La Fame nel mondo e'
DOVUTA non alla
mancanza di cibo, ma alla mancanza di denaro
nelle tasche delle popolazioni del mondo che infatti
NON si possono comperare
da mangiare ! e dove e'
finito il denaro ? nelle tasche
dei finanzieri del mondo, i quali hanno
indebitato, anche gli
stati, sottraendo denaro vero e fresco alle
popolazioni che lavorano con sudore, del mondo intero, "vendendo
loro dei pezzi di
carta stampata senza vero
valore monetario (sub primes
+ carta moneta)
......attraverso le
banche.....ed
i loro lacche'....i politici
dei vari stati del mondo, che NON
hanno "tutelato"
la propria popolazione da quegli
avvoltoi, mentre
hanno tutelato gli
interessi dei
banchieri e
finanzieri tollerando, a
discapito dei propri
cittadini, che quei
PIRATI
della finanza mondiale
rapinassero i loro sudditi ignoranti !
L'opera della Comunità nei confronti della fame nel mondo
è "inconcludente" e "irrilevante".
E' falso far credere che vi sia una "ragione del cuore"
del Parlamento, contrapposta alla "linea della ragione"
fatta propria, da Commissione e Consiglio.
In realtà sono i fatti a parlare, i quali ci parlano di
progetti di società che, in nome di fanatismi di vario
genere, hanno condannato alla morte "qui ed oggi"...
Così
nel suo intervento, il Commissario sembra riprendere
alcune delle proposte dei Nobel, ma senza dare vere
garanzie di realizzazione.
Nel documento di azione concreta della Comunità non è
stata riportata nemmeno una parola delle analisi
del Rapporto Nord-Sud di Brandt.
Parlare di "nuovo ordine internazionale" senza farsi
carico dei "problemi concreti del fondo giuridico",
ecc. è menzogna.
(Discussioni del Parlamento Europeo, 16 giugno 1982)
·
Oltre 800 milioni di persone soffrono la
fame nel mondo.
·
Di queste, in media, 24.000 muoiono ogni giorno
per le conseguenze della denutrizione.
·
Più di 30 milioni di individui muoiono ogni anno
di fame (più di 82.000 al giorno tra cui 30.000
bambini).
·
Il 10% dei bambini che vivono in paesi in via di
sviluppo muoiono prima di aver compiuto 5 anni.
·
Un
miliardo e 200 milioni
di persone vivono con meno di un dollaro al
giorno.
·
Il 25% della popolazione mondiale consuma
l'86% di tutti i beni e servizi.
·
Il 20% più povero ne consuma solo l'1%.
·
Il 20% più ricco della popolazione mondiale
consuma il 58% dell’acqua disponibile.
·
Circa 3 miliardi di persone non dispongono
di acqua potabile e/o di servizi igienici adeguati.
·
Ogni giorno 6.000 bambini muoiono per malattie
legate alla mancanza di acqua pulita.
·
In 25 paesi del mondo oltre il 35% della
popolazione è denutrita (rischia, cioè, di morire di
fame).
·
Nei 25 paesi più poveri del mondo (tutti in
Africa tranne l'Afghanistan) un bambino può sperare di
vivere non più di 50 anni contro i 78 di un
bambino europeo.
·
4
milioni di schiavi,
nel mondo, oggi. 4 milioni di persone comprate, e
vendute, nella moderna società.
Di queste, ben 500.000 arrivano nella civilissima
Europa occidentale
I DATI SULLA FAME NEL MONDO
1. Circa 24.000 persone
muoiono ogni giorno per fame o cause ad essa correlate.
I dati sono migliorati
rispetto alle 35.000 persone di dieci anni fa o le
41.000 di venti anni fa.
Tre quarti dei decessi interessano bambini al di sotto
dei cinque anni d'età.
2. Oggi, il 10% dei bambini che vivono in paesi in via
di sviluppo muoiono prima di aver compiuto cinque anni.
Anche in questo caso, il dato è migliorato rispetto al
28% di cinquanta anni fa.
3. Carestia e guerre causano solo il 10% dei decessi per
fame, benché queste siano le cause di cui si sente più
spesso parlare.
La maggior parte dei decessi per fame sono causati da
malnutrizione cronica. I nuclei familiari semplicemente
non riescono ad ottenere cibo sufficiente. Questo a sua
volta è dovuto all'estrema povertà.
4. Oltre alla morte, la malnutrizione cronica causa
indebolimento della vista, uno stato permanente di
affaticamento che causa una bassa capacità di
concentrarsi e lavorare, una crescita stentata ed
un'estrema suscettibilità alle malattie.
Le persone estremamente malnutrite non riescono a
mantenere neanche le funzioni vitali basilari.
5. Si calcola che circa 800 milioni di persone nel mondo
soffrano per fame e malnutrizione, circa 100 volte il
numero di persone che effettivamente ne muoiono ogni
anno.
6. Spesso, le popolazioni più povere necessitano di
minime risorse per riuscire a coltivare sufficienti
prodotti commestibili e diventare autosufficienti.
Queste risorse possono essere: semi di buona qualità,
attrezzi agricoli appropriati e l'accesso all'acqua.
Minimi miglioramenti delle tecniche agricole e dei
sistemi di conservazione dei cibi apportano ulteriore
aiuto.
7. Numerosi esperti in questo campo, sono convinti che
il modo migliore per alleviare la fame nel mondo sia
l'istruzione.
Le persone istruite riescono più facilmente ad uscire
dal ciclo di povertà che causa la fame.
Fonti (divise in paragrafi):
1) Il Progetto contro la Fame nel Mondo, Nazioni Unite;
2) CARE;
3) Istituto per la promozione dello sviluppo e dell'alimentazione;
4) Programma mondiale per il cibo delle Nazioni Unite (WFP);
5) Organizzazione delle Nazione Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (FAO);
6) Oxfam;
7) Fondo per l'infanzia delle Nazioni Unite (UNICEF)
Tratto da:
http://www.thehungersite.com
Malnutrizione e malattie infettive provocarono una
pesante mortalità nella popolazione fino alla fine del XIX secolo, mentre le patologie cardiovascolari
occuparono solo una porzione del 10% dei decessi.
Il
percorso storico ha contribuito con l’igiene, il
benessere, l’alimentazione più adeguata, un
miglioramento della qualità della vita ed un
prolungamento della stessa, lasciando tuttavia uno
spiraglio di ascesa alle malattie valvolari reumatiche e
all’ipertensione arteriosa.
BAMBINI E POVERTÀ -
Nel mondo i
poveri sono la maggioranza in una nazione su cinque.
Nelle nazioni ricche i poveri si concentrano sempre più in
comunità minoritarie, sopportano una vita di fame,
malnutrizione e malattie e vengono loro
negati i diritti all’istruzione, ad un’assistenza medica
adeguata, a disporre di acqua potabile e servizi
igienici, a essere protetti dalle violenze.
Mentre la globalizzazione continua a procedere lungo il suo
cammino asimmetrico, il numero delle persone povere
continua accrescere: i mercati si espandono oltre i
confini nazionali, i redditi di pochi aumentano, ma
viene sempre di piùsoffocata la vita di chi non ha le
risorse per investire o le capacità per trarre vantaggio
dalla cultura globale.
Questi ultimi sono in maggioranza donne e bambini, poveri già
prima, ma ancora di più oggi che l’economia mondiale
allarga il divario tra persone e paesi ricchi e poveri.
Bambini e donne sono tra i primi a soffrire quando le crisi
economiche evidenziano le contraddizioni di paesi la cui
economia è solo apparentemente prospera, in quanto
l’assenza di un sistema di sicurezza sociale ha
conseguenze particolarmente devastanti per I diritti dei
bambini e per lo sviluppo umano.
Il tramandarsi della povertà da una generazione all’altra può
essere interrotto e lo sarà quando I poveri avranno I
mezzi e le opportunità di vivere bene, di nutrirsi
adeguatamente e di ricevere un’istruzione ed una
formazione adeguate per partecipare pienamente alle
decisioni che influenzano la loro vita.
Dal momento che il mezzo più efficiente per rispondere a
queste esigenze sono I servizi pubblici, in ogni società
uno dei modi più efficaci per ridurre la povertà è
garantire un accesso universale ad un sistema integrato
di servizi sociali di base, il cui costo, considerati I
grandi benefici che ne derivano e paragonato a quello
della maggior parte delle armi, è modesto.
La responsabilità del mancato rispetto degli impegni
fondamentali verso in bambini, va in parte attribuita ai
creditori internazionali e a quei paesi ricchi che poco
hanno fatto per alleggerire l’onere del debito che
prosciuga le risorse nazionali dei paesi indebitati.
I diritti dei bambini in tutto il mondo non potranno essere
rispettati finché i governi rimarranno intrappolati
nella morsa del debito.
A livello internazionale sta crescendo il consenso verso una
riduzione dei debiti esteri dei paesi più poveri.
E’
anche necessario che si facciano degli sforzi per
regolare le potenti forze della globalizzazione, perché
altrimenti essa continuerà a servire le esigenze di
espansione dei mercati globali a spese dell’equità fra
le nazioni e all’interno delle nazioni stesse,
determinando una situazione nella quale I poveri e I
deboli del mondo trarranno benefici sempre minori, con
la conseguenza di una sempre maggiore emarginazione ed
esclusione.
