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GUIDA  alla  SALUTE con la Natura

"Medicina Alternativa"   per  CORPO  e   SPIRITO
"
Alternative Medicine"
  for  BODY  and SPIRIT
 

 
 

Quando la Bibbia fu scritta e ri-scritta, la popolazione non era poi tanto primitiva.....era gia' un solido Impero, un solido Stato con tanto di leggi e codici.
La bibbia affonda le radici in concetti e racconti mesopotamici sumeri, anteriori ad essa di millenni. (es. Gilgamesh).
In altri popoli primitivi/agricoli/nomadi, le cosmogonie erano simili. Non vedo poi dove sia la superiorita' e credibilita' di un Dio che dice (o meglio che dice, chi non lo ha mai sentito) “sia luce” rispetto ad un altro che dice magari e con piu' logica, ...”sia il Sole”, (poemi mesoamericani) perche', e' risaputo, non puo' esistere Luce senza sole, ne e' la diretta conseguenza.... e in cio' la Bibbia qualche difettuccio ce l'ha, non credi ?

Allora, di Divinita' che creano-trasformano dal “nulla”, ne e' piena la mitologia di tutti i popoli.
Quanto alla “luce”, e' risaputo che dalla notte dei tempi riveste carattere sacro e divino, proprio per il suo supporto vitale alle attivita' umane. Religioni “mono” sono moltissime,  con un Dio unico creatore,  e altre forze /emanazioni divinizzate. Un po' come Yhwh e la sua corte, Angeli, ecc.....
Solo che ogni popolo da nomi diversi agli stessi concetti primordiali.
Nel Mazdeismo, abbiamo Ahuramazdah, creatore di tutto (quindi anche della luce, non ti pare...? )
Non solo, ma Con Antaserse II assistiamo alla presenza di questa “trinità”: Ahuramazdah, Mitra, dio del sole, dei contratti (legato al commercio) e della redenzione, Anahita, dea delle acque, della fecondità e della procreazione.

Nell'induismo abbiamo il Brahma, personificazione del supremo Brahman, creatore dell'universo (quindi anche della luce) e stranamente facente parte di una Triade divina. (ti dice nulla ?)
Ti dice nulla la “trinita'” cristiana ? Non e' certo una “novita'” .
E' dalla notte dei tempi che frulla per le teste dell'uomo.

Guardiamo poi la religione Azteca, Monoteista ( meglio Due in Uno) con Ometeotl , concetto del divino di ben lunga superiore alla triade cristiana....
Guardiamo poi a quella Maya....l'essere supremo, creatore del tutto,.....Hunabku . Per chi non conoscesse la lingua, significa letteralmente  “Uno Dio” ( hunab + ku), creatore del cielo e della terra......
Lascia perdere le cretinate dette dai vari domenicani e francescani al seguito di Cortes, cretinate peraltro attuali, quale quella di dire che erano “idolatri” e politeisti.....quelli non capirono proprio niente, ma davvero proprio niente..... e vedevano il Diavolo dappertutto.....
In tutte le cosmogonie di costoro, la creazione passo' attraverso la nascita degli elementi primordiali, acqua, terra, aria, fuoco/luce......ogni Dio pronunciava le frasi a lui piu' congeniali, nella sua lingua.....ma il risultato era lo stesso.
By Itzcoatl  - "Porfirio" - Itza@coatl.it
- Newsgroups: it.cultura.religioni - April 30, 2006

vedi:
Come leggere la GenesiFalse traduzioni dei vangeli  + Cose da sapere sulla Bibbia + Invenzione della bibbia + Vangeli Segreti +  Vangelo  aramaico + Vangeli + Apocrifi + Vangelo precedente + Falsificazioni della Bibbia + Falsificazioni Storiche + Esseni + Esseni 2 + Esseni 3 + Esseni e Vangeli + Gesu il nazareno + Giudeo cristiani + GNOSI fra i primi Cristiani +  Origini Cristiane  +  Cattolicesimo + Rivisitando i Vangeli + Come nacque la bibbia False traduzioni dei vangeli 

Mauro Biglino: “La Bibbia non è un libro sacro”

Tradizioni indù nella Bibbia ? E nell’antico Messico ?
Quando ero un ragazzo, i miei genitori si fecero membri d’una setta fondamentalista cristiana chiamata “i Nazareni”.
Io avevo dodici anni e non ero particolarmente fedele, ma mi piaceva una canzoncina dei bambini della setta: “Gesù mi ama, lo so, perché la Bibbia me lo dice !” Avessi saputo ciò che so ora, avrei cantato: “La Bibbia proviene dall’India, lo so, perché i Veda e i Puana me lo dicono !”
Il racconto che segue, preso dalla Matsya Purana (Cronaca del Pesce, testo indù), descrive alcuni dei sopravvissuti ad un grande Diluvio, che partirono dall’India verso altre parti del mondo.
– Satyavarman, sovrano di tutta la terra, aveva tre figli: il primo si chiamava Shem; il secondo Sham; il terzo, Jyapeti.
Erano tutti uomini di buoni costumi, virtuosi, capaci nell’uso delle armi; uomini coraggiosi, vittoriosi in battaglia.
Satyavarman preferiva dedicare la propria vita alla meditazione devota e, vedendo che i suoi figli combattevano per il potere, lasciò loro tutte le preoccupazioni del governo.
Benché egli stesse sempre ad onorare e pregare gli dei, insieme ai sacerdoti, un giorno

