|
EU Allows Monsanto GM Maize - Move
Called 'A Disaster'
- September 08, 2004 US biotechnology industry giant
Monsanto, has successfully pressured the European Commission into
officially accepting 17 of its genetically engineered varieties of Maize
to be cultivated in Europe. Monsanto enlisted the help of the Bush
administration, which
complained
to the WTO over European "intrasigence" on the question of GM in
agriculture.
One would think that the disastrous
GM experience in
Argentina
and more recently in
Mexico
should have taught us something, but it appears that "free trade"
mechanisms are powerful enough to ride roughshod over both public
preference and government - in this case even European regional -
resistance.
It would appear that the EU is giving
up the fight, pushing that responsibility further down to the member
countries - and even to the public - to sustain. In this connection the
words of Health Commissioner David Byrne, who also oversaw the passing
of a controversial ban on high dose and advanced formulation
food
supplements, are revealing. Byrne, in a leaked
memo available to Friends of the Earth, stated that "any Member
State may object to the marketing on their territory of any such GM
variety if they consider there is a risk for human health, the
environment or agronomic reasons." One might be tempted to ask
whether Byrne is keeping his options open for lucrative employment with
big business after his stint at the EU Commission, which is drawing to a
close...
Continue
reading "EU Allows Monsanto GM Maize - Move Called 'A Disaster'"
Permalink
"EU Allows Monsanto GM Maize - Move Called 'A Disaster'"
Posted on September 08, 2004
at 06:00 PM
Tratto da:http://www.newmediaexplorer.org/sepp/
Questa potrebbe
essere l'Azienda che vi controllera' nel molto
prossimo futuro
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
Mais
OGM della
Monsanto già approvato
anche per il consumo umano è
tossico
!
La revisione dei dati della sperimentazione
voluta da Greenpeace ha dimostrato effetti
tossici su reni e fegato.
Uno studio ha rivelato la tossicità di un mais
OGM prodotto dalla Monsanto e autorizzato per il
consumo animale e umano.
Le cavie nutrite con il mais geneticamente
modificato in questione (MON863) hanno mostrato
segni di tossicità per reni e fegato. Ed è la
prima volta che un prodotto OGM approvato per il
consumo causi degli effetti tossici ad organi
interni.
Lo studio ha preso in esame i risultato dei test
sulla sicurezza che la Monsanto ha presentato
alla Commissione europea per la richiesta di
autorizzazione alla commercializzazione del mais
OGM MON863 nell'Unione europea. Questo mais
quindi non può essere considerato sicuro e
adatto al consumo. Nonostante questo e
nonostante la maggioranza degli stati membri
fossero contrari, la Commissione europea ne ha
approvato la commercializzazione sia per consumo
umano che per i mangimi animali.
Prima dell'Unione europea, il mais OGM della
Monsanto era già stato autorizzato in altri
Paesi: Australia, Canada, Messico, Usa, Giappone
e Filippine.
I dati della sperimentazione del mais OGM sono
oggetto di un feroce dibattito in quanto furono
identificate notevoli differenze nel sangue
degli animali nutriti con il mais MON863.
Greenpeace ha ottenuto i dati dei test in
questione in seguito ad una vicenda giudiziaria
e li ha consegnati ad un gruppo di scienziati
indipendenti .
SOTTOLINEO INDIPENDENTI, NON PAGATI DALLE
MULTINAZIONALI
COME GLI ALTRI PER CORREGGERE I RISULATI diretti
dal professor Gilles Eric Séralini, un esperto
governativo in ingegneria genetica dell'Università
di Caen (Francia) affinche' venisse fatta
una valutazione oggettiva dei dati.
Greenpeace e Séralini hanno tenuto una
conferenza stampa durante la quale il
professore, che ha diretto lo studio, ha
dichiarato che le analisi presentate dalla
Monsanto non hanno superato un severo controllo.
I protocolli statistici utilizzati dall'azienda
sono molto discutibili e cosa ancor più grave
non sono state effettuate sufficienti analisi
delle differenze di peso degli animali studiati.
Inoltre dal dossier presentato sono stati
cancellati alcuni dati fondamentali che
riguardavano i test delle urine.
Come conseguenza
Greenpeace ha chiesto che il mais OGM MON863
venga immediatamente ritirato dal mercato e ha
chiesto anche che i vari governi nazionali
avviino una nuova valutazione di tutte le altre
autorizzazioni concesse ai prodotti
geneticamente modificati e la revisione dei
metodi analitici utilizzati finora.
Federica Ferrario, responsabile campagna OGM di
Greenpeace Italia ha dichiarato che: "L'attuale
sistema autorizzativo per gli OGM non ha più
alcuna credibilità, dopo che è stato approvato
un prodotto ad alto rischio nonostante chiare
evidenze dei possibili pericoli".
Lo studio è stato pubblicato dalla rivista "Archives
of Environmental Contamination and Toxicology".
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
Danni ai topi nutriti con gli
OGM -
Test su un nuovo tipo di mais. La società: le
anomalie sono normali in un simile campione
statistico
LONDRA - Ott. 2007 - Reni più piccoli del
normale, anomalie nel sangue che fanno pensare a
un serio attacco al sistema immunitario,
possibilmente a un tumore. È la prova che alcuni
alimenti geneticamente modificati (Ogm) possono
a lungo termine essere nocivi all'organismo ? Se
lo chiede il giornale britannico «Independent on
Sunday» pubblicando stralci di un rapporto
segreto preparato per il gruppo Monsanto su un
tipo di mais ogm che potrebbe presto essere
introdotto sul mercato europeo. I topi di
laboratorio alimentati con Mon 863, un mais cui
è stata aggiunta una
Mais transgenico tossina per renderlo più
resistente, hanno mostrato di avere problemi
fisici che secondo diversi esperti sono
«estremamente preoccupanti». «Sono risultati che
sembrano indicare un grosso problema al sistema
immunitario - ha detto all' Independent Malcolm
Hooper, docente di chimica all'università di
Sunderland -. Se avessi dati come questi davanti
a me concluderei che assolutamente non si può
dare il nullaosta affinché questo prodotto
arrivi ai consumatori».
