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Istituto di
Ricerche Sociali Economiche e Ambientali
Si va facendo strada gradualmente l’idea che
esistono problemi che non possono essere
affrontati su scala locale e che sono necessari
strumenti di intervento a carattere globale.
La sotto-alimentazione di una parte della
popolazione del pianeta, la diminuzione della biodiversità,
l’eccesso di emissioni dannose nell’atmosfera,
le mutazioni climatiche sono tutti problemi che
non sono alla portata di un singolo stato
nazionale e che hanno conseguenze dirette sulla
vita di ogni realtà locale modificandone
significativamente le scelte e le strategie di
allocazione delle proprie risorse. Siamo, quindi,
davanti ad un dilemma che è veramente di
difficilissima soluzione.
Da un lato problemi globali che hanno bisogno di
strategie di contrasto a carattere globale,
dall’altro strumenti di intervento a carattere
locale contro le conseguenze locali di ciascuno di
questi fenomeni. Una spirale che distrugge risorse
e che non modifica sostanzialmente la situazione.
A fronte di ciò cominciano a farsi strada
istituzioni a carattere mondiale che hanno un
potere di orientamento e di influenza sulla
politica dei governi nazionali, che dettano regole
di ordine generale per promuovere un allineamento
delle scelte locali. Non si tratta però
dell’ONU, o dell’UNESCO, o della FAO, cioè di
organismi politici a cui i diversi governi
nazionali hanno dato una delega precisa, con
modalità di intervento formali, stabilite
consensualmente, ma di organismi tecnici dei quali
fanno parte autorità che si presume debbano
essere indipendenti dal potere politico.
Ci riferiamo alla Banca Mondiale e al Fondo
Monetario Internazionale.
Nel momento in cui questi due organismi decidono
le regole per i prestiti internazionali o per la
politica monetaria dei
singoli Stati, condizionano sensibilmente
decisioni che non hanno nulla di tecnico e di
neutrale, ma che condizionano la vita e la
stabilità di intere comunità nazionali ed in
alcuni casi continentali.
L’indebitamento di molti paesi del Terzo Mondo
è stato voluto e deciso con tecniche usuraie che
in Italia sono gravemente sanzionate dal nostro
ordinamento.
Perché dobbiamo essere complici dello
strozzinaggio della Banca Mondiale la quale prima
invita i governi a indebitarsi in dollari e poi,
quando questi non possono pagare a causa
dell’apprezzamento di questa moneta, taglia loro
il credito dichiarandoli insolventi.
Quanta povertà e sottosviluppo è dovuta proprio
a queste strategie che a nome nostro, senza che
noi abbiamo mai dato alcuna delega in tal senso,
vengono perpetrate ? Quanti morti per fame e
denutrizione sono stati provocati dai tecnocrati
in doppio petto grigio della Banca Mondiale ?
Prima di commuoverci davanti alle campagne contro
la fame nel mondo chiediamoci se da qualche parte
non c’è qualcuno che provoca queste situazioni
magari utilizzando risorse finanziarie che sono
anche nostre.
By IRSEA
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Parlare di "nuovo
ordine internazionale" senza farsi carico dei
"problemi concreti del fondo giuridico", ecc. è
menzogna.
(Discussioni del Parlamento Europeo, 16 giugno
1982)
· Oltre 800
milioni di persone soffrono la fame nel mondo.
· Di queste,
in media, 24.000 muoiono ogni giorno per le
conseguenze della denutrizione.
· Più di 30
milioni di individui muoiono ogni anno di fame
(più di 82.000 al giorno tra cui 30.000
bambini).
· Il 10% dei
bambini che vivono in paesi in via di sviluppo
muoiono prima di aver compiuto 5 anni.
· Un
miliardo e 200 milioni di persone vivono con
meno di un dollaro al giorno.
· Il 25%
della popolazione mondiale consuma l'86% di
tutti i beni e servizi.
· Il 20% più
povero ne consuma solo l'1%.
· Il 20%
più ricco della popolazione mondiale consuma il
58% dell’acqua disponibile.
· Circa 3
miliardi di persone non dispongono di acqua
potabile e/o di servizi igienici adeguati.
· Ogni
giorno 6.000 bambini muoiono per malattie legate
alla mancanza di acqua pulita.
· In 25
paesi del mondo oltre il 35% della popolazione è
denutrita (rischia, cioè, di morire di fame).
· Nei 25
paesi più poveri del mondo (tutti in Africa
tranne l'Afghanistan) un bambino può sperare di
vivere non più di 50 anni contro i 78 di un
bambino europeo.
· 4 milioni
di schiavi, nel mondo, oggi. 4 milioni di
persone comprate, e vendute, nella moderna
società.
Di queste, ben 500.000 arrivano nella
civilissima Europa occidentale
I DATI SULLA FAME
NEL MONDO
1. Circa 24.000 persone muoiono ogni giorno per
fame o cause ad essa correlate.
I dati sono migliorati rispetto alle 35.000
persone di dieci anni fa o le 41.000 di venti
anni fa.
Tre quarti dei decessi interessano bambini al di
sotto dei cinque anni d'età.
2. Oggi, il 10% dei bambini che vivono in paesi
in via di sviluppo muoiono prima di aver
compiuto cinque anni.
Anche in questo caso, il dato è migliorato
rispetto al 28% di cinquanta anni fa.
3. Carestia e guerre causano solo il 10% dei
decessi per fame, benché queste siano le cause
di cui si sente più spesso parlare.
La maggior parte dei decessi per fame sono
causati da malnutrizione cronica. I nuclei
familiari semplicemente non riescono ad ottenere
cibo sufficiente. Questo a sua volta è dovuto
all'estrema povertà.
4. Oltre alla morte, la malnutrizione cronica
causa indebolimento della vista, uno stato
permanente di affaticamento che causa una bassa
capacità di concentrarsi e lavorare, una
crescita stentata ed un'estrema suscettibilità
alle malattie.