il re si ubriacò e perse i sensi, e rimase nudo mentre dormiva. Così fu visto da Sham, che chiamò gli altri due fratelli, scoppiò a ridere e disse loro: “Che cosa è successo? In che condizioni si trova il nostro signore?”
Ma gli altri due lo coprirono con gli abiti e cercarono ripetutamente di rianimarlo. Recuperato l’intelletto, il re capì quanto era accaduto e maledisse Sham, dicendogli: “Tu sarai il servo dei servi”. E poiché hai riso in loro presenza, prenderai il nome proprio dalla tua risata.
Poi diede a Shem l’ampio dominio sulle terre a sud delle montagne nevose. E a Jyapeti diede tutte le terre a nord delle montagne nevose.
Poi, per il potere della contemplazione religiosa, raggiunse la beatitudine. –
Se avete letto la Bibbia, potrete indovinare chi fossero Satyavarman, Shem, Sham, e Jyapeti ?
Non erano altri che i nostri Noé, Sem, Cam e Japhet ?
L’Antico Testamento dice che Satyavarman (Noé) si ubriacò col vino delle sue vigne in quella che oggi si chiama Armenia, presso il Monte Ararat. Ma sono sicurissimo che i miei lettori indù sappiano dove veramente è nata questa storia.
In sanscrito, Satya-Varman significa “Protettore della Verità, Protettore della Giustizia”. Varman talvolta si aggiunge ai nomi Kshatriyas (una casta ereditaria di dirigenti indù). Shem/Sem significa “un’assemblea”. Secondo l’interpretazione dei razzisti bianchi, Cam divenne nero per punizione della mancanza di rispetto verso suo padre.
I Fondamentalisti cristiani insistono sul fatto che Sham fosse l’antenato degli Africani. Fu tale superstizione ad aiutare il perpetuarsi della schiavitù nel nostro Sud, prima della Guerra Civile. Jyapeti divenne il “Dio del Sole”, ossia, per i Cristiani, gli Ebrei, gli Assiri, i Greci ed i Romani, Zeus, Giove, Jahve o Jehovah. Per gli Indù, egli è Dyaus Pitar, prima manifestazione nota al genere umano del Dio Shiva. Satyavarman disse a Sham che avrebbe preso il nome dalla sua risata.
Due delle tribù discendenti di Sham erano gli Ha-Ha e gli Ho-Ho. Esse in seguito emigrarono verso altre parti del mondo.
Gli Ha-Ha(am)/Ham, che significa “il popolo Ha”, furono tra i fondatori dell’Egitto. Altri discendenti di Sham, gli Hohokam, s’installarono del Sud–ovest americano. Cam o Kam deriva dal sanscrito Gana, che significa “Tribù”. Hohokam = “la tribù Ho-Ho”. Si osservi che entrambi i gruppi vivevano nel deserto. Un’altra tribù che anticamente viveva nel Sud–ovest americano erano gli Anasazi, conosciuti nell’antica India come Anaza-zi (il Dio vivente e indistrutttibile, Shiva).
La leggenda ebrea dell’Arca di Noé appare come un intreccio di tre miti indù del diluvio: Satyavarman, Vaivasvata e Nahusha. Il Mahabharata racconta:
- La progenie di Adamis e Hevas (Adamo ed Eva) divenne ben presto così litigiosa, da non riuscire più a convivere in pace. Allora Brahma decise di punire le sue creature. Vishnu ordinò a Vaivasvata di costruire una nave che contenesse lui e la sua famiglia.
Quando la nave fu pronta, e Vaivasvata vi entrò con la famiglia e con i semi d’ogni pianta ed una coppia d’ogni specie d’animali, giunse una gran pioggia e i fiumi cominciarono a gonfiarsi. –
Non solo i nomi dei principali interpreti della storia di Noé sono simili a quelli della famiglia di Satyavarman, ma, come nel racconto di Vaivasvata che gli autori dell’Antico Testamento copiarono dal Mahabharata, le piogge caddero per quaranta giorni e quaranta notti.
Nella storia di Vaivasvata, il nome di Sem è Manu; Cam o Sham è Nabhanedistha; Japhet è Yayati o Dyaus-Pitar (Giove o l’ebreo Jehovah).
Il terzo “Noé” era una divinità chiamata Dyaus-Nahusha. Noi occidentali lo chiamiamo Dioniso o Bacco. Bacco deriva dal sanscrito Bagha, che significa “il Dio Androgino”. Quando un gran diluvio distrusse il mondo, Nahusha lasciò l’India per ricostruire la civiltà umana. Lasciò l’India anche per un’altra ragione, di cui parlerò in seguito. Uno dei luoghi in cui si fermò era una città–stato su un’isoletta, chiamata Sancha Dwipa (isola Sancha), i cui abitanti facevano le case di conchiglie.
Lo storico Indù Paramesh Choudhury ha scritto nel suo libro “The India We Have Lost”, che Sancha Dwipa era un’isola dell’Egitto.

C’è però l’isoletta messicana di Mexcaltitan, nello stato di Nayarit, lungo la costa del Pacifico, dove, prima della conquista spagnola, si facevano le case con le conchiglie. Secondo la mitologia tolteca, Mexcaltitan era il porto d’arrivo nel Messico del dio Quetzalcoatl.
Nella mitologia indù, Nahusha e il Dio Vishnu sono strettamente associati. Vishnu è spesso raffigurato mentre galleggia su una zattera di serpenti, oppure con una conchiglia in mano. Anche il dio messicano Quetzalcoatl era raffigurato mentre galleggiava su una zattera di serpenti, e le conchiglie ornavano i suoi templi. Un disegno mostra Quetzalcoatl che indossa una collana di conchiglie.
Le stranezze e anomalie che troviamo in Messico non si fermano qui.
I Toltechi, popolo più antico degli Aztechi, erano chiamati anche Nahoa e Nahua. Le tribù Nahua si estendevano sino in Sud America, dove le troviamo ancora. Poiché i Toltechi non sapevano pronunciare la “V”, mi chiedo se le parole Nahoa e Nahua non derivino dal sanscrito Nava, che indica una nave o una barca. Anche il nome dei Toltechi potrebbe derivare dal sanscrito e significare “Discendente dal popolo del mondo superiore”: Tal-Toka. La patria originaria di Quetzalcoatl era Tlapallan, un nome che può derivare dal sanscrito Tala-Pala (La terra del mondo superiore di Pala), ed è un altro nome dello stato indiano Bihar. Anche le storie delle vite di Dyaus-Nahusha e Quetzalcoatl sono simili. Dyaus-Nahusha fu bandito dall’India per essersi ubriacato ed aver violentato la moglie del leggendario filosofo indù Agastya. Quetzalcoatl fu bandito per essersi ubriacato ed aver violentato la propria figlia. Potrei addurre altre prove che Nahusha e Quetzalcoatl erano lo stesso individuo.
È facile provare che l’India in antico colonizzò il Messico. È difficile invece esserci fatti un lavaggio del cervello tale, da accecarci su tale evidenza !
Più di vent’anni fa, quando cominciai le mie ricerche su questi temi, alcuni Cristiani Fondamentalisti mi affrontarono: “Che cosa potresti guadagnarci a provare che tutte le religioni e le culture del mondo abbiano copiato le proprie tradizioni dagli Indù?”
Io risposi: “Bene, voi dite sempre che bisognerebbe andare in India per salvare le povere anime degli Indù. OK, avete vinto. Io lo sto facendo !”
Fonte: www.mondovista.com/noah.story.html

Mauro Biglino - Conferenza a Torri di Quartesolo (VI) - 11 Maggio 2014

Indagine critica sulle radici storiche del Vecchio Testamento: "Dio non avrebbe mai scritto un libro come questo"
Sommario:
1 - UN FARAONE PARTICOLARE.
Una ventina d'anni fa, mentre rovistavo nella vecchia libreria di mio padre, fra scaffali nei quali facevano bella mostra di sé le eleganti costole rilegate in tela di volumi degli anni trenta e quaranta, mi capitò fra le mani un testo di Sigmund Freud: "Mosè e il monoteismo".
Rimasi stupito del fatto che Freud si fosse occupato di quell'argomento; ero abituato a titoli come "Psicopatologia della vita quotidiana", o "L'interpretazione dei sogni", e pensavo che il padre della psicanalisi non si fosse mai interessato di questioni storiche o religiose. Iniziai a leggerlo e, devo confessare, fu un impatto travolgente; rimasi talmente affascinato da ciò che scoprii che mi domandai com'era possibile che certi significativi incontri dipendessero da circostanze così casuali. E se non ci fosse stato questo libro nella casa dei miei genitori? L'avrei mai letto?