Ugualmente allarmato Michael Antoniu, professore
di genetica molecolare alla scuola di medicina
del Guy's Hospital di Londra: «Da un punto di
vista medico - ha detto - questi risultati sono
estremamente preoccupanti. Sono rimasto molto
sorpreso dalla quantità di anomalie rilevate».
Per la Monsanto, che non vuole rendere pubblico
il rapporto perché «contiene informazioni
commerciali riservate che potrebbero essere
utilizzate dalla concorrenza», nei risultati
dello studio, lungo 1.139 pagine, non c'è nulla
di sorprendente. Le anomalie nei topi, ha detto
un portavoce all'Independent on Sunday, non
hanno significato e rispecchiano le normali
variazioni all'interno di un gruppo di tale
entità. «Se veramente sono tanti gli esperti che
hanno dubbi sulla credibilità dei nostri studi
avrebbero dovuto esprimerli alle autorità
competenti. Dopotutto il Mon 863 non è nuovo.
Nove
organizzazioni mondiali, dal 2003 ad oggi,
lo hanno definito sicuro quanto il mais
convenzionale».
Venerdì scorso Gran Bretagna e nove altri Paesi
europei hanno votato a favore dell'introduzione
del mais transgenico, senza però che sia stato
raggiunto il quorum necessario per assicurare
luce verde. Secondo l'Independent on Sunday,
diversi esponenti del governo sono «talmente
preoccupati dai ritrovamenti che hanno chiesto
ulteriori informazioni».
Il giornale cita anche Beatrix Tappeser,
consulente del governo tedesco sugli ogm,
secondo la quale «andrebbero svolte altre
verifiche per avere la coscienza a posto».
L'Europa rimane uno dei principali ostacoli alla
diffusione degli ogm, un mercato che globalmente
vale secondo gli esperti circa 4,2 miliardi di
euro l'anno.
Nei Paesi Ue
l'opposizione non accenna a diminuire. Stando a
una conferenza organizzata la settimana scorsa
al Parlamento di Bruxelles dall'Assemblea delle
Regioni d'Europa, sono una su tre le Regioni che
chiedono di restare «ogm free».
Negli Usa la situazione non potrebbe essere più
diversa. Secondo alcune stime il 75% dei cibi
pronti sul mercato statunitense contiene
ingredienti transgenici.
Il primo grosso allarme in Europa sulla
sicurezza degli ogm era giunto nell'agosto del
1998, quando Arpad Pusztai, del prestigioso
Rowett Research Institute di Aberdeen, in
Scozia, aveva annunciato che topi nutriti con
patate geneticamente modificate avevano
riportato problemi al sistema immunitario e
accusato un rallentamento della crescita. Era un
momento molto delicato per il governo di Tony
Blair, che stava cercando di dare al Regno Unito
un ruolo portante nella rivoluzione delle
biotecnologie. Sembra che due telefonate da
Downing Street siano bastate a costringere al
silenzio Pusztai, nonché a rovinare la sua
carriera.
Tratto da:
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e_Tecnologie/2005/05_Maggio/23/ogm.shtml
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
MONSANTO CONTRO ITALIA alla CORTE di GIUSTIZIA EUROPEA -
4
varieta' di MAIS OGM
COMUNICATO STAMPA
Oggi a Strasburgo, (F) alla Corte di Giustizia UE, avrà luogo la prima
udienza del procedimento intentato da
Monsanto e dalle principali
multinazionali del biotech in opposizione al Decreto Amato del 4 agosto
2000, che ha vietato la commercializzazione in Italia di 4 varietà di
mais OGM autorizzate alla commercializzazione in Europa con procedura
illegittima.
Sono ormai trascorsi tre anni da quel
12 ottobre 1999 in cui i tecnici di VAS denunciarono lo scandalo delle
illegittime autorizzazioni dei quattro mais
OGM – dichiara Ivan Verga,
Vicepresidente di VAS – nel corso dei quali la stessa normativa
europea ha cancellato, con il Regolamento sulla tracciabilità degli
alimenti (giugno 2002), ogni scandalosa possibilità di autorizzare
senza “valutazione di sicurezza d’uso” i prodotti alimentari
OGM
e, tuttavia, per le multinazionali del biotech le norme precauzionali
sembrano a questo punto solo una grande fastidio sulla strada di far
soldi a dispetto di tutto e di tutti.
Il procedimento che si apre oggi alla Corte di Giustizia UE per decidere
la legittimità del Decreto italiano di sospensione dal commercio dei
quattro mais OGM –prosegue Ivan Verga – ha quindi il sapore di un
tentativo di far ripiombare l’Europa negli anni bui in cui ben poco si
sapeva sugli OGM e nei quali le norme erano pressoché dettate dagli
incontrastati lobbisti delle multinazionali produttrici di biotecnologie
alimentari.
Un fatto è comunque certo – conclude Ivan Verga - : il buon senso non
guida le azioni dei capitani di industria del biotech, poiché il livore
che ha indotto le multinazionali del biotech in questo ricorso legale ha
tutto il sapore di una rivincita non solo contro il Decreto di un
governo, ma contro i cittadini tutti di un’Europa che (sondaggi
d’opinione alla mano) di OGM non hanno alcuna intenzione di nutrirsi,
qualsivoglia sarà la decisione dell’Alta Corte UE.