Le persone estremamente malnutrite non riescono
a mantenere neanche le funzioni vitali basilari.
5. Si calcola che circa 800 milioni di persone
nel mondo soffrano per fame e malnutrizione,
circa 100 volte il numero di persone che
effettivamente ne muoiono ogni anno.
6. Spesso, le popolazioni più povere necessitano
di minime risorse per riuscire a coltivare
sufficienti prodotti commestibili e diventare
autosufficienti.
Queste risorse possono essere: semi di buona
qualità, attrezzi agricoli appropriati e
l'accesso all'acqua.
Minimi miglioramenti delle tecniche agricole e
dei sistemi di conservazione dei cibi apportano
ulteriore aiuto.
7. Numerosi esperti in questo campo, sono
convinti che il modo migliore per alleviare la
fame nel mondo sia l'istruzione.
Le persone istruite riescono più facilmente ad
uscire dal ciclo di povertà che causa la fame.
Fonti (divise in
paragrafi):
1) Il Progetto contro la Fame nel Mondo, Nazioni
Unite;
2) CARE;
3) Istituto per la promozione dello sviluppo e
dell'alimentazione;
4) Programma mondiale per il cibo delle Nazioni
Unite (WFP);
5) Organizzazione delle Nazione Unite per
l'alimentazione e l'agricoltura (FAO);
6) Oxfam;
7) Fondo per l'infanzia delle Nazioni Unite
(UNICEF)
Tratto da:
http://www.thehungersite.com
Malnutrizione e
malattie infettive provocarono una pesante
mortalità nella popolazione fino alla fine del
XIX secolo, mentre le patologie cardiovascolari
occuparono solo una porzione del 10% dei
decessi.
Il percorso storico
ha contribuito con l’igiene, il benessere,
l’alimentazione più adeguata, un miglioramento
della qualità della vita ed un prolungamento
della stessa, lasciando tuttavia uno spiraglio
di ascesa alle malattie valvolari reumatiche e
all’ipertensione arteriosa.
BAMBINI E POVERTÀ
Nel mondo i poveri sono la maggioranza in una
nazione su cinque.
Nelle nazioni ricche i poveri si concentrano
sempre più in comunità minoritarie, sopportano
una vita di fame, malnutrizione e malattie e
vengono loro negati i diritti all’istruzione, ad
un’assistenza medica adeguata, a disporre di
acqua potabile e servizi igienici, a essere
protetti dalle violenze.
Mentre la globalizzazione continua a procedere
lungo il suo cammino asimmetrico, il numero
delle persone povere continua accrescere: i
mercati si espandono oltre i confini nazionali,
i redditi di pochi aumentano, ma viene sempre di
più soffocata la vita di chi non ha le risorse
per investire o le capacità per trarre vantaggio
dalla cultura globale.
Questi ultimi sono in maggioranza donne e
bambini, poveri già prima, ma ancora di più oggi
che l’economia mondiale allarga il divario tra
persone e paesi ricchi e poveri.
Bambini e donne sono tra i primi a soffrire
quando le crisi economiche evidenziano
lecontraddizioni di paesi la cui economia è solo
apparentemente prospera, in quanto l’assenza di
un sistema di sicurezza sociale ha conseguenze
particolarmente devastanti per I diritti dei
bambini e per lo sviluppo umano.
Il tramandarsi della povertà da una generazione
all’altra può essere interrotto e lo sarà quando
I poveri avranno I mezzi e le opportunità di
vivere bene, di nutrirsi adeguatamente e di
ricevere un’istruzione ed una formazione
adeguate per partecipare pienamente alle
decisioni che influenzano la loro vita.
Dal momento che il mezzo più efficiente per
rispondere a queste esigenze sono I servizi
pubblici, in ogni società uno dei modi più
efficaci per ridurre la povertà è garantire un
accesso universale ad un sistema integrato di
servizi sociali di base, il cui costo,
considerati I grandi benefici che ne derivano e
paragonato a quello della maggior parte delle
armi, è modesto.
La responsabilità del mancato rispetto degli
impegni fondamentali verso in bambini, va in
parte attribuita ai creditori internazionali e a
quei paesi ricchi che poco hanno fatto per
alleggerire l’onere del debito che prosciuga le
risorse nazionali dei paesi indebitati.
I diritti dei bambini in tutto il mondo non
potranno essere rispettati finché i governi
rimarranno intrappolati nella morsa del debito.
A livello internazionale sta crescendo il
consenso verso una riduzione dei debiti esteri
dei paesi più poveri.
E’ anche necessario che si facciano degli sforzi
per regolare le potenti forze della
globalizzazione, perché altrimenti essa
continuerà a servire le esigenze di espansione
dei mercati globali a spese dell’equità fra le
nazioni e all’interno delle nazioni stesse,
determinando una situazione nella quale I poveri
e I deboli del mondo trarranno benefici sempre
minori, con la conseguenza di una sempre
maggiore emarginazione ed esclusione.
LA FAME NEL MONDO
Le aree del mondo caratterizzate dalla fame e
dalla sottoalimentazione sono anche quelle dove
più diffusi sono l’alto tasso di natalità e di
mortalità infantile, l’analfabetismo, la
disoccupazione, l’insufficienza dei servizi,
l'arretratezza dell’agricoltura, la mancanza di
industrie, la cattiva organizzazione economica,
sociale e politica, la carenza di risorse
naturali. Tutti questi fattori, variamente
combinati, si ritrovano nei paesi
sottosviluppati e risultano essere
contemporaneamente causa ed effetto della fame.
Va detto subito che
la causa principale della fame, come del
sottosviluppo, non è solo la mancanza di risorse
naturali.
Vi sono certamente zone improduttive o con
risorse agricole limitatissime, ma esse
costituiscono una minoranza.
La maggioranza dei paesi sottosviluppati
potenzialmente dispone di normali risorse, che
però non vengono sfruttate, o vengono utilizzate
male e senza alcun beneficio per le popolazioni.
