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Le meraviglie
delle
Api
vedi:
API, Cellulari ed ELETTROSMOG +
La piaga dei
Coleotteri
Il
miele
è un alimento che le api producono partendo dal
nettare delle piante da fiori (le “angiosperme”)
o dalla linfa degli alberi che alcuni afidi -
trattenendo l’azoto ed espellendo il liquido in
eccesso molto zuccherino - trasformano in
melata.
Le api raccolgono la melata, elaborandola con
sostanze proprie e deponendola nei favi sotto
forma di miele.
La produzione di questa dolcissima sostanza
comincia già durante il volo di ritorno
all’alveare nel gozzo dell’operaia, ove
l’invertasi, un
enzima
avente la capacità di scindere il saccarosio in
glucosio e fruttosio, si aggiunge al nettare.
All’interno degli alveari il miele viene
disidratato per evaporazione dell’acqua e,
quando è maturo, esso è immagazzinato in altre
cellette, che una volta piene, vengono sigillate
(o, come si suol dire, opercolate). Frequenti
sono gli scambi fra le api che consentono
durante la maturazione un arricchimento di
enzimi derivati da secrezioni ghiandolari.
Il cibo degli Dei
L’uso del miele (dall’antico
Ittita melit) affonda le sue radici
nei tempi più remoti: i reperti delle prime
arnie risalgono a ben 6.000 anni a.C. e per
millenni il miele è stato l’unico alimento
zuccherino concentrato disponibile per l’uomo.
Intorno al 4.000 a.C., nell’antico
Egitto gli apicoltori si spostavano lungo il
Nilo seguendo con le proprie arnie la fioritura
delle piante. Nelle tombe egizie sono stati
rinvenuti vasetti ermeticamente chiusi, colmi di
miele perfettamente conservato, con cui la
medicina dell’epoca curava disturbi digestivi ed
inoltre creava unguenti per curare piaghe e
ferite.
Dei popoli mesopotamici, i Sumeri se ne
servivano in cosmetica per creare creme con
argilla, acqua e olio di cedro, mentre i
Babilonesi lo usavano in cucina impastandolo con
farina, sesamo, datteri preparando gustose
quanto energetiche focaccine, basilari nella
loro alimentazione.
Quanto l’apicoltura fosse importante
nell’economia agricola di questo popolo è
attestato dagli articoli presenti nel Codice di
Hammurabi (1728 – 1686 a.C.) con i quali si
tutelavano gli apicoltori dal furto di miele
dalle arnie.
Nella medicina
ayurvedica già tremila anni fa erano
indicati i vari tipi di miele e i loro usi
curativi (purificante, afrodisiaco, dissetante,
vermifugo, antitossico, stomachico e
cicatrizzante).
Presso i Greci era considerato “il cibo degli
Dei” e dunque rivestiva grande importanza nelle
offerte votive. Omero descrive la raccolta del
miele selvatico. Pitagora lo raccomanda come
alimento per una lunga vita.
Né minore importanza ebbe il miele preso i
Romani che ne facevano largo uso per
produrre idromele, birra e per preparare salse
agrodolci. Inoltre, i Romani già ne conoscevano
le qualità di conservante alimentare e lo
importavano massivamente da Cipro, da Creta,
dalla Spagna e da
Malta (l’antica Meilat, la terra del miele).
Anche
Virgilio ne attesta l’indiscutibile
importanza nel IV libro delle Georgiche,
erigendo un monumento di poesia alla coltura
delle api.
Valori nutritivi
I componenti principali del miele sono l’acqua,
zuccheri come il
fruttosio (C6H12O6), il
glucosio (C6H12O6),
maltosio,
proteine, sali minerali, sostanze come acidi
organici,
pigmenti come il
carotene, la
clorofilla e i derivati dalla stessa, aromi
dei fiori come esteri, aldeidi, alcool, tannino,
enzimi come invertasi e diastasi, fosfati e
vitamine. Il
polline può essere presente solo come
componente accidentale.
Il miele, di per sé facilmente assimilabile, è
caratterizzato da elevato valore nutritivo a
doppia azione. Il glucosio infatti, entrando
direttamente in circolo, permette di disporre di
energia di utilizzo immediato; il fruttosio,
metabolizzato a livello epatico, è smaltito più
lentamente costituendo una ricca riserva
energetica con un apporto diluito nel tempo: per
essere utilizzato si trasforma infatti prima in
glucosio e quindi in
glicogeno, il carburante dei nostri muscoli:
cento grammi di miele forniscono ben 320
calorie. Altrettanto elevato è il potere
dolcificante, più alto di quello del saccarosio,
con un piccolo risparmio calorico a livello
dietetico.
