La BESTIA
SAPIENS
Fratellanza,
amicizia, tolleranza. Sono virtù che noi
umani dovremmo imparare dagli altri animali.
E neanche la coscienza è un'esclusiva della
nostra specie. Lo dice in uno sconvolgente
libro Jeffrey Masson - Nella copertina
del suo libro Jeffrey Moussaieff Masson si
vedono: un uomo abbracciato a una scimmia.
Nell'altra pagina: la raffigurazione
ironica, di un fantino in sella a una
mucca.
Gli animali,
sono un modello di socialità superiore agli
umani. Sono dotati di altruismo e
generosità, sono capaci di fare amicizia con
altri animali di specie diverse, anche con
quelli che la biologia indicherebbe come
loro prede naturali. E per questo possono
insegnarci come costruire una società
basata su fratellanza, tolleranza e
convivenza pacifica.
Lo dice Jeffrey Moussaieff Masson,
un'autorità in materia, di formazione
psicoanalista.
Dei diritti degli animali si sono occupati
da anni filosofi come Tom Regan o Peter
Singer, per ipotizzare che le leggi
dell'etica valgono anche per i non umani.
La riflessione di Masson è però diversa, non
è teorica: le sue conclusioni che ci
costringono a rivedere le nostre opinioni
sui confini tra le specie e sulla presunta
superiorità dell'homo sapiens si basano su
una ricerca sul campo.
Ed i suoi sorprendenti risultati sono
raccontati nel libro "Nel regno
dell'armonia", in uscita per i tipi di
Marco Tropea. Insieme alla moglie Leila,
pediatra, Masson (americano d'origine) ha
organizzato nella sua casa di Auckland in
Nuova Zelanda una convivenza tra specie
diverse: un gatto, un cane, un coniglio, due
ratti e due polli.”Il mio - ammette con
"L'espresso" - è stato un esperimento con un
certo grado di artificiosità, che è servito
a ottenere risultati in breve tempo senza
danno per gli animali. Come Pirandello, sono
stato il regista dei miei personaggi”.
All'inizio, insomma, è stato necessario
intervenire perché l'insolita famiglia
interspecie - i ratti Kia e Ora i polli Moa
e Moana, la cagnolina Mika, il gatto Tamaiti
e il coniglio Hohepa - imparassero a
convivere pacificamente.
Ma i risultati sono arrivati. E non si è
trattato solo di un patto di non
aggressione, ma di vera amicizia, confermata
dai giochi tra Tamaiti e Hohepa, tra Mika e
la gazza addomesticata dei vicini, e dallo
slancio con cui Mika (la cagnolina) ha
difeso il coniglio da un altro cane. “Gli
animali dimostrano che la tolleranza può
essere insegnata, grazie al contatto, alla
reciproca conoscenza”, dice Masson, “e
perfino un gatto e un topo possono fare
amicizia, se passano abbastanza tempo
insieme”.
Ed è una lezione che anche noi umani
possiamo apprendere. “Farlo è possibile,
anzi necessario”, insiste Masson: “Uno dei
problemi di George W. Bush è che non è
andato da nessuna parte, non parla nessuna
lingua, non conosce il mondo. Se ci
impegniamo per familiarizzare con tutte le
creature viventi, umane e non, vedremo
emergere i punti di contatto più che le
differenze. E potremo cambiare radicalmente
il nostro atteggiamento”.
L'affermazione è di quelle che spiazzano, ma
Masson non ha paura di scandalizzare.
Lo fa da quando all'inizio degli anni
Ottanta, giovanissimo curatore dei
prestigiosi Freud Archives, mise a rumore il
mondo scientifico con una polemica sulle
censure che il padre della psicoanalisi
avrebbe messo in atto per occultare le
molestie subite durante l'infanzia dai suoi
pazienti. Ed oggi, dopo una serie di libri
in cui ci sfida a trattare polli e maiali
non come pietanze ma come individui dotati
di una loro personalità, fa un nuovo,
decisivo, passo.
Afferma che gli
animali non solo ci somigliano, ma sono
dotati di una coscienza e quindi sanno
essere migliori di noi. “Sono
incapaci di mostrare emozioni negative come
l'odio. Un'esperienza invece esclusivamente
umana, che accompagna da sempre la nostra
specie, anche se francamente non ne vedo
l'utilità dal punto di vista evolutivo”,
spiega Masson. E aggiunge: “Si dice che la
differenza tra noi umani e gli altri animali
è nella nostra razionalità. Ma se fosse
così, come si spiegherebbero l'invidia e il
desiderio di sterminare membri della stessa
specie, che invece i "non razionali" animali
non provano ?».
Un quadro troppo idilliaco, vista la
violenza presente in natura ? “I carnivori
non odiano le potenziali prede, si limitano
a considerarle cibo. Uccidono solo quello
che serve loro per sopravvivere”, risponde
Masson. E invita a non dimenticare che fra i
mammiferi i carnivori sono una minoranza, e
anche le potenziali prede dedicano molto più
tempo alla ricerca del cibo che a
proteggersi dai loro aggressori: “Gli
animali tendono a lasciare in pace le altre
specie, e nel loro mondo c'è una sorta di
razionalità che dovremmo imparare a
comprendere e imitare”.
Stavolta la sfida non è solo ai filosofi
razionalisti, ma pure agli scienziati. “Non
è un caso che le più attente studiose di
animali siano donne come le primatologhe
Jane Goodall o Birute Galdikas, personaggi
solitari, allergici alle regole
accademiche”, ricorda Masson: “Le donne sono
meno legate ai metodi convenzionali di
ricerca, hanno meno pregiudizi e sono più
disposte a osservare senza interferire.
Ancora oggi, però, una posizione netta a
favore dei diritti animali è considerata
un'eccentricità che non si perdona a uno
scienziato”. È proprio questo il meccanismo
che Masson vuole smontare: “Se tutti
imparassimo a riconoscere l'unicità di ogni
creatura vivente, umana e no, le cose
andrebbero diversamente”, afferma: “Non è
forse vero che le violenze su umani che
percepiamo come lontani, molto diversi tra
noi – come ad esempio i civili iracheni -
ci colpiscono davvero poco ?
Insomma dagli
animali dobbiamo imparare anche l'arte
dell'empatia”.
In casa Masson è stata Leila a doversi
arrendere al fascino dei ratti, gli animali
che all'inizio le piacevano meno. “Ora
viviamo con tre ratti che hanno personalità
distinte e complesse. Chi siamo noi per dire
che questi animali sono disgustosi, o che lo
sono gli insetti ?”, osserva Masson: “Per i
bambini, che non hanno di questi pregiudizi,
tutti gli animali sono ugualmente
interessanti. Quanto ai topi, le ricerche
mostrano che sono in grado di provare
compassione nei confronti di altri topi che
non conoscono. Potremmo dire che sono
superiori a noi dal punto di vista morale
?”.
C'è chi trova
difficile attribuire concezioni morali ad
animali considerato che questi ma ne siamo
davvero certi ? - non hanno coscienza di ciò
che fanno. “E noi, siamo davvero certi di
averla ? Fino a che punto ? “, polemizza
con veemenza Masson: “Molte delle scelte che
definiamo morali nascono dalla volontà di
dare agli altri una certa immagine di noi.
E vari
esperimenti mostrano che quando sono certi
di avere una totale impunità, gli umani
possono commettere azioni orribili. Animali
sociali come i cani, abituati a vivere in
branco, sono contenti se fanno qualcosa che
fa piacere agli umani con cui convivono:
quando si è lanciata per salvare il
coniglio, Mika l'ha fatto soprattutto per
me.
Osserviamo i cani guida per ciechi: non
sono orgogliosi del loro lavoro ?”.
Gli animali però non sono tutti così: “I
gatti sono gli unici animali che riescano a
fingere, a mostrare un certo grado di
ipocrisia”, prosegue Masson:
“E anche gli
unici la cui vita emozionale sia migliorata
grazie alla convivenza con gli umani: erano
creature solitarie che hanno imparato a
essere socievoli.
Ma forse hanno imparato
anche altro: sono capaci di dialogare con
gli umani pur senza usare le parole. Chi
vive con un gatto può testimoniare di lunghe
conversazioni, con domande e risposte.
Dobbiamo stare attenti a come ci comportiamo
di fronte a un gatto”.
Un po' di ipocrisia, come nel caso dei
gatti, però semplifica la vita. “A piccole
dosi può funzionare come lubrificante
sociale”, ammette Masson:
“Ma noi
esageriamo, nascondendo anche le emozioni
positive come la felicità o l'amore. Con
quale vantaggio ? Cosa c'è di razionale in
questo ?”.
Dopo anni passati a studiare la
psiche umana, Masson è più che convinto
della sua scelta: “Siamo i soli capaci di
provare un emozione senza rendercene conto:
Freud sosteneva che un uomo può amare una
donna per anni senza saperlo”.
Solo per questo ha lasciato il mestiere di
psicoanalista ? “Ho provato disgusto”,
risponde Masson, “per l'ipocrisia, la
corruzione che ho trovato negli ambienti che
frequentavo. Così ho cominciato a occuparmi
di animali, affascinato dalla loro
schiettezza. Non possiedono nulla e non ne
sentono il bisogno. E anche in questo
possono insegnarci molto. Mio figlio, 11
anni, mi ha chiesto in regalo un'automobile
elettrica per il suo compleanno, un animale
avrebbe trovato più che soddisfacente fare
una passeggiata nel bosco con me. Perché un
essere umano non può fare lo stesso ?”.
Il cambiamento, insiste Masson deve
cominciare dai bambini: “è importante che la
socializzazione cominci prima che si
instaurino pregiudizi sociali. Prima che
qualcuno ti dica con chi non devi giocare, o
quale animale non devi toccare”.
Oggi però il nostro atteggiamento nei
confronti degli animali sta cambiando. “Ci
sono conferme del fatto che gli animali
siano molto più simili a noi di quanto
pensassimo, e questo comincia a farci
riflettere”.