24.09.2002 -
VAS - Verdi Ambiente e Societa' -
Associazione Nazionale Onlus - Email:
http://www.vasonline.it
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
INCHIESTA SU UNA
STRATEGIA DI COMUNICAZIONE
Come Monsanto vende gli
OGM
Abituate
a dettare legge ai governi, le società transnazionali devono oggi fare
i conti con un risveglio civico che rischia di ostacolare i loro
progetti. Il che spiega il proliferare di «codici comportamentali» e
«carte etiche» di cui si dotano per nascondere il loro unico, vero
obiettivo: conservare una totale libertà d'azione a livello planetario
per continuare a creare «valore» per gli azionisti. È nel settore
agrochimico che incontrano le maggiori difficoltà: gli Organismi
geneticamente modificati (OGM) non «passano» a livello di opinione
pubblica, soprattutto in Europa, dato che nessuno studio scientifico ha
potuto dimostrare che sono innocui, o che la biodiversità sia esente
dai rischi connessi alla disseminazione accidentale, così come nessuno
ha potuto pronunciarsi sui loro presunti effetti benefici.
Le grandi industrie del settore, prima fra tutte la Monsanto, hanno
dunque studiato una strategia di aggiramento.
Non cercano di provare che i loro prodotti non presentano pericoli, ma
li pubblicizzano come soluzione ai problemi di malnutrizione e di salute
pubblica del terzo mondo e, soprattutto, come soluzione di ricambio per
un pericolo sicuramente reale, e cioè i pesticidi. Sperano così di «conquistare»
i diffidenti, grazie a campagne pubblicitarie elaborate minuziosamente e
finanziate in modo massiccio.
By Agnes Sinai - Ricercatrice.
Stato
di allerta alla Monsanto:
dopo l'allarme per una bomba nel suo insediamento francese di
Peyrehorade, nel dipartimento delle Landes, il secondo colosso mondiale
di semi agricoli lancia sulla sua rete Intranet un protocollo di
sicurezza in caso di attacco cibernetico o fisico diretto ai suoi
dipendenti. Questi ultimi sono tenuti a segnalare comportamenti
sospetti, chiamate telefoniche non identificate e persone sconosciute,
come pure a chiudere a chiave tutte le porte, a usare password per
bloccare l'accesso al monitor dei computer e a non utilizzare modem
connessi con l'esterno.
Quanto ai colloqui con i giornalisti, sono proibiti a tutti, tranne che
alle persone appositamente incaricate.
La cultura del segreto, del resto, non è poi così estranea all'attuale
direttrice delle comunicazioni di Monsanto-Francia, Armelle de Kerros,
la quale ha lavorato per la Compagnie générale des matières atomiques
(Cogema).
Il che non impedisce alla Monsanto di ostentare la sua volontà
di «trasparenza»...
Dopo lo scandalo Terminator, prima pianta assassina nella storia
dell'agricoltura (1), l'azienda si dibatte tra paranoia difensiva e
aggressività strategica. I problemi erano iniziati con l'acquisto, per
la somma di 1,8 miliardi di dollari, dell'impresa Delta & Pine Land.
La Monsanto entrava così in possesso di un brevetto che, grazie ad una
tecnica di ingegneria genetica, permetteva di «bloccare» i semi
inibendone la ricrescita da un anno all'altro, il che valse a questa
tecnica di sterilizzazione il soprannome di «Terminator» da parte
della Rafi
(The Rural Advancement Foundation International).
Di
fronte alla levata di scudi provocata a livello internazionale, il
presidente della Monsanto, Bob Shapiro, annunciò il ritiro del
prodotto, prima di dare le dimissioni.
Da allora, la multinazionale ha abbandonato lo slogan di un tempo - «Cibo,
salute, futuro» - e cerca di rifarsi un nome. Produrre OGM (si parla
pudicamente di biotecnologie) è, infatti, un'impresa ad alto rischio,
sia in termini di immagine che di investimenti. Senza parlare di
possibili incidenti biologici: minacce alla biodiversità e comparsa di
insetti mutanti, resistenti agli insetticidi incorporati nelle piante
transgeniche
(2).
Negli Stati uniti, l'Agenzia per la protezione dell'ambiente (Epa) ha già
incoraggiato gli agricoltori a destinare almeno il 20% delle loro terre
a coltivazioni convenzionali per permettere lo sviluppo di insetti non
resistenti al transgene Bacillus thuringiensis.
Organismi geneticamente «migliorati» Sono rischi sufficienti a
spiegare come mai, nel valzer delle fusioni-acquisti e delle
ristrutturazioni, l'agrochimica, che comprende le biotecnologie vegetali
(cioè gli OGM), sia sistematicamente isolata dagli altri settori, in
modo da compartimentare il rischio transgenico. È in questa logica che
Aventis cerca di svincolarsi da CropScience, la sua branca agrochimica.
L'azienda aveva infatti commercializzato il mais transgenico Starlink,
capace di provocare allergie nell'uomo.
Benché destinato esclusivamente all'alimentazione animale, il mais è
stato ritrovato in notevoli quantità nelle patatine e nei corn-flakes
dei consumatori americani, come pure nei dolci della ditta Homemade
Baking venduti in Giappone.
È sempre in questo contesto che nasce, nell'ottobre 2000, il primo
gruppo mondiale di agrochimica, Syngenta, - risultato della fusione
della svizzera Novartis con l'anglo-svedese Astra-Zeneca – che
realizzerà un giro d'affari di circa otto miliardi di euro. Monsanto,
dopo la fusione con Pharmacia & Upjohn, una grande ditta
farmaceutica, si occupa ormai solo di agricoltura, con un giro d'affari
che nel 2000 ha raggiunto i 5,49 miliardi di dollari.
Ha ceduto a Pharmacia il suo medicinale di punta antiartrite, il
Celebrex, per specializzarsi nella produzione di prodotti fitosanitari,
di semi agricoli e, in particolare, di semi geneticamente modificati.
Monsanto è ora, a livello mondiale, la seconda casa produttrice di semi
(dopo Pionneer) e di fitosemi dopo Syngenta ed è il numero uno degli
erbicidi grazie al Roundup, l'erbicida più venduto al mondo (il suo
giro d'affari nel 2000 è stato di 2,6 miliardi di dollari, quasi la metà
di quello del gruppo).