Il problema della fame e del sottosviluppo è in
primo luogo legato alla produttività agricola
che, nei paesi poveri, è particolarmente bassa,
nonostante le vaste estensioni di terreni e
l’alta percentuale di popolazione dedita
all’agricoltura.
In questi Paesi si pratica l’agricoltura
di sussistenza o l’agricoltura commerciale
speculativa di
piantagione (monocoltura).
Ci si può chiedere come sia possibile che interi
Paesi basino la loro economia su una forma di
agricoltura che non consente di sfamarsi neppure
a chi coltiva la terra.
Le cause vanno ricercate nelle strutture sociali
ed economiche tipiche dei Paesi sottosviluppati,
dove domina il latifondo e una ineguale
distribuzione delle ricchezza, posseduta da
poche famiglie privilegiate e protette da regimi
politici dittatoriali o, comunque, arcaici.
Il fenomeno è particolarmente vistoso
nell’America Latina, dove più della metà del
terreno coltivabile è posseduto dal 40% dei
proprietari.
Grandi proprietà sottosfruttate sono presenti
anche in alcuni Stati del bacino del
Mediterraneo, del vicino Oriente, dell’Africa
Australe e Orientale.
Nell’Asia Meridionale e in Estremo Oriente, i
grandi proprietari non applicano nei loro
possedimenti la tipica conduzione latifondiaria
di modello sudamericano. Essi affidano le terre
ai contadini, dai quali, protetti da leggi
inique, possono pretendere, come accade in India
e in molti Paesi musulmani, sino al 60-80% del
raccolto, che viene poi esportato. I contadini,
vincolati in un vero e proprio regime feudale,
si indebitano sempre più e soffrono la fame,
mentre i proprietari si arricchiscono.
Mancano così le condizioni per mettere a coltura
i molti milioni di ettari arabili che ancora
esistono e che sono lasciati incolti. Metodi
agricoli rudimentali, tecniche arcaiche, sementi
non selezionate, mancanza di difese contro le
malattie delle piante e degli animali,
concimazioni inadeguate, assenza di pratiche
irrigue contribuiscono al mantenimento della
povertà e della fame.Nei Paesi poveri ed
arretrati, quindi, la popolazione non solo non
riesce a produrre a sufficienza per alimentarsi
adeguatamente, ma neppure dispone di un
reddito che consenta di acquistare quanto le
serve per migliorare le tecniche agricole.
UN PROBLEMA SENZA
SOLUZIONE ?
E’ chiaro che la soluzione del problema
alimentare non spetta necessariamente solo
all’agricoltura.
Lo sviluppo industriale potrebbe infatti fornire
redditi per importare prodotti alimentari e
tecnologie atte a migliorare le produzioni
agricole. Ma nei Paesi sottosviluppati lo
sviluppo industriale è assente o del tutto
insufficiente, nonostante alcuni di essi
dispongano di materie prime o fonti di energia.
Ancora una volta si ripresenta l’interdipendenza
dei fenomeni che mantengono certi Paesi nel
sottosviluppo : le scarse attrezzature, le
deficienze delle infrastrutture,
l’analfabetismo, le cattive condizioni di
salute, la concentrazione dei capitali nelle
mani di poche famiglie incuranti del progresso
del loro Paese, la povertà dei mercati interni
costituiscono il vero impedimento al sorgere ed
al prosperare delle industrie.
Alcuni Paesi, quali, ad esempio, lo Zimbabwe e
il Cile, in verità, hanno industrie di notevole
di notevole importanza.
Queste, però, lavorano esclusivamente per
l’esportazione e sono di proprietà di gruppi
imprenditoriali e finanziari internazionali (le
multinazionali ), che localizzano le industrie
di questi Paesi poveri, per trarne vantaggio
nell’acquisto di materie prime e nell’impegno di
manodopera a basso costo. Questi gruppi
imprenditoriali, infine, esportano i loro
guadagni, lasciando i Paesi sottosviluppati, che
li hanno accolti, sempre più poveri.
Tratto da
http://kidmir.bo.cnr.it/g2g/economia/primario/fame.htm
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Ulteriore
regresso nella riduzione della fame nel mondo
In alcuni Paesi in via di sviluppo aumenta il
numero delle persone sottoalimentate
Negli anni '90, secondo l'Organizzazione ONU per
l'alimentazione e l'agricoltura (FAO), il numero
delle persone che soffrono per fame è diminuito
in media di sei milioni l'anno. A questo ritmo
occorrerebbero sessant'anni per ridurre il
numero dei sottoalimentati nel mondo a 400
milioni, traguardo che il Vertice mondiale
sull'alimentazione del 1996 aveva stabilito per
il 2015. Nel rapporto annuale della FAO: "Stato
dell'insicurezza alimentare mondiale", la FAO
afferma che "senza dubbio il ritmo della
decrescita è venuto rallentando".
Secondo il rapporto, per raggiungere il
traguardo del Vertice occorreva una riduzione
annua media non di venti ma di ventidue milioni,
cifra che supera, e di molto, l'andamento
attuale. Le ultime stime indicano che nel
biennio 1997-99 vi erano 815 milioni di
sottoalimentati: 777 nei paesi in via di
sviluppo, 27 in quelli in transizione verso
l'economia di mercato e 11 nei paesi
industrializzati.
Nel presentare il rapporto alla stampa, il
Vicedirettore generale e capo del Dipartimento
economico e sociale della FAO, Hartwig de Haen,
ha dichiarato: "La FAO teme particolarmente che
la denutrizione infantile possa aggravarsi a
causa di vari fattori, non ultime le cattive
prospettive economiche e l'incidenza dell'AIDS.
Dei 777 milioni di denutriti nei paesi in via di
sviluppo probabilmente 180 milioni sono bambini
al di sotto dei dieci anni".
Il declino complessivo del numero di denutriti
nei paesi in via di sviluppo copre tendenze
contrastanti nei diversi paesi.