Si tenga ben presente tuttavia che esso non è un
alimento completo per carenza di vitamine e di
protidi.
Gli zuccheri sono presenti in quantità
variabili, dal 70% circa nei mieli di melata,
per avvicinarsi quasi al 100% in qualche miele
di nettare. Quasi sempre il fruttosio è lo
zucchero presente in quantità più notevole. Dal
rapporto fra glucosio e fruttosio, cioè dalla
composizione nonché dalla temperatura, massima
intorno ai 14°, dipende il processo di
cristallizzazione: più alto è il contenuto di
glucosio più essa sarà rapida; le basse
temperature la inibiscono. Il miele è infatti
una soluzione sovrassatura e quindi il tempo di
cristallizzazione varia in ragione inversamente
proporzionale alla concentrazione degli
zuccheri: sono necessarie poche settimane o
avviene nei favi dell’alveare per il miele di
colza, di tarassaco e di edera, molto ricchi di
glucosio, occorre anche più di un anno per il
miele di acacia, di melata, di castagno, ricchi
di fruttosio. I trattamenti termici utilizzati
dall’uomo per mantenere il miele allo stato
liquido lo privano di molti principi nutritivi;
è quindi preferibile l’utilizzo di miele
cristallino o cremoso al di fuori del periodo di
produzione.
Oggi come ieri l’uso del miele è particolarmente
indicato nella dieta dell’infanzia poiché
favorisce la mineralizzazione delle ossa, è
utile ai costipati, combatte le fermentazioni, è
ricostituente ed antianemico, attenua le
irritazioni della gola, favorisce la
cicatrizzazione delle ferite.
vedi anche :
TIPI di MIELE
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Le
Api boicottano le piante OGM
Se lo saranno detto con le sequenze di simboli
nascosti nelle danze a mezz'aria ?
Oppure con le emanazioni dei recettori odorosi,
che - rivelano studiosi americani come
James Nieh - sono state elaborate con milioni di
anni di sforzi e oggi ricordano in tutto e
per tutto i codici cifrati degli agenti
segreti ?
Di certo l'evoluzione non le aveva preparate
all'imprevisto fabbricato dai loro partner
da almeno 8 mila anni, gli esseri umani: le api
si stanno scambiando informazioni via via
più preoccupate e da un po' di tempo si
consigliano reciprocamente di stare alla larga
dai campi geneticamente modificati che
ricoprono superfici in rapida espansione, dalle
praterie della "corn belt" statunitense
alle pampas argentine, fino alle pianure
infinite di India, Cina e Australia.
Gli studiosi se ne sono accorti quando
hanno deciso di osservare che cosa succede
attorno a una pianta che non esiste in
natura, ma è una fortunata manipolazione che
genera fiumi di dollari.
vedi:
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_blog=38&ID_articolo=25&ID_sezione=243&sezione=News
In un'altro studio al contrario si e' dimostrato
che e' POSSIBILE che polline Transgenico (OGM)
sia prelevato dalle api le quali potrebbero
impollinare le piante selvatiche o di
coltivazione NON
OGM distanti anche
chilometri.
Lo afferma una ricerca pubblicata su
Pnas, condotta dal Cnetro Internazionale
di fisiologia ed ecologia deglki Insetti di
nairobi, assieme all'Istituto francese di
ricerca per lo sviluppo. lo studio e' stato
realizzato in vista della pianificata
introduzione di fagiolini OGM, resistenti agli
insetti, in zone dell'Africa dov'e' diffusa la
varieta' selvatica.
I
ricercatori hanno seguito gli spostamenti dell'Xylocopa
flavorufa, una specie di grossa ape di
colore nero-violaceo con il
radiotracking, tecnica impiegata per la
prima volta sugli insetti impollinatori. Grazie
alla precisa mappatura dei voli, i ricercatori
hanno scoperto che l'insetto visita fiori di
piante sia coltivate che spontanee in un raggio
di 6 Km dall'alveare. Cio' significa che il
polline transgenico, a bordo delle api,
viaggerebbe su lunghe distanze, vanificando i
tentativi di isolare le colture OGM !
Giorgio Celli: "La natura si ribella alle
follie della scienza"
Professor Giorgio Celli, sembra che la natura
cominci a ribellarsi agli OGM.