Sigmund Freud era ebreo di nascita. Egli apparteneva ad una stirpe che, in seguito alla plurisecolare persecuzione subita da parte dei cristiani, ha sviluppato per reazione un fortissimo senso della propria identità e trasmette ai propri figli un orgoglio fiero, composto ma deciso, capace di lunga rassegnazione, ma anche di uno spirito di autodifesa e di combattimento com'è difficile trovarne in altre realtà etnico-religiose.
La prima parte del libro faceva spesso riferimento ad un faraone egiziano della XVIII dinastia, Amenofi IV. Costui fu il protagonista di una eccezionale riforma politico-religiosa del sistema egiziano. L'occidente cristiano non ha la benché minima idea di quanto sia debitore, nelle caratteristiche della propria identità culturale, al faraone Akhenaton e ai contenuti della sua riforma.
Sarà bene procedere con calma e ordine, cominciando da una brevissima premessa sulla situazione dell'Egitto nel periodo che precedette l'ascesa al potere di questo singolare faraone.

Sotto il regno di Amenofi III (negli anni dal 1405 al 1377 a.C.), quando Tebe era la città reale, una fortissima casta sacerdotale, custode e amministratrice del culto del dio Ammon, aveva sviluppato, in connubio con l'aristocrazia del paese, un grande potere, ed era entrata in una posizione conflittuale con l'egemonia della corte faraonica. Per questo motivo, ma anche per una propensione caratteriale e ideologica, allorché succedette ad Amenofi III il figlio che costui aveva avuto dalla regina Tiye, Amenofi IV (intorno all'anno 1377 a.C.), l'Egitto fu protagonista del suo più grande sconvolgimento, quale nemmeno le precedenti invasioni degli Hyksos avevano potuto produrre.

In breve tempo, a partire dalla sua nomina al trono, il nuovo faraone rivoluzionò la religione di stato, spodestò la classe sacerdotale, sostituì il molteplice panteon egizio con una curiosa fede monoteistica. Si trattava forse del primissimo esempio nella storia di monoteismo di stato, incentrato sul culto del disco solare, che era chiamato Aton. Anche la capitale fu spostata ad Akhet-aton, più a nord rispetto a Tebe, e il sovrano mutò il proprio nome da Amenofi ad Akhenaton, o Ekhnaton (amato da Aton).

Nell'insegnamento di Akhenaton possiamo notare la insistente ricorrenza del termine "maet" (verità), ed egli stesso si definiva "vivente nella verità", al punto da sovvertire la tradizione che, nelle opere d'arte, era solita presentare il sovrano in una forma stereotipata, coerente col formalismo celebrativo, e si faceva ritrarre in scene di vita familiare, mentre insieme alla moglie Nefertiti e alle figlie passeggiava e faceva offerte al dio sole.

Fu, probabilmente, un faraone dal volto umano; sappiamo che perseguì una politica pacifista, riducendo le spese militari e rinunciando alla difesa ad oltranza dei territori fuori dall'Egitto. Possiamo ragionevolmente ipotizzare che ciò comportasse una diminuzione del prelievo fiscale; possiamo anche avanzare l'idea che il popolo percepisse, nella figura del suo bizzarro faraone, qualcosa di meno lontano da sé di quanto non fossero stati i precedenti sovrani e sacerdoti.
Ma queste, ci tengo a chiarirlo, sono speculazioni arbitrarie, senza un fondamento nelle prove storiche.

E' abbastanza immediato pensare che un sistema del genere difficilmente avrebbe potuto funzionare a lungo. Infatti gli hittiti premevano ai confini orientali del regno e sfruttarono la circostanza per espandere il loro dominio a spese dell'Egitto. Molti fra i sacerdoti spodestati e gli aristocratici intuirono i pericoli della circostanza e tramarono per preparare una restaurazione del precedente regime e riconquistare i privilegi perduti. Allorché Akhenaton morì (intorno al 1362 a.C.), la moglie Nefertiti si adoperò per far salire al trono il giovanissimo genero Tut-ankh-aton, ma, alla morte della stessa Nefertiti, sacerdoti ed aristocratici approfittarono della situazione instabile e dell'inesperienza del nuovo faraone, per iniziare una rapida controriforma e per rimettere in piedi gli antichi poteri e la religione tradizionale dell'Egitto.
La città di Akhet-aton fu abbandonata e la capitale fu ristabilita a Tebe. Anche il nome del faraone fu opportunamente corretto in Tut-ankh-amon, coerentemente col culto restaurato del dio Ammon. Tutti conosciamo il famoso faraone, è l'unico di cui è stata scoperta la tomba intera, inclusa la mummia, e questo ritrovamento è stato l'evento più spettacolare dell'archeologia egiziana.

E' ovvio che, con l'avvento della restaurazione, una parte della società egiziana, che si era sviluppata alla corte di Akhenaton, visse un pesante tracollo. Possiamo facilmente immaginare in quale difficile situazione si siano trovati i suoi ex funzionari e sacerdoti, improvvisamente esautorati e, probabilmente, perseguitati.

Ora, come spesso succede in questi casi, se sono i grandi poteri a stabilire certe tappe importanti del cammino storico, sono alcuni poteri meno appariscenti (oserei dire occulti) a dirigere il cammino definitivo della storia, anche se a lunga scadenza.
Infatti è assolutamente certo che l'esperienza del regno di Akhenaton aveva lasciato una traccia profonda, non solo negli interessi politici e nei rancori di quanti erano stati colpiti dalla controriforma, ma anche, e forse soprattutto, nell'inconscio collettivo, grazie all'idea di una teologia monoteistica, che sostituiva le figure fantasiose delle numerose divinità col concetto affascinante di un principio creatore unico ed universale, irrimediabilmente superiore a quello delle immagini dall'aspetto antropomorfico o animale, simboleggiato dal disco solare; in cui chiunque riconosce istintivamente la paternità di ogni manifestazione della vita terrestre.

Sebbene non ci siano elementi per riportare alla luce, dall'oblio in cui sono stati definitivamente sepolti, i movimenti e le trame di coloro che, per interesse o per adesione ideologica, simpatizzavano con le concezioni dell'ormai sconfitto sistema politico-religioso di Akhenaton, possiamo essere certi che questo desiderio di ritorno alle novità di cui l'Egitto aveva avuto un assaggio, non ha mai più abbandonato almeno una parte della società di questo paese, e ha giocato un ruolo non indifferente nella dinamica delle conflittualità interne.

2 - GLI EBREI IN EGITTO.
A questo punto, nel nostro discorso, possiamo innestare la realtà dei popoli semitici che erano penetrati in Egitto, pur non essendo egiziani, in una condizione che troppo spesso è semplicisticamente rappresentata dal termine "schiavitù".

Già in precedenza i rozzi nomadi semiti avevano preso di mira, con le loro migrazioni di massa, altre grandi civiltà sedentarie, attratte dallo straordinario sviluppo tecnologico di cui queste erano depositarie, e della loro imponente organizzazione urbanistica e sociale. Mi riferisco ai sumeri, che furono letteralmente schiacciati da questa corrente migratoria. I semiti in questione erano gli accadi.
Un grande condottiero di questi uomini (siamo intorno all'anno 2450 a.C.), protagonista di una clamorosa vittoria sui sumeri, fu Sargon. Di lui la leggenda accadica narra che era stato abbandonato dalla madre nelle acque del fiume, in un canestro di giunchi, per poi essere raccolto da un acquaiolo, su indicazione della dea Ishtar, che lo aiutò a diventare un re potente. E' una storia che già conosciamo, anche se con altri protagonisti.