Il suo obiettivo è quello di fare accettare i prodotti transgenici
convincendo l'opinione pubblica che è meglio nutrirsi con una pianta
transgenica piuttosto che con una irrorata di pesticidi (3). Strategia
che si agghinda di fronzoli filantropici ed ecologici per superare gli
ultimi ostacoli.
Senza lesinare in fatto di «etica», Monsanto ha così adottato, nel
gennaio 2001, un nuovo codice comportamentale che contiene cinque
impegni: «dialogo», «trasparenza», «rispetto», «condivisione» e
«benefici».
Secondo il direttore generale di Monsanto-Francia, Jean-Pierre Princen,
i consumatori europei - i più restii agli OGM - devono capire che un
organismo geneticamente modificato non è altro che un organismo
geneticamente migliorato.
Da qui la nascita di una nuova Monsanto, indicata all'interno
dell'azienda come «progetto M2»: i suoi semi sono ecologici e ottimi
per la salute. Coloro che ne dubitano sono semplicemente male informati.
Del resto è bene fare tabula rasa del passato: chi ricorda che Monsanto
produceva il defoliante, detto «agente arancio», utilizzato dai
bombardieri americani durante la guerra del Vietnam?
Oggi,
le équipe della multinazionale si riuniscono a Ho-Chi-Minh-City per
vendervi i loro erbicidi e per stringere relazioni privilegiate con i
media, gli scienziati e i membri del governo vietnamita. Dalle Filippine
all'Argentina, si vuole disporre di una totale libertà d'azione: «Free
to operate» («carta bianca») nel gergo della casa.
All'esterno, dunque, sarà opportuno mettere in risalto le qualità
ecologiche degli OGM, di cui il gruppo commercializza due varietà.
Il primo, il gene Bt, nato dal batterio Bacillus thuringiensis, diffonde
le proprie tossine insetticide, il che permette di diminuire la
vaporizzazione di pesticidi supplementari: un raccolto di cotone detto
«Bt» ne subirà due invece di sei o otto. Seconda varietà: il Roundup
Ready, concepito per resistere all'erbicida Roundup. Così,
l'agricoltore compra in kit sia il seme che l'erbicida! Il Roundup è
presentato dalla ditta come un prodotto biodegradabile, e questo le è
valso un processo per pubblicità menzognera, intentato dalla Direction
générale de la concurrence, de la consommation et de la répression
des fraudes (Dgccrf) di Lione (Direzione generale per la concorrenza, il
consumo e la repressione delle frodi).
Rischi di sterilità Negli Stati uniti, l'Epa calcola tra i 20 e i 24
milioni di chilogrammi il volume annuo di glifosato utilizzato (4). Il
prodotto è presente in modo massiccio soprattutto nella produzione di
soia, grano, fieno, nei pascoli e nelle maggesi. Dal 1998, la sua
utilizzazione è aumentata di quasi il 20% all'anno. Contenuto nel
Roundup, è l'erbicida più venduto al mondo e rende ogni anno alla
Monsanto circa 1,5 miliardi di dollari. Il brevetto è scaduto nel 2000,
ma la ditta conserverà una parte del monopolio grazie alle piante
geneticamente modificate, concepite per essere tolleranti al glifosato.
In Bretagna, questo pesticida figura tra gli inquinanti pericolosi e
regolari: nell'ottobre 1999 superava di 172 volte la norma nell'Elorn,
che fornisce acqua potabile ad un terzo del Finistère, «il che prova
che la dichiarata biodegradabilità del Roundup è una impostura»
spiega la dottoressa Lylian Le Goff, membro della missione Biotecnologie
dell'associazione France Nature Environnement (Francia Natura Ambiente).
L'inquinamento
da pesticidi del suolo, dell'acqua e dell'acqua piovana, dell'insieme
della catena alimentare e dell'aria è diventato un serio problema di
salute pubblica che l'amministrazione francese ha tardato a prendere in
considerazione. Ne consegue, per la dottoressa Le Goff, «l'assoluta
necessità di applicare il principio di precauzione riconsiderando la
sollecitazione ad utilizzare pesticidi, soprattutto se incoraggiata da
una pubblicità falsa, che vanta l'innocuità e la biodegradabilità dei
prodotti a base di glifosato».
L'ingestione
di pesticidi da parte del consumatore sarebbe nettamente più alta se le
piante geneticamente modificate dovessero diffondersi, visto che queste
ne sono impregnate.
Come le diossine, anche i pesticidi - tra cui il glifosato - non sono
biodegradabili nel corpo umano e costituiscono un vero e proprio
inquinamento invisibile (5). Le loro molecole cumulano effetti
allergizzanti, neurotossici, cancerogeni, mutageni e ormonali alterando
la fertilità maschile.
Hanno
proprietà simili a quelle degli ormoni femminili, gli estrogeni:
globalmente, queste azioni ormonali sarebbero responsabili di una
diminuzione del 50% del tasso di produzione spermatica registrato negli
ultimi cinquant'anni.
Se il declino spermatico dovesse proseguire, la clonazione si imporrebbe
alla specie umana intorno al 2060 !
Oltre che biodegradabili, i semi transgenici compatibili con il Roundup
sono presentati dalla Monsanto come «amici del clima» (climate
friendly), dato che il loro impiego permetterebbe agli agricoltori di
ridurre, o addirittura eliminare l'aratura, permettendo lo stoccaggio
nella terra di dosi massicce di gas carbonico e di metano, con la
conseguenza di ridurre del 30% le emissioni di gas carbonico degli Stati
uniti.
Resta da spiegare in cosa una coltivazione non transgenica sarebbe meno
efficace...
Una sola certezza: i profitti sarebbero minori, in particolare perché
una coltura ordinaria farebbe a meno dell'erbicida Roundup.