LA
FAME NEL MONDO
Le aree del mondo caratterizzate dalla fame e dalla
sottoalimentazione sono anche quelle dove più
diffusi sono l’alto tasso di natalità e di mortalità
infantile, l’analfabetismo, la disoccupazione,
l’insufficienza dei servizi, l'arretratezza
dell’agricoltura, la mancanza di industrie, la cattiva
organizzazione economica, sociale e politica, la carenza
di risorse naturali. Tutti questi fattori, variamente
combinati, si ritrovano nei paesi sottosviluppati e
risultano essere contemporaneamente
causa ed effetto della fame.
Va detto subito che la causa principale della fame, come del
sottosviluppo, non è solo la mancanza di risorse
naturali.
Vi sono certamente zone improduttive o con risorse
agricole limitatissime, ma esse costituiscono una
minoranza.
La maggioranza dei paesi sottosviluppati potenzialmente
dispone di normali risorse, che però non vengono
sfruttate, o vengonoutilizzate male e senza alcun
beneficio per le popolazioni.
Il problema della fame e del sottosviluppo è in primo
luogo legato alla produttività
agricola che, nei paesi poveri, è particolarmente
bassa, nonostante le vaste estensioni di terreni e
l’alta percentuale di popolazione dedita
all’agricoltura.
In questi Paesi si pratica l’agricoltura
di sussistenza o l’agricoltura commerciale
speculativa di piantagione (monocoltura).
Ci si può chiedere come sia possibile che interi Paesi
basino la loro economia su una forma di agricoltura che
non consente di sfamarsi neppure a chi coltiva la terra.
Le cause vanno ricercate nelle strutture sociali ed
economiche tipiche dei Paesi sottosviluppati, dove
domina il latifondo e una ineguale distribuzione
delle ricchezza, posseduta da poche famiglie
privilegiate e protette da regimi politici dittatoriali
o, comunque, arcaici.
Il fenomeno è particolarmente vistoso nell’America
Latina, dove più della metà del terreno coltivabile è
posseduto dal 40% dei proprietari.
Grandi proprietà sottosfruttate sono presenti anche in
alcuni Stati del bacino del Mediterraneo, del vicino
Oriente, dell’Africa Australe e Orientale.
Nell’Asia Meridionale e in Estremo Oriente, i grandi
proprietari non applicano nei loro possedimenti la
tipica conduzione latifondiaria di modello sudamericano.
Essi affidano le terre ai contadini, dai quali, protetti
da leggi inique, possono pretendere, come accade in
India e in molti Paesi musulmani, sino al 60-80% del
raccolto, che viene poi esportato. I contadini,
vincolati in un vero e proprio regime feudale, si
indebitano sempre più e soffrono la fame, mentre i
proprietari si arricchiscono.
Mancano così le condizioni per mettere a coltura i molti
milioni di ettari arabili che ancora esistono e che
sono lasciati incolti. Metodi agricoli rudimentali,
tecniche arcaiche, sementi non selezionate, mancanza di
difese contro le malattie delle piante e degli animali,
concimazioni inadeguate, assenza di pratiche irrigue
contribuiscono al mantenimento della povertà e della
fame.Nei Paesi poveri ed arretrati, quindi,
la popolazione non solo non riesce a produrre a
sufficienza per alimentarsi adeguatamente, ma
neppure dispone di un reddito che consenta di
acquistare quanto le serve per migliorare le tecniche
agricole.
UN PROBLEMA SENZA SOLUZIONE ?
E’ chiaro che la soluzione del problema alimentare non spetta
necessariamente solo all’agricoltura.
Lo sviluppo industriale potrebbe infatti fornire redditi
per importare prodotti alimentari e tecnologie atte
a migliorare le produzioni agricole. Ma nei Paesi
sottosviluppati lo sviluppo industriale è assente o del
tutto insufficiente, nonostante alcuni di essi
dispongano di materie prime o fonti di energia.
Ancora una volta si ripresenta
l’interdipendenza dei fenomeni che mantengono certi
Paesi nel sottosviluppo : le scarse
attrezzature, le deficienze delle infrastrutture,
l’analfabetismo, le cattive condizioni di salute, la
concentrazione dei capitali nelle mani di poche famiglie
incuranti del progresso del loro Paese, la povertà dei
mercati interni costituiscono il veroimpedimento al
sorgere ed al prosperare delle industrie.
Alcuni Paesi, quali, ad esempio, lo Zimbabwe e il Cile, in
verità, hanno industrie di notevole di notevole
importanza.
Queste, però, lavorano esclusivamente per l’esportazione
e sono di proprietà di gruppi imprenditoriali e
finanziari internazionali (le multinazionali ), che
localizzano le industrie di questi Paesi poveri, per
trarne vantaggio nell’acquisto di materie prime e
nell’impegno di manodopera a basso costo. Questi gruppi
imprenditoriali, infine,
esportano i loro guadagni,
lasciando i Paesi sottosviluppati, che li
hanno accolti, sempre più poveri.
Tratto da
http://kidmir.bo.cnr.it/g2g/economia/primario/fame.htm
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ll Fagiolo si fa raro ma è
ottimo contro l'obesità
Ci sono numerose
parti del mondo ove un piatto di cereali,
una manciata di fagioli, per fare qualche
esempio, sono diventati così preziosi da
costituire un vero e proprio problema per le
popolazioni affamate. Il rincaro, a livello
globale, di questi alimenti sta infatti
rendendo sempre più difficile la situazione
di molte popolazioni che vedono
drasticamente ridotte le loro porzioni
alimentari, le calorie e i nutrimenti base
per poter vivere. In tre parole: "sono alla
fame"; inimmaginabili sono perciò le
conseguenze per il loro stato di salute.
Particolarmente dura è la situazione in
America centrale, Africa e in diverse zone
dell'Asia dove, nell'ultimo anno, i prezzi
dei cereali e dei fagioli sono notevolmente
aumentati. Secondo quanto riferiscono gli
esperti del World Food Programme (Programma
mondiale per l'Alimentazione), l'enorme
aumento del prezzo del cibo sta creando la
più grande sfida che tale organizzazione
abbia mai affrontato nei suoi quarantacinque
anni di storia.
Una sorta di tsunami silenzioso (provocato
dal caro-petrolio, dai biocarburanti e dalle
speculazioni) che sta portando alla fame
milioni di persone in ogni continente. Riso,
mais, grano diventeranno sempre più cari,
così come i fagioli il cui prezzo è
praticamente raddoppiato. Originari
dell'America centro-meridionale e alimento
base dei popoli di questi luoghi, i fagioli
ebbero grande successo e grande
considerazione in Europa dove iniziarono a
coltivarli nel sedicesimo secolo.
Il valore di questi legumi crebbe così tanto
che nel 1533 Alessandro de' Medici, in
occasione del matrimonio della sorella
Caterina con Enrico II di Francia, regalò -
come prezioso dono di nozze - dei fagioli.
Pianta erbacea annuale, il cui frutto è
costituito da un legume, il fagiolo (Phaseolus
vulgaris) è una pianta medico/alimentare
(nell'uso medicale si usano i baccelli) cui
si attribuiscono proprietà ipoglicemizzanti
e ipotensive.
vedi:
Prodotti Naturali /Fagiolo
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Ulteriore
regresso nella riduzione della fame nel mondo
In
alcuni Paesi in via di sviluppo aumenta il numero delle persone
sottoalimentate
Negli anni '90, secondo
l'Organizzazione ONU per l'alimentazione e l'agricoltura (FAO), il numero
delle persone che soffrono per fame è diminuito in media di sei milioni
l'anno. A questo ritmo occorrerebbero sessant'anni per ridurre il numero
dei sottoalimentati nel mondo a 400 milioni, traguardo che il Vertice
mondiale sull'alimentazione del 1996 aveva stabilito per il 2015. Nel
rapporto annuale della FAO: "Stato dell'insicurezza alimentare
mondiale", la FAO afferma che "senza dubbio il ritmo della
decrescita è venuto rallentando".
Secondo il rapporto, per
raggiungere il traguardo del Vertice occorreva una riduzione annua media
non di venti ma di ventidue milioni, cifra che supera, e di molto,
l'andamento attuale. Le ultime stime indicano che nel biennio 1997-99 vi
erano 815 milioni di sottoalimentati: 777 nei paesi in via di sviluppo, 27
in quelli in transizione verso l'economia di mercato e 11 nei paesi
industrializzati.
Nel presentare il rapporto
alla stampa, il Vicedirettore generale e capo del Dipartimento economico e
sociale della FAO, Hartwig de Haen, ha dichiarato: "La FAO teme
particolarmente che la denutrizione infantile possa aggravarsi a causa di
vari fattori, non ultime le cattive prospettive economiche e l'incidenza
dell'AIDS. Dei 777 milioni di denutriti nei paesi in via di sviluppo
probabilmente 180 milioni sono bambini al di sotto dei dieci anni".
Il declino complessivo del
numero di denutriti nei paesi in via di sviluppo copre tendenze
contrastanti nei diversi paesi. Solo 32 dei 99 paesi in via di sviluppo
presi in esame dal rapporto hanno registrato riduzioni tra il 1990-92 e il
1997-99. Ma in altri paesi la cifra o non è diminuita o addirittura è
aumentata: l'aumento totale è stato di 77 milioni di persone. Secondo il
rapporto, ciò è dovuto al fatto che le riduzioni registrate in grandi
paesi - quali Cina, Indonesia, Tailandia, Nigeria e Brasile – hanno
superato l'aumento verificatosi nel più vasto gruppo dei paesi meno grandi: donde una riduzione netta di 39 milioni.