Solo 32 dei 99 paesi in via di sviluppo presi in
esame dal rapporto hanno registrato riduzioni
tra il 1990-92 e il 1997-99.
Ma in altri paesi la cifra o non è diminuita o
addirittura è aumentata: l'aumento totale è
stato di 77 milioni di persone.
Secondo il rapporto, ciò è dovuto al fatto che
le riduzioni registrate in grandi paesi - quali
Cina, Indonesia, Tailandia, Nigeria e Brasile –
hanno superato l'aumento verificatosi nel più
vasto gruppo dei paesi meno grandi: donde una
riduzione netta di 39 milioni. Tra i paesi in
via di sviluppo presi in considerazione emergono
due casi estremi.
La Cina, con la sua impressionante crescita
economica e agricola degli anni '90, ha ridotto
il numero dei sottoalimentati di 76 milioni.
All'altro estremo, la Repubblica Democratica del
Congo, paese potenzialmente ricchissimo, ha
visto aumentare il numero dei propri denutriti
di 17 milioni tra il 1990-92 e il 1997-99 su una
popolazione totale attuale di circa 48 milioni.
Tuttavia il rapporto ricorda che la Cina,
nonostante i buoni risultati, resta nel mondo,
dopo l'India, il paese con il maggior numero di
persone sottoalimentate.
Il rapporto nota che
"il considerevole aumento di disponibilità
alimentari conseguito dai paesi in via di
sviluppo ha più che dimezzato la proporzione dei
denutriti dal 37 per cento degli anni '60 al 17
per cento alla fine del secolo".
Ma questa diminuzione non è bastata a dimezzare
la cifra assoluta dei denutriti nel mondo in via
di sviluppo, stimata in 956 milioni negli anni
1969-71 e adesso in 777 milioni, come negli anni
1997-99.
La produzione deve continuare a crescere se si
vuol perseguire il traguardo del Vertice, ma
basta una crescita moderata se accompagnata da
un più equo accesso al cibo, mediante
redistribuzione dei generi alimentari o delle
risorse necessarie per acquistarli. Ora,
l'esperienza degli ultimi trent'anni non
evidenzia, nella maggior parte dei paesi, un
declino significativo della mancanza di equità
nell'accesso al cibo.
I paesi che hanno avuto i migliori risultati in
termini di riduzione della denutrizione -
sottolinea il rapporto - sono quelli che hanno
realizzato alti investimenti e aumenti di
produttività nell'agricoltura; mentre i peggiori
hanno perfino assistito a un declino del
rapporto tra beni capitali agricoli e lavoratori
nell'agricoltura, unitamente a un declino
dell'assistenza esterna alla loro agricoltura.
La FAO sollecita un
duplice approccio al problema della riduzione
della denutrizione e della povertà: l'azione
pubblica diretta a chi soffre la fame deve
accompagnarsi a investimenti per lo sviluppo
agricolo e rurale.
La prima richiede assistenza alimentare e
migliore accesso all'acqua potabile; i secondi
includono investimenti nella ricerca, sviluppo e
diffusione di colture appropriate e
l'instaurazione - soprattutto in Africa - di
migliori sistemi di sanità e qualità del pesce.
Guardando al futuro, il rapporto ricorda che
"non esiste un'unica ricetta" per ridurre la
fame.
"Ciò che ogni paese deve fare dipende dalla sua
situazione particolare.
Secondo de Haen, "Sarebbe opportuno che ciascun
paese fissasse il proprio traguardo nazionale
per dimezzare la fame entro il 2015". -
15/10/2001 -
Fao
SOMMARIO: La
proposta di legge contro lo sterminio per fame,
rivoluzionaria per il metodo che misura
l'efficacia dell'intervento sul numero di
persone effettivamente salvate, prevede
l'istituzione di un Alto commissario
responsabile della sua attuazione. Esplode la
polemica. Pannella ribadisce in questo articolo
che la figura dell'Alto commissario si
giustifica proprio in relazione all'obiettivo
proposto ed indicato. - (IL MANIFESTO, 24 aprile
1984)
("In merito al dibattito di questi giorni sulle
varie proposte di legge presentate in parlamento
per riformare gli strumenti della cooperazione
italiana con le popolazioni del Terzo mondo,
minacciate da carestie e denutrizioni, l'on.
Marco Pannella interviene sul manifesto per
illustrare la posizione radicale, specie per
quanto riguarda l'istituzione dell'Alto
commissario per gli interventi straordinari,
previsto dalla proposta Piccoli-Formica".)
Carissimo Parlato, non invoco le leggi sulla
stampa ma confido che tu comprenda l'opportunità
che i lettori interessati siano posti in
condizione di trovare altra spiegazione ad un
dissenso che non sia quello della nequizie
radicale e mia personale. Da settimane,
l'obiettivo principale della campagna contro lo
sterminio per fame e della legge
Piccoli, Formica, Reggiani, Battistuzzi,
Cicciomessere viene presentato come demagogico,
improvvisato, irresponsabile da molti compagni
in molti interventi e servizi pubblicati un po'
ovunque.
Mi riferisco all'obiettivo: «tre milioni di
vivi, almeno, nel 1984», o : «entro un anno».