E' così ?
"Il fenomeno segnalato in Canada è ancora
tutto da approfondire, ma sono molto
preoccupato: sono sempre stato contro gli
OGM e credo siano
solo un danno alla natura. La strategia
con cui si ottengono organismi con
caratteristiche che prima non possedevano
dovrebbe essere messa sotto stretto
controllo. Abbiamo sequenziato il
Dna
dell'uomo e dell'ape, ma non abbiamo
capito le interazioni tra i nucleotidi.
Non sappiamo ancora come
interagiscono. Al momento, se
inseriamo un pezzo di Dna tra due vegetali o
animali, i risultati sono imprevedibili".
vedi:
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/ambiente/grubrica.asp?ID_blog=51&ID_articolo=112&ID_sezione=76&sezione=Ambiente
Api e OGM
Della moria di
api che sta
investendo gli USA, la Germania e il Brasile
non si parla piu' molto, come se
l'emergenza fosse rientrata, anche se non e'
affatto cosi'.
Anche in Italia, di recente, si e' osservato uno
strano comportamento di api e
vespe, che sono state viste nel milanese
muoversi in grossi sciami come "impazziti".
Sulle possibili cause del CCD (Colony Collapse
Disorder), che ha fatto sparire fino al
90% delle api operaie sulla costa ovest degli
Stati Uniti, ci sono varie teorie:
c'e' chi da' la colpa alle emissioni dovute ai
ripetitori per telefonia mobile, chi ad alcuni
pestidici che si sarebbero rivelati
particolarmente pericolosi per le api, chi agli
OGM.
E' anche quest'ultima possibilita' e' stata
presa recentemente in seria considerazione,
fatto che finora si era dato meno credito che ad
altri fattori, non capendo quale relazione
potesse esserci tra una simile scomparsa di
massa e l'impollinazione da piante geneticamente
modificate.
vedi:
http://isoladeilotofagi.wordpress.com/2007/05/04/api-e-ogm/
+ OGM dott.
Nacci
In un
anno in Italia il numero delle api si è
dimezzato ! E se sono giusti i dati, che parlano
di un apporto economico delle attività delle api
di circa 1.600 milioni di Euro all’anno (pari a
1.240 Euro per alveare), non c’è da stare
allegri.
Milione più, milione meno, in Italia ci sono 50
miliardi di api in oltre 1 milione di alveari;
la produzione è stata attorno alle 10.000
tonnellate grazie al lavoro di 7.500
apicoltori professionisti e molti hobbisti.
Come ci allerta la
Coldiretti, a rischio sono diverse varietà
di
frutta e
verdura e perfino la
carne.
In Europa si valuta una perdita tra il 30 ed il
50%, mentre negli Stati Uniti si arriva fino ad
un 60-70%. Questo
disastro è stato definito Ccd (Colony
collapse disorder) e viene attribuito in
varia misura all’inquinamento da
fitofarmaci, a infezioni e della
varroa fino agli
effetti elettromagnetici ed alle variazioni
di
clima. Il che significa che non sappiamo
come intervenire !
vedi:
Metodo
Angel Ariel (API
45 SOLUTION)
come ricostituente e come cura per le api.
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Troppi
fitofarmaci
nel piatto degli italiani:
Le mele e l'uva sono le regine dei frutti più
contaminati. C'è una maggiore attenzione nei
controlli (13% in più rispetto al 2005) e sui
principi attivi ricercati, ma c'è chi, come il
Molise, conquista la maglia nera registrando una
assenza totale di analisi nella Regione. E se
l'84% delle verdure analizzate risulta regolare
e privo di residui chimici, desta forti
preoccupazioni il fenomeno della moria delle api
a causa della diffusione in agricoltura di
alcuni fitofarmaci sistemici. Sono questi, in
sintesi, i numeri e le storie contenuti nel
dossier
Pesticidi nel piatto 2007, l'annuale
rapporto di
Legambiente, presentato a Roma, sulla
presenza di residui chimici sull'ortofrutta,
realizzato sulla base dei dati forniti dai
laboratori pubblici provinciali e regionali
relativi alle analisi condotte nel corso del
2006.