Tra i paesi in via di
sviluppo presi in considerazione emergono due casi estremi. La Cina, con la sua
impressionante
crescita economica e agricola degli anni '90, ha ridotto il numero dei
sottoalimentati di 76 milioni. All'altro estremo, la Repubblica
Democratica del Congo, paese potenzialmente ricchissimo, ha visto
aumentare il numero dei propri denutriti di 17 milioni tra il 1990-92 e il
1997-99 su una popolazione totale attuale di circa 48 milioni. Tuttavia il
rapporto ricorda che la Cina, nonostante i buoni risultati, resta nel
mondo, dopo l'India, il paese con il maggior numero di persone
sottoalimentate.
Il
rapporto nota che "il considerevole aumento di disponibilità
alimentari conseguito dai paesi in via di sviluppo ha più che dimezzato
la proporzione dei denutriti dal 37 per cento degli anni '60 al 17 per
cento alla fine del secolo". Ma questa diminuzione non è bastata a
dimezzare la cifra assoluta dei denutriti nel mondo in via di sviluppo,
stimata in 956 milioni negli anni 1969-71 e adesso in 777 milioni, come
negli anni 1997-99.
La produzione deve
continuare a crescere se si vuol perseguire il traguardo del Vertice, ma
basta una
crescita moderata
se accompagnata da un più equo accesso al
cibo, mediante redistribuzione dei generi alimentari o delle risorse
necessarie per acquistarli. Ora, l'esperienza degli ultimi trent'anni non
evidenzia, nella maggior parte dei paesi, un
declino significativo della
mancanza di equità nell'accesso al cibo.
I paesi che hanno avuto i
migliori risultati in termini di riduzione della denutrizione - sottolinea
il rapporto - sono quelli che hanno realizzato alti investimenti e aumenti
di produttività nell'agricoltura; mentre i peggiori hanno perfino
assistito a un declino del rapporto tra beni capitali agricoli e
lavoratori nell'agricoltura, unitamente a un declino dell'assistenza
esterna alla loro agricoltura.
La FAO sollecita un
duplice approccio al problema della riduzione della denutrizione e della
povertà: l'azione
pubblica diretta a chi soffre la fame deve
accompagnarsi a investimenti per lo sviluppo agricolo e rurale. La prima
richiede assistenza alimentare e migliore accesso all'acqua potabile; i
secondi includono investimenti nella ricerca, sviluppo e diffusione di
colture appropriate e l'instaurazione - soprattutto in Africa - di
migliori sistemi di sanità e qualità del pesce.
Guardando al futuro, il
rapporto ricorda che "non esiste un'unica ricetta" per ridurre
la fame. "Ciò che ogni paese deve fare dipende dalla sua situazione
particolare. Secondo de Haen, "Sarebbe opportuno che ciascun paese
fissasse il proprio traguardo nazionale per dimezzare la fame entro il
2015".
15/10/2001 10.00.00 -
Fao
SOMMARIO:
La proposta di legge
contro lo sterminio per fame, rivoluzionaria per il metodo che misura
l'efficacia dell'intervento sul numero di persone effettivamente salvate,
prevede l'istituzione di un Alto commissario responsabile della sua
attuazione. Esplode la polemica. Pannella ribadisce in questo articolo che
la figura dell'Alto commissario si giustifica proprio in relazione
all'obiettivo proposto ed indicato. -
(IL MANIFESTO, 24 aprile 1984)
("In merito al dibattito di questi giorni sulle varie proposte di
legge presentate in parlamento per riformare gli strumenti della
cooperazione italiana con le popolazioni del Terzo mondo, minacciate da
carestie e denutrizioni, l'on. Marco Pannella interviene sul manifesto per
illustrare la posizione radicale, specie per quanto riguarda l'istituzione
dell'Alto commissario per gli interventi straordinari, previsto dalla
proposta Piccoli-Formica".)
Carissimo Parlato, non invoco le leggi sulla stampa ma confido che tu
comprenda l'opportunità che i lettori interessati siano posti in
condizione di trovare altra spiegazione ad un dissenso che non sia quello
della nequizie radicale e mia personale.
Da settimane, l'obiettivo
principale della campagna contro lo sterminio per fame e della legge
Piccoli, Formica, Reggiani, Battistuzzi, Cicciomessere viene presentato
come demagogico, improvvisato, irresponsabile da molti compagni in molti
interventi e servizi pubblicati un po' ovunque. Mi riferisco
all'obiettivo: «tre milioni di vivi, almeno, nel 1984», o : «entro un
anno».
Il fatto è, invece, che questo
obiettivo è "esattamente" quello che, da ormai tre anni, ha
unito a più riprese, gli 80 premi Nobel; oltre 4.000 sindaci italiani,
fin dal 1982; 600.000 firmatari di una legge di iniziativa popolare; altri
500.000 firmatari di una petizione a sostegno di quella legge; le
manifestazioni ufficiali del Movimento dei
sindaci, promosse da Tonioli o
da Novelli, dalla regione umbra o da una decina di altre; le ultime tre
marce di Pasqua, alle quali il Pci ha ufficialmente aderito; le centinaia
di sindaci italiani che hanno effettuato «a staffetta» un giorno di
digiuno, molti dei quali - naturalmente - del Pci; in almeno tre solenni
occasioni il Parlamento europeo, con la maggioranza assoluta dei suoi
membri; e, con due solenni adesioni, i 64 paesi dell'Africa, Caraibi,
Pacifico con i quali siamo associati in quanto Comunità europea...
Da almeno tre anni, dunque, è
questo il leit-motiv, "la ragione" (pubblica, puntuale, quasi
ossessiva) dell'unità che "si è manifestata". Su questo
obiettivo (che è - precisiamolo - "espresso" al primo articolo
delle due proposte di legge di iniziativa popolare presentate dai sindaci,
delle petizioni popolari) ci troviamo ad essere attaccati dal Pci, dall'«Unità», da «Repubblica», da Bocca, Jacoviello e da tanti illustri parvenus
sputasentenze di questi giorni (mentre ovviamente circolano meno nomi e
firme come quelle di Novelli, di Valenzi, di Zangheri, ecc.).
Insomma, proprio in dirittura
d'arrivo, quando in Parlamento si poteva sperare che la «conversione» a
questi obiettivi di prestigiose personalità della maggioranza facesse
approvare la legge rapidamente, grazie al metodo di lavoro ed ai contenuti
cui pubblicamente per anni Umberto Terracini ci esortava tutti, dilaga
quella accusa di «irresponsabile demagogia» che viene lanciata,
inopinatamente, nel luglio 1982, e a cui i sindaci italiani risposero, appunto, per iniziativa di compagni socialisti e comunisti, democristiani,
con la clamorosa unanimità della petizione popolare, del testo reciso e
quasi sprezzante, nelle settimane successive. Per il resto, la polemica sull'Alto commissario non è che un'appendice,
un modo di dirottare il vero dibattito, di nascondere i termini reali
della polemica.
Infatti l'Alto commissario si
giustifica ed esige solamente nel contesto di un obiettivo umano,
politico, "storico", così straordinario, così folle di
ragionevolezza, così puntuale, così rivoluzionante. Se invece si tratta
di «realisticamente» rafforzare l'azione in Sahel, di fare i tre pozzi
Jacoviello, di rispondere
al supplemento tremendo di siccità di
quest'anno, allora è giusto o - quanto meno - comprensibile, limitarsi a
quella riorganizzazione e a quel rafforzamento monopolistico del
Dipartimento in cui si sostanzia il progetto di
legge Sanlorenzo (al
quale, per la verità, e almeno in pubblico, il Pci ha portato
fortunatamente finora un appoggio tiepido, anche critico).
Il chiarirsi di questo dibattito ha
portato d'altra parte ad un progressivo avvicinamento di posizione dei
firmatari del progetto Piccoli, di quelli repubblicani e ai contributi di
colleghi come Baldassarre Armato, le cui comprensibili e serie perplessità
iniziali hanno provocato tutti noi - per esempio - ad assumerci
responsabilità di sostegno anche alla prospettiva di rafforzamento
contemporaneo degli strumenti operativi e delle strategie pre-esistenti. Non è un caso che dal ministero degli Esteri e da tanti ambienti
ufficiosi del Governo si sia nei giorni scorsi puntato a un decreto,
sostanzialmente vicino alle proposte di San lorenzo e di altri compagni.
Ed
è stato un disastro scongiurato all'ultimo momento, poiché in tal modo
si intendeva liquidare l'intero problema e on limitarsi a una operazione
seria ma marginale di congiuntura.
LA FAME NEL MONDO - La fame
è
causa
di
morte.
Molti bambini muoiono perché sono denutriti. In questi paesi
poveri molta gente muore, soprattutto bambini, per la fame e per malattie
infettive perché non vi è né nutrimento e né possibilità di curarsi.
Centinaia di persone nel mondo non hanno ancora cibo a sufficienza da
sfamarsi. I missionari vanno in questi paesi per aiutarli a coltivare e ad
insegnare a sfruttare le risorse della Terra.