Il fatto è, invece,
che questo obiettivo è "esattamente" quello che,
da ormai tre anni, ha unito a più riprese, gli
80 premi Nobel; oltre 4.000 sindaci italiani,
fin dal 1982; 600.000 firmatari di una legge di
iniziativa popolare; altri
500.000 firmatari di una petizione a sostegno di
quella legge; le manifestazioni ufficiali del
Movimento dei sindaci, promosse da Tonioli o da
Novelli, dalla regione umbra
o da una decina di altre; le ultime tre marce di
Pasqua, alle quali il Pci ha ufficialmente
aderito; le centinaia di sindaci italiani che
hanno effettuato «a staffetta» un giorno di
digiuno, molti dei quali - naturalmente - del
Pci; in almeno tre solenni occasioni il
Parlamento europeo, con la maggioranza assoluta
dei suoi membri; e, con due solenni adesioni, i
64 paesi dell'Africa, Caraibi, Pacifico con i
quali siamo associati in quanto Comunità
europea... Da almeno tre anni, dunque, è questo
il leit-motiv, "la ragione" (pubblica, puntuale,
quasi ossessiva) dell'unità che "si è
manifestata". Su questo obiettivo (che è -
precisiamolo - "espresso" al primo articolo
delle due proposte di legge di iniziativa
popolare presentate dai sindaci, delle petizioni
popolari) ci troviamo ad essere attaccati dal
Pci, dall'«Unità», da «Repubblica», da Bocca,
Jacoviello e da tanti illustri parvenus
sputasentenze di questi giorni (mentre
ovviamente circolano meno nomi e firme come
quelle di Novelli, di Valenzi, di Zangheri,
ecc.).
Insomma, proprio in
dirittura d'arrivo, quando in Parlamento si
poteva sperare che la «conversione» a questi
obiettivi di prestigiose personalità della
maggioranza facesse approvare la legge
rapidamente, grazie al metodo di lavoro ed ai
contenuti cui pubblicamente per anni Umberto
Terracini ci esortava tutti, dilaga quella
accusa di «irresponsabile demagogia» che viene
lanciata, inopinatamente, nel luglio 1982, e a
cui i sindaci italiani risposero, appunto, per
iniziativa di compagni socialisti e comunisti,
democristiani, con la clamorosa unanimità della
petizione popolare, del testo reciso e quasi
sprezzante, nelle settimane successive.
Per il resto, la polemica sull'Alto commissario
non è che un'appendice, un modo di dirottare il
vero dibattito, di nascondere i termini reali
della polemica.
Infatti l'Alto
commissario si giustifica ed esige solamente nel
contesto di un obiettivo umano, politico,
"storico", così straordinario, così folle di
ragionevolezza, così puntuale, così
rivoluzionante.
Se invece si tratta di «realisticamente»
rafforzare l'azione in Sahel, di fare i tre
pozzi Jacoviello, di rispondere al supplemento
tremendo di siccità di quest'anno, allora è
giusto o - quanto meno - comprensibile,
limitarsi a quella riorganizzazione e a quel
rafforzamento monopolistico del Dipartimento in
cui si sostanzia il progetto di legge Sanlorenzo
(al quale, per la verità, e almeno in pubblico,
il Pci ha portato fortunatamente finora un
appoggio tiepido, anche critico). Il chiarirsi
di questo dibattito ha portato d'altra parte ad
un progressivo avvicinamento di posizione dei
firmatari del progetto Piccoli, di quelli
repubblicani e ai contributi di colleghi come
Baldassarre Armato, le cui comprensibili e serie
perplessità iniziali hanno provocato tutti noi -
per esempio - ad assumerci responsabilità di
sostegno anche alla prospettiva di rafforzamento
contemporaneo degli strumenti operativi e delle
strategie pre-esistenti.
Non è un caso che dal ministero degli Esteri e
da tanti ambienti ufficiosi del Governo si sia
nei giorni scorsi puntato a un decreto,
sostanzialmente vicino alle proposte di San
lorenzo e di altri compagni.
Ed è stato un disastro scongiurato all'ultimo
momento, poiché in tal modo si intendeva
liquidare l'intero problema e on limitarsi a una
operazione seria ma marginale di congiuntura.
LA FAME NEL MONDO -
La fame è causa di morte.
Molti bambini muoiono perché sono denutriti. In
questi paesi poveri molta gente muore,
soprattutto bambini, per la fame e per malattie
infettive perché non vi è né nutrimento e né
possibilità di curarsi. Centinaia di persone nel
mondo non hanno ancora cibo a sufficienza da
sfamarsi. I missionari vanno in questi paesi per
aiutarli a coltivare e ad insegnare a sfruttare
le risorse della Terra.
La gente che ancora
oggi getta e consuma quantità di cibo dovrebbe
incominciare a riflettere e a pensare ai molti
bambini che muoiono di fame. La fame nel mondo
sta aumentando sempre di più, sta aumentando
soprattutto nei paesi poveri del terzo mondo.
Anche noi bambini non dobbiamo gettare più
rifiuti organici o altre sostanze da mangiare,
perché queste sostanze potrebbero nutrire molti
bambini affamati.
In questi paesi i Medici Senza frontiere, usano
un braccialetto multicolori che serve per
misurare il grado di malnutrizione di centinaia
di bambini. Quando un braccio di un bambino è
così piccolo e raggiunge la “zona rossa”, non
c’è un minuto da perdere: può morire da un
momento all’altro per malnutrizione.
LA FAME NEL MONDO
Quando si parla di "fame" nel mondo, bisogna
parlare del Terzo mondo, cioè di quell'area
geografica che non fa parte né dell'occidente
industrializzato, dove l'economia è
capitalistica e di mercato (Primo mondo), né di
quell'area del cosiddetto "socialismo reale"
(Secondo mondo), dove la produzione è
pianificata dallo Stato e dove però in questi
ultimi anni tale modello di sviluppo è entrato
profondamente in crisi.
Come tutti sanno, il Terzo mondo nel 2000 avrà
l'80% della popolazione mondiale, che vivrà in
condizioni poverissime: già oggi il debito di
quest'area con l'estero supera di molto i mille
mrd di $.
Tanto è vero che si parla anche di Quarto mondo,
quell'area cioè che comprenderebbe i paesi più
arretrati del Terzo mondo (ad es. Etiopia, Ciad,
Tanzania, Bangladesh ecc.).
[Terzo mondo è stata una parola inventata da un
giornalista francese nel 1952, in analogia col
Terzo stato della Rivoluzione francese].
Che cos'è la fame ?
Quand'è che si può parlare di alimentazione
insufficiente o di denutrizione ?