L'improvvisa
vocazione ecologica della Monsanto e lo zelo del suo «presidente per lo
sviluppo sostenibile», Robert B. Horsch, convergono con gli interessi
di chi vende i diritti ad inquinare, come quei proprietari terrieri del
Montana, già riuniti in una Coalizione per la vendita di diritti di
emissione di gas carbonico (6).
Se
la fraseologia ad uso esterno della Nuova Monsanto è centrata su «tolleranza»,
«rispetto» e «dialogo», il vocabolario strategico si fa nettamente
più crudo all'interno. La «filosofia» dell'azienda, come è stata
esposta da Ted Crosbie, direttore del programma di sviluppo vegetale, ad
un'assemblea di dirigenti della Monsanto-America latina nel gennaio
2001, non usa sfumature: «consegniamo insieme il pipeline e il futuro».
Detto più chiaramente, si tratta di inondare di OGM le superfici
agricole disponibili per occupare terreno - e in modo irreversibile.
L'America latina è, da questo punto di vista, «un ambiente vincente»:
Monsanto valuta che nel solo Brasile restano ancora 100 milioni di
ettari di superfici da «sviluppare».
Purtroppo,
questo paese continua ad essere restio agli OGM, lamentano Nha Hoang e i
suoi colleghi del gruppo Monsanto incaricati della strategia «free to
operate» in America latina: «È già il secondo produttore mondiale di
soia transgenica dopo gli Stati uniti, e probabilmente sarà presto il
primo. È la più grande potenza economica dell'America latina, ma è la
sola in cui le coltivazioni transgeniche non hanno ancora ricevuto il
permesso.
I giudici hanno ritenuto viziato il processo di autorizzazione della
soia transgenica Roundup Ready, perché non erano stati condotti
appropriati studi d'impatto ambientale; sono arrivati a sostenere che
l'attuale agenzia di regolazione delle biotecnologie sia stata
costituita in modo illegale».
La regolarizzazione dello statuto dell'agenzia in questione, CtnBio,
attende la ratifica da parte del Congresso brasiliano... Obiettivo:
ottenere il «pipeline» per la soia transgenica per aprire la strada ad
altre autorizzazioni che consentano di immettere sul mercato: mais
Yieldgard, cotone Bollgard e cotone Roundup Ready nel 2002; mais Roundup
Ready nel 2003; soia insetticida Bt nel 2005. Intanto, Monsanto investe
550 milioni di dollari nella costruzione di una fabbrica che produrrà
il suo erbicida Roundup nel nord-est dello Stato di Bahia.
La strategia della multinazionale è centrata sulla biotech acceptance:
fare accettare gli OGM dalla società, poi - o in concomitanza -
inondare i mercati. Allo scopo vengono lanciate massicce campagne di
aggressione pubblicitaria.
Negli Stati uniti, gli spot televisivi sono comprati direttamente
dall'organo di propaganda delle imprese del settore, il Council for
Biotechnology Information. La Monsanto è cofondatrice di questo
organismo, che centralizza le informazioni relative ai «benefici dei
biotech»: «La televisione è uno strumento importante per fare
accettare i biotech.
Perciò fate attenzione agli spot pubblicitari e fateli vedere alla
vostra famiglia e agli amici», è l'invito di Tom Helscher, direttore
dei programmi di biotechnology acceptance nella sede di Monsanto, a Crève-Coeur
(Missouri).
Soprattutto, si devono rassicurare gli agricoltori americani
che, spaventati in particolare per i loro mercati esteri, esitano a
comprare semi geneticamente modificati.
Anche se Aventis Crop Science, Basf, Dow Chemical, DuPont, Monsanto,
Novartis, Zeneca Ag Products hanno lanciato massicce campagne di
propaganda negli Stati uniti, esitano ancora a fare altrettanto in
Europa...
In Gran Bretagna, l'équipe commerciale della Monsanto si dichiara
soddisfatta dei risultati del proprio programma di «perorazione in
favore delle biotecnologie» che permette ai dipendenti del settore
commerciale, dopo una formazione garantita dall'impresa, di
autoproclamarsi «esperti» nella materia ed andare quindi a vantare i
meriti dei prodotti transgenici tra i contadini e nelle scuole. «Non c'è
niente di meglio che un eccesso di comunicazione», sostiene Stephen
Wilridge, direttore della Monsanto-Europa del Nord.
Il
sistema scolastico costituisce evidentemente un elemento strategico
nella conquista dell'opinione pubblica.
Il programma Biotechnology Challenge 2000, parzialmente finanziato dalla
Monsanto, ha visto il 33% degli studenti liceali irlandesi produrre
ricerche sul ruolo delle biotecnologie nella produzione alimentare.
Mobilitato per distribuire premi e trofei, il commissario europeo
incaricato della protezione della salute dei consumatori, David Byrne in
persona, non ha «alcun dubbio sul fatto che esiste un legame tra la
riluttanza dei consumatori nei confronti delle biotecnologie e la
mancanza di una seria informazione sull'argomento».
Per il 2001, il direttore della Monsanto-Irlanda, Patrick O'Reilly spera
in una più ampia partecipazione, perché «questi studenti sono
consumatori consapevoli e decideranno del futuro».
La multinazionale impara a decodificare, ma anche a riciclare i messaggi
e le attese della società.
Da alcuni mesi, Monsanto oscilla tra velleità di dialogo e rifiuto
viscerale nei confronti delle più importanti organizzazioni non
governative che contestano le presunte qualità degli OGM.
A cominciare da Greenpeace, definita un «criminale contro l'umanità»
dall'inventore svizzero del riso dorato, Ingo Potrykus, che lavora alla
Syngenta. Il riso dorato è un riso transgenico arricchito di
beta-carotene (vitamina A), dunque un OGM di seconda generazione, detto
«alicament» per le sue pretese curative, oltre che alimentari.
Primo
riso terapeutico nella storia dell'agricoltura, è molto atteso dalle
grandi industrie biotecnologiche: con lui gli ultimi scettici non
avranno più dubbi sul carattere fondamentalmente virtuoso del progetto
OGM.