Adesso, nell'Egitto degli ultimi faraoni della XVIII dinastia, e dei primi della XIX, succedeva qualcosa di somigliante a ciò che era successo nel paese dei sumeri mille anni prima; e che succede ancora oggi nei paesi opulenti dell'occidente cristiano.
Le popolazioni circostanti, etnicamente diverse, socialmente e culturalmente meno evolute, economicamente più povere (potremmo considerarli gli extracomunitari dell'epoca), entravano in Egitto e qui si stabilivano in cerca di fortuna. Gli stessi Egiziani tolleravano la loro presenza perché, nonostante gli evidenti svantaggi del fenomeno immigratorio, questa gente offriva forza lavoro a basso costo, e poteva svolgere gli innumerevoli compiti che i contadini egizi non avrebbero potuto né voluto svolgere.
La Bibbia li rappresenta come un popolo che aveva già maturato una sua identità nazionale, chiamandoli ebrei. Ma questa è pura leggenda. Infatti le popolazioni che si erano introdotte in Egitto per lavorare erano molte e diverse, così come oggi, da noi, sono diversi i marocchini dai senegalesi, gli albanesi dagli slavi...

E' probabile che, ad un certo punto, questa parte della varia umanità che componeva il tessuto sociale egiziano, abbia acquistato un certo peso e una certa coscienza di sé, maturando il bisogno di acquistare anche un senso della propria identità che, ovviamente, fino a quel momento non esisteva perché si trattava di un gruppo eterogeneo per lingua, razza e culti religiosi, in cui, probabilmente, prevaleva una componente semitica.

L'opinione di Freud, che egli illustra con grande chiarezza nel libro che abbiamo citato in precedenza, è quella che le conflittualità interne alla società egiziana e, in particolare, le opposizioni nei confronti della classe dominante, costituita dai faraoni della XIX dinastia e dalla classe sacerdotale fedele al culto restaurato del dio Ammon, abbiano potuto concentrarsi intorno alla nostalgia per la perduta riforma voluta da Akhenaton.

E' probabile che il monoteismo incentrato sulla figura divina del sole offrisse l'idea di un concetto universalistico che si prestava alle istanze di quanti, in seno alla società egiziana, erano collocati in una posizione fortemente emarginata e subordinata.
Ed è anche probabile che gli ex funzionari e sacerdoti di Akhenaton, o i loro discendenti, abbiano trovato nelle popolazioni semitiche, che vivevano in Egitto in una condizione di pesante asservimento, una comunità disposta ad ascoltarli, interessata a seguirli, a dare loro peso e importanza. Si sarebbe così determinata una simbiosi fra la parte dissidente della società egiziana, costituita da quanti avevano subito il tracollo del sistema di Akhenaton, e le popolazioni immigrate, le quali, fino a quel momento, non erano state capaci di darsi né una identità né una forza come gruppo.

Freud si è spinto fino ad avanzare l'idea che l'uomo che noi conosciamo come Mosè fosse stato un ex funzionario di Akhenaton, anche se ciò dà adito a qualche obiezione. Una di queste, per esempio, riguarda i tempi; infatti una delle probabili datazioni dell'uscita delle popolazioni semitiche dall'Egitto è intorno al 1250 a.C., durante il regno del faraone Ramsete II. Sono passati cento anni dalla restaurazione del culto di Ammon e Mosè non potrebbe essere stato un protagonista in prima persona dell'esperienza del sistema di Akhenaton. Anche se, in realtà, la datazione dell'esodo è quanto di più incerto ci sia e non è possibile porre questa obiezione come decisiva. Personalmente non credo affatto che determinare una datazione certa per il cosiddetto esodo sia molto importante, ai fini del nostro discorso; infatti non è così fondamentale che Mosè sia stato, oppure no, un funzionario del faraone Akhenaton.
A noi importa soprattutto introdurre un'idea: quella che gli egiziani accomunati da un interesse nostalgico per il sistema di Akhenaton e per la sua concezione monoteistica, da un lato, e la componente emarginata della società egiziana che aveva avuto origine nei trascorsi flussi immigratori, dall'altro lato, avessero trovato un'intesa che li poneva in serio conflitto con le classi dominanti e che li aiutava a maturare una identità di gruppo.

Ora, gli interpreti di questo più che verosimile processo possono essere stati sia gli ex protagonisti del sistema di Akhenaton, in un'epoca immediatamente successiva alla restaurazione (fra il 1350 e il 1300 a.C.), sia i loro discendenti (fra il 1300 e il 1200 a.C.), ovverosia all'epoca in cui siamo soliti ambientare l'esodo biblico.

3 - MOSE' EGIZIANO ?
C'è un aspetto estremamente importante che Freud sottolinea con argomentazioni puntuali e, direi, piuttosto ineccepibili. Si tratta del fatto che Mosé sarebbe stato un egiziano e non, come si crede comunemente, un ebreo.
Una delle basi di questa opinione risiede nel nome stesso: "...E' importante notare che il suo nome (il nome di questo capo), Mosè, è egiziano. Esso è semplicemente la parola egiziana "mose" che significa "fanciullo", ed è la contrazione di forme nominali più complesse, quali ad esempio "Amon-mose", che significa "Amon un fanciullo", o "Ptah-mose", che significa "Ptah un fanciullo", i quali nomi sono a loro volta abbreviazioni della forma piena "Amon ha donato un fanciullo", o "Ptah ha donato un fanciullo". L'abbreviazione "fanciullo" presto divenne una forma rapida più conveniente dell'ingombrante nome completo, ed il nome Mose, "fanciullo", non è infrequente sui monumenti egizi. Il padre di Mosé senza dubbio prefisse al nome del figlio quello di un dio egizio, quale Amon o Ptah, e questo nome divino si perdette gradualmente nell'uso corrente, finché il fanciullo venne chiamato "Mose"" [Citazione da History of Egypt, di J.H.Breasted, in Freud, Mosè e il monoteismo, Pepe Diaz, Milano, 1952].

"...nella lingua [egiziana] "Mosè" equivaleva a "bambino", "figlio", "discendente", sia in senso letterale che metaforico..." [J.Lehmann, Mosè l'egiziano, Garzanti, Milano, 1987].

E ancora: "...non ci resta perciò che il nome, il quale, malgrado la spiegazione giudaica "tratto dalle acque", riallaccia Mosè ai nomi egiziani Tutmosi o Ramesse (Rah-mose)" [F.Castel, Storia d'Israele e di Giuda, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo (Mi), 1987].