Resta da fare il passo più difficile:
“Riconoscere che sono individui con i loro
diritti. Intendo tutti gli animali, non solo
quelli più vicini a noi come i grandi
primati. Dopo tutto, noi umani non siamo
così fantastici”.
By Paola Emilia Cicerone - Tratto da
L'Espresso, 13 sett. 2007
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So che non lo
sai, parola di scimpanzé - 07/10/2016
Scimpanzé, orangutan e le altre grandi
scimmie sono in grado di comprendere che un
altro può avere credenze differenti dalle
proprie. La dimostrazione di questa
capacità, ottenuta con tecniche usate negli
studi su bambini in età preverbale, infrange
la consolidata convinzione che sia solo una
caratteristica dell'essere umano(red)
Le grandi scimmie sono in grado di capire se
un altro ha false credenze, ossia hanno la
capacità di attribuire stati mentali come
intenzioni, obiettivi e conoscenze ad altri.
Hanno quindi quella che viene detta una
“teoria della mente”. La prova di questa
tesi, dibattuta da decenni, è stata ottenuta
in uno studio effettuato da ricercatori
dell'Università di Durham, dell'Università
di Kyoto e del Max-Planck-Institut per
l'antropologia evolutiva a Lipsia, che
firmano un
articolo pubblicato su “Science”.
Dagli anni sessanta si sono via via
accumulate crescenti dimostrazioni delle
elevate capacità cognitive delle grandi
scimmie, ma una di queste capacità sembrava
decisamente di esclusivo appannaggio
dell'essere umano: comprendere che l'altro
ha false credenze. Un primate non umano - si
riteneva - non riesce a cogliere la
conoscenza degli altri, se essa si discosta
da ciò che quel primate sa.
Nel nuovo studio, Christopher Krupenye e
colleghi hanno applicato a 19 scimpanzé, 14
bonobo e 7 orangutan una tecnica usata negli
studi sulle capacità cognitive dei bambini
in età preverbale, basata sul tracciamento
con laser a infrarossi dei movimenti degli
occhi, che permette di risalire al punto su
cui si fissa l'attenzione dell'osservatore.
Negli esperimenti effettuati, le grandi
scimmie vedevano un attore umano travestito
da King Kong rubare a un altro attore un
oggetto, per nasconderlo sotto una di due
scatole – per esempio quella di sinistra –
e, subito dopo, cacciare il derubato. A
questo punto, “King Kong” spostava l'oggetto
sotto la scatola di destra, ma poi lo
riprendeva e lo portava via con sé.
Il tracciamento dei movimenti oculari ha
mostrato che quando, poco dopo, l'attore
derubato rientrava in scena per cercare
l'oggetto, l'attenzione delle scimmie si
concentrava sulla scatola di sinistra. Ciò
indica che la scimmia osservatrice, pur
sapendo che le scatole sono vuote, si
aspettava che l'uomo cercasse sotto la
scatola di sinistra, ossia sotto quella che
l'uomo, ma non la scimmia, credeva che
contenesse l'oggetto. Dunque, le scimmie
sono in grado di distinguere fra le proprie
credenze e quelle attribuite a un altro.
In un articolo di commento allo studio,
Frans de Waal – primatologo allo Yerkes
National Primate Research Center della Emory
University ad Atlanta – osserva che “questo
paradigma non verbale rappresenta un vero e
proprio passo in avanti [...] perché mette
in luce la continuità mentale tra le grandi
scimmie e gli esseri umani”. E conclude: “I
risultati contengono una lezione per coloro
che esaltano gli esiti negativi di
esperimenti sulle capacità mentali degli
animali come prova del carattere distintivo
dell'essere umano. Come dice un vecchio
mantra, l'assenza di prove non è una prova
di assenza”.
Tratto da: lescienze.it
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Razionali dunque
diversi
Sull'unicità degli umani pubblichiamo una
parte dell'intervento di Piergiorgio
Odifreddi alla conferenza "Evoluzione umana:
Alla ricerca delle radici antropiche" in
corso alla Pontificia Università Comillas in
Spagna.
Il principio
antropico, di cui tanto (e troppo) si parla,
altro non è se non la banale constatazione
che le condizioni iniziali dell'universo
determinano le condizioni finali
dell'umanità: se il mondo fosse stato
diverso, lo saremmo stati anche noi, ma
invece il mondo è cosi, e noi anche. Come
però aveva già avvertito Hume, l'uomo ha una
naturale tendenza a fraintendere la freccia
della ragione, interpretando volentieri i
suoi effetti come fini: nel caso specifico,
illudendosi superbamente che l'UniVerso
sia così affinche’ noi siamo cosa, invece di
limitarsi a constatare modestamente che noi
siamo cosa perché l'UniVerso
è così.
Queste due paroline, «perche’» e «affinche’»,
separano la causalità dalla teleologia, e
determinano i paradigmi della nostra visione
del mondo e dell'uomo scientifica in un
caso, e filosofico-religiosa nell'altro. Ma
è difficile distinguerle e separarle fino a
quando non si raggiunge una maturità logica
che, lungi dall'essere innata, è invece
storicamente acquisita, in un processo la
cui ricostruzione costituisce un capitolo
importante della nostra storia: di come,
cioè, l'uomo è passato dall'essere un puro e
semplice "animale", a un impuro e complicato
"animale razionale", secondo la definizione
che ne diede lo stoico Crisippo nel terzo
secolo prima della nostra era.
Anzi, un "vivente logico", se vogliamo
tradurre letteralmente l'espressione
originale "zoon logikon", che sottolinea
come siano appunto la logica a distinguere
l'uomo dall'animale, la sua nascita a
costituire la vera discontinuità evolutiva
della vita, e la sua storia a rappresentare
il nostro vero Genesi. Ma, se le cose stanno
così, allora l'uomo è diventato tale non da
molto: soltanto nei due millenni prima della
nostra era, quando si sono faticosamente
districati i concetti logici dal groviglio
mitologico e letterario del linguaggio e del
pensiero primordiali.
La prima testimonianza storica di un
esplicito costrutto logico risale al
diciottesimo secolo prima della nostra era,
e sta nelle sentenze giuridiche del Codice
di Hammurabi, tutte redatte secondo la
formula della legge del taglione (da talis,
"tale e quale"): “Se un uomo ha cavato un
occhio di un uomo, gli si caverà un occhio”.
Anche le leggi del Codice dell'Alleanza,
dettate agli ebrei da Mose’ nell'Esodo,
ricalcano lo stesso schema: compresa la
legge del taglione, nella forma “occhio per
occhio”.
Il costrutto in questione è l'implicazione,
che forma la base di qualunque ragionamento
ipotetico: senza di essa, non si potrebbero
fare deduzioni o dimostrazioni, e la logica
non potrebbe esistere se non in una
primordiale forma dichiarativa, consistente
soltanto di affermazioni isolate e
sconnesse.
Col tempo, l'implicazione divenne di uso
comune: se vogliamo dar retta a Callimaco,
bibliotecario di Alessandria del secondo
secolo prima della nostra era, ai suoi tempi
“dell'implicazione gracchiavano addirittura
le cornacchie sui tetti”.
Il motivo del gracchiare sta nel fatto che
la nozione è complessa, e su di essa solo
una cosa è certa: che se si parte da
un'ipotesi vera e si arriva a una
conclusione falsa, qualcosa è andato storto
nel ragionamento, che deve 'essere falso.
(...)
Racconta infatti Darwin nell'"Origine
dell'uomo", come in un giorno afoso e calmo
il suo cane giacesse sul prato, ma a poca
distanza una leggera brezza occasionalmente
agitava un parasole aperto, al quale il cane
ringhiava ogni volta che esso sventolava,
deducendo erroneamente la presenza di
qualche strano agente vivente.
Darwin collega questo comportamento
automatico e inconscio alla tendenza dei
selvaggi di immaginare che gli oggetti e gli
eventi naturali siano animati da essenze
spirituali viventi, in una sorta di
"teologia da cani" di cui permangono gli
echi in espressioni quali "Holy Ghost"
'(Spettro Santo), che nella Bibbia di re
Giacomo traduce in inglese il fantasma
latino dello Spirito Santo. E infatti già i
dialoghi platonici testimoniano della
confusione che una volta albergava, su
queste e altre cose, nelle teste degli
animali che stavano diventando razionali.
Ad esempio, nell"'Eutidemo" si argomenta, in
maniera apparentemente seria, che se si sa
qualcosa allora si sa tutto, e che o si sa
tutto o non si sa niente.
E così via, con
una cornucopia di errori da principianti. E,
in effetti, Platone e i suoi contemporanei
erano dei principianti: la consapevolezza
logica stava nascendo solo in quel periodo.
Ma non erano dei principianti in tutto.
Nello stesso "Oratilo" delle ingenuità sui
nomi, si trova il per nulla ingenuo criterio
di verità che poi Aristotele condensò nella
massima “è vero ciò che è, e falso ciò che
non è”, e gli scolastici nel motto «adequatio
rei et intellectus», (corrispondenza fra le
cose e il pensiero). Massima e motto che,
insieme al resto della logica, da un lato
sono diventati i pilastri del pensiero
scientifico, ma dall'altro lato continuano
tuttora a trovare resistenza nella giungla
del sedicente pensiero umanistico, in cui
armate di teologi, letterati e filosofi
continuano a combattere, la guerra contro
quella razionalità che costituisce l'unica
nostra vera distinzione dagli animali.
By Piergiorgio Odifreddi - Tratto da:
L’Espresso, Sett. 2007-09-07
Numeri e
memoria: lo scimpanze' batte l'uomo - Lo
scimpanze' Ayumu durante l'esperimento
Gli scimpanze' hanno una memoria visiva più
pronta di quella umana.
Sono questi i risultati dell'esperimento
condotto dal Primate Research Institute
all'Università di Kyoto e ha confrontato
scimpanze' di cinque anni con studenti di
college.