La gente che ancora oggi getta e consuma quantità di cibo
dovrebbe incominciare a riflettere e a pensare ai molti bambini che
muoiono di fame. La fame nel mondo sta aumentando sempre
di più, sta aumentando soprattutto nei paesi poveri del terzo
mondo. Anche noi bambini non dobbiamo gettare più rifiuti organici o altre sostanze da mangiare, perché queste sostanze potrebbero nutrire
molti bambini affamati. In questi paesi i Medici Senza frontiere, usano un
braccialetto multicolori che serve per misurare il grado
di malnutrizione di centinaia di bambini. Quando un braccio di un bambino è così piccolo
e raggiunge la “zona rossa”,
non c’è un minuto da perdere: può morire da un momento all’altro per
malnutrizione.
LA FAME NEL MONDO
-
Quando
si parla di "fame" nel mondo, bisogna parlare del Terzo
mondo, cioè di quell'area geografica che non fa parte né
dell'occidente industrializzato, dove l'economia è capitalistica e di
mercato (Primo mondo), né di quell'area del cosiddetto
"socialismo reale" (Secondo mondo), dove la produzione è
pianificata dallo Stato e dove però in questi ultimi anni tale
modello di sviluppo è entrato profondamente in crisi.
-
Come
tutti sanno, il Terzo mondo nel 2000 avrà l'80% della popolazione
mondiale, che vivrà in condizioni poverissime: già oggi il debito di
quest'area con l'estero supera di molto i mille mrd di $.
-
Tanto è vero
che si parla anche di Quarto mondo, quell'area cioè che
comprenderebbe i paesi più arretrati del
Terzo mondo (ad es. Etiopia,
Ciad, Tanzania, Bangladesh ecc.). [Terzo mondo è stata una parola inventata da un giornalista francese nel
1952, in analogia col Terzo stato
della Rivoluzione francese].
-
Che
cos'è la fame ? Quand'è che si può parlare di alimentazione
insufficiente o di denutrizione ? Il fabbisogno alimentare degli esseri
umani -come noto- viene espresso in calorie, e varia a seconda dell'età,
del peso, del sesso, della salute, del lavoro, del clima, del
metabolismo, delle abitudini alimentari. Normalmente, un'alimentazione
sufficiente deve garantire almeno 2.000 calorie al giorno.
-
Ebbene,
si calcola oggi che nel mondo più di 1 mrd e 300 mil di persone
(circa 1/3 della popolazione mondiale) ha un'alimentazione
insufficiente. Secondo l'OMS, di questo 30% almeno 500 milioni non
dispongono neppure di 1500 calorie al giorno, per cui soffrono di fame
assoluta.
-
Per
non parlare del problema della sete. Le ultime ricerche fatte nel
Terzo mondo indicano che in Africa circa il 75% della popolazione
rurale non ha acqua potabile; in America latina sono il 77%; in Estremo
oriente circa il 70%. In valori assoluti, sono più di 600
milioni le persone al mondo prive di acqua potabile.
-
Conseguenze
della fame. Un'alimentazione insufficiente porta a: dimagrimento,
apatia, debolezza
muscolare, depressione del sistema nervoso, minor
resistenza alle malattie, invecchiamento precoce, morte per inedia.
-
Queste
conseguenze si manifestano soprattutto nei bambini, la cui mortalità
nel Terzo mondo è altissima: ventre gonfio, magrezza, avvizzimento
della pelle, apatia, ecc. Le malattie parassitarie e infettive colpiscono soprattutto i bambini non solo a causa della denutrizione,
ma anche per le precarie condizioni igieniche (acqua inquinata,
mancanza di fogne, ecc.). L'UNICEF ha calcolato che la causa
principale di morte dei bambini fino a 5 anni è dovuta alla
disidratazione conseguente alle diarree provocate da infezioni
intestinali.
-
Differenze
nei consumi alimentari tra Nord e Sud. Come noto, gli alimenti
fondamentali che
dovrebbero comparire in tutte le diete, sulla base di
percentuali più o meno rigorose sono i seguenti:
70% carboidrati
(cereali, frutta, patate, zuccheri ecc.) (1 gr. = 4 calorie); 15%
proteine, di cui metà di
origine vegetale (legumi, cereali ecc.) e
metà di origine animale (carne, latte, uova ecc.) (1 gr = 4 calorie);
15% grassi (olio, burro ecc.) (1 gr = 9 calorie); piccole vitamine e
sali minerali presenti nella frutta e verdura, e circa 2,5 litri di
acqua. Secondo la FAO, i livelli calorici medi della popolazione
italiana sono superiori del 50% rispetto al necessario. Da noi la
percentuale di bambini che muore nel primo anno di età è di 1,4%.
-
E'
stato dimostrato che il 61% del totale delle calorie di cui dispone in
media ciascun abitante del Terzo mondo proviene dal consumo dei
cereali (riso, frumento, orzo, segale, miglio...), mentre molto
ridotto è il consumo degli altri alimenti (ad es. per la carne è
3,9% mentre nei paesi sviluppati è 13,4%). Nei paesi più sviluppati
la percentuale dei cereali consumati raggiunge solo il 30% del totale
delle calorie, mentre molto elevata è la quota dei prodotti di
origine animale (carne, latte, uova, pesce). Ad es. nel Nord america i
cereali forniscono solo il 24% delle calorie, mentre in Asia più del
78%.
-
La
prevalenza di un solo elemento-base nell'alimentazione (in questo caso
i cereali) dà luogo a diete
monotone, ripetitive, prive di quella
varietà e di quei valori nutritivi che sono necessari per
un'alimentazione equilibrata.
-
L'alimentazione
dei paesi avanzati. In Occidente il fenomeno alimentare più diffuso
è la sovralimentazione. Noi soffriamo di mali fisici tipici del
nostro modo di mangiare: disturbi al cuore, appendicite, calcoli, vene
varicose, emboli, trombosi, ernia, emorroidi, cancro del colon e del
retto, obesità, ecc.
-
Per
di più abbiamo l'abitudine a utilizzare alimenti che hanno subìto
processi di trasformazione
(refrigerazione, cottura, raffinazione,
ecc.) invece di alimenti freschi: il che rende la dieta più costosa sul piano economico (ed anche più povera dal punto di vista del suo
valore nutritivo).
-
Il
problema maggiore però è costituito dal fatto che poco meno della
metà dei cereali prodotti sulla terra vengono utilizzati in Occidente
per alimentare quel bestiame che viene poi consumato, da noi, sotto
forma di carne, uova, latte. Ora, per produrre una sola caloria di
origine animale ci vogliono ben 7 calorie di cereali. La conseguenza
di questo è ovvia: nei paesi avanzati una persona consuma in media
molto più cereali di quanti ne consumi una persona del Terzo mondo:
praticamente più di 2,5 kg al giorno (pane-pasta-cereali e soprattutto carne-latte-uova), contro i 500 gr al giorno del Terzo
mondo.
-
Se
l'enorme quantità di cereali destinati all'alimentazione del bestiame
venisse impiegata direttamente nell'alimentazione umana, potrebbero
venir nutrite ben 2 mrd e 500 mil di persone. Con la sola quantità di
cereali che USA e URSS destinano al bestiame, si potrebbero nutrire 1
mrd di persone.
-
La
diseguale distribuzione delle risorse. La fame non è un male
inevitabile. Dal 1970 al 1983 la produzione alimentare complessiva
(cereali, legumi, tuberi, carne ecc.) è aumentata del 47% (l'aumento
medio dei prodotti in quei 14 anni è stato del 3,3% l'anno).
L'incremento della popolazione nello stesso periodo è stato, a
livello mondiale, dell'1,9% annuo, mentre nel Terzo mondo del 2,5%.
-
Come
si può notare, la causa primaria della fame del mondo non sta in una
produzione alimentare insufficiente, ma nell'impossibilità per i più
poveri di acquistare gli alimenti prodotti. I prezzi dei generi
alimentari sono troppo alti per i redditi medi della popolazione del
Terzo mondo. Nei paesi avanzati la spesa alimentare rappresenta il 20-25% del reddito familiare, mentre il resto viene speso per
vestiario, mezzi di trasporto, alloggio, divertimenti ecc. Nei paesi
più poveri invece la spesa alimentare costituisce fino all'80% del
reddito familiare. Da noi la povertà raramente comporta fame e denutrizione, nel Terzo
mondo invece povertà significa
subito fame.
Tratto da:
http://www.criad.unibo.it/galarico/ATUALITY/FAME1.htm
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FAME E ALIMENTAZIONE
L’estrema povertà produce fame e malnutrizione a
causa dell’incapacità di produrre o acquistare cibo, mentre un accesso
inadeguato all’educazione e all’informazione, priva le famiglie di una
conoscenza minima sull’alimentazione. A sua volta, la malnutrizione
impedisce l’apprendimento dei bambini a scuola e riduce la produttività
delle persone sul posto di lavoro – se non impedisce loro del tutto di
lavorare. L’immissione di prodotti agricoli sussidiati provenienti dai
paesi industrializzati danneggia la produzione locale, e toglie il reddito
agli agricoltori, privando così interi paesi della componente agricola
necessaria per sviluppare altri settori della loro economia. La
degradazione del suolo attraverso l’erosione, l’uso o abuso di
prodotti chimici, l’eccessivo pascolo o la salificazione che deriva da
una gestione inadeguata delle acque, causa una perdita di reddito per i
piccoli agricoltori e li destina alla povertà. Dato l’inadeguato
accesso all’istruzione e alla informazione, i poveri hanno difficoltà
nel gestire la produzione agricola in modo sano e sostenibile, e ciò crea
una perdita di opportunità per il sostentamento. Gli agricoltori poveri
non possono comprare i fertilizzanti e le attrezzature usate dai loro
competitori e, di conseguenza, rischiano la perdita del franchising.
