La macchina della
falsa propaganda,
continua a disinformare la popolazione del mondo intero ....
Sud contro Nord, la guerra dei farmaci
By
Philippe Demenet - Le
Monde Diplomatique
Nella
sua lotta contro l'Aids, il Brasile ha ottenuto notevoli successi: grazie
alla campagna di distribuzione gratuita di medicinali, in quattro anni il
numero di decessi annuali si è dimezzato.
All'inizio del febbraio scorso, gli Stati uniti hanno denunciato questa
scelta sanitaria al tribunale dell'Organizzazione mondiale del commercio
per difendere i brevetti della loro industria farmaceutica.
Negli stessi
giorni, la Cipla, una ditta indiana, ha proposto a Medici senza frontiere
medicinali a basso costo...
FINE della BUGIA sull'AIDS +
L'altra storia dell'Aids +
Hiv
virus inventato
La guerra dei farmaci è iniziata e i paesi del Sud sono pronti a dare
battaglia.
Malgrado sia originaria di una nazione - il Sudafrica - che conta
ufficialmente 4,2 milioni di sieropositivi, Bongiwe Mhlauli ribadisce le
sue priorità. «Il mio problema, afferma in quanto responsabile di una
rete di formatori sanitari di base a Mount Frere (Transkei), è prima di
tutto la povertà e ciò che ne deriva: disoccupazione, alcool, droghe,
contrabbando, rapporti sessuali sempre più precoci, e via dicendo».
Nel
dicembre 2000 a Savar (Bangladesh), ha incontrato i 1 500 volontari delle
cure sanitarie di base, provenienti da 95 paesi, presenti alla prima
Assemblea mondiale della sanità di base (People's Health Assembly - Pha)
(1).
Promotori, fin dagli anni '70, di un benessere fondato su giustizia
sociale, rispetto dei valori indigeni e dell'ambiente, questi militanti
devono prendere atto della disgregazione a livello mondiale delle loro
conquiste.
E ciò a dispetto dello slogan lanciato vent'anni fa, durante la
conferenza di Alma-Ata, dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms)
che assegnava alla comunità internazionale un «obiettivo sociale
prioritario» e cioè favorire «il raggiungimento, entro il 2000, da
parte di tutti i popoli del pianeta, di un livello sanitario tale da
consentire loro una vita dignitosa, sia a livello sociale che economico».
In trentacinque anni, il biologo David Werner (2), responsabile del
progetto Piaxtla nella Sierra Madre occidentale (Messico), ha formato
centinaia di «operatori sanitari» i quali, a loro volta, aiutano i
contadini ad individuare e a risolvere problemi sociali e medici.
Ma da sei anni vede il suo lavoro devastato dal trattato di libero-scambio
nord americano (Nafta).
«Due milioni di persone sono state costrette ad
emigrare nelle bidonville e lavorano per salari da fame - afferma.
La malnutrizione infantile è riesplosa in modo massiccio. Si assiste ad
una vera epidemia fatta di crimini, droga e povertà.» Per molti
contadini, la «medicina occidentale» non solo è troppo cara, ma è
vissuta anche come una forma di alienazione. Che fare?
Nel villaggio del Tamil Nadu dove si è trasferito venticinque anni fa,
appena diplomato, mentre i suoi compagni di studi emigravano in
Inghilterra, il Dr. Prem ha potuto verificare l'efficacia del decotto di
Phyllanthus niruri contro l'itterizia, o quella dell'olio di zafferano
delle Indie (Curcuma longa) contro le malattie della pelle. «Insisto
perché si spalmino il corpo di cedronella, dice, "È
la migliore prevenzione contro zanzare e malaria.» L'offensiva delle
multinazionali Le piante medicinali non sostituiscono certo la medicina
allopatica nella lotta contro tubercolosi o polmonite. «Noi utilizziamo
le due medicine, quella tradizionale e quella chimica», precisa infatti
il dottor Ugo Icu che, nel 1978, ha fondato l'Asociación de servicios
comunitarios de salud in Guatemala, dove il 45 % della popolazione non ha
accesso ai servizi sanitari. Da un lato riesce ad abbassare i prezzi dei
medicinali di base facendo acquisti all'ingrosso per le farmacie dei vari
villaggi. Dall'altro, capitalizza l'atavica esperienza delle centinaia di
«operatori sanitari» e ostetriche che prepara ogni anno. Ma il governo
guatemalteco, che destina alla salute un budget irrisorio, ha deciso di
subappaltare la politica sanitaria a partner privati. «La ricca
esperienza dei nostri antenati maya nel campo della medicina tradizionale
non è tenuta in alcun conto», osserva con amarezza Icu.