C'è poi un'altra importante considerazione da fare. Il Mosè biblico ha un abito del tutto leggendario, a sostegno dell'idea che la sua identità sia il frutto di una operazione artificiale finalizzata a rappresentarlo come il padre nazionale degli ebrei. Infatti il racconto della sua nascita, coerentemente con le leggende semitiche, è la copia esatta del racconto che riguarda la nascita del grande Sargon di Accad, che fu abbandonato nelle acque e poi salvato per diventare, infine, un grande re. Evidentemente, allorché fu redatta la storia del popolo che era sfuggito dall'Egitto, si voleva che il suo condottiero possedesse i requisiti che lo rendevano meritevole, a pieno titolo, di quella dignità. Il racconto non fu scritto da storici, animati da uno spirito scientifico di cronaca, ma da apologeti, che dovevano contribuire alla creazione di una coscienza nazional-religiosa.

Ora, esistono altri elementi di sostegno alla tesi del Mosé egiziano, seguace della teologia di Akhenaton: uno è il nome che gli ebrei utilizzano spesso per riferirsi al loro dio, al posto del termine tabù (indicato comunemente dal tetragramma YHWH) che nessuno poteva pronunciare ad alta voce. Si tratta della parola Adonai (significa Dei), che ha la stessa radice (Adon) del dio solare di Amenofi IV (Aton). I glottologi sanno bene che le lettere t e d sono del tutto intercambiabili nelle radici etimologiche, pertanto Adon e Aton sono esattamente lo stesso nome. Si osservi quanto afferma ancora Sigmund Freud: "Il credo ebraico, come è noto, recita: "Schema Jisroel Adonai Elohenu Adonai Echod". Se la somiglianza del nome dell'egizio Aton alla parola ebraica Adonai e al nome divino siriaco Adonis non è casuale, ma proviene da una vetusta unità di linguaggio e significato, così si potrebbe tradurre la formula ebraica: "Odi Israele il nostro Dio Aton (Adonai) è l'unico Dio"" [Sigmund Freud, Mosè e il Monoteismo, Milano, 1952].
(NdR: La parola Adonai, n
elle varie edizioni delle Bibbie, viene tradotto impropriamente con "Signore" e, nell'astronomia, rappresenta il Sole; la parola Adonai e' in realta' un pronome al plurale, significa quindi Dei, non Dio (singolare), come la parola Aelohim, quello singolare e' Adon, dalla quale deriva il "Don" = signore anche in italiano).

L'altro elemento è l'aspetto della famosa "arca dell'alleanza" , che, nel racconto biblico (Es 25, 10-22), Dio aveva ordinato a Mosé di edificare e che, in seguito, sarebbe stata conservata nel tempio di Salomone fino all'invasione assira. Essa riproduce la "barca degli dei" dei templi egizi, anch'essa coi cherubini ad ali spiegate.

Ma c'è un altro elemento, senza dubbio quello di maggior peso: Mosé è comunemente considerato il padre del monoteismo, ma dobbiamo ammettere che la sua idea ha un precedente molto vicino nello spazio e nel tempo, e molto analogo, nella teologia di Akhenaton, pertanto ci rimane difficile credere che la sintesi monoteistica di Mosé non abbia alcun debito nei confronti della rivoluzione religiosa del faraone Amenofi IV.

Riassumendo:
1 - Mosé predica in Egitto, come Akhenaton 50 o 100 anni prima, una teologia monoteistica;

2 - Mosé ha un nome egiziano;

3 - Mosé ha, nel racconto biblico, una nascita assolutamente leggendaria;

4 - Un nome del dio ebraico (Adonai), ha la stessa radice del dio solare (Aton) di Amenofi IV;

5 - L'arca dell'alleanza degli ebrei è quasi identica alla "barca degli dei" dei templi egizi.

 4 - UN POPOLO ETEROGENEO.
Ci troviamo davanti ad importanti constatazioni: le genti che uscirono dall'Egitto, attraverso quel processo che la Bibbia rappresenta nel libro dell'Esodo, erano costituite, per una componente, da una parte della società egiziana, quella dissidente, erede della riforma politico-religiosa di Akhenaton, fedele alla teologia monoteistica, e, per l'altra componente, da un insieme variegato di tribù, in prevalenza semitiche, che avevano trascorso in Egitto molti decenni, trovando interessi da condividere. Si trattava comunque di genti che parlavano lingue o dialetti diversi, con tradizioni religiose diverse, legate agli dei tribali. Non si trattava affatto di un popolo omogeneo, che potesse riconoscersi sotto il nome di ebrei. Ed è per questo che il racconto biblico ci testimonia la grande difficoltà di tenere unito questo insieme di persone ma, soprattutto, la difficoltà di Mosé a mantenere una egemonia su queste genti.
Si ricordi a questo proposito il ritorno di Mosé dal monte Sinai, col popolo che, in sua assenza, aveva iniziato ad adorare il vitello d'oro, restaurando, chi lo sa, qualche culto tribale.

E' molto verosimile che la componente egizia di questo insieme di genti, ovverosia gli eredi del sacerdozio di Aton, fossero quelli che la tradizione ebraica chiama "Leviti" e che Mosé ne fosse il capo.

Volendo mantenere un atteggiamento storicamente onesto, noi dobbiamo dissociarci dall'immagine biblica e riconoscere che, all'epoca dell'esodo, non esistevano affatto, o ancora, gli ebrei, intesi come un popolo che potesse essere considerata tale a tutti gli effetti, ovverosia con una sua omogeneità etnica, linguistica, culturale e religiosa, e con una storia comune oltre al fatto di avere condiviso uno stato di emarginazione e di subordinazione in Egitto. Quello che la Bibbia ci rappresenta come il momento in cui gli ebrei realizzarono il loro riscatto dalla schiavitù egiziana è, in realtà, il primo momento in cui gli ebrei iniziano ad inventarsi come popolo. Mosé fu il loro punto di riferimento, come Maometto, 1800 anni più tardi, fu il punto di riferimento per la nascita di una nazione araba. Allora possiamo quasi affermare che la Bibbia non fu un prodotto degli ebrei ma, al contrario, furono gli ebrei un prodotto della Bibbia, nel senso che i principi teologici della Bibbia furono concepiti col fine primario di offrire una base adatta a creare e consolidare l'identità etnico-religiosa di quell'insieme di tribù che si era voluto far diventare popolo.

 5 - DAVID, L'UNTO DI YHWH.
I fuoriusciti dall'Egitto, governati da una casta egiziana e da un capo che aveva riciclato il monoteismo di Akhenaton, ebbero vita difficile e peregrinarono in cerca di una casa finché non giunsero nei pressi di quella striscia di territorio che sta tra il fiume Giordano e il mar mediterraneo. In quel contesto di deserti infuocati (Sinai, Negev, penisola arabica...), dove in estate il sole, picchiando sulle rocce e sulle sabbie nude, produce comunemente temperature di 50 e persino 60 gradi che arrostiscono ogni creatura vivente, le colline della palestina, che sfiorano i mille metri d'altitudine, arrestano il vento che viene dal mare e facilitano le piogge, creano un ambiente assolutamente idilliaco. Clima temperato, boschi verdeggianti, erba adatta al pascolo, stambecchi che scorrazzano, sorgenti di acqua fresca e terra fertile.
Chi non avrebbe pensato che quella sorta di oasi incredibile era un giardino preparato apposta dal creatore come dote per un popolo che godeva di una sua particolare simpatia ? Ma, ahimè, altre genti occupavano questo suolo. Tribù che non erano molto intenzionate ad accettare l'intromissione di questa nuova banda di nomadi.