Scienziati increduli - "Non lo avrei mai
immaginato", commenta il professor Tetsuto
Matsuzawa, co-autore dell'esperimento i cui
risultati verranno pubblicati domani dalla
rivista "Current Biology".
Matsuzawa ha sottoposto tre giovani
scimpanze' al seguente test: uno schermo
touch-screen con 9 cifre, corrispondenti ad
altrettanti tasti da premere per ristabilire
la sequenza mostrata loro per brevissimo
tempo. L'animale vincitore della selezione,
Ayumu, ha poi sfidato 9 volontari, uomini e
adulti.
I babbuini superano il test
- 02/02/2016
Nel centro di primatologia di Rousset, ad
Aixen-Provence (F), i babbuini possono
accedere a loro piacimento ad alcuni test
cognitivi collocati vicino al loro recinto.
Ogni scimmia esegue fino a un migliaio di
test ogni giorno. Aumentando via via la
difficoltà dei compiti, si scopre che i
babbuini sono in grado di usare capacità
cognitive elaborate, finora considerate
appannaggio esclusivo degli esseri umani. Le
osservazioni dei ricercatori indicano che il
contesto sociale influenza il risultato.
Tratto da: lescienze.it
vedi:
Gli ANIMALI hanno Emozioni
ed alcuni anche Percezioni
http://www.moebiusonline.eu/fuorionda/Pulcini_aritmetica.shtml
Il
segreto cerebrale dell'intelligenza degli
uccelli -
15/06/2016
Le capacità cognitive degli uccelli, che per
alcune specie sono paragonabili a quelle
delle grandi scimmie, sono spiegate
dall'elevatissima densità dei neuroni nei
loro minuscoli cervelli, molto superiore a
quella dei mammiferi. Inoltre, gli uccelli
battono i mammiferi anche per la percentuale
di neuroni che si trovano nelle aree
destinate alle funzioni cerebrali superiori(red)
Il cervello di pappagalli, corvidi e uccelli
canori ha una densità di neuroni superiore a
quella dei mammiferi, primati compresi. Ed è
più alta anche la percentuale di neuroni che
fanno parte delle aree cerebrali destinate
alle funzioni cerebrali superiori (come la
pianificazione delle azioni future o la
ricerca di schemi e modelli negli eventi),
ossia la corteccia nei mammiferi e il pallio
negli uccelli.
A scoprirlo è stato un gruppo di ricercatori
dell'Università Carolina di Praga e
dell'Università federale di Rio de Janeiro,
che pubblicano
un articolo sui "Proceedings
of the National Academy of Sciences".
Gli scienziati si chiedono da tempo come mai
gli uccelli, dotati di un minuscolo
cervello, abbiano comportamenti cognitivi
molto complessi, paragonabili a quelli delle
grandi scimmie. Molti studi hanno infatti
dimostrato che gli uccelli sono in grado di
usare strumenti, dedurre relazioni di
causa-effetto e sfruttarle per risolvere i
problemi e perfino riconoscersi allo
specchio.
Inizialmente si è pensato queste capacità
derivassero da una differente organizzazione
dei collegamenti fra neuroni, ma
una recente ricerca
ha scoperto che il cablaggio cerebrale degli
uccelli segue linee molto simili a quelle
dei primati.
"Nel progettare i cervelli - ha detto Suzana
Herculano-Houzel, coautrice dello studio -
la natura può giocare con due parametri: la
dimensione e il numero di neuroni da un
lato, e la distribuzione dei neuroni nei
diversi centri cerebrali. Negli uccelli la
natura li ha sfruttati entrambi."
Il cervello degli uccelli contiene infatti
circa il doppio dei neuroni rispetto a
quello dei primati di massa comparabile e da
due a quattro volte quello di roditori
equivalenti: i neuroni aviari sono infatti
molto più piccoli e più densamente
"impacchettati" di quelli nel cervello dei
mammiferi.
Anche se è dimostrata l'esistenza di chiaro
rapporto tra intelligenza e numero di
neuroni, i ricercatori ritengono che
l'elevatissimo numero nelle aree superiori
del cervello degli uccelli dia a questi
animali un "potere cognitivo" per chilo di
massa corporea molto più alto di quello dei
mammiferi.
Lo studio solleva anche nuovi interrogativi:
il numero sorprendentemente elevato di
neuroni comporta un costo energetico pari a
quello del cervello dei mammiferi ?
I piccoli neuroni cerebrali degli uccelli
sono una risposta alla selezione che ha
favorito le piccole dimensioni del corpo
necessarie al volo oppure è stata fin
dall'inizio un'alternativa alla via seguita
nei mammiferi per aumentare il numero di
neuroni ?
Tratto da: lescienze.it
vedi anche:
Animali
Piangono
+ Scimmie erboriste
+
Animali
intelligenti
+ Animali e sesto senso
+
Le
Piante parlano e comunicano fra di loro
+
Cure per animali
Video: Cane salvato in mare dal delfino !:
https://www.facebook.com/167936326691161/videos/583133155171474/
8 Hz Il SUONO
GUARITORE dei DELFINI
Il suono emesso dai delfini, ha una
frequenza di 8 Hz non udibile dall'uomo.
Le frequenze soniche da loro emesse,
generano un campo che riconduce il cervello
ed il sistema nervoso ed immunitario alla
salute.
GLI ANIMALI SONO COME NOI: ESSERI
INTELLIGENTI, per cui vanno rispettati ! -
01/11/2012
Cosa dice la
scienza del fatto che gli animali
sentono il
dolore
? Come vengono considerate queste
conoscenze nelle leggi ?
Queste domande sono state al centro
delle giornate su “La sofferenza
animale, dalla scienza al diritto”,
che si sono tenute a Parigi il 18 e 19
ottobre, organizzate da “La
Fondation droit animal, éthique et
sciences” (LFDA). Una prima in
Francia, a testimonianza dell'evoluzione
dei saperi, ma anche delle riflessioni e
delle opinioni su cio' che concerne la
sensibilita' animale.
“In questo settore le ricerche
francesi sono essenzialmente condotte
dall'Institut national de recherche
agronomique (INRA), con l'intento di
ridurre il dolore nell'ambito delle
tecniche di cattura e abbattimento”,
dice
Thierry Auffret Van der Kemp,
direttore del LFDA. Ma la sofferenza
animale non puo' essere studiata senza
considerare lo studio del comportamento,
ambito nel quale di anglosassoni sono
molto piu' avanti”.
Di fatto: britannici, americani e
australiani, largamente rappresentati in
questo incontro, hanno fatto riferimento
a molte altre specie oltre vacche,
vitelli e maiali.
Sia per l'uomo come per l'animale, il
dolore ha una funzione di allerta:
segnala a chi lo prova la presenza di
una minaccia sulla propria integrita'
fisica, e gli consente di mettere in
moto i meccanismi di difesa o di
adattamento. “Quando si parla di
dolore, ci si riferisce ad una
sensibilita' dolorosa che non e' quella
chimica. E' una sensibilita' che fa
riferimento a meccanismi nervosi su basi
nocicettive (ndr. nocicezione:la
capacita' di reagire con riflessi ad
agenti esterni che minacciano l'integrita'
dell'organismo), e che non ha la
medesima intensita' secondo il livello
di evoluzione delle specie”,
ricorda il biologo e filosofo
Georges Chapouthier, ricercatore del
CNRS. In seguito si distingue la
nocicezione, il dolore (quando alla
nocicezione si aggiunge un emozione, un
sentire) e infine la sofferenza, quando
a questo dolore si aggiunge la capacita'
di esserne consapevoli.
Ed e' soprattutto sui mammiferi -in
primo luogo sull'uomo- che le conoscenze
hanno fatto progressi. “Tutti i
vertebrati possiedono le strutture
nervose primarie che intervengono nel
trattamento delle informazioni
nocicettive, cioe' specificamente legate
alla percezione del dolore” ricorda
Frank Péron, veterinario ed ecologo
all'Universita'
britannica di Lincoln. “Presso i
mammiferi, lo sviluppo delle cortecce
cerebrali fanno si' che fattori
cognitivi ed emozionali modulino il
sentire di questo dolore”.
Dal dolore alla sofferenza, il limite e'
quindi presto rotto. Come valutare l'uno
e l'altro ? Presso l'uomo, animale dotato
di linguaggio, il sentire puo' essere
descritto e valutato dal medesimo
soggetto.
Variabili psicologiche
Ma presso gli altri ? Per individuare e
misurare il dolore animale, ci si basa
volta per volta sul succedersi di
variabili psicologiche (concentrazione
di alcuni ormoni, ritmo cardiaco,
temperatura), sulle modifiche del
comportamento (crisi, movimenti,
appetenza, aggressivita') e sulle
performance zootecniche (produzione del
latte) – a cui si aggiunge la
constatazione clinica di alcune lesioni.
Quando si tratta di studiare cio' che
sopportano i mammiferi, si dispone anche
di un largo ventaglio di criteri.
Ma, attenzione ! “Il modo con cui
manifestano il dolore, varia in modo
considerevole da una specie all'altra,
cosi' come tra individui della medesima
specie”, ricorda Frank Péron.
“Per cui e' indispensabile conoscere
bene il comportamento normale si' da
individuare le modifiche che ci possono
aiutare ad individuare uno stato di
sofferenza”. Se una tale conoscenza
e' richiesta per valutare la
sensibilita' di animali molto vicini a
noi, ci si immagini la difficolta'
incontrata con delle specie piu'
lontane.
Nel corso di questo colloquio,
neurobiologi, etologi e veterinari hanno
presentato vari studi recenti che
testimoniano una sensibilita' al dolore
presso specie molto diverse. Il
comportamento del pollame handicappato
con frattura dell'arto - un incidente
frequente presso i polli - puo', per
esempio, essere modificato con la
somministrazione di analgesici.