Il fabbisogno alimentare degli esseri umani
-come noto- viene espresso in calorie, e varia a
seconda dell'età, del peso, del sesso, della
salute, del lavoro, del clima, del metabolismo,
delle abitudini alimentari. Normalmente,
un'alimentazione sufficiente deve garantire
almeno 2.000 calorie al giorno.
Ebbene, si calcola oggi che nel mondo più di 1
mrd e 300 mil di persone (circa 1/3 della
popolazione mondiale) ha un'alimentazione
insufficiente. Secondo l'OMS, di questo 30%
almeno 500 milioni non dispongono neppure di
1500 calorie al giorno, per cui soffrono di fame
assoluta.
Per non parlare del problema della sete. Le
ultime ricerche fatte nel Terzo mondo indicano
che in Africa circa il 75% della popolazione
rurale non ha acqua potabile; in America latina
sono il 77%; in Estremo oriente circa il 70%. In
valori assoluti, sono più di 600 milioni le
persone al mondo prive di acqua potabile.
Conseguenze della fame. Un'alimentazione
insufficiente porta a: dimagrimento, apatia,
debolezza muscolare, depressione del sistema
nervoso, minor resistenza alle malattie,
invecchiamento precoce, morte per inedia.
Queste conseguenze si manifestano soprattutto
nei bambini, la cui mortalità nel Terzo mondo è
altissima: ventre gonfio, magrezza, avvizzimento
della pelle, apatia, ecc.
Le malattie parassitarie e infettive
colpiscono soprattutto i bambini non solo a
causa della denutrizione, ma anche per le
precarie condizioni igieniche (acqua
inquinata, mancanza di fogne, ecc.).
L'UNICEF ha calcolato che la causa principale di
morte dei bambini fino a 5 anni è dovuta alla
disidratazione conseguente alle diarree
provocate da infezioni intestinali.
Differenze nei
consumi alimentari tra Nord e Sud. Come noto,
gli alimenti fondamentali che dovrebbero
comparire in tutte le diete, sulla base di
percentuali più o meno rigorose sono i seguenti:
70% carboidrati (cereali, frutta, patate,
zuccheri ecc.) (1 gr. = 4 calorie); 15%
proteine, di cui metà di origine vegetale
(legumi, cereali ecc.) e metà di origine animale
(carne, latte, uova ecc.) (1 gr = 4 calorie);
15% grassi (olio, burro ecc.) (1 gr = 9
calorie); piccole vitamine e sali minerali
presenti nella frutta e verdura, e circa 2,5
litri di acqua.
Secondo la FAO, i livelli calorici medi della
popolazione italiana sono superiori del 50%
rispetto al necessario.
Da noi la percentuale di bambini che muore nel
primo anno di età è di 1,4%.
E' stato dimostrato
che il 61% del totale delle calorie di cui
dispone in media ciascun abitante del Terzo
mondo proviene dal consumo dei cereali (riso,
frumento, orzo, segale, miglio...), mentre molto
ridotto è il consumo degli altri alimenti (ad
es. per la carne è 3,9% mentre nei paesi
sviluppati è 13,4%).
Nei paesi più sviluppati la percentuale dei
cereali consumati raggiunge solo il 30% del
totale delle calorie, mentre molto elevata è la
quota dei prodotti di origine animale (carne,
latte, uova, pesce).
Ad es. nel Nord america i cereali forniscono
solo il 24% delle calorie, mentre in Asia più
del 78%.
La prevalenza di un solo elemento-base
nell'alimentazione (in questo caso i cereali) dà
luogo a diete monotone, ripetitive, prive di
quella varietà e di quei valori nutritivi che
sono necessari per un'alimentazione equilibrata.
L'alimentazione dei
paesi avanzati. In Occidente il fenomeno
alimentare più diffuso è la sovralimentazione.
Noi soffriamo di mali fisici tipici del nostro
modo di mangiare: disturbi al cuore,
appendicite, calcoli, vene varicose, emboli,
trombosi, ernia, emorroidi, cancro del colon e
del retto, obesità, ecc.
Per di più abbiamo l'abitudine a utilizzare
alimenti che hanno subìto processi di
trasformazione (refrigerazione, cottura,
raffinazione, ecc.) invece di alimenti freschi:
il che rende la dieta più costosa sul piano
economico (ed anche più povera dal punto di
vista del suo valore nutritivo).
Il problema maggiore
però è costituito dal fatto che poco meno della
metà dei cereali prodotti sulla terra vengono
utilizzati in Occidente per alimentare quel
bestiame che viene poi consumato, da noi, sotto
forma di carne, uova, latte. Ora, per produrre
una sola caloria di origine animale ci vogliono
ben 7 calorie di cereali.
La conseguenza di questo è ovvia: nei paesi
avanzati una persona consuma in media molto più
cereali di quanti ne consumi una persona del
Terzo mondo: praticamente più di 2,5 kg al
giorno (pane-pasta-cereali e soprattutto
carne-latte-uova), contro i 500 gr al giorno del
Terzo mondo.
Se l'enorme quantità
di cereali destinati all'alimentazione del
bestiame venisse impiegata direttamente
nell'alimentazione umana, potrebbero venir
nutrite ben 2 mrd e 500 mil di persone.
Con la sola quantità di cereali che USA e URSS
destinano al bestiame, si potrebbero nutrire 1
mrd di persone.
La diseguale
distribuzione delle risorse. La fame non è un
male inevitabile.
Dal 1970 al 1983 la produzione alimentare
complessiva (cereali, legumi, tuberi, carne
ecc.) è aumentata del 47% (l'aumento medio dei
prodotti in quei 14 anni è stato del 3,3%
l'anno). L'incremento della popolazione nello
stesso periodo è stato, a livello mondiale,
dell'1,9% annuo, mentre nel Terzo mondo del
2,5%.