La vitamina A, integrata per transgenesi, sarà, alla fine, il promotore
morale dell'alimentazione transgenica mondiale: chi si azzarderà ancora
a criticarne i meriti, quando tanti bambini del terzo mondo sono colpiti
da cecità per carenza di beta-carotene ? Chi oserà più dubitare che
la vocazione di fondo del commercio di semi transgenici sia nutritiva,
ecologica ed umanitaria ?
Una
contestazione demoniaca Rimane il fatto che l'efficacia del riso dorato
per le popolazioni interessate è poco credibile: Greenpeace e altri lo
dimostrano per assurdo, chiarendo in particolare, con l'aiuto dei
microgrammi, che per ingerire ogni giorno una dose sufficiente di
vitamina A, un bambino del terzo mondo dovrebbe compiere un'impresa
eroica: ingerire 3,7 chilogrammi di riso dorato bollito al giorno,
invece di due carote, un mango e una ciotola di riso.
Ed ecco la reazione pubblica di Potrykus, durante una conferenza stampa
a Biodivision, il «Davos» delle biotecnologie, tenuta a Lione nel
febbraio 2001: «Se avete intenzione di distruggere le coltivazioni
sperimentali a scopo umanitario di riso dorato, sarete accusati di
contribuire ad un crimine contro l'umanità.
Le vostre azioni saranno scrupolosamente registrate in tribunale e
avrete, spero, modo di rispondere dei vostri atti illegali e immorali
davanti ad una corte internazionale». Criminali contro l'umanità,
dunque, tutti coloro che dubitano e contestano, sono addirittura
definiti «demoni della terra» (Fiends of the Earth), gioco di parole
che richiama sia il nome inglese degli Amici della terra (Friends of the
Earth) che un sito web molto apprezzato dal personale della Monsanto.
Se
la contestazione politica è per sua natura «demoniaca», il «dialogo»
non può proseguire. Eppure, la nuova Monsanto s'impegna, nella sua
carta deontologica, «a instaurare un dialogo permanente con tutti i
soggetti interessati, per comprendere meglio problematiche e
preoccupazioni suscitate dalle biotecnologie».
Dietro
questa apparente sollecitudine si mette in moto una vera e propria
strategia commerciale, quella della doppia conformità: conformità a
posteriori, dell'immagine dei prodotti OGM con le attese dei
consumatori; conformità delle menti, attraverso propaganda
pubblicitaria e comunicazione intensiva. Perché, se il solo e unico
scopo della Monsanto è far passare il suo progetto biopolitico
mondiale, la nuova Monsanto ha bisogno di mostrare un'etica,
necessariamente a geometria variabile, visto che è la multinazionale
stessa a dettarne le regole.
A
tal fine, la società ha affidato ad una specialista mondiale delle
comunicazioni d'impresa, Wirthlin Worldwide, il compito di «trovare
meccanismi e strumenti che aiutino la Monsanto a persuadere i
consumatori con la ragione e a motivarli con l'emozione».
Questo
sondaggio degli atteggiamenti mentali - battezzato «progetto Vista» -
è basato sulla «rilevazione dei sistemi di valori dei consumatori».
Si
tratta, a partire dalla raccolta di dati, di elaborare «una cartografia
a quattro livelli dei modi di pensare (...): i preconcetti, i fatti, i
sentimenti e i valori. Negli Stati uniti, i risultati dello studio hanno
permesso di elaborare messaggi che colpiscono il grande pubblico, di
individuare cioè l'importanza dell'argomento a sostegno dei biotech:
meno pesticidi nei vostri piatti».
In
Francia, i dipendenti della Monsanto sono stati sottoposti a questa
indagine durante un colloquio confidenziale ove si presumeva potessero
esprimere liberamente il loro pensiero sulle biotecnologie, «nel bene o
nel male», dato che l'obiettivo era formare dei «portavoce che
utilizzeranno i messaggi studiati per il grande pubblico».
Inquinamento
genetico L'accesso al materiale genetico, e ai mercati, col beneficio di
una totale libertà di manovra, è la duplice priorità definita dal
concetto «free to operate». La messa a punto di un OGM costa tra i 200
e i 400 milioni di dollari e richiede dai sette ai dieci anni. Come
contropartita per un tale investimento, la multinazionale deve
necessariamente ottenere una rendita, garantita dalla dipendenza
rispetto al brevetto depositato sulla pianta.
Per potere riseminare da un anno all'altro, bisognerà ogni volta pagare
royalties all'impresa.
Ogni varietà che comporti un organismo geneticamente modificato sarà
protetta dal brevetto, il che implica, per l'agricoltore, l'acquisto di
una licenza.
Il
rischio, a (breve) termine, è quello di dare ai grandi produttori di
semi la possibilità di bloccare tutto il sistema, monopolizzando il
patrimonio genetico mondiale e creando una situazione irreversibile:
l'agricoltore non potrebbe più recuperare questo patrimonio per tornare
a selezionare lui stesso.
Questo
poteva porre un problema alla Monsanto anche in base al suo stesso
codice comportamentale che l'impegna a «far sì che gli agricoltori
senza risorse del terzo mondo possano beneficiare della conoscenza e dei
vantaggi di tutte le forme di agricoltura, per contribuire a migliorare
la sicurezza alimentare e la protezione dell'ambiente».
Ed
ecco allora la generosa concessione al Sudafrica del brevetto sulla
patata dolce transgenica, nella speranza di un più ampio insediamento
sul continente nero. «In Africa, potremmo con pazienza ampliare le
nostre posizioni con lo Yield Gard, e anche con il mais Roundup Ready.
Parallelamente,
dovremmo pensare a diminuire o a eliminare i diritti sulle nostre
tecnologie adattate alle culture locali, come la patata dolce o la
manioca».