I pesci, molto in voga commercialmente,
ma poco studiati fino ad oggi, rivelano
di avere, nell'individuazione del
dolore, il medesimo apparato
neurobiologico dei mammiferi. Le
lumache, gli insetti, i ragni e i vermi
hanno capacita' di apprendimento
sicuramente limitate ma reali e numerosi
invertebrati sollevano la gamba - quando
ce l'hanno - per evitare una sofferenza
troppo forte. Senza tuttavia sapere se
si tratta di una reazione al dolore
propriamente detto o di un semplice
riflesso nocicettivo.
Crostacei decapodi
Altra famiglia a lungo sottostimata e'
quella dei crostacei decapodi.
“Quando si infliggono loro dei
trattamenti sgradevoli, essi apprendono
alcune strategie per evitarli, a
testimonianza di risposte
comportamentali troppo complesse e
prolungate per essere spiegate col il
solo riflesso nocicettivo”, dice
Robert Elwood, biologo all'Universita'
Queen di Belfast in Irlanda del Nord.
Anche i granchi di costa: quando in un
luogo con molta luce gli si pone di
scegliere un rifugio buio (di cui sono
appassionati), essi imparano subito ad
evitare quelli nei quali hanno ricevuto
delle scosse elettriche durante le loro
prime visite.
O, ancora, i gamberetti: quando si
deposita sulle loro antenne un prodotto
irritante essi si strofinano a lungo, e
smettono se si somministra loro un
anestetico locale.
Senza parlare dei cefalopodi
(piovre, calamari, seppie), a cui e'
stata attribuita una speciale menzione:
su di essi sono state evidenziate
manifestazioni ben oltre i semplici
riflessi nocicettivi, le loro capacita'
cognitive e di memoria sono cosi'
elaborate che oggi vengono considerati
esseri sensibili. Al punto tale che
figurano, accanto ai mammiferi e agli
uccelli, nei principali articoli e libri
europei per la protezione degli animali.
Cio' che la scienza dimostra, il diritto
ignora... Almeno all'inizio.
Grazie ad un trattato sulla sofferenza
degli animali da allevamento, realizzato
nel 2009 dietro richiesta del ministero
francese dell'Agricoltura, l'INRA ha
concluso che il dolore animale non puo'
piu' essere valutato “solamente in
funzione di indicazioni economiche o
sanitarie”. “La questione del dolore e'
ormai all'ordine del giorno nella
societa', per i consumatori e per i
cittadini”, osservano gli esperti.
La problematica -aggiungono- si e' anche
estesa alla nozione di benessere, che
integra il dolore in un ambito piu'
vasto, “sul modello della
definizione della salute umana”,
con componenti psicologiche e sociali.
Da questo l'evoluzione del diritto a
favore della protezione degli animali,
basata sulle loro capacita' di sentire
il dolore o di provare emozioni.
“Il diritto zoppicante”
Problema: se questa evoluzione e'
sentita negli articoli e nei libri, lo
e' molto meno nella realta' dei fatti.
“La scienza prospera, ma il diritto
zoppica, e questo a dispetto dei
lodevoli sforzi delle istituzioni
internazionali e di numerosi Paesi”,
dice
Jean-Marie Coulon, primo
presidente onorario della Corte
d'Appello di Parigi, che a proposito
porta l'esempio della Francia come
particolarmente rivelatore. “Questo
Paese ha introdotto nel suo ambito
giuridico numerose disposizioni che
proteggono la condizione animale, ma non
si decide mai, per riluttanza, ad
adottare una chiara ed incontestabile
definizione della sensibilita' animale
atta alla sofferenza”.
Nel cuore di questa contraddizione:
il ruolo -piu' o meno efficace- dell'etica.
A partire dalla meta' del XIX secolo, la
compassione ha fatto si' che fossero
approvate regole giuridiche rispetto
agli animali di compagnia e agli animali
da lavoro, basate essenzialmente sulle
violenze che vengono loro fatte e che
sconvolgono l'ordine pubblico. La legge,
nella nostra epoca, “non consente di
accordare all'animale se non cio' che
non interferisce con l'uomo, i suoi
usi, i suoi bisogni e i suoi profitti”,
sottolinea il professor
Jean-Claude Nouet, medico biologo e
co-fondatore della LFDA, per il quale
“la specificita' morale a questo
approccio compassionevole e' stato fatto
proprio nella meta' del XX secolo dopo
una riflessione etica”.
Una riflessione che si concentra sulle
violenze “collettive” fatte
alle bestie, attraverso l'allevamento
intensivo e industriale, la caccia o
la sperimentazione in laboratorio.
Una riflessione, quindi, molto piu'
imbarazzante per l'uomo, la cui vita fa
riferimento dalla notte dei tempi alla
funzione animale.
Scatola di Pandora
“Anche se noi ci prostriamo
scientificamente alle dimostrazioni, chi
dubita, in fin dei conti, che gli
animali conoscano sofferenza, piacere e
dolore? La maggior parte degli uomini
sanno molto bene quando il loro cane sta
male, quando il loro gatto preferisce
questo o quell'altro cibo, quando il
cavallo ha paura di alcune situazioni”,
dice
Jean-Luc Guichet, professore
aggregato di filosofia all'Universita'
di Picardie.
Se il potere giuridico tarda cosi' tanto
a mettersi d'accordo con le evidenze
scientifiche, e' perche' -dice il
nostro- riconoscere il dovuto rispetto
all'animale aprirebbe la scatola di
Pandora che minacce le nostre liberta'.
La sensibilita' animale dimostra anche
“una verita' repressa”
che tutto il
mondo conosce ma che preferisce
dimenticare.
Questo e' particolarmente facile nel
nostro mondo moderno, che e' quello che
ha organizzato “l'invisibilita' e la
compartimentazione dei compiti e degli
spazi. Sia che si tratti di allevamento,
di abbattimento o di sperimentazione,
tutto si fa in considerazione del
consumatore; cio' che lo rende immune
nei confronti della propria sensibilita'”.
“L'attenzione etica nei confronti
dell'animale e' organizzata in circoli
concentrici successivi di empatia
decrescente, che danno generalmente la
priorita' al cane e al gatto, passando
dai mammiferi agli altri vertebrati, per
finire agli invertebrati, generalmente
considerati come alimento o minaccia”,
dice Jean-Claude Nouet.
Tre gruppi
Da qui il convincimento, diffuso nella
maggior parte degli esperti, che non
bisogna distruggere le differenze tra le
specie, ma al contrario prenderle in
considerazione sul piano giuridico.
“Per cio' che concerne i loro diritti,
io classificherei gli animali in tre
grandi gruppi -riassume
Georges Chapouthier: da una
parte i vertebrati a sangue caldo
(mammiferi e uccelli) e senza dubbio i
cefalopodi; dall'altra parte i
vertebrati a sangue freddo (rettili,
anfibi e pesci) e puo' darsi anche quale
invertebrato 'intelligente' come i
crostacei decapodi; e infine tutti gli
altri”. Il lombrico ha molto da
fare...
By Catherine Vincent, pubblicato sul
quotidiano Le Monde
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Studio francese
rivela: i babbuini sanno leggere
- Nuovo studio francese rivela che i
babbuini distinguono le parole
Francia, Marsiglia, 2012 - I babbuini sanno
"leggere". Sono capaci di riconoscere parole
di senso compiuto e distinguere da sequenze
di lettere senza senso. Lo sostiene un nuovo
studio, realizzato dal Centro nazionale per
la ricerca scientifica francese e pubblicato
sulla prestigiosa rivista Science.
La ricerca
conferma la capacità delle scimmie di
riconoscere i segni del linguaggio umano. Lo
studio, che si è avvalso della
collaborazione dell'Università di Marsiglia,
ha rilevato che nel giro di un mese e mezzo
i babbuini hanno imparato a riconoscere
decine di parole umane, distinguendole da
segni senza significato.
Secondo la
ricerca, i babbuini sono in grado di
padroneggiare alcuni elementi fondamentali
per la lettura, pur non avendo competenze
linguistiche propriamente dette. I primati
sono infatti capaci di distinguere le
sequenze di lettere che compongono parole
inglesi corrette, da altre sequenze senza
senso. In gergo scientifico, le scimmie
avrebbero dunque capacità di "elaborazione
ortografica", tipiche della lettura.
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Nuova
sensazionale scoperta:
Gli
animali hanno una coscienza
– 01/07/2014
Nel 1986 Konrad Lorenz, etologo di fama
mondiale, dichiarò “ Sono pienamente
convinto che gli animali hanno una
coscienza. L’uomo non è il solo ad avere una
vita interiore soggettiva, ma è troppo
presuntuoso. Il fatto che gli animali
abbiano una coscienza “solleva dei
problemi”.
Forse l’uomo ha paura,
perché riconoscendo una vita interiore agli
animali sarebbe costretto a inorridire per
il modo in cui li tratta”. Oggi la scienza
lo conferma: eminenti scienziati
internazionali (ricercatori cognitivi,
neurofarmacologi, neurofisiologi,
neuroanatomisti e neuroscienziati
computazionali) hanno sottoscritto un atto
ufficiale, la “Dichiarazione di Cambridge
sulla Coscienza” nella quale confermano che
“gli esseri viventi sono coscienti e
consapevoli allo stesso livello degli esseri
umani”.
La dichiarazione è stata firmata in presenza
di Stephen Hawking, matematico, fisico e
cosmologo, fra i più importanti del mondo,
noto per gli studi sui buchi neri. L’elenco
comprende tutti i mammiferi, uccelli,
invertebrati, insetti.
Ma cos’è la coscienza? Il termine deriva dal
latino Cum-scire, cioè "sapere insieme":
l'uomo ha 3 centri indipendenti chiamati
"centro intellettivo","motore-istintivo"e
"emozionale", posti nel
cervello.