L’aumento della popolazione risultante dalla povertà esercita una pressione sul suolo fertile e spinge la gente verso i terreni marginali più
fragili, contribuendo così ad accelerare l’erosione, la vulnerabilità
ecologica, le valanghe, ecc.
Un accesso universale e gratuito all’istruzione e ai
corsi di formazione sulle tecniche agricole moderne e attuabili dal punto
di vista economico, insieme alla possibilità di acquistare attrezzature
idonee e moderne a prezzo ridotto, aiuterebbe la riduzione della povertà.
Investire in sistemi di irrigazione e nella gestione delle acque
porterebbe ad una migliore produttività e ad una migliore conservazione
del ecosistema. Una riforma agraria a favore dei poveri e misure speciali
per le donne potranno contribuire ad eliminare l’indigenza.
L’approvvigionamento di alimenti ed un programma alimentare per
situazioni e circostanze particolari sono necessari per assicurare una
sicurezza alimentare. Accordi commerciali equi sono anche necessari per
proteggere la fonte di reddito degli agricoltori nei paesi in via di
sviluppo, insieme alla cooperazione internazionale per lo sviluppo.
Tratto da :
http://www.undp.org/teams/italien/agric.htm
FAME E SETE
di
Sandra Cangemi
L’obiettivo
dichiarato del "decennio mondiale dell’acqua", gli Anni
Ottanta, era assicurare la disponibilità di acqua potabilea ogni
abitante della terra: il fallimento è sotto gli occhi di tutti. Come
osserva Riccardo Petrella, consigliere della Commissione Europea di
Bruxelles e Docente di Economia all’Università Cattolica di Lovanio
(Belgio), "il problema della mancanza di acqua pulita segue e al
tempo stessa disegna la geografia della povertà". Come se non
bastasse l’ineguaglianza della distribuzione, la riserva idrica è in
drammatico calo. In 50 anni, la disponibilità d’acqua è diminuita di
tre quarti in Africa e di due terzi in Asia. Per avere un’idea: nel 1950
la disponibilità di acqua per abitante era di 20,6 miliardi di metri
cubi, oggi si è ridotta a 5,1; in Asia è passata da 9,6 a 3,3, in Sudamerica da 105 a 28,3, in Europa da 5,9 a 4,1, in Nordamerica da 37,2 a
17,5. "La crescente scarsità delle risorse idriche sta già
scatenando forti conflitti", sottolinea Riccardo Petrella. "Sui
300 grandi fiumi del mondo, infatti, 298 attraversano diversi paesi. Ne
consegue la tendenza a "sequestrare" l’acqua sul proprio
territorio, ad esempio costruendo grandi dighe per utilizzarne l’acqua a
fini agricoli e industriali.
GUERRA DELL’ACQUA
Ma
le grandi dighe - sono trentacinque mila quelle costruite finora - hanno
conseguenze disastrose sull’ambiente e sulle popolazioni e, alla lunga,
anche a causa della deforestazione e del progressivo inquinamento,
diminuiscono, anziché aumentare, le riserve d’acqua". Sono
parecchie le "guerre dell’acqua" già in corso - tra Turchia,
Siria e Iraq, in Sudan, Somalia e Uganda, tra India, Pakistan, Bangladesh
- e tutto lascia prevedere che in futuro aumenteranno, soprattutto in
Africa centrale e subequatoriale, nel subcontinente asiatico, in Medio
Oriente, in alcuni paesi dell’America latina, di pari passo con la
riduzione delle risorse idriche. Secondo l’Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, circa due miliardi di persone sono sotto
"stress idrico", e il problema si sta aggravando: nei prossimi
25 anni altri 11 paesi africani si aggiungeranno a quelli che già oggi
soffrono di carenza cronica d’acqua. Ma perché questa risorsa è
drammaticamente in calo? Anzitutto per la crescita dei consumi, che
nell’ultimo secolo sono decuplicati a causa dell’aumentata pressione
demografica, dell’agricoltura intensiva (per produrre una tonnellata di
cereali occorrono 1000 tonnellate d’acqua), dell’industrializzazione e
dell’urbanizzazione. "Tutti fattori che oltre a consumare acqua
inquinano, spesso per decenni, le riserve idriche", riprende Riccardo
Petrella. "I grandi laghi dell’America del Nord, per esempio, così
come quelli della Svezia, sono così inquinati che non saranno
recuperabili per almeno due generazioni. Ma il fenomeno si sta diffondendo
anche in molti paesi del Sud del mondo, a causa sia della crescente
industrializzazione, in genere non adeguatamente regolata da leggi per la
protezione ambientale, sia della "rivoluzione verde", che ha
esportato i metodi occidentali di agricoltura intensiva, basata sull’uso
di dosi massicce di pesticidi".
CONSIGLIO MONDIALE
Che
fare, dunque ? Nel ’94 è stato istituito il Consiglio Mondiale
dell’Acqua, formato dalla Banca Mondiale, alcuni governi e alcune grandi
imprese (tra cui la Suez Lyonnaise des Eaux). E nel ’96 è nata, sempre per l’intermediazione della
Banca Mondiale, la Global Water Partnership,
che ha il compito di favorire l’incontro tra enti pubblici e investitori
privati. Infine, nell’agosto del ’98 è stata istituita la Commissione
Mondiale per l’Acqua nel XXI secolo. Si è creato, insomma, uno stato
maggiore mondiale in cui convivono rappresentanti dei governi e delle
imprese private. Che soluzione propongono? Provate a indovinare... La
ricetta sa di deja vù: mercificare e privatizzare, lasciare che sia il
solito mercato a risolvere i problemi. La cosa migliore, dicono, è
lasciar gestire le risorse idriche a poche grandi multinazionali, come
quelle - da Vivendi a Coca Cola, da Nestlè a Suez Lyonnaise - che già
dominano il mercato dell’acqua in bottiglia e, in parte, quello
dell’acqua potabile. Le imprese private potranno fissare il "giusto
prezzo", limitando così automaticamente i conflitti e gli sprechi,
investire in ricerca su depurazione e riciclaggio e assicurare una
gestione razionale di questa preziosa risorsa. In parte è già realtà:
il mercato privato dell’acqua "vale" già oggi 300 miliardi di
dollari; 200 milioni di persone ricevono l’acqua da imprese private, e
si prevede che nel 2015 saranno un miliardo e 600 milioni. La banca
svizzera Pictet ha aperto il primo fondo d’investimento internazionale su 70 imprese che operano in questo campo e sostiene che in 15 anni si
potrà guadagnare dal 400 all’800 per cento. "Il secondo Forum
mondiale dell’acqua, che si è tenuto all’Aja tra il 17 e il 22 marzo
di quest’anno, ha già compiuto due passi fondamentali in questa
direzione", osserva Petrella. "Il primo: ha definito l’acqua
un "bisogno umano", quindi non vincolante, anziché un
"diritto umano", concetto che comporta obblighi precisi.
Secondo: ha affermato che per un’efficace politica mondiale dell’acqua
occorre dare a questa risorsa un valore economico, in quanto bene economico. In questo modo la "petrolizzazione dell’acqua" ha
ricevuto dall’Aja il via libera.
CAMPAGNA MONDIALE
Eppure, l’esperienza inglese e quella francese dimostrano
che la privatizzazione non è una buona alternativa, né in termini di
prezzo e qualità del servizio, né in termini di gestione trasparente,
responsabile e "pulita". Ma, soprattutto, questa soluzione
escluderà dall’accesso all’acqua tutti quelli che non possono
permettersi di pagarla a caro prezzo. Quindi buona parte dell’umanità. C’è però una soluzione alternativa, che è quella proposta dal
Manifesto per l’acqua: considerare questa risorsa un bene comune
dell’umanità e creare un sistema pubblico internazionale con il compito
di fare da tribunale nei conflitti internazionali sulle risorse idriche e
di garantire a tutti gratuitamente il minimo vitale, calcolato in 1000
metri cubi all’anno a persona (considerando tutti gli usi) e in 50 litri
al giorno per gli usi personali. I consumi ulteriori andrebbero pagati
allo Stato in modo progressivo mentre gli abusi verrebbero considerati
illegali. Potrebbe essere l’Assemblea delle Nazioni Unite, oppure una
sorta di Parlamento mondiale eletto ad hoc, ad assumere il controllo di
tutta l’acqua, per conto di tutti gli esseri umani: non per cederla alle
multinazionali, ovviamente, ma se mai per comprare da loro brevetti e
tecnologie per la depurazione, il riciclaggio, il dissalamento, una
distribuzione efficiente e un uso razionale. Una corretta politica
dell’acqua potrebbe incentivare l’agricoltura locale, non intensiva e
magari biologica, promuovere sistemi di riciclaggio dell’acqua e di
captazione di quella piovana per gli usi industriali e domestici che non
richiedono acqua potabile. I bacini locali potrebbero essere affidati alla
gestione di cooperative o a imprese non profit o pubbliche. Il tutto
finanziato con denaro pubblico, come si è sempre fatto per le grandi
infrastrutture di interesse collettivo. Un sistema pubblico tra l’altro
favorirebbe la ricerca, mentre si sa che le imprese private vogliono
minimizzare i costi e far rientrare il più presto possibile gli
investimenti". Tratto da:
http://www.manitese.it/mensile/600/acqua.htm
http://homepage.hispeed.ch/debora/Mc-Donalds/
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Un dramma umanitario
d’incalcolabili conseguenze
L’intervento di Esteban Lazo Hernández, vice
presidente del Consiglio di Stato della Repubblica di
Cuba nel Vertice Presidenziale “ Sovranità e Sicurezza
alimentare. Alimenti per la vita” realizzato mercoledì 7
maggio a Managua, in Nicaragua.