Strategia
a due facce, dove si mostrano intenzioni generose per prendere piede in
mercati poco disponibili, o meno solvibili, ma potenzialmente
dipendenti. Un procedimento simile a quello che ha portato a impiantare
il riso dorato della Syngenta in Thailandia (per metterlo a disposizione
gratuitamente è stato necessario togliere 70 brevetti) o ad usare la
vacca da latte indiana dopata al Polisac della Monsanto (ormone proibito
nell'Unione europea), per arrivare a conquistare mercati locali poco
attratti dalle biotecnologie.
D'altro
canto poi, la Monsanto ha recentemente fatto condannare Percy Schmeiser,
agricoltore canadese, ad una multa di circa 22 milioni di lire per «pirateria»
di colza transgenica. L'interessato ha contrattaccato accusando la
Monsanto di avere accidentalmente inquinato i suoi campi di colza
tradizionale con colza transgenica tollerante al Roundup.
Ma
la giustizia è in grado di stabilire l'origine di un inquinamento
genetico? Questo caso, che rischia di ripresentarsi, mostra la difficoltà
di contenere le disseminazioni accidentali di OGM.
In
Francia, queste sono sottoposte alla legge del silenzio. Nel marzo del
2000, diversi lotti di semi convenzionali di colza primaverile della
società Advanta, contaminati da semi OGM di un'altra società, sono
stati seminati in Europa.
Le piante sono state distrutte. Nell'agosto 2000, alcune varietà di
colza invernale, controllate dalla Dgccrf, hanno rivelato contaminazioni
da semi OGM.
Ma
nessun OGM di colza è ancora autorizzato per la coltivazione o il
consumo in Francia.
Già da ora, la tracciabilità mostra le sue crepe. Le contaminazioni
fortuite sono sempre più frequenti.
Un
responsabile sanitario della Lombardia ha recentemente denunciato la
presenza di OGM in lotti di semi di soia e di mais della Monsanto. OGM
sono stati rilevati in stock di semi di mais depositati a Lodi, vicino a
Milano.
La pressione in Europa salirà, visto che la soia importata - ormai
massicciamente transgenica - sostituirà le farine animali oggi
proibite.
Ma l'obiettivo delle
industrie che producono semi transgenici non è forse quello di vedere
sparire la filiera senza OGM, contando sugli alti costi di controllo che
essa comporta? È probabile che nei prossimi anni gli agricoltori
trovino sempre maggiori difficoltà a procurarsi semi provenienti da
questa filiera. La ricerca mondiale si orienta verso i semi transgenici,
e dunque non è impensabile che le varietà non-OGM finiscano con
l'essere inadatte all'evoluzione delle tecniche agricole, se non
completamente obsolete.
Si
può dunque dubitare della «trasparenza» mostrata dalla Monsanto.
Il consumatore dipende delle informazioni fornite dall'impresa. Ogni
costruzione genetica è considerata un brevetto e non esiste alcun
obbligo legale, per una società, di fornire il test a laboratori
privati per eseguire analisi di controllo.
In Francia, la descrizione di una costruzione genetica è depositata
presso la Dgccrf che è la sola a poter effettuare analisi. Non essendo
però abilitata a farlo a titolo commerciale, non può essere utilizzata
a questo scopo da consumatori o industriali.
Il consumatore dovrà dunque accontentarsi di sapere che l'industria
commercializza i semi solo dopo che questi hanno ricevuto
l'autorizzazione a essere utilizzati per l'alimentazione umana e dopo
essersi impegnata a «rispettare le preoccupazioni d'ordine religioso,
culturale ed etico nel mondo non utilizzando geni provenienti dall'uomo
o da animali nei [suoi] prodotti agricoli destinati all'alimentazione
umana o animale». La recente nomina alla direzione dell'Epa americana
di una ex dirigente della Monsanto, Linda Fischer, fa pensare che non
solo la nuova Monsanto non è fuori legge, ma mira a fare la legge.
Note:
(1) Leggere Jean-Pierre Berlan e Richard C. Lewontin, «Un racket
confisca la materia vivente»,
Le Monde diplomatique/il manifesto, dicembre 1998.
(2) Il rischio di disseminazione incontrollata è stato uno dei motivi
invocati da Josè Bové e da altri due contadini per giustificare la
distruzione di piante di riso transgenico nelle serre del Centro di
cooperazione internazionale e ricerca agronomica per lo sviluppo (Cirad),
avvenuta a Montpellier nel 1999.
I tre militanti, condannati il 15 marzo scorso a pene detentive con la
condizionale, hanno presentato ricorso.
(3) I tipi delle Editions de l'Institut national de la recherche
agronomique (Inra) hanno pubblicato un fumetto
(La Reine rouge, testi e illustrazioni di Violette Le Quéré Cady,
Parigi, 1999) la cui lettura e utilizzazione sarebbe, diciamo,
raccomandata al personale della Monsanto. Si tratta di un panegirico a
favore degli OGM, in nome della pericolosità degli insetticidi.
(4) Cifre citate da Caroline Cox, «Glyphosate», Journal of Pesticide
Reform, autunno 1998, vol. 18, n° 3, pubblicato dalla Northwest
Coalition for Alternatives to Pesticides.
(5) Leggere a questo proposito il lavoro di Mohammed Larbi Bouguerra, La
Pollution invisible, Puf, Parigi, 1997.
(6) http://www.carbonoffset.org.
(Traduzione di G. P.)
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
La Monsanto,
multinazionale
della chimica da qualche anno anche leader nelle
biotecnologie e nella produzione di sementi
transgeniche, è accusata di aver scaricato in
Inghilterra numerosi rifiuti tossici risultato
degli scarti della lavorazione industriale . La
multinazionale avrebbe pagato 100 milioni di
sterline per seppellire nel Galles del sud
rifiuti speciali che hanno contaminato non solo
il terreno ma anche tutta la catena alimentare.