La "coscienza" indica lo stato di sintonia
tra i 3 centri, che permette la
consapevolezza di sè, delle proprie azioni e
scopi, dei rapporti con il mondo esterno,
dei sentimenti, capacità di valutare i
valori morali, ravvedersi, pentirsi, etc.
Queste facoltà non sono più doti uniche
dell’uomo, ma di tutte le creature !
Un aspetto molto interessante rilevato dagli
studiosi è che la coscienza emerge anche
negli animali che sono molto differenti
dagli umani, compresi quelli che si sono
sviluppati su percorsi evolutivi differenti,
come uccelli, insetti,e acefalopodi (polipi,
seppie, calamari), in quanto l’assenza di
neocorteccia cerebrale non impedisce ad un
essere vivente di provare stati affettivi.
Scrivono gli scienziati “Prove convergenti
indicano che gli animali hanno substrati
neuroanatomici, neurochimici e
neurofisiologici di stati di coscienza,
insieme alla capacità di esibire
comportamenti intenzionali, di provare stati
affettivi e di sognare come l’uomo,incluso
il sonno Rem. Di conseguenza l'evidenza
scientifica indica che gli umani non sono
gli unici a possedere i substrati
neurologici che generano coscienza”.
E’ una rivoluzione scientifica e morale nei
loro confronti! Testi scientifici hanno
scoperto prove di coscienza commoventi:
animali che meditano su un brano musicale o
ricordi su un pezzo di torta, elefanti che
si aiutano per risolvere problemi, scimpanzè
che insegnano ai giovani a fare arnesi,
polpi in grado di pianificare, uccelli che
sognano come noi, incluso il sonno Rem,
gazze che dimostrano eclatanti analogie con
umani, grandi scimmie, delfini e elefanti:
si riconoscono nello specchio, mentre i
pappagalli africani grigi hanno livelli di
coscienza simili a quelli umani.
La ricerca sulla coscienza è in rapida
evoluzione e ciò richiede una rivalutazione
periodica dei preconcetti in questo settore.
Dichiara l’istituto di ricerca della
coscienza Umberto di Grazia “
Questa scoperta rappresenta un grande e
importante cambiamento, la scienza sta
realizzando che tutta la vita è
interconnessa e interdipendente, e che gli
umani non sono gli unici esseri coscienti
del pianeta”
Gli animali sono consapevoli nello stesso
modo in cui lo siamo noi.
Ciò comporterà di rivedere la nostra
responsabilità morale nei loro confronti.
By Marinella
Meroni
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INTELLIGENZA
degli ANIMALI ? ....Da dei PUNTI a
quella UMANA
L'essere umano si è distinto dal resto
delle specie animali grazie al
raggiungimento di traguardi incredibili,
soprattutto considerando le nostre origini
di cacciatori-raccoglitori, non molto
differenti dalle abitudini di moltissimi
animali. Ogni sfida superata ed ogni
risultato ottenuto hanno contribuito a
convincerci della nostra superiorità
intellettiva rispetto a cani, delfini, orsi
o pesci, ma la realtà sembra essere ben
differente.
"Per millenni, ogni genere di autorità, da
quella religiosa a quella scientifica, ha
ripetuto lo stesso concetto fino alla
nausea: l'essere umano è straordinario in
virtù del fatto che è l'essere vivente più
intelligente dell'intero regno animale"
sostiene Arthur Saniotis, ricercatore della
University's School of Medical Sciences.
"Tuttavia, la scienza ci dice chiaramente
che gli animali possono avere facoltà
cognitive superiori a quelle dell'essere
umano".
L'idea della superiorità umana sembra
nascere nel periodo della Rivoluzione
Agricola, circa 10.000 anni fa, quando
l'aver domato alcune specie del regno
vegetale come i cereali convinse l'uomo
della sua superiorità sul resto della
natura.
Il problema di questo concetto risiede nel
fatto che l'essere umano e gli animali
possono essere considerati ugualmente
intelligenti, con la differenza che gli
animali utilizzano le loro capacità
cognitive in ambiti del tutto differenti,
portando ad un'errata interpretazione su
quale livello possa raggiungere la loro
intelligenza.
"Il fatto che gli animali possano non
comprenderci, insieme al fatto che noi non
riusciamo a capirli, non significa che le
nostre 'intelligenze' si trovano a livelli
differenti, sono soltanto di tipo diverso"
spiega Maciej Henneberg, professore di
anatomia antropologica e comparativa della
School of Medical Sciences. "Quando uno
straniero tenta di comunicare utilizzando
una versione imperfetta del nostro
linguaggio, la nostra impressione è che non
sia molto intelligente. Ma la realtà è molto
diversa".
Rispetto a qualche decade fa, quando si
parlava di intelligenza in modo estremamente
generico, oggi siamo arrivati a distinguere
fino a nove ambiti distinti d' intelligenza:
se l'essere umano eccelle, per esempio,
nell'intelligenza musicale, linguistica e
logico-matematica, la maggior parte delle
specie animali è letteralmente imbattibile
in una o più nicchie differenti, come nello
sfruttamento dell'intelligenza naturalistica
e di quella corporea.
"Gli animali esibiscono diversi tipi di
intelligenze che sono stati finora
sottovalutati per colpa della fissazione
umana per il linguaggio e per la tecnologia.
Alcuni mammiferi, come i gibboni, possono
produrre una vasta gamma di suoni, circa 20
suoni diversi con differenti significati che
consentono a questi primati di comunicare
attraverso la foresta tropicale. Il fatto
che non costruiscano case (contrariamente
all'essere umano) è del tutto irrilevante
per i gibboni".
In effetti, il ragionamento non fa una
piega. Alcune tribù umane considerate
"incontaminate" per l'assenza di contatti
con la civiltà continuano a comunicare con
un bagaglio linguistico estremamente
ridotto, spesso costituito da "click" e
fischi. Non sentono nemmeno la necessità di
possedere una casa per ogni famiglia,
condividendo lo stesso tetto con il resto
della comunità; e la loro necessità di
essere protetti dagli agenti atmosferici
deriva esclusivamente dal fatto che, al
contrario dei gibboni o di moltissimi altri
animali, il corpo nudo dell'essere umano non
è "a prova di clima".
Come alcuni animali sembrano non essere
particolarmente portati per le lingue o la
matematica, l'essere umano non è dotato di
alcuni meccanismi biologici estremamente
complessi che coinvolgono necessariamente un
elaboratissimo grado di computazione da
parte di un cervello animale. "Molti
quadrupedi lasciano impronte olfattive
complesse nell'ambiente in cui vivono, e
alcuni, come i koala, hanno speciali
ghiandole pettorali per lasciare tracce
olfattive. Gli esseri umani, con il loro
limitato senso dell'olfatto, non possono
nemmeno afferrare la complessità dei
messaggi contenuti in questo sistema di
comunicazione, che può essere ricco
d'informazioni quanto il mondo visivo".
Noi esseri umani siamo abituati a dimostrare
la nostra intelligenza
logico-linguistico-matematica attraverso la
comunicazione verbale o scritta,
comportamento che ha pregiudicato moltissimi
esperimenti volti a rilevare il livello di
intelligenza animale. Per quale motivo?
Semplice: non possiamo pretendere che il
resto del regno animale possa/voglia
comunicare nel modo in cui comunicano solo
poche specie del pianeta. Come non possiamo
pretendere che, per misurare la loro
intelligenza, si parta da parametri quasi
esclusivamente tarati sulla nostra specie.
Gli elefanti, per esempio, sono stati tra i
primi mammiferi ad essere esaminati per
scoprire la loro capacità di utilizzare
oggetti per risolvere un problema. Questa
caratteristica, che sicuramente ha
contribuito in buona parte al successo
dell'essere umano, è da sempre considerata
un sintomo di intelligenza.
Agli elefanti è stato dato un bastone
tramite l'utilizzo del quale era possibile
raggiungere del cibo altrimenti fuori dalla
portata degli animali. Curiosamente gli
elefanti, sebbene noti per la loro
intelligenza e memoria, non hanno utilizzato
il bastone per ottenere il cibo, nonostante
si siano dimostrati capaci di localizzare il
cibo e di afferrare il bastone con la
proboscide.
L'esperimento suscitò qualche grattacapo
fino a quando i ricercatori individuarono di
un errore di fondo nel test: afferrare il
bastone con la proboscide lasciava gli
elefanti privi del tatto e dell'olfatto,
sensi su cui fanno affidamento in modo molto
più massiccio rispetto alla vista.
Non appena il bastone fu sostituito da una
scatola (da spostare per raggiungere il
cibo), gli elefanti hanno ottenuto la
ricompensa in brevissimo tempo calciando
ripetutamente la scatola.
Questo è solo un
esempio di come tendiamo ad interpretare
l'intelligenza animale secondo parametri del
tutto inadatti. Gli scoiattoli, ad esempio,
fingono di seppellire i semi di cui sono
ghiotti se si accorgono di essere osservati,
dimostrando di essere in grado di pensare al
futuro e di saper depistare potenziali
competitori per il cibo. I corvi invece sono
in grado di costruire uncini utilizzando
cavi metallici allo scopo di ottenere cibo
altrimenti irraggiungibile, esprimendo una
capacità di problem solving incredibile
soprattutto considerando che i loro unici
strumenti di manipolazione sono le zampe e
il becco.
E che dire dei calabroni, capaci di
risolvere problemi più velocemente di un
computer quando si tratta di calcolare il
percorso migliore per raggiungere una serie
di punti (o fiori) nello spazio
tridimensionale? La realtà è che stiamo
ampiamente sottovalutando l'intelligenza
animale per via di parametri di ricerca e
preconcetti che ci impediscono di cogliere
le incredibili espressioni cognitive dei
nostri parenti più o meno prossimi.