Stimato comandante Daniel
Ortega, presidente del Nicaragua - Distinti presidenti
ed alti rappresentanti:
I dati sono stati eloquenti.
Nel 2005 pagavamo per importare una tonnellata di riso
250 dollari: oggi ne paghiamo 1050, quattro volte di
più. Per una tonnellata di grano pagavamo 132 dollari:
adesso ne paghiamo 330, due volte e mezzo di più. Per
una tonnellata di mais pagavamo 82 dollari: adesso 230,
tra volte di più. Per una tonnellata di latte in polvere
pagavamo 2200 dollari: adesso 4800.
È una situazione perversa e
insostenibile.
Questa realtà è uno schok nei mercati interni della
maggioranza dei paesi della nostra regione e del mondo e
danneggia direttamente la popolazione, soprattutto i più
poveri e porta alla miseria milioni di persone. Ci sono
paesi che solo dieci anni fa producevano abbastanza riso
e mais, ma le ricette neoliberali del FMI li hanno
portati a liberalizzare il mercato e importare cereali
sussidiati dagli USA e dalla UE, sradicando la
produzione nazionale.
Con l’aumento dei prezzi e i ritmi segnalati, un numero
crescente di persone già non può più mangiare questi
alimenti indispensabili.
Non sorprende quindi che ci siano proteste e che ci sia
chi va nella strada a cercare in qualsiasi modo del cibo
per i suoi figli.
Come avvisò Fidel nel 1996
nel Vertice Mondiale sull’Alimentazione: “La fame,
inseparabile compagna dei poveri è figlia della
disuguaglianza, dell’ingiusta distribuzione delle
ricchezze e delle ingiustizie di questo mondo. I ricchi
non conoscono la fame. Per lottare contro la fame e le
ingiustizie sono morte in tutto il mondo milioni di
persone”.
La crisi alimentare che oggi
ci convoca, è aggravata dagli alti prezzi del petrolio e
dall’impatto su questi dell’avventura della guerra in
Iraq, per l’effetto di questi prezzi nella produzione,
per il trasporto degli alimenti, per il cambio
climatico, per il crescente destino di importanti
quantità di cereali e di legumi degli USA e della Unione
Europea, per la produzione di bio combustibili, per le
pratiche speculative del grande capitale internazionale
che utilizza gli alimenti a costo della fame dei poveri
; ma l’essenza della crisi non radica in questi fenomeni
recenti, ma nella disuguaglianza e l’ingiusta
distribuzione della ricchezza a livello globale e
nell’insostenibile modello economico neoliberista
imposto con irresponsabilità e fanatismo negli ultimi 20
anni.
I paesi poveri che dipendono
dall’importazione degli alimenti non sono in condizione
di resistere al colpo. Non hanno protezioni e il mercato
non ha la capacità nè il senso di responsabilità di
offrirle.
Non siamo di fronte a un problema di carattere
economico, ma di fronte ad un dramma umanitario di
conseguenze incalcolabili che inoltre pone a rischio la
sicurezza nazionale dei nostri paesi.
Aggiudicare la crisi a un
consumo progressivo d’importanti settori della
popolazione di determinati pesi in sviluppi con una
crescita economica accelerata, come Cina o India, oltre
ad essere un’opinione poco fondata, lancia un messaggio
razzista e discriminatorio che vede come un problema che
milioni d’esseri umani abbiano accesso per la prima
volta a un’alimentazione degna e sana.
Il problema è essenzialmente legato alla situazione
precaria dei piccoli agricoltori e della popolazione
rurale dei paesi sottosviluppati, oltre che con il ruolo
delle grandi imprese trans nazionali dell’industria
agro-alimentare.
I prezzi sono controllati, le tecnologie, le norme, i
brevetti, i canali di distribuzione e le fonti di
finanziamento della produzione alimentare mondiale
controllano anche il trasporto, le investigazioni
scientifiche, i fondi genetici, l’industria dei
fertilizzanti e i plaghicidi.
I loro governi in Europa,
Nord America e altre parti, impongono le regole
internazionali con cui si commerciano gli alimenti, le
tecnologie e gli strumenti per produrli.
I sussidi all’agricoltura degli USA e della UE non solo
rendono più cari gli alimenti che vendono, ma pongono un
ostacolo fondamentale per l’accesso ai loro mercati
delle produzioni dei paesi in via di sviluppo e questo
incide direttamente sulla situazione dell’agricoltura e
dei produttori del sud.
Si tratta di un problema
strutturale d’ordine economico internazionale vigente e
non di una crisi congiunturale che si può risolvere con
palliativi o misure d’emergenza. Le promesse recenti
del Banco Mondiale di destinare 500 milioni di dollari
svalutati per alleviare le emergenze, oltre che ridicole
sembrano una presa in giro.
Per attaccare il problema
nella sua essenza e nelle sue cause, si richiede di
sottoporre a esami e trasformazioni le regole scritte e
non scritte, quelle accordate e quelle imposte che oggi
governano l’ordine economico internazionale e la
creazione e distribuzione delle ricchezze, soprattutto
nel settore della produzione e distribuzione degli
alimenti.
Oggi è decisivo pianificare un cambio profondo e
strutturale dell’attuale ordine economico e politico
internazionale antidemocratico e ingiusto che esiste ed
è insostenibile.
Un ordine predatore,
responsabile del fatto che, come disse Fidel 12 anni fa.
le acque s’inquinano, l’atmosfera s’avvelena, la natura
si distrugge. Non è solo mancanza d’investimenti,
educazione e tecnologie, la crescita accelerata della
popolazione: è che il medio ambiente si deteriora e il
futuro si compromette ogni giorno di più.
Ugualmente coincidiamo che
la cooperazione internazionale per affrontare questo
momento di crisi è indispensabile. Sono necessarie
misure d’emergenza per alleviare rapidamente la
situazione di quei paesi dove si producono già disturbi
sociali.
È necessario anche fomentare
un impulso a medio tempo per stimolare azioni di
cooperazione e scambio con investimenti congiunti, che
rendano agile nella nostra regione la produzione agricola,
la distribuzione degli alimenti con un impegno fermo,
una forte partecipazione dello Stato.
Cuba è disposta a
contribuire modestamente, in uno sforzo di questa
natura.
Il programma che il compagno Daniel ci propone oggi è un
impegno per riunire gli sforzi, la volontà e le risorse
dei membri dell’ALBA e i paesi dell’America centrale e i
Caraibi e merita il nostro sostegno.
Presuppone una chiara intesa sul fatto che l’attuale
situazione alimentare non è un’opportunità come pensano
alcuni, ma una crisi molto pericolosa.
Stupisce una dichiarazione
che sostiene che il nostro sforzo si deve dirigere in
difesa del diritto all’alimentazione per tutti e a una
vita degna per migliaia di famiglie contadine spogliate
sino ad oggi, senza approfittare dell’occasione per
interessi corporativi o meschine opportunità
commerciali.
Abbiamo discusso ampiamente sul tema. Adesso dobbiamo
attuare uniti, con audacia, solidarietà e spirito
pratico. Se questo è l’obiettivo comune, si potrà
contare con Cuba.
Concludo ricordando le
espressioni di Fidel nel 1996, che anche oggi risaltano
per la loro attualità e profondità: “Le campane che
suonano oggi per coloro che muoiono di fame ogni giorno,
suoneranno domani per tutta l’umanità, se non avrà
voluto, saputo o potuto essere sufficientemente saggia
per salvare se stessa”.
Molte grazie. (Traduzione Gioia
Minuti)
Tratto da:
http://www.granma.cu/italiano/2008/mayo/juev8/lazo.html
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“Se controlli il
petrolio, controlli le nazioni, se controlli gli
alimenti, controlli i popoli”; cosi afferma Henry
Kissinger, Premio Nobel per la Pace nel 1973. - By Mario
Fernandez - fonte: Rebelion.org
Titolo originale: "El control de los alimentos"
Nella completa dominazione dell'imperialismo
nordamericano ci sono attività produttive nelle quali le
corporazioni
multinazionali che le rappresentano hanno
prodotto veri disastri umani e ambientali, non solo
per molte popolazioni del resto del mondo ma anche negli
stessi Stati Uniti.
Dopo la seconda guerra mondiale, l’imperialismo
nordamericano si pose in posizione vantaggiosa per
incrementare lo sfruttamento del resto del mondo. Le sue
corporazioni minerarie, petrolifere, manifatturiere,
finanziarie e delle banane [nell’originale bananeras,
potrebbe anche essere un modo per dire “di poco conto”
n.d.t.], ebbero buon gioco con tutto ciò che avevano a
loro disposizione, incluse la scienza, la tecnologia, la
propaganda ideologica, l’estorsione e la forza militare.
