stava per dirigersi verso altre genti»,
cioè prima di lasciare la Palestina (Hist. Eccl.
3,24,6); 5) secondo il "Prologo monarchiano"
al Vangelo di Matteo, l'apostolo Matteo «primo scrisse
il Vangelo in Giudea»; 6) secondo Girolamo, l'apostolo
Matteo compose il suo Vangelo «in Giudea» (De viris
ill. 3).
By Salvatore Capo
-
s.capo@tin.it
Mauro Biglino: “La
Bibbia non è un libro
sacro”
vedi anche:
GESU' e' esistito ? pare di no !
+ Cattolicesimo
+
Cristiani-Cattolici e Trinita'
+
Gesu' l'Illuminato
+ Gesu'
e' esistito ?
+ Gesu'
e' morto per noi ?
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Ebraismo e sue origini
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GESU’ NON e' NATO il 25 DICEMBRE
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Gesu' la Vera Storia
+
Chi e', cosa e', dov'e' il diavolo ?
+
Chi e' e cosa e' dio ?
+
Gesu' cristo ritorna
?
Considerazione importante:
Ad un
attento osservatore indipendente, non é
difficile capire che il "male" non é soltanto
nei libri detti "sacri", cioe' nella: Bibbia,
Talmud, Corano o persino in “Mein Kampf”, ecc.,
ma e soprattutto nell'uso che il lettore degli
stessi potrebbe fare. Se chi li legge ha una
mente/personalita', debole, insicura, cioe'
bambinesca, magari anche fuorviata da altri
“maestri” che però hanno "credi" molto più
radicali ed utilitaristici che sfruttano i
"credenti" (azione normalmente tipica dei preti,
pastori, rabbini, imam, guru, stregoni, ecc.),
il risultato sara' sicuramente impostato nella
direzione della violenza verso chi non la pensa
come loro.
Infatti come disse
Giordano Bruno: ..."le religioni sono
l'OPPIO dei popoli" !
Comunque sia, Tutte
le religioni sono state inventate e
propinate ad
arte alla ignara popolazione, dei vari
prePotenti
della
Terra, che hanno
fino ad oggi
dominato, controllato e gestito gli umani,
come nel corso delle centinaia di migliaia di
anni sul Pianeta Terra, infatti riflettete: "Se
parli con Dio, dicono che
stai pregando, ma se dici che
Dio parla
con te, Ti ricoverano in psichiatria"..
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