Tratto da: antikitera.net – Fonte: ditadifulmine.net
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I
CANI sanno
fiutare il
cancro del
colon
Lo studio conferma che anche ai primi stadi
della malattia le cellule cancerose emettono
sostanze potenzialmente rilevabili con
sensori dedicati
"Il cane ha identificato con successo quali
fossero i campioni cancerosi con un
accuratezza del 95 per cento nei campioni di
espirato e del 98 per cento in quelli di
feci, con il tasso di rilevazione più
elevato proprio fra i campioni presi da
persone ai primi stadi della malattia. I
livelli di affidabilità sono paragonabili a
quelli della colonscopia.
I risultati hanno mostrato che gli altri
problemi gastrointestinali e il fatto che la
persona fosse un fumatore non
rappresentavano per il cane fattori
confondenti.
Il cane è dunque in grado di fiutare gli
odori legati a sostanze prodotte dalle
cellule cancerose che circolano
nell'organismo, osservano i ricercatori,
confermando altre ricerche e resoconti
aneddotici che già avevano indicato la
capacità di questi animali di rilevare i
cancri della prostata, della pelle, del
polmone, del seno e dell'ovaio."
Tratto da:
http://lescienze.espresso.repubblica.it/articolo/I_cani_sanno_fiutare_il_cancro_del_colon/1346537
Free full text:
http://gut.bmj.com/content/early/2011/01/17/gut.2010.218305.full
Il miglior
amico dell'uomo ? E' certamente il
suo animale domestico.
Ora possiamo dirlo forte più che mai, visto
che i nostri amici pelosi sono in grado,
oltre che di donarci affetto
incondizionatamente, anche di fiutare le
nostre malattie.
A partire da diverse patologie metaboliche,
come diabete, morbo di Addison e
narcolessia, fino ai tumori, aiutano
concretamente il paziente e affiancano il
medico nella diagnosi.
Un esempio ? Hamish, un cane di razza cocker
che avrebbe salvato la vita per ben 4 volte
a Carol Miller, una signora scozzese
afflitta da
diabete in una delle forme più gravi,
perché in grado di avvertire il particolare
odore salato che la donna emette quando gli
zuccheri cominciano a calare e si avvicina
una crisi. "Se il livello degli zuccheri
inizia a scendere inizio a sudare ed emano
un odore salato.
Se invece il livello è troppo alto emano un
odore dolce. Noi non possiamo sentire la
differenza, ma Hamish può ed è sempre
all'erta quando ho bisogno di lui. I
diabetici soffrono di cali ipoglicemici i
cui effetti sono simili a quelli di una
brutta sbronza.
Quando sono sveglia sento che sta arrivando
un attacco e quindi posso intervenire con
un'iniezione, ma quando dormo come si fa ?
I dottori non sanno come ho sviluppato
questa malattia", ha spiegato la stessa
Carol al
Daily Mail.
Poi c'è il dolcissimo gatto Fidge, che ha
capito prima dei medici che le condizioni di
salute della sua padrona Wendy Humphreys non
erano ottime. Il gatto, per settimane,
continuava a saltarle sul petto e ha smesso
solo quando Wendy ha deciso di farsi
visitare, scoprendo di avere un tumore
maligno al seno che, se non fosse stato
scoperto, avrebbe potuto ucciderla. Ora sta
svolgendo la
chemioterapia e non finirà mai di
ringraziare Fidge per averle salvato la
vita.
Una caratteristica dei quattro zampe,
questa, prospettata non solo da questi casi,
ma anche da diversi studi scientifici in
tutto il mondo. E che ora, grazie al
progetto di Medical Detection Dogs Italia
Onlus (Mddi Onlus), associazione senza fini
di lucro che sostiene la ricerca scientifica
medica sull'impiego dell'olfatto del cane
per il rilevamento di malattie, è diventata
certezza.
E' possibile, infatti, usare la capacità
olfattiva dei cani per individuare e
identificare odori talmente impercettibili
che neppure le apparecchiature scientifiche
più sensibili riescono a misurare. E
diagnosticare, così, in maniera rapida e non
invasiva, pesino il cancro.
"L'associazione non vuole sostituirsi alle
metodiche tradizionali nell'individuare le
patologie, ma offre uno strumento ulteriore
di screening non invasivo", hanno tenuto a
sottolineare gli esperti fautori del
progetto, nato dall'incontro e la
collaborazione di studiosi italiani con gli
esperti inglesi, da tempo impegnati nelle
ricerche sull' "uso diagnostico"
dell'olfatto di questi animali.
"Le ricerche scientifiche portate avanti in
tutto il mondo hanno confermato che i cani
sono in grado di individuare tumori e altre
malattie metaboliche grazie alla loro
sensibilità olfattiva con una attendibilità
pari al 98%", ha spiegato Aldo La Spina,
rieducatore cinofilo, istruttore di cani
d'assistenza e vicepresidente
dell'associazione Mddi.
Sarà un sesto senso, un legame speciale, un
dono della natura, ma cani e gatti possono
rilevare le condizioni di salute dei loro
padroni e la loro straordinaria e
stupefacente capacità ha già salvato molte
vite.
By Roberta Ragni – Tratto da: wellme.it
Cane e padrone, la comprensione è nello
sguardo - 09 Gennaio 2012
Uno sguardo occhi negli occhi e l'attenzione
del cane è tutta per il suo padrone. Non è
dunque solo il richiamo verbale quello che
permette agli animali di interpretare le
intenzioni del loro interlocutore, anzi.
Uno studio condotto da
József Topál e dai colleghi dell’Hungarian
Academy of Sciences, pubblicato su
Current Biology, mostra che i cani,
almeno quanto i bambini, sono più ricettivi
quando la comunicazione è introdotta da una
richiesta di attenzione, come uno sguardo
negli occhi, che dimostri la chiara volontà
di trasmettere un messaggio.
Per comprendere la reazioni dei cani a
diversi tipi di stimoli, i ricercatori
ungheresi si sono serviti di due vasi di
plastica identici e di un sensore progettato
per seguire i movimenti oculari degli
animali, in modo da capire su quale dei vasi
si posasse, di volta in volta, il loro
sguardo. Un addestratore doveva portare
l'attenzione su uno dei due vasi,
semplicemente guardandolo. Prima però doveva
richiamare l'attenzione del quadrupede, e
per farlo poteva fissarlo negli occhi e
interpellarlo ad alta voce, o parlargli
soltanto, sussurrando ed evitando
accuratamente il contatto visivo.
I risultati hanno mostrato che nel primo
caso gli animali risultavano più attenti e
si concentravano più spesso sul vaso
guardato dall'addestratore. “Sempre più
prove supportano l’idea che gli umani e i
cani abbiano in comune alcune abilità
sociali”, commenta Topál, “il funzionamento
cognitivo-sociale dei cani assomiglia per
molti versi a quello di un bambino dai sei
mesi ai due anni”.
By Francesco Toti
Riferimento: Current Biology
10.1016/j.cub.2011.12.018
Il peggior nemico del Cane =
L'Uomo
Durante tutto il corso della
storia l'uso degli animali nell'ambito
dell'esercito è sempre stato molto diffuso.
Basti pensare al cavallo, per millenni unico
mezzo di locomozione per soldati e civili,
agli elefanti di Annibale, ai muli degli
alpini, ma anche ai piccioni viaggiatori ed
ai cammelli.
Molto spesso gli animali sono stati
considerati alla stessa stregua di oggetti
inanimati, nulla più di un carretto o di un
trabucco, più raramente veri e propri
soldati (sia pur di rango inferiore)
inseriti a tutti gli effetti nell'esercito.
Da sempre gli animali (soldati per forza) si
sono trovati loro malgrado a condividere le
stesse sorti dei militari, falciati in
battaglia dal fuoco o dalle frecce nemiche,
ammazzati dal freddo o dalla fame,
massacrati dalle esplosioni o dalla fatica.
Ai
nostri giorni le truppe si
muovono sui mezzi corazzati e sugli aerei,
le comunicazioni sfruttano i sistemi
satellitari e perfino gli eserciti che
operano nelle zone impervie di montagna
hanno pensionato i muli a favore di
motoslitte ed elicotteri assai più
performanti di quanto non lo fossero le
creature a quattro zampe.
Verrebbe quasi voglia di dire che una volta
tanto l'innovazione tecnologica ... ed il
progresso (sia pur nell'ambito dello
sterminio di massa) abbiano portato ad un
risultato positivo. Oggi finalmente ci
ammazziamo fra di noi, senza coinvolgere nel
massacro creature la cui sola colpa è quella
di servirci fedelmente, fatta eccezione
naturalmente per quelle migliaia di animali
che sistematicamente vengono dilaniati e
bruciati insieme alle donne ed ai bambini,
durante i bombardamenti, il lancio del
fosforo bianco e del napalm, o
saltano sulle mine disseminate a pioggia in
alcune regioni, quasi si trattasse di
coltivazioni biologiche.
Purtroppo invece
occorre constatare come nemmeno in termini
di salvaguardia dei diritti degli animali,
l'innovazione sia riuscita a produrre
qualcosa di positivo.
Al contrario, come si può leggere in
un articolo presente su Corriere
della Sera, dai toni vagamente divertiti e
trionfalistici, gli animali negli eserciti
ci sono e ci saranno ancora, ma il loro
ruolo è radicalmente cambiato.
Non più un ruolo passivo di trasporto truppe
e attrezzature o la comunicazione, bensì un
ruolo attivo (da vero soldato) che spazia
dalla ricognizione alla ricerca delle mine,
fino al vero e proprio assalto fisico nei
confronti del nemico.
I cani in forza negli eserciti moderni,
nell'articolo si fa riferimento a quello
della Nato e ad Israele, fanno i
paracadutisti insieme agli altri soldati,
assurgono al ruolo di "scudo canino"
ispezionando le aree a rischio con una
telecamera montata sulle spalle (avendo
costi di sostituzione molto più bassi di un
drone) e affrontano i nemici (naturalmente
pericolosi terroristi) con il
solo ausilio dei propri denti, quando
necessario. Vengono considerati estremamente
utili e “spesso più efficaci delle macchine
nei combattimenti all’interno dei centri
urbani”, nonché “molto utili anche nelle
ricognizioni dentro i tunnel e bunker
costruiti da formazioni armate”.