Come si può notare,
la causa primaria della fame del mondo non sta
in una produzione alimentare insufficiente, ma
nell'impossibilità per i più poveri di
acquistare gli alimenti prodotti. I prezzi dei
generi alimentari sono troppo alti per i redditi
medi della popolazione del Terzo mondo. Nei
paesi avanzati la spesa alimentare rappresenta
il 20-25% del reddito familiare, mentre il resto
viene speso per vestiario, mezzi di trasporto,
alloggio, divertimenti ecc. Nei paesi più poveri
invece la spesa alimentare costituisce fino
all'80% del reddito familiare.
Da noi la povertà raramente comporta fame e
denutrizione, nel Terzo mondo invece povertà
significa subito fame. Tratto da:
http://www.criad.unibo.it/galarico/ATUALITY/FAME1.htm
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FAME E ALIMENTAZIONE
L’estrema povertà
produce fame e malnutrizione a causa
dell’incapacità di produrre o acquistare cibo,
mentre un accesso inadeguato all’educazione e
all’informazione, priva le famiglie di una
conoscenza minima sull’alimentazione.
A sua volta, la malnutrizione impedisce
l’apprendimento dei bambini a scuola e riduce la
produttività delle persone sul posto di lavoro –
se non impedisce loro del tutto di lavorare.
L’immissione di prodotti agricoli sussidiati
provenienti dai paesi industrializzati danneggia
la produzione locale, e toglie il reddito agli
agricoltori, privando così interi paesi della
componente agricola necessaria per sviluppare
altri settori della loro economia.
La degradazione del suolo attraverso l’erosione,
l’uso o abuso di prodotti chimici, l’eccessivo
pascolo o la salificazione che deriva da una
gestione inadeguata delle acque, causa una
perdita di reddito per i piccoli agricoltori e
li destina alla povertà.
Dato l’inadeguato accesso all’istruzione e alla
informazione, i poveri hanno difficoltà nel
gestire la produzione agricola in modo sano e
sostenibile, e ciò crea una perdita di
opportunità per il sostentamento. Gli
agricoltori poveri non possono comprare i
fertilizzanti e le attrezzature usate dai loro
competitori e, di conseguenza, rischiano la
perdita del franchising. L’aumento della
popolazione risultante dalla povertà esercita
una
pressione sul suolo fertile e spinge la gente
verso i terreni marginali più fragili,
contribuendo così ad accelerare l’erosione, la
vulnerabilità ecologica, le valanghe, ecc.
Un accesso
universale e gratuito all’istruzione e ai corsi
di formazione sulle tecniche agricole moderne e
attuabili dal punto di vista economico, insieme
alla possibilità di acquistare attrezzature
idonee e moderne a prezzo ridotto, aiuterebbe la
riduzione della povertà. Investire in sistemi di
irrigazione e nella gestione delle acque
porterebbe ad una migliore produttività e ad una
migliore conservazione del ecosistema. Una
riforma agraria a favore dei poveri e misure
speciali per le donne potranno contribuire ad
eliminare l’indigenza. L’approvvigionamento di
alimenti ed un programma alimentare per
situazioni e circostanze particolari sono
necessari per assicurare una sicurezza
alimentare. Accordi commerciali equi sono anche
necessari per proteggere la fonte di reddito
degli agricoltori nei paesi in via di sviluppo,
insieme alla cooperazione internazionale per lo
sviluppo.
Tratto da :
http://www.undp.org/teams/italien/agric.htm
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FAME E SETE di Sandra Cangemi
L’obiettivo dichiarato del "decennio mondiale
dell’acqua", gli Anni Ottanta, era assicurare la
disponibilità di acqua potabilea ogni abitante
della terra: il fallimento è sotto gli occhi di
tutti. Come osserva Riccardo
Petrella, consigliere della Commissione Europea
di Bruxelles e Docente di Economia
all’Università Cattolica di Lovanio (Belgio),
"il problema della mancanza di acqua pulita
segue e al tempo stessa disegna la geografia
della povertà".
Come se non bastasse l’ineguaglianza della
distribuzione, la riserva idrica è in drammatico
calo. In 50 anni, la disponibilità d’acqua è
diminuita di tre quarti in Africa e di due terzi
in Asia. Per avere un’idea: nel 1950 la
disponibilità di acqua per abitante era di 20,6
miliardi di metri cubi, oggi si è ridotta a 5,1;
in Asia è passata da 9,6 a 3,3, in Sudamerica da
105 a 28,3, in Europa da 5,9 a 4,1, in
Nordamerica da 37,2 a 17,5. "La crescente
scarsità delle risorse idriche sta già
scatenando forti conflitti", sottolinea Riccardo
Petrella. "Sui 300 grandi fiumi del mondo,
infatti, 298 attraversano diversi paesi.
Ne consegue la tendenza a "sequestrare" l’acqua
sul proprio territorio, ad esempio costruendo
grandi dighe per utilizzarne l’acqua a fini
agricoli e industriali.
GUERRA DELL’ACQUA
Ma le grandi dighe - sono trentacinque mila
quelle costruite finora - hanno conseguenze
disastrose sull’ambiente e sulle popolazioni e,
alla lunga, anche a causa della deforestazione e
del progressivo inquinamento, diminuiscono,
anziché aumentare, le riserve d’acqua". Sono
parecchie le "guerre dell’acqua" già in corso -
tra Turchia, Siria e Iraq, in Sudan, Somalia e
Uganda, tra India, Pakistan, Bangladesh - e
tutto lascia prevedere che in futuro
aumenteranno, soprattutto in Africa centrale e
subequatoriale, nel subcontinente asiatico, in
Medio Oriente, in alcuni paesi dell’America
latina, di pari passo con la riduzione delle
risorse idriche. Secondo l’Unep, il Programma
delle Nazioni Unite per l’ambiente, circa due
miliardi di persone sono sotto "stress idrico",
e il problema si sta aggravando: nei prossimi 25
anni altri 11 paesi africani si aggiungeranno a
quelli che già oggi soffrono di carenza cronica
d’acqua.
