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L'Oms
richiede più controlli per l'invio di
medicinali
nel Sud del Mondo
Pillole
dimagranti in Africa, lassativi nei campi profughi
dove si muore di diarrea. Attenzione !
Le donazioni di farmaci al terzo mondo possono
provocare più danni che benefici se manca
l'adeguata informazione. E oggi ci sono
alternative praticabili sul posto...
"Raccogliere
farmaci per il terzo mondo" è un classico
dell'azione di tanti gruppi missionari e
associazioni di volontariato. Spesso facendo
incetta dei campioni gratuiti degli studi medici,
del surplus nei magazzini delle case farmaceutiche
o delle rimanenze di farmacie o di ospedali.
Ma come vengono raccolti e selezionati questi
farmaci ? E, soprattutto, sono adeguate a curare
le malattie di qualsiasi regione della Terra ?
La
domanda non è affatto fuori luogo se si pensa che
da un paio di anni si è preso coscienza a livello
internazionale che molti farmaci spediti nel sud
del mondo sono risultati del tutto inutili se non
addirittura dannosi alla salute delle popolazioni.
Il
60 % non serve
"Il
60% dei medicinali che ricevevo in Africa non
serviva a nulla" confessa Mauro Papotti,
medico volontario del Ccm (Comitato collaborazione
medica) di Torino, per quattro anni in Kenya ed
Etiopia. - Si trattava dì farmaci nati per curare
patologie tipiche dei Paesi occidentali che erano
del tutto assenti in Africa, come le malattie
circolatorie o il diabete.
Il 20% degli altri medicinali era utilizzabile con
enormi difficoltà perché spesso erano prossimi
alla scadenza oppure sorgevano problemi di
dosaggio per le esigue quantità disponibili.
Insomma, riuscivo a usarne solo il 10%: per lo più
farmaci salvavita che non si trovavano in loco o
che erano troppo cari".
Una
tipica situazione in cui, cercando di fare del
bene, si rischia invece di far del male, o, alla
meno peggio, di lavorare per nulla. Già nel 1978
l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms)
sanciva la necessità di regolamentare l'uso dei
farmaci, tramite un approccio
"essenziale" avente l'obiettivo per il
Duemila di mettere a disposizione di tutti gli
esseri umani i 120 farmaci in grado di curare il
95% delle malattie. Agli ospedali più
specializzati restano gli altri 1.200 principi
attivi per la cura del residuo 5% delle patologie.
Antibiotici
inadeguati
La
donazione non controllata è capace di creare più
danni che benefici. Esempi? Innanzitutto c'è il
pericolo di creare resistenze agli antibiotici:
"In molti paesi in via di sviluppo -
sottolinea Papotti - è ancora possibile
utilizzare, con ottimi risultati e bassi costi,
antibiotici di prima generazione abbandonati nei
nostri paesi per l'insorgere di resistenze dei
microrganismi che hanno "imparato a
difendersi" da essi". Conseguenza:
l'utilizzo di questi antibiotici più moderni
rischia di generare anche nei paesi del Sud una
situazione analoga alla nostra con il risultato di
rendere difficile e costosa la cura di infezioni
che oggi sono invece facilmente risolvibili.
Un
secondo problema è la scadenza dei medicinali, a
cui si affianca il tentativo di alcune case
farmaceutiche di scaricare nei paesi dove i
controlli sono meno severi farmaci ormai in disuso
in Occidente o di dimostrata inefficacia.
Terzo:
il corretto utilizzo dei farmaci richiede
competenze specifiche che non sempre fanno parte
dello conoscenze dei destinatari delle donazioni
(volontari, missionari). A questo si aggiungono i
casi in cui i campioni raccolti non sono
sufficienti per dosi terapeutiche complete o
ancora quelli in cui i medici locali non riescono
a utilizzare le medicine perché le istruzioni e
le etichette sono scritte in lingue a loro
sconosciute.
Una
lista dell'Oms
Scoperti
i rischi, si sta cercando di trovare i rimedi. A
livello ufficiale l'Organizzazione Mondiale della
Sanità, nello stilare la lista di farmaci
ritenuti essenziali, ha stabilito alcuni parametri
da rispettare: l'efficacia riguardo le specifiche
patologie, la sicurezza (gli effetti positivi
devono essere largamente superiori agli effetti
collaterali), il costo e l'adeguatezza.
Naturalmente non esiste una lista unica di
medicinali validi per tutti i paesi in via di
sviluppo, ma per ognuno di essi ci sono delle
priorità derivanti dalle diverse forme di
patologie presenti.
A livello pratico, una corretta raccolta di
farmaci significa innanzitutto conoscere queste
liste per inviare i farmaci giusti nel posto
giusto.
Per evitare, com'è successo, di spedire scatoloni
di pillole dimagranti in Africa, o container di
lassativi nei campi profughi dove la diarrea è la
prima causa di mortalità!
Significa anche fare un accurato lavoro di scelta
dei materiali e di suddivisione per grandi
tipologie di principi attivi.
Le raccolte "informate" Con questi
accorgimenti la raccolta dei medicinali può
ancora avere un senso.
I missionari della Consolata, per esempio, una
volta al mese spediscono prodotti farmaceutici
tramite i container che partono per l'Africa.
Grazie
all'aiuto di un pensionato che ha lavorato come
magazziniere in farmacia - spiega padre Zabotti,
responsabile della raccolta - suddividiamo le
confezioni per categorie, tagliamo le parti
superflue degli imballaggi e cerchiamo di
assemblare grandi confezioni per ridurre gli
spazi".
La stessa attività viene svolta anche dai padri
Camilliani.
"I medicinali che ci regalano servono
innanzitutto per curare qui a Torino gli immigrati
che non possono permettersi, di acquistarli -
precisa padre Adolfo - In questo modo, riusciamo a
utilizzare farmaci che in Africa andrebbero
buttati. Dopodiché, grazie al lavoro di
smistamento di un ex-farmacista in pensione e agli
elenchi che i nostri missionari ci spediscono
regolarmente in base alle esigenze di quel
periodo, spediamo insieme ad altri beni scatoloni
di medicine facendo attenzione alle
scadenze". Una raccolta, se vogliamo, ancora
artigianale, che tuttavia sta cercando di non
commettere più gli errori di qualche anno fa,
quando si svuotavano gli studi medici e senza
criterio si spediva tutto nei paesi in via di
sviluppo.
I
farmaci in loco
"Bisogna
tener presente che oggi si è aperto un altro
canale - aggiunge padre Adolfo - quello di alcune
associazioni non profit, come la tedesca Medeor,
che producono in accordo con le linee guida dell'Oms
farmaci a basso costo e di sicura qualità
riservati ai mercati più svantaggiati".
Un canale, quest'ultimo, in forte crescita e che
presenta molti vantaggi: garanzia di qualità (che
con la raccolta tradizionale non si può mai
avere), abbattimento dei costi, facile
approvvigionamento in loco ed effettiva
corrispondenza fra le richieste specifiche dei
paesi in via di sviluppo e le spedizioni.
"Credo che il ricorso a queste organizzazioni
sia una valida alternativa ai vecchi sistemi di
raccolta dei farmaci - conclude Papotti del Ccm -
Rimane comunque importante il fatto che chiunque
voglia fare quest'attività debba prima informarsi
accuratamente e uniformarsi alle linee guida dell'Oms".
"Fare del bene", dunque, non è
poi così facile.
By Fabrizio Cellai
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