Così utili da rivelarsi per molti eserciti
un vero e proprio fiore all’occhiello e da
meritarsi un vero e proprio cimitero per
eroi canini di guerra, a loro dedicato nei
dintorni di Tel Aviv. Ed “eroi” ci diventano
davvero molto spesso, poiché vuoi per il
loro ruolo di scudi, vuoi per il grado di
fedeltà estremamente più alto rispetto a
quello del soldato medio, vuoi per il fatto
che trovandosi accanto a soldati umani e
armamenti costosissimi si palesano come i
soggetti maggiormente sacrificabili, fra i
militari a quattro zampe la percentuale di
mortalità risulta altissima.
Cani marines o
carne da macello, fate un po voi,
che oltre ad entusiasmare qualche
giornalista dimostrano inequivocabilmente
come nell'era "del progresso" il livello
culturale e la sensibilità della razza umana
sia in grado solo di regredire, rendendo
l'uomo il peggior nemico del cane.
Un nemico dal quale purtroppo queste povere
e sincere creature NON sono in grado di difendersi.
By Marco Cedolin
Tratto da: luogocomune.net
COME
COMUNICANO CON LA CODA I CANI - Nov.
2013
I cani hanno un modo tutto loro di
comunicare le proprie intenzioni:
scodinzolare. Un cane amichevole infatti
muove la coda prevalentemente verso destra,
mentre uno bellicoso verso sinistra. Si
tratta di un autentico sistema di
comunicazione canino, che permette a questi
animali di riconoscere le intenzioni degli
altri esemplari, e reagire di conseguenza. A
dimostrarlo è uno studio del Centro
Interdipartimentale Mente/Cervello
dell'Università di Trento, pubblicato sulla
rivista Current Biology.
La ricerca fa seguito ad uno studio
precedente dello stesso gruppo, che aveva
dimostrato come gli stimoli positivi (ad
esempio la vista del padrone), che
determinano una maggior attivazione
dell'emisfero cerebrale sinistro, provochino
un movimento della coda dal centro verso
destra e ritorno, mentre stimoli nuovi e
potenzialmente stressanti (come un cane
sconosciuto in arrivo con atteggiamento
aggressivo), che sono elaborati
dall'emisfero destro, dirigano lo
scodinzolio verso sinistra. Questo perché
ciascun emisfero controlla in prevalenza il
lato opposto del corpo.
Restava però da scoprire se i cani
percepissero tale asimmetria di movimento
nei loro conspecifici, e fossero in grado di
modificare il loro comportamento di
conseguenza. Per farlo, il team di
ricercatori guidato da Giorgio Vallortigara
ha osservato le reazioni di 43 cani di razze
diverse, messi di fronte ad immagini di
conspecifici, o di loro siluette,
scodinzolanti verso destra, verso sinistra o
non scodinzolanti.
L'esperimento ha mostrato tre reazioni molto
differenti: in caso di scodinzolio a
sinistra i cani reagivano con ansia e
battito cardiaco aumentato, come di fronte
ad un avversario bellicoso; quando la coda
andava a destra si dimostravano amichevoli;
mentre in assenza di scodinzolio la reazione
era piuttosto nervosa, come se il cane
percepisse paura in un compagno immobile.
"L'asimmetria può avere una valenza
comunicativa", spiega Vallortigara. "Non che
il cane stia intenzionalmente comunicando
con un suo conspecifico tramite la coda.
Forse quel che accade è che i segnali di
scodinzolio veduti nel campo visivo sinistro
(elaborati dall'emisfero destro) sono notati
maggiormente e fanno capire subito
all'osservatore l'attitudine amichevole del
conspecifico".
Secondo gli autori della ricerca, il fatto
che i cani reagiscano diversamente
all'asimmetria percepita nello scodinzolio
di altri cani andrebbe a sostegno
dell'ipotesi di un legame tra asimmetria
cerebrale e comportamento sociale. Le
possibili ricadute pratiche, spiegano i
ricercatori, possono riguardare la
veterinaria, in termini di un più efficace
approccio agli animali (per esempio durante
le visite medico-veterinarie) e al
miglioramento delle pratiche di
addestramento, sfruttando le asimmetrie
percettive destra/sinistra per favorire
comportamenti amichevoli o di evitamento.
Fonte: galileonet.it
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L'aritmetica delle scimmie sanno contare
come noi
CHICAGO 2007 - Ecco un nuovo elemento da
aggiungere alla lista delle cose che ci
legano al mondo animale, in particolare a
quello delle scimmie.
Anche loro infatti saprebbero contare, o
comunque distinguere tra diverse quantità
numeriche. Lo dimostra un esperimento
condotto dai ricercatori della Duke
University di Chicago, secondo il quale i
nostri parenti animali più prossimi
avrebbero una sorprendente agilità mentale
nel riconoscere numeri e fare piccole somme.
Lo studio è stato condotto in curioso
parallelo tra primati e studenti volontari e
i risultati ottenuti sono stati
sorprendenti.
Nell'esperimento alle scimmie è stato
chiesto di fare rapide addizioni mentali: il
76 per cento degli animali ha risposto
positivamente, contro il 94 per cento degli
studenti, cui era stato chiesto di fare la
stessa cosa. Una differenza di percentuale
irrisoria, che secondo gli scienziati
americani suggerisce una comune propensione
al calcolo.
"E' noto che gli animali sanno riconoscere
le quantità, ma la vera sorpresa sta nella
loro capacità di realizzare calcoli
matematici come l'addizione", ha spiegato
Jessica Cantlon, ricercatrice al Centro di
Neuroscienza cognitiva della Duke
University, a Durham (North Carolina). "La
nostra ricerca dimostra proprio questo".
Lo studio, pubblicato nella rivista Public Library of Scienze Biology, arriva poco
tempo dopo quello di un gruppo di
ricercatori giapponesi, che ha dimostrato
come i giovani scimpanze' abbiano una memoria
di breve termine migliore di quella dei loro
colleghi studenti.
L'indagine americana però si è spinta oltre,
dimostrando che i primati possono non solo
analizzare l'informazione, ma anche
riprodurla. Non solo: secondo gli studiosi,
l'aritmetica potrebbe essere parte integrante
del nostro comune passato evoluzionistico.
L'esperimento.
I giovani primati, sottoposti ad esperimenti
mnemonici, hanno dimostrato di essere in
grado di ricordare brevi modelli matematici
apparsi in successione su uno schermo di
computer, meglio dei loro "rivali" umani.
Nell'esperimento, condotto dai ricercatori
della Duke University, le scimmie e gli
studenti sono stati messi davanti a un
computer che mostrava due file di punti in
successione.
La schermata successiva conteneva due
scatole, l'una con la somma esatta dei due
blocchi di punti, l'altra con un numero
diverso. Le scimmie (e così anche gli
studenti) dovevano rispondere indicando la
somma esatta tra le due. Solo che, a
differenza dei "colleghi" umani, venivano
ricompensate con una bevanda zuccherata per
ogni risposta esatta; agli studenti invece
era stato chiesto di non contare ad alta
voce i puntini.
I risultati.
Tanto i ragazzi che i macachi hanno fornito
le risposte in un secondo circa: e questo è
solo l'inizio di una serie di similitudini.
Entrambi infatti hanno impiegato più tempo e
fatto più errori quando nelle due scatole da
selezionare c'erano cifre simili.
"E' quello che noi chiamiamo "effetto
proporzione" - ha spiegato la Cantlon - ma
ciò che è sorprendente è come entrambe le
specie subiscano l'effetto-proporzione nelle
stesse modalità".
Secondo gli studiosi americani, dunque,
tutto ciò rientrerebbe in una capacità
aritmetica cosiddetta "non verbale".
L'addizione infatti è una operazione
matematica che implica due o più
rappresentazioni quantitative (gli addendi)
combinate per formare una nuova
rappresentazione (la somma). Questa abilità
sarebbe connessa alla capacità umana di
esprimersi tramite il linguaggio.
Questo esperimento, invece, dimostrerebbe
l'esistenza di una capacità addizionale "non
verbale", vale a dire intuitiva, che i
primati hanno dimostrato di avere in più
occasioni, all'interno del laboratorio della
Duke University.
Messi di fronte a due file di quattro
limoni, infatti, hanno imparato a
riconoscere la quantità stabilita di "otto"
frutti. Tanto da rimanere in attesa, di
fronte ad una fila di soli quattro. Quasi
come a dire: quando arrivano gli altri
limoni?
Per chi considera l'uomo ontologicamente
come creatura "differente" dagli animali -
il primo dotato di mente gli altri no - e
chi diceva che non esistono facoltà
concettuali pre-verbali (pre-linguaggio
verbale moderno)
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I DELFINI si
CHIAMANO per NOME ?
La biologia
marina ha ormai scoperto da tempo che i
delfini sono in grado di parlare. Utilizzano
un linguaggio complesso e ancora
parzialmente misterioso, composto da
dialetti locali o lingue a più vasta
diffusione, fino ad arrivare a vere e
proprie "lezioni di vita" impartite dai
delfini adulti ai più piccoli a colpi di
vocalizzazioni, fischi e click.
I ricercatori
della
University of St Andrews hanno
recentemente scoperto che alcune specie di
delfini, durante le loro vocalizzazioni,
utilizzano suoni ben definiti che potrebbero
essere associati a nomi propri. Ogni delfino
ha un suono che lo contraddistingue, e gli
individui del gruppo sono in grado di capire
e memorizzare il suo nome per utilizzarlo in
qualche conversazione
"I delfini
vivono in un universo tridimensionale,
lontano dalla costa, senza alcun punto di
riferimento, e hanno bisogno di rimanere in
gruppo" spiega Vincent Janik, ricercatore
della Sea Mammal Reserach Unit
dell'università. "Questi animali vivono in
un ambiente in cui è necessario possedere un
sistema di contatti molto efficiente".