Nelle Filippine, «si chiede ai vecchi per reimparare», gli fa
implicitamente eco Wilma Salinas, responsabile degli operatori sanitari
della regione di San Luis, a Mindanao. In questa isola, dove la guerra
civile aggrava i danni della smobilitazione dello stato in campo sociale,
«lo studio della medicina tradizionale è diventato una necessità, visto
che i farmaci occidentali sono inaccessibili».
Le multinazionali, che
producono il 72% dei medicinali dell'arcipelago filippino, impongono i
loro prezzi.
L'amoxicillina, che figura tra i 270 medicinali fondamentali
repertoriati dall'Oms, costa 22 dollari per cento capsule, a fronte di ...
8 dollari in Canada ! Se non altro, piante medicinali come il lagundi (Vitex
legundo), i cui i decotti guariscono tosse e febbre, il dita, che agisce
contro la malaria, o il sambong (Blumea balsamifera) che cura ipertensione
e calcoli renali, sono ancora gratuiti e accessibili a tutti.
Ma per quanto tempo ancora ?
«Le multinazionali hanno brevettato il sambong ! E cominciano a farne
pillole !», denuncia allarmata la Salinas.
Ed è ciò che avviene per migliaia di piante officinali del Sud. «Il
Phyllanthus niruri è stato brevettato e trasformato in tavolette che gli
indigeni non potranno mai acquistare!» conferma indignato l'indiano Prem.
A livello ufficioso, nei corridoi del Pha circolava una lista dei brevetti
depositati sulle piante tradizionali, stilata dalla Fondazione per la
ricerca scientifica, tecnologica ed ecologica di New Delhi.
La sola
mostarda indiana (Brassica campestris) riunisce 16 brevetti - presentati
da Calgene Inc, (Stati uniti), ma anche da Rhone-Poulenc (Francia).
Da tempi antichissimi è usata dagli indiani come antiemorragico, ma anche
contro inappetenza, disturbi mentali, impetigine, vermi, reumatismi,
bronchiti o influenza. Quanto al Neem (Azadirachta indica), un albero
miracoloso soprannominato «dono di Dio» dai contadini che lo utilizzano
per curarsi e per preparare un insetticida naturale, colleziona 62
brevetti.
Come ai tempi della conquista coloniale, le compagnie farmaceutiche e i
laboratori di ricerca occidentali si appropriano delle conoscenze di
sapienti o guaritori tradizionali indigeni. Hoechst, per esempio, conduce
una ricerca intensiva sulla medicina ayurvedica. I depositari di queste
ricchezze, comunità amazzoniche, adivasi, popoli delle isole del Pacifico
non ne traggono in genere alcun vantaggio, nonostante che la Convenzione
sulla biodiversità, entrata in vigore nel 1993 e ratificata da 169 paesi
(eccetto gli Stati uniti), preveda una ripartizione «equa» dei profitti.
«La legge americana e l'Organizzazione
mondiale del commercio (Omc -WTO) non riconoscono la validità della scienza
non occidentale», lamenta Mira Shiva, dell'Associazione indiana dei
volontari.
Da millenni, gli indiani applicano zafferano in polvere o in
pasta su ferite e tagli. Ma il 28 marzo 1995, l'ufficio americano dei
brevetti ha accordato la proprietà esclusiva del «metodo per promuovere
la guarigione di una ferita [somministrando zafferano]» a due ricercatori
dell'Università del Mississippi (Jackson).
Esasperato, il Consiglio indiano per la ricerca scientifica e tecnica, ha
querelato il brevetto portando ai tribunali americani prove inoppugnabili:
testi in sanscrito e un articolo medico pubblicato nel 1953 attestano la
preesistenza delle conoscenze tradizionali indiane. Sono stati necessari
due anni perché il monopolio detenuto dai ricercatori venisse annullato!
Ma questa è la sola vittoria ottenuta.
Per mancanza di soldi e di mezzi,
gli attivisti indiani, filippini, guatemaltechi o amazzonici sono
impotenti di fronte alle migliaia di brevetti pirata. La loro unica
speranza è che gli aggiornamenti delle leggi sulla proprietà
intellettuale offrano nuovi strumenti con cui proteggere il sapere
ancestrale. Il Kenya, ad esempio, vuole introdurre nella sua legislazione
il concetto di «conoscenza indigena».
La Thailandia è stata costretta a
rinunciarvi per le pressioni degli Stati uniti e dell'Omc.