Certamente i fuoriusciti dall'Egitto ebbero da affrontare prove molto dure, come del resto è chiaramente testimoniato dal racconto biblico relativo al tutto il lungo periodo che separa Mosé da David (due o tre secoli). Un periodo di lotte interne e di conflitti esterni in cui queste genti, oltre a combattere con gli indigeni che trovavano sul loro cammino, dovevano anche combattere contro quella crisi di identità che non poteva non affliggere coloro che tentavano di comportarsi come popolo, pur essendo un miscuglio molto bastardo.
Ed è per questo che la società di Israele ha sempre conservato nella sua struttura una molteplicità che, nei fatti, si è espressa nella suddivisione in dodici tribù.

Ovviamente, le vicende e i disagi che questo insieme di genti ha dovuto vivere nei due o tre secoli successivi all'uscita dall'Egitto, ha influito profondamente sulla maturazione della loro concezione religiosa. Infatti, sebbene l'eredità teologica della concezione monoteistica di Akhenaton fosse il concetto di un creatore unico per tutto l'universo e per tutti gli esseri, fu impossibile evitare che queste tribù, impegnate in una dura lotta per la sopravvivenza, non sviluppassero un'immagine del dio come "proprio" dio, un dio che amava intervenire a favore del suo popolo prediletto, un dio che determinava gli esiti delle battaglie e veniva definito per questo "dio degli eserciti".

Questa, filosoficamente parlando, è senz'altro una involuzione del monoteismo pacifista di Akhenaton, che sembrava accarezzare l'idea incredibilmente moderna di una religione universale, legata all'immagine di dio non come signore tribale, ma come signore della natura, depositario di quella potenza che elargisce e governa la vita di tutte le creature. Ma è anche vero che Akhenaton, in giovane età, come principe ereditario, si è trovato senza fatica sul trono di una antica e splendida civiltà. Per lui è stato facile immaginare una religione universale e pacifica, e non possiamo dimenticare che la sua politica idealista, in fin dei conti, è stata abbastanza rovinosa per l'Egitto.

Il dio unico di Israele non è più quel sole equanime che splende per tutti, i cui raggi scendono sulla terra come mani amorose che accarezzano tutte le creature. Il dio di Israele diventa molto partigiano, intende sterminare coloro che non vogliono essere suoi fedeli, incarica un popolo prediletto di farsi esecutore impietoso di questo piano finalizzato al risanamento spirituale dell'umanità.
Questa è ovviamente la proiezione narcisistica eseguita da un gruppo umano che, a differenza di Akhenaton, non ha ereditato lo splendore di un antico e ricco paese, bensì non ha ancora una terra, non ha una storia comune, non ha altro che povertà, nemici ostili e crisi di identità collettiva.

Che altro può fare, un gruppo umano come questo, se non inventarsi un orgoglio nazional-religioso, anzi, una missione spirituale, un patto privilegiato col creatore, colmare il proprio immaginario collettivo con l'idea di essere, fra tutti i popoli, il favorito del creatore e di legittimare il proprio interesse promuovendolo al rango di una causa di giustizia universale ? Non solo è una idea necessaria, ma si tratta di una idea geniale, assolutamente vincente e, sebbene il presunto favore di dio sia solo una invenzione narcisistica, chi, in Israele, avrebbe osato metterlo in dubbio ? Ed è così che l'idea di un monoteismo di stato, presa in prestito da Akhenaton, che non si era rivelata utile per il vecchio Egitto, si rivelò utile per il giovane Israele; adattando però una parte della sua filosofia alle necessità di questo popolo nascente e assumendo tinte di spiccato nazionalismo.

 6 - IL REGNO DI DIO.
Uno dei momenti più gloriosi della sua storia Israele l'ha vissuto quando, a seguito di brillanti vittorie contro i popoli indigeni della Palestina, si è trasformato in un regno, prima sotto Shaul, capo della tribù di Beniamino, e subito dopo sotto David, un umile pastorello della tribù di Giuda, che era andato in sposa alla figlia di Shaul.

Shaul era riuscito a riunire sotto lo stesso regno solo tre tribù e non aveva stabilito una capitale, mentre David, un individuo affascinante, abile, spregiudicato, anzi, decisamente cinico, seppe riunire tutte e dodici le tribù sotto un grande regno.
E poiché si trattava del regno di un popolo che aveva ormai maturato la convinzione di essere depositario di una missione affidatagli direttamente da dio, o meglio, che era cresciuto e aveva vinto proprio perché aveva trovato la sua identità e la sua forza inventandosi tale convinzione, quel regno non poteva essere altro che il "regno di dio". E il suo compito era quello di splendere davanti a tutti i popoli della terra come luce di verità.

David fu l'unto del signore, messia (mashiah in ebraico, che si traduce christos in greco e cristo in italiano). Le sue umili origini devono in qualche modo essere promosse e la Bibbia ci racconta del profeta Samuele che va a Betlemme (città natale di Davide) e, ispirato da dio, lo riconosce come colui che regnerà su Israele e lo cosparge con l'olio dell'unzione.

David esprime un disegno ambizioso: dare una capitale grandiosa al regno di dio e erigervi un tempio monumentale, che potesse competere con la memoria degli splendori egiziani, sumeri, babilonesi... E' sua la scelta felice di Gerusalemme come capitale, sopra uno dei colli più fortunati della Palestina, fra i boschi, a ottocento metri di altitudine, dove i nemici non possono sorprendere con attacchi imprevedibili, dove zampillano sorgenti rigogliose e dove il clima estivo è quello, delizioso, di una località di vacanze di mezza montagna.

Ma David dovette anche affrontare un problema che non era per niente risolto e che dimostra, in modo inequivocabile, quanto eterogeneo fosse questo popolo e come fosse difficile tenerlo unito. David dovette superare gravi difficoltà interne, fra cui una ribellione voluta da uno dei suoi figli, Assalonne, che egli non esitò a far uccidere.

E così David non riuscì a edificare il tempio, sarà uno dei suoi figli, Salomone, che egli ebbe da Betsabea, a realizzare questa ambizione, ma i costi di tale impresa furono talmente elevati, in termini umani e fiscali, da far precipitare il problema della coesione interna, che non poteva non essere sempre minaccioso in un popolo che si era inventato tale, appiccicando insieme tribù diverse e dalle origini più varie.

E così il sedicente "regno di dio" si sfasciò troppo presto sotto il proprio peso e si trasformò in due regni: quello di Israele, nelle regioni della attuale Samaria (Palestina centro settentrionale), e quello di Giuda, nelle regioni a ovest del Mar morto (Palestina centro meridionale). Il regno di dio durò meno di un secolo, né mai più trovò il suo antico splendore. Furono uomini come quello che Pilato fece crocifiggere alla vigilia di una festività pasquale che, mille anni dopo David, tentarono di replicarne l'impresa, ma fallirono e finirono puntualmente i loro giorni con le mani e coi piedi inchiodati.