Su 253 campioni di
uva analizzati, infatti, ben 117 (pari al 46,2%)
risultano contaminati da più di un residuo
chimico, 53 rilevano la presenza di un solo
residuo (21%) e 3 (1,2) risultano pienamente
irregolari, cioè fuori legge per superamento dei
limiti di concentrazione di residuo chimico o
per uso di pesticidi non autorizzati. Solo il
31, 6% sono campioni di uva regolari, senza cioè
la presenza di alcun fitofarmaco. Eclatante è
poi il caso delle mele, frutto tradizionalmente
associato alla salute della persona, di cui solo
il 39% risulta essere esente da pesticidi: il
30% dei campioni analizzati presenta più di un
principio attivo e addirittura il 3,6% risulta
irregolare. Anche il 20% dei prodotti derivati
risulta contaminato da uno o più principi
attivi: dato significativo se si considera come
tra questi compaiano l'olio e il vino, prodotti
tipici del made in Italy.
Scorrendo le pagine
del rapporto, emerge che la percentuale dei
campioni irregolari di prodotti ortofrutticoli
rimane pressoché invariata rispetto allo scorso
anno (1,3%), mentre i campioni con più di un
residuo diminuiscono leggermente, con un calo
stimato dell'1,7 per cento. Salta agli occhi il
dato sulle analisi della provincia di Bolzano,
località a tradizionale vocazione produttiva di
mele, che evidenziano 5 mele di provenienza
locale con 5 residui. Anche il Dipartimento
provinciale di Roma ha rilevato 5 residui in un
campione di mele proveniente da Napoli, mentre
l'uva è il genere alimentare che più preoccupa,
secondo le analisi condotte in Puglia, con 5 e 6
residui chimici rilevati contemporaneamente.
Stesso trend per le analisi condotte in
Lombardia.
Il rapporto registra
comunque un lento, ma graduale miglioramento, a
testimonianza, sottolineano da Legambiente,
della maggior attenzione da parte degli
operatori agricoli alla salubrità dei cibi e
alle richieste dei consumatori, sempre più
orientati, nelle scelte, ai prodotti provenienti
da un'agricoltura di qualità. «Il costante anche
se lento miglioramento dei dati - evidenzia
Francesco Ferrante, direttore generale di
Legambiente - conferma la validità delle nostre
battaglie a favore di un'agricoltura di qualità,
il più possibile sana, stagionale e legata al
territorio».
Sul versante dei
controlli (10.493 in tutto), inoltre, il
rapporto rileva come a fronte di un aumento del
13% delle analisi sui campioni di prodotti
ortofrutticoli e derivati, siano ancora molto
esigue le analisi condotte sui prodotti derivati
da agricoltura biologica. Nel Belpaese, infatti,
si rilevano solo 394 campioni bio analizzati, un
dato poco significativo se paragonato agli oltre
10.500 campioni di agricoltura tradizionale.
Il captano è il principio attivo più spesso
riscontrato nelle analisi. Seguono, il
carbofuran, il chlorpirifos e il cyprodinil.
Nella frutta presenti anche il procimidone e la
propargite.
I pesticidi sono
killer per l'organismo umano: alcuni principi
attivi, infatti, presenti nei pesticidi, sono
fra le possibili cause dell'endometriosi e
dell'infertilità. Non solo. Il rapporto di
Legambiente ricorda che la diffusione di alcuni
fitofarmaci sistemici in agricoltura sta
determinando una significativa moria delle api.
Legambiente e l'Unione nazionale associazioni
apicoltori italiani hanno scritto ai ministri
della Salute Livia Turco e delle Politiche
agricole Paolo De Castro perché si attivino per
contrastare efficacemente il preoccupante
fenomeno. Ricordando che secondo Albert Einstein,
«se l'ape scomparisse dalla faccia della terra,
all'uomo non resterebbero che quattro anni di
vita».
Tratto da: Legambiente.it
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PESTE delle API -
Dove
comincia l'infezione
I ricercatori
tedeschi hanno compreso uno dei processi
iniziali dell'attacco: i batteri colonizzano
l'intestino delle larve e si nutrono del cibo
ingerito dall'insetto
Un gruppo di
scienziati tedeschi ha scoperto un nuovo
meccanismo di diffusione dell’infezione della
più fatale delle malattie delle api, la peste
americana (Abf, American foulbrood).
L’Abf è l’unica malattia infettiva che può
uccidere intere colonie di api: ogni anno questa
terribile infezione è la causa di ingenti
perdite economiche tra gli allevatori di api di
tutto il mondo e l’unica misura di controllo è
distruggere l’alveare infetto.