Si consolidò così una dominazione economica controllata
da una piccola elite che proclamava a gran voce il
“secolo americano”. Una delle industrie più redditizie,
che si presentò come soluzione al problema della fame
nel mondo, è stata l’industria dell’ agroalimentare.
Nella sua presentazione come “benefattore dell’umanità”
e contribuendo allo “sviluppo”, gli agroalimentari
nascondono le attività più sinistre e più pericolose per
l’umanità intera.
Sementi di distruzione
Nel suo libro “Seeds of Destruction The HIdden Agenda of
Genetic Manipulation” (“Semi di distruzione. L’agenda
nascosta della manipolazione genetica”, edito da Global
Research, Center for Research on Globalizatiion,
Montreal, Canada), F. William Engdahl approfondisce in
maniera dettagliata lo sviluppo di quella che è
cominciato negli anni ’30 del ventesimo secolo come una
strategia di una elite corporativa per controllare la
sicurezza alimentare del mondo, il presente e il futuro
della vita sul pianeta, in una dimensione mai immaginata
prima.
Engdahl mostra importanti connessioni che esistono
dentro l’industria della produzione di alimenti,
industria che si è convertita in un monopolio mondiale e
che è la seconda industria più redditizia degli Stati
Uniti – dopo l’industria farmaceutica. Questo gran
commercio americano comincia con un’iniziativa per
aumentare l’arricchimento e il potere, nella fondazione
Rockfeller di New York. Questa iniziativa ha coinvolto
vari centri scientifici di importanti università
nordamericane, incluse Princeton, Stanford, Harvard e ha
contato sull’appoggio del governo statunitense di turno
e di alcune delle sue istituzioni più importanti.
Le corporazioni che producono e commerciano le sementi,
il grano e i prodotti chimici usati per la semina, sono
parte di questo circolo che include non solo
imprenditori della terra e autorità governative
statunitensi, ma anche vari presidenti di paesi del
terzo mondo.
Il fondatore della Stanford Oil, John D. Rockfeller, nel
1913 ricevette una raccomandazione perché costituisse
una fondazione con il suo nome, in modo da poter evadere
le tasse. Quindi fondò la Fondazione Rockfeller
costituita, si suppone, con la missione di “promuovere
il benessere dell’umanità nel mondo.”
Però, uno dei primi obiettivi della Fondazione fu
trovare i modi di ridimensionare quelle che per loro
erano catalogate come “razze inferiori”. Fu con questo
fine che la fondazione Rockfeller diede contributi
finanziari al Social Science Research Council nel 1923,
finanziando ricerche destinate allo sviluppo tecnico del
controllo della natalità, da essere applicate per il
controllo della riproduzione degli “indesiderabili”. Nel
1936, la Fondazione crea e finanzia la prima agenzia di
ricerca sulla popolazione nella università di Princeton,
con finalità analoghe al controllo della popolazione.
Nei primi progetti filantropici della Fondazione
Rockfeller compare il finanziamento della American
Eugenic Society (Società Americana di Eugenetica).
L’“Eugenetica” è stata una pseudo -cienza; la parola fu
inventata in Inghilterra nel 1883 dal cugino di Charles
Darwin, Francis Galton, che applicò la teoria di Malthus
al regno vegetale e animale in connessione con il lavoro
di Darwin, “L’Origine delle Specie”. Negli anni ’20
questi studi di Galton servirono come argomento
ideologico per il quale Rockfeller, Carnegie e altri
ricchi americani usassero il concetto di “Darwinismo
sociale” per giustificare le proprie fortune: era la
prova che loro rappresentavano un sottogruppo
“superiore” della specie umana, un gruppo che dominava
per questa ragione gli altri esseri umani meno
fortunati.
Vale la pena segnalare che il presidente della
prestigiosa università di Stanford (California), David
Starr Jordan, affermava nel 1902 nel suo libro “Blood of
a Nation” (Il sangue di una nazione) che la povertà era
il risultato della eredità genetica, così come il
talento – l’educazione (o le opportunità) non avevano
troppa influenza.
La razza superiore e la rivoluzione verde
Molti oggi ignorano che l’idea di una razza nordica
superiore, questa fantasia da incubo della Germania
nazista, ebbe le sue radici negli Stati uniti. Tra il
1922 e il 1926, la fondazione Rockfeller donò denaro,
attraverso il suo ufficio a Parigi, per lo studio
dell’”eugenetica” e aiutò a creare il Kaiser Wilhelm
Institute per la Psichiatria a Berlino (KWG), istituto
base della idea nazista della razza superiore. Negli
anni successivi, Ernst Rudin, l’architetto del programma
“Eugenics” di Adolf Hitler, avrebbe creato la legge
nazista di sterilizzazione spiegata come un “modello
americano” e adottata in Germania nel 1933. Fu questa
legge che obbligò 400.000 tedeschi affetti da manie
depressive e da schizofrenia a sterilizzarsi. E per
questa legge migliaia di bambini tedeschi con varie
disabilità furono semplicemente “eliminati”. La
fondazione Rockfeller finanziò l’istituto KWG anche
durante il Terzo Reich e fino al 1939.
Engdahl spiega come, dopo la seconda guerra mondiale, le
elite degli Stati Uniti si dispongano a conquistare
tutte le aree economiche del mondo (o la Grande Area),
che consiste nella maggior parte del mondo eccetto ciò
che era sotto la sfera dell’Unione Sovietica. Una delle
aree economiche importanti era quella della produzione
degli alimenti.
Nelson Rockfeller fonda la IBEC (International Basic
Economic Corporation) che dopo si sarebbe unita con
Cargill, altro gigante del settore – per sviluppare
ibridi con varietà di sementi di mais. Queste sementi di
mais si coltivavano inizialmente in Brasile che si
convertì nel terzo produttore mondiale di mais – dopo
gli Stati Uniti e la Cina. In Brasile si comincia a
mescolare il mais con la soia per animali, il che
facilita la proliferazione della soia geneticamente
modificata, che inizia a divenire comune nel mercato dei
fine anni ’90.
Questa, chiamata “Rivoluzione Verde”, fu un progetto
targato Rockfeller che cominciò in Messico e si espanse
per quasi tutta l’America Latina e pure in Asia,
specialmente in India, come strategia per controllare la
produzione di alimenti fondamentali in paesi chiave del
terzo mondo – sempre nel nome dell’efficacia del
principio “della libera impresa di mercato” e contro al
principio dell'“inefficienza comunista”.
Nel 1960 la Fondazione Rockfeller e la Fondazione Ford
creano insieme l’ International Rice Research Institute
(Istituto di Ricerca Internazione sul Riso) a Los Banos,
nelle Filippine, con lo scopo di controllare la
produzione del riso. Nel 1972 queste stesse fondazioni
crearono centri di ricerca in materia di agricoltura
tropicale in Nigeria, con finalità di controllo
analoghe.
Attraverso la Rivoluzione Verde le fondazioni Rockfeller
e Ford lavorano mano a mano con la USAID e la CIA con
finalità specifiche nel mondo. E anche con la Banca
Mondiale, la quale dà crediti per i progetti di
costruzione di dighe e sistemi di irrigazione di cui
essi necessitano per facilitare ed espandere i propri
affari.
I Rockfeller
La famiglia Rockfeller espanse i suoi affari con il
petrolio e l’agricoltura nei paesi del Terzo Mondo
grazie alla sua rivoluzione verde. Finanziarono tanti
diversi progetti, alcuni dei quali nell’Università di
Harvard – progetti che avrebbero formato
l’infrastruttura della produzione di alimenti sotto il
controllo centrale di poche corporazioni private. I suoi
creatori battezzarono tutta questa area come
“agroalimentare” [letteralmente agronegocios si traduce
con “agro-commercio” – ndt], infatti per differenziarsi
dalla tradizionale e millenaria agricoltura sostenuta
dai contadini il nuovo nome era necessario. Nessuno sano
di mente avrebbe accettato che una corporazione si
dichiarasse proprietaria, o titolare del brevetto,
dell’agricoltura e della manipolazione a fini domestici
delle piante che sono con noi da millenni.
[J. D. Rockefeller]
Nel 1985 la Fondazione Rockfeller inizia lo studio su
larga scala dell’ingegneria genetica delle piante per
uso commerciale, sovvenzionando centri di ricerca con
cento milioni di dollari e “creando” quelle che erano le
piante geneticamente modificate attraverso
un’applicazione di alcune nuove tecniche, frutto della
Biologia Molecolare, applicate alla flora con qualità
alimentari del pianeta. Il riso fu la prima pianta
modificata – con dubbi vantaggi per il riso e un numero
crescente di consapevoli svantaggi per il consumatore.
Alla fine degli anni ’80 esisteva tutta una rete di
scienziati istruiti sulle piante
geneticamente modificate
(Genetic Modified Organism, GMO o transgenici). Il
progetto necessitava di un posto sicuro dove poter
essere attuato.