 7 - UN LIBRO SACRO CHE RACCONTI LA NOSTRA GLORIOSA STORIA.
L'ideale monoteista, in associazione con la convinzione di essere toccati da una scelta di dio, e quindi di essere gli affidatari di una missione spirituale e i destinatari di una terra promessa, è l'ideologia che ha consentito agli ebrei di inventarsi come popolo, di svilupparsi, di risolvere i suoi problemi di sopravvivenza, di mantenere una difficile coesione, per quanto traballante essa sia stata.
Ed è per questo che gli ebrei, ad un certo punto della loro storia, fra le tante altre cose geniali che hanno fatto, hanno deciso di darsi come punto di riferimento delle scritture.

Naturalmente una buona parte dei contenuti che tali scritture avrebbero dovuto esprimere era già preesistente alla loro stesura in forma grafica e, come è normale nei popoli antichi, la loro conservazione e trasmissione era stata affidata ad una tradizione orale di cui i saggi erano i depositari. Ma una scrittura da leggere in pubblico, le cui frasi fossero da imparare a memoria e da ripetere innumerevoli volte, intorno alla quale la gente si sarebbe potuta incontrare, avrebbe offerto al popolo qualcosa di assai più concreto e tangibile che non la sapienza custodita da una ristretta elite di iniziati.

Quand'è che questa necessità si presentò con una urgenza irrinunciabile ? La risposta è senz'altro all'epoca della formazione del regno, quando David tolse alla tribù di Beniamino l'egemonia per darla alla tribù di Giuda e scelse, o impose, Gerusalemme come capitale. E' questo il momento in cui gli scribi si sono rimboccati le maniche e hanno redatto i primi libri. Come minimo è questo il momento in cui diventano bianco su nero le storie di Abramo e di Isacco e, forse, molte altre cose.

Ovviamente gli scribi del "regno di dio" appena nato, sono spinti da una serie di esigenze molto precise. La coesione fra le genti del regno è precaria, la scrittura deve eliminare questo vizio congenito di Israele, essa non solo deve raccontar loro che essi sono figli dello stesso dio, ma figli di uno stesso padre umano, e Abramo, figura di cui non sapremo mai se è prodotta dalla fantasia o dalla storia, vince questo ruolo. A lui dio chiede delle prove molto dure, infine lo sceglie per dare origine al popolo a cui sarà affidata la missione.

Nel redigere queste scritture gli scribi compiono una sintesi colossale e fanno man bassa di tutto il materiale che possono raccogliere per rendere la loro opera nobile, grandiosa, venerabile, prestigiosa, autorevole. Oggi la Bibbia ci si presenta come parola di dio perché i suoi redattori furono spinti dalla necessità ideologica di farla apparire tale al giovane popolo di Israele.

Una parte abbondante della mitologia del vicino oriente confluisce in questa sintesi, non solo quella accadica, ovverosia quella dei popoli che condividevano con Israele la radice semitica, ma anche quella sumera, una etnia completamente diversa, con cui gli accadi avevano avuto a che fare a lungo. E così il quadro della genesi si apre con una scena assolutamente sumera, ovverosia con il racconto della trasgressione primordiale compiuta da Adamo e Eva nel giardino dell'Eden. E poi continua con il racconto del diluvio, che è letteralmente sottratto all'epopea sumera di Gilgamesh, poi ripresa dai babilonesi, in cui Noè si chiamava Ziusudra, Uta-napishtim, Atrahasis. Ed anche il racconto della torre di Babele ha come punto di riferimento gli ziggurat mesopotamici, mentre la confusione delle lingue sta senz'altro a rappresentare il disagio dovuto all'imbastardimento della società sumerica in seguito alla consistente infiltrazione accadica.

Un presupposto di grande importanza è la creazione fittizia di una continuità, o meglio, di una linearità. Una delle principali mistificazioni prodotte da questa esigenza è, per esempio, il fatto che gli ebrei avessero questa radice etnica unitaria e fossero un popolo prima ancora delle vicende dell'esodo. Sarebbero stati un popolo già in Egitto, un popolo schiavo e prigioniero da raffigurare con una buona dose di vittimismo ma, a parte il fatto che gli immigrati e gli emarginati della società egiziana non avranno certamente avuto vita facile né molto privilegi da condividere, si tratta di una rappresentazione del tutto falsata. Infatti non si trattava di un popolo omogeneo; né il loro stato poteva definirsi schiavitù secondo quella accezione del termine a cui siamo stati abituati dall'immagine latina, ovverosia dello schiavo inteso come oggetto subumano, che è proprietà privata del suo padrone, su cui quest'ultimo ha pieno diritto di vita e di morte. Abbiamo una subordinazione del tutto diversa, che non rispecchia questo cliché romano.

Al fine di ottenere l'effetto della continuità storica, le scritture abbondano di lunghi elenchi di patriarchi i quali, posti in fila in lunghe paginate, offrono una efficace suggestione didattica. E molti imparano a memoria, e ripetono all'infinito questi elenchi, finché essi realizzano un condizionamento psicologico che infonde nell'immaginario collettivo l'idea di appartenere ad un popolo che ha radici antiche, che ha una messaggio da trasmettere, che ha una eredità da salvaguardare.

Dopo avere costruito la figura chiave del padre della razza, Abramo, è necessario costruire quella del padre della nazione, Mosé. Ed è così che l'egiziano diventa ebreo, gli si innesta artificialmente la mitologia accadica del "salvato dalle acque", lo si fa salire sul monte Sinai per incontrare personalmente il dio dell'universo e prendere da lui le tavole della legge. E, sebbene una componente considerevole della teologia di Mosé abbia una derivazione dal monoteismo di Akhenaton, questa radice è completamente recisa e abbandonata nell'oblio. Esattamente come mille anni dopo, quando dal monoteismo ebraico, attraverso la sintesi sincretistica di San Paolo, si stacca la fede cristiana, che recide il suo cordone ombelicale e rinnega l'ebraismo, pur avendo derivato da quello una mole fondamentale del suo bagaglio teologico e scritturale.

Il leit motiv di questa base dell'identità etnico religiosa di Israele deve essere, senza mezzi termini, la continua regia di dio dietro le quinte del teatro storico.
E così è, attraverso i suoi frequenti interventi. Quando manda le piaghe in Egitto, quando apre le acque del mar rosso, quando fa scendere la manna, quando ferma il sole in pieno cielo durante una battaglia, o guida la mano del pastorello David a colpire il gigante Golia.

I protagonisti umani che svolgono un ruolo fondamentale in questa storia sono quasi sempre ammantati da una cornice miracolosa, le loro nascite sono annunciate, le loro madri partoriscono pur essendo sterili, le loro gesta non sono completamente umane. Il prodigio è la chiave di autentificazione della scrittura, il sigillo di riconoscimento dell'autorità.

Le figure di Abramo e di Mosé si completano con quella di David, il padre politico, il messia, il costruttore del "regno di dio".