Ma perché questa risorsa è drammaticamente in
calo? Anzitutto per la crescita dei consumi, che
nell’ultimo secolo sono decuplicati a causa
dell’aumentata pressione demografica,
dell’agricoltura intensiva (per produrre una
tonnellata di cereali occorrono 1000 tonnellate
d’acqua), dell’industrializzazione e
dell’urbanizzazione.
"Tutti fattori che oltre a consumare acqua
inquinano, spesso per decenni, le riserve
idriche", riprende Riccardo Petrella.
"I grandi laghi dell’America del Nord, per
esempio, così come quelli della Svezia, sono
così inquinati che non saranno recuperabili per
almeno due generazioni. Ma il fenomeno si sta
diffondendo anche in molti paesi del Sud del
mondo, a causa sia della crescente
industrializzazione, in genere non adeguatamente
regolata da leggi per la protezione ambientale,
sia della "rivoluzione verde", che ha esportato
i metodi occidentali di agricoltura intensiva,
basata sull’uso di dosi massicce di pesticidi".
CONSIGLIO MONDIALE
Che fare, dunque ? Nel ’94 è stato istituito il
Consiglio Mondiale dell’Acqua, formato dalla
Banca Mondiale, alcuni governi e alcune grandi
imprese (tra cui la Suez Lyonnaise des Eaux). E
nel ’96 è nata, sempre per l’intermediazione
della Banca Mondiale, la Global Water
Partnership, che ha il compito di favorire
l’incontro tra enti pubblici e investitori
privati. Infine, nell’agosto del ’98 è stata
istituita la Commissione Mondiale per l’Acqua
nel XXI secolo.
Si è creato, insomma, uno stato maggiore
mondiale in cui convivono rappresentanti dei
governi e delle imprese private.
Che soluzione propongono ? Provate a
indovinare... La ricetta sa di deja vù:
mercificare e privatizzare, lasciare che sia il
solito mercato a risolvere i problemi. La cosa
migliore, dicono, è lasciar gestire le risorse
idriche a poche grandi multinazionali, come
quelle - da Vivendi a Coca Cola, da Nestlè a
Suez Lyonnaise - che già dominano il mercato
dell’acqua in bottiglia e, in parte, quello
dell’acqua potabile. Le imprese private potranno
fissare il "giusto prezzo", limitando così
automaticamente i conflitti e gli sprechi,
investire in ricerca su depurazione e
riciclaggio e assicurare una gestione razionale
di questa preziosa risorsa. In parte è già
realtà: il mercato privato dell’acqua "vale" già
oggi 300 miliardi di dollari; 200 milioni di
persone ricevono l’acqua da imprese private, e
si prevede che nel 2015 saranno un miliardo e
600 milioni. La banca svizzera Pictet ha aperto
il primo fondo d’investimento internazionale su
70 imprese che operano in questo campo e
sostiene che in 15 anni si potrà guadagnare dal
400 all’800 per cento.
"Il secondo Forum mondiale dell’acqua, che si è
tenuto all’Aja tra il 17 e il 22 marzo di quest’anno,
ha già compiuto due passi fondamentali in questa
direzione", osserva Petrella. "Il primo: ha
definito l’acqua un "bisogno umano", quindi non
vincolante, anziché un "diritto umano", concetto
che comporta obblighi precisi. Secondo: ha
affermato che per un’efficace politica mondiale
dell’acqua occorre dare a questa risorsa un
valore economico, in quanto bene economico. In
questo modo la "petrolizzazione dell’acqua" ha
ricevuto dall’Aja il via libera.
CAMPAGNA MONDIALE
Eppure, l’esperienza inglese e quella francese
dimostrano che la privatizzazione non è una
buona alternativa, né in termini di prezzo e
qualità del servizio, né in termini di gestione
trasparente, responsabile e "pulita".
Ma, soprattutto, questa soluzione escluderà
dall’accesso all’acqua tutti quelli che non
possono permettersi di pagarla a caro prezzo.
Quindi buona parte dell’umanità.
C’è però una soluzione alternativa, che è quella
proposta dal Manifesto per l’acqua: considerare
questa risorsa un bene comune dell’umanità e
creare un sistema pubblico internazionale con il
compito di fare da tribunale nei conflitti
internazionali sulle risorse idriche e di
garantire a tutti gratuitamente il minimo
vitale, calcolato in 1000 metri cubi all’anno a
persona (considerando tutti gli usi) e in 50
litri al giorno per gli usi personali.
I consumi ulteriori andrebbero pagati allo Stato
in modo progressivo mentre gli abusi verrebbero
considerati illegali. Potrebbe essere
l’Assemblea delle Nazioni Unite, oppure una
sorta di Parlamento mondiale eletto ad hoc, ad
assumere il controllo di tutta l’acqua, per
conto di tutti gli esseri umani: non per cederla
alle multinazionali, ovviamente, ma se mai per
comprare da loro brevetti e tecnologie per la
depurazione, il riciclaggio, il dissalamento,
una distribuzione efficiente e un uso razionale.
Una corretta politica dell’acqua potrebbe
incentivare l’agricoltura locale, non intensiva
e magari biologica, promuovere sistemi di
riciclaggio dell’acqua e di captazione di quella
piovana per gli usi industriali e domestici che
non richiedono acqua potabile.
I bacini locali potrebbero essere affidati alla
gestione di cooperative o a imprese non profit o
pubbliche.
Il tutto finanziato con denaro pubblico, come si
è sempre fatto per le grandi infrastrutture di
interesse collettivo.
Un sistema pubblico tra l’altro favorirebbe la
ricerca, mentre si sa che le imprese private
vogliono minimizzare i costi e far rientrare il
più presto possibile gli investimenti".
Tratto da:
http://www.manitese.it/mensile/600/acqua.htm
http://homepage.hispeed.ch/debora/Mc-Donalds/
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