In India, dove
si contano ben 7.500 piante medicinali, le organizzazioni civiche
moltiplicano le iniziative affinché il governo introduca la nozione di
«sapere pubblico anteriore» (prior art) negli emendamenti alla legge del
1970 sulla proprietà intellettuale.
Consumatori in prima linea Precursori di un nuovo diritto di proprietà
intellettuale, alcuni responsabili di medicina di base hanno preso
l'iniziativa di creare dei «registri delle proprietà comunitarie».
Così le 220 erbe medicinali recensite in una zona indigena, a 100 km da
Mysore (Karnakata), dal Vivekananda Girijana Kalyana Kendra (Progetto di
sviluppo tribale integrato), sono state «registrate». «Nessuna di
queste piante, con cui i contadini trattano un terzo delle affezioni più
comuni, è stata ancora brevettata ufficialmente.
E non permetteremo che
qualcuno se ne impossessi per conto delle multinazionali ! Sono proprietà
della comunità», avverte il Dr Sundarshan, responsabile del progetto.
I militanti vedono fosche nubi addensarsi anche sulle locali
industrie di
medicinali, che si trovano, ad esempio, in India, Brasile o Thailandia.
L'Azt (un farmaco anti-Aids) made in India costa un quinto di quello
prodotto negli Stati uniti. Il lariam (contro la malaria) otto volte meno.
Ma, da qui al 2005, questi paesi sono stati invitati a rientrare nei
ranghi dotandosi di legislazioni conformi agli accordi sugli Adpic
(aspetti dei diritti di proprietà intellettuale relativi al commercio)
elaborati nel 1995 all'interno dell'Omc.
Questi accordi impongono ai medicinali brevetti ventennali. Sono previste
alcune salvaguardie: la «licenza obbligatoria» (un paese può imporre
l'utilizzo di una licenza al proprietario di un brevetto per motivi di
pubblico interesse: epidemie, prezzi troppo alti...) e le «importazioni
parallele» (acquisto all'estero di medicinali meno cari rispetto al
mercato locale). Ma chiunque, al Sud, si azzardi a introdurre nella sua
legislazione queste elementari precauzioni di sanità pubblica
(correntemente praticate dai paesi del Nord), si scontra con le pressioni
degli Stati uniti, della Banca mondiale, di alcuni paesi europei e delle
lobby farmaceutiche.
«Le licenze obbligatorie sono certamente previste dall'accordo, ma
nessuno sembra farci caso», ricorda Bas van der Heide, di Health Action
International (Hai). Nei corridoi dell'assemblea annuale dell'Oms, i
membri di questa contro-lobby ripetono il loro messaggio martellante alle
delegazioni ufficiali: «Basta imporre la presenza di medicinali di base
sul mercato, perché le grandi compagnie abbassino immediatamente i
prezzi!» Le grandi case farmaceutiche non esitano neppure ad annunciare
grandi «svendite» di farmaci anti-Aids in certi paesi. «Il loro vero
obiettivo è bloccare l'arrivo dei medicinali brasiliani», denuncia
Pierre Chirac, coordinatore della campagna di Medici senza frontiere per
l'accesso ai medicinali essenziali.
In questa guerra, le associazioni di consumatori si battono in prima
linea. «Faremo registrare società in Uganda, Kenya, Zimbabwe e Sudafrica
per esigere licenze obbligatorie su tre medicinali anti-Aids: 3TC, D4T e
neveropina, che verranno importati da Thailandia, India e Brasile, rivela
James Love, che guida con Ralph Nader il Consumer Project on Technology
(Washington). Ottenere queste licenze obbligatorie ci permetterà di
dimostrare che è possibile, in Africa, vendere medicinali anti-aids ad un
prezzo giusto !»
note:
* Giornalista.
(1)
Su richiesta di otto organizzazioni: Asian Community Health Action Network
(Achan); Consumers international (Ci); Dag Hammarskjold Foundation (Dhf);
Gonoshasthaya Kendra (Centro sanitario popolare, Bangladesh); Health
Action International (Hai); International People's Health Council (Iphc);
Third World Network (Twn); Women's Global Network for Reproductive Rights
(Wgnrr).
(2)
Autore, con Carol Thunem e Jane Maxwell del libro prediletto dagli
educatori: Where there is no doctor, Hesperian Foundation (Berkeley,
California), 1992, 20 dollari.
"Il paziente malato di
Aids NON muore a causa del virus
dell'HIV ma
per alterazioni dell'assorbimento intestinale
e
quindi per ipoalimentazione (malNutrizione),
dovuta a una grave
micosi." (By Dott.
Gerhard Orth, Leuthkirch)