Anche in seguito, dopo lo scisma dei due regni che avvenne alla morte di Salomone, e quando il paese iniziò a subire un plurisecolare destino di dominazioni straniere, sotto gli assiri, i babilonesi, i persiani, i greci e i romani, le scritture sono caratterizzate da un fine primario: salvaguardare l'eredità nazionale, continuare a dimostrare che Israele è sempre, malgrado tutto, il popolo di dio, che il suo futuro gli riserva un riscatto. Il profetismo messianico, ovverosia l'attesa di un liberatore che ripeta la figura di David e ricostruisca il "regno di dio", diventa un motivo ricorrente, finché si trasforma in autentica ossessione e porterà, sotto la dominazione romana, ad una crisi fatale. L'imperatore Tito, interprete della esasperazione romana nei confronti di questo popolo, visto come affetto da una patologia teocratica maniacale, farà strage e rovina degli ebrei e della loro capitale, ed essi ricadranno improvvisamente nella condizione in cui si trovavano in Egitto, come emarginati vittime di una diaspora penosa.

E' il momento in cui l'eredità monoteistica di Akhenaton, che aveva subito una prima grande trasformazione con la sintesi biblica, subisce una seconda grande trasformazione con la sintesi cristiana. Occorreranno ancora cinquecento anni perché maturino in medio oriente le condizioni per la terza sintesi: quella coranica.

Adesso non vorrei essere accusato di ambizioni profetiche, perché è solo la ragione, e non la visione mistica, che mi suggerisce quando sarà la prossima tappa del monoteismo: quando il sistema commerciale globalistico avrà mostrato in modo drammatico la stridente contraddizione che esiste fra la promessa del benessere tecnologico e la crescita inarrestabile dei problemi planetari (demografici, economici, politici ed ecologici), facendoci vivere tragedie di dimensioni bibliche che oggi non abbiamo nemmeno il coraggio di immaginare. Allora nascerà una nuova sintesi religiosa e potrebbe addirittura darsi che l'essere supremo sia di nuovo rappresentato come un disco solare, circondato da una corona di raggi che scendono sulla terra e terminano con mani affettuose che carezzano le creature. E' una visione non lontanissima da ciò che accadrà realmente, nel millennio che sta nascendo.
Io, personalmente, sono già pronto. Ma il momento è ancora prematuro.
By David Donnini - Firenze, 15/11/1999  


Vedi anche per altre interpretazioni della Bibbia, questi studi di Mauro Biglino, in questo link
http://www.maurobiglino.it/?page_id=4205

vedi: Esseni ed i vangeli + ESSENI 1 +   ESSENI 2  +  Esseni 3
 + Esseni e Vangeli Ebioniti + Giudeo-Cristiani + GNOSI fra i primi Cristiani + Vangelo  aramaico  + Vangeli + Apocrifi + Falsificazioni della Bibbia + Falsificazioni Storiche + Origini Cristiane + Cattolicesimo + INFORMAZIONE, CAMPO UNIVERSALE e SOSTANZA-Campi MORFOGENETICI

Analisi parallela delle varie traduzioni della Bibbia:
Il versetto che segue, tratto dall'Antico Testamento, è uno dei più interessanti della prima parte della Bibbia, poiché ci fa capire chi era veramente Elyon, la sua vera identità ed il suo vero ruolo.
Genesi 14,19 - Antico Testamento

a) traduzione della Chiesa cattolica (Bibbia che abbiamo in casa)
"Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra"

b) traduzione della San Paolo (Bibbia tradotta alla lettera)
"Benedetto Abram da El Elyon, possedente cieli e terra"

c) traduzione della "cosa":
“Benedetto sia Abramo dall’Iddio Altissimo, che ha fatto* il cielo e la terra"

p.s. nella nota, relativa al verbo "fare", scrivono:
“Che ha fatto”: LXXVg, “che ha creato”; ma nel v. 22 la Vg legge: “Possessore”."

Notiamo alcune cose:
- nella traduzione letterale il termine "Dio"... non c'è.
- nella traduzione letterale il termine "creatore" scompare e c'è il termine "possidente"... cambia molto vero... !
- nella traduzione fatta dalla "cosa" la nota è molto interessante...

Inoltre:
La traduzione fatta dalla Editrice San Paolo, praticamente l'unica traduzione letterale al mondo dell'Antico Testamento, NON presenta il termine "Dio".
Se uno legge la traduzione letterale della San Paolo... il termine "Dio" non lo trova mai...
Come la mettiamo ?
By Marco Scarponi -
https://www.facebook.com/marco.scarponi.90

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Tratto dal libro l'ultimo faraone-Erode Gesù.
Guardate come l'evangelista Luca cerca di allontanare la Maria di G. Flavio che tenta di avvelenare suo marito Erode dalla Maria dei vangeli combinando un bel pasticcio, facendo si che Erode il grande sia ancora in vita nel 6 d.C. quando invece muore ben 10 anni prima.
Al tempo di Erode, re della Giudea, c'era un sacerdote chiamato Zaccaria, della classe di Abìa, e aveva in moglie una discendente di Aronne chiamata Elisabetta.
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra.
Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria, Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. (Vangelo di Luca)
“In quei giorni”, cioè nei giorni in cui Erode il Grande era ancora vivo. Ma come poteva essere ancora in vita, se il censimento di Quirino si tenne nel 6 d.C., dal momento che il re morì nel 4 a.C.? Il motivo per cui Luca cerca di spostare avanti di 10 anni il censimento di Cesare con quello di Archelao lo spieghiamo nel libro, ma quello che mi chiedo è: come mai storici ed esegeti non si sono accorti di questa palese incongruenza ?
https://www.facebook.com/alessandro.deangelis.330?fref=nf


vedi anche: 
GESU' e' esistito ? pare di si !
Cattolicesimo + Cristiani-Cattolici e Trinita' Gesu' l'Illuminato + Gesu' e' morto per noi ? + Gesu' = Budda ?  Gesu' il Nazareno NON di Nazareth Ebraismo e sue origini + Gesu' il Serpente  +  Gesu' NON e' morto di Venerdi di Pasqua +  GESU’ NON e' NATO il 25 DICEMBRE  +  Gesu' la Vera Storia + Chi e', cosa e', dov'e' il diavolo ? + Chi e' e cosa e' dio ? + Gesu' cristo ritorna ?


Considerazione importante:
Ad un attento osservatore indipendente, non é difficile capire che il "male" non é soltanto nei libri detti "sacri", cioe' nella: Bibbia, Talmud, Corano o persino in “Mein Kampf”, ecc., ma e soprattutto nell'uso che il lettore degli stessi potrebbe fare. Se chi li legge ha una mente/personalita', debole, insicura, cioe' bambinesca, magari anche fuorviata da altri “maestri” che però hanno "credi" molto più radicali ed utilitaristici che sfruttano i "credenti" (azione normalmente tipica dei preti, pastori, rabbini, imam, guru, stregoni, ecc.), il risultato sara' sicuramente impostato nella direzione della violenza verso chi non la pensa come loro.
Infatti come disse Giordano Bruno: ..."le religioni sono l'OPPIO dei popoli" !

Comunque sia, Tutte le religioni sono state inventate e propinate ad arte alla ignara popolazione, dei vari prePotenti della Terra, che hanno fino ad oggi dominato, controllato e gestito gli umani, come nel corso delle centinaia di migliaia di anni sul Pianeta Terra, infatti riflettete: "
Se parli con Dio, dicono che stai pregando, ma se dici che Dio parla con te, Ti ricoverano in psichiatria"..