In un contributo
pubblicato su Enviromental Microbiology,
Elke Genersch dell'Institute for Bee
Research (Berlino, Germania) e colleghi spiegano
di aver scoperto come l’Abf si diffonde.
Il batterio Panebacillus larvae, responsabile
della malattia, colonizza l’intestino delle
larve di ape, moltiplicandosi all’interno e
sopravvivendo grazie al cibo ingerito dagli
insetti. Quando non arriva più il nutrimento, i
batteri invadono gli organi vitali delle larve,
uccidendole.
Questa scoperta rappresenta una svolta radicale
nel campo delle patologie delle api. Prima,
infatti, si riteneva che la sede di
proliferazione dei batteri fossero gli organi
vitali della larva e non che la moltiplicazione
dei batteri avvenisse all’interno dell’apparato
digerente.
“Adesso che abbiamo
scoperto come si diffonde la malattia, possiamo
cominciare a cercare il modo di impedire la
propagazione dell’infezione”, sostiene il
Professor Genersch. La comprensione delle
interazioni degli agenti patogeni è infatti alla
base dello sviluppo di effettive misure di cura
e controllo delle malattie. (e.r.)
Tratto da: galileonet.it
Commento NdR: Con tutti i
fitofarmaci che vengono immessi sulle piante
nei campi agricoli trattati con la chimica,
questi sono i risultati, il loro sistema
immunitario non e' piu' in grado di
resistere ai batteri che tentano di
colonizzarle, cosi' come avviene nei bambini
vaccinati
che sono anch'essi
immunodepressi !
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Allarme per le api:
insetticidi sotto accusa
Nel
nostro Paese la moria è spaventosa. Le api si
sono ridotte del 40-50%. E a rischio c'è anche
l'alimentazione che dipende, per oltre un terzo,
da coltivazioni impollinate proprio di questi
insetti
Povere api: è in
atto una vera mattanza
E' un allarme mondiale, ma non risparmia
l'Italia. Anzi, la Lombardia è una delle
regioni, con il Piemonte, più colpite: a fare
paura è la moria delle api, dimezzate del 40-50
per cento. Muoiono come mosche anche se la
realtà suona come una battuta.
Ma perchè questi preziosi insetti sono
falcidiati ? Sotto accusa sono alcuni potenti
insetticidi,
responsabili della moria.
A rischio c'è anche l'alimentazione che dipende,
per oltre un terzo, da coltivazioni impollinate
proprio di questi insetti. "Se le api
dovessero davvero estinguersi l'umanità
rischierebbe una carestia a livello mondiale",
sottolinea, senza mezzi termini, l'etologo
Giorgio Celli, docente all'Istituto di
Entomologia all'Università di Bologna.
I danni, comunque, si contano già. L'Unione
degli apicoltori italiani (Unaapi) stima una
perdita economica per la mancata impollinazione
di 250 milioni di euro.
Tratto da: laprovinciadivarese.it
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Moria
delle api: uno studio svela le cause, ma di
mezzo c'è la Bayer
- 20 ottobre 2010
Negli ultimi giorni i media hanno passato la
notizia che il grande mistero relativo alla
moria di milioni di api, che dalla metà degli
anni ’80 si abbatte sugli alveari del mondo
occidentale, è stato risolto. Ma la cosa non ci
convince, soprattutto quando dietro lo studio in
questione si nasconde uno dei più grandi colossi
farmaceutici. E infatti, vi sveliamo il
retroscena.
Negli ultimi giorni i media hanno passato la
notizia che il grande mistero relativo alla
moria di milioni di api, che dalla metà degli
anni ’80 si abbatte sugli alveari del mondo
occidentale, è stato risolto. Ma la cosa non ci
convince, soprattutto quando dietro lo studio in
questione si nasconde uno dei più grandi colossi
farmaceutici. E infatti, vi sveliamo il
retroscena.
Il CCD (Colony Collapse Disorder) è un fenomeno
che riguarda la sparizione di massa di intere
colonie di api, che a quanto pare abbandonano
l’alveare senza lasciare traccia.
L’alveare non viene ricolonizzato da altre api,
ma lasciato inutilizzato come fosse contagioso.
Il termine CCD è stato coniato nel 2006 negli
Stati Uniti, che per primi hanno assistito alle
morie, ma già intorno agli anni ’90 tutta
l’Europa si era trovata a fronteggiare lo stesso
problema.