Le relazioni
sociali nel mondo dei delfini sono
particolarmente complesse, e non sempre
idilliache come mostrano alcuni documentari:
alla spiccata intelligenza spaziale,
linguistica e matematica si associano anche
casi di violenza deliberata verso individui
del sesso opposto o appartenenti ad altri
gruppi sociali, fino ad arrivare a stupri e
infanticidi. In un mondo in cui il tuo
compagno potrebbe fare la differenza tra la
vita e la morte, identificarsi nel mezzo
dell'oceano diventa indispensabile.
E' da molto
tempo che si sospetta che i delfini
utilizzino dei suoni distintivi per
chiamarsi per nome, in modo molto simile a
quanto fa quotidianamente l'essere umano.
Questi suoni, insoliti se paragonati ai set
vocali più tradizionali, vengono appresi
dagli altri delfini e utilizzati, pare, per
riferirsi ad altri individui del proprio
gruppo.
E' la prima
volta, tuttavia, che viene dimostrato come i
delfini rispondano al richiamo
corrispondente al proprio nome. I
ricercatori hanno registrato i segnali
sonori distintivi di alcuni delfini "naso a
bottiglia" (Tursiops truncatus), facendoli
ascoltare agli stessi mammiferi marini
attraverso alcuni speaker subacquei.
"Abbiamo
riprodotto i fischi distintivi degli animali
di quel gruppo, abbiamo anche riprodotto
alcuni suoni del loro repertorio, per finire
con fischi provenienti da diverse
popolazioni di delfini, animali che non
avevano mai visto nella loro vita" spiega
Janik.
I ricercatori
hanno scoperto che i delfini hanno reagito
(rispondendo con lo stesso richiamo)
soltanto ai loro suoni distintivi, proprio
come farebbe un essere umano nel momento in
cui sente chiamarsi per nome.
"La maggior
parte del tempo i delfini non riescono a
mantenere il contatto visivo, non possono
usare l'olfatto sott'acqua, cosa molto
importante nella fase di riconoscimento dei
mammiferi, e non tendono a rimanere in un
solo posto, per cui non hanno nidi o tane in
cui ritornare".
Secondo i
ricercatori, è la prima volta che si osserva
un animale utilizzare suoni particolari per
riferirsi ad un individuo utilizzando un
vero e proprio sistema di nomi. Anche se,
rimanendo nella sfera dei mammiferi marini,
un altro animale potrebbe comportarsi in
modo molto simile: il capodoglio.
Nel 2011, una
ricerca pubblicata su
Marine Mammal Sciences riportava come un
piccolo gruppo di capodogli che vive al
largo delle coste caraibiche utilizzi delle
particolari vocalizzazioni in grado di
distinguere ogni individuo della comunità.
Questi capodogli
approcciavano gli altri membri del gruppo
emettendo una serie di vocalizzazioni
uniche, "presentandosi" agli altri e
rendendosi riconoscibili a distanza di
chilometri.
Tratto da: antikitera.net
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Il quasi linguaggio dello scimpanze'
- 01 marzo 2008
Secondo i ricercatori, o gli scimpanze'
hanno un cervello essenzialmente ‘pronto’
per il linguaggio, oppure nel gruppo di
animali utilizzati che vivono in cattività e
che hanno appreso uno specifico linguaggio
di segni l’attivazione è stata indotta
proprio dall’apprendimento - Parole chiave:
scimpanze'
linguaggio
Lo scimpanze' ha in comune con l'uomo una
regione cerebrale che sovrintende alla la
pianificazione e alla produzione del
linguaggio, sia di quello parlato sia di
quello gestuale: è questa conclusione di uno
studio pubblicato sull'ultimo numero della
rivista “Current Biology”.
“Il comportamento comunicativo ha molte
caratteristiche in comune con il linguaggio
umano” ha spiegato Jared Taglialatela
del
Centro nazionale di ricerca sui primati di
Yerkes della Emory University di
Atlanta, in Georgia, che ha partecipato alla
ricerca.
“I risultati di questo studio
suggeriscono che queste somiglianze si
estendono al modo in cui il nostro cervello
produce ed elabora i segnali di
comunicazione.”
Il risultato
suggerisce così che le basi neurobiologiche
del linguaggio umano potrebbero essere state
presenti in un antico antenato comune
all’uomo moderno e allo scimpanze'.
Gli scienziati hanno infatti identificato
nell’area di Broca - localizzata nella parte
del cervello nota come giro frontale
anteriore - una delle regioni critiche che
si attivano quando un soggetto pianifica di
dire qualcosa o quando si esprime a parole o
a gesti.
Nel loro studio,
Taglialatela e colleghi hanno utilizzato una
tecnica di imaging non invasiva che ha
permesso visualizzare il cervello di tre
scimpanze' mentre questi si rivolgevano a
una persona per chiedere cibo che non
potevano raggiungere. Le immagini hanno
mostrato un’attivazione nella regione
corrispondente proprio all’area del Broca e
ad altre regioni coinvolte nella
pianificazione motoria complessa.
"Questi
risultati possono essere interpretati in due
modi: o gli scimpanze' hanno un cervello
essenzialmente ‘pronto’ per il linguaggio,
oppure nel gruppo di animali utilizzati che
vivono in cattività e che hanno appreso un
specifico linguaggio di segni
l’attivazione è stata indotta proprio
dall’apprendimento”, ha concluso
Taglialatela.
Nel primo caso,
occorre ipotizzare che le grandi scimmie
siano nate con le aree identificate e che le
stesse vengano utilizzate quando si
producono segnali che fanno parte del loro
repertorio comunicativo. Nel secondo caso,
per contro, occorrerebbe ipotizzare una
notevole plasticità nel cervello dello
scimpanzé, simile a quella del cervello
umano, e che lo sviluppo di alcuni segnali
comunicativi possano influenzare
direttamente la struttura e il funzionamento
del cervello. (fc)
Tratto da: Current Biology -
http://lescienze.espresso.repubblica.it
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La generosità
spontanea degli
scimpanzé – 09/08/2011
Lo conferma un nuovo studio in un
esperimento controllato, suggerendo che
l'altruismo umano sia qualcosa di meno
anomalo di quanto si pensasse.
Gli scimpanzé hanno una significativa
tendenza al comportamento prosociale: a
mostrarlo ponendo forse fine a un lunga
polemica, è una ricerca condotta da Victoria
Horner, Frans de Waal e collaboratori al
Yerkes National Primate Research Center, ora
pubblicata sui Proceedings of National
Academy of Sciences.
E' noto in natura queste scimmie si aiutano
a vicenda e mostrano varie forme di empatia,
come la rassicurazione di soggetti in
difficoltà. Ma alcuni precedenti studi di
laboratorio, discostandosi da questa
immagine, avevano concluso che gli scimpanzé
sarebbero altruisti molto "riluttanti".
"Sono sempre stato scettico circa i
precedenti risultati negativi e la loro
sovra-interpretazione.
Questo studio conferma la natura prosociale
degli scimpanzé con un test diverso, più
adatto alla specie", ha dichiarato de Waal,
che imputa la precedente mancata
identificazione del comportamento
altruistico in situazioni controllate alla
progettazione dei test e alla eccessiva
complessità degli apparecchi di
distribuzione delle ricompense e dalla
lontananza fra gli animali testati.
In questo studio, i ricercatori hanno
notevolmente semplificato il test, che si è
concentrato sull'offerta a sette scimpanzé
femmine adulte di una scelta tra due azioni
simili: quella che premia sia l'animale
testato sia un partner, e un'altra azione
che premia solo l'autore della scelta.
In ogni prova, la scimmia, che era sempre
testata alla vista del partner, doveva
scegliere tra gettoni di colore diverso da
un bidone.
Un gettone di un certo colore poteva essere
scambiato con lo sperimentatore con un
premio per entrambi i membri della coppia
(scelta prosociale), mentre il gettone di un
altro colore si sarebbe tradotto in un
regalo solo per il solo selettore (scelta
egoista).
Tutti e sette gli scimpanzé hanno mostrato
una preferenza schiacciante per la scelta
prosociale.
Lo studio ha anche mostrato che gli animali
si comportavano altruisticamente soprattutto
verso i partner che attendevano
pazientemente o richiamavano l'attenzione su
di sé in maniera gentile, mentre erano meno
propensi a premiare quelli che facevano
molto rumore o avevano atteggiamenti
potenzialmente minacciosi, mostrando che il
loro altruismo era spontaneo e non causato
da intimidazioni.
Questi risultati, osservano i ricercatori,
confermano l'altruismo negli scimpanzé in un
esperimento ben controllato, e suggeriscono
- osservano i ricercatori - che l'altruismo
umano sia qualcosa di meno anomalo di quanto
si pensasse. (gg)
Tratto da: lescienze.espresso.repubblica.it
Commento NdR: Ma quello che quasi
nessuno vuole ammettere e' che anche le
Piante
come dimostrato sono intelligenti
(vegetali) sono intelligenti, come lo e'
qualsiasi "cosa" manifestata in questa
dimensione; se quindi anche le ....come la
mettiamo con i Vegan e/o
Vegetariani fondamentalisti ?
Ricordiamoci che la Legge della Natura-Terra
nostra madre fa si che la Vita si alimenta
con la Vita ! Quella e' la vera ed unica
Legge.
I cibi debbono essere salubri per la specie
che se ne ciba. Per l'Uomo, vedi
Crudismo
Quindi nessun fondamentalismo, e/o
estremismo, rispettiamo la Vita in qualsiasi
forma si esprime e se necessario cibiamoci
di essa, tenendo conto che OGNI sostanza,
cibo che introduciamo ha ripercussioni buone
o cattive sulla nostra Salute.
vedi anche:
Le
Piante parlano e comunicano fra di loro
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