Questo posto era l’Argentina, sotto la presidenza di
Carlos Menem. Menem aveva forti vincoli con Rockfeller e
la sua banca, la Chase Manhattan. I campi argentini
servirono da “cavia” per quella che venne chiamata
Seconda Rivoluzione Verde, la quale comprendeva la soia
e il glisofato chimico. L’Argentina fu il luogo per
sperimentare un’agricoltura totalmente dipendente dalle
sementi transgeniche e chimiche provenienti dalla stessa
compagnia: la Monsanto.
Nello spazio di otto anni, entro il 2004, erano stati
coltivati più di 65 milioni di ettari in tutto il mondo
con grano geneticamente modificato, il 25% della terra
coltivabile del mondo. La maggior parte di questo grano
venne piantato negli Stati uniti per aumentare la
fiducia del resto del mondo verso i prodotti
transgenici, ma anche perché i governi nordamericani di
turno erano completamente favorevoli agli agroalimenti.
L’Argentina era il secondo paese produttore di grano
transgenico, con più di 17 milioni di ettari coltivati.
Nel 2005 viene tolta la proibizione verso i prodotti
transgenici in Brasile, Canada, Sud Africa e Cina. Tutti
questi paesi hanno un significativo programma inerente
al grano transgenico.
L’Europa resistette di più, però nell’Europa dell’Est la
pressione corporativa diede risultati e i suoli ricchi
della Romania, Bulgaria e Polonia, che avevano
regolamentazioni povere da un punto di vista legale,
furono un campo fertile per i prodotti transgenici.
Indonesia, Filippine, India, Colombia, Honduras e Spagna
hanno oggi pure loro coltivazioni transgeniche.
Il caso dell’Argentina necessita di attenzione perché è
stato unico, poiché nessun paese autosufficiente dal
punto di vista alimentare come l’Argentina avrebbe
accettato di convertirsi in un paese a monocoltura di
soia per l’esportazione, in nome del progresso.
L’Argentina è stata una pedina di Rockfeller, Monsanto e
Cargill Inc. E nel 1991 servì come laboratorio segreto
per esperimenti con grano transgenico al punto che
l’amministrazione Menem creò una Commissione di
Consulenza sulla Biotecnologia, completamente pseudo
scientifica, che si riuniva in segreto ed era formata da
membri che venivano direttamente dalla Monsanto, dalla
Syngenta, dalla Dow AgroSciences e da altre corporazioni
dell’agroalimentare.
Monsanto e Cargill
Monsanto funziona come un nuovo conquistatore, vendendo
sementi di soia resistenti al glifosato e il glifosato,
e esige non solo il pagamento per la licenza tecnologica
ma anche che le sementi comprate non si tornino ad
utilizzare l’anno seguente senza pagare i diritti
derivanti dal brevetto. Si tratta di una nuova servitù
nell’agricoltura. Quando l’Argentina si rifiuta di
pagare i diritti derivanti dal brevetto, Monsanto sparge
illegalmente le sue sementi fino agli altri paesi
(Brasile, Paraguay, Bolivia e Uruguay) contaminandoli e
dunque li accusa di utilizzare le sue sementi senza
pagare il brevetto. Alla fine l’Argentina accetta nel
2004 di pagare un 1% delle vendite del grano agli
esportatori, Cargill – altro aggressivo conquistatore
alleato di Monsanto. È un ricatto [nel testo originale
viene utilizzato il termine francese “Chantage” – ndt].
Engdahl spiega pure come l’imperialismo nordamericano
abbia imposto all’Iraq (oltre a distruggerlo con le
bombe) una terapia di “shock” economico che include
l’imposizione di un sistema agricolo dominato da
agroalimenti transgenici.
Essendo che l’Iraq è parte della Mesopotamia, dove venne
reso domestico il grano, e che l’agricoltura esiste là
da più di 8000 anni, dotata di una ricca varietà di
sementi di frumento che oggi il mondo intero usa senza
pagare, l’ironia è grande.
Molte sementi naturali dell’Iraq furono salvate in una
banca delle sementi ad Abu Ghraib, la città delle
torture. Questa banca fu completamente distrutta dai
bombardamenti americani, magari di proposito. È stata
pura fortuna che il governo iracheno prima
dell’invasione avesse inviato le sue sementi in Siria,
dove sono oggi catalogate e in salvo dalla distruzione
americana.
Il settore agroalimentare statunitense si è trasformato
in una strategia di dominazione del mondo, usando il suo
potere per tre o più decadi per distruggere qualunque
barriera esistente di fronte ai suoi monopoli- ponendo
fine alle regolamentazioni sanitarie e di sicurezza
nell’agricoltura o usando l’Organizzazione mondiale del
Commercio (WTO – World Trade Org.) per controllare
l’agricoltura mondiale.
Le coltivazioni sono state generalmente parte del
mercato locale e la base dell’esistenza umana. Monsanto,
Dupont, Dow Chemical e altre giganti corporazioni della
chimica e dell’agricoltura hanno usato il potere
politico e militare americano per controllare le
coltivazioni degli alimenti del mondo tramite il
controllo dei brevetti sulle sementi. Il progetto va
oltre le sementi e include molti alimenti, tipo latte,
suini, ecc.
Engdahl ha prodotto un documento che aiuta a capire
quest’area della dominazione imperialistica – che si
unisce ad altre come il controllo delle terre ricche e
delle riserve acquifere in una strategia ben pianificata
per i più ricchi dell’impero.
Se vediamo milionari acquisire distese di terre fertili
e boschi nel Terzo Mondo con la scusa di “proteggere
l’ecosistema”, dobbiamo pensare che lo scopo ultimo è il
controllo. Questa crisi può creare uno spazio che lasci
la possibilità ai popoli di alzare la propria voce per
il reclamare il diritto inalienabile di coltivare e
distribuire i propri alimenti in faccia a questi polpi
che desiderano schiavizzare l’umanità.
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Secondo
l'ultimo rapporto dell'Isaaa
(International service for the
acquisition of agri-biotech
applications), la superficie
coltivata a OGM
nel mondo ha raggiunto nel 2008 l'8
per cento dell'area totale agricola,
cioè 125 milioni di ettari di
terreni nei quali lavorano 13,3
milioni di contadini. E continua a
crescere di anno in anno, a dispetto
di limiti normativi assai rigidi e
resistenze mentali generalizzate.
Trascinando verso l'alto anche i già
lauti introiti delle aziende
biotecnologiche.
Le quali, com'è noto, soprattutto
dopo la sentenza della Corte suprema
statunitense che nel 1980 ha
aperto le porte alla brevettabilità
degli organismi viventi,
incassano
profitti non solo dalla
vendita ma anche dalla
riproduzione e dal
riutilizzo delle sementi
geneticamente modificate OGM.
Una cosa è certa, comunque (NdR:
e malgrado gli OGM): nel mondo
continua ad aumentare anche il
numero di coloro che non hanno
sufficiente accesso
all'alimentazione.
Dal
2007 l'esercito degli affamati è
cresciuto di 115 milioni di unità,
giungendo alla cifra record di quasi
un miliardo di persone.
E questo nonostante le risorse
attuali del pianeta siano
sufficienti a nutrire in modo
adeguato la sua popolazione, come ha
riconosciuto il direttore esecutivo
del programma alimentare mondiale
dell'Onu Josette Sheeran. Smentendo
così uno dei cavalli di battaglia
dei supporter degli OGM e
confermando invece che la crisi
alimentare — secondo quanto afferma
anche il messaggio pontificio per la
Giornata mondiale della pace 2009 —
non deriva in primo luogo dalla
scarsezza di cibo ma dalla sua
iniqua distribuzione. E dalle
difficoltà di accesso ai generi di
prima necessità provocate da
fenomeni speculativi internazionali.
Di
questa evidenza offre una conferma
autorevole anche il recente
documento preparatorio del prossimo
Sinodo dei vescovi per l'Africa.
Che, giova ricordarlo, non è un
testo pontificio o curiale, ma nasce
da un'ampia consultazione dal basso.
Nella quale sono stati coinvolti i
vescovi, i religiosi, le istituzioni
ecclesiali locali e i fedeli
impegnati a vario titolo nell'opera
di evangelizzazione e promozione
umana del continente. Non a caso il
Papa ha voluto consegnarlo
personalmente ai presuli africani lo
scorso 19 marzo a Yaoundé.
Assicurando in quell'occasione che
esso «rispecchia il grande dinamismo
della
Chiesa Cattolica in Africa ma
anche le sfide con le quali essa
deve confrontarsi».
Fra queste il documento cita appunto
la grave situazione di ingiustizia e
di povertà delle popolazioni
agricole. Denunciando in tale
contesto «le multinazionali che
continuano a invadere gradualmente
il continente per
appropriarsi delle
risorse naturali». E, in
particolare, la campagna a favore
degli OGM, che - si afferma -
«pretende di assicurare la sicurezza
alimentare» ma in realtà minaccia di
«rovinare i
piccoli coltivatori e di
sopprimere le
loro semine tradizionali rendendoli
dipendenti
dalle società produttrici».
La questione resta comunque aperta:
nessuno oggi può dire di avere in
tasca l'antidoto ai grandi problemi
alimentari mondiali, tanto più che
mancano acquisizioni scientifiche
condivise in materia di sicurezza
sanitaria, sostenibilità ambientale
e resa produttiva degli PGM. Per
questo va affrontata senza
dogmatismi, con equilibrio e
responsabilità. Non a colpi di
scomuniche reciproche o, peggio, di
lobbying mascherato.
By Altieri -
agernova@libero.it
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