La supposta novità degli ultimi giorni è che un
team di entomologi guidati dal dottor Jerry
Bromenshenk, della Bee Alert Technology
(Università del Montana), e di scienziati
militari dell’Army's Edgewood Chemical
Biological Center, avrebbero identificato
nell’azione sinergica di un virus (il cui
vettore sarebbe l’acaro Varroa sp) e di un fungo
(Nosema sp) la vera causa del problema. I
dettagli si leggono nello studio Iridovirus and
Microsporidian Linked to Honey Bee Colony
Decline, pubblicato sulla prestigiosa rivista on
line PloS One. Il fungo potrebbe provenire dal
Sud-Est asiatico, a seguito di immissioni di
colonie di api non controllate.
Molti mezzi di informazione
affermano che questa scoperta rappresenta un
passo importante verso la soluzione di una così
grave situazione, eppure qualcosa non ci
convince.
Circa due anni fa, in un
articolo pubblicato su Terranauta.it abbiamo
analizzato la questione della CCD. Già allora si
riteneva che sia l’acaro Varroa che le
infestazioni fungine fossero le cause ultime del
problema. Sebbene non si pensasse ad un’azione
combinata dei due fattori, comunque si sapeva
che un’alimentazione sbagliata delle api (anche
con piante OGM), arnie sovrasfruttate e
soprattutto gli antiparassitari poco
controllati, provocassero squilibri all’apparato
immunitario ed intestinale delle api, rendendole
più soggette ad infestazioni di virus e funghi.
Allora perché tutto questo
clamore ? Perché molti giornali titolano con
frasi che sembrano risolutive, imputando tutta
la colpa non tanto ai prodotti usati per
'pompare' le api, quanto agli agenti patogeni
che arrivano di conseguenza? Un retroscena, in
realtà, esiste.
I pesticidi
della
Bayer sono stati accusati di aver
provocato il disorientamento di milioni di api.
Il dottor Bromenshenk ha ricevuto una cospicua
borsa di studio per effettuare questa ricerca
dalla Bayer Crop Science.
Proprio lui che fino al 2003
aveva lottato contro la
ditta farmaceutica.
I pesticidi della Bayer sono stati accusati di
aver provocato il disorientamento di milioni di
api a causa dei neonicotinoidi di cui sono
composte, delle neurotossine che attaccano il
sistema nervoso degli insetti.
La Bayer ha sempre smentito, ma i danni
economici che ha subito in seguito alla denuncia
sono stati enormi. La Francia ad esempio già nel
1999 aveva bandito i suoi pesticidi, seguita
solo negli ultimi anni da Germania, Slovenia e
Italia, e questo febbraio da alcuni degli Stati
Uniti.
A giugno Greenpeace ha pubblicato un resoconto
che additava i pesticidi Bayer come i più
pericolosi per l’uomo e l’ambiente (nel
resoconto figurano anche compagnie come
Monsanto,
Syngenta e
BASF, ma la Bayer detiene la maggior fetta
di mercato). Quindi, quale migliore soluzione
per frenare questa ondata di dissensi che non
sponsorizzare uno studio che sottolinei l’azione
dannosa di virus e funghi più che quella dei
pesticidi ?
Pur essendo l’acaro Varroa e il fungo Nosema le
cause ultime della moria delle api, resta sempre
vero che il loro sistema immunitario è stato
compromesso dalle cause prime, ovvero
pesticidi e
sovrasfruttamento delle arnie.
Proprio Bromenshenk aveva ammesso due anni fa
sul Conde Nast Portfolio magazine che i
pesticidi erano una delle cause scatenanti il
problema. Tra l’altro, i guadagni derivanti da
questo studio non avvantaggeranno solo la Bayer.
In un comunicato della Bee Alert Technology si
legge che il sistema di rilevamento virus IVDS
utilizzato per identificare i due agenti
patogeni potrà essere utilizzato gratuitamente
dagli apicoltori, ma a breve diventerà uno
strumento obbligatorio per arginare
l’epidemia, ed il suo
utilizzo sarà a pagamento.
Quindi al di là della prova di un legame fra
funghi, acari e moria, questo studio appare solo
come un tentativo di sviare l’attenzione del
grande pubblico. Si potrebbe anche riflettere
sul particolare interesse dell’esercito nei
confronti degli studi entomologici.
L’EW (Enthomological Warfare, Guerra
Entomologica) non è mai stata ufficialmente
ammessa, ma ci sono sospetti che diversi paesi
ne abbiano fatto uso.
Fonte: ilcambiamento.it – By Rachele Malavasi
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