In una discarica di Groesfaen, nei pressi di
Cardiff, sono stati ritrovati materiali la cui
tossicità è acclarata da anni:
diossina,
policlorobifenili,
derivati dell'agente
orange, un misto di due erbicidi il 245T
e il 24D, che furono usati dai militari
statunitensi nella guerra in Vietnam per la
distruzione delle foreste.
Tutti questi materiali sono stati sepolti in
un terreno senza seguire le norme previste per i
rifiuti speciali, nonostante il prezzo
elevato pagato dall'industria per "infossare"
questo materiale.
La notizia ha fatto molto scalpore in Gran
Bretagna soprattutto quando si è scoperto, da
indiscrezioni in merito ad alcuni rapporti
segreti, che la Monsanto già dai primi anni 60
era cosciente del forte potere inquinante dei
propri scarti industriali e che analisi del
terreno condotte in Galles nel 1977 avevano
rilevano una forte concentrazione di inquinanti
nel suolo, nelle acque e di conseguenza nella
catena alimentare.
La notizia è riportata con dovizia di
particolari sul quotidiano inglese The Guardian.
La Monsanto, fondata nel 1901 a East Saint Louis,
nell'Illinois, ha cominciato al sua attività
producendo saccarina. Durante la grande
depressione del 29 mentre l'economia americana
colava a picco, la Monsanto rileva una piccola
industria che produceva una nuova serie di
composti i policlorobifenili, detti PBC. Inerti,
resistenti al calore, utili all'industria
elettrica e usati come liquidi refrigeranti nei
trasformatori, i PBC fanno la fortuna
dell'industria chimica. Negli anni quaranta la
Monsanto passa alla produzione di diossine e
comincia a fabbricare l'erbicida 245T che
diventerà tristemente noto per due motivi: verrà
usato nelle sterminate praterie americane
bruciando non solo i parassiti ma anche ogni
forma di vita tanto da rende re il terreno in
fertile; per queste sue immense capacità
distruttive verrà usato durante la guerra in
Vietnam per distruggere le foreste e stanare i
vietcong,
Agli inizi degli anni novanta la Monsanto ha
cominciato ad interessarsi di biotecnologie con
una particolare attenzione nei confronti della
produzione di sementi transgeniche.
>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>
OGM,
quel mais Monsanto è tossico
Il mais Mon863, già approvato dalle UE (unione
europea) per il consumo umano, è nocivo per i
topi da laboratorio. Greenpeace ne chiede il
ritiro dal mercato
Il professor Veronesi, che è in tournée per
sponsorizzare il suo libro - spot sugli
organismi geneticamente modificati, ha detto che
«gli OGM dovrebbero cambiare nome: non più
modificati, ma organismi geneticamente
migliorati». Si vede che non tutte le
ciambelle riescono con il buco, se è vero che
per la seconda volta il mais MON863 di Monsanto,
messo sul mercato nel 2005 sia per il consumo
umano che per uso mangimistico, grazie al solito
lasciapassare della Commissione europea, ha
mostrato segni di tossicità per gli organi
interni (fegato e reni).
Il nuovo studio, pubblicato ieri dalla rivista
Archives of Environmental Contamination and
Toxicology, è stato condotto dal professor
Gilles Eric Séralini, presidente del Comitato di
ricerca e di informazione indipendente sulla
genetica (Criigen).
«Le analisi di Monsanto - spiega Séralini
- non superano un controllo minuzioso. I loro
protocolli statistici sono altamente
discutibili. Peggio, l'azienda non ha effettuato
una sufficiente analisi delle differenze nel
peso degli animali studiati. Dati cruciali dei
test delle urine sono stati cancellati dal
dossier dall'azienda stessa».
Secondo lo studio, il consumo di mais MON863
provoca l'alterazione di diversi parametri
biologici (peso di reni e fegato, tasso di
globuli rossi e trigliceridi) e la
modificazione dell'urina.
Effetti che variano a seconda del sesso. «Nelle
femmine - spiega - si osserva un aumento
dei grassi e del zucchero nel sangue e un
aumento del peso del corpo e del fegato, il
tutto associato a una grande sensibilità
epatica; nei maschi, è il contrario, con una
perdita di peso nel corpo e nelle reni».
Greenpeace, che insieme a Carrefour ha
finanziato lo studio (è complicato ottenere
finanziamenti pubblici per fare ricerca
indipendente sugli OGM), chiede il ritiro
immediato dal mercato del mais Monsanto. «L'attuale
sistema autorizzativo per gli OGM non ha più
alcuna credibilità dopo che è stato approvato un
prodotto ad alto rischio nonostante chiare
evidenze dei possibili pericoli», dice
Federica Ferrario di Greenpeace.
I dati in questione, infatti, sono stati oggetto
di un feroce dibattito fin dal 2003, quando sono
state riscontrare alterazioni nel sangue degli
animali.
E' la prima volta che un OGM autorizzato per il
consumo umano dà segni di tossicità nei topi
da laboratorio, eppure è impossibile sapere
se i cittadini se lo sono già mangiato (con una
concentrazione inferiore allo 0,9% non c'è
obbligo di etichetta).
Di sicuro, invece, gli
OGM vengono ingurgitati da tutti gli animali che
forniscono carne e latte. O quasi.
Il Consorzio produttori della Fontina, per
esempio, ha fatto sapere che darà solo mangime
«pulito» alle vacche da latte. Ma non tutta
l'industria casearia ha il coraggio di dire no
agli OGM per garantire prodotti sempre più
qualificati, compresi quei formaggi che sono il
nostro fiore all'occhiello del «made in Italy»
nel mondo.
Tratto da
www.informationguerrilla.org - 15
marzo 2007 - By Luca Fazio.
|
"Questo sito
WEB vi informa"
Non siamo
responsabili della correttezza e/o della solvibilità
degli inserzionisti del ns. Network
Webmaster
- Copyright © 1998, Publisher Bamico ltd - All rights reserved
Tutti i diritti riservati - Vietata
la copia anche parziale dei contenuti, se non viene citata la fonte |
|
|